19 marzo 2014
A frusto a frusto (83)
Ha speso la vita invocando il cambiamento. Adesso incespica, s'affanna, non riesce a stargli dietro.
14 marzo 2014
Linguistica da strapazzo (25): Cosa c'è, cosa non c'è
Nell'Infinito non c'è nessun articolo indeterminativo. Ce n'è una decina, di derminativi, incluso quello, in primissimo piano, del titolo; c'è una mezza dozzina di aggettivi dimostrativi e la famiglia di questo prevale largamente sull'unico quello; ci sono tre assenze di determinatore, in altre parole, presenze di nulla: interminati spazi, sovrumani silenzi, profondissima quiete (à suivre).
Cronache dal demo di Colono (24): Un dubbio, alla luce della futile civiltà della filologia
Nella lontana Citera di Apollonio giunge notizia di un personaggio pubblico italiano colto in un presunto fallo espressivo.
È una vicenda di nessun momento, come poche altre mai, verificatasi inoltre in un àmbito di cui Apollonio pochissimo s'intende, la politica, e sul quale, di conseguenza, non ha proprio niente da dire e niente dirà. Pare adatta però ad almanaccare un po' di grammatica e di filologia, senza pretesa di tirare fuori cose ineccepibili (Apollonio, da dilettante, non ne sarebbe capace): solo per farsi compagnia e per fare compagnia ai suoi cinque lettori, alla buona.
Eccone quindi la documentazione, come essa circola nel Web, con connesse espressioni derisorie per presunta lesione dei diritti del congiuntivo, garantite, sempre sul Web e nelle reti sociali, da prestigiosi grammatici e da autorevoli organi di stampa:
Eccone quindi la documentazione, come essa circola nel Web, con connesse espressioni derisorie per presunta lesione dei diritti del congiuntivo, garantite, sempre sul Web e nelle reti sociali, da prestigiosi grammatici e da autorevoli organi di stampa:
Nel Corriere TV, per esempio, il breve video ricorre sotto il titolo De Girolamo cita il Gattopardo ma sbaglia il congiuntivo: "...affinché tutto cambia".
In realtà, "...esortando con il cuore il Presidente del Consiglio a evitare che tutto cambi perché nulla cambia" legge sul suo foglio la giovane parlamentare. Non cita alla lettera nessun passaggio dell'opera di Tomasi di Lampedusa, del resto. Piuttosto la evoca, genericamente: che l'evocazione sia poi rispettosa o irrispettosa dello spirito di quell'opera, qui non importa precisarlo.
In realtà, "...esortando con il cuore il Presidente del Consiglio a evitare che tutto cambi perché nulla cambia" legge sul suo foglio la giovane parlamentare. Non cita alla lettera nessun passaggio dell'opera di Tomasi di Lampedusa, del resto. Piuttosto la evoca, genericamente: che l'evocazione sia poi rispettosa o irrispettosa dello spirito di quell'opera, qui non importa precisarlo.
Quanto ad aderenza ai fatti testuali (e quindi al solo fatto rilevante, per la notizia), quel titolo giornalistico non si può però dire sia esemplare. Di affinché (si noti, tra virgolette) non c'è traccia nelle parole della deputata campana, che, certo, sarebbe tanto facile quanto ingeneroso prendere a prova del fatto che in Parlamento non sono più i tempi di Benedetto Croce (e da lunga pezza) ma cui si potrebbe forse evitare di mettere in bocca espressioni non sue. E ciò a prescindere dal fatto che essa sia o non sia una Maria Goretti, sia antipatica o simpatica, abbia o no l'accento che piace o dà fastidio (e così le vocali, le doppie, il colore della pelle o ogni altra caratteristica fisica o morale).
C'è d'altra parte il dubbio, lasciando a margine ogni altra considerazione, che le cose, in questo caso, e proprio dal punto di vista testuale e grammaticale, non stiano come sono state presentate, con il generale consenso e per l'universale riprovazione.
Ci si pensi un momento. In linea di principio, un perché seguito da un indicativo (e non da un congiuntivo) non è necessariamente un errore nella sintassi italiana. È solo una delle espressioni (e tra le più semplici) di una subordinata con valore causale. C'è ragione di escludere, in modo assoluto, che nel discorso che qualcuno (certo, di nuovo, non Benedetto Croce) ha scritto per la giovane deputata campana e che lei si è trovata a recitare, senza dare grande prova di sé, una subordinata causale non possa starci?
La risposta è negativa. Lì dove si trova il perché con l'indicativo, una subordinata causale non può essere esclusa. Essa non vi sarebbe infatti priva di senso. Tale senso sarebbe diverso da quello che vi avrebbe una subordinata finale, con perché e il congiuntivo: la cosa è così ovvia che quasi non la si dovrebbe dire. ...evitare che tutto cambi perché nulla cambi ha un significato. Ne ha uno diverso ...evitare che tutto cambi perché nulla cambia. Questa seconda non è una buona parafrasi di ciò che si può trarre dal Gattopardo ma, a dirla proprio tutta, non lo è nemmeno la prima. Di nuovo, di ciò si può però fare proprio a meno di parlare: nella politica e nella comunicazione pubblica italiane, Il Gattopardo è un pretesto buono a tutti gli usi, da cinquanta anni (Apollonio, che ne ha già scritto, conta di tornare sul tema, perché ci son sempre novità succulente, in proposito).
Ci si trova allora di fronte al caso di un testo che si presta, ipoteticamente, a due letture diverse e in concorrenza: una con subordinata finale e una con subordinata causale.
Ma, ancora, si faccia attenzione. Per esistere, la prima comporta che nel testo si veda un errore, che insomma non lo si accetti per ciò che esso è. C'è l'indicativo, nella realtà testuale di ciò che proferisce la giovane parlamentare. Perché la lettura con la subordinata finale torni, dovrebbe invece starci il congiuntivo. Per chi propone la lettura con subordinata finale ed errore, insomma, la sua interpretazione vale più dei fatti. Non conta il testo come è, ma come, a suo parere, dovrebbe essere. E poi, diciamolo pure, si vuol mettere il piacere di cogliere qualcuno in fallo, di morderlo, di fargli male? Qualcuno che, per giunta, non sta forse troppo simpatico?
La seconda lettura, più economica e, al tempo stesso, rispettosa, accetta invece semplicemente il testo così come esso è; vi cerca una ratio interna, che lo faccia marciare sulle sue gambe e che non necessiti di interventi per conciliarvi forma e interpretazione. E tale conciliazione non solo è possibile ma non è nemmeno peregrina. Certo, per adottarla, nello specifico contesto, bisogna fare pratica di temperanza e di equanimità, se non di spirito caritatevole: attitudini la cui pratica, se dà, come qualcuno dice, piacere, lo dà (e molto) in un futuro che ciascuno si augura il più lontano possibile e della cui esistenza, inoltre, nessuno ha mai dato certa testimonianza.
C'è di più, però. Fatta appunto la tara del pregiudizio e di sentimenti, certo, umani, ma poco commendevoli, a quanto pare, la lettura che si chiamerà a questo punto malevola, con presunta subordinata finale (e connesso errore), viene, è venuta e continua a venire in mente a molti, d'acchito. Per lo spirito e lo sguardo filologici, una circostanza del genere è lungi dall'essere consolante. Al contrario, essa è ragione di sospetto, di diffidenza. Agli occhi del filologo, essa si configura infatti come lectio facilior, cui la lettura benevola, con subordinata causale, ignorata dai più (se non da tutti), si contrappone appunto come difficilior.
Non perché sia buono d'animo (magari non lo è), ma semplicemente perché così lo costringe il metodo (che a questo serve: a controllare i bassi istinti), il filologo, in casi del genere, ha pochi dubbi: tra una lezione che non solo è facilior ma comporta interventi sul testo ("Guarda: qui dice cambia ma sbaglia; dovrebbe dire cambi!") e una difficilior e senza interventi sul testo non c'è partita, come si dice adesso. Vince la difficilior: quella che si concilia con l'interpretazione causale. Vince, per una volta, la benevolenza e il pensiero che non è necessario che siano in errore gli altri, coloro che non capiamo, non vogliamo capire o che, semplicemente, ci stanno antipatici. Che la filologia, disciplina della più nobile modernità, sia nata (anche) per questo?
A seguire le lectiones faciliores, sa peraltro il filologo, si corre il rischio di finire come il Corriere TV. Al pari d'un codice medioevale scorretto e da scartare quando si fa l'edizione di un testo, questo tramanda ai posteri non quanto esperisce nel codice da cui deriva ("perché nulla cambia") ma la sua fantasiosa interpretazione ("affinché tutto cambia", esempio inoltre, per la sostituzione di nulla con tutto, del cosiddetto errore polare). Intepretazione che, evidentemente, gli preme più della certo sempre modesta e ipotetica ricognizione dei fatti. E ciò, per il filologo, è il peccato più grave. Ben più grave, sa nel suo animo, malevolo o benevolo che esso sia, di fare l'errore d'un indicativo al posto di un congiuntivo: tra gli umani, meglio un errore vero che una corretta falsità.
Insomma, come insegna una millenaria saggezza quanto alla correzione degli errori, in dubio pro reo. Ma il dubbio è un lusso che, Apollonio lo sa bene, questa epoca meschinella e a corto di risorse, di tutte le risorse, non solo di quelle materiali, non può certo permettersi: nei loro esiti sociali e comunicativi, i linciaggi, anche quelli da nulla e su questioni da nulla, costano meno e sono più rapidi ed efficaci delle lungaggini dei processi.
Vuoi vedere, pensa allora a questo punto Apollonio, che non solo la parlamentare campana, involontaria protagonista dell'apologo, non è Benedetto Croce (né, forse, Maria Goretti), ma nemmeno i suoi volontari, accaniti, zelanti critici e fustigatori sono Benedetto Croce (né, forse, Maria Goretti)?
Un dubbio del genere, tormentoso nella sua futilità, lascia così sulle ginocchia dei suoi cinque pazienti lettori.
C'è d'altra parte il dubbio, lasciando a margine ogni altra considerazione, che le cose, in questo caso, e proprio dal punto di vista testuale e grammaticale, non stiano come sono state presentate, con il generale consenso e per l'universale riprovazione.
Ci si pensi un momento. In linea di principio, un perché seguito da un indicativo (e non da un congiuntivo) non è necessariamente un errore nella sintassi italiana. È solo una delle espressioni (e tra le più semplici) di una subordinata con valore causale. C'è ragione di escludere, in modo assoluto, che nel discorso che qualcuno (certo, di nuovo, non Benedetto Croce) ha scritto per la giovane deputata campana e che lei si è trovata a recitare, senza dare grande prova di sé, una subordinata causale non possa starci?
