
23 maggio 2009
Leggere (e, eventualmente, scrivere)

20 maggio 2009
Intolleranze (2): Salve

19 maggio 2009
"If you think education is expensive...
15 maggio 2009
Una lingua non comune

12 maggio 2009
Il programma della linguistica
8 maggio 2009
Nomen, non me! (5)

26 aprile 2009
Lingua loro (12): "pandemia" e "suino"

10 aprile 2009
"L'Italia piange le sue vittime"

2 aprile 2009
Etimi tossici

29 marzo 2009
Sciaranèra
28 marzo 2009
Quanti anni ha Maurizio Ferraris, filosofo?

1 marzo 2009
4 marzo 1943


28 febbraio 2009
Trompe l'oeil

11 febbraio 2009
Quanti figli ha Fabrizio?

Si è poi rapidamente a conoscenza dell'esistenza di un terzo maschio, con la dettagliata menzione dell'assente Giovanni. Ma passano poche pagine e d'improvviso si coglie Fabrizio esclamare: "«Sono un uomo vigoroso ancora; e come fo ad accontentarmi di una donna che, a letto, si fa il segno della croce prima di ogni abbraccio e che, dopo, nei momenti di maggiore emozione non sa dire che: 'Gesummaria!'. Quando ci siamo sposati tutto ciò mi esaltava; ma adesso... sette figli ho avuto con lei, sette; e non ho mai visto il suo ombelico. E' giusto questo?»".
Sette figli? Tra coloro che non hanno bellamente trascurato il dettaglio, non c'è stato critico che, rilevata quella che a quel punto gli è parsa un'incongruenza, non abbia detto che si tratta di un esemplare indizio (e già sul principio del romanzo) di accuratezza compositiva solo approssimativa: prova di un'opera cui fece difetto l'estrema cura del suo autore, che fu peraltro, narrativamente, un cretino di talento, per nulla un professionista della "scrittura creativa" (che oggi addirittura s'insegna in scuole e università) ma solo un autore della domenica.
L'aporia sul numero dei figli di Fabrizio (i lettori attenti del romanzo lo ricorderanno) si risolve nelle ultime pagine, dove si menziona d'improvviso l'esistenza di una quarta figlia: sposata a Napoli, si apprende. Del resto, mai prima era stato esplicitamente detto, nel corso della narrazione, che le figlie del Principe fossero solo tre. Anche tale scioglimento viene però considerato dai critici indizio a carico dell'autore: è un rattoppo, vien detto, e così non si fa nelle opere portate a termine a regola d'arte. Ma un rattoppo di cosa (verrebbe fatto di chiedere), se i "sette figli" erano una svista? Se c'è un rattoppo, c'è consapevolezza. E se c'è consapevolezza, il dettaglio non sarà privo di valore.
A nessuno è peraltro mai venuto in mente di mettere in relazione il piccolo ed innocente enigma con il sentimento giocoso e beffardo che Lampedusa pare avesse della composizione letteraria. Se si tratta di un gioco, il gioco dell'autore ha colpito il segno: la seriosità boriosa e pedantesca dei critici l'ha trasformato in beffa ai loro danni.
Meglio di ogni altro commento, parla il commento che il testo fornisce a se medesimo. Con significativa scelta onomastica, la settima figlia si chiama Chiara e la menzione di quel nome, che chiarisce un dettaglio di rilievo narrativo in apparenza scarsissimo, ricorre appunto sul finire del romanzo. In quella Parte ottava che esplicitamente confonde in modo irreparabile ciò che fino a quel momento era stato rappresentato come chiaro nella mente del solo personaggio principale rimasto vivo e sulla scena, Concetta. E nel contempo chiarisce implicitamente al lettore, che vuole intenderle, non poche cose e di primissimo piano. Per esempio, cosa celava l'idillio tra Angelica e Tancredi cui s'era consacrato, proprio al centro dell'opera, l'incanto di una descrizione. Incanto chiarito, appunto, come il nome Chiara scioglie il mistero (in apparenza futile) dell'esatta determinazione numerica della prole di Fabrizio: piccola trappola per il lettore supponente, piccolo indizio per il lettore circospetto. E spaventato quanto divertito da una macchina narrativa labirintica (come il palazzo di Donnafugata) e che non lascia scampo (come la vita): una delle più perfette e sardonicamente giocose mai disposte dalla letteratura in lingua italiana.
9 febbraio 2009
Lingua loro (11): "fine vita"

