Una parte di te è in ostaggio. È una parte di te: troverà prima o poi il modo di liberarsi.
15 novembre 2014
13 novembre 2014
Cronache dal demo di Colono (27): Il giovane favoloso
Uso accorto di mezzi tecnici e di ripresa, rigida e inclemente autodisciplina dell'interprete principale (costretto, per esigenze del ruolo, a muoversi sulle ginocchia, come se lo facesse sui piedi), scenografia e costumi da Oscar, gran lavoro di regia, senza giungere per questo a essere un capolavoro: è Moulin Rouge, un film di John Huston del 1952. Vi si narra di Henri de Toulouse-Lautrec e la pellicola, di produzione britannica, vanta anche un ruolo minuscolo e di riflesso nella storia della cultura letteraria italiana.
Fu dopo aver visto Moulin Rouge in una sala cinematografica palermitana, appunto nei primi anni Cinquanta del secolo scorso, che a un non meglio precisato professore d'università, impressionato dalla vicenda umana del protagonista e stupefatto dalla relativa narrazione per immagini, venne fatto di chiedere a Giuseppe Tomasi di Lampedusa, incontrando il principe al caffè, se, "lui che sapeva tutto", poteva risolvere il dubbio che gli si era formato nello spirito: un pittore francese come quello che il film presentava era mai realmente esistito o non si trattava piuttosto di un personaggio di pura fantasia?
L'aneddoto meritò d'essere riferito anni dopo da un testimone, il giovane Francesco Orlando, per la sua inopinata e sardonica conclusione. Scrive appunto Orlando che, alla richiesta del professore, Lampedusa replicò imprevedibilmente che, incapace di rispondere su due piedi, avrebbe fatto opportune ricerche, a casa, nella sua fornita biblioteca, promettendo di sciogliere il dubbio del suo interlocutore il giorno seguente. Il giorno seguente lo sciolse, in effetti, ma in modo ancora più inatteso: il film, disse il principe al professore, aveva per protagonista un personaggio fantastico; d'un pittore francese con quel nome e con quei caratteri, fisici e morali, nei suoi libri non aveva infatti trovato traccia. E alla domanda di una spiegazione della sbalorditiva risposta fattagli dai suoi giovani amici presenti aveva in séguito e privatamente opposto la sua massima forse più ferocemente gattopardesca: "Bisogna sempre lasciare gli altri nei propri errori".
Qualche giorno fa, Apollonio è andato a vedere Il giovane favoloso, pellicola recente con cui il regista napoletano Mario Martone ha raccontato la vita di un tal Giacomo Leopardi, che nell'opera figura, "giovane favoloso", appunto, come scrittore e poeta italiano dell'Ottocento.
Dalla sala, Apollonio è uscito divertito: molto spasso gli ha fornito, tra l'altro, la quasi costante espressione da "impunito" del bel ragazzo che vi fa da primattore, quale essa è peraltro testimoniata dall'immagine affiancata. Il film ostenta toni gravi e risentiti, ovviamente. Qui e lì, addirittura, pedanteggia: pare sia destinato, d'altra parte, alle scolaresche, che sono appunto condotte alle sue proiezioni da solerti docenti. Si capisce rapidamente tuttavia che, come parecchia altra produzione nazionale del momento, si tratta di roba messa su alla bell'e meglio, facendo economie non solo sui mezzi materiali (e ciò, naturalmente, è esente da biasimo) ma anche e soprattutto su quelli morali, un dì tradizionalmente larghi nella produzione cinematografica italiana.
Conclusione: nello spirito di Apollonio, dietro il divertimento per lo spettacolo gioiosamente pedestre, è nato un dubbio. Questo tal ed implausibile Giacomo Leopardi, scrittore e poeta di Recanati, di cui narra il film di Martone, è realmente esistito o si tratta d'una figura che, come pare ammettere il titolo dell'opera, è solo di favolistica e forse non ben controllata fantasia?
Apollonio non ha però a disposizione, nei caffè che frequenta, un principe che "sappia tutto" cui rivolgere richiesta d'opportuna illuminazione. L'indirizza così ai suoi cinque lettori, conoscendoli benevoli nei suoi confronti e clementi con le sue manchevolezze. Chissà che non ci sia tra loro un principe o una principessa che, senza saper tutto, ma sapendo certamente abbastanza, possano aiutarlo a sciogliere il dilemma.
12 novembre 2014
Scherza coi santi... (4): Lesto Fante
Minuscola mostruosa creatura: non un ele-Fante.
Doveva peraltro apparire. Si vivono infatti i fasti di un tree-on-Fante fast, diverso dalla rapidità auspicata da Italo Calvino per l'allora atteso nuovo millennio.
Sortita editoriale in-Fante o for-Fante, ci si chiede. Importa saperlo? Non è un Oli-Fante, ma lapsus o no, parla: pleonastico I-ero-Fante (leggasi: ahi...).
Doveva peraltro apparire. Si vivono infatti i fasti di un tree-on-Fante fast, diverso dalla rapidità auspicata da Italo Calvino per l'allora atteso nuovo millennio.
Sortita editoriale in-Fante o for-Fante, ci si chiede. Importa saperlo? Non è un Oli-Fante, ma lapsus o no, parla: pleonastico I-ero-Fante (leggasi: ahi...).
E del resto, i mutamenti, prima o poi, producono i loro emblemi, che sono come fichi maturi.
Insomma, sic! O Fante.
[Piccola chiosa del giorno dopo: del fatto cui allude il frustolo si trova qui notizia: dalla sua Citera, Apollonio l'ha ieri supposto noto ai suoi cinque lettori; si fosse sbagliato, ne chiede venia.]
Insomma, sic! O Fante.
[Piccola chiosa del giorno dopo: del fatto cui allude il frustolo si trova qui notizia: dalla sua Citera, Apollonio l'ha ieri supposto noto ai suoi cinque lettori; si fosse sbagliato, ne chiede venia.]
4 novembre 2014
A frusto a frusto (88)
Ci sono epoche, come forse è la presente, che chiedono a chi scrive una prova d'amore paradossale: dare quanto a esse la sparuta testimonianza che non tutti vi si sono bevuti il cervello.
29 ottobre 2014
Linguistica candida (19): "Système" e "Erlebnis"
Poco meno di tre minuti: ecco quanto tempo Apollonio concede qui alla viva parola del suo alter ego. Lo fa perché vi si tratteggia la combinazione d'un punto di vista e d'una disposizione di spirito che gli stanno a cuore. Non sa da quando egli faccia pratica e goda del loro connubio. Direbbe da quando ha cominciato, esprimendosi, a pensare all'espressione. La consapevolezza gli si è maturata lentamente, tuttavia. O forse anche questa è solo un'impressione: lì è sempre stato e, per giunta, consapevole, nei rari momenti in cui non sonnecchiava; ciò che gli ha fatto, gli fa e gli farà difetto è magari solo la memoria e il processo (e l'apparente progresso) è solo un risveglio periodico e immemore delle veglie precedenti.
L'occasione o, forse, il pretesto di esprimersi in proposito, per l'alter ego, un convegno, a Siena qualche giorno fa. Le vie del piacere umano non sono certo infinite (del resto, non lo sono nemmeno quelle dell'umana espressione) ma possono aprirsi inattese, soggette, come quelle del dolore, all'inflessibile tirannide del caso.
19 ottobre 2014
Linguistica candida (18): Chomsky, ricorsivamente
Un Nobel per la linguistica non c'è e, quanto a quello per la medicina, si dovrebbe attendere ancora l'esito di qualche TAC. C'è il rischio che si faccia tardi. Di chimica e di fisica, non è il caso di parlare: lì, come si può, si pretende di fare sul serio, mentre il cosiddetto Nobel per l'economia è, come si sa, un'autentica patacca.
Restano il Nobel per la letteratura e quello per la pace. Il giovanotto, cui - ed è grande qualità - le ambizioni non hanno mai fatto difetto, com'è suo costume, sta alacremente lavorando al secondo, inconsapevole di essere già meritevole del primo.
18 ottobre 2014
Lingua nostra (6): "serpeggiare"
Serpeggiare, dichiara uno sbarbatello o una pupetta, a séguito d'opportuna domanda, significa 'spettegolare, parlare male di qualcuno alle sue spalle'. Commovente.
Invece, la testimonianza dell'exploit, accolta tra l'indignazione e l'irrisione, completerebbe il quadro d'una desolazione, per chi la riferisce. Scenario, la grande sala in cui si svolge un convegno sulla didattica dell'italiano. Al fondo, l'alter ego di Apollonio ha fin lì sonnecchiato: gli si perdonerà l'incertezza sul dettaglio del genere.
Del resto, sono le tre del pomeriggio. Solite geremiadi e soliti numeri percentuali: per una relazione pomeridiana, roba contro la quale s'infrange inane l'onda d'urto di qualsiasi caffè.
Il poveruomo ne sente poi dire da quaranta anni: era acerbo, è maturato e sta adesso avvizzendo. È progressivamente cambiata solo la luce sotto la quale il canovaccio va in scena. Una luce radente. Un dì, era il sole dell'avvenire. Oggi sono i raggi di un tramonto. E nel tramonto, ciò che poteva parere, or sono numerosi decenni, un ordito progressista prende i riflessi sinistri della lagna reazionaria: tutto va appunto in sfacelo.
No, narra ad Apollonio di aver pensato l'alter ego, riscosso da quel serpeggiare. C'è vita, nella lingua. E una vita vivace di lunghissima durata. L'-izo dei tempi lontani di Tucidide e di Demostene, trapiantato or sono due millenni nell'espressione di chi parlava latino (senza farlo, ovviamente, come scriveva il latino Cicerone), ha messo radici nella testa di quello sbarbatello o di quella pupetta con iPhone e getta polloni nell'italiano del ventunesimo secolo.
