27 aprile 2014

Linguistica da strapazzo (28): Persona, tempo, genere. Grazie al Cielo, tutti grammaticali.


Felice inciampo del linguista da strapazzo nella videoregistrazione da cui è tratto il brano qui esposto: reperto esemplare e occasione utile per gettare uno sguardo intuitivo sulla plasticità di funzioni tenute invece come rigide categorie dall'ideologia grammaticale (e dai suoi succedanei culturali della più varia natura, nella vita sociale). 
In poche decine di secondi per effetto di montaggio, presentandosi e dicendo di sé, l'intervistata si atteggia discorsivamente sotto tre persone grammaticali, con quattro commutazioni: seconda, prima, terza, di nuovo seconda. Reagisce alla sollecitazione di parlare di sé con un esordio in seconda persona: "Sei sempre una ricercatrice". Un 'io' in apertura sarebbe stato del resto meno fine. Certo più chiaro, però, ed è così che, immediatamente, come a palesare, per chiosa esplicativa, che quel 'tu' non vale in funzione dell'enunciazione né cade nell'indeterminatezza del cosiddetto tu generico, la seconda persona è commutata nella prima: "io, prima di tutto, sono un medico...". Per opportuna coerenza grammaticale, compare così la terza: "che ha fatto della ricerca il proprio punto fondamentale ma ha lo scopo di curare i pazienti e di formare gli studenti". E infine, quando si tratta di diffondersi concisamente in una spiegazione e di narrare, torna la seconda dell'esordio, che si qualifica così come la persona che caratterizza la trama del testo: "Quello resta sempre. Questo è quello che tu sei. Dopo di che la vita ti porta a... se tu hai questo passo... questo questo... questa... passo che ti permette di vedere i problemi non rapportati a te stesso ma rapportati alla società automaticamente ti viene da essere un punto di riferimento per una serie di persone quindi cominci a coordinare". Tutto in perfetta scioltezza e piena naturalezza. Nessuna soluzione di continuità, nessuno stridere di ingranaggi, nessuna frattura discorsiva. 'Tu', 'io', 'lui' (sì, 'lui'), 'tu': tutte faccette appropriate a variare le prospettive d'un discorso brevissimo in cui l'enunciatrice parla, come le è richiesto, solo di sé e in funzione del quale sarebbe stata dunque autorizzata, nella rigida visione categoriale, a dire esclusivamente ioPersona, del resto, valeva 'maschera', come si sa. 
Come persona grammaticale, è 'tu', lo si è visto, a reggere invece la trama del testo. Un 'io' che l'enunciato atteggia a 'tu' si desoggettivizza. Sulle orme di Benveniste, se la terza è la non-persona e la prima è la persona soggettiva, la seconda è la non-soggettiva. La narrazione di un'esperienza in cui l''io' si maschera, peraltro in modo riconoscibile, da 'tu' desoggettivizza tale esperienza. Narrativamente, essa cessa di valere solo da accadimento eventuale, da accidente d'una vita individuale soggettivamente prospettata. Se il caso si dà, può proiettarsi, come un exemplum medioevale, nell'empireo delle necessità che trascendono l''io' enunciatore, il suo tempo, il suo luogo. 
Ne segue una qualche autonomia dell'enunciato narrativo dalle coordinate della sua enunciazione: il suo presente, per es., può agevolmente non essere il presente dell'enunciazione: "...la vita ti porta... tu hai... ti permette... ti viene... cominci". Non è l'adesso, è la regola in cui, non contraddittoriamente, le circostanze narrate si inscrivono: ciò che accade sempre, nel non-tempo di un universo ideale e, come si osservava, già letterario, abitato e 'agito' da un personaggio, il 'tu' in cui si prospetta l''io', che fattosi narrativamente 'tu' ha già collocato il suo discorso sotto il segno della funzione poetica, nella prospettiva metonimica, si dirà con Jakobson.
Infatti, per sospensione di incredulità o per delega di esperimento, il 'tu' dell'enunciazione (nel caso specifico, chi ascolta e vede) può immaginare come condivisa (o condivisibile) l'esperienza. Può concedersi a tale gioco senza perdere consapevolezza che, come per un trucco cinematografico, è un effetto speciale della lingua a prospettare l'esperienza di cui è questione come l'esperienza di un 'tu' che non è lui o lei. 
Dire di sé mascherandosi da 'tu' comporta, nell'orizzonte di attese dell''io', un destinatario che, prestandosi al gioco, silente annuisca, fosse anche solo per (sottilmente estorta) buona educazione. Una reazione, in termini dialogici, come: "Io? Ma che dici?" sarebbe non collaborativa e da guastafeste e significherebbe rifiutare polemicamente l'invito, implicito in quel 'tu' in cui occhieggia l''io', a un'agnizione, alla scoperta partecipativa di un rapporto di fratellanza (o di sorellanza), a un'adesione simpatetica. Del resto, per attitudini confidenziali (autentiche o simulate, poco importa), si narra di sé indossando la maschera del 'tu' coi 'tu' che si sentono prossimi, ai quali si vuol fare sentire (anche ingannevolmente) che li si considera prossimi, dei quali si sollecita la simpatia se non la solidarietà.
Intorno al quarantesimo secondo della videoregistrazione, ove fosse sfuggita, massima attenzione merita invece la combinazione della voce che dice "a te stesso" mentre il gesto deittico dell'enunciatrice è rivolto a se stessa, dice quindi 'a me stessa'. In astratto contraddittorie, le due espressioni non lo sono per chi parla e, con naturalezza, compie il gesto né per chi vede il gesto e ascolta le parole. Tanto dal punto di vista della produzione, quanto da quello dell'interpretazione, esse sono calcolate compositivamente e integrate in un sistema atto a gestire in maniera flessibile (ma per nulla indeterminata: anzi, determinata fino al dettaglio) la differenza tra funzioni e forme, differenza segnicamente pertinente nelle parole come nel gesto.
Se, dicendo di sé, la voce si esprime in una seconda persona che veste la prima, mentre (per dire così) il gesto deittico lo fa direttamente in prima, è tuttavia difficile immaginare che l'inverso possa prodursi con una perspicuità discorsiva comparabile. La plasticità della parola o, se si vuole, l'essere essa disposta meglio del gesto alla menzogna potrebbe avere avuto un ruolo filogenetico non trascurabile nell'assicurare appunto alla parola fortune espressive indubbiamente maggiori di quelle del gesto. 
Nell'espressione umana (anche la verbale), si badi bene, il gesto è tutt'altro che accessorio ma tradisce, come si osserva da sempre con semplicità. Intrinsecamente corporale, esso è difficilmente scorporabile dalla soggettività di chi enuncia. 
La parola, radicalmente funzionale, elemento di giunzione che dà valore al corporale e allo spirituale, è invece atta a creare universi non contraddittori, pacificamente espressi e interpretati, in cui, per esempio e in modo perfettamente banale, un 'io' femminile, sollecitato a parlare di sé, della sua esperienza e del suo successo proprio in quanto femminile, costruisce, per finzione enunciativo-narrativa, una trama di autoriferimenti alla seconda persona e a uno di essi, il più saliente, anche perché sottolineato da un gesto parlante, dà la forma, altrettanto se non più parlante, di un "a te stesso": una forma non-marcata, quanto al genere. O forse (e qui l'ambiguità dell'italiano non concede di dirimere) maschile. 

[Protagonista, volontaria, della videoregistrazione e, involontaria, di questo frustolo è una donna di scuola e di scienza, come lei medesima dichiara in apertura. Per tali ragioni, Apollonio è certo che non le dispiacerà di avere prestato a queste modeste riflessioni sull'espressione la sua degna attitudine nella circostanza e le sue appropriate parole: l'una e le altre preziose, peraltro, perché spontanee e non orientate alla bisogna, come accade invece in quegli esperimenti di laboratorio che le saranno familiari. A lei, se mai le giungesse notizia di questa bagattella, la gratitudine di Apollonio.]

