22 febbraio 2026

Storia e oltre-storia

Si può fare una storia solo di qualche piccolo consorzio di esseri umani e solo da un tempo che, posto sulle opportune scale comparative, va considerato breve e recente. Già questo dice dei severi limiti in cui va correttamente collocata la prospettiva storica, nel quadro del programma della conoscenza che gli esseri umani possono acquisire di se stessi. Ciò di cui si può fare storia è un preziosissimo quasi nulla. 
D'altra parte se la prospettiva storica fosse tutto quello che gli esseri umani hanno da considerare per quella conoscenza, se non ci fosse niente al di là degli accidentali eventi di quella storia, della vicenda storica di qualsivoglia specimen della specie, bene che andasse, si potrebbe fare soltanto un noioso racconto. 
E, per primi, proprio storici come Tucidide e Tacito, storici fuori del comune, si dirà, hanno dimostrato sin dall'antichità che il racconto si fa sapido per la conoscenza degli esseri umani di se stessi, a condizione che si faccia morale. E un racconto morale pone ipso facto questioni teoretiche che, in quanto tali vanno ineluttabilmente al di là delle vicende che l'hanno innescato. Domande che diventano valide per sempre. Il sempre umano, ci si intenda. 
Per chi si occupa degli esseri umani (così, per esempio, la linguistica), ecco donde sgorga la necessità di fare storia, rigorosamente, e al tempo stesso, con altrettanto rigore, di trascenderla. Sorge insomma la necessità di porsi obiettivi di ipotetica conoscenza che vadano al di là dell'accertamento annalistico degli accidenti, preciso fin quando si voglia, ma asfitticamente erudito (e, anche come racconto, noioso: lo s'è detto). 
Anche qui, ci si intenda, non perché sia ragionevole la speranza che l'umanità prenda un giorno piena consapevolezza (storica, etica o teoretica che sia) di sé, ma solo per testimoniare a se stessa di avere intrapreso in proposito un cammino. Nobilmente. E tanto più nobilmente, quanto è da sempre infrangibile la certezza etica e teoretica, oltre-storica, dunque, che a esso fa difetto una meta. 

19 febbraio 2026

Spettatore pagante (11): "La grazia" di Paolo Sorrentino

Non è un gran film, La grazia. Graffia meno di alcuni dei precedenti del medesimo regista. È meno efficace dal punto di vista cinematografico. Si affida ossessivamente alla stucchevole espressione di pensosità sufficiente e molto meridionale del suo attore protagonista. Quel Toni Servillo di cui prima o poi bisognerà che non un untorello come il presente spettatore pagante, ma qualcuno del giro che conta dica che il cinema italiano si accontenta soltanto, come interprete di riferimento. 
Pare infatti che non si riesca a trovare di meglio. O, forse, che non si voglia cercare di meglio, visto che un pubblico di bocca buona e ormai assuefatto, di Servillo, assume volentieri dosi sempre più massicce, dichiarandosene non solo entusiasta e soddisfatto, ma anche vieppiù bramoso.
Il tema istituzionale e moraleggiante, poi, appesantisce la verve di Sorrentino come sceneggiatore e dialoghista. Tale verve, come è noto, ha costituito un riconosciuto pregio delle sue pellicole e una ragione del suo successo, se non dai suoi ormai lontani esordi, perlomeno dalla fortunata e celebrata La grande bellezza.
"Io non volevo solo partecipare alle feste, volevo avere il potere di farle fallire" ne fa la massima prova. Ma, ancora nel più recente Partenope, si pensi a "La domanda giusta è un'altra, comandante... Se io avessi quarant'anni di più, lei mi sposerebbe?" o a "All'università si viene già pisciati e cacati" (sopra quest'ultima, quanto a diatesi, al pedantesco Apollonio toccherà un giorno o l'altro tornare). Queste e le altre sono sortite stranianti e, al tempo stesso, di palmare semplicità.
Qui, Sorrentino ha prodotto "La domanda è una sola, papà: di chi sono i nostri giorni?". Il Witz, se tale lo si può considerare, deve la sua aria di amara profondità al conflitto concettuale tra due relazioni possessive: "di chi" e "nostri". Ma (e, se non ci si sbaglia, non è stato osservato) esso fa sistema con il titolo del film: "La grazia", appunto. 
E, per agire criticamente alla maniera di un Sainte-Beuve, è facile a questo punto osservare che tale sistema è riflesso artistico e psicologico della vicenda che marca in modo incancellabile la vita di Sorrentino. Alla vicenda egli ha anche dedicato un film: È stata la mano di Dio. Comprensibilmente non è bastato. 
Graziato e, come è sempre nel caso di una grazia autentica, senza sapere perché, Sorrentino costruisce il suo protagonista come pretesto allusivamente allettante, per i suoi riflessi di corriva cronaca politica, e continua a farsi e a suggerire a tutti di farsi quella domanda, ma stavolta freddamente, senza commuovere o fare sorridere.