Polloni abusivi, si dirà. Appunto: quindi ancora più apprezzabili e gustosi, non foss'altro perché scandalizzano sul principio quei benparlanti che, la cosa avesse successo, correrebbero subito a sposarne l'indiscutibile fondatezza.
Se, dunque, chi si comporta da birbone birboneggia, chi da bambino bambineggia, chi, per figura, da asino asineggia, perché mai oggi chi si comporta, di nuovo per figura, da serpe non dovrebbe serpeggiare?
E, si dica il vero, non è comportarsi da serpe andare in giro a spettegolare della compagnuccia di scuola, tagliandole addosso i panni, magari profittando dell'immorale vantaggio di essere stato o stata partecipe dei suoi piccoli segreti? Se ciò non è serpeggiare, cosa lo sarà meglio mai?
Il serpeggiare che c'è già? Primo, tanto antico non è: cinque secoli. Troppo poco per accampare diritti di esclusività. Secondo, anch'esso è foggiato per figura: sui modi fisici della serpe. Il nuovo estende la figura a una figura dello spirito: se non è poesia, insomma, poco ci manca. E anche quando sembra che tutto vada in sfacelo, il o la parlante più scavezzacollo che ci sia, con le sue sortite, è buona compagnia per il linguista: gli tiene caldo il cuore, viva la testa, lo spirito lieto.
15 ottobre 2014
Cronache dal demo di Colono (26), Lingua loro (33), Lingua nostra (5): "Bomba d'acqua" e "torrente"
Torrente. "Corso d'acqua, in part. montano, caratterizzato da portata irregolare con alternanza di periodi di secca e di piene violente in relazione alle precipitazioni atmosferiche; scorre a forte pendenza, in genere incassato strettamente fra gole e interrotto talora da salti e cascate".
Torrentizio. "...Traboccante, irruente...".
Torrentóso. "Letter. Irruente, impulsivo".
Torrenziale. "Che cade copiosamente e impetuosamente".
Torrenzialmente. "Con grande impeto e violenza".
E Riccardo Bacchelli: "Mio padre... vedeva da quei laghi imbrigliate, corrette, regolate le acque pazze e torrentizie e perniciose dell'Appennino". E, sotto cieli diversi, anche Apollonio riceveva dal padre - certo in tempi più recenti ma sempre lontani, ormai - ammonimenti a essere guardingo coi torrenti e, non appena si faceva autunno, a tenersene lontano durante le passeggiate, a non credere alla loro invitante e facile percorribilità. Lui, che di etimologia non sapeva un'acca, dal momento che non sapeva nemmeno cosa fosse un etimo, invitava insomma il bambino, per via di una Erlebnis dagli evidenti riflessi linguistici, a tenere presente che un torrente, da 'corso d'acqua che si dissecca', può evolversi verso 'corso d'acqua impetuoso'. E può farlo senza preavviso.
Apollonio si chiede di conseguenza se il pretesto fornito dal neologismo bomba d'acqua, oggidì d'uso torrenziale, non stia contribuendo a erodere quanto ancora resta di una consapevolezza un tempo diffusa e testimoniata, come si vede, dal lessico.
Se ne va così anche il ricordo d'una millenaria cautela negli insediamenti, imposta da un territorio morfologicamente complesso e quindi, se umanizzato (come è, in effetti, e intensamente), bisognoso delle cure di molti (se non di ciascuno). Un territorio reso più complesso, oggi, dall'ineluttabile abbandono di chi vuol giustamente vivere tra gli agi urbani ma pretende che le alture cui ha volto le spalle, lasciate a se medesime, non lo seguano e non vengano giù, per un qualsivoglia, violento capriccio meteorologico, secondo un identico percorso torrentizio.
Sono insomma le terre e le acque ripudiate dagli Italiani che, di tanto in tanto, si presentano a chiedere loro conto del tradimento (linguistico).
Sono insomma le terre e le acque ripudiate dagli Italiani che, di tanto in tanto, si presentano a chiedere loro conto del tradimento (linguistico).
11 ottobre 2014
Sommessi commenti sul Moderno (13): Intellettuali e fenomeni culturali di massa
E viene sempre il momento in cui l'intellettuale storna sulla moltitudine nei cui comportamenti vede riflessa, per fedele parodia, la sua immagine lo spregio inconfessato che non può non nutrire per se stesso.
10 ottobre 2014
Scherza coi santi... (3): Italo e Galileo
"Il più grande scrittore della letteratura italiana d'ogni secolo": era il 1967. Italo se ne uscì così, a proposito di Galileo, la vigilia di Natale sul Corriere della Sera. Lo pensava, certo, ma come non pensare che pensasse di fare rumore, con la sortita.
E fece rumore, tanto che quasi subito gli fu chiesto (come certo s'attendeva) di tornarci su, per spiegarsi, rispondendo alle osservazioni. Lo fece con larghezza di argomenti. Del resto, testimonianza della sua predilezione per Galileo si trova, come si sa, fino alle sue carte estreme.
Se Apollonio non s'inganna, non ci fu nessuno però che obiettasse a Italo che il guasto della sua affermazione stava nel metodo più che nel merito. Galileo non è il più grande scrittore della letteratura italiana d'ogni secolo. E non lo è non perché non sia un grande, un grandissimo scrittore, ma perché il più grande scrittore, non solo della letteratura italiana ma di qualsiasi letteratura, semplicemente non c'è. E se pare esserci, c'è, tutte le volte che appare, come un feticcio: il feticcio linguistico "il più grande...". Ci si rende quindi colpevoli d'un imbroglio a mettere in giro tale feticcio. Bene che vada, ci si comporta da comizianti o da imbonitori.
Per Italo, insomma, sempre così attento con le parole, un vero e proprio lapsus. Rivelatore della circostanza che, puoi anche chiamarti un giorno Qfwfq o Palomar, puoi volteggiare leggero tra città invisibili, castelli dei destini incrociati e infiniti incassi di intrecci narrativi, ma la nebulosa pesantezza della propaganda in cui t'è capitato di emettere i primi vagiti intellettuali, basta tu perda per un attimo il controllo della lingua, che è ciò che dà forma ai tuoi pensieri e quindi dà a essi espressione, succede che torni.
[Sul tema, nel gennaio del 2011 e nel settembre dello stesso anno.]
[Sul tema, nel gennaio del 2011 e nel settembre dello stesso anno.]
8 ottobre 2014
Come cambiano le lingue (9): "A me preoccupa..."
"A me preoccupa la disoccupazione, non l'opposizione": per l'ormai stagionata innovazione sintattica, cresciuta sul principio sottotraccia e ormai giunta, come si osservava qualche mese fa, ai vertici dell'espressione scritta italiana, stasera una nuova consacrazione.
Portata a Citera e alle orecchie di Apollonio da onde radiofoniche, conteneva la frase qui posta in esordio una dichiarazione (con forte incidenza della funzione poetica, avrebbe detto Roman Jakobson) del giovane Presidente del Consiglio dei ministri italiano, ineccepibile cavaliere degli andazzi, a quanto pare, anche in questo dettaglio irrisorio ("tout se tient").
Ghiotta materia tuttavia per cruscheggiare, con accenti estremistici o moderati, che i cruscheggiatori di professione, per interesse o per diletto, non dovrebbero lasciarsi sfuggire (Apollonio l'affida infatti alle loro cure) e che, da parte dell'opposizione - altrimenti a rischio di disoccupazione -, meriterebbe almeno un'interrogazione parlamentare da rivolgere al Ministro dell'Istruzione e volta a fare definitivamente chiarire dall'autorevole esponente del Governo (per fortunata coincidenza, nell'occasione una glottologa) se, alla luce delle vigenti norme grammaticali, un'espressione del genere vada ritenuta corretta nelle sedi ufficiali ed istituzionali o se per essa sia da prevedere una deroga.
6 ottobre 2014
Lingua nel pallone (5): "Dormita"
Nel mondo, quasi tutto è apparenza e, se c'è una cosa che appare, è appunto un gol. Alla visione del gol, spesso iterata e proposta da ogni angolazione fino al disgusto, si riduce ormai il godimento effimero, si direbbe aoristico più che perfettivo, dei cosiddetti appassionati del gioco del calcio. La durata, l'aspetto imperfettivo dell'attività agonistica - trasparente per chi si interroga criticamente sul valore di gioco e del prestito sport - non è roba per il presente, dove tutto è un accadimento frammentario, misurato in centimetri (o in caratteri) e privo d'una coerenza narrativa: collocato - eventualmente - nelle prospettive fantastiche, al meglio immaginarie ma forse ridicolmente e solo oniriche, delle storie interminabili, delle predestinazioni, dei complotti.
Fu, sotto altro clima, Gianni Brera a teorizzare - se Apollonio non s'inganna - che il gioco del calcio avesse come prova di una partita ben giocata, se non perfetta, uno zero a zero: valesse insomma più per il gustoso e lento percorso che per i suoi eventuali esiti. E fu di nuovo Brera ad affermare che, a fondamento della realizzazione di un gol, eventualmente propiziato da una prodezza, ci fosse sempre un errore.
Prospettiva umanissima, a pensarci bene, e che oggi si dovrebbe correre ad abbracciare, se i presenti fossero tempi di vera ed esperiente pratica di quanto a ogni angolo si predica: moderazione, rispetto, minimo impatto e così via.
