23 maggio 2009

Leggere (e, eventualmente, scrivere)

"Non esiste purtroppo uno studio sull'italiano scritto degli insegnanti: è vero che alcuni sono rispettabili studiosi e autori riconosciuti (per esempio Edoardo Albinati, Domenico Starnone, Marco Lodoli, Paola Mastrocola, Eraldo Affinati, Margherita Oggero) ma gli altri, la stragrande maggioranza? La domanda equivale a un allarme: come può correggere uno scritto chi non ha mai avuto l'obbligo e sentito la necessità di scrivere, chi in effetti non scrive dalla tesi di laurea e lo fa, da tempo immemorabile, soltanto sul registro e nel retro d'un compito in classe?". Se lo chiede con sdegnoso pathos Massimo Raffaeli oggi, sulla Stampa. Chiude così in crescendo un'elogiativa recensione del libro di Luca Serianni e Giuseppe Benedetti, Scritti sui banchi. Non è chiaro se la domanda compaia in forma comparabile e con portata identica nel libro. È una novità. Apollonio non l'ha ancora avuto tra le mani e non può dirne nulla ai suoi due lettori. Da ciò che ne scrive Raffaeli, sembra che esso tematizzi l'italiano scritto degli elaborati scolastici dei discenti, in funzione del quale verrebbe poi fuori "l'allarme" (del recensore? degli autori?) sull'italiano dei docenti. "Emergenza insegnanti" rincara il sommario "come può correggere uno scritto chi non scrive più dalla tesi di laurea?".
Può farlo e molto bene, è la risposta che nasce immediata nello spirito di Apollonio. Basta solo che legga, che legga tanto e con consapevolezza. Ed è ciò che hanno sempre fatto e fanno gli insegnanti coscienziosi: quelli che non scrivono sui giornali ma solo, e con encomiabile modestia, "sul registro e nel retro d'un compito in classe", secondo lo sprezzante giudizio di Raffaeli. Il cielo ci guardi, al contrario, da correttori la cui competenza fosse certificata, come Raffaeli implicitamente sostiene, dal bisogno o dalla necessità di scrivere, cui invece andrebbe sempre opposta una fiera resistenza. I meno che modesti esiti di questo medesimo blog sono i primi per paradosso a darne prova.
E, d'altra parte, se c'è qualcosa di veramente difficile da insegnare (e per cui la scuola, non solo quella italiana, fa difetto) è a saper leggere, appunto, e non a saper scrivere, come oggi corrivamente si inclina a credere. Si surroga così con un'illusoria crescita della capacità di comunicazione ciò che invece andrebbe didatticamente perseguito: la crescita interiore di una consapevolezza espressiva che si esercita, anzitutto, nell'ascolto e nella lettura.

20 maggio 2009

Intolleranze (2): Salve

La colpa è certo delle mamme. Si sa com'erano le mamme italiane d'un tempo: come quelle d'oggi, protettive e asfissianti, ma, a differenza di quelle d'oggi, direttive, educatrici, rigorose. E qual era uno dei primi insegnamenti sociali che una mamma impartiva alla propria creatura? Il buon Giannino va giù a comprare il sale, che manca in dispensa: “Giannino, di' buongiorno, quando entri dal tabaccaio; e grazie e arrivederla, quando esci”. La piccola Veronica ha due linee di febbre e il medico, anzi il dottore, viene a sera a visitarla? “Di' buonasera, dottore, quando il dottore entra nella tua cameretta; grazie e arrivederla, quando va via”.
Di' buongiorno, di' buonasera: si finiva per imparare e si cresceva così, con una chiara differenza quanto alle formule di saluto. Da un lato, l'informale ciao della confidenza familiare e indirizzato, fuori di casa, ai compagni di scuola, agli amici di gioco, ai coetanei incrociati per caso. Dall'altro, l'articolato buongiorno, buonasera (signora, dottore, professore) sentiti come abiti puliti e decorosi per andarci a spasso per il mondo e dovuti a persone di riguardo, ma anche ad estranei generici e, per esplicito segno di cortesia e di distanza reciprocamente rispettosa, a sconosciuti d'ogni sorta. 
Poi  d'improvviso le mamme italiane devono avere smesso. Non si sa perché. Già all'altezza della generazione che è classe dirigente e che si attesta oggi tra i quaranta e i cinquanta anni e poi a valanga nel caso dei più giovani qualcosa deve essere successo. Gli esiti si vedono e macroscopici. 
In compagnia di una signora, incontri per le scale un giovanotto che ti conosce appena e ti senti sparare un “salve”. Pensi: “Siamo in due, perché non ci dice Salvete?”. Ma con un sonoro “salve” si introduce nel tuo ufficio un supponente importuno e “salve” ti vedi scritto in apertura di una lettera elettronica che ti manda una studentessa. Un esclamativo “salve!” ti si dice in coro dalla tv e da ogni altro mezzo di informazione. Capisci allora che il latino proprio non c'entra e che quindi ancora meno c'entra quel “salve” che, come saluto e a introdurre invocazioni, percorre intera la tradizione letteraria e religiosa italiana e che si rifletteva in quegli umili oggetti, come gli stuoini, su cui un “salve” veniva ritualmente iscritto.
“Lele, di' salve al dottore”: impensabile, quaranta anni fa, una mamma italiana che sollecitasse così la propria creatura a un comportamento sociale educato, i due lettori di Apollonio ne converranno. Ecco perché, per paradosso, si può solo pensare che la colpa sia proprio stata delle mamme. Devono avere smesso di dire alcunché, in proposito. Per pigrizia devono avere deposto la loro funzione culturalmente altrice. 
Per apprendere le forme di saluto da aggiungere al “ciao” familiare, quando la necessità fosse venuta con l'età, alle povere bambine, ai poveri bambini italiani rimasero allora solo i telefilm americani e i cartoni animati giapponesi che mandava la tv. Quella tv davanti alla quale l'attuale classe dirigente italiana finiva posteggiata per ore ed ore e si è formata nell'adolescenza (prima e più sostanzialmente che frequentando università e scuole d'eccellenza). Nel doppiaggio di telefilm americani e di cartoni animati giapponesi i “salve” già allora si sprecavano: e ci sarebbe da chiedersi perché. È simpatica bizzarria d'altra parte immaginare che la lingua possa cambiare (ammesso che lo faccia sul serio: lo sapranno i posteri) per una ragione tanto bislacca. Bislacca? Talvolta le ragioni che paiono bislacche sono le migliori occasioni che lo spirito di un'epoca ha per splendere e manifestarsi.
Si pensi alle differenze, appunto, che nella nebbia dell'indeterminatezza di un “salve” si sono perse. I due lettori di Apollonio ci hanno certo già riflettuto. Dire “ciao” o dire “buongiorno”, “buonasera” a qualcuno è assumersi il peso e la responsabilità del proprio ruolo nello schema dell'interazione sociale di un saluto. È dichiararsi disposti e pronti a farne il calcolo, in funzione del contesto in cui l'atto linguistico si realizza. Sia rispetto, sia cortesia, sia pure (come è talvolta) violenza, dire “ciao” o dire “buongiorno”, “buonasera” è consapevolezza (anche ipotetica, anche errata) di ciò che si è ed è coraggio (anche facile, anche millantato) delle proprie azioni. Azioni, si badi bene, che nulla esclude siano infami: tale è infatti il “ciao” che si sente sovente maramaldescamente rivolgere a chi si vuole tenere per inferiore e diverso. Ma anche in tal caso un “salve” basterebbe a riempire ciò che dovrebbe esserlo da un doveroso e sentito “buongiorno”?
Insomma, dire “ciao” o dire “buongiorno”, “buonasera” è riconoscere, rispettandole, differenze, gerarchie, diseguaglianze, varietà (anche temporali) che il “salve” appiattisce con la sua vigliacca volgarità di falsa anticaglia democratica. Chi saluta con un “salve” spaccia così un'autentica patacca, pronta per tutti gli usi, per il giorno come per la notte, e da rivolgere a chi si finge (anche con se stessi) di rispettare come a chi si spregia senza volere darlo a vedere (nemmeno a se stessi).  “Salve” è il baratro dell'odierno nulla che si spalanca al di là del “ciao”.
Contro l'andazzo è però inutile lottare. Apollonio è quindi pronto ad ammetterlo: “salve” è l'abito che meglio si adatta a chi lo indossa e chi lo indossa è certo il meglio adatto al tempo presente. 

