"Saggista, scrittore, filosofo e linguista italiano...": così esordisce la voce "Eco, Umberto" dell'Enciclopedia on line del sito Treccani. Si può non prenderla sul serio?
Prendere sul serio ciò che legge, quando ciò che legge pretende d'essere serio, è d'altra parte difetto comune di Apollonio e del suo alter ego. Poco meno di dieci anni fa (Eco era scomparso da qualche mese), il secondo mise dunque per iscritto una riflessione, allora già da tempo soppesata, sopra un fondamento concettuale cui Eco s'era appellato in una sua sortita sulla lingua. E intitolò lo scritto "Adamo ed Eco", alludendo così anche a un gioco onomastico che Eco praticava e che lo divertiva. Lo ha ricordato di recente Giovanni Manetti, che, giovane assistente, era con Eco a Bologna, quando nel 1975 Eco fu chiamato a coprire la prima cattedra universitaria italiana di semiotica.
"Adamo ed Eco" fu poi inviato a un portale che allora contava l'alter ego di Apollonio tra i suoi collaboratori e fu lì pubblicato liberalmente, come liberalmente d'altronde esso era stato messo a disposizione. Niente di importante, ci si intenda: uno scritto conciso e alla buona, dove, fuori di ogni tecnicismo, il tema linguistico è discusso per figure. Ma, quando si tratta di lingua, ci sono figure di cui chi filosofeggia non riesce a liberarsi e che occhieggiano elementari, persistenti e determinanti, dietro argomentazioni anche in apparenza molto sofisticate.
Già nel suo Trattato di semiotica generale, anch'esso, non a caso, del 1975, Eco dichiarò esteso a tutto ciò che può essere usato per mentire il suo campo di competenze e di conseguente intervento come semiotico. Vi considerava inclusa evidentemente anche la lingua, se non principalmente la lingua. Con la menzogna, evocava però e ineluttabilmente la verità e, con verità e menzogna, ciò che tale contrasto comporta: la verifica di una corrispondenza tra parola e cosa o, se si vuole, tra discorso e realtà.
La questione, si badi bene, è di innegabile importanza, oltre che di plurimillenaria tradizione. Ma appunto non così importante quando, come si è cominciato a fare solo da un paio di secoli, ci si accosta alla lingua "en elle-même et par elle-même", pur se in modi e con accenti diversi, ma per provare a capire cosa è e come funziona. Da un punto di vista siffatto, anzi, a dirla tutta, attardarsi e speculare sopra menzogna e verità, sopra parola e cosa, sopra discorsi e realtà, quando non è un grave inciampo, è fuorviante.
Apollonio ritiene allora che un buon modo per ricordare una persona intelligente non sia farne un feticcio da venerare incondizionatamente, come si corre il rischio accada anche nel caso di Umberto Eco. E lo si dice rischio per litote. In effetti, per radici e attitudini clericali profonde, la cultura nazionale e il modesto commercio che le si correla producono incessantemente santini e presepi. E con il decennale di Eco si è già largamente cominciato.
Celebrazione migliore sarebbe invece continuare a confrontarsi con l'intelligenza di una persona intelligente e, dandosi il caso, ricordare anche gli argomenti che hanno indotto e ancora inducono a prendere le distanze da quanto essa ha prodotto.
È appunto la ragione per la quale, in riferimento a Umberto Eco e alla sua semiotica, l'alter ego di Apollonio darà presto un segno quanto a segno, in una sede a stampa. Ed è la ragione per la quale, a proposito di lingua, questo diario mette di nuovo in circolazione e a disposizione dei suoi due lettori "Adamo ed Eco", nel giorno esatto dell'anniversario.
È una maniera per dire (e chi vuole lo consideri un paradosso) come le idee di Umberto Eco sulla lingua non siano passate senza lasciare traccia nel modesto percorso di consapevolezza di Apollonio e del suo alter ego: una traccia sopra una via da non seguire (ecco il collegamento che permette di scaricare il .pdf di "Adamo ed Eco", per leggerlo, ove lo si volesse, con minore disagio).
Adamo ed Eco
Nunzio La Fauci
Chi vuole accostarsi alla lingua senza pregiudizi e con il desiderio di capirci qualcosa trova una fiera resistenza nel senso comune dei dotti. La lingua vi ha infatti un gran rilievo ed è tema di molte idee ricevute. Non solo tra profani che son dotti perché praticano dottamente altre contrade dell'umano, ma anche tra dotti specifici.
Del resto, quando è questione della lingua, una distinzione tra profani e specialisti è già essa stessa un'idea ricevuta. In proposito vale un criterio aureo. Sulla lingua, provare a capire ciò che fa chi la parla è in linea di massima più ragionevole che provare a capire le speculazioni che la riguardano (questa inclusa). Sempre che si sia sufficientemente magnanimi, per dirla col Dante del Convivio, da intendere ciò che fa chi la parla. La faccenda è spinosa, però, e non è nemmeno quella di cui qui si vuole dire. La si toccherà, caso mai, un'altra volta.