Non altro merito infatti è da tenere nel conto degli umani, fatta la tara della fortuna, del provare a non demeritare troppo di esserci: sul campo, naturalmente.
Nell'espressione di chi raccontava il calcio o di chi, a qualsiasi titolo, ne parlava, provvido o improvvido che sia, l'errore che genera l'exploit aveva un dì parecchie designazioni: lo si diceva distrazione, disattenzione, sbadataggine, svista, sbaglio, abbaglio, topica, toppata, granchio e così via.
Oggi, su tutte, prevale dormita, un'innovazione, come designazione ovviamente figurata: il chiasso è tale, sugli spalti, da escludere ogni valore letterale all'espressione, quanto ai protagonisti in campo. Apollonio confessa invece che di dormite - quando assiste, da lontano, a una partita - gli è capitato di farne qualcuna (ed è forse la circostanza cui va messo in conto questo frustolo).
Il dormita specialistico entrato nel lessico sportivo (ipotizza Apollonio, nell'ultimo lustro: ancora una volta e opportunamente, nessuna registrazione lessicografica) prende ragionevolmente origine da discorsi condotti su registri bassi e colloquiali: quelli nei quali si può apostrofare con un "Che fai, dormi?" un qualche sottoposto (in casi come questi, come si sa, di correttezza politica, quanto al genere, si può fare a meno) giudicato colpevole di uno sbaglio, nell'applicazione di una procedura.
Se capita così che un attaccante faccia un gol, è perché un difensore "s'è fatto una dormita". E "la dormita" - che succede sia "gigantesca", oltre che "inspiegabile" - può riguardare, se è il caso, un intero reparto: naturalmente, quello delegato alla "fase difensiva".
Del resto, sempre più la figura di chi gioca a calcio è associata a quella di un addetto a procedure standardizzate che hanno appunto "fasi"; ma, di ciò, anche per l'interesse sintattico della questione, Apollonio parlerà forse un'altra volta.
Gli basta, qui, d'avere scovato tra le pieghe di espressioni correnti alimento sistematico a una scusa (improbabile) per non ammettere che, delle sue già menzionate dormite, responsabile è soprattutto - e tristemente - l'età.
5 ottobre 2014
4 ottobre 2014
Cose (1): Bottiglie a suzione
Bere per suzione da una bottiglia, come fosse un capezzolo: segno lampante, per spiriti e corpi, di un'epoca d'infantilismi persistenti, di precocissimi rimbambimenti.
2 ottobre 2014
Linguistica da strapazzo (33): "La corazzata non decolla"
"...la corazzata non decolla" occhieggia da una pagina di un giornale squadernato una fila più in là. Apollonio attende il suo aereo, come del resto chi sta leggendo quel quotidiano di provincia. È il mattino d'un lunedì: il titolo marca un articolo che ha per tema un incontro calcistico delle serie minori. Insomma, cronaca così minuta, contesto così locale, argomento così futile che ci vuole la faccia tosta di Apollonio (o la sua stordita fatuità) per proporlo ai suoi lettori (frattanto tornati due) come esemplare, sotto qualsivoglia rispetto. Eppure...
Quando ricorre nel discorso italiano d'oggidì, corazzata lo fa in virtù di codificata metafora. Della nave da guerra che fu simbolo dell'epoca in cui l'Europa si fece letteralmente d'acciaio e scorrazzò per il mondo, con la sua ambiguità sovente nefanda e prima di rivolgere la sua rabbia verso se medesima, parlano forse solo i libri di storia e i documentari televisivi. Certo, non lo fanno i giornali: nelle pagine dedicate allo sport, poi. Infatti, una corazzata è oggi, d'elezione, una squadra di atleti messa insieme, di norma con larghezza di mezzi economici, per raggiungere i massimi risultati nelle competizioni sportive, inaffondabile e funesta per gli avversari come si presumeva lo fosse, nella guerra per mare, una corazzata. C'è bisogno d'altro indizio per intendere quanto quell'Europa d'acciaio si sia frattanto fatta molle? C'è chi dice appunto "liquida".
Del valore ludico-sportivo di corazzata (ragionevolmente, il prevalente nell'uso), i dizionari non registrano ancora l'esistenza, neanche i più spregiudicati e aperti. Del resto, cosa ci si vuol fare? In un dizionario, non c'è parola che non indossi la marsina e la marsina di corazzata è, a quanto pare, solo quella lisa e, nell'uso, quasi perenta che l'incasella nel lessico bellico marinaro.
Certo che, a partire da lì, (nave) corazzata di acque deve averne percorse, allontanandosi dal bacino in cui, come parola, fu varata. Acque che devono averne spento il fuoco metaforico che, gonfiatala come un pallone, l'ha fatta volare verso la prosa ornata dei cronisti sportivi.
Oggi, in barba a ogni "restrizione di selezione" a un titolista di provincia viene infatti spontaneamente in mente di associare sintagmaticamente corazzata, nome di un processo più che di una cosa, a decolla, predicato con un valore a sua volta metaforico. Roba da poeti laureati o da fini accademici: su quattro parole, spente o accese, due metafore, ma solo due solo perché le altre sono la e non.
A essere precisi, peraltro, con decolla s'è ancora più avanti. S'è in effetti al livello della metafora d'una metafora. La basica fu acquisita all'italiano per via di prestito dal francese (decollare, l'italiano, ne aveva già un altro; per chiarimenti, chiedere di Salome).
'Scollare', dunque, per 'staccarsi da terra' (come fase incoativa dello stato cui è destinato un velivolo, certo, non un natante), passato, come si sa, al valore universale di 'avviarsi verso un felice sviluppo'. Ha decollato, questo frustolo? C'è da dubitarne. Del resto non è nemmeno una corazzata. Quindi, cosa importa?
L'importante è che, oggi, per l'occasione, "la corazzata non decolla": oggettivamente. E che, soggettivamente, per la medesima occasione, seduto sulla ferrea poltroncina d'un aeroporto, in attesa di un decollo, un anziano buonuomo - sguardo ilare e perso nel vuoto - sorride. Di se stesso.
30 settembre 2014
Indirizzi di metodo, per giovani che non ne necessitano (15)
Consapevoli di volare tra correnti di certezze assolutamente relative e d'incertezze relativamente assolute.
20 settembre 2014
Scherza coi santi... (2): Giacomo e Alessandro
Giacomo voleva essere preso sul serio e non lo fu. Alessandro voleva essere preso sul serio e lo fu. Ad ambedue mancò lo spirito per capire che si trattava, rispettivamente, di buona e di cattiva sorte. Limite condiviso e forse tratto culturale profondo: un tale spirito continua infatti a mancare, con poche eccezioni, ai dotti della nazione nella cui lingua Giacomo e Alessandro opinarono, con diverse fortune, di farsi prendere sul serio.
19 settembre 2014
Come cambiano le lingue (8): "usiamola, la parola abusata"
"...ma sì, usiamola, la parola abusata. Questa trasmissione è la metafora dell'Italia, è la metafora di noi stessi...": se si ha la pazienza di attendere un paio di minuti (annuncio pubblicitario incluso: Apollonio se ne scusa; gli è mancata la voglia di armeggiare per fornire ai suoi lettori solo il succo) negli ultimi secondi di questo breve video, un parlante cólto (e, sullo specifico tema, qui già còlto sul fatto) mostra di avere consapevolezza di lasciarsi andare a un abuso.
È questa la condizione, paradossalmente permanente, del mutamento linguistico, almeno (ma forse non solo) nella sua fattispecie lessicale: alle parole, quando le si fa muovere, si fa ineluttabilmente violenza e la lingua che cambia, comunque ci si voglia atteggiare quando se ne cavalca o se ne segue il cambiamento, "non è un pranzo di gala".
26 agosto 2014
Sommessi commenti sul Moderno (12): Ideologie
Inventare, per via d'ideologia, false eguaglianze tra gli esseri umani fu tragica parodia dei valori universali quanto lo è oggi di quelli individuali giustificare, sempre per via d'ideologia, diseguaglianze vere.
"Si sceccu"...
dice un ragazzo a un suo coetaneo, con altri in capannello. Apollonio si trova a passare per caso da lì e l'espressione giunge al suo orecchio. Non la sentiva da anni e - complice un'età ormai pericolosa per i sentimenti (ma non solo) - s'intenerisce.
Era il più comune insulto nella comunità linguistica della sua infanzia. E l'asino, del resto, era nella medesima comunità tra gli animali più comuni.
Vi circolavano più asini che cani, infatti. E nel dilagare progressivo e ormai incontrollabile del cane, tra le bestie di cui si circondano gli umani, e nella prima lenta e adesso verticale scomparsa dell'asino, c'è forse più d'un dato socio-economico, peraltro banale e trasparente. Ci sono, riconoscibili a chi ha occhi per vedere, i tratti d'una antropologia e d'una deriva culturale, che ha tra i suoi caratteri un innalzamento del livello generale dell'arroganza e di una stupidità supponente.
"Si sceccu" era e resta insulto affettuoso: un'alterità, quella dello sceccu, al tempo stesso irriducibile e solidale, quando trasferita, per figura, a un umano. Una non-umanità umanissima, del resto, come è appunto la stupidità che Musil avrebbe definito "luminosa": quella di tutti, la condivisa, l'egualitaria, che meglio si manifesta in purezza, tuttavia, nei destinati dal tocco del dio.