25 aprile 2014

Come cambiano le lingue (7): Metafora quotidiana

I parlanti non ne hanno consapevolezza, ovviamente: l'etimo di cosa, parola italiana quante altre mai generica, quanto a uso e significato, è il latino causa, che, ai suoi tempi e in origine, generica non era: lo è diventata. 
Causa un giorno, causa un altro, però, e messa lì, causa, nei discorsi, tanto a proposito quanto a sproposito, e ovviamente molto, enormemente più a sproposito che a proposito, piaciuta poi l'espressione a chi è sempre pronto a stare sulla cresta dell'onda del cambiamento (linguistico), causa è diventata una cosa qualsiasi. 
E che cosa sia una causa strapazzata, fatta polpetta e andata a ramengo non importa ovviamente più a nessuno di coloro che, da secoli, dicono felicemente cosa
Del resto, non può essere che così: il cretino prevale, ineluttabilmente, dentro chiunque parli e, nel complesso, nella società dei parlanti. E col cretino, prevale l'approssimazione. 
Opporsi al cretino è insomma una causa persa o, come direbbe un personaggio di Andrea Camilleri, "non è cosa". Anzi, di norma, opporglisi è manifestazione di una forma complementare di stupidità, la pedantesca. Talvolta più pericolosa, perché, come capita coi sentimenti dei sicuri perdenti, rabbiosa e, si desse l'occasione, gratuitamente sanguinaria. 
Solo la lingua, per le sue vie segrete, sistematiche e impersonali, ripara col tempo le sciocchezze. Della pochezza espressiva umana, riesce così a fare, di nuovo e non si sa come, arcane meraviglie. Di modo che gli stupidi abbiano ancora lavoro e vadano ancora avanti con le loro approssimative idiozie, sulla via indefinita (infinita, non la si può certo dire) della storia umana. Che, come la storia personale di ciascuno (anche l'espressiva), può essere guardata con spirito compassionevole, bene che vada, mai con orgoglio o con l'illusione che porti verso il meglio.
Ebbene, ciò che capitò a causa, fatte ad oggi le dovute proporzioni (di domani, nessuno può dire), sta capitando adesso a metafora
Apollonio l'ha già più volte detto (e i suoi lettori ne avranno piene le tasche). Se lo ridice, però, è perché, passo dopo passo, gli pare di vederne sbiadire ogni valore denotativo. E se quando la si cominciò ad adoperare "a bischero sciolto", essa, a infranciosare i discorsi, sostituiva espressioni più tecniche e connotate, ma sempre relative all'area della lingua figurata (per es., sineddoche o allegoria), la si vede adesso gettata lì a casaccio, come semplice e puro sproposito, tanto per dire qualcosa che non si saprebbe come altro dire, per tirare fuori una paroletta magica che, qualunque sia il tema, si può stare tranquilli che ci stia. Non significa proprio nulla, infatti. O tutto, che è appunto la stessa causa, pardon!, cosa.
Un recente esempio? Il titolo, forse redazionale, forse no, del trafiletto di un critico televisivo emunctae naris e dallo stile di norma piuttosto risentito: Pif in Groenlandia diventa una metafora
Chiedersi cosa vuol dire servirebbe a poco: è una metafora, no? Tutto, nel mondo, è pronto per essere una metafora. Quindi lo può diventare. Lo è o può diventarlo, a fortiori, una metafora. Insomma, come per cosa, se c'è qualcosa, ancora, che non è una metafora, per esempio una metafora, si può star tranquilli che presto lo diventerà, una metafora. La metafora d'una metafora. Chiaro, no?

24 aprile 2014

Linguistica da strapazzo (27): Il non-nome nel testo


Questo annuncio deliziosamente malizioso è teletrasmesso dalle reti svizzere, con scopi apertamente edificanti. Con esso, l'onomastica evocata in conclusione ha poco da spartire, se non la letteraria, come appunto si vedrà rapidamente in questo frustolo.
Tra tutte le creature che vi appaiono, di una sola non vi viene pronunciato il nome proprio: è la creatura che, con un saluto, ciao, che si vuole confidenziale (e che si scopre provocatorio), appella come Pietro (guarda caso) il contadino-pastore. Con la palese espressione di ebete beatitudine di chi si trova in un paradiso, questi è intento a snocciolare i nomi propri di caprette tenere e candidissime; nomi propri tutti d'una qualche ricercatezza e tutti femminili, malgrado qualche barbetta: ma animula vagula blandula...
La creatura priva di nome si allontana, mentre Pietro, in imbarazzo, passa dal ciao della prima, irriflessiva risposta a un circospetto salve, meno compromettente quanto ai reciproci rapporti. E allontanandosi, mentre spinge lo strumento che le permette rapide apparizioni e altrettanto rapide fughe, la creatura lascia dietro di sé la macchia rossa della camicia che indossa e la fiamma, di un rosso più scuro, della coda. Sullo sfondo, sempre sui toni del rosso, delle apparenti sbarre, in disordine, rispetto al cosmo ordinato dell'ovile di Pietro.
Il nome proprio di quella creatura, Pietro magari non lo conosce. È noto, tra contadini e pastori, che la creatura può prenderne mutevolmente innumerevoli, alla bisogna. Pietro ne immagina certo il comune e, di lì, l'antonomastico. Ma, appunto, è anch'esso un tabù: proferirlo non si deve e nemmeno si può. La creatura, insomma, è l'innominabile.
Restano, con la pensierosa perplessità di Pietro, i candidi belati delle caprette, incosapevoli della pericolosa epifania, e, nel silenzio sospeso e misterioso di una solitudine montana, il bucolico suono delle loro campanelle.

[L'incongruo die dell'intestazione su YouTube dice dell'opera, nella messa on line, di un correttore automatico: del resto, la versione italiana dell'annuncio si prospetta come scoperto apografo di quella tedesca.]

16 aprile 2014

A frusto a frusto (85)



Più d'un ragionevole sospetto che siano tutti errori. E a fare la differenza, le intenzioni con cui li si commette non contano. Restano i modi a variarne il valore: interminati, da una grazia ultra-umana a una troppo umana laidezza.

12 aprile 2014

Linguistica da strapazzo (26): Linguistica, pardon! Pubblicità comparativa


Le risorse c'erano tutte, nella lingua: l'indeterminazione categoriale e funzionale della forma e la disposizione all'agglutinazione della manifestazione della persona (del resto, così già aveva detto delle origini della famiglia, or sono due secoli, Franz Bopp). Ecco come da un nome o da un verbo comune è venuto fuori un nome proprio, con l'incorporazione del soggetto squisitamente personale dell'enunciazione. I rapporti grafici tra maiuscola e minuscola vi sono graziosamente invertiti: un modo per dare eleganza alla trouvaille (l'ego è, come si sa, per sua natura orientato alla volgarità) ma anche un modo per mettere in chiaro a quale gerarchia obbedisce la combinazione morfologica. Ed ecco, per via di tale battesimo, come la designazione di un oggetto comune è passata dalla banalità del dizionario alla salienza dell'enciclopedia: da comune luogo comune a luogo comune proprio, agente, peraltro, di quella epidemia di prima persona (o di suoi feticci) cui si riferiva un frustolo di qualche giorno fa. Il gioco è mascherato ma in modo da essere riconoscibilissimo: come deve essere il gioco della seduzione, che è alternanza di vedi e non vedi, di credi e non credi. 
C'è adesso qualcuno che, come fa appunto di norma un outsider costretto a rincorrere, tenta di togliere al gioco il fascino del velo:


Con esplicita durezza, rimette così le cose nel loro modo consueto, ciò che va maiuscolo al maiuscolo e al minuscolo ciò che va minuscolo. Toglie dall'ambiguità le forme e le attribuisce a canoniche categorie. Prova insomma a cambiare: dalla sintesi (poetica) di noccioli nominali, all'analisi (prosastica) di nessi proposizionali, disagglutinando, scorporando, atteggiandosi alla chiarezza d'una sintassi elementare.
Minuzie. E minuzie interessate, bottegaie: la pubblicità è fatta per vendere. I processi che qui mette in atto (consapevoli o inconsapevoli, cosa importa?) non sono dissimili però da quelli, grandiosi, di vicende diacroniche delle lingue sulle quali gettare uno sguardo diacronico è possibile. E, con quello diacronico, anche uno sguardo comparativo, come l'outsider vuole appunto si azzardi, per sfida, passando dalla numinosità totemica e verticale del nome alla quotidiana esperienza (quanto veritiera?) di un oggetto orizzontale, ma non, ovviamente, terra terra.

