Ogni volta che, come commento di un evento qualsiasi che si pretende abbia colto impreparati, ad Apollonio accade di udire "Non era mai successo" e rischia così di esserne avvelenato, come antidoto gli si presentano allo spirito l'immagine di Primo Levi e la ragionevolezza pratica dei suoi pacati ragionamenti.
Apollonio ha quindi finito per chiedersi il perché di un'associazione che potrebbe parere bizzarra. E condivide qui con i suoi due lettori ciò che ne ha da tempo strologato interiormente, per darsene una ragione. A partire dal "mai", che è una faccenda di filologia.
"Mai" apre infatti la strada a qualche interrogazione. E se ciò che 'è successo' (un po' di pazienza, ci si verrà) fosse successo fuori dei tempi le cui vicende sono note a chi si esprime con tale perentorietà?
In "Non era mai successo", qual è in altre parole la precisa portata storico-filologica di quel "mai"? È il "mai" di una memoria singolare o singolarmente collettiva? Una memoria dotata di quali strumenti, che si spinge indietro fino a quale data e che spazia per quali luoghi? Ecco appunto: una questione, come si diceva, di filologia.
Ma si ammetta pure che sia un "mai" con qualche fondamento filologico (che non sarà ovviamente quello di cui si è ingenuamente portati a fargli credito e che sta al di là d'ogni capacità umana). Si ammetta pure, correlativamente, che non sia un "mai" meramente figurato e iperbolico, per dire l'"io non me ne ricordo" acquattato regolarmente dietro il gonfio, collettivo e dilatato 'noi non ce ne ricordiamo". Resta il fatto che quel "mai" sta a definire la portata di una predicazione al cosiddetto trapassato prossimo, corredata da una negazione: "non era... successo". E qui si va oltre la filologia.
Un trapassato prossimo è costruito sopra un punto di riferimento temporale interno al testo, per quanto implicito. Combinato con la negazione, quanto ad aspetto, tale punto di riferimento consiste in un perfetto: è un 'è successo', come si è già detto di passaggio. Nella virtualità effettiva della sua espressione, si tratta di un'affermazione. Insomma, il negativo "Non era mai successo" contiene positivamente un 'è successo'. E sopra ciò vale allora la pena che ci si fermi a riflettere.
Anzitutto, un'ovvietà: se 'è successo', 'poteva succedere'. Un banale modale corrode fino all'osso qualsiasi "mai": c'è perlomeno il caso da considerare. Ma più gravemente di quanto non si creda, perché, in un discorso siffatto, forse vale la pena di uscire dalla vieta logica, cascame aristotelico, del passaggio dalla potenza all'atto, che pare connaturata espressivamente con quel 'poteva'.
Ciò che è in atto è ciò che si è in grado di percepire come effettivo. E ciò che si suppone sia solo o ancora (indefinitamente) in potenza e non in atto potrebbe in realtà trovarsi solo in uno stato di latenza, in funzione dell'osservatore e del suo punto di vista.
Considerato il ruolo che hanno in proposito osservatore e punto di osservazione, ci sono infatti regolarmente, da un lato, ciò che è patente, dall'altro, ciò che è latente. Capita poi, di tanto in tanto, che il latente si faccia patente, sotto determinate condizioni, per poi tornare latente, quando intervengono condizioni di osservazione meno favorevoli. Ecco che si è appunto giunti alla lezione teoretica e morale di Primo Levi.
"Auschwitz? Non era mai successo!". C'è anzitutto una nota considerazione: se è successo, potrebbe nuovamente succedere, avvertì Primo Levi. Ma il suo ragionamento si presta a essere esteso al passato: in effetti, chi assicura che non sia già successo? Semplicemente, non ci se n'era accorti. Non ci si era fatto caso. E l'Europa del cuore del Novecento, con il suo clima tempestoso, ha soltanto fornito condizioni di osservazione migliori (per dire così), rendendo meno probabile che l'accaduto passasse nel trascurabile (come in effetti sta tornando...).
Ciò che vi accadde, insomma, ragionevolmente era già accaduto, persino molte volte, ma rimanendo in uno stato di latenza, in funzione del punto di vista. Un evento qualsiasi che si pretende abbia colto impreparati mette in questione non solo il futuro, come invitò a pensare Levi e, si direbbe, elementarmente, ma anche il passato, perché in questione vengono finalmente punto di vista e condizioni di osservazione. Sono l'uno e le altre, eventualmente, a non avere fin lì raggiunto l'appropriato stato di maturazione. Succede di tutto, davanti agli occhi umani, senza che tale tutto divenga per ciò stesso pertinente.
Fuori di ogni parametro banalmente temporale e di conseguenza filologico, "Non era mai successo" è dunque soltanto una cruda ammissione di non essere stati capaci di osservare accuratamente quanto sarebbe stato osservabile, da un opportuno punto di vista. L'ammissione di avere scambiato il patente e limitato con l'osservabile e meno limitato. L'ammissione di essersi fatti cogliere ingenuamente in fallo da un'irruzione, imprevista, di un elemento del campo sterminato di una insipienza a quel punto spesso irreparabile.
Spacciata da giustificazione, a séguito di un evento qualsiasi che si pretende colga impreparati, "non era mai successo" è, conclusivamente, solo un ipocrita tentativo di non confessarsi stupidi e, dandosi il caso, colpevoli.