21 agosto 2014
Vocabol'aria (12): "Col cappello in mano"
Posto com'è in posizione preminente, il cappello, nel caso specifico, maschile, era un dì un capo d'abbigliamento cui s'affidava un'immediata segnalazione di molte differenze umane, tra cui, certo, le sociali e, eventualmente, la loro ironica parodia. A differenza di quella della lingua, la sintassi del vestirsi muta tuttavia con una certa rapidità, almeno nei suoi aspetti superficiali, e basta l'ideale confronto dell'istantanea che segue con la panoramica d'una folla odierna comparabile per intendere come la fortuna di cui gode oggi il cappello è molto modesta se paragonata a quella di cui godeva in tale non troppo lontano passato.
Fuori di strette esigenze o di costrizioni, andare a capo scoperto è oggi la norma come lo era, fino a non molti decenni or sono, indossare un cappello, mettendo di conseguenza in atto tutte le procedure codificate che tale condizione portava con sé, prima fra tutte, nei casi opportuni, lo scappellarsi.
La scarsa fortuna del cappello in quanto oggetto del mondo non incide troppo tuttavia su quella delle espressioni che lo designano. Perdoneranno Apollonio i suoi amichevoli lettori se insiste sul futile tema, ma è il suo proprio e il ripetersi è tipico di chi, come lui, ha passato da un pezzo l'età sinodale.
I nomi delle cose, anche di cose materiali come un cappello, son cose molto diverse dalle cose che designano e l'universo in cui i nomi prosperano è fatto a modo suo né, in proposito, l'eventuale conoscenza del mondo delle cose ci dice tutto (e forse neppure molto; e il poco che ci dice, ce lo dice per giunta male).
Quell'universo - che è poi la lingua - può parere bizzarro ma è l'umano per eccellenza, solo che, come esseri umani gettati e persi, da sempre, tra le cose, se ne è quasi ignari. E certo deve esser meglio così se, con la consapevolezza della lingua, è da tempo immemorabile che va come va né ci son segni di miglioramento.
Niente va meglio, infatti, di ciò che, malgrado ci si sforzi, non migliora.
Capita così che, quando è raro si veda qualcuno scappellarsi, presentarsi (o non presentarsi) da qualcuno col cappello in mano sia divenuta espressione corrente d'una lingua speciale, quella della politica e della relativa comunicazione, che - oggi molto più di ieri, almeno a detta degli specialisti - ha dalla sua l'immediatezza espressiva e la popolare trasparenza delle figure.
Vale come accusa agli avversari politici, nell'uso positivo, perché, in faccia a un interlocutore, terrebbero un remissivo atteggiamento di sottomissione. Vale più spesso come autoelogio, nell'uso negativo, per l'esibito rifiuto, rispetto a quell'interlocutore, di una condizione di subalternità.
Poi, però, succede che chi così si elogia dica, a implicita conferma di un rapporto ineluttabilmente diseguale, che è l'aver fatto i compiti a casa ad autorizzarne l'attitudine di fierezza. La svela così come soltanto immaginaria (se non presunta) e, magari senza volerlo, lascia intendere che se, in faccia a quell'interlocutore, è appunto andato senza il cappello in mano è solo perché un dignitoso cappello, uno qualsivoglia, anche da monello o da comico omino fuori delle regole, non lo possiede.
12 agosto 2014
Trucioli di critica linguistica (13): "...come un tradimento"
Tra gli internati del campo di Fossoli, "il mattino del 21 [febbraio 1944] si seppe che l'indomani gli ebrei sarebbero partiti. Tutti: nessuna eccezione". In Se questo è un uomo, è implacabilmente cadenzato da passati remoti il racconto delle ultime ore che precedettero quella partenza. Lo è del resto anche il successivo racconto del viaggio che destinò al Lager Primo Levi, in compagnia di altri seicentocinquanta "pezzi".
Nel resoconto di quel 21 febbraio e delle prime ore del giorno successivo, i piloni che reggono l'impianto del testo sono i passati remoti. Tra essi si distendono brevi arcate narrative di forme imperfettive e arcate morali, altrettanto brevi, di un presente atemporale. Eccone un'esemplificazione di massima: "l'annuncio della deportazione trovò gli animi impreparati [...] Soltanto una minoranza di ingenui e di illusi si ostinò nella speranza [...] Nei riguardi dei condannati a morte, la tradizione prescrive un austero cerimoniale, atto a mettere in evidenza come ogni passione e ogni collera siano ormai spente [...] Si evita perciò al condannato ogni cura estranea [...] Ma a noi questo non fu concesso [...] Il commissario italiano dispose dunque che tutti i servizi continuassero a funzionare [...] Ma ai bambini quella sera non fu assegnato compito [...] E venne la notte, e fu una notte tale, che si conobbe che occhi umani non avrebbero dovuto assistervi e sopravvivere. Tutti sentirono questo: nessuno dei guardiani [...] ebbe animo di venire a vedere [...] Ognuno si congedò dalla vita nel modo che più gli si addiceva. Alcuni pregarono, altri bevvero oltre misura, altri si inebriarono di nefanda ultima passione. Ma le madri vegliarono a preparare con dolce cura il cibo per il viaggio, e lavarono i bambini, e fecero i bagagli [...] Nella baracca 6 abitava il vecchio Gattegno, con la moglie e i molti figli e i nipoti e i generi e le nuore operose [...] Noi sostammo numerosi davanti alla loro porta, e ci discese nell'anima, nuovo per noi, il dolore antico del popolo che non ha terra [...] L'alba ci colse come un tradimento; come se il nuovo sole si associasse agli uomini nella deliberazione di distruggerci".
Nel resoconto di quel 21 febbraio e delle prime ore del giorno successivo, i piloni che reggono l'impianto del testo sono i passati remoti. Tra essi si distendono brevi arcate narrative di forme imperfettive e arcate morali, altrettanto brevi, di un presente atemporale. Eccone un'esemplificazione di massima: "l'annuncio della deportazione trovò gli animi impreparati [...] Soltanto una minoranza di ingenui e di illusi si ostinò nella speranza [...] Nei riguardi dei condannati a morte, la tradizione prescrive un austero cerimoniale, atto a mettere in evidenza come ogni passione e ogni collera siano ormai spente [...] Si evita perciò al condannato ogni cura estranea [...] Ma a noi questo non fu concesso [...] Il commissario italiano dispose dunque che tutti i servizi continuassero a funzionare [...] Ma ai bambini quella sera non fu assegnato compito [...] E venne la notte, e fu una notte tale, che si conobbe che occhi umani non avrebbero dovuto assistervi e sopravvivere. Tutti sentirono questo: nessuno dei guardiani [...] ebbe animo di venire a vedere [...] Ognuno si congedò dalla vita nel modo che più gli si addiceva. Alcuni pregarono, altri bevvero oltre misura, altri si inebriarono di nefanda ultima passione. Ma le madri vegliarono a preparare con dolce cura il cibo per il viaggio, e lavarono i bambini, e fecero i bagagli [...] Nella baracca 6 abitava il vecchio Gattegno, con la moglie e i molti figli e i nipoti e i generi e le nuore operose [...] Noi sostammo numerosi davanti alla loro porta, e ci discese nell'anima, nuovo per noi, il dolore antico del popolo che non ha terra [...] L'alba ci colse come un tradimento; come se il nuovo sole si associasse agli uomini nella deliberazione di distruggerci".
"Come un tradimento": alle tre parole si è accordata un'enfasi (che, naturalmente, è assente nel romanzo) perché esse si presentano superficialmente identiche in un lacerto manzoniano e la circostanza non è sfuggita a chi, pensando di penetrare così nel quid dell'espressione letteraria, va a caccia delle perline di supposti rapporti intertestuali e s'incanta, abbagliato, quando gli capita di trovarsene davanti una che luccica.
Dove ricorre "come un tradimento" nei Promessi sposi? L'innominato si prepara a ricevere nel suo castello Lucia, che ha fatto rapire dai suoi bravi. È già preda d'una qualche imprecisata agitazione, come prodromo narrativo di una vicenda che avrà dopo poco il suo provvidenziale scioglimento, come si sa. Infatti, "Da un'alta finestra del suo castellaccio guatava egli da qualche tempo verso uno sbocco della valle; ed ecco la carrozza apparire, e venire innanzi lentamente [...] - Vi sarà ella? - pensò tosto: e continuava a dire tra sé: - che noia mi dà costei! Liberiamcene.
E si disponeva a domandare uno scherano, e a spedirlo subito incontro alla carrozza, ad ordinare al Nibbio che desse di volta, e conducesse colei al palazzo di don Rodrigo. Ma un no imperioso che risonò di subito nella sua mente, fece svanire quel disegno. Vessato però dal bisogno di ordinar qualcosa, riuscendogli intollerabile l'aspettare oziosamente quella carrozza che veniva innanzi a passo a passo, come un tradimento, che so io?, come un castigo, fece chiamare una sua vecchia".
Dove ricorre "come un tradimento" nei Promessi sposi? L'innominato si prepara a ricevere nel suo castello Lucia, che ha fatto rapire dai suoi bravi. È già preda d'una qualche imprecisata agitazione, come prodromo narrativo di una vicenda che avrà dopo poco il suo provvidenziale scioglimento, come si sa. Infatti, "Da un'alta finestra del suo castellaccio guatava egli da qualche tempo verso uno sbocco della valle; ed ecco la carrozza apparire, e venire innanzi lentamente [...] - Vi sarà ella? - pensò tosto: e continuava a dire tra sé: - che noia mi dà costei! Liberiamcene.