La risposta è negativa. Lì dove si trova il perché con l'indicativo, una subordinata causale non può essere esclusa. Essa non vi sarebbe infatti priva di senso. Tale senso sarebbe diverso da quello che vi avrebbe una subordinata finale, con perché e il congiuntivo: la cosa è così ovvia che quasi non la si dovrebbe dire. ...evitare che tutto cambi perché nulla cambi ha un significato. Ne ha uno diverso ...evitare che tutto cambi perché nulla cambia. Questa seconda non è una buona parafrasi di ciò che si può trarre dal Gattopardo ma, a dirla proprio tutta, non lo è nemmeno la prima. Di nuovo, di ciò si può però fare proprio a meno di parlare: nella politica e nella comunicazione pubblica italiane, Il Gattopardo è un pretesto buono a tutti gli usi, da cinquanta anni (Apollonio, che ne ha già scritto, conta di tornare sul tema, perché ci son sempre novità succulente, in proposito).
Ci si trova allora di fronte al caso di un testo che si presta, ipoteticamente, a due letture diverse e in concorrenza: una con subordinata finale e una con subordinata causale.
Ma, ancora, si faccia attenzione. Per esistere, la prima comporta che nel testo si veda un errore, che insomma non lo si accetti per ciò che esso è. C'è l'indicativo, nella realtà testuale di ciò che proferisce la giovane parlamentare. Perché la lettura con la subordinata finale torni, dovrebbe invece starci il congiuntivo. Per chi propone la lettura con subordinata finale ed errore, insomma, la sua interpretazione vale più dei fatti. Non conta il testo come è, ma come, a suo parere, dovrebbe essere. E poi, diciamolo pure, si vuol mettere il piacere di cogliere qualcuno in fallo, di morderlo, di fargli male? Qualcuno che, per giunta, non sta forse troppo simpatico?
La seconda lettura, più economica e, al tempo stesso, rispettosa, accetta invece semplicemente il testo così come esso è; vi cerca una ratio interna, che lo faccia marciare sulle sue gambe e che non necessiti di interventi per conciliarvi forma e interpretazione. E tale conciliazione non solo è possibile ma non è nemmeno peregrina. Certo, per adottarla, nello specifico contesto, bisogna fare pratica di temperanza e di equanimità, se non di spirito caritatevole: attitudini la cui pratica, se dà, come qualcuno dice, piacere, lo dà (e molto) in un futuro che ciascuno si augura il più lontano possibile e della cui esistenza, inoltre, nessuno ha mai dato certa testimonianza.
C'è di più, però. Fatta appunto la tara del pregiudizio e di sentimenti, certo, umani, ma poco commendevoli, a quanto pare, la lettura che si chiamerà a questo punto malevola, con presunta subordinata finale (e connesso errore), viene, è venuta e continua a venire in mente a molti, d'acchito. Per lo spirito e lo sguardo filologici, una circostanza del genere è lungi dall'essere consolante. Al contrario, essa è ragione di sospetto, di diffidenza. Agli occhi del filologo, essa si configura infatti come lectio facilior, cui la lettura benevola, con subordinata causale, ignorata dai più (se non da tutti), si contrappone appunto come difficilior.
Non perché sia buono d'animo (magari non lo è), ma semplicemente perché così lo costringe il metodo (che a questo serve: a controllare i bassi istinti), il filologo, in casi del genere, ha pochi dubbi: tra una lezione che non solo è facilior ma comporta interventi sul testo ("Guarda: qui dice cambia ma sbaglia; dovrebbe dire cambi!") e una difficilior e senza interventi sul testo non c'è partita, come si dice adesso. Vince la difficilior: quella che si concilia con l'interpretazione causale. Vince, per una volta, la benevolenza e il pensiero che non è necessario che siano in errore gli altri, coloro che non capiamo, non vogliamo capire o che, semplicemente, ci stanno antipatici. Che la filologia, disciplina della più nobile modernità, sia nata (anche) per questo?
A seguire le lectiones faciliores, sa peraltro il filologo, si corre il rischio di finire come il Corriere TV. Al pari d'un codice medioevale scorretto e da scartare quando si fa l'edizione di un testo, questo tramanda ai posteri non quanto esperisce nel codice da cui deriva ("perché nulla cambia") ma la sua fantasiosa interpretazione ("affinché tutto cambia", esempio inoltre, per la sostituzione di nulla con tutto, del cosiddetto errore polare). Intepretazione che, evidentemente, gli preme più della certo sempre modesta e ipotetica ricognizione dei fatti. E ciò, per il filologo, è il peccato più grave. Ben più grave, sa nel suo animo, malevolo o benevolo che esso sia, di fare l'errore d'un indicativo al posto di un congiuntivo: tra gli umani, meglio un errore vero che una corretta falsità.
Insomma, come insegna una millenaria saggezza quanto alla correzione degli errori, in dubio pro reo. Ma il dubbio è un lusso che, Apollonio lo sa bene, questa epoca meschinella e a corto di risorse, di tutte le risorse, non solo di quelle materiali, non può certo permettersi: nei loro esiti sociali e comunicativi, i linciaggi, anche quelli da nulla e su questioni da nulla, costano meno e sono più rapidi ed efficaci delle lungaggini dei processi.
Vuoi vedere, pensa allora a questo punto Apollonio, che non solo la parlamentare campana, involontaria protagonista dell'apologo, non è Benedetto Croce (né, forse, Maria Goretti), ma nemmeno i suoi volontari, accaniti, zelanti critici e fustigatori sono Benedetto Croce (né, forse, Maria Goretti)?
Un dubbio del genere, tormentoso nella sua futilità, lascia così sulle ginocchia dei suoi cinque pazienti lettori.
10 marzo 2014
Come cambiano le lingue (6): Acronimo
"Nasceranno da questo Convegno inaugurale una serie di iniziative, espresse soprattutto in altri Convegni (ma non solo), in cui all'acronimo "Ripensare la cultura politica della sinistra" sarà affiancato il tema specificamente trattato".
È un acronimo, come scrive alla relativa voce il Vocabolario on-line della Treccani, un "nome formato unendo le lettere o le sillabe iniziali di più parole". Esemplari, in proposito, sono laser, Gestapo e Comintern. Lo sono anche le sigle di cui pullula la comunicazione pubblica: del resto, sigla compare regolarmente nei dizionari, come sinonimo parziale di acronimo e, di conseguenza, sua definizione.
L'area semantica dell'imposizione fiscale, da qualche tempo, è in proposito particolarmente fertile, in ragione, presumibilmente, della ricerca di un qualche effetto eufemistico: Iva, Tasi, Ires, Tarsu, Ici, Imu, Irap, Irpef, Ilor, Irpeg.
È un acronimo, come scrive alla relativa voce il Vocabolario on-line della Treccani, un "nome formato unendo le lettere o le sillabe iniziali di più parole". Esemplari, in proposito, sono laser, Gestapo e Comintern. Lo sono anche le sigle di cui pullula la comunicazione pubblica: del resto, sigla compare regolarmente nei dizionari, come sinonimo parziale di acronimo e, di conseguenza, sua definizione.
L'area semantica dell'imposizione fiscale, da qualche tempo, è in proposito particolarmente fertile, in ragione, presumibilmente, della ricerca di un qualche effetto eufemistico: Iva, Tasi, Ires, Tarsu, Ici, Imu, Irap, Irpef, Ilor, Irpeg.
Ma è già dai tempi della nascita delle società di massa e delle loro espressioni politiche, statali, economiche, culturali che l'irrompere nel discorso pubblico (e di conseguenza nel lessico) di acronimi d'ogni genere si è fatto massiccio e sistematico. Partiti e movimenti politici, banche e industrie, istituzioni sovranazionali e sportive, sindacati e catene commerciali, stati e gruppi musicali, università e aziende municipalizzate per la raccolta dei rifiuti, corpi speciali di efferata efficacia e organismi umanitari hanno spesso, da circa un secolo, qualcosa in comune: sono designati da un acronimo. Ciascuno integri l'elenco con gli esempi che gli tornano più familiari.
Come nome proprio, famigerato (SS, Čeka) o trasparente solo agli iniziati (HSGYM: cosa sarà mai?), meno spesso anche come nome comune (una ong, una onlus), l'acronimo è allora uno degli emblemi linguistici del Moderno maturo e, ora, del putrefatto. Come scrisse Victor Klemperer: "C'era il BDM [Bund Deutscher Mädel] e la HJ [Hitler Jugend] e la DAF [Deutsche Arbeitsfront] e altre innumerevoli sigle. Nel mio diario la sigla LTI [Lingua Tertii Imperii] compare in un primo momento come scherzo parodistico...".
La popolarità degli acronimi non ha tuttavia reso popolare acronimo, che (come la maggioranza dei termini della filologia) non è certo vocabolo che si incontri tutti i giorni. Esso conserva così, presso coloro che lo orecchiano, quel misterioso fascino da parola perbene che oscuramente invita gli orecchianti a farne, appena se ne sono impadroniti, un uso poco raccomandabile.
Così è già accaduto da tempo a metafora e, tempo fa si segnalava, sta accadendo da qualche anno a ossimoro. Si comincia, di norma, a usare simili parole a sproposito, solo perché, peregrine, suonano bene e circondano così chi le usa, senza capire cosa veramente significhino, di un'aura da uomo (o donna) di mondo e, al tempo stesso, da intellettuale. Esse compaiono di conseguenza in contesti d'uso che sono, sulle prime, impropri e possono suscitare il sorriso (o lo sdegno) dei pochi consapevoli del guasto.
Se però la cosa piace al demi-monde in cui gli orecchianti nuotano come i pesci nel loro mare e da cui, in fin dei conti, dipendono sempre i destini del cambiamento linguistico, tali contesti d'uso finiscono per determinare, per la parola, mutamenti di valori e di significati.
Succede così che, magari secoli dopo, essa faccia la disperazione di etimologi e storici della lingua, cui capita di chiedersi: "Ma come diavolo ha fatto - poniamo il caso - acronimo a diventar sinonimo di tema, di filo conduttore, di Leitmotiv e, poi, pian piano, a sostituire le espressioni corrette nei discorsi prima della gente che conta, infine di tutta la gente?".
Se però la cosa piace al demi-monde in cui gli orecchianti nuotano come i pesci nel loro mare e da cui, in fin dei conti, dipendono sempre i destini del cambiamento linguistico, tali contesti d'uso finiscono per determinare, per la parola, mutamenti di valori e di significati.
Succede così che, magari secoli dopo, essa faccia la disperazione di etimologi e storici della lingua, cui capita di chiedersi: "Ma come diavolo ha fatto - poniamo il caso - acronimo a diventar sinonimo di tema, di filo conduttore, di Leitmotiv e, poi, pian piano, a sostituire le espressioni corrette nei discorsi prima della gente che conta, infine di tutta la gente?".
