21 febbraio 2015

Sommessi commenti sul Moderno (15): Il diletto del pensiero e la valutazione di Minosse

Il pensiero viene da secoli di professionalizzazione crescente (pur se, talvolta, solo presunta: ma è l'apparenza che in proposito conta).
Philosophes, accademie, stampa, intellettuali (organici e critici), editoria, università, centri di ricerca, think tanks, fondazioni, scuole di eccellenza, e adesso, classifiche, graduatorie, quêtes spasmodiche d'improbabili finanziamenti per ancora più improbabili cacce a fumose pietre filosofali che, col pretesto della scarsità delle risorse, vellicano vanità di gente che, prendendosi molto sul serio (è il pericolo maggiore di chi pensa per lavoro - o dice di farlo), passa con facilità e massima soddisfazione da aule e laboratori (evidentemente mal tollerati, come ambienti) al ruolo di funzionario in panels, comitati e cricche comparabili: comiche repliche, insomma, di quel Minòs che "essamina le colpe ne l'entrata; / giudica e manda secondo ch'avvinghia". Un giro di coda, serie A; B, due giri; tre, C e così via.
Non c'è trovata del Moderno che non si sia del resto progressivamente trasformata in un inferno. Così è appunto accaduto anche alla professionalizzazione del pensiero: povera, illusa, candida anima del buon Wilhelm von Humboldt! In fondo, un dilettante. 
E al fondo di questo inferno, sotto i gironi dei professionisti del pensiero, ci sono appunto i gironi dei dilettanti. Apollonio li frequenta da sempre e, nei limiti delle sue forze, intende continuare. Li consiglia: ci si incontra, tra gli altri, il nominato, appunto. E non solo. E val la pena. 
Si soffre, sì, qualche disagio e c'è sempre qualche diavolaccio arruffone da scansare ma nulla a paragone di quelli che circolano tra i professionisti. E poi, si vuol mettere? Tra i dilettanti, col pensiero, ci si diletta. E il diletto del pensiero, come quello della natura e di molte altre cose evidenti, è ciò che la deriva del Moderno verso uno stato di putrefazione mette in pericolo ogni giorno di più.


Linguistica da strapazzo (36): Sineddoche, pertinenza, senso della misura

Il fatto è esecrabile. 
Il sistema economico dell'intrattenimento di masse di sfaccendati ha tuttavia un fondamentale pretesto: tenerli informati. Tenerli sfaccendati, cioè, ma senza un attimo spiritualmente libero. 
Esso vive allora di partite di pallone: qualcuna ha il gran merito d'essere divertente. Vive però (e forse di più) anche di ciò che accade intorno alle partite di pallone e quasi mai è divertente. Naturalmente, ciò che non è divertente si vende molto meglio di ciò che lo è. E poi, d'una partita di pallone, difficile si parli ancora il giorno dopo. Un fatto esecrabile è invece una piccola rendita. C'è materia per allargarsi: costume, politica, morale e altra varia umanità.
Nel fatto esecrabile, come s'è largamente visto, il sistema dell'intrattenimento di masse di sfaccendati ci ha allora inzuppato il suo pane. E pare deciso a insistere per un po'. Finché rende, perché no?
Chissà quanto inzupparci il pane sia attitudine responsabile, però. Si vivono tempi stupidini. Godere d'un quarto d'ora di notorietà per una propria impresa è quanto desidera tradizionalmente il vandalo da museo. Con un botto mediatico del genere, legato inoltre a un evento sportivo, probabile la pulsione si insinui al di là della cerchia ristretta dei frequentatori di istituzioni culturali e ispiri atti comparabili a habitués, peraltro più ingenui, di curve Sud. Sarebbe un guaio, ma non per il sistema economico dell'intrattenimento di masse di sfaccendati, che avrebbe modo di inzupparci nuovamente il suo pane.
Questi però son discorsi seri (e, tratti fino in fondo, portano a riflessioni serissime). Apollonio se ne ritrae immediatamente e chiede scusa ai suoi cinque lettori: non è roba per lui; per trattarne, bisogna avere la taglia appropriata; a scriverne, lui, rischia di farci la fine della rana della celebre storiella di Fedro. Insomma, serve senso della misura.
Il fatto è esecrabile, allora; il sistema economico dell'intrattenimento di masse di sfaccendati ne ha fatto occasione d'una sua bella e redditizia produzione; ciò che qui preme sono però tipiche questioni da linguista da strapazzo. Di taglia (e di taglio) del resto si tratta.
Tanti anni fa, ricorda Apollonio, una cara amica lo divertiva, istruendolo: L'esercito svizzero ha invaso il Canada, osservava (l'esempio non era in italiano, ma la faccenda è irrilevante), sarebbe descrizione ineccepibile del relativo evento anche nel caso in cui le bandiere rossocrociate avessero appena varcato l'immaginario confine tra i due stati. E, quindi, del Canada, la parte effettivamente invasa potesse dirsi se non irrisoria, certo non preponderante. 
In questi giorni, la cronaca permetterebbe di trovare esempi meno irrealistici: proporre un esperimento linguistico di pensiero ha tuttavia come buona norma che si evitino le interferenze e i temi caldi non sono in proposito i più acconci: donde una qualche insipidezza della lingua che circola negli studi grammaticali (e non, come pensano i maligni, perché i linguisti hanno poco cervello e ancor meno fantasia). 
Sul tema di questo "tutto" per "la parte", del resto, l'amica di Apollonio scrisse poi con acume, determinando anche un amico comune, e altrettanto caro, a farlo dietro il suo indirizzo.
Come sempre quando si tratta di lingua (e se ne tratta bene), l'esperienza è disponibile a chiunque e senza bisogno di ricorrere a temi bellici. 
L'espressione Migliaccio tocca duramente Pirlo, si ponga, sarà certamente capitato d'udirla (e di trovarla perfetta) quando i tacchetti dello scarpino del giocatore dell'Atalanta hanno aderito con una certa rudezza alla caviglia (e solo alla caviglia, destra o sinistra) dello juventino. 
E, un tempo a un adolescente bastava aver posto la sua mano sulla mano o, ancor di più, sul ginocchio d'una Maria per vederlo ritirarsi in estasi: Maria... t'ho toccata...
Ecco. Tutto lì, e si lascino pure da parte le parolone adoperate nel titolo di questo frustolo, per dargli un tono: sineddoche e pertinenza. 
Tuttò lì, però: sineddoche e pertinenza. E l'importante è averne un po' di consapevolezza. È, per accidentale campione, la naturale retorica della lingua, se retorica la si vuole ancora chiamare. Questa vecchia designazione, come grammatica, si porta dietro infatti tante di quelle inestirpabili implicazioni che l'uso naturale ne risulta forse impossibile.
Con qualsiasi nome la si chiami, per chi vuole stare sveglio e autenticamente sfaccendato, averne consapevolezza è tuttavia indispensabile, perché ogni giorno, più volte al giorno, può capitare di incontrare cose come "Jan, l'imprenditore ultrà del Feyenoord che ha devastato Roma", sapendo perfettamente di qual genere d'atto esecrabile si sta parlando ma, aderendo visceralmente chissà come, chissà perché, alla sua adeguata (ci mancherebbe, perfettamente adeguata) messa in scena linguistica e perdendo così una cosa preziosissima e irrecuperabile, a lungo andare: il senso della misura.

Vocabol'aria (14): "Contro" (o, se si preferisce, "vs")




Montano da ogni dove e per ogni occasione espressioni reboanti e muscolose. Sui loro scudi guerrieri, portano in genere incisa una cara, vecchia divisa nazionale: "Armiamoci e partite".

14 febbraio 2015

Generazione-"A me preoccupano..."