E si disponeva a domandare uno scherano, e a spedirlo subito incontro alla carrozza, ad ordinare al Nibbio che desse di volta, e conducesse colei al palazzo di don Rodrigo. Ma un no imperioso che risonò di subito nella sua mente, fece svanire quel disegno. Vessato però dal bisogno di ordinar qualcosa, riuscendogli intollerabile l'aspettare oziosamente quella carrozza che veniva innanzi a passo a passo, come un tradimento, che so io?, come un castigo, fece chiamare una sua vecchia".
Manzoni in Levi, è stato detto allora da chi, specialista, s'è fatto un merito della scoperta. Sarà certamente così e Apollonio non s'azzarda a metterlo in dubbio. Come sanno i suoi fedeli lettori, più che ai valori assoluti delle forme (e delle forme delle parole, in particolare), egli presta però fede ai valori funzionali: ogni espressione - ritiene - li riceve, precisi, nel sistema in cui ricorre e che contribuisce a creare. E - Apollonio non può trattenersi dal dirlo - la coincidenza di Levi con Manzoni, a proposito di quel "come un tradimento", gli pare puramente formale: un superficiale accidente. Per l'espressione in questione, infatti, non si potrebbero immaginare due contesti più diversi, quanto a dipendenze sistematiche, che sono poi quelle che determinano il senso di ciò che si scrive (e si dice).
Anzitutto e dal punto di vista tematico, in Manzoni è il vessatore che, per figura, prospetta qualcosa, nel suo animo, come un tradimento: il lento avanzare della carrozza. Come un tradimento o, si premura di precisare il narratore, "come un castigo". Il tradimento è del resto nel contesto di un misfatto che egli ha compiuto e che si prepara a perfezionare. Tutto ciò, inoltre, in rapporto a un esperiente - l'innominato, appunto - di numero (e non soltanto di numero) singolare: un singolare intimo, risentito, personale.
Nel testo di Levi, sono invece gli innocenti a sentirsi traditi dall'alba e il tradimento non è per figura. L'alba è infatti quel trascorrere dalla notte al giorno che è comunemente associato a un auspicio fausto e a una speranza. In ciò essa tradisce. E a tale sentire non spetta un esperiente singolare. Si sentono e sono traditi dall'alba del giorno della deportazione, tutti insieme, gli ebrei del campo, senza eccezione alcuna: agnelli che in gregge non vanno al castigo ma, senza spiegazione, verso il mattatoio.
Poi, ben più in profondo di qualsiasi fatto tematico, a fare differenze di sistema, tra i due testi, sono le cadenze e i ritmi delle loro composizioni.
Il "tradimento" cui, nella prosa manzoniana, pensa l'innominato avanza lento e in una prospettiva imperfettiva. Passo dopo passo, come la carrozza che porta e nasconde Lucia. L'innominato lo osserva da lontano. E in modo vago e imprecisato esso si insinua - come un sentimento - nell'animo del personaggio, il cui travaglio si prepara.
Tra gli internati di Fossoli destinati al viaggio e impreparati al loro destino, il sentimento del "tradimento" esplode invece in modo puntuale, come è puntuale il sorgere del sole nell'alba. E il "tradimento" dell'alba è chiaro come la luce. Determinatissimo. Marcato, come si è detto, dall'ineluttabilità del passato remoto: tra le forme verbali, la massimamente definita, dal punto di vista aspettuale.
Parole eguali per forma, in sistemi correlativi diversi, sono parole diverse. Diversamente, le narrazioni e la loro bella libertà (pronta a divenire imbroglio, come si sa) andrebbero a remengo. E così non è. Né nel caso di Manzoni né in quello di Levi, cui sarà forse capitato di avere nell'orecchio le tre parole di Manzoni (appunto, sarà!) ma senza che ciò voglia dire altro.
7 agosto 2014
Lingua loro (32): "mozzafiato"
La relativa voce del Grande dizionario della lingua italiana non ne contiene attestazioni. Siamo nel 1981 - anno d'uscita del volume che la contiene - ed è un modo per dire che la parola esiste ma che, in linea di principio, nello sterminato corpus letterario sul quale la redazione ha lavorato essa non compare.
Il recente Grande dizionario italiano dell'uso, che non è un tesauro ma si lancia regolarmente nelle datazioni (per la gioia dei retrodatatori, curiosa ma simpatica specie di amatori del lessico), dice 1963.
Apollonio non ha voglia di far controlli. La data è del resto sospetta e loquace. La si trova spesso nei dizionari, quando si tratta di parole un dì nuove: nuove, insomma, quando Apollonio era un moccioso.
Con un'indicazione del genere e senza l'indicazione d'una attestazione, c'è da scommettere che il genitore lessicografico di mozzafiato sia il solito Bruno Migliorini, nella sua appendice alla decima edizione, del 1963 appunto, del glorioso Dizionario moderno di Alfredo Panzini.
Erano gli anni della prima crisi del Centrosinistra e dell'appannarsi del cosiddetto Boom (quando l'Italia giocava a far la Corea, del Sud, naturalmente, pur albergando nel suo cuore una Corea del Nord: il miracolo italiano, in altre parole).
Mozzafiato, ricorda Apollonio, che c'era, era "una pellicola". Fuor di ciò, praticamente niente altro. Lessico da Vice, l'ubiquo, precario critico cinematografico che percorreva, a sera, le sale secondarie dell'intera nazione (con che mezzi, non si sa) perché capace di pubblicare in contemporanea i suoi pezzi, e pezzi diversi per film diversi, si badi bene, tanto sull'"Eco di Bergamo" quanto sulla "Sicilia" di Catania.
Glielo avessero detto, al buon Vice, che mozzafiato sarebbe diventato ciò che frattanto è diventato, non ci avrebbe creduto. Lui, la mezzacalzetta, incidere sull'italiano più di un Alberto Moravia!
Non c'è serata festosa infatti che oggi non lo sia, mozzafiato. Ragazzi/e e panorami, lo stesso. Non si dica delle pietanze che arrivano sul tavolo di qualsivoglia pizzeria o dei viaggi in comitiva. In libreria, poi, dotata di scaffali o virtuale che essa sia, un libro su due lo è. E a chi si diletta a contare le parole che circolano per la rete e/o per il mondo (i linguisti che vanno di corpora, insomma), ci vorrà poco per attestare (una volta che si sia approntato l'opportuno tag) che, come aggettivo, mozzafiato sta in alto nelle graduatorie di frequenza: perlomeno all'altezza di rompiscatole e delle sue varianti (per restare nello stesso tipo di composto). E ciò qualcosa vorrà pur dire.
3 agosto 2014
Cronache dal demo di Colono (25): Il "Gattopardo"? In conto al Conte
"In questi tempi bui che stiamo attraversando gli eventi si moltiplicano a ritmo serrato, ogni giorno ne accadono decine che si accavallano l'un l'altro, si contraddicono, cambiano il panorama nel costume, nella politica, nell'economia, nella cultura. Oppure i mutamenti sono soltanto apparenze e tutto resta sostanzialmente immutato? Va di moda rievocare il Gattopardo di Luchino Visconti e forse è proprio quella la situazione in cui ci troviamo?"
Il fondo odierno del fondatore del giornale italiano più venduto regala ad Apollonio, per qualche momento fuori della sua Citera, questa gigioneria deliziosa ed eloquente.
Caratteri (17)
Mascherare le proprie avventatezze col pretesto d'un cattivo carattere è smascherarsi mancante d'un carattere qualsivoglia.
15 luglio 2014
Linguistica da strapazzo (32): "Messi non è Maradona"
"Messi non è Maradona": quasi un coro. E, aggiungerebbe volentieri Apollonio, Schweinsteiger non è Beckenbauer né Neymar è Pelé (ragionevolmente, non è nemmeno Zico).
"Un coniglio bagnato" disse l'Avvocato - cui non mancava nell'espressione un'ironica poesia - del Codino, peraltro suo dipendente. Commentò così non brillanti prestazioni del giocatore in momenti topici: le occasioni in cui, come si dice corrivamente, il gioco si fa duro e i duri cominciano a giocare. Della Pulce, in questi giorni, si potrebbe dir peggio, incoraggiati dalla metafora sottesa all'antonomasia, ma se ne taccia. Del resto, un Mondiale da autentiche mezze calzette: partite appassionanti come incontri tra funzionari della WTO o della BCE. Questo passa il convento globale. E la caciara comunicativa della kermesse non basta a coprire, per chi ha un po' di gusto, le invereconde nudità dell'attuale gioco del pallone.
Basta allora "Messi non è Maradona". Che è già tanto, se ci si pensa da linguisti da strapazzo. Perché mai, se i nomi propri fossero ciò che dicono logici e grammatici, Messi dovrebbe essere Maradona? Perché, anni fa, nessuno trovò sciocco, sulla prima pagina di un quotidiano nazionale, il titolo (se la memoria non tradisce Apollonio) "Palermo non è Beirut"? Se stava lì, era una (rilevante) informazione. E che diavolo di informazione sarebbe mai un'espressione del genere se la si prendesse, per dir così, grossolanamente alla lettera? "Messi non è Maradona" e "Palermo non è Beirut", embè?
Non di lettera e di figura, del resto, principalmente si tratta. Si tratta di uno di quei processi funzionali (che vuol dire compositivi, niente altro che compositivi) che soggiacciono, talvolta, a ciò che i retori antichi classificarono come tropi e che non sono cose linguistiche fatte - come di norma vengono ritenuti - ma appunto farsi delle cose della lingua, che è sempre e rigosamente in movimento.