Per solidarietà con costoro e per spirito di corpo, Apollonio ha così avuto cura di affidare al suo diario la prima ricorrenza a lui nota di un tale mutamento di valore per il fin qui innocente acronimo. Ecco allora la ragione dell'esposizione del prezioso reperto. Chi desidera inserire il passo menzionato in esordio nel suo più ampio contesto, linguistico e socio-culturale, trova motivi di riflessione qui.
Sine ira et studio, il presente frustolo osserva la caduta di un primo minuscolo sassolino che, rotolando sullo scosceso e argilloso pendio della lingua della gente approssimativa (e, per tale ragione, di meritato successo), potrebbe valere da segno premonitore d'uno smottamento futuro. Fenomeno peraltro impossibile, lo smottamento, nella quieta e sabbiosa pianura della lingua degli incolti, ai quali mai si imputerà del resto la responsabilità di avere innescato una deriva linguistica del genere. Al massimo, di averne accolto, al momento opportuno, i detriti.
Sine ira et studio, il presente frustolo osserva la caduta di un primo minuscolo sassolino che, rotolando sullo scosceso e argilloso pendio della lingua della gente approssimativa (e, per tale ragione, di meritato successo), potrebbe valere da segno premonitore d'uno smottamento futuro. Fenomeno peraltro impossibile, lo smottamento, nella quieta e sabbiosa pianura della lingua degli incolti, ai quali mai si imputerà del resto la responsabilità di avere innescato una deriva linguistica del genere. Al massimo, di averne accolto, al momento opportuno, i detriti.
Ci sarà allora la frana? Acronimo ne sarà travolto? Nessuno può esprimersi con sicurezza, quando è questione di un fatto sociale: tanto meno il linguista, che, quando gli capita di vedere l'alba di qualcosa che lo ferisce o lo seduce (come diceva Barthes), può stare certo che non ne vedrà mai il mezzogiorno: ci si figuri se egli può avere le certezze che, per l'esperienza umana, dà eventualmente il tramonto; talvolta nemmeno quello.
Apollonio ha tuttavia un sospetto: che tra i suoi cinque lettori ci sia forse chi (evocando tacitamente nel proprio foro interiore il nome di Antonio Gramsci, visto che di cultura della Sinistra si tratta) ritiene, a questo punto, la frana già avvenuta.
[Accadesse che la pagina cui sopra si rinvia scomparisse dalla rete, il lessicografo del futuro ne trova registrazione qui; il testo è adespoto ma gli accenti acuti sulle forme di terza persona singolare del verbo essere che vi si osservano possono contribuire a proporne un'attribuzione.]
[Accadesse che la pagina cui sopra si rinvia scomparisse dalla rete, il lessicografo del futuro ne trova registrazione qui; il testo è adespoto ma gli accenti acuti sulle forme di terza persona singolare del verbo essere che vi si osservano possono contribuire a proporne un'attribuzione.]
Tra le cose perdute
Dizionario delle cose perdute e Nuovo dizionario delle cose perdute: chissà se il loro autore vi ha fatto menzione di Francesco Guccini, come avrebbe dovuto.
6 marzo 2014
Il più bel fior ne coglie
L'antefatto: anni fa, in un contesto universitario, era stata proprio la viva voce d'uno storico della lingua a mettere Apollonio sull'avviso. Criticità stava prepotentemente emergendo come parola italiana, con un valore diverso da quello che avevano avuto le sue fin lì rare e dotte apparizioni. In meno di dieci minuti, tale voce s'era prodotta nella mezza dozzina di ricorrenze che aveva dato ad Apollonio il coraggio di porre apertamente la questione: "Ma si dice così, adesso, per dire 'questione delicata, problema spinoso, situazione critica, aspetto discutibile'?". Era all'oscuro, lo stordito Apollonio, che, allora già da un lustro, un buon amico del suo alter ego aveva fatto tema di riflessione della "criticità" linguistica in un gustoso trafiletto.
A proposito di criticità, Apollonio può però fare adesso un importante annuncio. Gli è accaduto infatti di coglierne due ricorrenze in uno scritto. Eccole: "Durante l'incontro... si è discusso... di eventuali criticità"; "Tra le criticità sottolineate da più parti, la disomogeneità dei criteri e dei risultati".
"Embè?" sente dire i suoi cinque lettori. In effetti, di ricorrenze di criticità se ne conoscono già a decine, a centinaia, a migliaia negli scritti d'ogni sorta di gente bennata; gente che fa politica, commenta eventi sportivi, dirime questioni legali, scrive appelli, ammonisce, conciona, santifica ed esecra.
Le due ricorrenze sulle quali Apollonio richiama qui l'attenzione non sono però come le altre. Stanno su carta intestata e l'intestazione recita "Associazione per la Storia della Lingua Italiana presso l'Accademia della Crusca".
Insomma, per criticità, col valore di 'problema spinoso, questione delicata, situazione critica', è ormai fatta. Si attende solo che i lessicografi operosi presso la medesima nobile Accademia ne prendano il dovuto atto, sul fondamento non solo dell'uso ormai largo della gente di mondo ma anche, oggi, dell'autorità: nel caso specifico, riflessiva.
Bisogna ammetterlo: casi come questi son quelli in cui non ci si può esimere dall'esclamare che, per i facili profeti, "la soddisfazione ci sta tutta".
5 marzo 2014
Lingua loro (31): "...ci sta tutto"
Un'espressione che contenga, come lacerto, la sequenza "...ci sta tutto" pare palesemente insistere nell'area di significato della specificazione del rapporto tra un contenuto e un contenitore. Lo può fare con tutto in funzione di soggetto, come per es. in "Nella borsa di Mary Poppins ci sta tutto, proprio tutto". Lo può fare, come per es. in "Nella guaina, il coltello ci sta tutto", con tutto in funzione di complemento predicativo del soggetto: roba dura, con memoria di incubi da studi ginnasiali di grammatica latina. Apollonio sa però i suoi cinque lettori di forti precordi e non si perita di sottoporli a tali improvvidi stress, del resto subito superati.
Costruzioni diverse, infatti, pane per i denti del grammatico formale, ma (come si diceva) chiara e salda semantica da concreto rapporto tra contenuto e contenitore, in ambedue i casi. Così, almeno, fino a qualche tempo fa.
Costruzioni diverse, infatti, pane per i denti del grammatico formale, ma (come si diceva) chiara e salda semantica da concreto rapporto tra contenuto e contenitore, in ambedue i casi. Così, almeno, fino a qualche tempo fa.
Oggi, qualcosa è cambiato. Nell'italiano corrente (o dell'andazzo, se si preferisce), sempre più il secondo dei due costrutti, quello della guaina e del coltello, inclina verso il figurato, nelle sue ormai frequentissime ricorrenze.
Regione lessico-sintattica della tracimazione e dell'aprirsi, all'espressione, delle sterminate pianure della metafora su base localista ma tendente all'esistenziale è quella dei predicati psicologici e di sentimento: ne sono emblemi la preoccupazione, l'indignazione, la rabbia, lo stupore ma anche la meraviglia, la sorpresa, il divertimento, la gioia e, proprio in questi ultimi giorni, l'ufficioso, ma autorevole e autentico "orgoglio italiano" per un successo, peraltro annunciato.
Una situazione suggerisce o si vuol fare intendere suggerisca inquietudine? Se ci si vuole esprimere al passo coi tempi, guai a dire "La situazione mi preoccupa molto", "Con una situazione così, c'è da essere parecchio preoccupati" e altre comparabili anticaglie. Bisogna invece si dica "Con una situazione del genere, la preoccupazione ci sta tutta".
C'erano gioie che un dì erano dette incontenibili. I contenitori d'oggi devono essersi fatti giganteschi se, come capita, si odono (o si leggono nelle reti sociali) espressioni comparabili con "Con risultati del genere, l'euforia generale, capirete, ci sta tutta".
Il linguista da strapazzo osserva allora che, nel passaggio dal letterale a figurato, l'indicazione del contenitore (quella cui allude appunto la particella ci) s'è rarefatta. È trascorsa dal fisico al metafisico. Nell'ordine del metafisico si pone del resto, con il nuovo uso, colui o colei che, così esprimendosi, è tuttavia la sede del sentimento e soffre o gode dello stato psicologico.
Non "Sono molto arrabbiato" o "Siamo molto orgogliosi", con quei bei soggetti personali in evidenza a prendersi le loro responsabilità soggettive - e quindi sempre integrabili da altri e diversi punti di vista. "La rabbia ci sta tutta", "L'orgoglio ci sta tutto", invece, con lo stato psicologico in primo piano, quasi esso fosse, nel mondo, istanza trascendente e al tempo stesso oggettiva, indiscutibile.
Ragione per la quale Apollonio nutre il sospetto che, a comprendere dove stia andando la comunità nazionale, con il suo nuovo personale e le sue nuove linee di guida, la consapevolezza dei valori semiotici del dettaglio espressivo sia utile. Che, quanto a esso, se la si vuol dire come adesso appunto usa, "l'interesse ci stia tutto".
Dovrebbe del resto essere sempre così quando, d'improvviso, un'espressione, dal dominio piatto della funzione referenziale, per dirla con Roman Jakobson, passa rapidamente alla sfavillante prevalenza della poetica e dell'emotiva, funzioni d'elezione (come si sa, testimone questo medesimo diario) per il sempre iterato verificarsi della prevalenza del cretino.
4 marzo 2014
Numeri (8): Metodi invalsi
Se Apollonio ha capito bene, tra il trenta e il quaranta per cento del campione statistico degli (e delle) adolescenti che frequentano gli istituti professionali dell'Italia meridionale pare non abbia risposto a tono ai quesiti proposti, nel quadro di un'indagine detta PISA (ma è un acronimo: niente da spartire con la città della Torre), per verificare la loro capacità d'intendere un testo in italiano.
Il testo in questione simulava il fervorino rivolto dalla direttrice del personale ai dipendenti di un'ipotetica azienda sull'opportunità e sulla possibilità di vaccinarsi contro l'influenza. Sempre che Apollonio l'abbia inteso. Egli è infatti sospetto: fu un adolescente meridionale, anzi, insulare, e da un istituto professionale lo tenne lontano soltanto una leggerezza di suo padre, che lo richiese di un parere davanti il fatidico portone, il giorno dell'iscrizione.
La percentuale dei devianti è parsa inquietante. Magari lo è e oltremisura: così dicono importanti personalità pensose dei destini della scuola italiana e della nazione e pronte a mettere al servizio della salvezza di ambedue le loro sofisticate competenze (a qual pro, del resto, le accademie?).
Qui, sul tema, si è tuttavia per natura ottimisti, come sanno i cinque lettori. Ci si illude perciò che una così alta percentuale testimoni invece l'esistenza di una resistenza, in certe aree della nazione tradizionalmente più radicata che in altre. Una resistenza - fosse anche inconsapevole - alla piattezza di spirito di chi pretende (pretendendo così di avere dei criteri di valutazione oggettivi) che dei e delle quindicenni manifestino interesse per cose talmente insipide e lontane dalla loro vita. Che prendano, di conseguenza, sul serio il gioco sciocco di adulti tanto privi di fantasia da attendersi da loro le risposte contestualmente giuste e non le umanamente vere, riassunte per eufemismo in un "ma cosa volete che ce ne importi, di voi e dei vostri test del cavolo?".