Dire o scrivere A me preoccupano queste vicende è testimoniare uno sviluppo sintattico ormai consolidato dell'espressione italiana. Qui, del fenomeno, si è fatta più volte questione e non si vuole annoiare ancora con i suoi triti aspetti normativi e grammaticali chi benevolmente legge questo diario. La grammatica dei grammatici è del resto solo la scorza (a volte indigeribile) di una lingua che invece, a saperla spremere, dà succhi gustosi.
Come accade con i veri mutamenti linguistici, per i parlanti che sono portatori dell'innovazione si tratta ormai di comportamento automatico e irriflesso, a proposito del quale, testimoniano un bassissimo livello di consapevolezza. Insomma, fanno qualcosa senza sapere ciò che fanno. 
"Perché? Come dovrei dire altrimenti?", ci si sente rispondere con fastidio se si ha l'improntitudine o il candore di interrogare in proposito chi così s'esprime.
Per servirsi allora d'un concetto di Edmund Husserl (la cui anima corrucciata si spera non fulmini chi osa evocarla in una sede tanto ignobile), si può dire che la Meinung del tipo A me preoccupano queste vicende è sprofondata nei recessi più silenziosi dell'incoscienza di chi ne proferisce ricorrenze. Ripescarla per farne oggetto di una riflessione, sempre alla buona, come usa qui, può essere divertente.
Lo straripante successo del tipo A me preoccupano queste vicende dice, da un lato, di una semplificazione (o, se si vuole, di un depauperamento) nello spettro delle risorse grammaticali che danno forma alla messa in prospettiva del ragionamento, dall'altro e correlativamente, di un aumento dell'ipocrisia nel rilievo che la prima persona grammaticale ha, in modo nuovamente crescente, dopo un periodo di maggiore controllo, nella parola italiana contemporanea.
Queste vicende mi preoccupano (cioè preoccupano me, si badi bene, non a me) è la piana forma cui fare corrispondere intuitivamente la più marcata A me preoccupano queste vicende. Con la sua semplicità, la prima dà tuttavia poca salienza alla prima persona: la particella atona mi è tutto quanto la lingua, formalmente, le concede. Poco, bisogna ammettere. Basta o, meglio, può bastare se chi parla non vuole stare troppo al centro dell'attenzione.
Un misero mi non basta certo, invece, a una intentio focalizzata da chi s'esprime su se stesso. Alla bisogna e nel caso specifico, risorsa tradizionale sarebbe allora il passivo: Sono preoccupato da queste vicende. 
Il passivo ha però qualche difetto: un tempo, lo si sarebbe magari detto pregio ma, come si sa, valutazioni del genere cambiano con le epoche: l'ingresso, locale d'attesa e di disimpegno, pregio dei vecchi appartamenti di civile abitazione, è tenuto ancora come tale? 
Anzitutto, il passivo comporta che, nella testa di chi se ne serve (e di conseguenza anche di chi l'interpreta) qualche rotella giri e qualche ingranaggio si metta in moto. Rispetto all'attivo, comporta insomma un calcolo grammaticale supplementare. Non si tratta infatti d'un semplice spostamento di pezzi; si tratta d'una rivalorizzazione di rapporti. L'oggetto ha da diventare soggetto. Il soggetto deve mettersi da parte e capita pure che sia invitato a uscire dalla comune. Come forma concettualmente più elaborata, il passivo alza inoltre il livello dell'espressione; infatti, di preferenza, lo si scrive (e lo si legge). 
Col passivo, insomma, c'è da faticare. E a qual pro? Vale la pena se, poi, in italiano (che, non lo si può negare, è in proposito una lingua molto elegante), per fare venire fuori in maniera esplicita l'io che preme dire, bisogna fare ancora uno sforzo? Perché, si badi bene, una volta fattosi soggetto, il pronome personale si tace, nel caso comune. D'abitudine, è solo la morfologia verbale a dare segnale di esistenza e natura della persona grammaticale del soggetto. 
Sparato in un discorso, fuori di una riconosciuta esigenza, Io sono preoccupato da queste vicende, con quell'io spudoratamente ridondante, fa megalomane o appena post-infantile. Trattandosi di passivo, ovviamente, più megalomane che post-infantile: bimbe e bimbi ci mettono del tempo a realizzare cosa mette a loro disposizione la bella risorsa delle diatesi.
Col passivo e quanto a fare mostra di sé, rispetto al mi che le concede l'attivo, la prima persona si trova in altri termini davanti a un'alternativa. O ottiene l'effetto paradosso (per quanto elegante) d'abbassarsi e d'intrupparsi così col resto (tempo e modo) che trova posto nella morfologia verbale. O esce sfacciatamente allo scoperto e si espone a quel punto al rischio che chi ascolta pensi (o addirittura dica) "Io sono preoccupato? Embè? Perché quell'io? Ti fossi montato la testa? Ma stiamo parlando di te? A chi vuoi che importi che tu sei preoccupato!".
Dal punto di vista della Meinung espressiva di una prima persona che vuole parlare di sé, il tipo A me preoccupano queste vicende è allora un uovo di Colombo. La forma che, senza troppa fatica (ché, di lavorare, e chi ne vuol più sapere?), risolve ogni problema per tutti gli io che, come si diceva, parlando di qualsiasi cosa, vogliono stare in primo piano, restando tuttavia abbastanza accorti (perché non si sa mai) nel darlo a vedere. 
Come livello di elaborazione funzionale, A me preoccupano queste vicende è infatti attiva e, a produrla e a interpretarla, c'è da fare solo il calcolo di base: è disponibile a ciascuno e, per dirla semplicemente, è "parlare come se magna", senza incartarsi in improbabili passivi. 
Con me in apertura, sottolineato inoltre dalla preposizione (la forma pronominale sola, poverina, non ce la farebbe), la prima persona ci fa la sua bella figura. Sta lì in primo piano. Non s'impegna, d'altra parte, a comparire come io, cioè, per dir così, in pompa magna. Me è l'abito che la prima persona indossa quando è retta, quando (non solo apparentemente) non fa da protagonista. Ma protagonista, nel caso specifico, pretende ipocritamente di essere. 
Non volesse fare da protagonista o non fosse ipocrita, direbbe, con diversi gradi di decenza e di esplicito rilievo, Queste vicende mi preoccupano o, con un po' di luce su se stessa, Sono preoccupato da queste vicende, o ancora, in un crescendo, Queste vicende preoccupano me e Io sono preoccupato da queste vicende. Allo stato, questa bella varietà espressiva, con le sue luci e le sue ombre, è sommersa dal tipo, conformisticamente dilagante e generalizzato, di A me preoccupano queste vicende. Ed ecco, quindi, la risposta che Apollonio suggerirebbe di dare a chi opponesse un "Perché? Come dovrei dire altrimenti?". In almeno quattro modi differenti, graduati quanto a effetto discorsivo. Peraltro (il che non guasta) tutti normativamente corretti, a differenza della forma che oggi va per la maggiore e che, come ogni innovazione, è sottilmente violenta (e volgare anzi che no).
Poi, però, Apollonio si ferma a riflettere. E intende che, alla fine, ancora una volta è forse solo una questione di generazione: generazione intellettuale, non anagrafica. Che c'è, insomma, una generazione-A me preoccupano queste vicende, riassunta e qualificata in questa forma, quanto alla sua profonda Meinung espressiva, cui semplicemente egli non appartiene. E pensa che tale generazione ha tutto il diritto di essere inconsapevole di ciò che dice e di non voler sentirsi dire, da chi la guarda da lontano, cosa le forme di ciò che dice dicono di lei. Ha tutto il diritto, in altre parole, di venire avanti, di nuovo e anch'essa, in prima persona, giustamente incurante delle sciocche elucubrazioni di un Apollonio qualsiasi, allattato sotto un cielo di Meinungen espressive differenti. 
Meno giustamente incurante, però, del tremendo giudizio (Apollonio non lo sposa ma lo tiene a mente, come un monito) che, come succo di un'altra epoca di fasti linguistici della prima persona, ebbe a dare un mirabile esperto: "l'io, io!... Il più lurido di tutti i pronomi!... I pronomi! Sono i pidocchi del pensiero. Quando il pensiero ha i pidocchi, si gratta come tutti quelli che hanno i pidocchi... e nelle unghie, allora... ci ritrova i pronomi: i pronomi di persona".

[Alcuni precedenti: aprile 2010gennaio 2014ottobre 2014, con un commento che anticipa questo frustolo e rende conto del suo insorgere conclusivo.]

13 febbraio 2015

A grande richiesta... Trucioli di critica linguistica (2): San Valentino



Tra le giornate celebrative inventate dalla modernità putrefatta, solo alla festa della mamma si potrà concedere d'essere più stucchevole della festa degli innamorati. Anche in occasioni del genere, guizza tuttavia l'inquietante fiamma dello spirito e se ne fa occasione, salvifica, l'angelica presenza del danaro, segno ammonitore del mercato connaturato con ogni commercio tra gli esseri umani. Ovviamente, di quello dell'eros ma, quando è il caso, anche di quello dell'amore materno. Il mercato più diabolico è infatti quello che fa di tutto per nascondere di esserlo e spaccia a prezzi stracciati buoni sentimenti e migliori intenzioni, merce insomma velenosa e perversa.
Del mercato e del danaro, come è noto, la pubblicità fa letteratura. Come se ne fa mercato, si può fare infatti letteratura di ogni aspetto della vita. E al pari d'ogni altro prodotto dell'attività umana, la letteratura che la pubblicità fa del mercato e del danaro si distribuisce sopra i diversi gradi di una scala di valori. La gran parte della letteratura che secernono i creativi delle agenzie di comunicazione si addensa naturalmente su quelli più bassi, melensi e corrivi. Ma si dirà diversamente di quella che si deve a poeti (il povero Prévert incluso) e romanzieri?
Non è forse questo il caso della campagna 2011 di una multinazionale rappresentata in Italia da un'azienda cioccolatiera che fa tradizionalmente buoni affari per il giorno di San Valentino. O meglio, non è forse questo il caso del pay-off di tale campagna, osservato dalla modesta specola di chi si occupa di lingua.
Esso suona "Chi ama, Baci." e ha l'asseverativa andatura dei proverbi e delle massime di comportamento. L'enfatica menzione del nome del prodotto, Baci, vi lascia occhieggiare la modalità imperativa caratteristica di tal genere di comunicazione. Lo fa in maniera oltremodo accattivante e che suscita una speciale attenzione. La sollecita infatti al livello generale (e quasi irriflesso) della nativa competenza (meta)linguistica dei suoi destinatari.
L'effetto di straniamento è sottile. L'ingenua credenza che, in italiano, nomi e verbi siano sempre ben distinti ne viene sommossa e si rivela (senza che di necessità ce ne sia finale piena consapevolezza) che le parole hanno sì significato e forma ma che ambedue dipendono da valori combinatori e funzionali.
In corpore vili, la spiegazione viene dal creativo di un'agenzia di comunicazione. E a darla, lo ha spinto il danaro di un committente che intende così lucrare ancor meglio sulla stupidità della festa degli innamorati. Apollonio non si sente di escludere che l'uno e l'altro siano non solo epistemicamente ma anche eticamente più commendevoli di molti tra coloro che riempiono di corrività dottrinali i libri che occupano scaffali interi di biblioteche e di librerie.