14 gennaio 2009
Lingua loro (10): "lectio magistralis"
"Conferenze, lectio magistralis, mostre, incontri con Premi Nobel, spettacoli, aperitivi scientifici, percorsi interattivi": l'annuncio ha circolato nei giorni scorsi sulla stampa nazionale. Si tratta di uno dei festival che, ormai a dozzine, fanno da quinta alla compagnia di giro che batte tutte le piazze d'Italia. Mette in scena rappresentazioni in cui c'è chi fa il filosofo e chi il vate, chi lo scienziato e chi l'intellettuale, chi il critico e chi l'accademico. Nascondendosi dietro la foglia di fico delle cosiddette sponsorizzazioni, essa può farlo grazie al sostegno del pubblico danaro: lo stesso che si lesina, a quanto pare, alle compagnie teatrali di professionisti (e non è questo piccolo indizio della natura dei tempi e dello spregio in cui essi tengono chi esercita con coscienza e competenza il proprio mestiere e non scimmiotta goffamente gli altrui). 23 dicembre 2008
Bolle d'alea (6): Bontempelli
"Il piacere fisico più grande e pieno (nessuno ci fa caso: provateci) è respirare. Il piacere spirituale più grande è pensare. Due operazioni che l'uomo non ha bisogno di procurarsi, e che non interrompe mai (neppure nel sonno): lo accompagnano di minuto in minuto fino all'ultimo, stanno a fondamento continuo dell'intera vita. E sono due piaceri che si fanno più perfetti con l'accorgersene": una nota di "ottimismo" (così la definì Massimo Bontempelli). 9 dicembre 2008
"Uomo del passato"