17 febbraio 2014
Cronache dal demo di Colono (23): Aurora
Aurora pare sia, da qualche anno, uno dei nomi che i genitori italiani scelgono più di frequente per le bimbe. E la preferenza tende a crescere. Per strada, capita infatti di sentirlo risuonare spesso. Molto più spesso di dieci, trenta, cinquanta anni fa.
Faceva Aurora, per fantasia dei genitori e non per tradizione familiare, una nonna dell'alter ego di Apollonio: la più vicina e vera. Morta, come fosse domani, nel 1968: non seppe mai così del poi celebre Maggio. Nata nel 1886, quando venir chiamata e chiamarsi Aurora voleva dire qualcosa. Il Ballo Excelsior è di cinque anni prima.
Chissà cosa vuol dire oggi, per battaglioni di bimbette, portare questo nome. Certo, non la stessa cosa che significava per una bimba che, con poche altre, cominciava a portarlo quasi centotrenta anni fa.
I nomi propri hanno una forma, peraltro molto resistente, ma non hanno un significato: così dicono i logici e hanno ragione. Eppure, restando formalmente identici, cambiano in funzione di qualcosa che, certo, non è un significato ma non è funzionalmente un vuoto, non è sistematicamente un'assenza.
15 febbraio 2014
Sanremo 2013
"L'essenziale", "La canzone mononota" e "Se si potesse non morire" furono le canzoni classificate ai primi tre posti nell'edizione del Festival dell'anno scorso. L'insieme aveva prodotto su Apollonio qualche impressione che s'era ripromesso di sottoporre ai suoi cinque lettori, una volta divenuta la faccenda intempestiva (come, con poche eccezioni, è costume del suo diario). Difficile lo sia più di adesso. Ancora un paio di giorni e, da intempestiva, diventerà perenta. In fretta, allora, e con la promessa che, per l'anno corrente, non ci sarà una replica.
"L'essenziale" vinse e con ragione. Era trasparente la sua semplice adesione a un comune sentimento del momento, la contrizione morale (conseguente alla materiale) e l'orientamento verso la "sostenibilità": "Mentre il mondo cade a pezzi | io compongo nuovi spazi | e desideri che | appartengono anche a te... Mi allontano dagli eccessi | e dalle cattive abitudini | tornerò all'origine | torno a te che sei per me | l'essenziale".
Nelle evidenti difficoltà, buoni propositi di mortificazione, con l'augurio che servissero, e speranze, come appunto capita ai disperati. La speranza, soprattutto, non solo che un essenziale rimanesse (e che fosse perciò determinato e determinabile, per via della nominalizzazione di un aggettivo) ma che almeno tale essenziale fosse salvaguardato, per il disperato pentito e che giurava d'essere ben disposto a farsi "sostenibile".
Che tuttavia, visti l'epoca e lo spirito, si trattasse piuttosto di impotenti velleità, di sogni malati di spiriti sì bottegai ma, al tempo stesso, irragionevolmente piegati verso un morboso ritorno ad attitudini infantili, l'ammettevano apertamente, per contrasto, la terza classificata e la sua cascata di congiuntivi desiderativi della più patente e disarmante irrealtà: "Se potessi mantenere più promesse | e in cambio avere la certezza | che le rose fioriranno senza spine | cambierebbero le cose... E poi t'immagini se invece | si potesse non morire | e se le stelle si vedessero col sole | se si potesse nascere ogni mese | per risentire la dolcezza di una madre e un padre | dormire al buio senza più paure | mentre di fuori inizia il temporale".
Per gli Italiani qualsiasi, allora, temporale e mondo che cade a pezzi. I meno raffinati, testa sotto il cuscino, come i bambini; i più (inutilmente) avvertiti, augurio di sopravvivere almeno con l'essenziale.
A Sanremo, come del resto in Italia, ci sono poi però, distinti dai qualsiasi, i chierici e i poeti, insomma gli intellettuali. Per principio, gli intellettuali sono intelligenti: differentemente, che intellettuali sarebbero? Circolano a Sanremo, ma circolano da qualche anno con ironia, anzi con un'ironica ironia. Ma forse non basta ancora, come definizione: con un'ironia ironica dell'ironia. Insomma, con quella che agli intellettuali parrà ciò che vogliono ma che si può semplicemente definire condiscendenza.
Gli intellettuali presenti l'anno scorso a Sanremo non partorirono una canzone, magari impegnata, come si diceva un tempo. Coerenti con il loro ruolo nella società italiana (e quindi anche nella sanremese), partorirono una meta-canzone: "Condurre un'esistenza di sforzi | tallonando la chimera di una melodia composita | gremita di arzigogoli rarissimi | che poi alla fine scopri | che ti mancava quella nota sola | bellissima | che sciocco non aver pensato prima | alla canzone mononota | una canzone poco nota | che si fa con una nota | e quella nota è questa | È la canzone mononota | puoi cambiare il ritmo | puoi cambiare la velocità | puoi cambiare l'atmosfera | puoi cambiare gli accordi | la puoi fare maggiore minore eccedente diminuita | puoi cambiare il cantante | puoi cambiare l'argomento | puoi cantarla da solo | puoi cantarla tutti insieme con il coro | puoi farla fare all'orchestra | mentre ti prendi una pausetta".
Per un intellettuale a Sanremo, difficile - lo si deve ammettere - essere più ironico e più intelligente di così: conseguente trionfo tra i giurati di qualità ("- Figaro! - Son qua"). A riscatto dei disperati della sostenibilità e del politicamente corretto e degli infantili e volgari bottegai, seconda piazza. Ed è vero: puoi cambiare tutto. Non cambia mai però, nel Bel paese, "la canzone mononota" di cui si fecero nel 2013 testimoni e prova, al tempo stesso, i condiscendenti intellettuali di Sanremo, con quella che, vista da questo scorcio del 2014, pare del resto anche una (facile) profezia.
13 febbraio 2014
Sommessi commenti sul Moderno (10)
Bella trovata far circolare con velocità fiumi di danaro, di modo che, in tanti, ci si è creduti ricchi vedendosene rapidamente passare per le mani qualche fiotto.
Ancora più bella quella di fare impetuosamente circolare fiumi di parole, di modo che, in altrettanti (e, a ben vedere, i medesimi), ci si crede intelligenti spendendo le tante che ci si trova nelle orecchie.
Lampante è adesso che la prima è stata un imbroglio: ammettersi poveri è doloroso ma, ineluttabilmente, si deve e quindi si può.
La seconda, più ideologica, nasconde ancora, ma sempre peggio, la sua natura truffaldina. Del resto, a nessuno tocca incontrovertibilmente di riconoscersi stupido, tanto meno tocca a un'epoca intera, che, per assolversi, ha fatto e fa ancora equo lusso di critici e cantori. E di critici tanto sciocchi (qui, queste stesse espressioni lo dimostrano) quanto sciocchi sono stati da sempre i suoi cantori.
11 febbraio 2014
"Passano i cavalli di Wallenstein..."
À suivre, aveva concluso il temerario Apollonio quasi cinque anni fa. Tiene fede alla promessa o dà corso alla minaccia (in ogni caso, riflessiva): decidano i suoi cinque lettori. Il passo viene stavolta dal capitolo trentesimo.
"Alcuni, novellisti di professione, raccoglievan diligentemente tutte le voci, abburattavan tutte le relazioni, e ne davano poi il fiore agli altri. Si disputava quali fossero i reggimenti più indiavolati, se fosse peggio la fanteria o la cavalleria; si ripetevano, il meglio che si poteva, certi nomi di condottieri; d'alcuni si raccontavan l'imprese passate, si specificavano le stazioni e le marce: quel giorno, quel tal reggimento si spandeva ne' tali paesi, domani anderebbe addosso ai tali altri, dove intanto il tal altro faceva il diavolo e peggio. Sopra tutto si cercava d'aver informazione, e si teneva il conto de' reggimenti che passavan di mano in mano il ponte di Lecco, perché quelli si potevano considerar come andati, e fuori veramente del paese. Passano i cavalli di Wallenstein, passano i fanti di Merode, passano i cavalli di Anhalt, passano i fanti di Brandenburgo, e poi i cavalli di Montecuccoli, e poi quelli di Ferrari; passa Altringer, passa Furstenberg, passa Colloredo; passano i Croati, passa Torquato Conti, passano altri e altri; quando piacque al cielo, passò anche Galasso, che fu l'ultimo. Lo squadrone volante de' veneziani finì d'allontanarsi anche lui; e tutto il paese, a destra e a sinistra, si trovò libero".
Imperfetto, presente, passato semplice (o remoto).
L'imperfetto, il tempo (o forse il modo) narrativo per eccellenza, fa da sfondo: "raccoglievan... abburattavan... ne davano... Si disputava... si ripetevano... si raccontavan... si specificavano... si spandeva... faceva... si cercava... si teneva... passavan... si potevano considerar...". Forme lunghe: nessuna con meno di tre sillabe. Tutte orientate a creare un'atmosfera di vaghezza e di indeterminatezza, si osservi. Come va osservata l'insistenza, quanto alla diatesi, dell'impersonale. In tale vaghezza, l'imperfetto, col suo carattere aspettuale durativo, prepara insomma con lentezza il luminoso primo piano del presente, rigorosamente personale.
Questo appare all'improvviso ma in modo che, lo si intuisce subito, sarà iterato. Lo si intuisce per via del cambiamento di ritmo: dopo essere stata lunga, l'arcata della proposizione si fa breve: verbo e soggetto. La ripetizione sta alla base della grammatica della poesia, notò Roman Jakobson, e siamo appunto nel nocciolo poetico del passo. Il presente appare inoltre in combinazione con nomi propri: picco di determinazione, certo, ma proiettato verso la favola, verso il mito. Capita allora di stare proprio lì, nei pressi del ponte di Lecco. Capita di vedere defluire i reggimenti: tra la polvere sollevata dai cavalli, dai fanti, capita magari di intravedere Merode, Colloredo, di intravedere Torquato Conti, "il diavolo". Se, di loro, basta solo il nome, una ragione ci sarà e chi fin lì non lo conosce, quel nome, lo impari.