11 aprile 2014

Linguistica candida (16): Di Chomsky oggi, con amaro affetto

Dei pensieri e delle procedure di Noam Chomsky, Apollonio condivide poco, come sanno bene (se non fino alla noia) i suoi cinque lettori. E deve essere anche trasparso, qui e là in questo diario, che nemmeno umanamente (per ciò che ne può dire a partire dalla figura pubblica) Chomsky gli va a genio. 
Con Chomsky, Apollonio convive tuttavia da sempre, nella sua presente vicenda mondana. Chomsky fa parte del suo stabile panorama. Lo ha trovato lì, quando si è affacciato per la prima volta sulla sua disciplina e vi ha poi preso il suo strapuntino, e lo vede oggi scorrazzare, da vecchio, un po' in ogni luogo, anche se meno, appunto, nella sua disciplina. Come fa, Apollonio, a non essergli allora un po' affezionato? Forse, più di un po': del resto, è un sentimentale.
Ora capita che nel giro di pochi giorni giungano ad Apollonio due segni che riguardano Chomsky. Due segni che mettono Apollonio nello stato, appunto, sentimentale di prodursi in qualche interiore, amara riflessione.
Primo segno. "La televisione è stata una delle forze che hanno operato per indurre gli italiani [sic!], volenti o nolenti, a condividere almeno una lingua comune, proprio perché molti non avevano questa lingua comune, considerata la prevalenza dei dialetti parlati dagli anziani. È una cosa positiva? È una cosa negativa? Dipende da quale considerazione uno ha di questa entità Stato-nazione. C'è del positivo e del negativo: di certo, la televisione ha svolto il suo ruolo in questo processo". 
Non è un reperto da Quelli della notte, gustoso programma televisivo degli anni Ottanta. Non è la fantasiosa composizione di ciò che, in quella sede, avrebbero potuto dire i compianti Riccardo Pazzaglia e Massimo Catalano, che, caso mai, l'avrebbero appunto detto con ironia. 
Pare invece sia una performance, per nulla ironica, anche se marginale, che Chomsky ha offerto al pubblico accorso a Roma per sentirlo, pochi mesi fa, nel corso di uno degli ormai periodici Festival delle Scienze. Ne rende graziosa testimonianza una recente pubblicazione scientifica, che se ne serve verbatim come epigrafe, certamente per il gusto di appellarsi, con spiritosa antifrasi, al parere di un manifesto incompetente.
In quel contesto spettacolare, l'uscita c'è da supporre sia stata infatti sollecitata a Chomsky da qualcuno che certo gli vuol bene molto meno di quanto gliene abbia mai voluto, poniamo, un Apollonio. Ha indotto infatti il vecchio linguista a esporsi, con una grossolanità piena di ovvietà, sopra un tema di linguistica sul quale egli può vantare poche conoscenze, com'è del resto lampante. Né basta ovviamente essere Chomsky perché ogni accento sia creativamente intelligente e meritevole dell'enfasi della memoria.
Secondo segno. Il rombo dell'effimero chiacchiericcio si è propagato fino alla lontana Citera di Apollonio: pare ci sia stata un'epifania del nome di Chomsky nelle prove nazionali per l'accesso alle facoltà universitarie di Medicina e Chirurgia: in tali prove, il linguista americano ha avuto l'onore non solo di una menzione ma di fare oggetto di un'interrogazione, nella sezione di cultura generale.
Indizio dello sfondamento, da parte della linguistica e con il suo massimo campione, del muro degli specialismi? O indizio della (si dica così) acuta sensibilità, tra coloro che preparano tali prove, all'aria che tira nei piani alti del relativo Ministero? Che si faccia comparire un linguista anche lì male non farà, avranno magari pensato. E chi se non il linguista per antonomasia?
Comunque sia andata, gli esiti dell'epifania, nella rete, sono appunto di tale tenore: "Noam Chomsky, in effetti, è uno dei più rispettati ed autorevoli studiosi di linguistica a livello mondiale: viene ritenuto... lo scienziato che più ha spiegato i meccanismi del linguaggio umano negli ultimi anni. La sua opera principale... illustra la sua teoria più celebre: sostanzialmente Chomsky ritiene, e spiega, che il linguaggio sia una dote innata dell'uomo, che può combinare tutte le parole che conosce per creare infinite frasi nella sicurezza che chi comprende la sua lingua capirà la frase anche se non l'ha mai sentita prima... Per le scienze linguistiche questa intuizione di Chomsky è stata una vera e propria rivoluzione, perché c'erano varie teorie, ma nessuna certezza su come 'gli uomini acquisissero l'abilità di linguaggio, sia nel momento interpretativo, sia in quello produttivo'; la grammatica e le regole di base del linguaggio rimangono, ma la mente dell'uomo è creativa, parte da queste e inventa costantemente nuovo linguaggio e nuove strutture". Qui, la pagina nella sua interezza ed esemplarità: del resto, non diverse, nella sostanza, le notizie apparse anche in sedi più autorevoli e nelle reti sociali.
Riderne? Certo. In passi del genere si vede però benissimo il seme di ciò che Chomsky ha voluto e ancora insiste rimanga di sé. "Linguaggio", "infinito", "grammatica", "innato", "creativo", "spiegare", "mai sentita prima", "teoria", "mente", "intuizione", "rivoluzione": tutte parole e espressioni chomskiane. L'automa va, insomma. Combinate, rispettando creativamente le regole, parole del genere non faranno sempre un perfetto discorso chomskiano?
A essere cattivi, si potrebbe insomma dire che Chomsky abbia oggi proprio ciò che si merita. E peraltro il merito che si è guadagnato rispetto a se medesimo, in proposito, è ancora maggiore, se gli capita, da vecchio e ormai come un feticcio, di farsi portare in giro a raccontare, con leggerezza, non solo le storie sulle quali fantasticò nella sua giovanile incoscienza, ma (come pare) anche storie di cui sa poco o nulla. Per incoscienza, stavolta, senile? 
Apollonio l'ha confessato in esordio: nutre affetto per Chomsky. Distante, ma affetto. Chomsky, si augura così con affetto Apollonio, accompagnerà la linguistica ancora per molti anni. Qualcosa rende però amari i suoi pensieri e i segni che vede, tra le evocazioni in rete e per epigrafe, sono in proposito eloquenti. Ne è addolorato, Apollonio, perché un po', forse più di un po', a Chomsky, gli vuol bene. È ormai evidente, però. Quando Chomsky se ne andrà, varranno tristemente ed esemplarmente anche per lui, come autentico epitaffio, le antiche parole del feroce e veritiero Charles-Augustin Sainte-Beuve: "Le persone celebri, per la maggior parte, muoiono in un vero e proprio stato di prostituzione".

7 aprile 2014

Linguistica candida (15): Parlante

Parlante: definire in tal modo l'essere umano, in funzione dell'espressione, è metonimia. Correttamente prospettato, nel suo ecosistema espressivo, sterminato come un oceano, ogni essere umano è anzitutto in ascolto. Lo è per la maggior parte del suo tempo di vita. Con Apollonio, i suoi cinque lettori, stanno certo pensando in questo momento, con un interiore sorriso, che in proposito ci sono, ahinoi, delle eccezioni: lo testimonia il comportamento di qualche conoscente. 
Anche tali eccezioni, tuttavia, ammesso che esistano fuori di celia, sono in ascolto, se non di altri, di se stesse. Quindi essere in ascolto è proprio di ogni essere umano.
Lo è d'altra parte nel tempo cruciale della formazione della capacità di manifestare il proprio naturale talento espressivo, secondo i modi (e i riti) dei luoghi e dei tempi in cui si cade: dopo averli appunto opportunamente ascoltati, tali modi e riti, e averne evinta, senza nemmeno dirselo, una ratio
E non si parli, tra ascoltare e parlare, di un contrasto di attitudini: passiva, la non-marcata; attiva, la marcata, con i conseguenti comportamenti. In funzione dell'espressione, anzitutto, essere non è esclusivamente fare. Non si può fare senza essere ma si può essere senza fare. Se si crede diversamente è solo per un'ideologia perversa (e per paradosso, se non per vizio, spacciata per umanistica). 
In funzione dell'espressione, per esempio, già udire è un modo di essere. Ci si figuri quanto lo sia ascoltare: una modalità complessa d'essere attivi. Al di là dell'intenzione, sempre e solo eventuale, e che è, a sua volta, cosa diversa dall'attività, ascoltare è un fare funzionale all'espressione correlato col parlare e dal parlare differente, perché, tra l'altro, silenzioso. 
Al pari del parlare, però, l'ascolto è disposto a un'interminata serie di variazioni. Come ciascuno ha la sua parola, ciascuno ha il suo ascolto. L'ascolto ha poi i suoi gerghi, i suoi dialetti, le sue lingue. Ed è, soprattutto, la non-marcatezza dell'ascolto a governare, nella variazione, la marcatezza della parola. Chi ha ascoltato in italiano, in italiano parlerà.
D'altra parte, come si diceva, parlare senza ascoltarsi non è dato. Nella capacità di gestione del rapporto cronologico (e di conseguenza logico) tra ascolto riflessivo e parola sta l'evidente evenienza di una parola bella e morale e quindi le radici di un'estetica e di un'etica dell'espressione. E lungo uno spettro che va almeno dallo stordimento narcisistico all'irresponsabile finzione di non udirsi (talvolta, per paradosso, perché la voce con cui si parla è appunto troppo alta), in un ascolto riflessivo fallito e manchevole consiste sempre lo sconcio dell'espressione. Inautentica. Brutta.
Il momento in cui luoghi e tempi riconoscono così al piccolo essere umano la facoltà di parola e lo considerano un parlante è solo quello in cui la sua interrelazione con l'espressione si fa (più) evidente.
Parlare è il modo manifesto, e di conseguenza marcato, socialmente marcato, di intrattenere un rapporto con l'espressione. Meritevole di salienza, certo, ma, fattosi feticcio (pare non si riesca mai a fare diversamente, con le idee), sempre a rischio di volgarità e di violenza.
Mai ci si dovrebbe scordare, infatti, che la definizione positiva provvista appunto da parlante è appunto solo metonimica: la parte, e la piccola parte evidente, per il tutto da cui la parte dipende, gigantesco e celato. Né ci si può fermare, se non ci si vuole adagiare sulle facilonerie, al motto e al poeta quando sentenziano Wer redet, ist nicht tot. Dal punto di vista linguistico, infatti non è morto chi, senza aprire bocca, ascolta, visto che non è morto, anzi è agli albori della vita (o, che è in qualche senso lo stesso, al suo crepuscolo) nemmeno chi semplicemente ode.

2 aprile 2014

Funzione, ancora

The function of zebra stripes: difendere le bestie dal tafano.
E Apollonio che aveva sempre (alternativamente o combinatoriamente) creduto che si trattasse a) d'un effetto, peraltro banale, della fantasia del Creatore; b) di uno di quegli scherzi necessari di cui è maestro il caso; c) del supporto misteriosamente fornito dalla natura all'identificazione araldica (quindi culturale) di gruppi umani costituitisi, per le più varie ragioni, nell'àmbito della civiltà occidentale.
La scienza è la scienza, però, e non c'è cosa che non vi trovi il posto opportuno e la giusta spiegazione. Potenza, appunto, del tafano e della mosca tse-tse. Quella della malattia del sonno. Della ragione?