[14 febbraio 2011]

Lingua loro (33): "Porre in essere"

Realizzare un piano... o (con perifrasi da lungo tempo praticate) mettere in atto un piano...dare vita a un piano... e così via: in tal modo si può comunemente e variabilmente dire, nel presente stato dell'espressione italiana.
Forme del genere devono essere però parse di poco pregio a chi, quando parla o scrive, vuole distinguersi. Ne è sorta da un po' e ormai dilaga la locuzione porre in essere.
Porre in essere è tra i massimi indici lessicali di un registro espressivo che, per brevità, è definibile come lingua da assessore. Sotto qualunque veste si presenti, chi dice o scrive porre in essere svela così d'essere un assessore. Assessore, eventualmente, alla cultura e, si desse un caso ancora più raffinato, assessore alla difesa della bellezza dell'italiano, alla regolamentazione del suo traffico e alla manutenzione dei relativi metaforici semafori.
A conferma, si trova appunto un esempio istruttivo e spassoso di porre in essere seguendo questo link (e Apollonio chiede scusa ai suoi cinque lettori se saranno esposti così a un paio di brevi annunci pubblicitari: è il prezzo che capita di pagare per documentarsi). 

11 febbraio 2015

Cronache dal demo di Colono (30): Rome

Cosa sono le cose che i nomi propri denominano? La questione incarta i logici da gran tempo e Apollonio si guarda bene dall'aggiungervi motto. Del resto, non ne sarebbe capace: la realtà - lo ha confessato più volte - per lui è veramente troppo. 
Quindi che posto sia Roma, quel luogo del mondo che per più di duemila e settecento anni ha risposto allo stesso nome (enorme, eccezionale bizzarria, se ci si pensa un attimo), cosa sia quel luogo, Apollonio dichiara appunto di non saperlo. E di non sapere se Rome e Roma siano o no lo stesso posto.
Da modesto osservatore dell'espressione (porzione della realtà anch'essa, forse; altamente fantasmatica però), da analista delle chiacchiere o (come affermano quelli che si voglion dare importanza) del discorso, insomma, da praticone della lingua, assicurerebbe però, a chi glielo chiedesse, che Roma e Rome non sono la stessa cosa. E che dicendo Roma o Rome non si dice la stessa cosa. E che una cosa è presentarsi come Roma, una cosa diversa è farlo come Rome.
Poi, naturalmente, si è liberi di scegliere. E sin dalla più tenera età, Apollonio ricorda del resto il caso di qualche Maria che, di punto in bianco, cominciava ad andare in giro pel mondo dicendo di chiamarsi Mary. 
Le Maria-Mary, le Addolorata-Dolores e, in un crescendo di fantasia, le Vincenza-Cynthia, le estrose Nancy che per i nonni rispondevano invece al delizioso nome di Nunzia e così via, Apollonio le ricorda peraltro senza scandalo, ci mancherebbe. Poveracce, però. Meritevoli di un filo di tenera compassione. 
La medesima che da oggi suscita appunto Roma. Pardon! Rome, come Roma pretende di chiamarsi, poveraccia, per darsi un tono, andando in giro pel mondo.

[Per chi fosse all'oscuro, ecco il fatto.]

10 febbraio 2015

Febbraio a S. Cono

La "Parte quinta" del Gattopardo non se l'è mai filata nessuno qui Apollonio forse l'ha già scritto. Altrove, anche in rete, certamente l'ha fatto, e con futili pretesti, il suo alter ego
Sarà perché nella "Parte quinta" non circola Don Fabrizio. E nessun'altra delle belle figure di facciata, Tancredi e Angelica, soprattutto, che gli fanno da corte nel romanzo. Vi viene invece in primo piano quel padre Pirrone, il gesuita etimologicamente parassita, che non ha mai acceso la fantasia di critici e lettori. 
Sarà perché alla "Parte quinta" non fa da sfondo la Palermo delle ville, dei conventi e dei palazzi, né l'arsa e mitica Donnafugata, che i notabili di molti borghi siciliani giurano ispirata allo scrittore dalla loro ridente cittadina (sempre con larghezza di prove e, pretende ciascuno, innegabili coincidenze). Tutto si svolge invece nell'oscura "S. Cono, un paese piccino piccino", la cui realtà, grazie al Cielo, nessuno rivendica.
Sarà perché, delle otto che compongono l'opera, la "Parte quinta" (chissà se qualcuno l'ha mai notato) è l'unica che si svolge in inverno: "Febbraio 1861". E in un'epoca di scritture e di letture irrimediabilmente piccolo-borghesi (esattamente come le complementari vacanze), d'inverno, in Sicilia, si dica la verità, che ci si va mai a fare?
Per questo, la "Parte quinta" del Gattopardo (che Apollonio, da vecchio "strutturalista", si guarda bene dal dire che è la migliore o la più importante dell'opera: la relazione, la relazione è ciò che conta e che dà valore al sistema e ai dettagli!), per questo, si diceva, la "Parte quinta" è così divertente da percorrere, andando distesamente a spasso, come in un'oasi naturale protetta non da volontà umana ma dalla sua miracolosa (e ricercata?) irrilevanza.
Andarci a spasso sicuri di non incontrare nessuno, se non, nella parola del narratore, padre Pirrone, la sua famiglia e qualche altro abitante di S. Cono, godendo inoltre di scorci, annusando gli odori, udendo voci e rumori.
Ecco, solo questo. Questo frustolo compita allora "in una soleggiata Domenica di febbraio sonora di venti che sfogliavano i fiori dei mandorli". E lo fa forse solo per nostalgia di un febbraio vissuto in una S. Cono che è un luogo precisissimo dello spirito e, come tale, indeterminabile e irrivendicabile.

[A beneficio e per soddisfazione degli eruditi: San Cono è il santo patrono di Naso, cospicuo comune dei Nebrodi, affacciato sopra uno splendido panorama del Tirreno meridionale, che si raggiunge, rimontando la bella Strada Statale 116, dalla - ormai, purtroppo, degradata - Capo d'Orlando dei Piccolo di Calanovella: il fondamento biografico è quindi assicurato.] 

7 febbraio 2015

Parole che parlano (6): "Contenuti"



Li si chiama contenuti, oggi, forse perché sono sovente la prova che chi li conteneva non ha saputo contenersi.

3 febbraio 2015

Vocabol'aria (13): "Ai miei tempi"

Chiunque può dire "ai miei tempi...". È vero tuttavia che immaginare che lo proferisca chi è sotto i venti anni è duro.
Tra gli "studiati" (bella designazione riapparsa fausta nella memoria d'Apollonio), basta però avere varcato la soglia del second'anno d'università - non essere più matricole (altra vecchia parola!) - basta poco, insomma, per sentirsi autorizzati a dire "ai miei tempi...".  
E lì, prendendo i toni vissuti dell'uomo o della donna di mondo e in malcelato dispregio di un presente decaduto e, caso mai, da restaurare, narrazioni di epiche marachelle, di insegnanti severissimi o beffati, di "studio matto e disperatissimo", di programmi formativi di qualità, di antichi valori culturali, di letture e traduzioni di migliaia di irte pagine, di amicizie cementate nei bagni della scuola e così via. 
"Ai miei tempi...": oggi capita d'ascoltarlo sulle labbra o di coglierlo sotto la penna di chi, navigando, felice lei o lui, nei suoi anni migliori (e certamente non vetusti), già (o ancora?) vi indulge pubblicamente. E, come dettaglio espressivo, è deliziosa e coerente nota di una temperie morbidamente reazionaria e nostalgicamente post-adolescenziale.