I soggetti incalzano il verbo. Con le sue forme, solo leggermente diverse, questo assicura infatti la continuità testuale: "passano... passano... passano.... passano... passa... passa... passa... passano... passa... passano...": in una fricativa enfatica iterata con tale insistenza, come non vedere una sfumatura fonosimbolica, in rapporto con lo scorrere dei reggimenti lungo il ponte? Manca ad arte qualche battuta: "...e poi i cavalli di Montecuccoli, e poi quelli di Ferrari...". L'assenza dà al lettore il gusto dell'integrazione virtuale e della partecipazione alla scansione del ritmo. Della novità si fanno carico invece i favolosi soggetti, con la loro variazione. Questa, come si sa, diletta, ma, sempre, per alternante contrasto con la continuità: insomma, per relazione e per differenza.
Fino al momento in cui, "quando piacque al cielo", a mo' di sintesi, tutto si scioglie in una chiusa in quattro tempi, puntiformi e perentori: "passò... fu l'ultimo... finì... si trovò libero". Tutte personali, queste forme del passato remoto scoppiano l'una dopo l'altra in rapida sequenza in virtù dell'essere brevi e tronche. Sono i mortaretti finali: pum, pum, pum, pum.
Si cambia scena, infatti, e parte di conseguenza una diversa orchestrazione dei tempi: "Già quelli delle terre invase e sgombrate le prime, eran partiti dal castello; e ogni giorno ne partiva: come, dopo un temporale d'autunno, si vede dai palchi fronzuti d'un grand'albero uscire da ogni parte gli uccelli che ci s'erano riparati. Credo che i nostri tre fossero gli ultimi ad andarsene...".
E qui si potrebbe chiudere anche questo frustolo. In diminuendo, ancora qualche riga forse merita però l'"anderebbe" che occhieggia, nel primo segmento, tra gli imperfetti. Nota di variazione, d'una modalità che oggi, tra i linguisti, è d'uso indicare come "evidenziale" ed "epistemica". Dopo i congiuntivi della cosiddetta interrogazione indiretta, solo per un attimo, il condizionale dà infatti la parola proprio ai "novellisti di professione" (che li si possa definire ancora oggi così? Sarebbe divertente).
I "novellisti di professione" raccolgono, abburattano, danno il fiore (la piccola catena metaforica ha la farina, al centro: del diavolo?) e, proferendo ciò che riferiscono, capita lo presentino come un sentito dire: quando compare il condizionale, la notizia è, insomma, la voce (o la voce la notizia? Delicata questione, dal far parola sulla quale Apollonio si astiene).
Beh! Scherzando coi santi, ad assicurare il piacere (si dirà infantile) di chi ama la lingua con animo semplice basta, come si vede, veramente pochissimo: à suivre.
7 febbraio 2014
A frusto a frusto (82)
Chi si esprime si apre agli sguardi e al suo per primo, riflessivamente. Se non vuol passare per ipocrita, dispone solo dell'ironia.
5 febbraio 2014
3 febbraio 2014
Linguistica candida (13): Cose infinite-2
Come ormai si sa anche fuori delle accademie e quasi a ogni angolo del mondo, Noam Chomsky dice da sessanta anni infinite le espressioni linguistiche esplicitamente enumerate dall'ipotetico automa grammaticale partorito dalla sua fantasia.
Indica poi in tale infinitezza il dato sperimentalmente cruciale per comprendere la natura umana, a suo parere realisticamente simulata da quell'automa.
Concepito, in origine, per diventare un concreto algoritmo, l'automa non è mai stato realizzato come tale, neppure episodicamente. Con ragione, già quaranta anni fa, sotto questo rispetto, Maurice Gross poteva quindi illustrare il fallimento della grammatica generativa, in un articolo pubblicato su Language.
Col passare del tempo, l'automa è però diventato un programma di ricerca, sempre più generico. Si è ridotto in tal modo a fungere da quadro di massima, se non da vero e proprio feticcio di uno stile argomentativo dogmatico e, anche per questa ragione, ogni giorno più adatto a presentazioni parodistiche e festivaliere della scienza linguistica (e non solo della linguistica), come è ormai facile verificare appunto quasi ad ogni angolo del mondo.
"Only two things are infinite, the universe and human stupidity, and I'm not sure about the former" è un motto attribuito, come si sa, ad Albert Einstein, ma ragionevolmente non suo. Di infinitezza vi si tratta però e, senza riguardo alla paternità, esso procura a chi vuole la sola prospettiva forse utile a intendere di cosa, con Noam Chomsky, è stata fin qui questione e di cosa, considerato il suo codazzo, lo sarà ancora per molti a venire.
Indica poi in tale infinitezza il dato sperimentalmente cruciale per comprendere la natura umana, a suo parere realisticamente simulata da quell'automa.
Concepito, in origine, per diventare un concreto algoritmo, l'automa non è mai stato realizzato come tale, neppure episodicamente. Con ragione, già quaranta anni fa, sotto questo rispetto, Maurice Gross poteva quindi illustrare il fallimento della grammatica generativa, in un articolo pubblicato su Language.
Col passare del tempo, l'automa è però diventato un programma di ricerca, sempre più generico. Si è ridotto in tal modo a fungere da quadro di massima, se non da vero e proprio feticcio di uno stile argomentativo dogmatico e, anche per questa ragione, ogni giorno più adatto a presentazioni parodistiche e festivaliere della scienza linguistica (e non solo della linguistica), come è ormai facile verificare appunto quasi ad ogni angolo del mondo.
"Only two things are infinite, the universe and human stupidity, and I'm not sure about the former" è un motto attribuito, come si sa, ad Albert Einstein, ma ragionevolmente non suo. Di infinitezza vi si tratta però e, senza riguardo alla paternità, esso procura a chi vuole la sola prospettiva forse utile a intendere di cosa, con Noam Chomsky, è stata fin qui questione e di cosa, considerato il suo codazzo, lo sarà ancora per molti a venire.
30 gennaio 2014
Linguistica candida (12): Cose infinite-1
Favellata ancora e senza fine, la fanfaronata delle frasi infinite ha francamente sfinito la linguistica, se non l'ha definitivamente finita.
29 gennaio 2014
Per Leonardo Sciascia
È la voce Sciascia del Dizionario onomastico della Sicilia di Girolamo Caracausi. Secca, documentata, efficace, informativa: nello stile dell'opera (che porta il sottotitolo Repertorio storico-etimologico di nomi di famiglia e di luogo) e nello stile dello studioso, caro alla memoria di Apollonio per più di una ragione.
L'infanzia dell'alter ego di Apollonio, che ha radici nella Sicilia greca, trascorse quasi per intero in quella araba. Così, quel nome di famiglia gli fu familiare dai suoi primi anni di vita. Ben prima che scoprisse, adolescente, che, in giro per l'Italia e per il mondo, lo portava la fama di uno scrittore di Racalmuto.
Per il bambino, nella piccola comunità, lo portava invece un giovane collaboratore di suo padre, da suo padre ritenuto peraltro il più sveglio tra i suoi collaboratori.
"Il signor Sciascia" capitava così fosse frequente nelle conversazioni a tavola, come capitava di sentirsi incaricare di "consegnare questi fogli al signor Sciascia" o di fare due passi, per prendere un gelato, "con il signor Sciascia".
Sciascia, però, con la fricativa palatale scempia, in ambedue le ricorrenze, l'iniziale e l'intervocalica, simile a quella di sciàuru 'profumo, buon odore', di sciumara 'fiumara', di sciuri 'fiore' (trascritto spesso come ciuri e nel Vocabolario siciliano del Piccitto come çiuri) della famosa melodia siciliana finto-popolare: eccone un esempio.
Così, del resto, il menzionato signor Sciascia presentava se stesso né, nella piccola cittadina della provincia di Agrigento, a una manciata di chilometri dalla Racalmuto del già celebre Leonardo Sciascia, qualcuno avrebbe mai pensato che di quel cognome esistesse pronuncia diversa: xaxa, trascrivono i vecchi documenti siciliani, come ricorda Caracausi.
Per via di Leonardo Sciascia e della sua fama in Italia e nel mondo, adesso Leonardo Sciascia è invece diventato ciò che si sente pronunciare qui, con due belle fricative enfatiche. Del resto, in italiano, proprio come si deve. Per fare diversamente, gli Italiani cresciuti fuor di Sicilia (e forse, adesso, anche quelli cresciuti in Sicilia, ma esposti ai guasti di un'educazione scolastica) dovrebbero appunto fare uno sforzo e concedersi quel suono morbido e insinuante appunto estraneo alle loro abitudini articolatorie: come esercizio, potrebbero provare a intonare "sciascia, sciascia, sciascia di tuttu l'annu...".
L'alter ego di Apollonio manca dai luoghi della sua infanza da troppo tempo. Non sa se, anche lì, il giovane signor Sciascia, frattanto - egli si augura - diventato stravecchio, si sia adeguato, presentandosi, agli esiti della notorietà del suo nome di famiglia; se si sia adeguata, per via della crescente comunicazione, la comunità intorno a lui.
Sospetta però, l'alter ego di Apollonio (ed Apollonio con lui), che questa sottile incapacità di dare il suo nome autentico allo scrittore di Racalmuto, questo suo andare per il mondo sotto un nome che è diverso, impercettibilmente diverso ma diverso dal suo proprio, e che quindi, in fin dei conti, lo camuffa e ne fa un altro siano come il marchio di un destino.
Un destino di ardua comprensibilità, fuori del contesto, di Leonardo Sciascia: non si vuol dire d'incomprensione ineluttabile.
26 gennaio 2014
Primo supplemento al Bollettino ortografico (3): "Che c'azzecca"
Galleggiando come un relitto (a volere essere clementi), il frustolo di qualche giorno fa ha un tema dalle molteplici faccette, certo meritevole di una (piccola) monografia. Ne è stato sollecitato un benevolo lettore che a quel tema ha dedicato attenzione e che, per le vie brevi, ha segnalato all'alter ego di Apollonio (di quel lettore, fedele sodale) un paio di necessarie integrazioni.
Si tacerà qui, per il momento, della seconda. Merita un approfondimento. Se ad Apollonio riuscirà di farlo, ne riferirà in un'occasione futura.
Si dirà della prima, da subito molto gustosa, sotto il titolo di "Sic transit gloria mundi".
Qualche anno fa, ricorda appunto il lettore, l'emblema dell'uso grafico chiamato in causa dal frustolo era "E che c'azzecca?": ne faceva largo uso un protagonista della scena pubblica italiana, dall'espressione orale non convenzionale e tenuta allora per sapida.
È vero. Apollonio l'aveva rimosso. D'improvviso, all'apparire di quel personaggio, i cronisti avevano dovuto confrontarsi con la trascrizione di ciò che diceva. Ma anche voluto confrontarsi con il suo modo di esprimersi, e voluto parecchio: insomma, "c'avevano" inzuppato il biscotto, in quel "c'azzecca". Esso emergeva in un contesto a tratti drammatico, a tratti da "Un giorno in pretura", anche per via di uscite del genere. Questa è, del resto, l'impagabile e insuperabile tradizione nazionale: la vita pubblica vi prende sempre coloriture farsesche. E il diacritico era stato generalmente adottato, in proposito, come soluzione.