1 aprile 2014

Sommessi commenti sul Moderno (11): Persona, prima

Complesso e, al tempo medesimo, evanescente. Tale venne fuori io dal Moderno. In ogni sua forma, nel bene e nel male, se ne rivelò, in quel tempo, la natura di persona inaffidabile. Io fu persino dichiarato, a tratti, persona non gradita: così si espresse più d'uno sospettabile d'intelligenza (vale la pena di far nomi?).
Del resto, prima persona? Per il pregiudizio ideologico d'una terminologia grammaticale che recalcitra ad ammettersi cervellotica, oltre che arbitraria, ed è perciò immagine perfetta della presunta civiltà che vi si riconosce indefettibilmente. E vi si riconosce meglio che in ogni altra sua faccetta, ivi comprese la politica, la sociale, l'antropologica.
Ci si faccia caso, sul sistema del genere, per esempio, capita si discuta e, talvolta, si cambi persino opinione e orientamento. Sul sistema della persona (e sulla prima persona, in particolare) si può discutere quanto si vuole, ma che si cambi opinione o orientamento non capita quasi mai: al massimo, le discussioni si prendono a pretesto per moltiplicarli, gli io, assecondando il comodo.
Prima in cosa, del resto, come persona, la prima persona? Forse solo nella graduatoria della volgarità. Oggi, per esito paradosso di analisi, messe in guardia e disdegni d'antan, uno sterminato e incontrollato germogliare di io s'è fatto inestricabile selva: il Moderno vi ha smarrito la sua strada e, stremato tra la sterpaglia degli io interminati, si va sempre più rapidamente putrefacendo.
Incontrare prime persone diventa così sempre più facile. Se ne trovano a ogni trivio. Con larghezza d'esempi per i frequenti incontri, è altrettanto facile allora osservare che l'indice d'uso più alto di io sta nell'espressione di persone che così si rivendicano prime (o aspirano a divenirlo), cui non si mancherà d'altra parte di concedere (se a loro così piace) che prime sono, ma che, anche per via dei loro io ossessivi, dicono impudicamente al mondo di non essere belle persone.

A frusto a frusto (84)






Fraintendersi accade in due modi: con e senza conflitto. La seconda di tali accidentali evenienze è di norma designata come capirsi.

19 marzo 2014

A frusto a frusto (83)





Ha speso la vita invocando il cambiamento. Adesso incespica, s'affanna, non riesce a stargli dietro.

14 marzo 2014

Linguistica da strapazzo (25): Cosa c'è, cosa non c'è


Nell'Infinito non c'è nessun articolo indeterminativo. Ce n'è una decina, di derminativi, incluso quello, in primissimo piano, del titolo; c'è una mezza dozzina di aggettivi dimostrativi e la famiglia di questo prevale largamente sull'unico quello; ci sono tre assenze di determinatore, in altre parole, presenze di nulla: interminati spazi, sovrumani silenzi, profondissima quiete (à suivre).

Cronache dal demo di Colono (24): Un dubbio, alla luce della futile civiltà della filologia

Nella lontana Citera di Apollonio giunge notizia di un personaggio pubblico italiano colto in un presunto fallo espressivo. 
È una vicenda di nessun momento, come poche altre mai, verificatasi inoltre in un àmbito di cui Apollonio pochissimo s'intende, la politica, e sul quale, di conseguenza, non ha proprio niente da dire e niente dirà. Pare adatta però ad almanaccare un po' di grammatica e di filologia, senza pretesa di tirare fuori cose ineccepibili (Apollonio, da dilettante, non ne sarebbe capace): solo per farsi compagnia e per fare compagnia ai suoi cinque lettori, alla buona.
Eccone quindi la documentazione, come essa circola nel Web, con connesse espressioni derisorie per presunta lesione dei diritti del congiuntivo, garantite, sempre sul Web e nelle reti sociali, da prestigiosi grammatici e da autorevoli organi di stampa:



Nel Corriere TV, per esempio, il breve video ricorre sotto il titolo De Girolamo cita il Gattopardo ma sbaglia il congiuntivo: "...affinché tutto cambia"
In realtà, "...esortando con il cuore il Presidente del Consiglio a evitare che tutto cambi perché nulla cambia" legge sul suo foglio la giovane parlamentare. Non cita alla lettera nessun passaggio dell'opera di Tomasi di Lampedusa, del resto. Piuttosto la evoca, genericamente: che l'evocazione sia poi rispettosa o irrispettosa dello spirito di quell'opera, qui non importa precisarlo. 
Quanto ad aderenza ai fatti testuali (e quindi al solo fatto rilevante, per la notizia), quel titolo giornalistico non si può però dire sia esemplare. Di affinché (si noti, tra virgolette) non c'è traccia nelle parole della deputata campana, che, certo, sarebbe tanto facile quanto ingeneroso prendere a prova del fatto che in Parlamento non sono più i tempi di Benedetto Croce (e da lunga pezza) ma cui si potrebbe forse evitare di mettere in bocca espressioni non sue. E ciò a prescindere dal fatto che essa sia o non sia una Maria Goretti, sia antipatica o simpatica, abbia o no l'accento che piace o dà fastidio (e così le vocali, le doppie, il colore della pelle o ogni altra caratteristica fisica o morale).
C'è d'altra parte il dubbio, lasciando a margine ogni altra considerazione, che le cose, in questo caso, e proprio dal punto di vista testuale e grammaticale, non stiano come sono state presentate, con il generale consenso e per l'universale riprovazione.
Ci si pensi un momento. In linea di principio, un perché seguito da un indicativo (e non da un congiuntivo) non è necessariamente un errore nella sintassi italiana. È solo una delle espressioni (e tra le più semplici) di una subordinata con valore causale. C'è ragione di escludere, in modo assoluto, che nel discorso che qualcuno (certo, di nuovo, non Benedetto Croce) ha scritto per la giovane deputata campana e che lei si è trovata a recitare, senza dare grande prova di sé, una subordinata causale non possa starci?
La risposta è negativa. Lì dove si trova il perché con l'indicativo, una subordinata causale non può essere esclusa. Essa non vi sarebbe infatti priva di senso. Tale senso sarebbe diverso da quello che vi avrebbe una subordinata finale, con perché e il congiuntivo: la cosa è così ovvia che quasi non la si dovrebbe dire. ...evitare che tutto cambi perché nulla cambi ha un significato. Ne ha uno diverso ...evitare che tutto cambi perché nulla cambia. Questa seconda non è una buona parafrasi di ciò che si può trarre dal Gattopardo ma, a dirla proprio tutta, non lo è nemmeno la prima. Di nuovo, di ciò si può però fare proprio a meno di parlare: nella politica e nella comunicazione pubblica italiane, Il Gattopardo è un pretesto buono a tutti gli usi, da cinquanta anni (Apollonio, che ne ha già scritto, conta di tornare sul tema, perché ci son sempre novità succulente, in proposito).
Ci si trova allora di fronte al caso di un testo che si presta, ipoteticamente, a due letture diverse e in concorrenza: una con subordinata finale e una con subordinata causale.
Ma, ancora, si faccia attenzione. Per esistere, la prima comporta che nel testo si veda un errore, che insomma non lo si accetti per ciò che esso è. C'è l'indicativo, nella realtà testuale di ciò che proferisce la giovane parlamentare. Perché la lettura con la subordinata finale torni, dovrebbe invece starci il congiuntivo. Per chi propone la lettura con subordinata finale ed errore, insomma, la sua interpretazione vale più dei fatti. Non conta il testo come è, ma come, a suo parere, dovrebbe essere. E poi, diciamolo pure, si vuol mettere il piacere di cogliere qualcuno in fallo, di morderlo, di fargli male? Qualcuno che, per giunta, non sta forse troppo simpatico?
La seconda lettura, più economica e, al tempo stesso, rispettosa, accetta invece semplicemente il testo così come esso è; vi cerca una ratio interna, che lo faccia marciare sulle sue gambe e che non necessiti di interventi per conciliarvi forma e interpretazione. E tale conciliazione non solo è possibile ma non è nemmeno peregrina. Certo, per adottarla, nello specifico contesto, bisogna fare pratica di temperanza e di equanimità, se non di spirito caritatevole: attitudini la cui pratica, se dà, come qualcuno dice, piacere, lo dà (e molto) in un futuro che ciascuno si augura il più lontano possibile e della cui esistenza, inoltre, nessuno ha mai dato certa testimonianza.
C'è di più, però. Fatta appunto la tara del pregiudizio e di sentimenti, certo, umani, ma poco commendevoli, a quanto pare, la lettura che si chiamerà a questo punto malevola, con presunta subordinata finale (e connesso errore), viene, è venuta e continua a venire in mente a molti, d'acchito. Per lo spirito e lo sguardo filologici, una circostanza del genere è lungi dall'essere consolante. Al contrario, essa è ragione di sospetto, di diffidenza. Agli occhi del filologo, essa si configura infatti come lectio facilior, cui la lettura benevola, con subordinata causale, ignorata dai più (se non da tutti), si contrappone appunto come difficilior.
Non perché sia buono d'animo (magari non lo è), ma semplicemente perché così lo costringe il metodo (che a questo serve: a controllare i bassi istinti), il filologo, in casi del genere, ha pochi dubbi: tra una lezione che non solo è facilior ma comporta interventi sul testo ("Guarda: qui dice cambia ma sbaglia; dovrebbe dire cambi!") e una difficilior e senza interventi sul testo non c'è partita, come si dice adesso. Vince la difficilior: quella che si concilia con l'interpretazione causale. Vince, per una volta, la benevolenza e il pensiero che non è necessario che siano in errore gli altri, coloro che non capiamo, non vogliamo capire o che, semplicemente, ci stanno antipatici. Che la filologia, disciplina della più nobile modernità, sia nata (anche) per questo?
A seguire le lectiones faciliores, sa peraltro il filologo, si corre il rischio di finire come il Corriere TV. Al pari d'un codice medioevale scorretto e da scartare quando si fa l'edizione di un testo, questo tramanda ai posteri non quanto esperisce nel codice da cui deriva ("perché nulla cambia") ma la sua fantasiosa interpretazione ("affinché tutto cambia", esempio inoltre, per la sostituzione di nulla con tutto, del cosiddetto errore polare). Intepretazione che, evidentemente, gli preme più della certo sempre modesta e ipotetica ricognizione dei fatti. E ciò, per il filologo, è il peccato più grave. Ben più grave, sa nel suo animo, malevolo o benevolo che esso sia, di fare l'errore d'un indicativo al posto di un congiuntivo: tra gli umani, meglio un errore vero che una corretta falsità.
Insomma, come insegna una millenaria saggezza quanto alla correzione degli errori, in dubio pro reo. Ma il dubbio è un lusso che, Apollonio lo sa bene, questa epoca meschinella e a corto di risorse, di tutte le risorse, non solo di quelle materiali, non può certo permettersi: nei loro esiti sociali e comunicativi, i linciaggi, anche quelli da nulla e su questioni da nulla, costano meno e sono più rapidi ed efficaci delle lungaggini dei processi.
Vuoi vedere, pensa allora a questo punto Apollonio, che non solo la parlamentare campana, involontaria protagonista dell'apologo, non è Benedetto Croce (né, forse, Maria Goretti), ma nemmeno i suoi volontari, accaniti, zelanti critici e fustigatori sono Benedetto Croce (né, forse, Maria Goretti)?
Un dubbio del genere, tormentoso nella sua futilità, lascia così sulle ginocchia dei suoi cinque pazienti lettori.