2 febbraio 2015

Linguistica candida (26): La mirabile versione del Barone di Munchausen

L'opinione che in un modo o nell'altro saremmo "noi", gli esseri umani, a esserci costruiti la lingua circola nel Moderno - è anzi quasi un luogo comune, a diversi livelli di consapevolezza intellettuale e di sofisticazione scientifica. 
Ogni volta che ad Apollonio capita di coglierla, gli si forma, incoercibile, un sorriso, talvolta solo interiore, per via di decenza ma anche di un rispetto che cresce in modo inversamente proporzionale all'autorità sociale di chi lo riscuote.
Lo riconosce: è il medesimo sorriso che da bambino gli provocò la lettura del fulmineo e fanfaronesco rendiconto di una delle celebri avventure del Barone di Munchausen.
Eccolo, nella traduzione di Maria Luisa Agosti: "Ero ancor dentro le nuvole per più di tre chilometri, quando il canapo si spezzò e io caddi al suolo con tanta violenza che, ripresi i sensi, mi ritrovai tutto stordito dentro una buca profonda quindici metri dalla quale non riuscivo a immaginare come sarei venuto fuori. Non c'era altro mezzo che andare a casa, prendere una vanga e scavarmi dei gradini: la qual cosa riuscii a portare a termine prima che il castaldo si fosse accorto della mia assenza".

28 gennaio 2015

Trucioli di critica linguistica (17): Balle di Scienza


Quando, qualche mese fa, sul piazzale della stazione di Pisa, Apollonio apprese di "Balle di Scienza" mancavano pochi minuti alla partenza del suo treno e pochi giorni alla definitiva chiusura dell'esposizione. Se ne rammaricò. Vie più, documentandosi in proposito. Oggi, nella modernità putrefatta, scienza è parola pronta a qualsiasi uso, come lo furono, un dì, patria, nazione, famiglia, classe, ancora oggi, razza e, di recente sperimentata, la parola Dio, il cui numero singolare è certo stimolante per il pensiero, ma forse esageratamente per l'azione, come si sa da parecchi secoli e, a ben vedere,  non prevalentemente per esperienza passiva (ma la memoria, è noto, è facoltà selettiva). 
Scienza è così diventata parola pericolosissima e pare un'iniziativa didattico-divulgativa di salutare demistificazione associarla in modo diretto e provocatorio a balle, nel titolo di un evento pubblico promosso da un'istituzione scientifica prestigiosa e che ha titolo a farne uso.
Visitando l'esposizione, Apollonio ne è certo, ne avrebbe tratto piacere e profitto. Confida così in una riapertura, eventualmente in altra sede (la comoda Milano? O lì, per tutto l'anno corrente, ci si occuperà solo di pappardelle e connesse bellurie?). 
Nell'attesa, egli scorre la piccola brossura illustrativa. La sua introduzione è un breve testo rivolto naturalmente a un pubblico di non specialisti. Proprio per questo, però, delicato: porta la responsabilità di fornire a chi non è un chierico la chiave interpretativa di un'esposizione che, con quel titolo, promette una demitizzazione.
"Scienza - vi si legge - deriva dal latino scire che significa sapere o da sciens che significa avere conoscenza. Ci rivolgiamo agli scienziati come esperti e ci fidiamo di ciò che è “scientificamente provato”, ma anche gli scienziati sbagliano e guai a pensare il contrario. Quando vanno in laboratorio portano con sé convinzioni filosofiche o religiose e le loro assunzioni riguardo alla natura profonda della realtà. In realtà, però, gli errori sono una delle molle del progredire della scienza. Come diceva Richard Feynman (premio Nobel per la Fisica nel 1965): «la scienza è fatta di errori, che sono utili perché, piano piano, sono proprio questi errori che ci guidano verso la verità». Il metodo galileiano ci insegna quindi ad autocorreggerci, e fa sì che la scienza avanzi soltanto quando riconosce i propri errori precedenti".
L'avvio è un pot pourri di parti del discorso che dà luogo, a volere essere pedanti, a qualche pressappoco etimologico. Sono sciocchezze, però, e insistervi sarebbe soltanto ingeneroso. D'altra parte, si è fuori dal cuore del testo. Il cuore sta nel resto e il resto non ha per materia quisquilie da parolai. È però un testo che vien subito voglia di portare nella sgangherata officina d'un parolaio, per un'analisi, come sempre, molto veloce e molto alla buona.
"..anche gli scienziati sbagliano", vi si concede. Pare lo facciano (e più che un'asserzione, è - va detto - un'allusione) portando nel laboratorio le "convinzioni filosofiche o religiose" o "le loro assunzioni riguardo alla natura profonda della realtà": debolezze umane, insomma, e roba che è foriera di errori, come impurità, rispetto alla scienza. 
Niente paura, tuttavia. Il laboratorio alberga un fuoco purificatore. Gli errori vi si sublimano e, diversamente da quanto fanno in ogni altra teoresi e in ogni altra prassi umana, non producono altri errori (così direbbe forse una millenaria esperienza) ma "guidano" verso "la verità": numero singolare e articolo determinativo.
"Il metodo galileiano ci insegna quindi [quindi?] ad autocorreggerci", con insistita quarta persona e ridondanza nella marcatura della riflessività. L'una con valore impegnativo, per chi legge, e in ogni caso diverso da quello, piacione e bonariamente inclusivo, che ricorreva in apertura: "Ci rivolgiamo agli scienziati... ci fidiamo...". L'altra atta a mettere in chiaro, caso mai a qualcuno, visto il titolo dell'esposizione, frullasse qualcosa per il capo, una circostanza data in ogni caso come indiscutibile. Da secoli, la scienza si abilita a correggere gli altri e ogni cosa. Si conceda pure che faccia, come ha fatto, degli errori. A nessuno venga in mente, tuttavia, di correggerla, perché la scienza si corregge da sé. Si autocorregge.
Un fervorino, insomma, per un pubblico di già credenti, nutriti da pubblicazioni che si vendono come scientifiche e da pagine di supplementi culturali di quotidiani che, con la scusa di divulgare, spacciano quasi sempre conformismo. E "Balle di Scienza", si potrebbe facilmente concludere. Sarebbe però una pessima conclusione. L'esposizione sarà certamente migliore del testo che la presenta e che è difficile dire le faccia un buon servizio, forse solo per eccesso di zelo.
E poi Apollonio - lo sanno i suoi cinque lettori - non riesce a smettere di cercare i preziosi segni che, quando era giovane, lo innamorarono del grandioso Moderno da cui nacque ciò che da qualche secolo si chiama, approssimativamente, scienza (e chissà come la si chiamerà tra cinquecento anni: forse in nessun modo).
Ora è vecchio. Lo si perdonerà se, prendendo a pretesto simili inezie, si chiede se a quel transeunte Moderno, di cui la scienza è appunto un transeunte prodotto, non mancò quel filo di modestia, quel filo d'ironia che avrebbe potuto fare della scienza ciò che essa oggi non è certamente: una forma delicata e magari migliore di una saggezza umana per altri versi perenne.

21 gennaio 2015

Linguistica candida (25): Varietà linguistica e mutamento climatico, della scienza

I frustoli di questo scombiccherato diario sono più di seicento. Apollonio non ricorda, di tutti, temi e dettagli, donde ripetizioni, lacune, cambi di programma, imprecisioni e tutto ciò che si associa di norma alla logorroica espressione governata da una senilità che inclina alla demenza.
Che di sua senilità sia ormai esclusiva questione, Apollonio ha del resto prove a iosa. 
Pensino i suoi cinque lettori: egli ha vissuto (e di ciò, come di altre vicende infantili, conserva memoria) un'epoca in cui, con preteso argomento di scienza, reputati specialisti della sua disciplina gli additavano derisoriamente come dilettantesche e cervellotiche le sortite di chi pretendeva che, per esempio, agli abitanti di certe aree del pianeta, per via del freddo intenso, poco si addicesse di tenere aperta la bocca, donde, nelle relative lingue, penuria di vocali, riccamente presenti invece in lingue di popolazioni esposte a climi temperati o caldi.
Quell'epoca è ormai perenta e lui, come un relitto, è invece ancora qui, quando non si sa il clima del pianeta, ma certamente il clima della scienza è parecchio cambiato. 
Con rigore di metodo e affidabilità di risultati, la scienza d'oggi dimostra infatti che, come per la stagionatura dei salumi, è l'aria fine e il clima secco dell'alta montagna a favorire la presenza nelle lingue di segmenti eiettivi. Dimostra poi che mettersi a parlare una lingua tonale in un clima arido è proibitivo almeno quanto vendere frigoriferi agli eschimesi.
Il mutamento climatico della scienza è lampante e, apprendendo di queste solide acquisizioni conoscitive, ad Apollonio è già venuto il freddo. Gli capita poi, per antico vizio, di esprimersi in una lingua con tante vocali. Meglio che, sul tema, visto il clima, non apra più bocca.

16 gennaio 2015

Linguistica candida (24): Tratti umani e grammatiche universali




Lo insegna una millenaria saggezza: non c'è essere umano che non sia stupido, in un modo o nell'altro (oltre che, in ogni modo, mortale). Che sia la stupidità, che fa lietamente tutti eguali, ad attrarre allora chi fruga nelle lingue umane prospettandovi grammatiche universali?