Ci si pensi tuttavia un momento. Con il suo aspetto innovativo di forzatura (se non di violenza) sulla tradizionale norma grafica, il "Che c'azzecca?" si candidava come emblema naturale di un'epoca: l'uscita dalla cosiddetta Prima repubblica. Riassumeva di tale uscita, con un semplice apostrofo, il suo modo d'accadere spiccio e popolare. Spiccio e popolare solo in apparenza, però. In realtà, si capì dopo (e si capisce meglio ogni giorno che passa), vischiosissimo e mandarino.
All'aria dei tempi, insomma, non sfugge nemmeno un apostrofo: è la conclusione che se ne può trarre. Del resto, volatile come è, come potrebbe? Divertito, Apollonio, lo smemorato, esprime la sua gratitudine al buon amico del suo alter ego.
24 gennaio 2014
Linguistica da strapazzo (24): "...yeee yeee il sale della terra"
"...yeee yeee il sale della terra" canta in questi mesi Luciano Ligabue (eccolo, su YouTube) e snocciola, intorno a questo refrain, una maliarda litania di proposizioni a predicato nominale: "Siamo la sorpresa dietro i vetri scuri | siamo la risata dentro il tunnel degli orrori | siamo la promessa che non costa niente | siamo la chiarezza che voleva molta gente [...] Siamo il culo sulla sedia, il dramma, la commedia | il facile rimedio | Siamo l'arroganza che non ha paura | Siamo quelli a cui non devi chiedere fattura".
Nell'espressione del rocker di Correggio (ivi inclusa la musicale, naturalmente), noi è un concetto formale che ha spesso funzione di fulcro. Questa è una delle ragioni che rendono tale espressione parecchio diversa da quella, per es., di Vasco Rossi, dove, a dare il tono all'insieme, è forse piuttosto io.
Se io è molteplice (ogni linguista da strapazzo lo sa), ci si immagini quanto lo sia noi, che è sempre un'operazione fatta a partire da un io, con l'aggiunta di numerosi variabili valori. Si potrebbe così giocare a cercare quanti e quali noi abbia costruito fin qui Ligabue e proposto di abitare a chi lo ha ascoltato, offrendogli in uso momentaneo la sua immaginazione al prezzo del biglietto d'ingresso (com'è giusto: l'immaginazione è sempre stata bene prezioso).
E chissà che una volta o l'altra quel perdigiorno dell'alter ego di Apollonio non ci si metta a enumerarli e a farne sistema, dei noi e delle altre persone grammaticali di Luciano Ligabue, come può e come sempre a lui piace (c'è ormai tanta folla di giovani interpreti, pronti alle sintesi, intorno alle canzonette però che è forse meglio che i vecchi, coi loro vecchi metodi analitici, se ne stiano in platea).
Qualunque cosa faccia l'alter ego e senza la sua noiosa pretesa (che sempre va a vuoto, peraltro) di dire cose sensate, Apollonio, di noi di Ligabue, oltre al menzionato, ne vorrebbe indicare ai suoi lettori un altro, di venti anni fa: contrastivamente. Si sa che ad Apollonio piacciono i contrasti: pensa del resto, appunto un po' all'antica, che solo contrasti e differenze permettano di vedere baluginare qualcosa della trama del mondo. Capire? Suvvia, non si scherzi.
"Non è tempo per noi" cantava allora Ligabue, sull'onda degli Ottanta e agli inizi dei Novanta: "...che non ci adeguiamo mai | abbiam donne pazienti rassegnate ai nostri guai | Non è tempo per noi e forse non lo sarà mai". E, il noi di quelle parole e di quella musica era ed è enunciativamente non-inclusivo del voi che appare nel testo, a un certo punto: "non vestiamo come voi | non ridiamo, non piangiamo, non amiamo come voi": per rinfrescare la memoria, eccolo su YouTube.
Al livello dell'enunciato, appunto, perché, se si tratta di enunciazione, non uno di coloro cui musica e parole di quella canzone sono indirizzate, e quindi ascolta quel voi, in esso si sente né è chiamato a sentirsi incluso: anzi, è invitato a fare esattamente il contrario. Voi è personaggio della rappresentazione scenica di un atto enunciativo. Coloro che assistono alla rappresentazione (il voi, si dica, reale: quelli che pagano il biglietto, insomma) sono chiamati a farsi insomma co-proferitori del voi rappresentato. Sono invitati da quel noi che gioca a fare il noi tra enunciazione ed enunciato. Voi, in realtà, è allora un loro. E voi è incluso nel noi.
Il modulo e il gioco sono tradizionali della canzone antagonista (illustri precedenti nella produzione musicale d'ispirazione sociale) e con pretese di protesta: il "ma che colpa abbiamo noi" confezionato anni prima da Mogol per Shel Shapiro e compagni d'avventura ne fu paradigma, a dire il vero parecchio lagnoso (tratto che non si attribuirà mai né alla musica né alle parole di Luciano Ligabue: sempre corroboranti). Ma era lo spirito dei tempi: gli scanzonati Ottanta che andavano verso la fuffa meglio degli impegnati Sessanta che andavano verso il nulla? Magari, un'altra volta.
"...yeee yeee il sale della terra" canta invece, nel pieno della fuffa, Luciano Ligabue in questi mesi: "Siamo il capitano che vi fa l'inchino | Siamo la ragazza nel bel mezzo dell'inchino | Siamo i trucchi nuovi per i maghi vecchi | Siamo le ragazze nella sala degli specchi [...] Siamo l'opinione sotto libro paga | Siamo le riunioni qui nel retro di bottega | Siamo le figure dietro le figure | Siamo la vergogna che fingiamo di provare". Il noi è diverso da quello suo antico e ricordato, anche perché in un universo (testuale) diverso. È un noi, stavolta, occupatore di tutto lo spazio della persona. Nella canzone, c'è la non-persona, ovviamente, e ci sono anche un devi e un ti, a un certo momento: ma si tratta di seconda persona-fantoccio, quella che anche nei discorsi di tutti i giorni fa appunto da impersonale. Non-persona, appunto: quanto a persona, solo noi, che si mangia naturalmente anche l'io di "con cui ti faccio fuori".
Venti anni dopo (maturità?), tempo del noi deve essere chiaramente diventato: noi ovunque, infatti, come "sale della terra", senza che mai compaia in superficie, prerogativa dell'italiano e diversamente da venti anni prima, la parola "noi", un po' volgare, perché di norma stucchevole o violenta.
Noi inclusivo dei paganti biglietto, del voi? Di nuovo, sì. Come diversamente? Altrimenti, addio a Campovolo. A momenti, costoro sentono però che farebbero volentieri a meno, magari, di tale compartecipazione: ove ci fosse, naturalmente. Il dubbio che ci sia c'è. Né viene univocamente fugato: la favola, di chi parla? Aiuta allora, come sempre, l'ambigua illusione che, stavolta, a essere un loro sia proprio quel noi, che insomma noi non sia un noi ma solo un noi: il personaggio d'una rappresentazione.
La musica, così semplice, di Luciano Ligabue è però tanto maliarda e tanto maliarde sono, così semplici, anche le sue parole. Come si fa, noi, a non cantare tutti insieme? "...yeee yeee il sale della terra".
21 gennaio 2014
Bollettino ortografico (3): Il diacritico in motoscafo Riva
"Quindi ben venga l'esibizionismo di Lele e che Iddio c'assista": sta in Con le peggiori intenzioni di Alessandro Piperno, che qui si cita dalla prima edizione negli "Oscar contemporanea".
Un refuso, non può essere (al posto di cosa?). Tanto meno un errore. In quel c'assista, come scelta di stile, c'è un'intenzione (che sia tra le migliori o le peggiori, poco importa). E un pronunciamento per l'introduzione nell'ortografia italiana dell'apostrofo come diacritico, se combinato con la lettera c: in tal caso, messa lì a valere non per un'occlusiva - quella di Carla, per intendersi - ma per un'affricata - quella di ciarla: c'arla, in prospettiva e procedendo nell'innovazione, come possibile alternativa grafica.
Sul confine di parola, peraltro, una novità già largamente installata in scritture basse o nelle volutamente mimetiche del parlato: installata ma non ancora codificata (se Apollonio non si sbaglia).
In tali scritture, a dire il vero, essa ricorre di preferenza (se non esclusivamente), per combinazioni di ci pleonastico e verbo avere: c'ha ragione lei, non lui; c'hai il mio numero, no? Chiamami, allora; C'ho una fame nera, stasera; Dicono che c'hanno avuto un problema e oggi arrivano tardi: a chi non è capitato di leggere cose del genere? A molti, anche di scriverle.
Ancora rari (ma sarà difetto di informazione di Apollonio) i c'avanza un biglietto per ci avanza un biglietto o i c'amiamo tanto per ci amiamo tanto. Sui muri, questi ultimi? In rete? Apollonio non ha - anzi, per stare in tema, non "c'ha" voglia di far controlli: veda, integri, corregga chi vuole.
Piperno (ed è un'eccezione nel panorama attuale) ha scrittura controllata e attenta ai dettagli. L'impressione è dunque che abbia un po' esagerato, nel caso specifico, e che si sia prodotto in un "iper-scorrettismo". Ma c'è tratto di distinzione di classe più socialmente marcato del potere permettersi d'essere "iper-scorretto"? Insomma, a differenza di quelli degli altri, che remano sui canotti e pedalano sui pedalò, il diacritico di Piperno naviga a bordo d'un motoscafo Riva.
Sul confine di parola, peraltro, una novità già largamente installata in scritture basse o nelle volutamente mimetiche del parlato: installata ma non ancora codificata (se Apollonio non si sbaglia).
In tali scritture, a dire il vero, essa ricorre di preferenza (se non esclusivamente), per combinazioni di ci pleonastico e verbo avere: c'ha ragione lei, non lui; c'hai il mio numero, no? Chiamami, allora; C'ho una fame nera, stasera; Dicono che c'hanno avuto un problema e oggi arrivano tardi: a chi non è capitato di leggere cose del genere? A molti, anche di scriverle.
Ancora rari (ma sarà difetto di informazione di Apollonio) i c'avanza un biglietto per ci avanza un biglietto o i c'amiamo tanto per ci amiamo tanto. Sui muri, questi ultimi? In rete? Apollonio non ha - anzi, per stare in tema, non "c'ha" voglia di far controlli: veda, integri, corregga chi vuole.
Piperno (ed è un'eccezione nel panorama attuale) ha scrittura controllata e attenta ai dettagli. L'impressione è dunque che abbia un po' esagerato, nel caso specifico, e che si sia prodotto in un "iper-scorrettismo". Ma c'è tratto di distinzione di classe più socialmente marcato del potere permettersi d'essere "iper-scorretto"? Insomma, a differenza di quelli degli altri, che remano sui canotti e pedalano sui pedalò, il diacritico di Piperno naviga a bordo d'un motoscafo Riva.