10 marzo 2014

Come cambiano le lingue (6): Acronimo

"Nasceranno da questo Convegno inaugurale una serie di iniziative, espresse soprattutto in altri Convegni (ma non solo), in cui all'acronimo "Ripensare la cultura politica della sinistra" sarà affiancato il tema specificamente trattato".
È un acronimo, come scrive alla relativa voce il Vocabolario on-line della Treccani, un "nome formato unendo le lettere o le sillabe iniziali di più parole". Esemplari, in proposito, sono laser, GestapoComintern. Lo sono anche le sigle di cui pullula la comunicazione pubblica: del resto, sigla compare regolarmente nei dizionari, come sinonimo parziale di acronimo e, di conseguenza, sua definizione.
L'area semantica dell'imposizione fiscale, da qualche tempo, è in proposito particolarmente fertile, in ragione, presumibilmente, della ricerca di un qualche effetto eufemistico: Iva, Tasi, Ires, Tarsu, Ici, Imu, Irap, Irpef, Ilor, Irpeg.
Ma è già dai tempi della nascita delle società di massa e delle loro espressioni politiche, statali, economiche, culturali che l'irrompere nel discorso pubblico (e di conseguenza nel lessico) di acronimi d'ogni genere si è fatto massiccio e sistematico. Partiti e movimenti politici, banche e industrie, istituzioni sovranazionali e sportive, sindacati e catene commerciali, stati e gruppi musicali, università e aziende municipalizzate per la raccolta dei rifiuti, corpi speciali di efferata efficacia e organismi umanitari hanno spesso, da circa un secolo, qualcosa in comune: sono designati da un acronimo. Ciascuno integri l'elenco con gli esempi che gli tornano più familiari.
Come nome proprio, famigerato (SS, Čeka) o trasparente solo agli iniziati (HSGYM: cosa sarà mai?), meno spesso anche come nome comune (una ong, una onlus), l'acronimo è allora uno degli emblemi linguistici del Moderno maturo e, ora, del putrefatto. Come scrisse Victor Klemperer: "C'era il BDM [Bund Deutscher Mädel] e la HJ [Hitler Jugend] e la DAF [Deutsche Arbeitsfront] e altre innumerevoli sigle. Nel mio diario la sigla LTI [Lingua Tertii Imperii] compare in un primo momento come scherzo parodistico...".
La popolarità degli acronimi non ha tuttavia reso popolare acronimo, che (come la maggioranza dei termini della filologia) non è certo vocabolo che si incontri tutti i giorni. Esso conserva così, presso coloro che lo orecchiano, quel misterioso fascino da parola perbene che oscuramente invita gli orecchianti a farne, appena se ne sono impadroniti, un uso poco raccomandabile. 
Così è già accaduto da tempo a metafora e, tempo fa si segnalava, sta accadendo da qualche anno a ossimoro. Si comincia, di norma, a usare simili parole a sproposito, solo perché, peregrine, suonano bene e circondano così chi le usa, senza capire cosa veramente significhino, di un'aura da uomo (o donna) di mondo e, al tempo stesso, da intellettuale. Esse compaiono di conseguenza in contesti d'uso che sono, sulle prime, impropri e possono suscitare il sorriso (o lo sdegno) dei pochi consapevoli del guasto.
Se però la cosa piace al demi-monde in cui gli orecchianti nuotano come i pesci nel loro mare e da cui, in fin dei conti, dipendono sempre i destini del cambiamento linguistico, tali contesti d'uso finiscono per determinare, per la parola, mutamenti di valori e di significati.
Succede così che, magari secoli dopo, essa faccia la disperazione di etimologi e storici della lingua, cui capita di chiedersi: "Ma come diavolo ha fatto - poniamo il caso - acronimo a diventar sinonimo di tema, di filo conduttore, di Leitmotiv e, poi, pian piano, a sostituire le espressioni corrette nei discorsi prima della gente che conta, infine di tutta la gente?".
Per solidarietà con costoro e per spirito di corpo, Apollonio ha così avuto cura di affidare al suo diario la prima ricorrenza a lui nota di un tale mutamento di valore per il fin qui innocente acronimo. Ecco allora la ragione dell'esposizione del prezioso reperto. Chi desidera inserire il passo menzionato in esordio nel suo più ampio contesto, linguistico e socio-culturale, trova motivi di riflessione qui.
Sine ira et studio, il presente frustolo osserva la caduta di un primo minuscolo sassolino che, rotolando sullo scosceso e argilloso pendio della lingua della gente approssimativa (e, per tale ragione, di meritato successo), potrebbe valere da segno premonitore d'uno smottamento futuro. Fenomeno peraltro impossibile, lo smottamento, nella quieta e sabbiosa pianura della lingua degli incolti, ai quali mai si imputerà del resto la responsabilità di avere innescato una deriva linguistica del genere. Al massimo, di averne accolto, al momento opportuno, i detriti. 
Ci sarà allora la frana? Acronimo ne sarà travolto? Nessuno può esprimersi con sicurezza, quando è questione di un fatto sociale: tanto meno il linguista, che, quando gli capita di vedere l'alba di qualcosa che lo ferisce o lo seduce (come diceva Barthes), può stare certo che non ne vedrà mai il mezzogiorno: ci si figuri se egli può avere le certezze che, per l'esperienza umana, dà eventualmente il tramonto; talvolta nemmeno quello. 
Apollonio ha tuttavia un sospetto: che tra i suoi cinque lettori ci sia forse chi (evocando tacitamente nel proprio foro interiore il nome di Antonio Gramsci, visto che di cultura della Sinistra si tratta) ritiene, a questo punto, la frana già avvenuta.

[Accadesse che la pagina cui sopra si rinvia scomparisse dalla rete, il lessicografo del futuro ne trova registrazione qui; il testo è adespoto ma gli accenti acuti sulle forme di terza persona singolare del verbo essere che vi si osservano possono contribuire a proporne un'attribuzione.]  

Tra le cose perdute






Dizionario delle cose perdute e Nuovo dizionario delle cose perdute: chissà se il loro autore vi ha fatto menzione di Francesco Guccini, come avrebbe dovuto.