Tra le idee ricevute sulla lingua ce n'è una, generalissima e di gran peso, le cui radici stanno addirittura nella Bibbia: "Allora il Signore Dio plasmò dal suolo ogni sorta di bestie selvatiche e tutti gli uccelli del cielo e li condusse all'uomo, per vedere come li avrebbe chiamati: in qualunque modo l'uomo avesse chiamato ognuno degli esseri viventi, quello doveva essere il suo nome. Così l'uomo impose nomi a tutto il bestiame, a tutti gli uccelli del cielo e a tutte le beste selvatiche" (Genesi 2, 19-20). Non è proprio il principio, ma il principio c'è stato da poco. Ciò che vi si narra ha avuto e ha rilievo per discussioni di non poco momento.
Qui ci si tiene stretti alla faccetta linguistica. Per il resto, manca a chi scrive non solo la competenza, ma anche l'interesse. La faccetta linguistica ha peraltro prodotto miriadi di riflessi, nei non pochi secoli in cui quelle righe sono parse pertinenti. Dire di avere tutti presenti tali riflessi (o anche solo in buona parte) sarebbe millanteria. Alla buona, qui se ne intercetta uno e piuttosto recente. Non proprio uno qualsiasi, però. Il riflesso che una volta si produsse nel compianto Umberto Eco. Se, come si è detto, a proposito di lingua è questione di una dottrina, l'evocazione di Eco è adattissima. Egli fu un principe della cultura italiana e non solo, un nocchiero del vascello dei dotti tra le tempeste del rapido declino della modernità, un polo per la bussola delle loro opinioni. E fu cultore insigne di una disciplina che non pochi tengono (e lui medesimo tenne) per prossima alla lingua, se non per una linguistica a pieno titolo.
A Umberto Eco capitò appunto una volta di evocare il passo biblico nel modo che segue: "L'interpretazione di questo brano è estremamente delicata. Infatti qui certamente si propone il tema, comune ad altre religioni e mitologie, del Nomoteta, e cioè del primo creatore del linguaggio, ma non è chiaro su quali basi Adamo abbia nominato gli animali, né in ogni caso la versione della Vulgata, quella su cui si è formata la cultura europea, fa nulla per risolvere l'ambiguità, perché anzi essa prosegue dicendo che Adamo ha chiamato i vari animali nominibus suis, e a tradurre «coi loro nomi» non si risolve nulla: significa che Adamo li ha nominati coi nomi che loro spettavano per qualche diritto extralinguistico o coi nomi che ora noi (in base alla convezione adamica) attribuiamo loro? Ogni nome dato da Adamo è il nome che doveva avere l'animale a causa della sua natura o quello che il Nomoteta ha deciso arbitrariamente di assegnargli, ad placitum, instaurando così una convenzione?" (La ricerca della lingua perfetta, Laterza, Bari 1993, p. 14).
Il rapporto tra i nomi e le cose: ecco enunciata e riproposta la faccenda che si considera di fondamentale portata e di massima importanza quando è questione di lingua. In tale prospettiva, la lingua vi è posta anzitutto in funzione della realtà che sta lì, fuori, e che la lingua e la sua esistenza medesima presuppongono. Anche prendendola alla lontana, tenere per cruciale, in un modo o nell'altro, il rapporto tra realtà e lingua è un tratto caratteristico del senso comune sulla lingua: realtà, a fare da base, e lingua, a fare da suo accessorio denominativo. Se poi si è anche un po' (o molto) filosofi, ci si può anche interrogare sulla natura di tale rapporto: è per natura o per convenzione?
E la realtà della lingua? La lingua non ha anch'essa la sua realtà? Certo, non è un gatto né un ippopotamo, non è un pino né una roccia, ma non esiste? Poniamo che l'Adamo che meglio ci aggrada a un certo punto parli, dica qualcosa, pronunci quei benedetti nomi. Poniamo lo facciano (come lo fanno) le Eve e gli Adami che tutte e tutti siamo in fasi cruciali della vita, quando formuliamo un pensiero e (dandosi il caso) proferiamo una parola. La lingua è processo creativo banale, banalissimo e manifesta anzitutto se stessa come realtà. E sorge il problema di cosa farne, di tale realtà linguistica. Basterà solo richiamare in servizio Adamo chiedendogli di dare nomi anche alle cose di cui la lingua è composta? No. Perché c'è un problema ulteriore, dietro la faccenda delle cose, fuori della lingua o al suo interno, e del dar loro nome. Un problema che passa di norma inosservato ma non pare di poco momento.
D'accordo. Il Creatore ha già creato già tutte belle e fatte le sue creature e, con tali creature schierate davanti a sé, Adamo si industria di dare loro nome: lo rileva nella loro realtà o, data sempre la loro realtà, stabilisce lui come chiamarle. Sia come sia. Ma come diavolo farà mai, questo Adamo, a prodursi in tale exploit espressivo se non ha una capacità linguistica?