19 gennaio 2014
Farse(oh!)logia (2): Un maestro assoluto
Un maestro, un artista, un campione assoluto.
Anche chi, anzi, soprattutto chi fa lusso di opinioni relativiste ha bisogno di certezze. S'esprime così, di conseguenza, sparpagliando l'assoluto (o l'Assoluto) un po' a casaccio (al posto di, si ponga, indiscusso, indubbio che, portando tracce dell'operare umano - discutere, dubitare -, sempre un po' relativi sono).
D'altra parte, etimologicamente, assoluto è forse adoperato anche come manifestazione del proprio titolo, come chierico, ad assolvere chi viene qualificato dall'attributo: Ego te absolvo... (un performativo, quindi). Col valore di 'assolto', opposto a quello di chi, non qualificato come assoluto, resta sub iudice, pronto a finire all'inferno, tra i sommersi, o, dandosi il caso, al purgatorio, tra i salvabili. Non ancora certamente dei 'nostri', nel paradiso dei salvati.
Espressione quindi di gran peso per intendere meglio la temperie presente. Adattissimo a suscitare, con un sorriso, il sommesso commento (ove lo si udisse) del più sciocco luogo comune: "Ma sa... tutto è relativo".
[Puramente deittica (o quasi), una nuova rubrica, sempre che la pigrizia non impedisca ad Apollonio di farne una rubrica, dei suoi scatti di riso. Combinazioni tipiche dell'andazzo (o, come appunto dice l'andazzo, collocazioni), farsi di frasi fatte (quindi fatte in fieri, con fatte, come l'intendono i cacciatori), modi di dire del dire del mo (ma non di necessità del mo, visto che Apollonio quasi sempre sonnecchia), che, quando gli cadono sotto gli occhi o nelle orecchie, non sa dir perché, forse perché lo solleticano sotto le meningi, lo muovono al riso. Farse(oh!)logia, appunto. Ognuno, del resto, avrà la sua].
[Puramente deittica (o quasi), una nuova rubrica, sempre che la pigrizia non impedisca ad Apollonio di farne una rubrica, dei suoi scatti di riso. Combinazioni tipiche dell'andazzo (o, come appunto dice l'andazzo, collocazioni), farsi di frasi fatte (quindi fatte in fieri, con fatte, come l'intendono i cacciatori), modi di dire del dire del mo (ma non di necessità del mo, visto che Apollonio quasi sempre sonnecchia), che, quando gli cadono sotto gli occhi o nelle orecchie, non sa dir perché, forse perché lo solleticano sotto le meningi, lo muovono al riso. Farse(oh!)logia, appunto. Ognuno, del resto, avrà la sua].
18 gennaio 2014
Linguistica da strapazzo (23): Sbagliata, la creazione
Sempre alle frequentazioni delle reti sociali da parte del suo alter ego, Apollonio deve le due righe esposte qui accanto. Sono un cinguettio e ne hanno fatto oggetto di scherno, riferisce appunto l'alter ego, i custodi dei buoni modi che affollano un gruppo di discussione sulla lingua. L'alter ego vi si è trovato iscritto non sa come. D'ufficio? È possibile? Giura di esserne ignaro. Ben venuta, comunque, tale iscrizione, se, in questo modo, capita che egli possa poi passare ad Apollonio reperti come questi.
Spazzatura? La considerano tale forse quelli che vanno a rovistarvi per procurarsi la dose giornaliera di indignazione. Al linguista da strapazzo, invece, quel cinguettio piace. Non per ciò che dice, che (si faccia attenzione) nemmeno gli dispiace. Il fatto è che ad Apollonio, lo ha confessato più volte, il significato (e non parliamo del senso...) venne a noia già da ragazzo, quando s'accorse di non capirlo. E visto che tutti invece dicevano di capirlo, capì che non valeva la pena che si mettesse in concorrenza con gente tanto provveduta; che poteva lasciarlo senza ansie a coloro che se ne intendono; che a lui, felice, rimaneva tutto il resto. E non gli parve poco (tanto che, ancora, non è riuscito a venirne a capo).
No, allora. Non per ciò che dice. Il cinguettio gli piace perché spiattella certa circuiteria compositiva che, nei discorsi magari ben fatti, sta meglio nascosta (mai completamente: è ovvio). Già l'ha fatta lunga e non ne dirà che due parole.
Prima, però, vale la pena sgomberare il campo da una questione esteriore. Che i cinque lettori abbiano pazienza.
La punteggiatura: nobilissimo, degnissimo tema. E culto cui Apollonio dedica ogni sua povera cura. Consapevole, però, che quando manca, bisogna sapere far senza. E in quelle due righe, se si esclude lo stretto essenziale, essa manca. Del resto, la si è mai vista, la punteggiatura, quando qualcuno ci parla? Ci sono le pause, ci sono i ritmi e le cadenze. Si dirà che qui siamo nello scritto e che scritto e punteggiatura vanno necessariamente insieme. E invece no. Il cinguettio non è parlato. Scritto e scritto senza punteggiatura. Perché? Qualcosa non va? Uno scritto senza punteggiatura fu praticato, per secoli e secoli, e non solo per cinguettii, tra gli antenati degli attuali accaniti punteggiatori. Antenati civilissimi, peraltro.
Il mondo moderno galleggia sopra un oceano di documenti scritti (sui parlati non si sarebbe potuto. Platone, che ne seppe qualcosa, starà dicendo: "Grazie al Cielo. Una simile gabbia di matti, sapessero questi sciocchi cosa raccontavo..."). Sono il fondamento di quasi tutto ciò che esso è, sa e fa. E gli sono pervenuti con poca o nessuna punteggiatura. Tutti i bei punti, punti e virgola, due punti, virgole e così via che danno un senso alle pagine stampate di autori nemmeno troppo antichi, il mondo moderno se li è messi da sé. Senza, una volta preso il vizio meraviglioso (e un po' perverso) della punteggiatura, non ha saputo fare. Magari solo per mancanza di fantasia, travestita, ci si faccia caso, con il solito richiamo all'ordine e ai buoni costumi. Concetti che parlano al cuore di Apollonio, si badi bene. Solo se, però, quando se ne fa evocazione, un po' scappa da ridere e ci si dà di gomito.
Solo due parole merita poi l'imperfetto al posto di congiuntivo e condizionale. In effetti, dopo che Eugenio Coseriu l'ha messo in piazza decenni fa, lo sanno anche i bambini (che lo sapevano prima di Coseriu e lo hanno sempre usato a volontà) che l'imperfetto (non solo l'italiano) è un modo dell'irrealtà. Al pari dei modi prescrittivamente dovuti, certo. Solo questione di opportunità, allora. E non ci si mette in marsina facendo bricolage. Si rischia il ridicolo. O magari, ci si può pure mettere in marsina, facendo bricolage (ci mancherebbe!). Solo che, una volta in marsina, è di pessimo gusto sbraitare contro quelli che, magari perché non possono, stanno semplicemente in tuta. Sia chiaro: non si fa nemmeno la figura dei raffinati, a farlo. Quindi, proprio non ne vale la pena. Marsina e sbraitamento s'accoppiano male e il Cielo non voglia che si sollevi il sospetto, tra chi se ne intende, che si sbraita contro quelli senza marsina al solo scopo di farsi notare in marsina...
Per le cose che valgono veramente, in quel cinguettio, resta solo la coda di questo frustolo, allora. Una è quel cibo in funzione processuale, quasi fosse un verbo: l'infinito d'un verbo (che è appunto il nome verbale). E delizioso senza cibo, tutto insieme, come un attributo (composto) in funzione predicativa dell'oggetto. A rigor di etimologia, l'aggettivo semplice, per far quel lavoro ci sarebbe pure stato: atrofici. "Se ci avessi creati atrofici...": ma se n'è andato per la sua strada da tanto tempo. Troppo, veramente troppo. Eppure... atrofica, di cervello, la "riverita specie"... chissà.
Per concludere (ma ci sarà un lettore, una lettrice che avrà seguito fin qui questo sproloquio?), solo un tocco a "tutti gli animali morti non esistevano". C'è materia per un trattato di semantica formale e di sintassi funzionale, lì.
Messa a nudo, ha il suo fascino la predicazione d'esistenza, che sta invece nascosta, di norma, nel guscio del nome di cui si sta predicando magari tutt'altro. Un gatto miagola dice, senza darlo a vedere, che 'c'è un gatto'. Anzi, dandolo a vedere, ma con il minimo possibile di forma evidente (come altre lingue senza articolo, il latino, in ciò, era ancora più bravo dell'italiano: ma anche questo, lo si sa). E del resto, nel cinguettio, a essere negata non è nemmeno l'esistenza degli animali ma della relazione tra gli animali e la morte. Da avere le vertigini. Meglio, come lo sproloquio testimonia, da averle già avute. Basta.
L'alter ego dice del resto ad Apollonio che a cinguettare così deliziosamente è stata una bella giovine dal passato e dal presente televisivo, con fama dovuta equamente a piccante avvenenza e a sventatezza espressiva. Beata lei, incarnazione d'un luogo comune dell'immaginario sociale dei tempi moderni: il vecchio Apollonio, in cuor suo, le è grato. E chapeau! Lei ha detto tutto questo (e molto altro) in due righe, Apollonio in una sorta di scipita articolessa. Consiglierà al suo alter ego di farsene fedele seguace.
12 gennaio 2014
Farse(oh!)logia (1): Un autore immenso (e una scrittrice potente)
Un autore (attore, regista, 10, campione...) immenso.
Anche (ma più raro - e ci sarà una ragione) al femminile: un'autrice immensa, con eventuale (e in realtà frequente) corollario qualificativo: per es., dalla scrittura (talvolta: penna) potente. Quindi, brachilogicamente, una scrittrice potente. La brachilogia è inusuale al maschile: e ci sarà una ragione.
Del resto, se immenso dilaga, sarà banalmente per dare aperta testimonianza del fatto che si è, complessivamente, persa la misura. A chi lo proferisce, bisogna poi individualmente riconoscere il gran merito d'essere sincero (magari, senza saperlo: quindi ancora più sincero): si dichiara incapace di misurare. Insomma, incompetente.
Del resto, se immenso dilaga, sarà banalmente per dare aperta testimonianza del fatto che si è, complessivamente, persa la misura. A chi lo proferisce, bisogna poi individualmente riconoscere il gran merito d'essere sincero (magari, senza saperlo: quindi ancora più sincero): si dichiara incapace di misurare. Insomma, incompetente.
