Si può fare una storia solo di qualche piccolo consorzio di esseri umani e solo da un tempo che, posto sulle opportune scale comparative, va considerato breve e recente. Già questo dice dei severi limiti in cui va correttamente collocata la prospettiva storica, nel quadro del programma della conoscenza che gli esseri umani possono acquisire di se stessi. Ciò di cui si può fare storia è un preziosissimo quasi nulla.
D'altra parte se la prospettiva storica fosse tutto quello che gli esseri umani hanno da considerare per quella conoscenza, se non ci fosse niente al di là degli accidentali eventi di quella storia, della vicenda storica di qualsivoglia specimen della specie, bene che andasse, si potrebbe fare soltanto un noioso racconto.
E, per primi, proprio storici come Tucidide e Tacito, storici fuori del comune, si dirà, hanno dimostrato sin dall'antichità che il racconto si fa sapido per la conoscenza degli esseri umani di se stessi, a condizione che si faccia morale. E un racconto morale pone ipso facto questioni teoretiche che, in quanto tali vanno ineluttabilmente al di là delle vicende che l'hanno innescato. Domande che diventano valide per sempre. Il sempre umano, ci si intenda.
E, per primi, proprio storici come Tucidide e Tacito, storici fuori del comune, si dirà, hanno dimostrato sin dall'antichità che il racconto si fa sapido per la conoscenza degli esseri umani di se stessi, a condizione che si faccia morale. E un racconto morale pone ipso facto questioni teoretiche che, in quanto tali vanno ineluttabilmente al di là delle vicende che l'hanno innescato. Domande che diventano valide per sempre. Il sempre umano, ci si intenda.
Per chi si occupa degli esseri umani (così, per esempio, la linguistica), ecco donde sgorga la necessità di fare storia, rigorosamente, e al tempo stesso, con altrettanto rigore, di trascenderla. Sorge insomma la necessità di porsi obiettivi di ipotetica conoscenza che vadano al di là dell'accertamento annalistico degli accidenti, preciso fin quando si voglia, ma asfitticamente erudito (e, anche come racconto, noioso: lo s'è detto).
Anche qui, ci si intenda, non perché sia ragionevole la speranza che l'umanità prenda un giorno piena consapevolezza (storica, etica o teoretica che sia) di sé, ma solo per testimoniare a se stessa di avere intrapreso in proposito un cammino. Nobilmente. E tanto più nobilmente, quanto è da sempre infrangibile la certezza etica e teoretica, oltre-storica, dunque, che a esso fa difetto una meta.

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