8 settembre 2011

Soggetto, oggetto, complemento di compagnia

Uno dei cinque lettori di Apollonio ha eletto il post del 21 dicembre 2010 come suo preferito, tra i quasi duecentotrenta di questo blog. Ad Apollonio risulta sia anche il più letto. Merito di Denis Diderot. Il post è costruito intorno a un bel passo tratto da una sua lettera e, a dire il vero, quel passo aveva inizialmente attratto l'attenzione di Apollonio per ragioni che nel post, a suo modo fortunato, non sono neppure sfiorate. E qui si rivela così che buonumore o malumore che lo invitano a pigiare sui tasti con sfoghi di valore ineguale non sono poi sempre quelli che tali sfoghi mettono in primo piano e che, insomma, di pretesto in pretesto si finisce sovente per approdare su spiagge forse diverse da quelle prefigurate dalla modesta fantasia del nocchiero e determinate invece da venti, onde e correnti che attraversano i testi.
Cosa si trovò allora di rilevante in quelle righe di Diderot e si tacque? Se ne rilegga l'inizio: "Avec vous je sens, j'aime, j'écoute, je regarde, je caresse. J'ai une sorte d'existence que je préfère à toute autre". 
L'amore, come si sa, ispira sempre prose trite e, in primo piano, c'è una bella infilata di quei verbi che si potrebbero banalmente trovare nella trita prosa epistolare di qualsiasi innamorato: sento, amo, ascolto, guardo, carezzo
Quando compaiono in tale prosa, verbi del genere lo fanno però nel loro uso transitivo: ti sento, ti amo, ti ascolto, ti guardo, ti carezzo... e sono felice. Non sotto la penna di Diderot. Sta qui, in questo minuto scarto grammaticale, l'innesco dell'arcana magia del passo. 
Diderot costruisce una serie di proposizioni con verbi nel loro uso assoluto, privi della reggenza del prevedibile oggetto diretto. Proietta invece in un complemento di compagnia quella seconda persona che avrebbe corrivamente fatto da oggetto e cui qui ci si riferirà per semplicità come a un tu. In apparenza, porta via tale tu dal nucleo delle relazioni fondamentali della proposizione. Ciò gli permette però di assegnare naturalmente al complemento che lo coinvolge l'enfasi dell'inizio, senza ridondanze, riprese pronominali o contorsioni grammaticali. Non, come direbbero tutti, io ti amo..., ma con te io amo... Il mutamento pare minimo, la differenza è enorme.
Anzitutto, la compagnia del tu si presenta così come condizione contestuale per il verificarsi medesimo di sentimenti e azioni dell'io: insomma, per "une sorte d'existence" dell'io che è la da lui preferita. Non un io soggetto, poniamo, di carezzare, e un tu oggetto. Invece un tu come contesto determinante del carezzare dell'io. Un tu senza il quale il carezzare dell'io non si darebbe e senza il quale, di conseguenza, l'io sarebbe privo dell'esperienza di carezzare. Mirabile, veritiero e svelatore indizio della natura reciproca se non simmetrica dell'esperienza erotica. Non solo dell'erotica, naturalmente, ma dell'erotica per elezione. La carezza, che carezza chi la riceve, carezza al tempo stesso chi la fa. Chi è carezzato permette a chi carezza di carezzarsi. Ci potrebbe essere più chiara determinazione di cosa sia carezzare? Molto meglio degli umani, i gatti lo sanno e beati si concedono alle carezze, donano a chi li carezza, con il loro piacere d'essere carezzati, il piacere della loro carezzabilità. Nel dire meno, c'è dunque un significare di più che non è tuttavia il solo significare di più. 
In effetti, il tu come condizione d'esistenza del sentire, dell'amare, dell'ascoltare, del guardare, del carezzare dell'io, nella vaghezza caratteristica dell'uso assoluto, non restringe le correlate capacità dell'io ad un solo oggetto. Le apre, invece, verso il mondo. La relazione tu-io si presenta di conseguenza non come limite ma come possibilità, non come costrizione ma come libertà. Dalla fedele condizione della compagnia di un tu viene all'io la possibilità di esperire e di fare, senza che l'oggetto dell'esperienza e dell'azione sia pregiudizialmente ristretto.
Ma cos'è infine quasi sempre un complemento di compagnia? Secondo diverse modalità di messa in scena, Al calare del sole Maria ed io giocavamo a damaAl calare del sole io giocavo a dama con Maria e Al calare del sole Maria giocava a dama con me sono parafrasi. Un complemento di compagnia capita dunque corrisponda a un elemento di un soggetto coordinato, solo appena camuffato, per ragioni (come si diceva) di messa in scena. 
Diderot pare dunque indirizzare alla sua bella proposizioni che lo vedono come unico soggetto di quei verbi graziosi e banali. In realtà, in un gioco che si fa appunto in compagnia, la sua bella ne è soggetto al pari di lui e, nella solidarietà, gode dei medesimi privilegi che concede. Il passo lo dice in modo sottile e allusivo: e il gusto dell'amore non sta nell'intesa che rende possibile l'allusione?
Ma (e sta forse qui la trovata intelligente che, incantando l'ammirato Apollonio, l'ha deciso a pigiare sui tasti) questo comune sentire, amare, ascoltare, guardare, carezzare non è volgarmente espresso in riferimento all'osceno noi che ci si propina a ogni piè sospinto, tra poveri scemi e inverecondi cialtroni. Il tu e l'io vivono la compagnia di una comune esperienza senza perdersi nell'indistinto imbroglio del noi. Sono insieme e ciascuno è se stesso/a: l'unica vera condizione dell'amore e (lo si dica, finalmente) del piacere dell'amore.
C'è insomma in quelle poche parole, lessicalmente corrive e sintatticamente strane, un intero modo di concepire la vita umana e, in essa, la relazione che lega gli esseri. Ci sono tutta la passione, tutta la libertà e tutto il rispetto che richiede la vita comune,  anche la solo sognata, come fu il caso di quella di Louise-Henriette e Denis. 
Passione, libertà e rispetto non vi sono però sbandierati con proclami: tutti, anche i più stupidi, siamo capaci di farlo a proclami e più cresce il volume dei proclami più cresce il sospetto che si tratti di spudorate menzogne. Vi sono invece incarnati nella lingua, nel tessuto nascosto della sintassi, dove solo le cose vere vivono e le relazioni e le differenze si svelano per quello che sono.
In quelle poche parole e in quel complemento di compagnia che, combinandosi con un soggetto, sta al posto di un oggetto, c'è allora tutto questo, col molto altro che si potrebbe dire a questo punto, in faccia ai tanti falsi illuministi, e che si tace per non annoiare.
C'è o, forse, solo Apollonio Discolo ce lo vede, oscillando pericolosamente, come dice l'anagramma del suo nome, tra Apollo e Dioniso.