 

Umberto Eco: dieci anni esatti. Per essere esatti.

"Saggista, scrittore, filosofo e linguista italiano...": così esordisce la voce "Eco, Umberto" dell'Enciclopedia on line del sito Treccani. Si può non prenderla sul serio?  
Prendere sul serio ciò che legge, quando ciò che legge pretende d'essere serio, è d'altra parte difetto comune di Apollonio e del suo alter ego. Poco meno di dieci anni fa (Eco era scomparso da qualche mese), il secondo mise dunque per iscritto una riflessione, allora già da tempo soppesata, sopra un fondamento concettuale cui Eco s'era appellato in una sua sortita sulla lingua. E intitolò lo scritto "Adamo ed Eco", alludendo così anche a un gioco onomastico che Eco praticava e che lo divertiva. Lo ha ricordato di recente Giovanni Manetti, che, giovane assistente, era con Eco a Bologna, quando nel 1975 Eco fu chiamato a coprire la prima cattedra universitaria italiana di semiotica. 
"Adamo ed Eco" fu poi inviato a un portale che allora contava l'alter ego di Apollonio tra i suoi collaboratori e fu lì pubblicato liberalmente, come liberalmente d'altronde esso era stato messo a disposizione. Niente di importante, ci si intenda: uno scritto conciso e alla buona, dove, fuori di ogni tecnicismo, il tema linguistico è discusso per figure. Ma, quando si tratta di lingua, ci sono figure di cui chi filosofeggia non riesce a liberarsi e che occhieggiano elementari, persistenti e determinanti, dietro argomentazioni anche in apparenza molto sofisticate.
Già nel suo Trattato di semiotica generale, anch'esso, non a caso, del 1975, Eco dichiarò esteso a tutto ciò che può essere usato per mentire il suo campo di competenze e di conseguente intervento come semiotico. Vi considerava inclusa evidentemente anche la lingua, se non principalmente la lingua. Con la menzogna, evocava però e ineluttabilmente la verità e, con verità e menzogna, ciò che tale contrasto comporta: la verifica di una corrispondenza tra parola e cosa o, se si vuole, tra discorso e realtà. 
La questione, si badi bene, è di innegabile importanza, oltre che di plurimillenaria tradizione. Ma appunto non così importante quando, come si è cominciato a fare solo da un paio di secoli, ci si accosta alla lingua "en elle-même et par elle-même", pur se in modi e con accenti diversi, ma per provare a capire cosa è e come funziona. Da un punto di vista siffatto, anzi, a dirla tutta, attardarsi e speculare sopra menzogna e verità, sopra parola e cosa, sopra discorsi e realtà, quando non è un grave inciampo, è fuorviante.
Apollonio ritiene allora che un buon modo per ricordare una persona intelligente non sia farne un feticcio da venerare incondizionatamente, come si corre il rischio accada anche nel caso di Umberto Eco. E lo si dice rischio per litote. In effetti, per radici e attitudini clericali profonde, la cultura nazionale e il modesto commercio che le si correla producono incessantemente santini e presepi. E con il decennale di Eco si è già largamente cominciato.
Celebrazione migliore sarebbe invece continuare a confrontarsi con l'intelligenza di una persona intelligente e, dandosi il caso, ricordare anche gli argomenti che hanno indotto e ancora inducono a prendere le distanze da quanto essa ha prodotto. 
È appunto la ragione per la quale, in riferimento a Umberto Eco e alla sua semiotica, l'alter ego di Apollonio darà presto un segno quanto a segno, in una sede a stampa. Ed è la ragione per la quale, a proposito di lingua, questo diario mette di nuovo in circolazione e a disposizione dei suoi due lettori "Adamo ed Eco", nel giorno esatto dell'anniversario.
È una maniera per dire (e chi vuole lo consideri un paradosso) come le idee di Umberto Eco sulla lingua non siano passate senza lasciare traccia nel modesto percorso di consapevolezza di Apollonio e del suo alter ego: una traccia sopra una via da non seguire (ecco il collegamento che permette di scaricare il .pdf di "Adamo ed Eco", per leggerlo, ove lo si volesse, con minore disagio).

