Il Trattato di semiotica generale è il libro di Umberto Eco che si legge meno facilmente. La si dica tutta: che si legge, caso mai, solo per dovere.
Anche altri suoi, va aggiunto, sono di difficile accostamento. Che Eco avesse una penna felice per l'elzeviro e la scrittura breve si può dire fu chiaro sin dagli esordi della sua presenza pubblica. E del resto anche la sua parola, anzi ancor più la sua parola coinvolgeva, divertiva, conquistava: vi si scorgevano gli esiti di una secolare tradizione di brillanti predicatori.
Alla prova di scritture più estese, però, Eco portava il peso della Scolastica (il Trattato è una summa, in effetti) e solo nella maturità si palesò, come si sa, il suo talento di narratore. Anche in questo caso, di un narratore con un rovello (speculativo) irrisolto. Ma un narratore capace di oscurare il saggista. Già adesso, del resto, è la sua opera narrativa più della saggistica a essere rimasta presente alla cultura nazionale e c'è da immaginare che sempre più così sarà in futuro.
Il Trattato, scritto dall'autore con impegno enciclopedico ineccepibile nei primi anni Settanta, quando decise definitivamente di farsi semiotico, fu pubblicato proprio sul principio del 1975. Nel corso di quell'anno, una commissione nazionale si preparava appunto a eleggere Eco titolare della prima cattedra italiana di Semiotica, a Bologna. Ed era una pratica accademica un tempo pressoché obbligatoria che il candidato arrivasse a tale appuntamento con una pubblicazione che ne certificava inoppugnabilmente la competenza disciplinare.
Ancor più nel caso specifico, visto che l'allora nuova disciplina era tenuta per una fumisteria da filosofi e filologi tradizionalisti, presenti in numero preponderante nell'università. Il Trattato era appunto destinato a dimostrare che, nella semiotica, c'era anche l'arrosto (o ciò che poteva parere tale) e che il suo autore era l'ottimo dei cuochi, in proposito. Quattrocento pagine in caratteri minuti, con una trentina di pagine di riferimenti bibliografici, un indice dei nomi che spaziava da Platone a Cassirer, da Goodman a Chabrol, da Hobbes a Katz, da Kant a Gross & Lentin, da Kristeva a Locke, da Dorfles a Descartes, da Marx (K.) a Jakobson e così via.
Tra i menzionati, c'era naturalmente anche Saussure e, passati cinquanta anni, è spassoso intercettarne la modesta eco nel Trattato. Eccone un esempio, significativo (ohibò!): "Saussure non ha mai chiaramente definito il significato, lasciandolo a metà strada tra una immagine mentale, un concetto e una realtà psicologica non altrimenti circoscritta; in compenso ha sottolineato con forza il fatto che il significato è qualcosa che ha a che fare con l'attività mentale di individui in seno alla società. Però secondo Saussure il segno 'esprime' delle idee e, anche se si accetta che egli non pensasse a una accezione platonica del termine 'idea', rimane il fatto che le sue idee erano eventi mentali che concernevano una mente umana" (p. 25 e sg.).
A Eco non venne in mente e nessuno allora gli segnalò che, se non trovava in Saussure una chiara definizione di significato come la desiderava, era forse perché del significato, come egli lo intendeva sulla scorta di una centenaria tradizione filosofica, al semiologo (e prima di lui al linguista), secondo Saussure, non avrebbe dovuto e non dovrebbe importare un fico secco.
Certo, si legge signifié negli appunti degli studenti di Saussure, sempre in correlazione con signifiant (e basta ciò, in effetti, a una definizione), ma quel nuovo termine introdotto dal loro bizzarro professore doveva suonare originale alle loro orecchie e li metteva in guardia. Non era appunto né quel sens né quel signification di cui si servono i francofoni per parlare di ciò che somiglia a quanto Eco intendeva con significato.
A Eco nessuno lo segnalò, si diceva. Eppure, se è degna di fede la tradizione orale cui il giovane Apollonio fu esposto in anni immediatamente seguenti, della commissione cui si è accennato e che decretò il successo del candidato faceva parte Tullio De Mauro, come il candidato poco più che quarantenne (altri tempi, altre scuole, altre malleverie) e ancora fresco dall'avere curato un'edizione italiana del Cours de linguistique générale.

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