24 gennaio 2026

Lingua loro (57): "Non era mai successo" (e Primo Levi)

Ogni volta che, come commento di un evento qualsiasi che si pretende abbia colto impreparati, ad Apollonio accade di udire "Non era mai successo" e rischia così di esserne avvelenato, come antidoto gli si presentano allo spirito l'immagine di Primo Levi e la ragionevolezza pratica dei suoi pacati ragionamenti. 
Apollonio ha quindi finito per chiedersi il perché di un'associazione che potrebbe parere bizzarra. E condivide qui con i suoi due lettori ciò che ne ha da tempo strologato interiormente, per darsene una ragione.  A partire dal "mai", che è una faccenda di filologia.
"Mai" apre infatti la strada a qualche interrogazione. E se ciò che 'è successo' (un po' di pazienza, ci si verrà) fosse successo fuori dei tempi le cui vicende sono note a chi si esprime con tale perentorietà?
In "Non era mai successo", qual è in altre parole la precisa portata storico-filologica di quel "mai"? È il "mai" di una memoria singolare o singolarmente collettiva? Una memoria dotata di quali strumenti, che si spinge indietro fino a quale data e che spazia per quali luoghi? Ecco appunto: una questione, come si diceva, di filologia.
Ma si ammetta pure che sia un "mai" con qualche fondamento filologico (che non sarà ovviamente quello di cui si è ingenuamente portati a fargli credito e che sta al di là d'ogni capacità umana). Si ammetta pure, correlativamente, che non sia un "mai" meramente figurato e iperbolico, per dire l'"io non me ne ricordo" acquattato regolarmente dietro il gonfio, collettivo e dilatato 'noi non ce ne ricordiamo". Resta il fatto che quel "mai" sta a definire la portata di una predicazione al cosiddetto trapassato prossimo, corredata da una negazione: "non era... successo". E qui si va oltre la filologia.
Un trapassato prossimo è costruito sopra un punto di riferimento temporale interno al testo, per quanto implicito. Combinato con la negazione, quanto ad aspetto, tale punto di riferimento consiste in un perfetto: è un 'è successo', come si è già detto di passaggio. Nella virtualità effettiva della sua espressione, si tratta di un'affermazione. Insomma, il negativo "Non era mai successo" contiene positivamente un 'è successo'. E sopra ciò vale allora la pena che ci si fermi a riflettere.
Anzitutto, un'ovvietà: se 'è successo', 'poteva succedere'. Un banale modale corrode fino all'osso qualsiasi "mai": c'è perlomeno il caso da considerare. Ma più gravemente di quanto non si creda, perché, in un discorso siffatto, forse vale la pena di uscire dalla vieta logica, cascame aristotelico, del passaggio dalla potenza all'atto, che pare connaturata espressivamente con quel 'poteva'. 
Ciò che è in atto è ciò che si è in grado di percepire come effettivo. E ciò che si suppone sia solo o ancora (indefinitamente) in potenza e non in atto potrebbe in realtà trovarsi solo in uno stato di latenza, in funzione dell'osservatore e del suo punto di vista.
Considerato il ruolo che hanno in proposito osservatore e punto di osservazione, ci sono infatti regolarmente, da un lato, ciò che è patente, dall'altro, ciò che è latente. Capita poi, di tanto in tanto, che il latente si faccia patente, sotto determinate condizioni, per poi tornare latente, quando intervengono condizioni di osservazione meno favorevoli. Ecco che si è appunto giunti alla lezione teoretica e morale di Primo Levi.
"Auschwitz? Non era mai successo!". C'è anzitutto una nota considerazione: se è successo, potrebbe nuovamente succedere, avvertì Primo Levi. Ma il suo ragionamento si presta a essere esteso al passato: in effetti, chi assicura che non sia già successo? Semplicemente, non ci se n'era accorti. Non ci si era fatto caso. E l'Europa del cuore del Novecento, con il suo clima tempestoso, ha soltanto fornito condizioni di osservazione migliori (per dire così), rendendo meno probabile che l'accaduto passasse nel trascurabile (come in effetti sta tornando...).
Ciò che vi accadde, insomma, ragionevolmente era già accaduto, persino molte volte, ma rimanendo in uno stato di latenza, in funzione del punto di vista. Un evento qualsiasi che si pretende abbia colto impreparati mette in questione non solo il futuro, come invitò a pensare Levi e, si direbbe, elementarmente, ma anche il passato, perché in questione vengono finalmente punto di vista e condizioni di osservazione. Sono l'uno e le altre, eventualmente, a non avere fin lì raggiunto l'appropriato stato di maturazione. Succede di tutto, davanti agli occhi umani, senza che tale tutto divenga per ciò stesso pertinente.
Fuori di ogni parametro banalmente temporale e di conseguenza filologico, "Non era mai successo" è dunque soltanto una cruda ammissione di non essere stati capaci di osservare accuratamente quanto sarebbe stato osservabile, da un opportuno punto di vista. L'ammissione di avere scambiato il patente e limitato con l'osservabile e meno limitato. L'ammissione di essersi fatti cogliere ingenuamente in fallo da un'irruzione, imprevista, di un elemento del campo sterminato di una insipienza a quel punto spesso irreparabile.
Spacciata da giustificazione, a séguito di un evento qualsiasi che si pretende colga impreparati, "non era mai successo" è, conclusivamente, solo un ipocrita tentativo di non confessarsi stupidi e, dandosi il caso, colpevoli.

