6 novembre 2012

Linguistica da strapazzo (7): Tutti a Praga

I cinque lettori di Apollonio ricorderanno quel film di De Palma, la deliziosa prima parte del quale fa il verso, naturalmente mutatis mutandis, ad Alfred Hitchcock. Ha per titolo Mission: impossible. La storia che racconta comincia a Praga.
E comincia a Praga - che già a dirlo, come si sa, mette i brividi - la faccenda che turba il buon Nando. O almeno vi ricomincia alla grande nel più maturo momento della linguistica moderna. Lui non può saperlo. Non c'era (più). 
"Produit de l'activité humaine, la langue partage avec cette activité le caractère de finalité. Lorsqu'on analyse le langage comme expression ou comme communication, l'intention du sujet parlant est l'explication qui se présente le plus aisément et qui est la plus naturelle. Aussi doit-on, dans l'analyse linguistique, prendre égard au point de vue de la fonction. De ce point de vue, la langue est un système de moyens d'expression appropriés à un but".
1929. È l'esordio delle Thèses présentées au Premier Congrès des philologues slaves: un monumentale documento della millenaria attenzione che gli esseri umani hanno dedicato alla lingua. E uno scritto che inaugurava un modo nuovo, razionale, scientifico di accostarsi a tale tema. Colmo, e fino all'orlo, fino a traboccarne, della più vieta ideologia. 
Si sarebbe dovuto dire: invece? E perché? La scienza è, per definizione, un punto di vista. Quando smette di sentirsi tale, quando smette di dirlo, e di dirlo apertamente e con onestà a tutti, quando, nel mondo, si spaccia per oggettiva, diventa religione, che sarebbe già non troppo male, una volta fatta la tara del noto corollario sull'oppio. O diventa (e non necessariamente in alternativa) una delle tante furfanterie di cui la storia umana è piena, sotto tutti i cieli e in ogni epoca. E di cui, di conseguenza, si sarebbe sciocchi a lamentarsi. Ma ancora più sciocchi a crederci, però, come oggi si inclina a fare in ogni ambiente.
Il Circolo linguistico praghese contava più di un illustre membro. Ma come si fa a non pensare che il mandante di quelle parole, chiunque le abbia materialmente scritte, non sia stato Roman Jakobson? Lo studioso più geniale che il Novecento abbia regalato alla disciplina.
Possibile? Sì. Perché la genialità, come cosa umana, non sempre (anzi quasi mai) è disgiunta dall'attitudine all'imbroglio. E se poi lo scopo è piacere, se è sedurre, diventa difficile capire dove termina il genio e dove comincia l'imbroglio. Anzi diventa impossibile, perché c'è godimento, talvolta nemmeno troppo sottile, anche nell'essere imbrogliati e nel vedere condurre genialmente al suo buon esito un imbroglio.
E quello imbastito dall'esordio delle Tesi di Praga, non si può dire certo che in linguistica non sia stato un imbroglio fortunato. Fortunatissimo.