Adamo ed Eco

Nunzio La Fauci

Chi vuole accostarsi alla lingua senza pregiudizi e con il desiderio di capirci qualcosa trova una fiera resistenza nel senso comune dei dotti. La lingua vi ha infatti un gran rilievo ed è tema di molte idee ricevute. Non solo tra profani che son dotti perché praticano dottamente altre contrade dell'umano, ma anche tra dotti specifici.
Del resto, quando è questione della lingua, una distinzione tra profani e specialisti è già essa stessa un'idea ricevuta. In proposito vale un criterio aureo. Sulla lingua, provare a capire ciò che fa chi la parla è in linea di massima più ragionevole che provare a capire le speculazioni che la riguardano (questa inclusa). Sempre che si sia sufficientemente magnanimi, per dirla col Dante del Convivio, da intendere ciò che fa chi la parla. La faccenda è spinosa, però, e non è nemmeno quella di cui qui si vuole dire. La si toccherà, caso mai, un'altra volta.
Tra le idee ricevute sulla lingua ce n'è una, generalissima e di gran peso, le cui radici stanno addirittura nella Bibbia: "Allora il Signore Dio plasmò dal suolo ogni sorta di bestie selvatiche e tutti gli uccelli del cielo e li condusse all'uomo, per vedere come li avrebbe chiamati: in qualunque modo l'uomo avesse chiamato ognuno degli esseri viventi, quello doveva essere il suo nome. Così l'uomo impose nomi a tutto il bestiame, a tutti gli uccelli del cielo e a tutte le beste selvatiche" (Genesi 2, 19-20). Non è proprio il principio, ma il principio c'è stato da poco. Ciò che vi si narra ha avuto e ha rilievo per discussioni di non poco momento.
Qui ci si tiene stretti alla faccetta linguistica. Per il resto, manca a chi scrive non solo la competenza, ma anche l'interesse. La faccetta linguistica ha peraltro prodotto miriadi di riflessi, nei non pochi secoli in cui quelle righe sono parse pertinenti. Dire di avere tutti presenti tali riflessi (o anche solo in buona parte) sarebbe millanteria. Alla buona, qui se ne intercetta uno e piuttosto recente. Non proprio uno qualsiasi, però. Il riflesso che una volta si produsse nel compianto Umberto Eco. Se, come si è detto, a proposito di lingua è questione di una dottrina, l'evocazione di Eco è adattissima. Egli fu un principe della cultura italiana e non solo, un nocchiero del vascello dei dotti tra le tempeste del rapido declino della modernità, un polo per la bussola delle loro opinioni. E fu cultore insigne di una disciplina che non pochi tengono (e lui medesimo tenne) per prossima alla lingua, se non per una linguistica a pieno titolo.
A Umberto Eco capitò appunto una volta di evocare il passo biblico nel modo che segue: "L'interpretazione di questo brano è estremamente delicata. Infatti qui certamente si propone il tema, comune ad altre religioni e mitologie, del Nomoteta, e cioè del primo creatore del linguaggio, ma non è chiaro su quali basi Adamo abbia nominato gli animali, né in ogni caso la versione della Vulgata, quella su cui si è formata la cultura europea, fa nulla per risolvere l'ambiguità, perché anzi essa prosegue dicendo che Adamo ha chiamato i vari animali nominibus suis, e a tradurre «coi loro nomi» non si risolve nulla: significa che Adamo li ha nominati coi nomi che loro spettavano per qualche diritto extralinguistico o coi nomi che ora noi (in base alla convezione adamica) attribuiamo loro? Ogni nome dato da Adamo è il nome che doveva avere l'animale a causa della sua natura o quello che il Nomoteta ha deciso arbitrariamente di assegnargli, ad placitum, instaurando così una convenzione?" (La ricerca della lingua perfetta, Laterza, Bari 1993, p. 14).
