Si fa un gran parlare e un gran scrivere del più recente film di Christopher Nolan e uno degli argomenti di dibattito in un modo o nell'altro tirato in ballo (lo fa anche il critico cinematografico del New Yorker) è quanto il regista inglese sia rimasto aderente o persino fedele, con la sua pellicola, all'opera che lo ha ispirato.
Per Apollonio, una questione siffatta è di lana caprina. E se c'è un tema correlato con la fedeltà che gli pare invece di gran rilievo è quanto Nolan sia rimasto fedele a se stesso, con questo suo nuovo film.
Ciò che ne ha già letto di un po' più acuto (rarità, ci si intenda) lo preoccupa molto in proposito. Lo preoccupa in quanto spettatore pagante avvinto da Insomnia, affascinato da Interstellar, incantato da Dunkirk, stuzzicato da Tenet e così via.
L'intima fedeltà a un proprio progetto estetico e morale, la costanza nel perseguirlo, pur nella varietà dei pretesti, per molti acclamati artisti è il vero problema, giunti che siano a un'età sinodale. È la cartina al tornasole di una sostanziale eccezionalità. E Nolan, presto cinquantaseienne, è un soggetto a rischio.

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