10 gennaio 2015

Linguistica candida (23): Aneddoto linguistico, su Treccani.it

"Lingua è un dialetto con un esercito e una marina": a chi vada attribuito questo celebre motto non si sa. Si sa che comparve in yiddish, una settantina di anni fa, sotto la penna di Max Weinreich, che non se ne dichiarò tuttavia padre. Lo disse raccolto sulla bocca di un anonimo interlocutore, incontrato tra il pubblico di sue conferenze degli anni Quaranta.
In un intervento in rete per altri versi apocalittico (o, quanto all'evocata morte del pensiero, solo bene informato?), ieri lo si è visto per allusione genericamente attribuito a Noam Chomsky da Diego Marani: "Non dimentichiamo infatti che i dialetti sono lingue, come diceva Chomsky, con l'unica differenza che non hanno un esercito".  
A Chomsky forse perché, come Aristotele nel Medioevo era il Filosofo, Chomsky è oggi il Linguista, per antonomasia, e se c'è un'affermazione che riguarda la lingua, in un modo o in un altro deve essere sua. 
Delizioso, peraltro, l'imperfetto diceva: il linguista del MIT non sarà certamente superstizioso, ma alla luce di una così generosa (per quanto indebita) attribuzione, consigliabile gli sarebbe di certo qualche scongiuro. 
Sia chiaro: si tratta d'una sciocchezza, per giunta minima rispetto alle grandi che capita regolarmente ad Apollonio di propinare ai suoi cinque lettori. Qui, ci si sarebbe così guardati bene dal richiamare su essa la loro attenzione, se a ospitarla non fosse una sede autorevole, dotata senza dubbio d'una redazione di gran peso e valore: Treccani.it L'enciclopedia italiana
Una pagina, come si vede, cui ci si rivolge, di norma fiduciosi, per avere informazioni serie, verificate ed affidabili (come purtroppo non pare la riferita), non uno di quei diariacci in rete - ne è un esempio il presente - tenuti in piedi come si può da uno scalzacane, un po' per celia, un po' per non morire.

[15 gennaio 2015: Una cortese lettrice informa Apollonio che l'intervento in discussione, per il dettaglio qui esposto, ha subito un mutamento. Al posto dell'originale "come diceva Chomsky", adesso vi si legge "è stato detto", passivo senza agente. A illustrare lo scritto, come immaginetta sacra, pare sia rimasta la foto di Chomsky, a questo punto ancora più implausibilmente se non come comica traccia: si vede che, nella menzionata redazione, non s'è fin qui trovato di meglio. Scomparisse in futuro anche quella, Apollonio sarebbe ancora più autorizzato al sospetto d'avere chi lo legge, lì: naturalmente, ne sarebbe oltremodo lusingato.]

Linguistica da strapazzo (35): "Essere l'Inter" e "fare la Roma"

Ora è più d'un mese, se Apollonio non si sbaglia, il giorno stesso di Roma-Inter all'Olimpico, in una pagina del Corriere della sera, "Dobbiamo fare la Roma", dice da una grande foto il francese Rudi Garcia che, se le parole sono proprio sue, ha evidentemente imparato l'italiano alla perfezione. 
"Loro sono migliori ma noi siamo l'Inter", replica sulla medesima pagina Roberto Mancini, da una foto di grandezza comparabile. 
Fare la Roma, essere l'Inter. Interrogativo stupido: chissà perché, quando si parla di nomi propri (e tra filosofi e linguisti, se ne parla da gran tempo), costrutti del genere vengono tirati in ballo molto raramente. E risposta più stupida: perché l'essere adoperati così non è il proprio dei nomi propri, non è il loro uso prototipico.
Come se il proprio dei nomi propri, al pari del proprio di ogni altra categoria immaginata dai grammatici, fosse di stare, prototipicamente, nelle caselle all'uopo previste dalla modestissima fantasia di definizioni grammaticali circolanti per il mondo come logiche, oltre che come le più logiche. 
Invece, Apollonio ricorda i casi emblematici di Palermo non è Beirut e Ahmadinejad non è Mubarak: titoli di quotidiani in anni in cui tali affermazioni (di portata informativa, considerata anche la sede) avevano un valore diverso da quello lapalissiano che oggi si sarebbe tentati di attribuire a esse ("Embè?"): per gioco, per oblio, per ignoranza.
E ...noi siamo l'Inter allora? L'Inter vi fa da predicato nominale e certamente non col valore corrivo che avrebbe ove la si immaginasse rivolta dal mister marchigiano non a un giornalista che lo intervista ma al custode dell'Olimpico. Alla testa di un manipolo di tatuati scagnozzi, Mancini scampanella sul portone: Driiiin. - I signori desiderano? Noi siamo l'Inter. Ci aspettano per la partita. Possiamo? - Si accomodino. Terza porta a sinistra.
Fare la Roma è a sua volta uno spasso.
Perché una cosa è che si faccia la Roma come si farebbe il sugo. E si potrebbe, in effetti. La Roma, al pari di il sugo, avrebbe in tal caso funzione argomentale: sarebbe un oggetto diretto, per dirla in modo tecnico. Naturalmente, Garcia non voleva dir questo.
Altra cosa è che si faccia la Roma diversamente da come si farebbe il sugo, con la Roma in funzione predicativa, dunque. La stessa funzione di il cascamorto o il pesce in barile quando si fa il cascamorto o il pesce barile. Così si può immaginare intendesse appunto Garcia: naturalmente quanto a sintassi (indipendente, come si sa, dalla semantica). 
In questo secondo caso, tuttavia, un conto sarebbe fare la Roma senza essere la Roma. Qui, di nuovo, non dovrebbe trattarsi del pensiero di Garcia.
Un conto diverso è fare la Roma essendo la Roma, allo stesso titolo con cui Mancini dice della sua squadra "noi siamo l'Inter". E si è così a ciò che Garcia voleva certo dire. Ma dicendolo, lascia intendere implicitamente l'esistenza d'una malaugurata eventualità: quella di essere la Roma senza fare la Roma
Mirabile spettro di possibilità offerto allo spirito della nazione, per incarnarsi mutevolmente nella sua essenza, dallo spazio di libertà che s'apre tra l'esserci e il farci: uno spazio di libertà tutto italiano, che permette, come è noto, di farci senza esserci, di esserci senza farci, di non esserci e non farci e di esserci e farci. Col valore di -ci, come pro-predicato, riempito eventualmente (e non prototipicamente?) da un cosiddetto nome proprio (l'Inter, la Roma).
Si vede così con chiarezza come il valente Rudi Garcia, che italiano appunto non è, abbia imparato alla perfezione non solo l'italiano - e lo si diceva - ma anche a fare l'italiano.

7 gennaio 2015

Linguistica candida (22): Giocare al piccolo grammatico

Di lingua, ancora oggi, non c'è italiano capace di battere sui tasti di un computer che, per il fatto stesso, non si pretenda litigiosamente cultore e specialista. A dire il vero, più d'uno, nei suoi voti personali, anche legislatore e, ne avesse investitura, guida ferma e illuminata per una nazione altrimenti allo sbando, quanto all'espressione. 
Del resto, giocare al piccolo grammatico, competitivamente e con infantile gravezza, come se i destini della lingua dipendessero dagli esiti di tale gioco, è da secoli carattere specifico del ceto cólto italiano: una torma vociante di bimbi. Meglio, di Bembi.

6 gennaio 2015

Sommessi commenti sul Moderno (14): Scor(i)e



Come non trovare comici i proclami di un'epoca che, tramontando, s'annega nella pozzanghera dell'effimero e, per durevolissime tracce materiali del suo credo profondo e della vera opinione di sé, non lascia al futuro piramidi, chiese o monumenti civili ma rifiuti indistruttibili.

Cronache dal demo di Colono (29): "Le strade, le famose strade siciliane..."

"Il viaggio era durato tre giorni ed era stato orrendo. Le strade, le famose strade siciliane per causa delle quali il principe di Satriano aveva perduto la Luogotenenza erano delle vaghe tracce irte di buche e zeppe di polvere".
Un evento eclatante, un ponte che, in Sicilia, cede pochi giorni dopo la sua inaugurazione, più che rivelare l'autentico stato delle cose, lo nasconde. L'attenzione al fattaccio, all'eccezione distoglie dal quieto e rigoroso accertamento del quotidiano. Forse è una condizione sistematica della facoltà percettiva umana: Apollonio non s'intende di cose del genere e non osa affermarlo. 
Lo induce a ritenere che vada proprio così, però, l'esperienza fin qui fatta, d'una qualche durata (e senza merito alcuno, naturalmente), proprio sotto cieli che, a tratti lontani, gli sono tuttavia noti. A ritenere insomma che il clamore degli scandali e i periodici, momentanei lampi di luminose nefandezze - vere o solo presunte, alla fine, che importa? - abbaglino e rendano così invisibili le oscure, interminate nefandezze con cui si tesse una normalità che, proprio in quanto tale, è di lunga durata.
Chi ha più memoria della vicenda - una faccenda di appalti - che, più di cento cinquanta anni fa, per qualche momento, intrecciò l'avventurosa vita di Carlo Filangieri, principe di Satriano, alle infrastrutture della Sicilia borbonica?
Le strade siciliane sono frattanto forse diventate tracce meno vaghe (sotto il profilo ambientale, si tratta sempre d'una qualità?) ma restano "irte di buche" e la "polvere" di cui sono "zeppe" è coerente con l'epoca: il pattume d'ogni sorta della finta abbondanza.
In apertura, tre righe nate sotto la penna di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, il sardonico principe del "tutto cambia e tutto resta com'è". Di scorcio, rapide e definitive come un fulmine, raccontano di un passato che, fatta la tara delle ovvie mutevolezze, è simile al momento in cui furono stese e (oggi lo si sa) prefigura il futuro, nei suoi tratti caratterizzanti. Il cedimento del ponte forse costerà a qualcuno la perdita di una luogotenenza. Buche e polvere resteranno certamente, perché in esse c'è l'essenza delle strade, delle famose strade siciliane.
La determinazione conoscitiva della pertinenza è la via dell'intelligenza del mondo: intelligenza inutile? Di nuovo, che importa? Per chi sa leggerla, la letteratura, come arte della parola, annoda con l'intelligenza del mondo un impagabile spasso.       