Il rapporto tra i nomi e le cose: ecco enunciata e riproposta la faccenda che si considera di fondamentale portata e di massima importanza quando è questione di lingua. In tale prospettiva, la lingua vi è posta anzitutto in funzione della realtà che sta lì, fuori, e che la lingua e la sua esistenza medesima presuppongono. Anche prendendola alla lontana, tenere per cruciale, in un modo o nell'altro, il rapporto tra realtà e lingua è un tratto caratteristico del senso comune sulla lingua: realtà, a fare da base, e lingua, a fare da suo accessorio denominativo. Se poi si è anche un po' (o molto) filosofi, ci si può anche interrogare sulla natura di tale rapporto: è per natura o per convenzione?
E la realtà della lingua? La lingua non ha anch'essa la sua realtà? Certo, non è un gatto né un ippopotamo, non è un pino né una roccia, ma non esiste? Poniamo che l'Adamo che meglio ci aggrada a un certo punto parli, dica qualcosa, pronunci quei benedetti nomi. Poniamo lo facciano (come lo fanno) le Eve e gli Adami che tutte e tutti siamo in fasi cruciali della vita, quando formuliamo un pensiero e (dandosi il caso) proferiamo una parola. La lingua è processo creativo banale, banalissimo e manifesta anzitutto se stessa come realtà. E sorge il problema di cosa farne, di tale realtà linguistica. Basterà solo richiamare in servizio Adamo chiedendogli di dare nomi anche alle cose di cui la lingua è composta? No. Perché c'è un problema ulteriore, dietro la faccenda delle cose, fuori della lingua o al suo interno, e del dar loro nome. Un problema che passa di norma inosservato ma non pare di poco momento.
D'accordo. Il Creatore ha già creato già tutte belle e fatte le sue creature e, con tali creature schierate davanti a sé, Adamo si industria di dare loro nome: lo rileva nella loro realtà o, data sempre la loro realtà, stabilisce lui come chiamarle. Sia come sia. Ma come diavolo farà mai, questo Adamo, a prodursi in tale exploit espressivo se non ha una capacità linguistica?
Per dare i nomi alle cose, per riconoscere quelli che esse hanno per natura (caso mai fosse così), è indispensabile forse che le cose esistano (in effetti, non è detto: il numero di nomi per cose inesistenti è, come sa chiunque, altissimo). C'è però sicuramente qualcosa di ancora più indispensabile. È che chi lo fa abbia appunto la lingua come sua facoltà.