22 gennaio 2026

Cronache dal demo di Colono (75): "...devasta la costa ionica"

Il mare
, Il ciclone...: aggiungano i due lettori di questo diario il soggetto che preferiscono a quanto dice il titolo, lacunosamente. La cronaca di questi giorni dà ampia possibilità di scelta.
Della costa ionica siciliana, soprattutto della più settentrionale, Apollonio sa qualcosa, per osservazione diretta, da settanta anni. E in settanta anni, quella parte di mondo, si dica da Messina all'antichissima Naxos, visita dopo visita, l'ha vista mutare. Molto. 
L'habitat era diffuso e gli insediamenti umani che la punteggiavano intensamente, ci si riferisce ai marini, si tenevano opportunamente discosti dal mare, fuori di poche eccezioni, per accidente riparate dalla natura. Dunque, lunghe e larghe spiagge e, ben distanti dalla battigia, niente case di abitazione. Modesti rimessaggi, piccoli edifici di servizio, magazzini per il deposito degli attrezzi da pesca o per lo stoccaggio di prodotti agricoli. E muri a protezione di numerosi "giardini". 
Non c'era lungomare che non fosse la spiaggia medesima. Al suo culmine, un modesto e stretto camminamento, in terra-sabbia battuta, permetteva di spostarsi da un luogo all'altro, per imboccare una delle stradine perpendicolari che, dopo un centinaio di metri e talvolta di più, sboccavano sulla strada principale, che correva ovviamente parallela alla costa. La "Consolare Valeria", questo l'odonimo, Apollonio non sa quanto storicamente ragionevole e giustificato.
Lungo tale via e non in faccia al mare, si svolgeva la vita delle piccole cittadine e si trovava la teoria degli edifici principali, pubblici e privati. A monte, qualche parallela, chiusa tra la riva di un torrente e quella di un altro, bastava di norma a contenere le comunità.
Non è più così, naturalmente. Né Apollonio sta qui a lamentare la fine di quello stato. Sa che, legato com'è nella sua mente all'infanzia, all'adolescenza, alla giovinezza non può che parergli mirabile, per irreparabile difetto del punto di vista. Se, sine ira et studio, si cerca tuttavia il tratto pertinente del cambiamento, non si fa fatica a individuarlo. Consiste in una sfida al mare.
Sulle spiagge, restringendole severamente, si è ovunque gettato l'asfalto di un lungomare e il lungomare ha fatto da miccia per l'esplosione della correlata speculazione edilizia. Hanno cominciato a guardare il mare da presso e con aria di sfida comunità che un tempo, vivendo spesso in parte di mare e in parte di terra, al mare davano le spalle. Era un segno di rispetto. Il rispetto di chi, conoscendolo, se ne teneva con cautela a distanza di sicurezza. Ma cos'è diventato a un certo punto il mare, per quelle comunità che pure pretendono di viverne, se non una grande piscina per turisti e villeggianti?
Un lampante accecamento della ragione che suppone giochino sulla stessa scala tempi umani e della natura: "In cinquanta anni, mai visto niente di simile!". Come non ridere di sortite del genere? A tale riduzione domestica e bottegaia, prima o poi accade però di essere apertamente smascherata. 
Di tanto in tanto (e adesso, pare, anche con buone ragioni e qualche maggiore frequenza) Poseidone fa Poseidone e Eolo, per incarico di Zeus, fa Eolo, come dicevano miti e credenze ben più ragionevoli delle folli opinioni di chi ha preteso e si è bambinescamente illuso che non esistano. Capita così che i due malnati (e, sulla scala umana, immortali) devastino, come dicono le cronache e le gazzette, i bordi della piscina degli sciocchi mortali. È nella loro incoercibile natura. Quasi sempre e solo, devastano in altre parole le devastazioni già prodotte dall'improntitudine umana. Le materiali, presto ripristinate e, se possibile, rese anche più devastanti. Le morali, come la stupidità che le sostiene, irreparabili. 
Se si avesse solo un po' di sale in zucca, la volgare e rapace improntitudine dei mortali dovrebbe dunque figurare come soggetto del titolo di questo frustolo. A essa e non a Poseidone o a Eolo va infatti fatto carico dei danni che oggi si lamentano in coro con autentica spudoratezza.