30 dicembre 2014

Trucioli di critica linguistica (16): Brigadieri e caporali

"Il sottoscritto essendosi recato nelle prime ore antimeridiane nei locali dello scantinato per eseguire l'avviamento dell'impianto termico, dichiara d'essere casualmente incorso nel rinvenimento di un quantitativo di prodotti vinicoli, situati in posizione retrostante al recipiente adibito al contenimento del combustibile, e di aver effettuato l'asportazione di uno dei detti articoli nell'intento di consumarlo durante il pasto pomeridiano, non essendo a conoscenza dell'avvenuta effrazione dell'esercizio soprastante". 
È Italo Calvino con indosso, per divertente parodia, la divisa stilistica d'un brigadiere. Mette su carta in tal modo ciò che lo stesso Calvino, vestito da uomo comune, ha appena raccontato così al Calvino brigadiere che lo interroga: "Stamattina presto andavo in cantina ad accendere la stufa e ho trovato tutti quei fiaschi di vino dietro la cassa del carbone. Ne ho preso uno per bermelo a cena. Non ne sapevo niente che la bottiglieria di sopra era stata scassinata". Or sono cinquanta anni, l'invenzione narrativa del contrasto servì allo scrittore per aprire ad effetto un contributo giornalistico dal titolo "L'antilingua".
Il tempo è passato e non invano. Da questa distanza, è possibile osservare come il pezzo del Calvino brigadiere abbia più valore, si direbbe, civile, del piatto racconto del Calvino che s'atteggia a uomo comune. E, contestualmente, le chiose che lo scrittore fece seguire al contrasto esemplificativo suonano in modo diverso.
Può non piacere, la prosa brigadieresca. La si può persino odiare. Tacciarla di "antilingua inesistente" svela però un'attitudine intellettuale infantile, tipica del Moderno: negare l'esistenza di ciò che non piace o risulta odioso. E negarla non tanto in atto (come si potrebbe, se ciò che non piace lo si può mettere addirittura in parodia?), quanto, per paradosso, in potenza. Meglio, in progetto: come esito di un programma di annichilimento. Un programma volto al miglioramento del mondo, certo. Ma quale programma di annichilimento di qualcosa - negli ultimi secoli - non si è detto, da parte di chi lo proponeva, orientato alle migliori sorti di classi, nazioni, umanità e altre umane, troppo umane astrattezze?
Come a tutto il resto che fa varia l'espressione (anche sotto questi rispetti, magari non commendevoli), all'esistenza delle prose brigadieresche è invece forse il caso di rassegnarsi. Come è il caso di rassegnarsi all'esistenza delle ministeriali. E persino delle professorali, delle intellettuali e delle giornalistiche. Tutte, le si può punzecchiare, quando si gonfiano (e capita spesso). Si deve sorriderne ogni volta che si può. E vale la pena di provare a scansarsi dai loro effetti quando - capita anche questo - hanno l'aria d'essere proprio nefasti. Se non ce la si fa, pazienza. 
Pretendere che un brigadiere, nell'esercizio delle sue funzioni, s'esprima come piace a uno scrittore, a un professore di filologia o, peggio, al loro ideale di persona comune è invece bamboleggiare. Ed è spiritualmente da caporale pensare che ci sia qualcuno in diritto di intimargli di farlo, per decisione d'autorità.

27 dicembre 2014

Cronache dal demo di Colono (28): Declino e caduta della cucina italiana

Le condizioni correlative e le circostanze concomitanti del collasso dell'Impero romano furono numerose, come è noto. Una ebbe natura sociologico-militare: un esercito di mercenari difficilmente assolve il compito morale (peraltro, nel caso di un esercito, di moralità sovente più che dubbia) cui sarebbe chiamato; fa altro, se l'occasione si dà e un'occasione si dà sempre.
Il balzo parrà ardito ai cinque lettori di Apollonio ma una situazione comparabile egli intravede oggi per la cucina italiana (se così si può chiamare quella composita congerie di cucine locali che occupa, come le varietà linguistiche, l'area dell'Italia come ultra-nazione: ci si guardi bene dal dirle cucine regionali, al massimo diocesane e quindi, eventualmente, provinciali: ma di ciò un'altra volta).
Come legione, un esercito compatto di composte massaie, ai diversi livelli di pertinenza sociale e quindi di possibilità alimentari, animava gastronomicamente un impero di varietà innumerevoli, costruito in secoli di storia. Non lo faceva per soldi né per la fama. Per la fame, piuttosto, di consanguinei e affini. Uno scopo di lampante praticità, beneficamente sommerso, come capita alle cose umane che valgono, da un'etica e da un'estetica: da un bene e da un buono, superlativi, quando l'occasione lo domandava e lo rendeva possibile.
L'esercito popolare della cucina italiana è in via di dissolvimento (se non si è già dissolto): non è qui il caso di dire come e perché. Scarseggiano peraltro le risorse con cui la cucina si fa: le decisive, che sono le qualitative, ovviamente, e non le quantitative. Le seconde non sono mai state abbondanti come oggi - si vedrà per quanto ancora.
Della cura della cucina italiana sono stati così socialmente incaricati dei prezzolati professionisti: in una parola, dei mercenari. Una pletora di mercenari, tra i quali solo a pochissimi, naturalmente, la grazia concede di potere dire di esercitare nobilmente il mestiere dei tegami, come a pochissimi capitani di ventura spettava d'incarnare il nobile mestiere delle armi. Il resto è, come deve essere, masnada, cui interessano il soldo e il saccheggio: legittimamente.
Per altre condizioni correlative e circostanze concomitanti, declino e caduta della cucina italiana sembrano così ineluttabili. E Apollonio teme che annunciati e prossimi fasti lo sanciranno. La storia è crudele. La sua ironia palese.   

24 dicembre 2014

Bolle d'alea (19): Grossman

"Il bene non risiede nella natura, non sta neppure nella predicazione dei missionari e dei profeti, non sta negli insegnamenti dei grandi sociologi e dei capi popolo, non nell'etica dei filosofi... Sono gli uomini comuni che portano nei loro cuori l'amore per quanto vive, naturalmente e spontaneamente umano e hanno cura della vita, si rallegrano del caldo del focolare dopo una faticosa giornata di lavoro, non accendono falò e roghi sulle piazze.
Ed ecco, a fianco del minaccioso, grande bene, esiste una bontà quotidiana. È la bontà della vecchia che porta un pezzo di pane a un prigioniero, del soldato che dà da bere dalla sua borraccia al nemico ferito, della gioventù che ha pietà della vecchiaia, è la bontà del contadino che nasconde nel fienile il vecchio ebreo. È la bontà dei guardiani che mettendo in pericolo la loro stessa libertà, consegnano le lettere dei prigionieri, non ai propri compagni di fede, ma alle madri e alle mogli. Questa bontà privata di un singolo individuo nei confronti del suo simile è senza testimoni, una piccola bontà senza ideologia. La si può chiamare bontà insensata. La bontà degli uomini fuori del bene religioso o sociale".
È Vasilij Grossman (tradotto da Cristina Bongiorno), nel cuore del suo Vita e destino: un cuore insensato, come la bontà di cui parla, e oltremodo ottimista. Ma come diversamente, considerata la temperie?  