Non c'è fatto in altre parole che non comporti la capacità di fare. Non c'è (de)nominazione che non comporti la capacità di (de)nominare. E ciò vale appunto non solo per il buon, vecchio Adamo (di cui, a conti fatti, può pure interessarci pochino: saranno stati fatti suoi e del suo Creatore, come se l'è cavata). Vale anche, si direbbe soprattutto, per tutti quei piccoli Adami e quelle piccole Eve che, dai tempi di Adamo, hanno popolato e popolano questo mondo pieno di cose. Quelle o quelli che siamo tutte e tutti quando ci troviamo nella culla. Eve tutte portatrici e Adami tutti portatori (interiori) di questa realtà scarsamente riconosciuta come tale (se non ignorata). Meglio, di questa fabbrica di realtà che è la lingua, che produce se stessa. Bisogna che lo si ammetta, prima di darsi a considerare ogni altro suo effetto nel mondo ed eventuale rapporto con esso.
E, se proprio ancora ci si tiene, alla faccenda del rapporto tra cose e nomi, e si tiene al fatto che, tutti e tutte, gli Adami e le Eve, si ha il problema di darli e dirli, i nomi delle cose, c'è da osservare che, trovandoli opportunamente già assegnati, difficile non li si tenga per naturali.
Perché? Verrebbe fatto di chiedersi. Non lo sono, naturali? A quale parlante passa per il capo che non lo siano? Nemmeno ai filosofi più convenzionalisti, c'è da pensare, quando, deposta la loro filosofia, aprono bocca da parlanti e si rivolgono a chi, poniamo, prepara loro la cena. Che è poi, con altre situazioni comparabili della vita di tutti i giorni, quella in cui, sulla lingua, si dicono le cose più sensate. Inconsapevolmente e senza volontà di dirle.
Una faccenda del tutto diversa e che nulla ha da spartire con le cose è che i nomi sono rapporti. Lo sono come esiti dell'opera creatrice della lingua, che produce appunto accoppiamenti arbitrari di significati e significanti, e non come elementi di una nomenclatura delle cose del mondo.
Fuori della bella storia di Adamo (ma chi l'ha vissuta mai, una situazione del genere? Da millenni, sul serio, di che stiamo parlando?), la faccenda dei nomi non sta nel sapere se sono per natura o per convenzione. Sarà appunto questione millenaria. Sarà cruciale, come Eco ha ripetuto. Ha tutta l'aria però d'essere una di quelle cui si applica la definizione che Galileo mise in bocca a Salviati: "una disputa non molto più rilevante che quella della lana caprina". Anche perché la sua soluzione pare tanto ovvia nella teoria, quanto impegnativa nella ricerca sperimentale: come tutto il resto della lingua, i nomi sono naturalmente culturali o, se si preferisce, culturalmente naturali. È l'essere umano, bellezza! Come vuoi che siano i nomi che gli affiorano sulle labbra.
L'apparente bisticcio spaventa? Spaventa una lingua che non sia ancorata alla solidità delle cose del mondo? Il coraggio, se non lo si ha, non ce lo si può dare, è vero. Ma, pur aggrappandosi alla cose, si eviti, almeno, di farsi pietrificare dallo sguardo della Gorgone. Da dovunque vengano (ammesso vengano da qualche parte), i nomi, ma non solo i nomi, anche i verbi, gli aggettivi e tutto il resto ci sono e insieme coi nomi, coi verbi, con gli aggettivi e tutto il resto, c'è, esiste, come realtà, la capacità di farli esistere e di trattarli, di metterli insieme, di fare cose che chiamiamo discorsi (e quando sono interiori, pensieri). Per capire i quali, muovere dai nomi e dalla questione se siano per natura o per convenzione rischia proprio di non servire a nulla. Anzi d'essere una falsa partenza. Una prospettiva sbagliata. La premessa a un dotto, dottissimo fallimento.