[Puramente deittica (o quasi), una nuova rubrica, sempre che la pigrizia non impedisca ad Apollonio di farne una rubrica, dei suoi scatti di riso. Combinazioni tipiche dell'andazzo (o, come appunto dice l'andazzo, collocazioni), farsi di frasi fatte (quindi fatte in fieri, con fatte, come l'intendono i cacciatori), modi di dire del dire del mo (ma non di necessità del mo, visto che Apollonio quasi sempre sonnecchia), che, quando gli cadono sotto gli occhi o nelle orecchie, non sa dir perché, forse perché lo solleticano sotto le meningi, lo muovono al riso. Farse(oh!)logia, appunto. Ognuno, del resto, avrà la sua].
11 gennaio 2014
Linguistica candida (11): Quantità (di ovvietà)
I cinque lettori di Apollonio ci avranno fatto caso da tempo e lui arriva sempre in ritardo a dire loro una cosa trita, un'ovvietà. Ma magari lo seguono per questa ragione: per vedere come il poveraccio arranca dietro il mondo che cambia. Ecco allora la cosa trita, l'ovvietà.
Non c'è vicenda di cronaca nera (oggi, domani chi lo sa?) le cui dinamiche non si presuma di ricostruire e di conoscere con esattezza sul fondamento di procedure che si dicono "scientifiche": tute bianche e agenti chimici; microscopi e DNA.
Non usano più, in altre parole, i vecchi metodi da maresciallo dell'Arma, che, come un cane da caccia, conosce bene gli odori del suo territorio, o da commissario di Polizia, cui non passano mai inavvertiti gli umori umani intorno a lui, estorti magari con metodi non sempre commendevoli.
No, non usano più. Si ha l'impressione anzi che, abbandonati tali metodi che piacerebbe dire umanistici (perché magari umani capitava non fossero: al contrario), sia stata parallelamente abbandonata anche l'idea che valga la pena perdere tempo a curare che essi si formino e maturino nei nuovi marescialli dell'Arma e commissari di Polizia. Del resto, così si risparmia e si fa prima. Non devono fare altro che accompagnare velocemente sul luogo del fattaccio quelli in tuta bianca o, con altrettanta rapidità, recapitare loro gli opportuni reperti. E poi aspettare il responso dell'oracolo, in uscita dall'orifizio del laboratorio. Oracolo veridico, per definizione. Il gioco è fatto e in gabbia il colpevole del fattaccio: tutto provato "scientificamente", come dicono rete, giornali e televisioni. E guai se manca la prova "scientifica". Non si fa nulla, perché il nocciolo sta sempre tutto lì: tutto oggettivo. Altrimenti, si resta nella nebbia.
Per i vecchi metodi, scarseggiano del resto a questo punto (c'è proprio da credere) anche i maestri. Certe cose si imparano facendole con chi le sa fare e le sa fare per esperienza: annusare odori, spremere umori, pungere, stringere, intuire. Non son cose che si imparano sui libri della letteratura di genere, benché capita vi siano rappresentati: ma letterariamente. Letteratura di genere frattanto cresciuta a dismisura sui banchi delle librerie, si osservi: segno che il mondo che racconta (anche se lo si immagina vivo ancora oggi) non c'è proprio più. Non è accaduto esattamente così agli eroi greci con Omero? Come potrebbe essere diverso per gli investigatori umanisti se a cantarne le gesta è una così folta folla di Omeri?
"Tutta questa menata, con la linguistica, cosa c'entra? E poi per dire che?" staranno pensando i cinque lettori. Per dire, sotto forma di apologo, che, mutatis mutandis, lo stesso sta accadendo nella ricerca umanistica vera e propria: le epoche sono coerenti mica per scherzo. E qui Apollonio cambia marcia ma chi non vuole venire con lui, salti pure giù. La velocità con cui procede è così lenta che, ad arrivare dove vuole andare a parare, si fa prima a piedi.
Ebbene, se non ben meditata e meglio guidata, rischia di dare luogo a gravi perturbazioni teoriche e metodologiche nelle discipline umanistiche e di aprire la strada, forse, a qualche fraintendimento (oltre che alla perdita di saperi), l'applicazione, che si presume "scientifica", degli esiti di sguardi meccanici alla definizione concettuale di processi sistematici concepiti da esseri umani, come sono appunti i costrutti espressivi (basta come cambio di marcia?).
Processi sistematici, si badi bene, destinati da tali
esseri umani ad altri esseri umani: coerenti quindi, per criteri di fattura, con le loro facoltà intellettive e
capacità percettive, orientate in essenza da criteri di pertinenza e non da aspirazioni (peraltro vane) a un'esperienza esauriente (non differente è l'intera vicenda umana).
Procedendo per la strada che pare ormai intrapresa, si rischia non ci sia più analisi filologica (linguistica o letteraria che sia) dei processi sistematici dell'espressione che non consista nell'evocazione, a mo' di rito magico, dei risultati offerti dall'applicazione di strumenti che, solo perché operano per numeri, si credono esatti.
Rischiano invece di essere quanto di meno esatto ci sia, dal momento che capita essi contino allo stesso modo cose che per valore oppositivo son diverse e in modo diverso cose che per valore oppositivo sono eguali. Una circostanza del genere è del resto comune nella sfera umana, come l'esperienza insegna a chiunque, maresciallo dell'Arma o commissario di Polizia, guardi a essa con un po' d'acribia.
L'uso di fumisterie gergali scientiste prova a mascherare, senza naturalmente riuscirci, tranne presso complici e gonzi, che l'avanzare cieco di tali applicazioni è, in realtà, un arretramento della ricerca umanistica (o di quella che viene chiamata tale) verso posizioni sempre meno razionali, sempre meno scientifiche. Quindi verso una comprensione sempre minore di come funzionino quei processi espressivi. È quanto sta accadendo (oggi, domani chi lo sa?).
Qualcosa da farci? Nulla se non (Apollonio, come si sa, è un inguaribile ottimista) sorriderne, seguendo l'insegnamento di quel Giorgio Manganelli che, nel giro di pochi giorni, appare per la seconda volta su questo diario.
Con candore magistrale, anni fa, sapendo certo di dire un'ovvietà, Manganelli annotò divertito: “Un computer che sbaglia è più
avanti di uno che non sbaglia mai”. E (si sente di aggiungere Apollonio, con conclusiva ovvietà) un computer che sorride agli errori di uno che sbaglia è più avanti del computer che sbaglia.
10 gennaio 2014
A frusto a frusto (81)
Non c'è dubbio: "certo come la morte" dice perché, per chi vive, non ci sia miglior partito del coltivare dubbio e incertezza.
Indirizzi di metodo, per giovani che non ne necessitano (12)
La pratica della filologia va diffusa (e, ove sia il caso, difesa) fin quando essa insegna (naturalmente, a chi lo vuole capire) che, in fin dei conti, persino l'accertamento del meglio della vita umana (ci si figuri quello del suo peggio) consiste di belle fantasie fondate su lezioni dubbie.
8 gennaio 2014
Linguistica candida (10): Espressione, riflessa e rifratta
La lucida superficie del tempo riflette, di norma, il raggio dell'espressione, costringendola così a implodere e a risuonare tacita solo nella capsula chiusa e speculare della sua effimera e luminosissima simultaneità. La lucidità ha però improvvisi punti di debolezza. Un raggio espressivo sfugge allora all'implosione luminosa e s'immerge nel tempo, anche per una sua frazione infinitesima. Il tempo rifrange quel raggio, lo devia. L'espressione penetra il tempo, insomma, ma al prezzo d'una distorsione, inevitabile. In funzione dell'espressione, il tempo, che la ingloba, venendone correlativamente creato come fosse il suo guscio, non è mai neutro: la riflette o la rifrange. Penetrata nel tempo, l'espressione rifratta capita diventi, socialmente, comunicazione. Non c'è quindi espressione divenuta comunicazione su cui, già prima di tale orientamento funzionale, il tempo, nume e despota del suo spazio di esistenza, non abbia decisivamente agito.
4 gennaio 2014
3 gennaio 2014
Trucioli di critica linguistica (11): Un cavallo verde e una sigaretta senza filtro
"Sono da sempre persuaso che un giorno entrerà in casa mia un cavallo verde a chiedermi una sigaretta senza filtro, e sento fin d'ora il disagio che proverò dovendogli rispondere che non fumo": come non condividere cordialmente l'attitudine di Giorgio Manganelli così deliziosamente presentata?
Cinque verbi di forma finita. Presente: sono... persuaso; futuro: entrerà; presente: sento... il disagio; futuro: proverò; presente: non fumo. Il presente di uno stato morale permanente, vero in quanto soggettivo; poi, con il futuro e il conseguente valore temporale, la modalità irreale di una oggettiva terza persona; segue il presente di uno stato sentimentale, nuovamente soggettivo; quindi, un futuro di sintesi, che mescola ambiguamente verità soggettiva e oggettiva irrealtà; infine, introdotto da una modalità deontica che sospende, come si sa, ogni valore di verità, la piana espressione al presente negativo di uno stato permanente del soggetto.
D'altra parte, sempre in tema di corrispondenze sistematiche, solo due attributi: uno inatteso e straniante (verde), quindi ad alto contenuto informativo (un cavallo verde?), l'altro di meccanica prevedibilità (senza filtro), quindi a basso contenuto informativo (senza o con: due possibilità equipollenti, cioè solo un bit).
Del resto, cosa ci sarebbe di stupefacente (di comico o di tragico) nell'ingresso in casa di un cavallo parlante? Nulla. Da sempre, ci son stati mondi dove i cavalli l'hanno pacificamente fatto, dicendo tra l'altro cose sensatissime: testimone l'affidabilissimo Lemuel Gulliver. Stupefacente è invece che, intanto, il cavallo sia verde. Ancora più stupefacente è poi che un essere così poco comune (unico, a dire il vero) faccia una richiesta tanto comune e della massima prevedibilità.
In funzione di tale banalità sta d'altra parte in relazione l'effetto comico prodotto dal semplice disagio. Per litote, il disagio provoca infatti il flop della naturale attesa, da parte del lettore, di uno stupore attonito dell'io protagonista del gag. L'attesa si gonfia come un pallone: un cavallo entra in casa, parla, è verde e (come anticipazione, già in inquietante o consolante diminuendo) chiede una sigaretta senza filtro. Repentinamente si sgonfia, però, quando ci si trova davanti, in modo inatteso, alla confessione dell'intima reazione di un modello ideale forse di timidezza, forse di snobistica predisposizione a una distante tolleranza.
Cosa sarà mai, per casa, un cavallo verde parlante e fumatore, a paragone dell'imbarazzo di non riuscire a soddisfarne la richiesta? Ed è tutto lì, nella piatta ordinarietà di un disagio, l'incontro certissimo (e della cui evenienza non si può che essere fermamente persuasi) con un simile prodigio e con la sua altrettanto ordinaria ma ineludibile richiesta?
Ah! Apollonio stava quasi scordandosi di ricordarlo: verde, come Giorgio Manganelli certo sapeva, è il cavallo del quarto cavaliere dell'Apocalisse.
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