Per dare i nomi alle cose, per riconoscere quelli che esse hanno per natura (caso mai fosse così), è indispensabile forse che le cose esistano (in effetti, non è detto: il numero di nomi per cose inesistenti è, come sa chiunque, altissimo). C'è però sicuramente qualcosa di ancora più indispensabile. È che chi lo fa abbia appunto la lingua come sua facoltà.
Non c'è fatto in altre parole che non comporti la capacità di fare. Non c'è (de)nominazione che non comporti la capacità di (de)nominare. E ciò vale appunto non solo per il buon, vecchio Adamo (di cui, a conti fatti, può pure interessarci pochino: saranno stati fatti suoi e del suo Creatore, come se l'è cavata). Vale anche, si direbbe soprattutto, per tutti quei piccoli Adami e quelle piccole Eve che, dai tempi di Adamo, hanno popolato e popolano questo mondo pieno di cose. Quelle o quelli che siamo tutte e tutti quando ci troviamo nella culla. Eve tutte portatrici e Adami tutti portatori (interiori) di questa realtà scarsamente riconosciuta come tale (se non ignorata). Meglio, di questa fabbrica di realtà che è la lingua, che produce se stessa. Bisogna che lo si ammetta, prima di darsi a considerare ogni altro suo effetto nel mondo ed eventuale rapporto con esso.
E, se proprio ancora ci si tiene, alla faccenda del rapporto tra cose e nomi, e si tiene al fatto che, tutti e tutte, gli Adami e le Eve, si ha il problema di darli e dirli, i nomi delle cose, c'è da osservare che, trovandoli opportunamente già assegnati, difficile non li si tenga per naturali.
Perché? Verrebbe fatto di chiedersi. Non lo sono, naturali? A quale parlante passa per il capo che non lo siano? Nemmeno ai filosofi più convenzionalisti, c'è da pensare, quando, deposta la loro filosofia, aprono bocca da parlanti e si rivolgono a chi, poniamo, prepara loro la cena. Che è poi, con altre situazioni comparabili della vita di tutti i giorni, quella in cui, sulla lingua, si dicono le cose più sensate. Inconsapevolmente e senza volontà di dirle.
Una faccenda del tutto diversa e che nulla ha da spartire con le cose è che i nomi sono rapporti. Lo sono come esiti dell'opera creatrice della lingua, che produce appunto accoppiamenti arbitrari di significati e significanti, e non come elementi di una nomenclatura delle cose del mondo.
Fuori della bella storia di Adamo (ma chi l'ha vissuta mai, una situazione del genere? Da millenni, sul serio, di che stiamo parlando?), la faccenda dei nomi non sta nel sapere se sono per natura o per convenzione. Sarà appunto questione millenaria. Sarà cruciale, come Eco ha ripetuto. Ha tutta l'aria però d'essere una di quelle cui si applica la definizione che Galileo mise in bocca a Salviati: "una disputa non molto più rilevante che quella della lana caprina". Anche perché la sua soluzione pare tanto ovvia nella teoria, quanto impegnativa nella ricerca sperimentale: come tutto il resto della lingua, i nomi sono naturalmente culturali o, se si preferisce, culturalmente naturali. È l'essere umano, bellezza! Come vuoi che siano i nomi che gli affiorano sulle labbra.
L'apparente bisticcio spaventa? Spaventa una lingua che non sia ancorata alla solidità delle cose del mondo? Il coraggio, se non lo si ha, non ce lo si può dare, è vero. Ma, pur aggrappandosi alla cose, si eviti, almeno, di farsi pietrificare dallo sguardo della Gorgone. Da dovunque vengano (ammesso vengano da qualche parte), i nomi, ma non solo i nomi, anche i verbi, gli aggettivi e tutto il resto ci sono e insieme coi nomi, coi verbi, con gli aggettivi e tutto il resto, c'è, esiste, come realtà, la capacità di farli esistere e di trattarli, di metterli insieme, di fare cose che chiamiamo discorsi (e quando sono interiori, pensieri). Per capire i quali, muovere dai nomi e dalla questione se siano per natura o per convenzione rischia proprio di non servire a nulla. Anzi d'essere una falsa partenza. Una prospettiva sbagliata. La premessa a un dotto, dottissimo fallimento.

Caro Nunzio, grazie per la condivisione e per il connesso invito a perseverare nel cercare di capire ...
RispondiEliminaCerco da anni senza stancarmi di seguire quella indicazione : "sulla lingua, provare a capire ciò che fa chi la parla è in linea di massima più ragionevole che provare a capire le speculazioni che la riguardano". Grazie ancora (e sempre) apollonio e alter ego!
RispondiEliminaGrazie ad Apollonio e al suo _alter... Eco_ per aver messo a disposizione l'articolo.
RispondiEliminaGrazie
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