14 febbraio 2026

Sic transit...: Togliatti

Ecco l'alter ego di Apollonio in libreria, la maggiore della città in cui vive, e al banco delle informazioni. Dalla parte opposta una persona molto urbana e, con lui, in rapporto di reciproca conoscenza. Di età non ancora sinodale, ma nemmeno da catecumenato, nella funzione. Insomma, millennial. "Cerco un vecchio libro di Giorgio Bocca, Togliatti... ma deve essercene una ristampa recente". "Controllo... Come hai detto che fa il titolo?" (On se tutoie tout le temps maintenant dans les magasins). "Togliatti". Sguardo perplesso e interrogativo. "Togliatti... non sai chi fu?". "Ah sì, scusa... l'amico di Gramsci".
A scanso di equivoci: non se ne sta menando scandalo. E di cosa, poi? È un dato. E di chi, davanti a un dato, si scandalizza, tanto Apollonio, quanto il suo alter ego hanno sempre diffidato: racaille
È invece una seria faccenda di nomi propri, di enciclopedia, di descrizione definita, di antonomasia: tutte cose che alla strana coppia stanno a cuore, come si sa. E di sic transit..., perché non c'è saggio motto che più si fondi sul valore di nome proprio e sulla sua ineluttabile volatilità: "Carneade..." 
C'è soprattutto ironia, infine, di cui la lingua nel tempo è la più grande maestra: "...l'amico di Gramsci" è in proposito impagabile. Lo si riconosca.

12 febbraio 2026

Linguistica da strapazzo (61bis): A(h)I! A(h)I! Ovvero l'inarrestabile ascesa (sintattica) dello strumento...

A un prezioso lettore di questo diario, un frustolo di qualche giorno fa ha ispirato un commento giunto ad Apollonio grazie al suo alter ego. Eccolo, recato in italiano (segue l'originale che, se non si è capito male, è brano di una pubblicazione in corso di stampa. Comunichi il lettore se gradisce che qui si faccia il suo nome e si dica di quale pubblicazione si tratta): "Ci si ricordi che una IA non è neutra, come lo sarebbe per esempio uno strumento di ricerca di un programma di videoscrittura. Una IA è un dispositivo ideologico che rende in effetti concreta un'ideologia grazie alla scelta dei corpora adoperati per il suo apprendimento e grazie agli algoritmi che ne distillano il succo. Orbene, ancor più della Natura, l'ideologia ama passare inosservata e in tal modo parere affatto naturale e al di sopra d'ogni sospetto. Manipolando unità semiologiche, le chatbot le consentono dunque di mimetizzarsi, imponendo come evidente quanto viene propinato" (Rappelons qu'une IA n'est pas neutre, comme le serait par exemple un outil de recherche sur traitement de texte: c'est un appareil idéologique. Elle concrétise en effet une idéologie par la sélection de ses corpus d'apprenstissage comme par le algorithmes qui les distillent. Or, plus encore que la Nature, l'idéologie aime à se cacher, et pour cela, à sembler toute naturelle, au-dessus de tout soupçon. En manipulant des unités sémiotiques, les chatbots lui permettent alors de se dissimuler tout en imposant ses évidences). 
Niente di più semplice. E niente che si possa dire meglio. Chi lo ha scritto (e Apollonio gli è grato) dispone dello sguardo critico e avvertito messo a disposizione da discipline che ad Apollonio piacerebbe qualificare umane più che umanistiche. Sono le discipline costruite intorno al concetto di pertinenza e la pertinenza è, al tempo stesso, riconoscimento di un limite e ricerca di un metodo per trarne partito: ecco perché umane. 
Ci si sente ridicoli, meglio, sconsolatamente ridicoli a doverlo ricordare: il tutto autentico (ammesso sia concepibile) è fuori portata. Non c'è niente di tutto ciò che umanamente si spaccia per tutto cui non soggiaccia una scelta. Che sia scelta inconsapevole o consapevole, in fin dei conti poco importa, perché non c'è scelta cui non si correlino un'etica e una teoretica. E con l'una e con l'altra, i relativi metodi. Buoni o cattivi. Sempre da scrutinare, come gli eventuali risultati, con attitudine critica, cioè di discernimento. E un "Funziona!" non basta.