26 novembre 2014

Trucioli di critica linguistica (15): Scuola e consumi culturali di massa

Nei consumi culturali del Moderno putrefatto, come in ogni altro genere di consumo di massa, un ruolo di grande rilievo, per ragioni economiche, hanno i nomi di marca. 
Un brand è infatti un valore da mettere a frutto. Firenze o Venezia sono brands, come lo sono Leonardo da Vinci, Ferrari e Pavarotti. E sono osservazioni così ovvie che Apollonio quasi si vergogna di ricordarlo ai suoi cinque pazienti lettori.
Un'estensione della logica economica del brand e una novità sono tuttavia sotto gli occhi di tutti, in questi giorni. 
C'era il canone letterario: opere e autori riconosciuti canonicamente come rilevanti, per la società in cui il canone s'era elaborato. 
Tra gli effetti del canone, non irrilevante, anche per la perpetuazione del canone, una correlata pratica didattica. È così per ogni istituzione educativa: comunque determinato, segue un canone. Di conseguenza, autori di cui sapere qualcosa, opere da leggere, per brani, e da "studiare". 
Per generazioni, milioni di persone, scolarizzate, si sono così trovate esposte a flussi di informazioni che, trattenute o meno in modo efficace e sistematico, si sono sedimentate e si sedimentano in nomi propri, con tutto il bagaglio di luoghi comuni che ogni nome proprio, di necessità, porta con sé. 
"Nomi propri, luoghi comuni", per ricordare la trouvaille, peraltro facile, che l'alter ego di Apollonio ha spacciato nel titolo di un suo articoletto, sul tema linguistico della natura cosiddetta propria dei nomi.
La logica economica ha giustamente visto in questo stato culturale un'opportunità, peraltro da sfruttare a costo zero. Nessuna fatica a imporre brands, con il correlato discorso e il correlato costo di produzione e di diffusione di tale discorso. Brands già belli e pronti, costruiti gratuitamente per giunta da un'istituzione pubblica, l'istruzione di massa, nata ingenua, come idea, agli albori del Moderno e messa a punto, come valore in sé, come marchio di una civiltà, dal Moderno maturo.
L'istituzione scolastica sopravvive d'altra parte ingenua nella modernità putrefatta, anche nella coscienza della maggioranza dei suoi praticanti. Per paradosso, costoro - l'alter ego di Apollonio ne è un modesto campione - si credono ingenuamente la parte più avvertita e consapevole della società.
Sottoposta a criteri eteronomi, spacciati come ineludibili e quindi, nella sostanza, totalitari, la scuola funge oggi invece da ingranaggio, non sempre fluido, di processi che la trascendono e la sollecitano, rudemente, a rendersi utile. A cosa? A processi economici, appunto. 
Un modo per rendere utile la scuola, che essa lo voglia o no, a un qualche ordine economico lo si è allora trovato. Certo, un modo marginale, ma cosa si vuol trarre di meglio da un arnese tanto mal concepito per i tempi che corrono e così fuori delle loro logiche? Tra docenti e discenti, tiene impegnate per ore persone a milioni, ogni giorno. Quanto basta per farne un interessante bacino di consumatori. 
Così, già da qualche tempo, il nome Dante, per esempio, è diventato apertamente un brand, sul quale un importante gruppo editoriale italiano ha investito, col ragionevole progetto di averne un legittimo ritorno economico. Ritorno economico benedetto, peraltro, perché circondato, a differenza di quelli ricavati in altre aree del mercato, dall'aura purificatrice delle operazioni moralmente indiscutibili: fatte per il bene e per l'edificazione morale e materiale dell'umanità (o di una sua porzione variamente determinata). 
Nella serie dei "grandi" filosofi, "grandi" scienziati, "grandi" non-importa-cosa, che popolano i sogni d'una candida umanità, un brand di veloce consumo si sta oggi provando a fare allora di Giacomo Leopardi: una sorta di momentaneo Chanel N° 5. Poche gocce bastano infatti per sognare e per trovarsi, nudi e inermi, già nel mondo della favola. 
Di Leopardi, del resto, in giro non se ne sa troppo ma se ne sa abbastanza, si direbbe, proprio il giusto, per rinfocolarci intorno la favola che ogni brand, anche effimero, deve appunto portare con sé. 
Il Cielo guardi Apollonio e i suoi cinque lettori dal menarne scandalo (che fortuna, però, ha avuto il feroce Sebastiano Timpanaro a congedarsi per tempo). 
Con tutto ciò che possiede, con l'intero bagaglio della sua cultura - ivi compresa l'antropologica - ogni epoca fa lo specchio di se stessa. E il Leopardi di Tommaseo o di Croce dice di Tommaseo o di Croce esattamente come dice di la Repubblica il Leopardi di la Repubblica
Indignarsi, in proposito, è sintomo di pochezza di spirito. O del perseguimento di concorrenti e complementari interessi.
Osservare, invece, si deve, per provare a capire. A capire anche i dettagli espressivi che sostanziano i fenomeni culturali, nella loro natura sistematica. 
Al brand Giacomo Leopardi il titolo di un recente film - di cui qualche giorno fa ha fatto menzione Apollonio, in un discorso diverso e ancora meno serio del presente - ha fornito l'opportuna tag-line: Giacomo Leopardi. Il giovane favoloso
Ed è di gran spasso osservare allora come, mediatrice una prestigiosa istituzione culturale, con un'ovvia onda di ritorno, l'espressione del brand, con il mutamento di valore sociale e culturale che ne consegue, capita colpisca adesso la scuola:


La scuola: quel modesto e inconsapevole laboratorio d'ingenuità donde, innocente, ciò che sarebbe diventato l'attuale monstrum è sortito. Non come brand, naturalmente, tanto aggressivo quanto effimero. Col passo incerto, piuttosto, e l'andatura circospetta di chi s'illude di durare nel tempo e con ginocchia che, per tale ragione, facevano certamente "giacomo giacomo".

20 novembre 2014

Linguistica candida (21): Dati





Quanti equivoci scongiurati e quanti imbrogli sventati, se li si chiamasse presi invece di chiamarli dati.

17 novembre 2014

Linguistica da strapazzo (34): Riflessioni sull'età. Riflessiva

È sera. Con un bicchiere in mano, Apollonio sta, come deve, in un crocchio di persone, eufemisticamente, mature che chiacchierano (c'è bisogno di dirlo?) dei tempi andati.
"Ho la tua età", dice, sollecitato a esprimersi in proposito, uno dei conversatori. "Se hai la mia età" - commenta il destinatario - "Lucio Battisti non ti può essere indifferente...".
In ispirito, Apollonio è già volato via. In fuga. Via da "Voglio Anna..." e da "Dieci ragazze per me...", che pure parlano ancora al suo cuore. Ha cominciato a compitare, nel suo foro interiore, un paradigma quotidiano e, al tempo stesso, strano: quello degli aggettivi detti possessivi in combinazione con età.
È la sua pena, la pena del linguista da strapazzo: capita, d'improvviso, cominci a fare giochi di segmentazione e sostituzione con ciò che sente o gli passa per la testa.
Ognuno ha la sua, di età, ci mancherebbe, pensa. Come ognuno ha i suoi acciacchi. Può avere tuttavia anche l'età di un altro o di un'altra. Ho la tua, la sua età vale allora 'ho la stessa età che hai tu, che ha lui o lei'. E fin qui, nulla di strano: storia che sentiva ripetere, a proposito di casi simili, declinati in parecchie lingue, più di sette lustri or sono, affacciato a una finestra della torre centrale di Jussieu, col Panthéon come protagonista del panorama.
Non appena aggettivo e soggetto condividono però, nel costrutto, la persona grammaticale, ecco succedere il cortocircuito. Ne viene fuori un divertente effetto. Non ci aveva mai prima prestato attenzione, sebbene si può star certi che l'espressione gli sia entrata nelle orecchie, nel corso della sua vita, un numero difficilmente calcolabile di volte, e comparsa sulle labbra, negli ultimi anni, di tanto in tanto: Ho la mia età...
E non per dire un'ovvietà alla Max Catalano (tra i suoi cinque lettori, ci sarà qualcuno che sa a cosa si riferisce Apollonio: gli altri si rivolgano a Wikipedia). Per dire, invece, più o meno, 'ho un'età (ormai) avanzata, sono vecchio (o quasi)': Se continui con questo passo, scordati che io ti tenga dietro: ho la mia età
Tra sé e sé e tra il serio e il faceto (del resto, è linguistica da strapazzo), Apollonio decide allora di chiamare il fenomeno 'età riflessiva'. Gli piace il gioco di parole: quando l'età che si ha è dichiarata come propria, è un''età riflessiva'. Bello, no?
Naturalmente, 'età riflessiva' non riguarda solo la prima persona. Non di persona per sé si tratta ma della relazione sintattica in cui entra la persona, appunto. Casi di "età riflessiva" sono disponibili per tutte le persone.
Hai la tua età: poco carino da dire a chiunque e da evitare rigorosamente rivolgendosi a una signora; Avete la vostra età: condizioni d'uso poco diverse dalle sopra indicate, e solo per lo stemperamento del plurale; Abbiamo la nostra età: d'uso solidale, si tratti di quarta persona autentica, si tratti di uno di quei casi in cui il 'noi' è posticcio e sta per quel 'tu' effettivo, che pone automaticamente il destinatario sopra un gradino più basso del locutore: Caro il mio nonnino, abbiamo la nostra età. Pensa sia il caso di sgattaiolare così dopo cena per rincorrere ancora le gonnelle? 
Alla terza persona - che non a caso il buon Benveniste diceva essere una non-persona - le cose si fanno ovviamente più complicate. O, meglio, soltanto ambigue. Ambigue in astratto, come è (quasi) sempre il caso con la lingua: nella concretezza dei discorsi, delle ambiguità, di norma, nessuno si accorge.
E allora, con Ha la sua età, Hanno la loro età tutto dipende dalla relazione tra il soggetto e l'aggettivo: insomma dipende da chi sta dietro quel sua e quel loro. Se si tratta di terza persona diversa della terza persona che fa da soggetto (secondo il modello che vige, per es., in La pettina), si sta parlando di un'età qualsiasi, giovane o meno poco importa, condivisa dalle due diverse terze persone. Se invece la terza persona in ballo è un'unica terza persona (secondo il modello che vige, per es. in Si pettina), riappare appunto 'età riflessiva'. E con 'età riflessiva' c'è poco da fare, anche fosse solo per ischerzo, si tratta di un'età matura: Ha la sua età, poverino: è rimasto a Jakobson. Cosa vuoi ne capisca, di scienze cognitive... 
Prendere consapevolezza di 'età riflessiva' risveglia nella coscienza di Apollonio altri modi ellittici (e a loro modo idiomatici) per evocare, nei discorsi, l'età matura. Modi che stanno anche loro nella regione dei (pietosi o pelosi) eufemismi. Del resto, da sempre, l'età, quando cresce, diventa tema "sensibile", come s'usa dire adesso.
Ecco allora il banale Ho, hai, ha, abbiamo, avete, hanno una certa età: certo, certa, orientati da litote, sono infatti d'uso largo, anche fuori del caso qui in discussione: Ho un certo appetito. 
Ecco il meno banale, perché ancora più secco e perentorio Ho, hai, ha, abbiamo, avete, hanno un'età. Pronto, come tutte le espressioni simili, per gli usi (auto)ironici, Non mi potete chiedere adesso di gettare alle ortiche il Programma minimalista. Santo Cielo!  M'ero abituato. E ormai ho un'età.
Tutti, pensa Apollonio, sorseggiando il suo vino, hanno un'età: la differenza consiste allora nel fatto che solo di alcuni, e a partire da una certa età, lo si dice. Non se ne dice l'età; basta dire semplicemente Ha un'età, per farlo secco o farla secca: Ha un'età ma va ancora in giro conciato come sai. 
Lungi, allora, dall'essere ciò che sembra, l'articolo indeterminativo di Ha un'età. Incommutabile con altro che passi per determinatore. Circostanza che rende chiaro il fatto che avere un'età (c'è bisogno di dirlo?) non è come avere una macchina, un(')amante, una casa, un conto in banca e così via. 
Del resto - il bicchiere è quasi vuoto e Apollonio filosofeggia - avere un'età, avere la propria età forse corrisponde ad avviarsi a vivere l'esperienza contraddittoria di chi prova quanto sia importante avere, con un'età, tutto il resto, intuendo che importante, se mai lo è veramente stato, forse non lo è più.
"Mi sono informato, c'è un treno che parte alle sette e quaranta...".