20 gennaio 2026

Discente esemplare


Discente esemplare è chi ha la buona educazione di illudere una persona con pretesa di insegnare che non sta perdendo il suo tempo.   

15 gennaio 2026

Eco: dieci (e lode)

Tra poco, saranno passati dieci anni esatti dalla morte di Umberto Eco. E prima che si scateni la bagarre, una minuzia a partire da un paio di minuzie che probabilmente non circoleranno nelle relative celebrazioni. E una considerazione correlata.
Or sono dieci anni, appunto per il triste evento, il glottologo Massimo Pittau, già molto anziano e frattanto scomparso, affidò alla rete un suo ricordo di Umberto Eco. 
Nel 1958, Pittau aveva recensito Il problema estetico in San Tommaso, il libro che, come suo primo, Eco aveva pubblicato, ventiquattrenne, nel 1956. Lo aveva tratto dalla tesi di laurea. Storico medioevista della filosofia per formazione accademica, Eco s'era laureato a Torino con Luigi Pareyson, filosofo cattolico maestro di una scuola ricca di talenti. 
La recensione di Pittau era comparsa su "Humanitas", rivista di cultura cattolica: "ricordo chiaramente - scrive Pittau nel 2016 - che dell'opera recensita di Umberto Eco io parlai bene, molto bene; e ciò feci per la ragione che se lo meritava appieno. Tra l'altro ricordo che era così ampia e a[p]profondita la conoscenza che Umberto Eco dimostrava della filosofia di San Tommaso e di quella medioevale in generale, che mi convinsi che egli fosse un «ecclesiastico». Solamente dopo, quando egli mi scrisse per ringraziarmi della bella recensione che avevo fatto della sua opera, venni a sapere che in realtà egli era un «laico» come me" [qui, caso mai interessasse, il resto].
Fin da ragazzo, com'è noto, Eco s'era vivamente impegnato nel movimento cattolico giovanile. "Responsabilità di una coltura [sic] cristiana" è il titolo del suo primo articolo a stampa, ospitato nel 1951 da La voce alessandrina, settimanale diocesano della sua Alessandria (anni fa ne scrissero le gazzette). 
Eco, nemmeno ventenne, vi sollecitava "le élites, formate cristianamente e culturalmente... [a non] vegetare... [ma a] trovare un punto di contatto e di intesa con la parte migliore della nostra gioventù... [partecipe] della cultura moderna... [con] quei giovani che si proclamano i corifei di verbi nuovi". Perché - proseguiva - la loro "sarà una cultura ammalata ma è quella del nostro tempo e l'ignorarla non è solo mancanza di carità, ma anche un poco superbia, perché in essa potremo trovare tanti spunti di verità e tanti accenti di sincerità che serviranno a migliorarci".
Tolta l'enfasi sul "cristianamente" e cassato l'attributo "ammalata", non si può dire che la successiva, luminosa carriera intellettuale di Eco non avrebbe sviluppato tratti di un programma siffatto, come paradossale terapia di svecchiamento per la cultura nazionale.
Eco avrebbe d'altra parte raccontato spiritosamente, parecchi anni dopo, che era stata la stretta familiarità con l'opera dell'Aquinate (ragione della lode di Pittau, come si è visto) ad allontanarlo in modo radicale e definitivo dalla professione di un credo religioso: di nuovo, un paradosso.
Una forma mentis e un'attitudine spirituale sono tuttavia ben più profonde e resistenti dell'adesione a una religione o del suo eventuale abbandono. E chierico, una qualificazione antica, ma validissima come caratterizzazione morale della figura di Eco, aiuta a trascendere o a neutralizzare l'opposizione tra ciò che Pittau credette nel 1958 che Eco fosse e ciò che, in realtà, Eco era allora e fu per il resto della sua vita, come credente o no.
Umberto Eco fu in effetti un chierico. E mai depose tale profonda natura, nel solco di una tradizione radicata appunto nel Medioevo latino e, di conseguenza, nei tempi di una Europa culturalmente oltre-nazionale.
Nel Novecento, tale tradizione produsse una nuova vampata (l'ultima?). Lo testimoniò anche la fortuna del francese clerc, nel lessico intellettuale internazionale. E, quanto alla nazione di espressione italiana, Eco è stato in effetti un esponente autentico di tale tradizione, che oggi pare dispersa. 
Umberto Eco è stato in effetti l'ultimo "loico e chierico grande", per usare parole di Dante, di cui l'Italia, come nazione linguistica, abbia potuto menare vanto.