[Ricevuto il consenso dall'autore: il passo viene da François Rastier, "L'essor de la philosophie artificielle", Degrés, fascicolo 205-206, di prossima pubblicazione.]

7 febbraio 2026

Indirizzi di metodo, per giovani che non ne necessitano (47): "Il mondo, io lo vedo così"

Dire, in piena coscienza, "Il mondo, io lo vedo così" è segno di non temere la fatica del confronto né il peso della dimostrazione, sempre per ipotesi, che quel modo di vederlo non sia irragionevole e che per qualcuno valga la pena condividerlo, facendone eventualmente anche il suo. 
L'indiscutibile "Il mondo è così", in qualsivoglia modo se ne ponga il fondamento, è al contrario patente emblema di una pigrizia quasi sempre vigliacca e perciò spesso incline a una caso mai delegata violenza. Non c'è da stupirsi di conseguenza se lo si ode da tante bocche.

3 febbraio 2026

Cronache dal demo di Colono (76): Jakobson a Niscemi, ovvero: "frana", metafora e metonimia


Nei giorni scorsi, una frana è (metaforicamente) franata sopra le cronache, che ne sono state momentaneamente riempite. Ma la frana in questione, spettacolare per il pubblico e drammatica per chi ne subisce un danno, è solo una tra le tante in una terra che, tra rilievi e corsi d'acqua, è letteralmente disposta a franare. A ciò l'hanno destinata caratteristiche fisiche e rapporti tra ambiente e comunità che vi hanno vissuto e vi vivono. 
Dell'Italia fisica, quella frana, una per tutte, può dunque essere considerata una sineddoche. Lo è in effetti anche quanto alla cittadina di Niscemi. Come sineddoche, rientra tra i casi di metonimia. Niscemi frana, la parte; l'Italia fisica, il tutto, frana.
Non c'è bisogno che si dica, tuttavia, che frana e il derivato franare hanno da gran tempo sviluppato un valore connotativo e metaforico: dal fisico al morale, non c'è àmbito in cui un degrado, una rovina non possa essere metaforicamente qualificato come una frana. 
A tale valore attinge naturalmente l'acuta vignetta che pubblica oggi un quotidiano nazionale (e che Apollonio trova in rete). Vi si esprime (si osservi il genere del participio) una figurina che tratti appena abbozzati, ma loquaci, rendono facilmente identificabile. Non è Niscemi, ovviamente. È il tutto in cui Niscemi si trova iscritta. E non strettamente il tutto fisico, ma anche e forse soprattutto il tutto politico. L'Italia, come nazione e, proiettivamente, come stato, o chi la rappresenta è seduta sopra una frana da cui sta per essere travolta. La frana è qui una metafora, ma poggia, come dice l'immagine, collaborando con il testo, sopra la già esposta metonimia. Anzi, la amplifica.
Attenzione però, perché a questo punto a Niscemi (e dintorni) appare lo spettro di Roman Jakobson e viene il bello. La metafora (operando sulla somiglianza) qualifica il simbolismo della poesia, la metonimia (operando sulla contiguità) qualifica il realismo della prosa, sentenziò con provocatoria acutezza il "filologo russo", inventore di strumenti indispensabili per chi vuole fare della linguistica una disciplina autenticamente critica (cioè capace di discernimento). Che una vignetta proceda per metafora è allora ovvio. È un oggetto artistico (e umoristico): sta indubitabilmente sotto il segno della poesia, attività nella quale il Made in Italy si è specializzato da secoli.
Sotto la poesia della metafora, c'è tuttavia, prosastica, la metonimia. Sotto la frana, ci sono le frane. E, considerato appunto il favore che, nella nazione, gode la poesia sulla prosa ("...poeti, santi e navigatori..."), c'è il rischio (o la certezza?) che la frana metaforica frani non solo sopra la frana fisica di Niscemi, metonimica, ma anche sulla totalità delle frane fisiche, finendo, come capita spesso e ancora una volta, per nasconderle.