La stupidità, quando vuole offendere, loda.
12 novembre 2008
Nomen, non me! (4)
Si tratta solo dell'ennesima esca e, nell'oceano delle comunicazioni di massa, ci si sta facendo ancora una volta prendere all'amo?A mar, abbocca
Anche perché, tra gli osanna, qualcuno inascoltato potrebbe ragionevolmente dire
Ma Bacco, bara!
L'azzardo è grande infatti e il ticket si definisce da solo:
Ambo baccarà
[L'invenzione di un anagramma è giustappunto una scoperta
(c = k)]
[cfr., nel giardino di Kublai Kan, il post del 14.11.08: "...un uomo attraente, sa parlare e vien bene alla TV"]
10 novembre 2008
Sulla catena evolutiva accademica (I)
Qui si parla di una cosa che non c'è più da gran tempo, l'università. E ammesso che qualche relitto ancora ci sia, non ci sarà più in futuro. Chi trovasse in ciò che segue una vena d'elegia, perdonerà il vecchio Apollonio d'indulgervi: si rassicuri però, nessuna nostalgia.Secondo una nota e antica teoria sulla catena evolutiva accademica, caratteri d'inarrestabile decadenza e di continua rinascita erano inscritti nel codice genetico dell'istituzione universitaria del moderno Occidente.
Si era già (come si è oggi) in epoca post-accademica e Apollonio era solo un ragazzo. Sentì enunciare tale teoria a un ancora giovane studioso che in potenza era all'epoca "il più famoso linguista italiano" e tale sarebbe poi diventato in atto, come ha di recente testimoniato, sulle pagine dei giornali, la pubblicità di un dizionario cui egli ha dato il suo nome.
Scolaro d'illustre maestro e maestro illustre di numerosa scuola, la teoria gli affiorò alle labbra (ricorda Apollonio) durante la cena che seguiva una conferenza. Alla cena, come alla conferenza, era presente una folta e rapita rappresentanza della menzionata scuola. Apollonio vi era stato ammesso eccezionalmente e ascoltava da un angolo nel fondo della lunga tavolata.
La teoria non era forse farina del sacco di chi in quell'occasione la riferiva. Se lo faceva, era per perpetuare una nobile tradizione. Apollonio ne fu sicuro già allora e ancora oggi crede che essa si sia in realtà tramandata eguale da generazioni: testimonianza dell'attitudine un po' canaglia che rese amabili un tempo i professori d'università, con il loro innocente cinismo. Cose oggi disperse nel conformismo della correttezza politica e che, già all'epoca di quella cena, erano agli estremi riflessi dei loro quasi spenti bagliori.
Ecco comunque, qui di seguito brevemente riferita, la teoria sulla catena evolutiva accademica, come Apollonio ricorda di averla udita.
Bastava che fosse furbo anche solo un po', un professore d'università non avrebbe mai eletto a suo scolaro e successore un giovane studioso in sospetto d'essere più intelligente, più bravo, più capace di lui. Per tema d'essere messo in ombra, avrebbe sempre preferito chi egli credeva meno intelligente, meno bravo, meno capace. Ciò condannava naturalmente l'università a rovinosa decadenza. E la storia dell'università fu in effetti sempre storia di decadenza rovinosa: c'è bisogno di esempi?
Come mai, tuttavia, nella sua secolare vicenda, giunta comunque da tempo al suo termine, l'istituzione universitaria riuscì a sopravvivere e le riuscì talvolta di dare persino qualche buona prova di sé? Presto detto.
Da maestro a scolaro più scemo, poi maestro di scolaro più scemo, poi maestro di scolaro più scemo e così via, si giungeva a un livello di scemenza tale da non consentire al suo titolare nemmeno di rendersi conto di scegliere come scolaro e successore uno meno scemo di lui. E il ciclo poteva così ricominciare.
Come si comprende, per la sua lucidità, il relitto culturale è prezioso. Riferendolo, Apollonio ne elegge a gelosi custodi i suoi pochi lettori. E confida loro ciò che, tra il compiacimento di chi enunciava la teoria e le risate complici dei commensali, a lui apparve chiaro già quella sera di estremi riflessi di ormai quasi spenti bagliori, mentre ruminava silenzioso altre osservazioni ed integrazioni, di cui magari un'altra volta dirà.
