29 gennaio 2012

Furfanti del pensiero

Quando, da filologi, si legge Sigmund Freud discettare del suo "uomo primitivo" non solo come se lo tenesse, in quel momento, sul suo lettino di analista ma anche come se l'analisi ne fosse perfettamente compiuta, quando si seguono i suoi ragionamenti sull'uomo moderno costruiti, per analogia e per contrasto, su ciò che egli dà per certo della conoscenza del primitivo, non si può fare a meno di pensare che, nel Moderno e sotto il mito della scienza, ciò che fa grandi certi (presunti) grandi è l'invereconda spudoratezza con cui affermano le loro elementari sciocchezze. 
Se si tratta poi di figure geniali (e Freud, senza dubbio, geniale, lo fu: certo più di Chomsky, che pure appartiene alla stessa razza di moderni furfanti del pensiero), le loro sciocchezze di base, mischiate a lampanti intuizioni del vero, da secoli disponibili a chiunque rifletta, cementano sistemi concettuali labirintici più che complessi. Folle di ubriacati seguaci, a quel punto, vi si perdono. 
Ne derivano scolastiche, discipline, intere e sedicenti scienze, istituite sovente come chiese.

8 commenti:

dascola ha detto...

Non posso contraddirla e mi diverte pensare che lei la pensi come Karl Kraus, su Freud non su Chomsky è ovvio; non ricordo affatto l'argomento uomo primitivo e poco importa; in generale credo che lei abbia ragione, forse anche freud, come capita a tutti, metteva in moto metodi di pensiero an-analitici, forse un po' talmudici, forse un po' magici; un modo archetipico, forse l'uomo primitivo era lui, anche lì come tutti un po', non le pare. Se mi guardo indietro vedo la coda. Bonsoir monsieur

Apollonio Discolo ha detto...

Ecco, quasi a caso, un passaggio, gentile lettore e collega: "L'uomo delle origini aveva un atteggiamento molto strano verso la morte: per nulla coerente, anzi decisamente contraddittorio. Da un lato egli prendeva la morte sul serio, la considerava la fine della vita e in questo senso se ne serviva; dall'altro però disconosceva la morte annullandone il significato. La contraddizione era possibile per il fatto ch'egli assumeva una posizione radicalmente diversa per la morte altrui, dell'estraneo, del nemico, dall'atteggiamento che aveva nei confronti della propria stessa morte. La morte altrui gli stava bene, costituiva la distruzione dell'individuo odiato, e l'uomo primitivo non aveva alcuno scrupolo a provocarla. Era certo un essere molto passionale, più crudele e malvagio degli altri animali. Ammazzava volentieri, come se fosse una cosa ovvia. Non abbiamo alcun motivo per attribuirgli l'istinto che si dice trattenga gli altri animali dall'uccidere e dal divorare individui appartenenti alla loro stessa specie".
Ad Apollonio pare, insieme con molti altri del fondatore della psicoanalisi, un passo esilarante. E un indice dello stordito spirito di un'epoca che ritiene il suo autore una delle punte massime raggiunte dall'intelligenza che l'uomo può immaginare d'avere di se medesimo.

dascola ha detto...

Esilarante sì davvero e anacronistico; guardi che io conosco poco e poco testualmente il maestro, benché da bambino ne avessi in casa l'opera omnia, già, ma mi pare chiaro che, come lei dice bene, egli non era esente dallo stordito spirito dell'epoca, meccanicista mi pare che si dica e convinto senza deflessioni delle magnifiche sorti e progressive ecc. ecc. Nel passo incriminato mi pare che il nostro pensi invece come certi compilatori rinascimentali, un po' di osservazione, poca, notizie indirette, leggende, vox populi, l'autorità di Aristotele ma anche meno ed ecco confezionata la verità tanto sulla belladonna quanto sul coccodrillo mummificato nella cura della peste. Ricorda Lombroso forse. Ma veda, anche i grandi sbagliano, d'accordo, ma mi piace dire che sbagliano in grande. Un loro errore ha sempre qualcosa di speciale magari nell'ambito del deteriore, pensi ai brutti quadri dei maestri, alla passione sfrenata di Newton per l'occultismo o di Nietzsche per la Carmen. Metto tutto ciò e altro nel novero delle cadute di stile o delle debolezze coltivate. Dice che sbaglio?

Apollonio Discolo ha detto...

Non sbaglia. Ma consenta a quel Discolo di Apollonio di dubitare che si tratti di sbagli in grande e di pensare che non sono i semplici contenuti a fare l'errore ma è la loro relazione con il metodo e che, se il grande si muove così quando tratta di cose che Apollonio un po' sa e capisce, forte è il sospetto che lo faccia anche in quelle cose che paiono geniali solo perché magari non si capiscono (e poco si sanno). L'opera perfetta (nella relazione tra teoria, metodo e oggetto) non è cosa umana, naturalmente: la tensione perfetta, testimoniata in ogni dettaglio, anche il più peregrino, però forse sì.

dascola ha detto...

Proust alors

dascola ha detto...

A proposito professore sa chi metterei nella geenna dei sopravvalutati palloni gonfiati, luchino visconte e franco zeffirini, povere cose di un povero paese. Wiederlesen

Vito Lucio Maria ha detto...

Leggere da filologo assicura uno strumento manegevole e scaltro, ma con angusti limiti, simile al vomere da orto ancora in uso in qualche zona della Sicilia, almeno fino a qualche decennio addietro. Ideale a lavorare un ristretto orto per consumo domestico, in un vasto campo cerealicolo spregia la fatica con solchi asimmetrici ed insufficientemente profondi. L'alter ego d'Apollonio, da ultimo con le Faccettes, ne offre pregevole e forse definitiva dimostrazione. Così, applicandolo a Chomsky dopo aver mostrato che da linguista è poco più o poco meno che un utilizzatore d'intuizioni di Zelig Harris, si giunge alla verità che occorre e basta. Diversamente per la psicoanalisi. Qui, accolti i rilievi di Apollonio su stile e costume scientifico di Freud come indubbiamente veri e perfino clementi, mi permetto d'avvertire che non si deve pensare d'essere al giudizio definitivo. Altrimenti si commette l'errore di Popper, si costruisce un "paradigma" di sapere scientifico e si pretende di sovrapporlo al corso effettivo della conoscenza, il quale passa di frequente anche per approssimazioni, azzardi e furfanterie.

Apollonio Discolo ha detto...

Ha ragione, dotto e amichevole lettore, ma (creda ad Apollonio) di nessun paradigma imposto si tratta. Della risata nativa, piuttosto, che certi argomenti, anche sotto le penne più illustri, gli suscitano. I furfanti, del resto, son spesso simpatici e le loro uscite aiutano a vivere.