In "Messi non è Maradona", Maradona è un predicato e, come predicato, non solo ha un significato (con buona pace di chi dice che carattere dei nomi propri è appunto d'esserne privi) ma è disponibile (a condizioni variabili, certo, e non sempre in modo neutro: ma non si sta qui a sottilizzare) a combinarsi con una vasta gamma di determinatori e di modificatori: Messi non è un Maradona, non è il Maradona che ci si attendeva, non è né il Maradona del 1986 né quello, già un Maradona minore, a dire il vero, del 1990 e così via.
Chiacchiere da Bar dello Sport, luogo ideale che può essere migliore, quanto a qualità, spirito e intelligenza di chi lo frequenta, di molti rinomati e altrettanto ideali istituti di - soporifera - ricerca linguistica. E contesto socio-culturale appropriato a verificare come gli umani si producano espressivamente in antonomasie (dette da chi se ne intende) vossianiche con la stessa sciolta naturalezza con cui bevono un buon caffè o con cui, per via di un'inesplicabile grazia, Maradona si bevve appunto un imprecisato numero di giocatori inglesi, in occasione di una realizzazione memorabile (anche per Apollonio, al cui cuore meglio ha sempre parlato il razionale piede di Platini) del suo talento intermittente e disordinato:
Indirizzi di metodo, per giovani che non ne necessitano (14)
Tutto, agli esseri umani, non è dato. Si sta così al qualcosa. È dono o condanna questo frammento, posto peraltro sotto l'inflessibile dominio del caso? Per colmo d'ironia, capita persino ci si trovi a scegliere. E, nella scelta, baluginano sistema e pertinenza. Dolce, paradossale, preziosa libertà da reclusi: la sola, fragile, di cui si disponga nell'accidentale spezzone esperito da un punto di vista. Ci si guardi dall'avvelenarla, facendone feticcio d'una sostanza e ridicola parodia dell'assoluto.
14 luglio 2014
Linguistica da strapazzo (31): Antonomasie sfacciatamente metalinguistiche
"La Mannschaft", "la Seleção", "la Selección": sono antonomasie e da qualche settimana sono state sparse con larghezza in un discorso pubblico italiano per nulla sofisticato, fatto al contrario di lingua popolare e con appello a processi figurati trasparenti: il discorso sportivo.
Le antonomasie sostituiscono opportunamente i nomi propri. Per esempio, "il Codino" non suona formalmente come "(Roberto) Baggio", ma quando si tratta di imbastire un (celere) discorso sul celebre attaccante italiano che fallì un decisivo rigore nel 1994 (e questa è una descrizione definita), l'antonomasia (quella in questione, peraltro, su base metonimica) e il nome proprio fanno egregiamente lo stesso lavoro. Aiutano inoltre alla realizzazione di quella variatio che funge forse da principale musa ispiratrice dell'espressione italiana di chi si vuol dare comunque uno stile.
Appunto, nel recente discorso sportivo italiano, "la Mannschaft", "la Seleção", "la Selección", come antonomasie, sono strumenti di evocativa variatio ma si segnalano, rispetto alle molte altre, per una loro particolarità.
Per un italiano o un'italiana davanti a un apparecchio televisivo, "la Mannschaft" vale quanto vale "la Germania", ovviamente intesa, questa, come rappresentanza sportiva nazionale (santo Cielo, come sono complicate, a volerle rendere esplicite, le chiacchiere più semplici). E vale "la Germania" in virtù del fatto formale che il suo cuore è una parola tedesca (sia o non sia tale parola trasparente, nel suo significato. Piuttosto: col genere, qui, come la si mette?).
"La Mannschaft" è, in altre parole, un'antonomasia-prestito e identifica i rappresentanti calcistici degli elargitori del prestito per via del loro codice d'espressione.
Si astengano a questo punto i cinque (maligni) lettori dal delirante pensiero che, se in questione è un prestito agli Italiani, tali elargitori, presane coscienza, pretendano presto di avere indietro l'antonomasia e col noto differenziale d'interesse.
Lo stesso del resto, mutatis mutandis, si può dire per "la Seleção" e per "la Selección", ma con l'aggiunta, nel caso della seconda, di qualche distinguo, qui negletto, perché Apollonio l'ha già fatta troppo lunga. Vuol solo precisare che il distinguo non riguarda, come di nuovo stanno certo pensando i soliti cinque, la prospettiva economica del prestito, anche qui delicata, ma per ragioni inverse alle sopra alluse.
Per essere efficaci quanto lo sono i nomi propri che esse sostituiscono, per riferirsi nel discorso italiano in modo univoco a ciò che designano, come appunto fanno, "la Mannschaft", "la Seleção", "la Selección" innescano insomma una sorta di cortocircuito sfacciatamente metalinguistico: 'per antonomasia, la squadra sportiva che rappresenta coloro che, quando vogliono designarla, nella loro lingua la dicono per antonomasia...'.
A ogni ricorrenza di tali antonomasie, il linguista da strapazzo ha gongolato. Del resto, a dire il vero, lo spettacolo non è mai stato un granché. Gli ha lasciato il tempo di farsi attraversare la mente da ogni sorta di corbelleria, oltre che da un grato pensiero per l'anima cara di Roman Jakobson. L'aveva detto: codice su codice. Sante parole.
Le antonomasie sostituiscono opportunamente i nomi propri. Per esempio, "il Codino" non suona formalmente come "(Roberto) Baggio", ma quando si tratta di imbastire un (celere) discorso sul celebre attaccante italiano che fallì un decisivo rigore nel 1994 (e questa è una descrizione definita), l'antonomasia (quella in questione, peraltro, su base metonimica) e il nome proprio fanno egregiamente lo stesso lavoro. Aiutano inoltre alla realizzazione di quella variatio che funge forse da principale musa ispiratrice dell'espressione italiana di chi si vuol dare comunque uno stile.
Appunto, nel recente discorso sportivo italiano, "la Mannschaft", "la Seleção", "la Selección", come antonomasie, sono strumenti di evocativa variatio ma si segnalano, rispetto alle molte altre, per una loro particolarità.
Per un italiano o un'italiana davanti a un apparecchio televisivo, "la Mannschaft" vale quanto vale "la Germania", ovviamente intesa, questa, come rappresentanza sportiva nazionale (santo Cielo, come sono complicate, a volerle rendere esplicite, le chiacchiere più semplici). E vale "la Germania" in virtù del fatto formale che il suo cuore è una parola tedesca (sia o non sia tale parola trasparente, nel suo significato. Piuttosto: col genere, qui, come la si mette?).
"La Mannschaft" è, in altre parole, un'antonomasia-prestito e identifica i rappresentanti calcistici degli elargitori del prestito per via del loro codice d'espressione.
Si astengano a questo punto i cinque (maligni) lettori dal delirante pensiero che, se in questione è un prestito agli Italiani, tali elargitori, presane coscienza, pretendano presto di avere indietro l'antonomasia e col noto differenziale d'interesse.
Lo stesso del resto, mutatis mutandis, si può dire per "la Seleção" e per "la Selección", ma con l'aggiunta, nel caso della seconda, di qualche distinguo, qui negletto, perché Apollonio l'ha già fatta troppo lunga. Vuol solo precisare che il distinguo non riguarda, come di nuovo stanno certo pensando i soliti cinque, la prospettiva economica del prestito, anche qui delicata, ma per ragioni inverse alle sopra alluse.
Per essere efficaci quanto lo sono i nomi propri che esse sostituiscono, per riferirsi nel discorso italiano in modo univoco a ciò che designano, come appunto fanno, "la Mannschaft", "la Seleção", "la Selección" innescano insomma una sorta di cortocircuito sfacciatamente metalinguistico: 'per antonomasia, la squadra sportiva che rappresenta coloro che, quando vogliono designarla, nella loro lingua la dicono per antonomasia...'.
A ogni ricorrenza di tali antonomasie, il linguista da strapazzo ha gongolato. Del resto, a dire il vero, lo spettacolo non è mai stato un granché. Gli ha lasciato il tempo di farsi attraversare la mente da ogni sorta di corbelleria, oltre che da un grato pensiero per l'anima cara di Roman Jakobson. L'aveva detto: codice su codice. Sante parole.
6 luglio 2014
Realismo e figure
Il discorso realista è condannato alla metonimia e se, per riscattarsene, prova a procedere per metafore, ha già intonato, senza ammetterlo, la sua palinodia.
Lingua nostra (4): "canizza" o "canèa"
Parole venute allo scritto di livello da poco più di un secolo, se ci si può fidare dei dizionari. Immaginare che nel parlato, nella lingua speciale dei cacciatori, in particolare, non ci fossero da molto prima (esse o loro varianti localmente atteggiate) è difficile.
È ovvio, d'altra parte, che, in giro per il mondo, lingua ce ne sia sempre stata molto più di quanto qualsiasi artifizio di memoria possa mai essersi sognato di fissare. La scrittura - soprattutto quella di livello - è e resta, in proposito, tecnologia principe.
Donde, la scelta. Chi scriveva non aveva evidentemente tenuto canizza o canèa come degne e le due parole se ne erano state buone, a fare il loro onesto lavoro fin quando (appunto tra fine Ottocento e inizi Novecento, a quanto pare: difficile si tratti di un caso) a qualcuno che di scrittura se ne intendeva devono esser più che venute utili (come direbbero i bottegai della lingua), parse degne di memoria e certo non solo nel loro denotativo valore venatorio. Insomma, pertinenti non tanto a designare un referente quanto a testimoniare l'esistenza di una relazione tra un significato e un significante. Relazione pronta appunto a divenire figura.
Canèa o canizza valgono allora "muta di cani che insegue la selvaggina; il suo abbaiare insistente e furioso", ma, nelle loro attestazioni più degne di rilievo, già forse prima, "schiamazzare di folla inferocita; clamore di campagne di stampa, di proteste contro idee, affermazioni che provocano scandalo, e le persone che le sostengono" e "Grida violente e scomposte, rumore alto e confuso; furia cieca e rabbiosa (ma anche abietta, un po' vile)".