Della catena evolutiva accademica, concluse, i più benemeriti dunque furono sempre i più scemi, coloro la cui idiozia fu tanto grande da interrompere il declino cui invece i meno scemi davano il loro continuo fattivo contributo.
Paradosso? Ma cosa non è paradosso nel mondo? E, per l'intelligenza della storia calamitosa dell'istruzione superiore dell'Occidente moderno, un paradosso è incomparabilmente più efficace delle tartufesche invocazioni al merito e all'eccellenza dei presenti e altrimenti calamitosi tempi post-accademici.
3 novembre 2008
Lingua loro (9): "barone"
Dopo quaranta anni, “barone” torna a risuonare forte: designa spregiativamente chi ha raggiunto nelle università italiane il gradino più alto nella funzione di docente.Non lo fa nell'isolato titolo di un articolo giornalistico dedicato a presunte circoscritte malefatte di un “barone”: per persistente endemia, così è di tanto in tanto accaduto negli ultimi quaranta anni.
Come allora, lo fa invece in modo generale, virulento ed epidemico e serve a indicare un'intera categoria professionale, tra i ranghi della quale si conta ovviamente la stessa percentuale di imbecilli e di lestofanti che si conta in ogni altra, dai ciabattini ai poeti laureati.
La malefatta dei “baroni” è nuovamente assoluta. Consiste nella loro stessa esistenza. Vanno tolti di mezzo. E i luoghi dove si annidano vanno bonificati.
C'è tuttavia una differenza rispetto a quel passato. Stavolta “baroni” non ricorre sulle bocche e negli striscioni dei “sovversivi”, sospettati anzi di essere oggi in combutta coi “baroni”. Ricorre nell'espressione di rappresentanti del potere politico-mediatico. È sufficiente aprire un giornale e accendere la TV per averne prova: “Basta con i baroni”, gridano in coro.
L'illusione lessicale ci fa ritenere una parola sempre eguale a se stessa. Si concede al massimo che cambi nei tempi lunghi della storia e quaranta anni potrebbero essere un'inezia. Ma non è così. Una parola cambia invece anche istante dopo istante, in funzione del discorso in cui sta e di chi se ne sta servendo.
Un vice-ministro, un esponente del governo-ombra, il direttore di un telegiornale che, nella loro espressione pubblica, si riferiscono a chi ha raggiunto il gradino più alto nella funzione di docente chiamandolo “barone” dicono una cosa completamente diversa da quella che direbbe al megafono un redivivo studente sovversivo, se adoperasse la stessa parola incitando i suoi compagni di studio a una manifestazione di piazza.
Sulla bocca di chi ha potere, sulla bocca di chi serve il potere e usa demagogicamente “barone” con derisorio spregio, la parola rischia di tornare, come per incanto, ai suoi fasti etimologici. Invisa a imbecilli e lestofanti, comunque mascherati e a qualsiasi categoria appartengano, rischia insomma di tornare a valere semplicemente 'uomo libero'.
31 ottobre 2008
L'Eco balla
Qualche giorno fa, Umberto Eco ha conversato con il giornalista Michele Fazioli a Lecco, in occasione del conferimento al famoso semiologo del premio Manzoni. L'incontro è stato mandato in onda il 26 ottobre scorso dalla Televisione della Svizzera italiana ed è adesso in rete, dove l'ha trovato Apollonio, che ne consiglia la visione ai suoi sparuti lettori (sotto, l'opportuno link). Esso smentisce tra l'altro chi afferma che al medium tocca la responsabilità del suo attuale stato. Come si sapeva (ma ci si è scordati), anche la televisione consente infatti di seguire una conversazione tra persone argute e ben educate, col disteso diletto con cui si seguirebbe una danza.Con disteso diletto anche perché Eco (che diventando anziano si è privato della barba) appare ciò che in maniera finemente mascherata (dalla barba?) è sempre stato: un moderno sciamano, consolatore dell'angosciosa inquietudine culturale della (post)modernità, depositario di quegli strumenti eruditi e teorici (sconosciuti ai più) coi quali il caos e il disordine in cui pare di essere ormai irrimediabilmente piombati ritornano alle certezze di un ordine tolemaico e aristotelico.