2 febbraio 2026

Linguistica da strapazzo (62): ...e genuinamente stupida

Robert Musil attribuì varie qualificazioni a Dummheit, 'stupidità', quando ne fece oggetto di una conferenza, tenuta nella Vienna di un tragico 1937. Si servì di aggettivi, con funzione sintattica di attributi, e a essi affidò l'espressione della sua cruciale distinzione in proposito. Ne sortì una distinzione non tra concetti, ma tra "Eigenschaften", che vale 'qualità, caratteristiche', ma anche 'tratti', nel caso giustappunto 'distintivi'. 
Attenzione. Rivolgendo il suo sguardo sulla stupidità, Musil non si propose di differenziarla da ciò che stupidità non è o non sarebbe, comunque lo o la si voglia chiamare. Non definì ciò che sarebbe la sostanza della stupidità contro ciò che sarebbe la sostanza del suo contrario. E non mise di conseguenza un sostantivo contro un sostantivo. 
Da qualche secolo, di fare ciò si sono creduti capaci in tanti (e, a dire il vero, ci si crede capaci tutti e tutte). Ne è prova l'esistenza in proposito di una letteratura (moderna) ampia e celebrata, anche perché, a frequentarla e celebrarla, si dice siano i e le sagaci. C'è sul tema un figurato apologo di Dino Risi, che è definitivo e che ci si asterrà dal ripetere.   
Musil diede al contrario la stupidità come intuitivamente assodata (per gli esseri umani, d'altra parte, lo è come la mortalità) e avanzò l'idea che al suo interno si possa tuttavia distinguere: atto che, com'è noto, è presupposto indispensabile a ogni ipotesi di conoscenza. Una prospettiva siffatta rende il suo coraggioso tentativo un'eccezione, se non un caso unico. 
E dunque a suo modo di vedere, da un lato, c'è una stupidità "ehrliche", 'onesta', "«helle»", 'luminosa', "schlichte", 'semplice', "echte", 'pura' (qui basteranno questi attributi), dall'altro c'è una stupidità paradossalmente "intelligente" (così, graficamente, tanto in tedesco, quanto in italiano) e "höhere", 'superiore' (non sfugga che si tratta di un comparativo) o 'sostenuta', capita di leggere in traduzione.
Non si sta qui a riassumere il pensiero di Musil e a ripetere le fattispecie che egli fornisce dell'una e dell'altra stupidità. Forse questo diario lo ha approssimativamente fatto in altre occasioni: con il presente, i suoi frustoli superano le dodici centinaia e non si pretenderà da Apollonio che tenga memoria di tutti. Chi vuole può d'altra parte documentarsi ricorrendo direttamente alla fonte che è stata più di una volta recata in italiano. 
Qui, come s'è dichiarato in apertura, l'accento è posto sopra il metodo e sul procedere per opposizioni, che ha un correlato sintattico e categoriale (o quanto a parte del discorso): aggettivi con funzione di attributi. Sono qualia, ma non impressionistici né soggettivi. 
Riesce a determinarli in tale guisa la linguistica ed è forse unica a farlo tra le discipline che si occupano degli esseri umani, cioè, come si diceva un tempo, dello spirito. In effetti, della linguistica, genuinamente stupido è, anzitutto e per natura, l'oggetto. Genuinamente stupidi sono i metodi. Genuinamente stupida può persino provare a essere la teoria, quando, con fatica, si riesce a tenerla con i piedi per terra e a non sostenerla fino al livello di stupidità superiore.