4 gennaio 2026

Linguistica al volo (2): "Attacco / Blitz Usa" e "catturato / preso Maduro"


Rapporti sintagmatici e rapporti paradigmatici, asse della combinazione e asse della selezione in piena evidenza. Una costruzione identica che varia, in modo parafrastico, per commutazione di elementi lessicali largamente sinonimi, con funzione di predicato (attacco e blitzcatturato e preso). 
Una loquace illustrazione, d'altra parte, della diversità dei rapporti che corrono tra l'elemento con funzione argomentale, un nome proprio nei due casi (Usa e Maduro) e l'elemento con funzione predicativa, che in una clausola è un nome (attacco e blitz), nell'altra un participio (detto passato, nella corrente terminologia grammaticale: catturato e preso). Della predicazione manifestata da attacco e blitz, Usa è infatti il soggetto: la diatesi della clausola è pertanto attiva (e assoluta, si può aggiungere). Di quella manifestata da catturato e preso, Maduro è l'oggetto diretto: la diatesi della clausola è pertanto media. 
Ne segue che, rispetto ad attacco e a blitz, il nome proprio Usa funge superficialmente da attributo: equivale insomma a un aggettivo (di relazione), per es. statunitense ('attacco', 'blitz statunitense'). E il collegamento, nella brevità 'telegrafica' tipica del titolo di una gazzetta, è ottenuto per giustapposizione con ellissi di un elemento superficiale congiuntivo, come sarebbe una preposizione: '...degli Usa', '...da parte degli Usa'.
Non c'è ellissi invece per l'espressione del collegamento tra i participi catturato o preso e Maduro, garantito compositivamente dall'accordo per numero e genere. E la clausola è nel suo insieme un classico costrutto participiale. 
L'ellissi, caso mai, riguarda la manifestazione del soggetto di questa seconda predicazione, ma non si può dire propriamente che una ellissi ci sia, dal momento che, contestualmente e al di là della esplicitazione delle forme, è chiaro che chi ha 'catturato' o 'preso Maduro' è chi fa da soggetto della prima clausola. Si è insomma di fronte a un classico caso di anafora.
La denotazione - lo si è detto in esordio - non muta e si è pertanto parlato di un buon rapporto parafrastico, tra i due titoli. Varia forse la connotazione. Se catturato e preso si equivalgono (sempre che preso abbia un oggetto diretto per cui è appropriato il tratto [+ umano] o forse e più genericamente [+ animato]), hanno connotazioni sufficientemente diverse attacco e blitz e non soltanto perché il secondo è un prestito, anche se ormai largamente stagionato. 
Di blitz, "rapida operazione militare o di polizia effettuata con estrema precisione e senza preavviso", il primo supplemento del Battaglia dà un'attestazione del 1945, sotto la penna di Vittorini, ma c'è da scommettere che non ne manchino esempi in scritti (giornalistici) che precedono quella data. 
Nel 1942 Migliorini aveva d'altra parte curato di inserire Blitzkrieg tra le parole nuove del suo arricchimento del Panzini: "il nuovo tipo di guerra iniziato dalla Germania (1939, campagna di Polonia)". Ed è appena il caso di notare di passaggio come la storia non lesini la sua feroce ironia al povero lavoro dei lessicografi (e ci sarà allora da preoccuparsi?). 
Ma sta appunto in ciò la differenza connotativa tra blitz e attacco ed è una differenza di aspetto. Diversamente da attacco, neutro o polivalente quanto all'aspetto, blitz è infatti aoristico, verrebbe fatto di dire, estendendo sperimentalmente la categoria grammaticale, di norma riservata al verbo, anche al nome, nel momento in cui esso funge da predicato. Perfettivo è invece l'aspetto della seconda clausola e il participio (catturato o preso), piuttosto che passato, andrebbe appunto qualificato come perfetto, con terminologia più adeguata. 

[E un pensiero alle care memorie di Ripio, di Maurice e di Carol.]