Canèa o canizza valgono allora "muta di cani che insegue la selvaggina; il suo abbaiare insistente e furioso", ma, nelle loro attestazioni più degne di rilievo, già forse prima, "schiamazzare di folla inferocita; clamore di campagne di stampa, di proteste contro idee, affermazioni che provocano scandalo, e le persone che le sostengono" e "Grida violente e scomposte, rumore alto e confuso; furia cieca e rabbiosa (ma anche abietta, un po' vile)".
Così emergono nello scritto, canizza o canèa, ad opera di Carducci e di D'Annunzio e poi di Bacchelli e di Pasolini. Lista modesta ma, forse, significativa.
Oggi, canizza o canèa le si legge e le si sente molto raramente. E come si diceva tempo fa per americanata, tale rarità di ricorrenza dimostra che è una fola la comune idea (a dire il vero, già a prima vista, molto ingenua) che presenza di parole e loro frequenza di apparizione nei discorsi di un momento storico siano in rapporto diretto con la presenza, in quel momento storico, di ciò che esse designano e con la sua banale ordinarietà. La banalità cela, talvolta (o sempre?), molto più dell'assenza. Dovrebbe essere banale dirlo. E c'è ideologia in ciò che si dice quanta ce n'è in ciò che non si dice, perché ci si scorda persino che vale la pena dirlo e si finisce per perdere anche le parole per dirlo.
In un'epoca di americanate sesquipedali, nessuno più dice americanata. Allo stesso modo, in un'epoca la cui comunicazione è per intero canizza o canèa (tra le futilità, per es., fa di recente da cinghiale cui corre dietro una canizza o una canèa il famigerato piuttosto che in uso "disgiuntivo", secondo quelli che se ne intendono: di ciò, però, un'altra volta), oggi che, si diceva appunto, è tutto un prodursi per iscritto e per orale in canizza o canèa non si trova nessuno che, notandolo, chiami col suo nome ciò che è canizza o canèa.
Forse perché appunto nessuno più lo nota e come ci si è assuefatti all'americanata, assumendone dosi giornaliere sempre più massicce, così ci si è assuefatti alla canizza o canèa. E beate son state le orecchie di chi disponeva ancora delle parole appropriate a fare differenze e a marcare pertinenze (sui dizionari se ne ha testimonianza, come si diceva, fino a Pasolini: sarà un caso?). Parole indispensabili appunto per dire, oltre che vino al vino, anche cane al cane.
4 luglio 2014
Vito Catozzo, con l'aiuto di Roland Barthes
Sì, di Roland Barthes e della sua implacata e contrastata libidine di discernere. Scrittori e scriventi, dunque. Scrivere come funzione e scrivere come attività. Scrivere come un fare che si scioglie intero nella lingua, senza lasciar residui, e scrivere come un fare che attraversa la lingua (diversamente non potrebbe) per andare altrove (ma un altrove c'è? Si pone ci sia e la cosa deve bastare).
Insomma, scrivere intransitivo (meglio sarebbe stato dire "in uso assoluto": ma si può fare il pedante con Barthes? Sì. E forse si deve, visto che ha avuto un codazzo) e scrivere transitivo.
Niente moralismi. Valori funzionali. Rapporti. Roba da valutare, certo, ma da non confondere nelle valutazioni. Né da confondere in relazione con il gusto e, soprattutto, col piacere. Discernere insomma: fino al limite, amoroso, di ciò che non pare più discernibile. E forse non lo è.
Niente moralismi. Valori funzionali. Rapporti. Roba da valutare, certo, ma da non confondere nelle valutazioni. Né da confondere in relazione con il gusto e, soprattutto, col piacere. Discernere insomma: fino al limite, amoroso, di ciò che non pare più discernibile. E forse non lo è.
Ebbene, la parola di Vito Catozzo, e di altre maschere linguisticamente vere perché strampalate in modo rigorosamente sistematico, era espressione d'uno scrittore. La taglia? Che importa? Con Barthes, non è mai questione di taglia.
Poi, c'è stata l'espressione d'uno scrivente. E, stavolta, di taglia. Lo dicono numeri e fatti che rendono superflua ogni discussione e sospetto di invidiosa malevolenza ogni esibito spregio.
Ma, come Barthes insegna e come si dice di pere e mele, scrittori e scriventi non possono essere gettati nel medesimo mucchio, nemmeno quando un caso del primo tipo e uno del secondo sono i modi con cui è accaduto d'esprimersi alla medesima persona. Una persona che, in modo infine non discernibile e dalla sua lontana Citera, Apollonio ha sempre trovato simpatica, forse non solo per via di un semplice legame generazionale.
Vocabol'aria (11): Riciclaggio di "università"
Con università fu designata un'istituzione moderna destinata a fingersi fatua e che così ha prosperato al tempo dei suoi ormai lontani fasti. Fingersi fatua era pregio non tra gli ultimi di tale ironica istituzione e, del resto, era proprio il suo tratto istituzionale distintivo.
Poi, per seguitare l'andazzo, quando il livello di tolleranza sociale nei confronti della fatuità scese al di sotto anche della soglia di una sua ironica finzione, all'università toccò di cominciare a fingersi seria. Fu appunto l'inizio della fine.
Da sempre, infatti, fingere serietà è tratto tipico di altre istituzioni, che all'uopo son venute alla luce (alcune da tempo immemorabile, altre più di recente: la fabbrica sociale ne è sempre all'opera) e sotto tale segno sono cresciute: chiese, magistrature, organismi politici.
Esse riempivano il valore di finzione di serietà in modo ben più efficace di quanto facesse un'istituzione concepita invece, e poi nata, e sviluppatasi per fingersi fatua. Ovvio si sia a quel punto concluso non valesse più la pena di tenere in vita l'università.
Come è facile rendersi conto, il nome università non è stato però abbandonato. Opportunamente riciclato, secondo lo spirito del tempo, sta appunto ancora risultando molto utile (senza sprechi lessicali di sorta) a designare qualcosa non facilmente definibile, in essenza. Affatto incapace di fingersi fatua per ironia, consegnata dalla storia, peraltro, all'inutilità paradossale della sua troppo scoperta finzione di serietà, l'istituzione oggi designata con università è forse, in conclusione, fatua soltanto e, stavolta, sul serio.
30 giugno 2014
Anime morte (1)

"Una delle storie più divertenti che siano mai state raccontate": era l'aprile di sette anni fa. Solo sette anni fa. Così dice la data sul taccuino di Apollonio, sotto la rubrica "Quarte di copertina". Quarta di copertina di quale libro, non ricorda: da escludere si trattasse d'un classico. Per esempio, "Le anime morte".
E non fu per malizia, allora, che Apollonio annotò la sbardellata affermazione, privandola del suo riferimento. Non fu per verificarne la fondatezza a distanza di qualche anno. Era sicuramente convinto che l'opera, nuova e memorabile, non gli sarebbe mai più uscita di mente: superfluo fissarne titolo e autore. Appunto: superfluo.
28 giugno 2014
Indirizzi di metodo, per giovani che non ne necessitano (13)
Ragionare per tratti. Cercare pertinenze. Guelfi in branco e ghibellini in branco, per es., condividono il tratto d'essere in branco. Prima ancora che i ghibellini gli uni, gli altri i guelfi, capita quindi che, in comune, mal sopportino chi non è in branco.
26 giugno 2014
"Ma", di nuovo
"Ma quanto è bella la nostra nuova sede!". Ecco un'espressione aperta da un ma di cui, se Apollonio non si sbaglia, non c'è ancora una descrizione nelle grammatiche e che è forse meritevole d'attenzione in una prospettiva testuale (e, per tale via, da minuscolo indizio dello spirito del tempo).
Ma, del resto, è una di quelle parole la cui forma è tanto breve quanto ne sono ampi e vari valore e uso e in questo diario, di qualcosa, in proposito, si è già fatta questione. Con l'esempio in esordio, si è in un àmbito molto diverso.
Ma vi apre l'espressione e, con la sua rottura avversativa (vera o finta che sia), richiama l'attenzione, come fa sotto ogni sua funzione. Se congiunge, congiunge con un implicito discorsivo, tanto implicito che può proprio non esserci ed essere appunto fittiziamente creato da ma, a uso dell'immaginazione dell'interlocutore o dell'intelocutrice cui si sta così dicendo, dandone per scontato il rapporto di solidarietà, che l'espressione s'inscrive in un discorso che continua con quanto segue ma.
Anche l'e in apertura fa talvolta lo stesso mestiere (e capiterà magari di parlarne una volta o l'altra). Nel contesto qui pertinente, ma lo fa tuttavia in maniera diversa. In maniera che si direbbe è più emotiva e conativa che referenziale e coinvolge, di regola, chi la proferisce in un'attitudine psicologicamente valutativa di ciò che è suo o, in qualche modo, gli pertiene.
"Ma quanto sei caruccia, figlia bella", "Ma quanto ti amo, tesoro mio", "Ma quanto mi dispiace...", "Ma come sono felice...", "Ma che bello il regalo che mi hai fatto...": c'è di regola un 'io', un 'tu' (eventualmente plurale), un 'noi' nella portata enunciativa di quel ma. Esso enfatizza l'enunciazione come fatto: si pensi all'evidente differenza, in proposito, tra un banalmente referenziale "La nostra nuova sede è molto bella" e "Ma quanto è bella la nostra nuova sede!" (meritevole appunto di un punto esclamativo di chiusura - o di un interrogativo, ma che non impone risposta).
