26 marzo 2026

Linguistica da strapazzo (62): Epifanie quotidiane dell'imperfetto

Per caratterizzare l'imperfetto romanzo e quello italiano in particolare, c'è da tirare in ballo l'aspetto e il tempo, ovviamente, ma anche il modo.
Per provarlo, non sono necessarie arcane ricorrenze letterarie né riflessioni complesse. L'imperfetto è vivo e presente nell'espressione italiana di tutti i giorni ed essa ne mostra con ricchezza il valore modale.
In questo diario, si è forse già scritto di quanto testimoniano quotidianamente in proposito coloro cui viene concessa in diretta la parola nel corso della seconda parte di Prima pagina, trasmissione in onda al mattino su Rai Radio Tre. 
Capita esordiscano con un "Chiamavo per...", "Intervenivo sul...", "Telefonavo a proposito del...". Sono ascoltatrici e ascoltatori che mirano a essere cortesi. Servirsi del presente, al loro orecchio riflessivo, parrebbe forse perentorio ("Chiamo...", "Intervengo...", "Telefono...") per dire ciò che, nella cruda "realtà", stanno facendo proprio nel presente della loro enunciazione. Li soccorre allora un imperfetto di attenuazione, i cui contorni temporali si sfumano e distanziano l'atto, tanto da renderlo già quasi narrabile. In altre parole, non attuale, per paradosso. 
Ma la cortesia è piena di (apparenti) paradossi che nel sistema della lingua hanno invece una loro precisa ratioLa posso disturbare? è quanto capita per esempio di indirizzare a un essere umano maschio, con baffi e barba, con cui non si è in confidenza e cui si vuol rivolgere una richiesta. Terza persona, invece di seconda, e femminile, invece di maschile. Che imbroglio! Ci fosse una corrispondenza con la "realtà"...
L'imperfetto, quindi passato al posto di presente, è allora quanto, come modo, la competenza nativa suggerisce a costoro per accostarsi all'interlocutore con garbo comunicativo. Il medesimo imperfetto che al commesso o alla commessa (quando ancora tali figure esistevano stabilmente al di là del banco di un negozio) indirizzava un "Cercavo...", "Mi serviva..." ed era talvolta anticipato, per converso, da un "Desiderava?", "Voleva qualcosa?". 
Se non "qui  e ora", quindi nel presente, quando sarebbe mai il momento di tale desiderio? Ma in questione non è il "tempo" (né il "genere", il "numero", la "persona", intesi come crudi riferimenti), quando è questione di lingua e, correlativamente, di modi e di modo.
Che ci sia d'altra parte uno stretto legame tra imperfetto e narrazione o, per dirla diversamente, che l'imperfetto sia, oltre che il tempo, anche il modo narrativo per eccellenza è ridondante ribadirlo. Ma, ora che agli arbitri delle partite di calcio è stato generosamente concesso (o forse orribilmente imposto?) di spiegarsi in pubblico, è in proposito divertente osservare come l'imperfetto narrativo dei resoconti della polizia giudiziaria e, in modo correlato, del vecchio giornalismo si affacci sulle loro labbra: "Il giocatore con la maglia numero 25 toccava il pallone con il gomito del braccio sinistro..." proclama il fischietto (antonomasia classica) giudicante, giustificandosi al cospetto della folla che lo giudica. È difficile non vedere nella nuova procedura il segnale di una deriva sinistra.
Di recente, un caso gustoso e rivelatore del valore modale dell'imperfetto si presenta poi con frequenza nel corso di una popolare trasmissione televisiva. Ai due lettori di questo diario non mancherà una (anche modesta) esperienza del game show "Affari tuoi". Apollonio evita conseguentemente di spiegare per filo e per segno il funzionamento del gioco che vi si mette in scena e si limita all'essenziale.  
Ebbene, fin quando il gioco è in corso e, a regolare cadenza, viene il momento di aprire un pacco indicato dalla o dal concorrente, il conduttore introduce l'apertura con la formula "Nel pacco [X, un numero da 1 a 20...] ci sono...": il verbo è, si direbbe naturalmente, al presente indicativo. 
Il gioco può essere però interrotto da chi trova conveniente smettere di sfidare la sorte, accettando quanto viene offerto. La partita in tal caso si chiude, ma a verifica e certificazione della sua regolarità si procede egualmente all'apertura dei pacchi fino a quel momento intatti. Da lì in avanti, cambia la formula con cui il conduttore accompagna il rito. Con la medesima naturalezza che prima si attribuiva al presente, il verbo passa all'imperfetto: "Nel pacco [X, un numero da 1 a 20...] c'erano...". Un dettaglio che è tutt'altro che trascurabile e che, come nel caso delle coppie minime fonologiche, mette in perfetta luce un valore oppositivo delle forme. 
Si può pedanteggiare, in proposito, e dire quell'imperfetto variante colloquiale e formalmente semplificata di un eventuale "...ci sarebbero (stati)". Proprio così: variante. E il valore modale del (liberamente) commutabile "...ci sarebbero (stati)" non ha bisogno di essere illustrato o argomentato: condizionale, dice la tradizione terminologica. È il valore che ha l'imperfetto: modale.
Insomma, nel gioco di "Affari tuoi" (come in quello della vita), capita che il presente non diventi specificamente passato, si badi bene, ma passi, nel sistema, a una condizione di non attualità. Valori diversi, forme diverse. A quelle del presente si sostituiscono quelle dell'imperfetto. E nuovamente non (solo) specificamente quanto alla categoria del tempo, che si scolora, nel caso specifico, verso l'assenza di pertinenza. Pertinente è invece, quando arriva l'imperfetto, che si sia fuori del gioco: nel modo dell'inattuale (e del narrabile). 
Ma cos'è, allora, il passato, perlomeno linguisticamente considerato, se non una fattispecie di una ben più generale inattualità modale? Un gigantesco e sempre crescente fuori gioco? C'è il rischio che questo frustolo finisca speculando e non è il caso. La lingua si spiega da sé: è criterio che fa da cardine della linguistica da strapazzo. Al linguista da strapazzo basta e avanza, per dirsi contento, ciò che della langue gli dice con semplicità ed evidenza Stefano Di Martino, come locuteur, con la sua parole.

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