6 marzo 2014

Il più bel fior ne coglie

L'antefatto: anni fa, in un contesto universitario, era stata proprio la viva voce d'uno storico della lingua a mettere Apollonio sull'avviso. Criticità stava prepotentemente emergendo come parola italiana, con un valore diverso da quello che avevano avuto le sue fin lì rare e dotte apparizioni. In meno di dieci minuti,  tale voce s'era prodotta nella mezza dozzina di ricorrenze che aveva dato ad Apollonio il coraggio di porre apertamente la questione: "Ma si dice così, adesso, per dire 'questione delicata, problema spinoso, situazione critica, aspetto discutibile'?". Era all'oscuro, lo stordito Apollonio, che, allora già da un lustro, un buon amico del suo alter ego aveva fatto tema di riflessione della "criticità" linguistica in un gustoso trafiletto.
A proposito di criticità, Apollonio può però fare adesso un importante annuncio. Gli è accaduto infatti di coglierne due ricorrenze in uno scritto. Eccole: "Durante l'incontro... si è discusso... di eventuali criticità"; "Tra le criticità sottolineate da più parti, la disomogeneità dei criteri e dei risultati".
"Embè?" sente dire i suoi cinque lettori. In effetti, di ricorrenze di criticità se ne conoscono già a decine, a centinaia, a migliaia negli scritti d'ogni sorta di gente bennata; gente che fa politica, commenta eventi sportivi, dirime questioni legali, scrive appelli, ammonisce, conciona, santifica ed esecra.
Le due ricorrenze sulle quali Apollonio richiama qui l'attenzione non sono però come le altre. Stanno su carta intestata e l'intestazione recita "Associazione per la Storia della Lingua Italiana presso l'Accademia della Crusca".
Insomma, per criticità, col valore di 'problema spinoso, questione delicata, situazione critica', è ormai fatta. Si attende solo che i lessicografi operosi presso la medesima nobile Accademia ne prendano il dovuto atto, sul fondamento non solo dell'uso ormai largo della gente di mondo ma anche, oggi, dell'autorità: nel caso specifico, riflessiva. 
Bisogna ammetterlo: casi come questi son quelli in cui non ci si può esimere dall'esclamare che, per i facili profeti, "la soddisfazione ci sta tutta".

5 marzo 2014

Lingua loro (31): "...ci sta tutto"

Un'espressione che contenga, come lacerto, la sequenza "...ci sta tutto" pare palesemente insistere nell'area di significato della specificazione del rapporto tra un contenuto e un contenitore. Lo può fare con tutto in funzione di soggetto, come per es. in "Nella borsa di Mary Poppins ci sta tutto, proprio tutto". Lo può fare, come per es. in "Nella guaina, il coltello ci sta tutto", con tutto in funzione di complemento predicativo del soggetto: roba dura, con memoria di incubi da studi ginnasiali di grammatica latina. Apollonio sa però i suoi cinque lettori di forti precordi e non si perita di sottoporli a tali improvvidi stress, del resto subito superati.
Costruzioni diverse, infatti, pane per i denti del grammatico formale, ma (come si diceva) chiara e salda semantica da concreto rapporto tra contenuto e contenitore, in ambedue i casi. Così, almeno, fino a qualche tempo fa. 
Oggi, qualcosa è cambiato. Nell'italiano corrente (o dell'andazzo, se si preferisce), sempre più il secondo dei due costrutti, quello della guaina e del coltello, inclina verso il figurato, nelle sue ormai frequentissime ricorrenze.
Regione lessico-sintattica della tracimazione e dell'aprirsi, all'espressione, delle sterminate pianure della metafora su base localista ma tendente all'esistenziale è quella dei predicati psicologici e di sentimento: ne sono emblemi la preoccupazione, l'indignazione, la rabbia, lo stupore ma anche la meraviglia, la sorpresa, il divertimento, la gioia e, proprio in questi ultimi giorni, l'ufficioso, ma autorevole e autentico "orgoglio italiano" per un successo, peraltro annunciato.
Una situazione suggerisce o si vuol fare intendere suggerisca inquietudine? Se ci si vuole esprimere al passo coi tempi, guai a dire "La situazione mi preoccupa molto", "Con una situazione così, c'è da essere parecchio preoccupati" e altre comparabili anticaglie. Bisogna invece si dica "Con una situazione del genere, la preoccupazione ci sta tutta". 
C'erano gioie che un dì erano dette incontenibili. I contenitori d'oggi devono essersi fatti giganteschi se, come capita, si odono (o si leggono nelle reti sociali) espressioni comparabili con "Con risultati del genere, l'euforia generale, capirete, ci sta tutta".
Il linguista da strapazzo osserva allora che, nel passaggio dal letterale a figurato, l'indicazione del contenitore (quella cui allude appunto la particella ci) s'è rarefatta. È trascorsa dal fisico al metafisico. Nell'ordine del metafisico si pone del resto, con il nuovo uso, colui o colei che, così esprimendosi, è tuttavia la sede del sentimento e soffre o gode dello stato psicologico. 
Non "Sono molto arrabbiato" o "Siamo molto orgogliosi", con quei bei soggetti personali in evidenza a prendersi le loro responsabilità soggettive - e quindi sempre integrabili da altri e diversi punti di vista. "La rabbia ci sta tutta", "L'orgoglio ci sta tutto", invece, con lo stato psicologico in primo piano, quasi esso fosse, nel mondo, istanza trascendente e al tempo stesso oggettiva, indiscutibile. 
Ragione per la quale Apollonio nutre il sospetto che, a comprendere dove stia andando la comunità nazionale, con il suo nuovo personale e le sue nuove linee di guida, la consapevolezza dei valori semiotici del dettaglio espressivo sia utile. Che, quanto a esso, se la si vuol dire come adesso appunto usa, "l'interesse ci stia tutto".
Dovrebbe del resto essere sempre così quando, d'improvviso, un'espressione, dal dominio piatto della funzione referenziale, per dirla con Roman Jakobson, passa rapidamente alla sfavillante prevalenza della poetica e dell'emotiva, funzioni d'elezione (come si sa, testimone questo medesimo diario) per il sempre iterato verificarsi della prevalenza del cretino.

4 marzo 2014

Numeri (8): Metodi invalsi

Se Apollonio ha capito bene, tra il trenta e il quaranta per cento del campione statistico degli (e delle) adolescenti che frequentano gli istituti professionali dell'Italia meridionale pare non abbia risposto a tono ai quesiti proposti, nel quadro di un'indagine detta PISA (ma è un acronimo: niente da spartire con la città della Torre), per verificare la loro capacità d'intendere un testo in italiano. 
Il testo in questione simulava il fervorino rivolto dalla direttrice del personale ai dipendenti di un'ipotetica azienda sull'opportunità e sulla possibilità di vaccinarsi contro l'influenza. Sempre che Apollonio l'abbia inteso. Egli è infatti sospetto: fu un adolescente meridionale, anzi, insulare, e da un istituto professionale lo tenne lontano soltanto una leggerezza di suo padre, che lo richiese di un parere davanti il fatidico portone, il giorno dell'iscrizione.
La percentuale dei devianti è parsa inquietante. Magari lo è e oltremisura: così dicono importanti personalità pensose dei destini della scuola italiana e della nazione e pronte a mettere al servizio della salvezza di ambedue le loro sofisticate competenze (a qual pro, del resto, le accademie?). 
Qui, sul tema, si è tuttavia per natura ottimisti, come sanno i cinque lettori. Ci si illude perciò che una così alta percentuale testimoni invece l'esistenza di una resistenza, in certe aree della nazione tradizionalmente più radicata che in altre. Una resistenza - fosse anche inconsapevole - alla piattezza di spirito di chi pretende (pretendendo così di avere dei criteri di valutazione oggettivi) che dei e delle quindicenni manifestino interesse per cose talmente insipide e lontane dalla loro vita. Che prendano, di conseguenza, sul serio il gioco sciocco di adulti tanto privi di fantasia da attendersi da loro le risposte contestualmente giuste e non le umanamente vere, riassunte per eufemismo in un "ma cosa volete che ce ne importi, di voi e dei vostri test del cavolo?".

17 febbraio 2014

Cronache dal demo di Colono (23): Aurora

Aurora pare sia, da qualche anno, uno dei nomi che i genitori italiani scelgono più di frequente per le bimbe. E la preferenza tende a crescere. Per strada, capita infatti di sentirlo risuonare spesso. Molto più spesso di dieci, trenta, cinquanta anni fa.
Faceva Aurora, per fantasia dei genitori e non per tradizione familiare, una nonna dell'alter ego di Apollonio: la più vicina e vera. Morta, come fosse domani, nel 1968: non seppe mai così del poi celebre Maggio. Nata nel 1886, quando venir chiamata e chiamarsi Aurora voleva dire qualcosa. Il Ballo Excelsior è di cinque anni prima.
Chissà cosa vuol dire oggi, per battaglioni di bimbette, portare questo nome. Certo, non la stessa cosa che significava per una bimba che, con poche altre, cominciava a portarlo quasi centotrenta anni fa. 
I nomi propri hanno una forma, peraltro molto resistente, ma non hanno un significato: così dicono i logici e hanno ragione. Eppure, restando formalmente identici, cambiano in funzione di qualcosa che, certo, non è un significato ma non è funzionalmente un vuoto, non è sistematicamente un'assenza.

