Non è un gran film, La grazia. Graffia meno di alcuni dei precedenti del medesimo regista. È meno efficace dal punto di vista cinematografico. Si affida ossessivamente alla stucchevole espressione di pensosità sufficiente e molto meridionale del suo attore protagonista. Quel Toni Servillo di cui prima o poi bisognerà che non un untorello come il presente spettatore pagante, ma qualcuno del giro che conta dica che il cinema italiano si accontenta soltanto, come interprete di riferimento.
Pare infatti che non si riesca a trovare di meglio. O, forse, che non si voglia cercare di meglio, visto che un pubblico di bocca buona e ormai assuefatto, di Servillo, assume volentieri dosi sempre più massicce, dichiarandosene non solo entusiasta e soddisfatto, ma anche vieppiù bramoso.
Il tema istituzionale e moraleggiante, poi, appesantisce la verve di Sorrentino come sceneggiatore e dialoghista. Tale verve, come è noto, ha costituito un riconosciuto pregio delle sue pellicole e una ragione del suo successo, se non dai suoi ormai lontani esordi, perlomeno dalla fortunata e celebrata La grande bellezza.
"Io non volevo solo partecipare alle feste, volevo avere il potere di farle fallire" ne fa la massima prova. Ma, ancora nel più recente Partenope, si pensi a "La domanda giusta è un'altra, comandante... Se io avessi quarant'anni di più, lei mi sposerebbe?" o a "All'università si viene già pisciati e cacati" (sopra quest'ultima, quanto a diatesi, al pedantesco Apollonio toccherà un giorno o l'altro tornare). Queste e le altre sono sortite stranianti e, al tempo stesso, di palmare semplicità.
Qui, Sorrentino ha prodotto "La domanda è una sola, papà: di chi sono i nostri giorni?". Il Witz, se tale lo si può considerare, deve la sua aria di amara profondità al conflitto concettuale tra due relazioni possessive: "di chi" e "nostri". Ma (e, se non ci si sbaglia, non è stato osservato) esso fa sistema con il titolo del film: "La grazia", appunto.
E, per agire criticamente alla maniera di un Sainte-Beuve, è facile a questo punto osservare che tale sistema è riflesso artistico e psicologico della vicenda che marca in modo incancellabile la vita di Sorrentino. Alla vicenda egli ha anche dedicato un film: È stata la mano di Dio. Comprensibilmente non è bastato.
Graziato e, come è sempre nel caso di una grazia autentica, senza sapere perché, Sorrentino costruisce il suo protagonista come pretesto allusivamente allettante, per i suoi riflessi di corriva cronaca politica, e continua a farsi e a suggerire a tutti di farsi quella domanda, ma stavolta freddamente, senza commuovere o fare sorridere.
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