6 commenti:

cartabaggiana ha detto...

Le donne, i cavallier, l'arme, gli amori,
le cortesie, l'audaci imprese io taccio.

Sesto Sereno ha detto...

A proposito di Dioniso e Diderot, mi viene il sospetto (probabilmente del tutto ingiustificato, ma la mia posizione di sesto lettore mi permette questo "frivolo" errare)che l'incanto del brano sia anche un po' merito della lingua parlata dall'autore.
Questa, che non tanto sorprendentemente unisce il post di ieri e quello di oggi, è una citazione di Wilhem Von Humoldt presa dall'introduzione al Dioniso di Kerény edito da Adelphi:
"Grazie alla reciproca dipendenza del pensiero e della parola appare chiarissimo che le lingue non servono propriamente a esporre la verità già nota, ma piuttosto a scoprire la verità che prima era ignota. La loro diversità non è una diversità di suoni o di segni, ma di visioni del mondo"
Visioni del mondo, Dioniso e Apollo, verità, soggetti, oggetti e complementi.
Salutari oscillazioni le Sue, illustre Apollonio: oscillare tra Apollo e Dioniso è pericoloso solo per chi, spaventato, si oppone al movimento e cade. Al contrario, danzando ora al suono della cetra, ora al suono dei cimbali, si raggiunge un vertiginoso equilibrio.
Blak

pes ha detto...

Posso dire solo "molto bello", come altre cose che trovo scritte qui.

Vito Lucio Maria ha detto...

“ Ma chi vide più larghi e più profondi
occhi dei vostri, se incominci il sole
a morire? Quale anima si duole
fascinata da abissi più profondi? “
(G. D’annunzio, da Poema Paradisiaco)

Versi d’un poeta vituperato in anni in cui dominava ancora – ad oltre cinque lustri e più - la direttiva Togliatti resa in polemica con Vittorini. Anni a loro volta poi vituperati, sebbene tardivamente.
A chi capiti di percorrerlo a guisa d’ammenda per aver perso, negli studi adolescenziali di quei tempi, un passaggio così essenziale della letteratura italiana per adesione ad un pregiudizio di massa – Luchino Visconti cercava di avvertire, servendosi d’uno strumento efficace come Laura Antonelli, ma per lo più vanamente! - il percorso veloce è strettamente necessario. Innumerevoli sono i luoghi del paesaggio dannunziano stucchevoli e triti, nei quali ci si sente come in visita a San Marino con una comitiva di mafioncelli Russi in cerca di eleganza “italiana”, all’ora del cambio della guardia a Palazzo per giunta.
Ma di tanto in tanto, quasi spesso, appare qualche luccichio di bellezza mefistofelica, sebbene d’un maligno infrafaustiano, come dire rabbonito dalla bruschetta abruzzese alla salsiccia con abbondante sangiovese, un po’ monello al più. Come questo che sopra si riporta.
Quattro versi, poche parole anche queste, che contengono una forte singolarità sintattica.
La subordinata condizionale è marcata dalla sua “congiunzione d’elezione” il se; la reggente è introdotta dall’avversativa ma che svolge una sua frequente funzione: nella strofa precedente la donna interlocutrice si sente dire che “Gli occhi vostri, nel giorno, sono stanchi. / Pare quasi che non possiate sollevare / le pàlpebre, su quei dolorosi occhi”. Regola vuole che “occhi stanchi” alla luce del sole - qualificati come “dolorosi” per giunta e non “dolenti”, quindi non afflitti da fotofobia bensì apportatori di dolore a chi si trovi ad osservarli, si è portati ad interpretare con poche alternative pensabili – siano tutt’altro che fascinanti. Potrebbe essere che divengano sopportabili a sera, per difetto di visus dell’osservatore favorito dall’oscurità. Invece, la relazione avversativa segnata dal ma passa subito a marcare un’inattesa e squillante διάνοια: si va ben oltre e ben altrove rispetto alla sopportabilità post occasum, si svetta ad altezze passionali apparentemente sublimi: quei medesimi occhi divengono incomparabilmente larghi e profondi, come mai è stato dato di vederne. Fin qui nulla di speciale, una marcatura energica che l’avversativa sembra legittimare, un espediente efficace e poco altro.