15 febbraio 2014

Sanremo 2013

"L'essenziale", "La canzone mononota" e "Se si potesse non morire" furono le canzoni classificate ai primi tre posti nell'edizione del Festival dell'anno scorso. L'insieme aveva prodotto su Apollonio qualche impressione che s'era ripromesso di sottoporre ai suoi cinque lettori, una volta divenuta la faccenda intempestiva (come, con poche eccezioni, è costume del suo diario). Difficile lo sia più di adesso. Ancora un paio di giorni e, da intempestiva, diventerà perenta. In fretta, allora, e con la promessa che, per l'anno corrente, non ci sarà una replica.
"L'essenziale" vinse e con ragione. Era trasparente la sua semplice adesione a un comune sentimento del momento, la contrizione morale (conseguente alla materiale) e l'orientamento verso la "sostenibilità": "Mentre il mondo cade a pezzi | io compongo nuovi spazi | e desideri che | appartengono anche a te... Mi allontano dagli eccessi | e dalle cattive abitudini | tornerò all'origine | torno a te che sei per me | l'essenziale". 
Nelle evidenti difficoltà, buoni propositi di mortificazione, con l'augurio che servissero, e speranze, come appunto capita ai disperati. La speranza, soprattutto, non solo che un essenziale rimanesse (e che fosse perciò determinato e determinabile, per via della nominalizzazione di un aggettivo) ma che almeno tale essenziale fosse salvaguardato, per il disperato pentito e che giurava d'essere ben disposto a farsi "sostenibile".
Che tuttavia, visti l'epoca e lo spirito, si trattasse piuttosto di impotenti velleità, di sogni malati di spiriti sì bottegai ma, al tempo stesso, irragionevolmente piegati verso un morboso ritorno ad attitudini infantili, l'ammettevano apertamente, per contrasto, la terza classificata e la sua cascata di congiuntivi desiderativi della più patente e disarmante irrealtà: "Se potessi mantenere più promesse | e in cambio avere la certezza | che le rose fioriranno senza spine | cambierebbero le cose... E poi t'immagini se invece | si potesse non morire | e se le stelle si vedessero col sole | se si potesse nascere ogni mese | per risentire la dolcezza di una madre e un padre | dormire al buio senza più paure | mentre di fuori inizia il temporale". 
Per gli Italiani qualsiasi, allora, temporale e mondo che cade a pezzi. I meno raffinati, testa sotto il cuscino, come i bambini; i più (inutilmente) avvertiti, augurio di sopravvivere almeno con l'essenziale. 
A Sanremo, come del resto in Italia, ci sono poi però, distinti dai qualsiasi, i chierici e i poeti, insomma gli intellettuali. Per principio, gli intellettuali sono intelligenti: differentemente, che intellettuali sarebbero? Circolano a Sanremo, ma circolano da qualche anno con ironia, anzi con un'ironica ironia. Ma forse non basta ancora, come definizione: con un'ironia ironica dell'ironia. Insomma, con quella che agli intellettuali parrà ciò che vogliono ma che si può semplicemente definire condiscendenza.
Gli intellettuali presenti l'anno scorso a Sanremo non partorirono una canzone, magari impegnata, come si diceva un tempo. Coerenti con il loro ruolo nella società italiana (e quindi anche nella sanremese), partorirono una meta-canzone: "Condurre un'esistenza di sforzi | tallonando la chimera di una melodia composita | gremita di arzigogoli rarissimi | che poi alla fine scopri | che ti mancava quella nota sola | bellissima | che sciocco non aver pensato prima | alla canzone mononota | una canzone poco nota | che si fa con una nota | e quella nota è questa | È la canzone mononota | puoi cambiare il ritmo | puoi cambiare la velocità | puoi cambiare l'atmosfera | puoi cambiare gli accordi | la puoi fare maggiore minore eccedente diminuita | puoi cambiare il cantante | puoi cambiare l'argomento | puoi cantarla da solo | puoi cantarla tutti insieme con il coro | puoi farla fare all'orchestra | mentre ti prendi una pausetta". 
Per un intellettuale a Sanremo, difficile - lo si deve ammettere - essere più ironico e più intelligente di così: conseguente trionfo tra i giurati di qualità ("- Figaro! - Son qua"). A riscatto dei disperati della sostenibilità e del politicamente corretto e degli infantili e volgari bottegai, seconda piazza. Ed è vero: puoi cambiare tutto. Non cambia mai però, nel Bel paese, "la canzone mononota" di cui si fecero nel 2013 testimoni e prova, al tempo stesso, i condiscendenti intellettuali di Sanremo, con quella che, vista da questo scorcio del 2014, pare del resto anche una (facile) profezia.



13 febbraio 2014

Sommessi commenti sul Moderno (10)

Bella trovata far circolare con velocità fiumi di danaro, di modo che, in tanti, ci si è creduti ricchi vedendosene rapidamente passare per le mani qualche fiotto. 
Ancora più bella quella di fare impetuosamente circolare fiumi di parole, di modo che, in altrettanti (e, a ben vedere, i medesimi), ci si crede intelligenti spendendo le tante che ci si trova nelle orecchie.
Lampante è adesso che la prima è stata un imbroglio: ammettersi poveri è doloroso ma, ineluttabilmente, si deve e quindi si può. 
La seconda, più ideologica, nasconde ancora, ma sempre peggio, la sua natura truffaldina. Del resto, a nessuno tocca incontrovertibilmente di riconoscersi stupido, tanto meno tocca a un'epoca intera, che, per assolversi, ha fatto e fa ancora equo lusso di critici e cantori. E di critici tanto sciocchi (qui, queste stesse espressioni lo dimostrano) quanto sciocchi sono stati da sempre i suoi cantori.  

11 febbraio 2014

"Passano i cavalli di Wallenstein..."

À suivreaveva concluso il temerario Apollonio quasi cinque anni fa. Tiene fede alla promessa o dà corso alla minaccia (in ogni caso, riflessiva): decidano i suoi cinque lettori. Il passo viene stavolta dal capitolo trentesimo.
"Alcuni, novellisti di professione, raccoglievan diligentemente tutte le voci, abburattavan tutte le relazioni, e ne davano poi il fiore agli altri. Si disputava quali fossero i reggimenti più indiavolati, se fosse peggio la fanteria o la cavalleria; si ripetevano, il meglio che si poteva, certi nomi di condottieri; d'alcuni si raccontavan l'imprese passate, si specificavano le stazioni e le marce: quel giorno, quel tal reggimento si spandeva ne' tali paesi, domani anderebbe addosso ai tali altri, dove intanto il tal altro faceva il diavolo e peggio. Sopra tutto si cercava d'aver informazione, e si teneva il conto de' reggimenti che passavan di mano in mano il ponte di Lecco, perché quelli si potevano considerar come andati, e fuori veramente del paese. Passano i cavalli di Wallenstein, passano i fanti di Merode, passano i cavalli di Anhalt, passano i fanti di Brandenburgo, e poi i cavalli di Montecuccoli, e poi quelli di Ferrari; passa Altringer, passa Furstenberg, passa Colloredo; passano i Croati, passa Torquato Conti, passano altri e altri; quando piacque al cielo, passò anche Galasso, che fu l'ultimo. Lo squadrone volante de' veneziani finì d'allontanarsi anche lui; e tutto il paese, a destra e a sinistra, si trovò libero".
Imperfetto, presente, passato semplice (o remoto).
L'imperfetto, il tempo (o forse il modo) narrativo per eccellenza, fa da sfondo: "raccoglievan... abburattavan... ne davano... Si disputava... si ripetevano... si raccontavan... si specificavano... si spandeva... faceva... si cercava... si teneva... passavan... si potevano considerar...". Forme lunghe: nessuna con meno di tre sillabe. Tutte orientate a creare un'atmosfera di vaghezza e di indeterminatezza, si osservi.  Come va osservata l'insistenza, quanto alla diatesi, dell'impersonale. In tale vaghezza, l'imperfetto, col suo carattere aspettuale durativo, prepara insomma con lentezza il luminoso primo piano del presente, rigorosamente personale. 
Questo appare all'improvviso ma in modo che, lo si intuisce subito, sarà iterato. Lo si intuisce per via del cambiamento di ritmo: dopo essere stata lunga, l'arcata della proposizione si fa breve: verbo e soggetto. La ripetizione sta alla base della grammatica della poesia, notò Roman Jakobson, e siamo appunto nel nocciolo poetico del passo. Il presente appare inoltre in combinazione con nomi propri: picco di determinazione, certo, ma proiettato verso la favola, verso il mito. Capita allora di stare proprio lì, nei pressi del ponte di Lecco. Capita di vedere defluire i reggimenti: tra la polvere sollevata dai cavalli, dai fanti, capita magari di intravedere Merode, Colloredo, di intravedere Torquato Conti, "il diavolo". Se, di loro, basta solo il nome, una ragione ci sarà e chi fin lì non lo conosce, quel nome, lo impari.
I soggetti incalzano il verbo. Con le sue forme, solo leggermente diverse, questo assicura infatti la continuità testuale: "passano... passano... passano.... passano... passa... passa... passa... passano... passa... passano...": in una fricativa enfatica iterata con tale insistenza, come non vedere una sfumatura fonosimbolica, in rapporto con lo scorrere dei reggimenti lungo il ponte? Manca ad arte qualche battuta: "...e poi i cavalli di Montecuccoli, e poi quelli di Ferrari...". L'assenza dà al lettore il gusto dell'integrazione virtuale e della partecipazione alla scansione del ritmo. Della novità si fanno carico invece i favolosi soggetti, con la loro variazione. Questa, come si sa, diletta, ma, sempre, per alternante contrasto con la continuità: insomma, per relazione e per differenza. 
Fino al momento in cui, "quando piacque al cielo", a mo' di sintesi, tutto si scioglie in una chiusa in quattro tempi, puntiformi e perentori: "passò... fu l'ultimo... finì... si trovò libero". Tutte personali, queste forme del passato remoto scoppiano l'una dopo l'altra in rapida sequenza in virtù dell'essere brevi e tronche. Sono i mortaretti finali: pum, pum, pum, pum. 
Si cambia scena, infatti, e parte di conseguenza una diversa orchestrazione dei tempi: "Già quelli delle terre invase e sgombrate le prime, eran partiti dal castello; e ogni giorno ne partiva: come, dopo un temporale d'autunno, si vede dai palchi fronzuti d'un grand'albero uscire da ogni parte gli uccelli che ci s'erano riparati. Credo che i nostri tre fossero gli ultimi ad andarsene...".
E qui si potrebbe chiudere anche questo frustolo. In diminuendo, ancora qualche riga forse merita però l'"anderebbe" che occhieggia, nel primo segmento, tra gli imperfetti. Nota di variazione, d'una modalità che oggi, tra i linguisti, è d'uso indicare come "evidenziale" ed "epistemica". Dopo i congiuntivi della cosiddetta interrogazione indiretta, solo per un attimo, il condizionale dà infatti la parola proprio ai "novellisti di professione" (che li si possa definire ancora oggi così? Sarebbe divertente). 
I "novellisti di professione" raccolgono, abburattano, danno il fiore (la piccola catena metaforica ha la farina, al centro: del diavolo?) e, proferendo ciò che riferiscono, capita lo presentino come un sentito dire: quando compare il condizionale, la notizia è, insomma, la voce (o la voce la notizia? Delicata questione, dal far parola sulla quale Apollonio si astiene).
Beh! Scherzando coi santi, ad assicurare il piacere (si dirà infantile) di chi ama la lingua con animo semplice basta, come si vede, veramente pochissimo: à suivre.