Quanto all'enunciato, più che avversare, ma dice che si sta montando sul gradino più alto di una climax ideale, come del resto segnala la regolare combinazione con riferimenti quantitativi, con il 'più' di un superato 'meno'.
Un valore attenuativo permane, tuttavia. Togliendo referenzialità, come si diceva, e quindi perentorietà a ciò che si afferma, ma lo pone essenzialmente nella prospettiva di chi enuncia e invita chi ascolta a verificare l'enunciato non quanto alla sua fattualità ma quanto all'effetto, per così dire, sulla sua soggettività o, piuttosto, su una soggettività che si vuole condivisa.
In queste espressioni, ma fa famiglia. Chiama affetto. Fa richiesta di amicizia. Oggi, di conseguenza, fa solidarietà da Facebook (e chi vuole ne trova lì ricca messe di esempi, appunto).
Un segno dei tempi, di conseguenza, se, uscendo dall'oralità, in cui certo sempre ha prosperato (parte della lingua di ogni "mammà" italiana che si rispetti), il modo di esprimersi (se non di presentarsi) si affaccia con regolarità nello scritto, complici le reti sociali, dove tutto (o quasi tutto) sa, morbidamente se non morbosamente, di persona grammaticale.
21 giugno 2014
Trucioli di critica linguistica (12): "Chissà perché"
"Quando cammino | su queste | dannate nuvole | vedo le cose che sfuggono | dalla mia mente | niente dura niente dura | e questo lo sai | però | non ti ci abitui mai": il testo di Dannate nuvole dà così una persona (grammaticale) al suo protagonista. Anzi, gliene dà due, prima e seconda, con la seconda a fare da simpatetico abito indossato dalla prima (della procedura espressiva si è già detto, in questo diario, e non a proposito di canzonette).
La terza, la non-persona, che fa da cuscinetto testuale tra prima e seconda, è peraltro riempita da "niente". Il processo, come un moto oscillatorio, è iterato (moduli della cultura, non solo ovviamente della popolare, ma della popolare per elezione): "Quando mi viene di dire la verità | sono confuso | non sono sicuro | quando mi viene in mente | che non esiste niente | solo del fumo | niente di vero | niente è vero niente è vero | e forse lo sai | però | tu continuerai | ... niente dura niente dura | e questo lo sai | però | tu non t'arrenderai".
La prima persona, infilandosi in tale "niente" e attraversandolo, ne esce abbigliata da seconda. L'esperienza del ("niente" del) mondo è del resto trasformativa - per taluni (per tutti?) alienante: "niente" somiglia a "tutto" molto più di "qualcosa" ed è facile l'equivoco. Così, venire fuori da una simile esperienza continuando a darsi dell'io, dell'eleganza, non è il massimo, dell'intelligenza, è forse il minimo.
Lecito - forse addirittura ammirevole - è concedersi al piccolo e scoperto imbroglio di darsi del tu e di fare di quel tu, visto che è un patente pupazzo dell'enunciato, un piccolo positivo eroe dalle qualità romantiche e concessive. Fossero impersonate da un volgare io e declamate in prima persona, queste sarebbero intollerabili.
Due sospese parolette interrogative sono però il marchio che sigilla la canzone, la sua iterata sphraghís dal ritmo giambico: "chissà perché". Del resto, il suo autore, Vasco Rossi, o il personaggio della narrazione della vita pubblica italiana degli ultimi trenta anni che va sotto tale nome, pare avere per attitudine più domande che risposte. Andando avanti con un'età che ha la coquetterie di non nascondere e di non nascondersi, anzi, sempre più domande. Ha gioco facile in ciò. Avere più domande che risposte è infatti condizione umana ordinaria (e ordinariamente negletta e inconsapevole). Di risposte, ce n'è, e certa, solo una, che dà peraltro su mille domande senza risposta. Ma ci vuole fegato, oggi, a metterla in musica con una canzonetta.
Due sospese parolette interrogative sono però il marchio che sigilla la canzone, la sua iterata sphraghís dal ritmo giambico: "chissà perché". Del resto, il suo autore, Vasco Rossi, o il personaggio della narrazione della vita pubblica italiana degli ultimi trenta anni che va sotto tale nome, pare avere per attitudine più domande che risposte. Andando avanti con un'età che ha la coquetterie di non nascondere e di non nascondersi, anzi, sempre più domande. Ha gioco facile in ciò. Avere più domande che risposte è infatti condizione umana ordinaria (e ordinariamente negletta e inconsapevole). Di risposte, ce n'è, e certa, solo una, che dà peraltro su mille domande senza risposta. Ma ci vuole fegato, oggi, a metterla in musica con una canzonetta.
15 giugno 2014
Linguistica da strapazzo (30): Ancora sull'"arbitraire du signe"
Divertenti reazioni, in rete, per l'immagine qui esposta. C'è chi la mette sul ridere e parla di cinghiali attenti alla linea, c'è chi non perde l'occasione per deprecare gli anonimi posatori della segnaletica stradale e, con loro, l'ente (o l'Ente) che li manda.
L'idea della natura correlativa del segno, con il corollario del suo insopprimibile "arbitraire", non sfiora nessuno.
Come ben sapeva Ferdinand de Saussure, del resto, essa, benché semplicissima o forse proprio perché semplicissima, è altamente contro-intuitiva e, di fronte a qualsiasi prodotto della loro attività simbolica (d'essenza, sistematica e differenziale), gli esseri umani non possono fare a meno di aggrapparsi a qualcosa che li esima dal ragionarci su. O meglio, che fornisca loro un comodo modo (per far finta) di ragionarci su.
In rapporto con l'immagine del cartello, straniante ma in funzione di un codice (il Codice della strada), ineluttabilmente metonimico, se non allegorico, ne risulta completamente oscurata e passa così per naturale, naturalissima la ratio misteriosa, invece, e radicalmente immotivata che mette insieme, in una lingua qualsiasi come qui l'italiano, il significante /tšin'gjali/ (qui reso come si può) con il relativo significato (improferibile se non in associazione col suo significante, appunto). E mette insieme l'uno e l'altro (e mai l'uno senza l'altro) solo grazie a una metafora radicata negli spiriti al pari di un non più riconoscibile luogo comune, si direbbe per disperazione da linguista che prova a capirsi, prima ancora che a farsi capire.
14 giugno 2014
Vocabol'aria (10): "genitorialità (dell'opera)"
"Paternità dell'opera si è diffuso invece perché la maggior parte degli scrittori sono sempre stati uomini. La prof.ssa propone di sostituire tali termini non con la maternità dell'opera, ma con la genitorialità dell'opera".
Giusto. E Apollonio pronto ad aderire con entusiasmo. La questione omerica? L'Iliade, l'Odissea e il problema della loro genitorialità. Shakespeare? Mai esistito. Alphonse Allais lo disse: è d'uno sconosciuto che aveva lo stesso nome la genitorialità delle sue opere. Frammenti poetici di recente individuati in un venerando papiro: chi se ne intende dice che spetta a Saffo la loro genitorialità. Quanto al genere, area (semantica) finalmente ben disinfettata, allora.
Ma siamo proprio sicuri?
Ma siamo proprio sicuri?
Genitorialità è apparentata con genitoriale. E genitoriale con genitore. Le tre forme hanno una base comune e tale base porta già il germe di un genere. Essa è infetta e l'infezione è connaturata con la formazione dei nomi d'agente delle lingue indoeuropee. La tabe è atavica.
E così genitorialità è corretta solo in apparenza. Pare pulita. In realtà tiene nascosto un maschile in cantina. Circola rispettosa, quasi fosse una parola perbene. Fa al contrario parte della quinta colonna. È subdola. Sporca e rende settica l'espressione, senza darlo a vedere. A farne uso, pensando di comportarsi a modino, si continua a diffondere proprio ciò che si vorrebbe abolire ed espellere.
Genitorialità non basta per fare pulizia. Il rimedio è forse peggiore del male. Illude di aver fatto il proprio dovere ma si ferma al lessico, mentre il morbo è nel sistema. Bisogna che ci si spinga oltre. Solo così si potrà individuare l'infezione ovunque essa si annidi, da millenni, e annientarla.
Per concludere: Apollonio tiene a essere corretto, come sa chi lo legge e non lo biasimerà, di conseguenza, se malgrado il suggerimento - e forse anche per carità di (lingua) patria - si asterrà dall'uso di genitorialità, ove gli capitasse di strologare di opere dell'umano ingegno.
E così genitorialità è corretta solo in apparenza. Pare pulita. In realtà tiene nascosto un maschile in cantina. Circola rispettosa, quasi fosse una parola perbene. Fa al contrario parte della quinta colonna. È subdola. Sporca e rende settica l'espressione, senza darlo a vedere. A farne uso, pensando di comportarsi a modino, si continua a diffondere proprio ciò che si vorrebbe abolire ed espellere.
Genitorialità non basta per fare pulizia. Il rimedio è forse peggiore del male. Illude di aver fatto il proprio dovere ma si ferma al lessico, mentre il morbo è nel sistema. Bisogna che ci si spinga oltre. Solo così si potrà individuare l'infezione ovunque essa si annidi, da millenni, e annientarla.
Per concludere: Apollonio tiene a essere corretto, come sa chi lo legge e non lo biasimerà, di conseguenza, se malgrado il suggerimento - e forse anche per carità di (lingua) patria - si asterrà dall'uso di genitorialità, ove gli capitasse di strologare di opere dell'umano ingegno.
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