«Non capisco più nulla di ciò che mi succede intorno, il mondo, la storia mi paiono solo una favola raccontata da un idiota, piena di strepito e di furore» pensa l'everyman cólto d'oggidì «ma c'è qualcuno che sa, capisce e mette in ordine: Umberto Eco» e può così tornare al suo tornio quotidiano e poi a casa, a dormire, senza che gli incubi della perdita del senso (di sé, del mondo) lo tormentino troppo.
In quest'opera fortunata e benemerita, la visione che Eco ha della letteratura (tanto come teorico, quanto come critico e come scrittore) gioca un ruolo fondamentale: Eco inquieta quel tanto e quel giusto che rende molto ben accolto il lieto fine che egli dispone. E il lieto fine da concettuale si volge sempre in morale.
Nella conversazione con Michele Fazioli, priva (merito anche del giornalista) della supponenza dell'attitudine divulgativa, la circostanza emerge con cristallina chiarezza. Ed è questo soprattutto il motivo per il quale Apollonio ne raccomanda la visione.
Acuto, Fazioli provoca Eco sul tema della relazione tra realtà, messaggio di autore misterioso e indefinibile, e finzione narrativa, messaggio di autore definibile (anche quando fosse ignoto) ed Eco di rimbalzo balla: “...io sostengo che una delle funzioni principali della narrativa è di fornirci un modello di verità... cioè, è vero che madame Bovary si è uccisa e non c'è santi che tengano, questo non cambierà mai [...] la narrativa ci offre un modello di verità incontestabile che è utile per muoversi nella vita”.
L'esempio è ben scelto, perché è certamente ciò che del fattaccio di Yonville-l'Abbaye direbbe oggi (e disse) il positivo Monsieur Homais. Proprio quel Monsieur Homais alla cui acutezza di spirito la povera suicida (ne avrà memoria il lettore) dovette la dettagliata ed esauriente indicazione della presenza dell'arsenico nel cafarnao.
Ciò che è vero è vero e i fatti sono i fatti, diamine, almeno nella pagina letteraria, e guai a pensare che la loro rilevanza risieda nella relazione narrativa che li fa divenire tali in funzione di un punto di vista, tanto (per dirla con nozioni e terminologia care a Eco) nell'intenzione dell'autore (di cui in verità poco importa), quanto in quella del testo.
Del resto, anche Renzo Tramaglino concorderebbe con Eco: “Il bello era a sentirlo raccontare le sue avventure: e finiva sempre col dire le gran cose che ci aveva imparate, per governarsi meglio in avvenire [direbbe Eco “utili per muoversi nella vita”]. - Ho imparato, - diceva, - a non mettermi ne' tumulti: ho imparato a non predicare in piazza [...] - E cent'altre cose”. Non concordava con Renzo, e forse non concorderebbe con Eco, la candida Lucia. E Apollonio, lo confessa, sta con lei: “Lucia, però, non che trovasse la dottrina falsa in sé, ma non n'era soddisfatta; le pareva, così in confuso, che ci mancasse qualcosa. A forza di sentir ripetere la stessa canzone, e di pensarci sopra ogni volta, - e io, - disse un giorno al suo moralista, - cosa volete che abbia imparato? Io non sono andata a cercare i guai: son loro che sono venuti a cercare me. Quando non voleste dire, - aggiunse, soavemente, sorridendo, - che il mio sproposito sia stato quello di volervi bene, e di promettermi a voi”.
Ma Eco era a Lecco per ritirare appunto il premio Manzoni, giustamente conferitogli.
Umberto Eco intervistato da Michele Fazioli.
13 ottobre 2008
Lingua loro (8): "lingue storiche"