7 febbraio 2014

A frusto a frusto (82)




Chi si esprime si apre agli sguardi e al suo per primo, riflessivamente. Se non vuol passare per ipocrita, dispone solo dell'ironia.

3 febbraio 2014

Linguistica candida (13): Cose infinite-2

Come ormai si sa anche fuori delle accademie e quasi a ogni angolo del mondo, Noam Chomsky dice da sessanta anni infinite le espressioni linguistiche esplicitamente enumerate dall'ipotetico automa grammaticale partorito dalla sua fantasia.
Indica poi in tale infinitezza il dato sperimentalmente cruciale per comprendere la natura umana, a suo parere realisticamente simulata da quell'automa.
Concepito, in origine, per diventare un concreto algoritmo, l'automa non è mai stato realizzato come tale, neppure episodicamente. Con ragione, già quaranta anni fa, sotto questo rispetto, Maurice Gross poteva quindi illustrare il fallimento della grammatica generativa, in un articolo pubblicato su Language.
Col passare del tempo, l'automa è però diventato un programma di ricerca, sempre più generico. Si è ridotto in tal modo a fungere da quadro di massima, se non da vero e proprio feticcio di uno stile argomentativo dogmatico e, anche per questa ragione, ogni giorno più adatto a presentazioni parodistiche e festivaliere della scienza linguistica (e non solo della linguistica), come è ormai facile verificare appunto quasi ad ogni angolo del mondo.
"Only two things are infinite, the universe and human stupidity, and I'm not sure about the former" è un motto attribuito, come si sa, ad Albert Einstein, ma ragionevolmente non suo. Di infinitezza vi si tratta però e, senza riguardo alla paternità, esso procura a chi vuole la sola prospettiva forse utile a intendere di cosa, con Noam Chomsky, è stata fin qui questione e di cosa, considerato il suo codazzo, lo sarà ancora per molti a venire.

30 gennaio 2014

Linguistica candida (12): Cose infinite-1





Favellata ancora e senza fine, la fanfaronata delle frasi infinite ha francamente sfinito la linguistica, se non l'ha definitivamente finita.

29 gennaio 2014

Per Leonardo Sciascia

È la voce Sciascia del Dizionario onomastico della Sicilia di Girolamo Caracausi. Secca, documentata, efficace, informativa: nello stile dell'opera (che porta il sottotitolo Repertorio storico-etimologico di nomi di famiglia e di luogo) e nello stile dello studioso, caro alla memoria di Apollonio per più di una ragione.
L'infanzia dell'alter ego di Apollonio, che ha radici nella Sicilia greca, trascorse quasi per intero in quella araba. Così, quel nome di famiglia gli fu familiare dai suoi primi anni di vita. Ben prima che scoprisse, adolescente, che, in giro per l'Italia e per il mondo, lo portava la fama di uno scrittore di Racalmuto. 
Per il bambino, nella piccola comunità, lo portava invece un giovane collaboratore di suo padre, da suo padre ritenuto peraltro il più sveglio tra i suoi collaboratori. 
"Il signor Sciascia" capitava così fosse frequente nelle conversazioni a tavola, come capitava di sentirsi incaricare di "consegnare questi fogli al signor Sciascia" o di fare due passi, per prendere un gelato, "con il signor Sciascia".
Sciascia, però, con la fricativa palatale scempia, in ambedue le ricorrenze, l'iniziale e l'intervocalica, simile a quella di sciàuru 'profumo, buon odore', di sciumara 'fiumara', di sciuri 'fiore' (trascritto spesso come ciuri e nel Vocabolario siciliano del Piccitto come çiuri) della famosa melodia siciliana finto-popolare: eccone un esempio
Così, del resto, il menzionato signor Sciascia presentava se stesso né, nella piccola cittadina della provincia di Agrigento, a una manciata di chilometri dalla Racalmuto del già celebre Leonardo Sciascia, qualcuno avrebbe mai pensato che di quel cognome esistesse pronuncia diversa: xaxa, trascrivono i vecchi documenti siciliani, come ricorda Caracausi.
Per via di Leonardo Sciascia e della sua fama in Italia e nel mondo, adesso Leonardo Sciascia è invece diventato ciò che si sente pronunciare qui, con due belle fricative enfatiche. Del resto, in italiano, proprio come si deve. Per fare diversamente, gli Italiani cresciuti fuor di Sicilia (e forse, adesso, anche quelli cresciuti in Sicilia, ma esposti ai guasti di un'educazione scolastica) dovrebbero appunto fare uno sforzo e concedersi quel suono morbido e insinuante appunto estraneo alle loro abitudini articolatorie: come esercizio, potrebbero provare a intonare "sciascia, sciascia, sciascia di tuttu l'annu...". 
L'alter ego di Apollonio manca dai luoghi della sua infanza da troppo tempo. Non sa se, anche lì, il giovane signor Sciascia, frattanto - egli si augura - diventato stravecchio, si sia adeguato, presentandosi, agli esiti della notorietà del suo nome di famiglia; se si sia adeguata, per via della crescente comunicazione, la comunità intorno a lui.
Sospetta però, l'alter ego di Apollonio (ed Apollonio con lui), che questa sottile incapacità di dare il suo nome autentico allo scrittore di Racalmuto, questo suo andare per il mondo sotto un nome che è diverso, impercettibilmente diverso ma diverso dal suo proprio, e che quindi, in fin dei conti, lo camuffa e ne fa un altro siano come il marchio di un destino. 
Un destino di ardua comprensibilità, fuori del contesto, di Leonardo Sciascia: non si vuol dire d'incomprensione ineluttabile.

26 gennaio 2014

Primo supplemento al Bollettino ortografico (3): "Che c'azzecca"

Galleggiando come un relitto (a volere essere clementi), il frustolo di qualche giorno fa ha un tema dalle molteplici faccette, certo meritevole di una (piccola) monografia. Ne è stato sollecitato un benevolo lettore che a quel tema ha dedicato attenzione e che, per le vie brevi, ha segnalato all'alter ego di Apollonio (di quel lettore, fedele sodale) un paio di necessarie integrazioni. 
Si tacerà qui, per il momento, della seconda. Merita un approfondimento. Se ad Apollonio riuscirà di farlo, ne riferirà in un'occasione futura. 
Si dirà della prima, da subito molto gustosa, sotto il titolo di "Sic transit gloria mundi". 
Qualche anno fa, ricorda appunto il lettore, l'emblema dell'uso grafico chiamato in causa dal frustolo era "E che c'azzecca?": ne faceva largo uso un protagonista della scena pubblica italiana, dall'espressione orale non convenzionale e tenuta allora per sapida. 
È vero. Apollonio l'aveva rimosso. D'improvviso, all'apparire di quel personaggio, i cronisti avevano dovuto confrontarsi con la trascrizione di ciò che diceva. Ma anche voluto confrontarsi con il suo modo di esprimersi, e voluto parecchio: insomma, "c'avevano" inzuppato il biscotto, in quel "c'azzecca". Esso emergeva in un contesto a tratti drammatico, a tratti da "Un giorno in pretura", anche per via di uscite del genere. Questa è, del resto, l'impagabile e insuperabile tradizione nazionale: la vita pubblica vi prende sempre coloriture farsesche. E il diacritico era stato generalmente adottato, in proposito, come soluzione. 
Ci si pensi tuttavia un momento. Con il suo aspetto innovativo di forzatura (se non di violenza) sulla tradizionale norma grafica, il "Che c'azzecca?" si candidava come emblema naturale di un'epoca: l'uscita dalla cosiddetta Prima repubblica. Riassumeva di tale uscita, con un semplice apostrofo, il suo modo d'accadere spiccio e popolare. Spiccio e popolare solo in apparenza, però. In realtà, si capì dopo (e si capisce meglio ogni giorno che passa), vischiosissimo e mandarino.
All'aria dei tempi, insomma, non sfugge nemmeno un apostrofo: è la conclusione che se ne può trarre. Del resto, volatile come è, come potrebbe? Divertito, Apollonio, lo smemorato, esprime la sua gratitudine al buon amico del suo alter ego.