"Prodotto dell'attività umana...": ne è sicuro, signor Jakobson? Lei c'era? 
"...ne condivide il carattere di finalità": ma perché? Lo vede, lei, un fine in tale attività, in questa favola insensata raccontata da un idiota e piena di furia e di rumore? 
"...l'intenzione del soggetto parlante...": l'intenzione? L'interpretazione dell'intenzione. Anzi, la divinazione dell'intenzione. O lei legge nel pensiero? 
"...si presenta come la più facile e la più naturale": di conseguenza, a parte tutto il resto, quella di cui maggiormente si dovrebbe diffidare, a tenere presente la ponderata esperienza della scienza, oltre che del diritto, per esempio, e, soprattutto, del buon senso. 
"...considerare il punto di vista della funzione": cosa intende con funzione? Me lo spiega con chiarezza? La lingua è come un ombrello? Ce l'ho perché mi serve? Me la son fatta a mia immagine e somiglianza? E come succede allora che io non capisco, non capisco ancora, forse non capirò mai come funziona? Ho detto funziona? Che ha da spartire questo funziona con la sua funzione? Lo so: lei sa bene che non sono la stessa cosa. Non è come quegli sciocchi dei suoi finti epigoni. Ma perché allora non me lo dice? Perché mi tratta da scemo? 
"...sistema di mezzi di espressione appropriati a uno scopo": sì, sistema. Ma mezzi? E di nuovo, scopo? Scopo, mi dice appunto il sistema, è sempre lo scopo di qualcuno e se è di qualcosa, è del qualcuno che ha concepito quel qualcosa. Nando è cretino ma, come capita ai cretini (e più spesso di quanto non sembri), ha ragione. Che mi sta dicendo, allora, signor Jakobson? Non sta per caso approfittando lestamente del fatto che la lingua, coi nomi, permette di fare credere autonoma l'esistenza di cose, come uno scopo, che esistono solo in funzione d'una relazione con un soggetto? Lo so: lei e Husserl vi davate del tu, ma, appunto, mi dice chi è allora il soggetto del suo scopo? Senza, e se non mi spiega che diavolo gli passa per il capo, a quel soggetto, qui, della lingua, si rischia di non capire proprio nulla, facendo sembiante per giunta di capire tutto. Si rende conto del guaio in cui sta mettendo la sua disciplina?
Insomma, bella storia. E ben raccontata, la sua: signor Jakobson. Sa chi mi par di intravedere dietro la sua figura e dietro il modo con cui lei immagina la linguistica? Mi pare di intravedere quel famoso barone che diceva d'essersi salvato dalle sabbie mobili in cui gli era capitato di cadere prendendosi per i capelli e così sollevandosi. Conosce, no? 
D'altra parte, la capisco. Il successo è il successo. E detta come lei l'ha detta, la faccenda della lingua risulta consolante, per la mia e per tutte le altre comparabili nullità che vanno in giro. Lei lo sa, come le nullità si finirà per intenderla. Si finirà per intenderla in un modo che mette me, come ciascuno, al centro del mondo, o almeno del mondo della lingua. Che illude me, come ciascuno, di sapere cosa faccio quando lo faccio. Che dice a me, come a ciascuno: guarda dentro te stesso cosa vuoi, dove vuoi andare, capirai ciò che fai. E se non sai cosa vuoi, perché capita, fai finta di saperlo: la spiegazione di ciò che fai funziona comunque. Funziona sempre. Funziona anche con gli altri: basta che tu immagini quale sia il loro scopo (magari convincendoli che il loro scopo era quello che tu hai immaginato) e il gioco sarà fatto. Il giocattolo è meraviglioso. Vuole che non si sia tutti d'accordo nell'adoperarlo? A lei, del resto, che è un genio, dell'altrui nullità e del modo cretino con cui si adopererà quel giocattolo, signor Jakobson, cosa importa?

Jakobson era appunto un genio e, come dimostra la sua sterminata e illuminante attività di ricerca, sapeva imbastire magnifiche fole. E rivelatrici, appunto, di quel sistema: forse ben al di là dei suoi scopi da genio, ammesso che ci sia dato di immaginarli, gli scopi della sua espressione. Sarebbe forse il caso, tuttavia, che chi non è un genio si astenesse dal riproporre ancora e come proprie (o, peggio, come vere) simili fole, a proposito dell'espressione umana (e non solo dell'umana). Grazie, Nando.

Ah! Apollonio quasi se ne scordava e, del resto, ne è a ogni modo consapevole. A Praga, Mission: impossible:

2 commenti:

Anonimo ha detto...

Numquam nega, raro adfirma...

Strane coincidenze d'opposti andazzi: ermeneutica e gesuitismo.

Tuo Nando

Vito Lucio Maria ha detto...

Esule russo e da quella tragedia, che per quanto la si studi s'ottiene solo di misurarne l'inimmaginabilità. Non dissimile da altri molto meno dotati ma pur sempre grandi (Brodskij, Nabokov). Magari non è del tutto peregrino supporre che non v'è piacere nel loro intessere fole, più o meno magnifiche. L'intero mondo umano ai loro attristati occhi deve apparire pericolosamente folle, le innumerabili nullità come chi risplende fra gli altri. Sedurli, illuderli, ingannarli o almeno compiacerli tutti è inconsapevole automatismo di sopravvivenza. Desiderare di capire e di far capire, l'umile fatica della ragione che dissolve illusioni e rivela limiti a vantaggio di tutti, può scaturire solo da posizioni d'amore per il quasi nulla che si è e da cui s'è circondati. Ma si tratta d'un dono ricevuto, di cui, come notava Apollonio di recente, non è neppure corretto andar fieri.