Tra un paio di giorni comincia a Palermo il solito annuale convegno di un'associazione italiana di studiosi del linguaggio (se non la più seria, la più pedante, si diceva un giorno). Ha per titolo «“Usare il presente per spiegare il passato”. Teorie linguistiche contemporanee e lingue storiche». La prima parte è una citazione: Apollonio non ha tempo (adesso) per dire da dove viene e perché combinarla con quel séguito non pare appropriato. Tant'è: ognuno decide di esprimersi come meglio gli pare. Ma c'è qualcosa che ha maggiore rilevanza pubblica, in quel titolo, ed è “lingue storiche”. È una novità.Gli attributi, si sa, sono pericolosi. Fino a ieri, peraltro, attribuire storica a lingua non usava, in italiano. O almeno, non usava col valore che si può immaginare abbia pensato chi ha dettato quel titolo. Si poteva dire, per esempio, “arabo e greco sono state lingue storiche della Sicilia”, per dire che nel corso della storia, in Sicilia, ci fu chi parlò arabo e chi parlò greco. Ma “lingue storiche”, in assoluto, come lascia intendere quel titolo, non se ne conoscevano. Tutte le lingue (e tutte quelle cui si è da sempre dedicata quell'associazione) sono storiche, del resto, ed è da escludere che a quel "lingue storiche" si volessero contrapporre in quel titolo le "artificiali" (che, a loro modo, peraltro, sono storiche anch'esse). E del resto, annunciare di fare un convegno sugli “uomini mortali”, non lascia intendere che se ne può fare un altro sui "non mortali"? Nell'orizzonte culturale di quell'associazione ci sarebbero quindi anche "lingue non storiche"? E quando si prevede di parlarne? Sarebbe un avvenimento sensazionale. In giro, c'era ovviamente la linguistica storica, qualificata dal metodo e storica per questa ragione. Oggetto di studio della linguistica storica però non si era mai pensato potessero essere delle fantomatiche lingue storiche.
Col convegno palermitano, nascono invece in italiano “le lingue storiche”: chi vuole, festeggi. A Citera, Apollonio non lo fa e mette il lutto: gli pare un'inquietante sciatteria. Chi ha dettato quel titolo voleva dire semplicemente forse “lingue antiche” (e così si diceva in italiano e così si diceva in quell'associazione scientifica che era la più seria e la più pedante e spesso dedicava i suoi convegni alle lingue antiche). Si è vergognato di dirlo? “Antico”, si sa, non usa più. Storico e antico non sono sinonimi, però. O forse, ed è più grave, chi ha dettato quel titolo semplicemente non sa ciò che dice. E, per mostrare di avere gli attributi, ha preso il primo che gli è passato per la testa e l'ha esibito. Per una associazione nazionale di linguisti, un giorno la più seria, la più pedante, non è proprio una bella esibizione.
Lingua loro (7): "disponibile"
I due lettori di Apollonio (in breve fuga da Citera) l'avranno già notato. La gente di mondo non dice più “Vorrei essere eletto alla carica di...”, “Mi candido alla carica di...”. Dice: “Sono disponibile a coprire la carica di...” o ancora “Mi metto a disposizione per la carica di...”. Hanno cominciato politici e sindacalisti. Tra i professori d'università (un tempo razza eletta di snob, oggi tristemente al traino) è tutto un fiorire di disponibilità, adesso. Ne sortisce però un piccolo problema di coerenza. Quando ci si candidava per una carica e si voleva coprirla, si chiedeva voto e sostegno. Oggi, che si è soltanto “disponibili”, quale sarà l'espressione più adeguata per sollecitare un voto? Memore del personaggio di un film di Federico Fellini, Apollonio ha un suggerimento per chi è “disponibile”: si rivolga al suo potenziale elettore con un appropriato “Gradisca”.3 settembre 2008
11 giugno 2008
Idiomi (2): Bersi il cervello
Chi si beve il cervello, da sempre, se lo beve giovane, come il Beaujolais. A questa regola eterna si ispirerà di certo un'odierna pubblicità che, fintamente giuliva, in realtà intimidatoria, invita a berselo, domandando: "Che età ha il tuo cervello?" "Il mio? Invecchia bene, grazie." verrebbe fatto di rispondere "Ha la stoffa per farlo. Non ho fretta di bermelo".3 giugno 2008
Idiomi (1): Farci il callo