Vito Lucio Maria ha detto...

La particolarità emerge appena si osservi la relazione di tempo sottesa a quella condizionale. La temporalità è una relazione alla quale, come avverte Apollonio in un luogo del suo opus servile, occorre prestare massima attenzione, che merita l’esortazione di un “pensiamoci su”.
La condizione può essere definita, in estrema sintesi ed approssimazione, una relazione fra (almeno) due avvenimenti (se avessi un panino, lo mangerei), detti l’uno come condizionato l’altro come condizionante. Il condizionato (lo mangerei) è di sicuro avveramento, mentre l’incertezza (o anche l’impossibilità) attiene unicamente al condizionante (avessi).
Per quanto approssimativa e perfino frettolosa sia questa ricostruzione, ne emerge che la relazione condizionale implica di stretta necessità una relazione di tempo particolare e propria: l’evento condizionante dev’essere infungibilmente anteriore a quello condizionato, seppure di un solo nanosecondo. Come Apollonio chiarisce, la relazione temporale “pura” ammette sempre mutevolezza di punto di riferimento. Sembra invece – andrebbe dimostrato ben oltre i doveri di brevità già violati che qui si impongono – che la speciale relazione temporale sottesa ad una condizionale non possa coesistere con una simile mutevolezza: l’avvenimento incerto, la vera e propria condizione, deve avverarsi prima di quello certo ma condizionato.
D’Annunzio sembra voler infrangere questa necessità. In realtà e secondo quella che appare l’unica lettura possibile, egli la rispetta acribicamente, addirittura la ossequia e ad essa affida la verità del suo enunciato, crittografata a mezzo di una bizzarria sintattica. Dire “se incominci il sole a morire”, è un punto di riferimento temporale preciso e chiarissimo, un “da accadere ancora”, per giunta “forse”. “Ma chi vide” è un antea. Il condizionante è posto successivamente nel tempo al condizionato, quindi il senso effettivo dell’enunciato può essere solo: mai nessuno vide quegli occhi incomparabilmente larghi e profondi ed è impossibile che essi possano apparire di questa fatta, salvo che il sole “incominci a morire”, così che il buio si protragga abbastanza a lungo da provocare la perdita del ricordo dei medesimi occhi appreso in piena luce. In simili apocalittiche circostanze, magari, la sete di vita e di luce porterebbe l’anima a fascinarsi ed a dolersi a causa di abissi adesso di certo profondi.
Diavoletto bonario, come si vede: dice la verità ad una donna, dotata di tutte le attrattive tranne di quella degli occhi e forse oppressa proprio da quest’unica carenza.
La fictio non è mendace stando al dato espressivo, nessun male all’orizzonte, elargizione di gioia senza traccia di bassezza complimentosa.
La bellezza appare qui esclusivamente nella costruzione del dictum, nonostante gli scopi dell’enunciante siano molto vicini allo squallore: si muove entro la chiara strumentalità del messaggio erotico. Esattamente all’opposto di quelli di D. D., come enucleati da Apollonio con questo post dell’8 settembre 2011, a mirabile dimostrazione d’una appassionata sua asserzione di pochi giorni addietro, in risposta ad un lettore: “Quanto alla bellezza, certo che è pertinenza! La pertinenza per eccellenza, la pertinenza modello. Ed è la sola cosa che, nell'esperienza umana, merita lacrime.”
Si può dire che la bellezza si trovi incarnata esclusivamente “nella lingua, nel tessuto nascosto della sintassi, dove solo le cose vere vivono e le relazioni e le differenze si svelano per quello che sono” anche laddove lo svelamento della verità conduca a concretezze referenziali di bassissima lega, a mondi da guardare solo per sfuggirvi, a strumentalità di cui vergognarsi anche se mai sfiorate personalmente?

Apollonio Discolo ha detto...

Per dote di natura coltivata ad arte, a Gabriele D'Annunzio si devono molte belle espressioni combinatorie, turgide (ed è forse il caso) per un gioco (e ciò sarebbe gran merito) che, crescendo su se medesimo, finisce però per scordarsi d'essere un gioco e per prendersi alfine troppo sul serio.