16 novembre 2014

Linguistica candida (20): Significato e semantica






Il significato è faccenda troppo seria e spassosa perché la si lasci in cura a chi dice di occuparsene perché fa semantica.

15 novembre 2014

"Le Rondinelle" e "i Felsinei"



In radio, stasera, la partita tra il Bologna e il Brescia. Mai una volta, se Apollonio non s'è distratto, il delizioso appellativo figurato "le Rondinelle" per la seconda squadra, mai una volta "i Felsinei", gustosamente dotto, per la prima. In radio, bei tempi andati di Enrico Ameri.

Trucioli di critica linguistica (14): "la buona SCUOLA"...

è un brand, una sorta di nome proprio. Come nome di marca non è fatto male ed è anche corrivo al punto giusto. 
Un nome di marca aspira sempre a essere corrivo: deve esserlo, a qualsiasi livello esso si ponga. La sua corrività è un valore correlativo: può trovarsi molto in alto, ma a qualsiasi altezza si trovi, un brand ha da essere corrivo. Un brand non corrivo è infatti un brand fallito.
La corrività di la buona SCUOLA non è, ovviamente, triviale né ecumenica: dalla sua portata, qualcuno è tenuto fuori, tanto in basso, quanto in alto. È insomma una corrività media, come appunto deve essere, si direbbe, per destinazione sociale e per indirizzo politico. Ma Apollonio, di politica, non s'intende e quindi si asterrà dall'aggiungere altro. 
Se non la nota, antropologica più che politica, che - come tutte le corrività medie - quella di la buona SCUOLA è a tendenza omologatrice. Si tratta della variante, nella Modernità putrefatta, di ciò che, nella Modernità tardo-matura, poteva essere qualificato come tendenza totalitaria. Ma niente paura, per carità: molti pericoli hanno smesso d'essere incombenti sulle società occidentali, da allora. La ragione è che essi si sono semplicemente realizzati e, come si è potuto constatare, fin che dura, ci si vive anche comodi. Quindi vale la pena di accogliere tutto con un sorriso. 
Nel Belpaese, poi, con un sorriso ancora più aperto: si sa infatti che l'attitudine nazionale più qualificante è la capacità di stare sempre in equilibrio sul filo che fa da discriminante non all'alternativa tragica tra l'essere e l'apparire, ma a quella comica tra l'"esserci" e il "farci".
Tenendo presente quindi questo preciso carattere nazionale, che invita appunto all'allegria, nel marchio la buona SCUOLA si osservi come suona bene, per iterazione, il doppio uo, ovviamente tonico. E si noti come esso si combina in chiasmo con il doppio la che apre e chiude l'espressione. 
Cinque sillabe: l'atona centrale na, preceduta e seguita, rispettivamente, dalle sillabe toniche buo e scuo, a loro volta, l'una preceduta, l'altra seguita da un la. Tutte aperte: la-buo-na-scuo-la
Le tre dispari (dispari in numero dispari) con una a come apice sillabico; le due pari (pari in numero pari) con dittongo e vocale media posteriore aperta come apice sillabico. 
Non una i né una e: avrebbero stonato e la buona SCUOLA, come si vede, tende a tollerare poco ciò che non rientra nel suo facile equilibrio e non è a tono. Per ragioni che - è ovvio dirlo - sono anzitutto estetiche (cioè della qualità della relazione tra significato e significante), la buona SCUOLA è perciò molto distante da "la bella scola": quella alla quale, con gran faccia tosta, Dante favoleggia gli fu consentito d'accodarsi, "sesto tra cotanto senno".
Per passare a una nota sintattica (e, per tale via, semantica: ma di semantica Apollonio capisce ancora meno che di politica; integrino di conseguenza, come vogliono, i suoi cinque lettori), sono ragioni convergenti, se non proprio le stesse ragioni, a determinare la posizione dell'attributo. Con buona preposto al nome, la buona SCUOLA non equivale a la SCUOLA buona. L'attributo posposto sarebbe uno sconcio intollerabile per il brand. Esso se ne troverebbe completamente sfigurato, soprattutto nella capacità di fare l'occhiolino alla fascia alta del suo target. Quel ceto mandarino, o aspirante tale, che di sé pretende d'essere per principio "di buona scuola" e al quale che la scuola sia buona, nei vari valori che qui può prendere il predicato, importa infine poco o niente. 
Tra la buona SCUOLA e la SCUOLA buona c'è insomma l'invalicabile fossato che divide, in certe circostanze, l'attributo anteposto da quello posposto e, correlativamente nel caso specifico, il privilegio dall'assenza di privilegio.
Né va meglio, per venire dalla sintagmatica alla paradigmatica, con l'esito di un'eventuale commutazione dell'articolo: una buona SCUOLA sarebbe altra e misera cosa, messa a confronto con la buona SCUOLA. La prima lascerebbe infatti pensare a un'implicita molteplicità e quindi a una possibilità di scelta tra buone scuole possibili: se non una, l'altra o l'altra ancora. 
Ciò è proprio quanto specificamente confligge con lo spirito del brand. In esso, l'articolo determinativo definisce come unica la buona SCUOLA, come unico è d'altra parte, per principio, il referente designato da un nome proprio. Non c'è scelta, insomma: pare del resto che, da qualche tempo, scelta non ce ne sia in molti altri àmbiti della vita associata. È l'esito grottesco e paradossale cui sono giunte, putrefatte, le cosiddette società libere, che si sono trovate a potere essere libere solo in un modo e quell'unico modo, per giunta, eteronomamente determinato.
Come è ormai regola nell'universo della comunicazione pubblica, al marchio la buona SCUOLA s'accompagna una tag-lineAdidas? Impossible is nothing. Renault? Drive the change. Nutella? Che mondo sarebbe senza Nutella? La tag-line di la buona Scuola suona Facciamo crescere il paese. Vi compare la quarta persona grammaticale: l'invito è comunitario ma la comunità invitata ha da stare tutta, come si è visto e come dichiara apertamente la grafica, sotto il tetto dell'unicità definita e definitoria di la buona SCUOLA. Guai a uscirne.
E qui Apollonio si ferma. Finirebbe infatti per pestare i piedi al suo alter ego. Poveraccio, questi si troverà a dire quel poco che può e sa di quarta persona grammaticale, in un quarto d'ora graziosamente concessogli dagli organizzatori di un convegnone che ha per tema la lingua della politica. A Napoli, tra meno di una settimana. E lo farà, lo sconsiderato, senza capire neanche lui un'acca di politica. Che la caritatevole Euglotta lo protegga.