Ha ragione e dice (potrebbe essere diversamente?) un'ovvietà. A tutto si fa il callo. Lo si è già quasi fatto anche ad Alessandro Baricco.
2 giugno 2008
Il professor Aristogitone
Come ad osservatore distante ma, tutto sommato, forse perciò amichevole e comprensivo, ci sono tuttavia circostanze giornalistiche che gli muovono domande, più che ispirargli critiche o disdegni. E una domanda, che gli piace condividere coi suoi due lettori, ha il fondamento seguente.

Apollonio legge di norma i quotidiani solo quando è in viaggio ma viaggia relativamente spesso. Ebbene, non gli capita più di aprire un quotidiano senza imbattersi in qualche scritto (non solo per esempio di Pietro Citati ma persino, e inopinatamente, di Massimo Gramellini) che non deprechi la barbarie culturale del tempo presente e che non faccia lodi degli anni ormai andati (ritenuti spesso non troppo lontani: di norma quelli della gioventù dell'estensore dello scritto). A quel tempo, vi si argomenta, gli studenti studiavano, la scuola formava cittadini colti e coscienziosi, le librerie erano piene di libri che valeva la pena leggere, le terze pagine dei giornali ospitavano firme di solido e autentico valore, l'italiano non veniva quotidianamente macellato in TV ma, anche lì, coltivato come prezioso fiore in splendida serra, la pervasività della Rete non aveva ancora trasformato tutto lo scibile in un'informe melassa, la gente sapeva distinguere tra l'insulto e l'ironia, i lettori leggevano i giornali in punta di forchetta e i tifosi discutevano al Bar dello Sport, argomentando di fioretto sul modulo.
Non si tratta di falsa impressione di Apollonio. Non è una sua scorretta prospettiva a fargli credere di incontrare sovente scritti giornalistici di vena nostalgico-deprecatoria. Lo dimostra inoppugnabilmente (e non per paradosso) l'impegno pubblicistico e propagandistico di Alessandro Baricco. Fiutata l'aria, Baricco s'è messo opportunamente a cavalcare l'opinione opposta e a cantare a sua volta le lodi non tanto del presente (scemo non è) quanto del futuro. In esso, a parere dell'ispirato aedo, ciò che i Citati (e, inopinatamente, i Gramellini) disdegnano come melassa, lingua macellata, perdita del senso dell'ironia, insulti, rutti, spazzatura e violenza (ivi comprese le sue opere), si costituirà come nuovo canone culturale, per vitale energia d'inarrestabile progresso. E magari il tempo, che è un gran figlio di buona donna, gli darà ragione.
Ma la questione che agita lo spirito sonnolento di Apollonio non sta qui e poco gli cale se i tempi sono culturalmente calamitosi o provvidenziali. Altre volte deve averlo confidato ai suoi due lettori: considera infatti autenticamente calamitosi (e mai vorrebbe trovarseli come compagni a tavola) tanto coloro che li vedono calamitosi quanto coloro che li vedono provvidenziali.
La questione consiste nel fatto che, a petto di questa valanga di disdegni e deprecazioni giornalistiche (e delle correlative “magnifiche sorti e progressive” di Baricco) , molto meno e quasi nulla nella sua esperienza di vita egli ne registra ormai presso coloro (e qualcuno privatamente ne conosce) che, al tempo della sua gioventù (e ci risiamo!), erano i titolari ufficiali del biasimo culturale dei tempi: i professori delle superiori.
Tanto ne erano titolari, da avere ispirato, or sono quasi quaranta anni, una figura antonomastica ad uno dei comici della banda di “Alto Gradimento” (che per la seconda volta viene così menzionata in questo blog): “ne prendo uno, gli metto uno, gli do uno schiaffo e lo schiaffo fuori”. Ineluttabilità dei riferimenti socio-culturali: il professor Aristogitone.
Ecco allora la domanda: che sia oggi il giornalista ciò che un tempo fu il professore delle superiori? Che sia quella del giornalista la figura antonomastica di chi oggi è culturalmente reazionario? Che sia il giornalista l'ideale Aristogitone del tempo presente? E che sia il lettore il suo Armodio?
Per un eventuale pensoso commento, ci si rivolga tuttavia a Citati, Gramellini e Baricco.
19 maggio 2008
"Linguaggio e cervello"
La Società di Linguistica Italiana si riunisce alla fine del prossimo settembre a Pisa. Il tema del convegno suona impressionante: "Linguaggio e cervello".
gio] e [±Cervello]", allora, e quattro combinazioni possibili. Per definizione, relazioni e comunicazioni, tutte, saranno marcate positivamente quanto al primo tratto. Potrebbe essere istruttivo e divertente (per aver cura dell'utile e del dilettevole) sapere quante, invece, lo saranno anche per il secondo. Quante, insomma, non saranno chiacchiere.