19 maggio 2009

"If you think education is expensive...

If you think education is expensive try ignorance
...try ignorance".

Apollonio dirà ancora una volta "nomen, non me!", perché l'invenzione di un anagramma è giustappunto una scoperta e l'anagramma del nome di questo blog suona

Apollo col Dioniso

Ciò basterà a spiegare ai suoi cinque lettori l'ineguale andatura delle brevi prose che vi compaiono. Ragionevoli, forse, ma per via di un'interiore e inesausta letizia dionisiaca.

[Il detto morale è attribuito a Derek Curtis Bok, la foto, hausgemacht, è uno degli scatti di grafosecondo-Alessandro La Fauci]

15 maggio 2009

Una lingua non comune

Una storia straordinaria alle spalle, l'italiano è oggi come ieri una lingua non comune. Lo è perché in esso ha preso forma un mondo di idee, di sogni, di esperienze, di fantasie, di realizzazioni che ha pochi eguali nella vicenda umana sulla terra. Italiana è l'espressione non solo di poeti e scrittori di valore ma anche di grandissimi scienziati, architetti, pittori, scultori, musicisti, artisti di ogni arte, nelle cui opere, nelle cui scoperte, nelle cui invenzioni spira sempre l'anima di una lingua tanto nobile quanto fragile. 
L'italiano è d'altra parte non comune per un equilibrio prezioso: lingua di una ristretta casta di cólti, ma solo per uno dei suoi molti aspetti, e al tempo stesso punto ideale di incontro, proiezione sistematica di una molteplicità infinita di variazioni. Dialetti? Certo, ma dialetti capaci di dare voce autentica a una innumerevole gamma di esperienze umane. Una realtà linguistica mutevole e vivace, che si nutre dell'idioma nazionale e continua a nutrirlo, a tutti i livelli. 
E l'italiano è non comune anche nel suo valore di lingua che supera i confini della nazione linguistica italiana (dal Gottardo a Lampedusa). Altre lingue, oggi più fortunate, sono tali (e lo si dimentica) perché si sono diffuse o stanno diffondendosi con la violenza e con l'arbitrio: sono state e sono ancora, insomma, anche delle armi. 
Per la gran parte della sua storia, l'italiano ha viaggiato invece per il mondo sulle ali di enti gentili (le arti) e ambiguamente angelici (come il danaro) o sulle gambe di una enorme e pacifica diaspora umana che, con l'emigrazione, l'ha portato nel cuore dell'Europa continentale come in America del Sud, in Australia come negli Stati Uniti. 
Se l'italiano è una lingua non comune, ancora meno comune è continuare a farne oggi un'esperienza di vita al meglio che si può e in ogni campo della cultura e della conoscenza. Nella sua modesta area di competenza, questo diario ci prova. 

12 maggio 2009

Il programma della linguistica

Qui, Apollonio non l’ha mai detto e del resto è proprio difficile dirlo. È certo però che i suoi due lettori, per semplice effetto d’umana simpatia, hanno capito da tempo ciò che egli pensa e prova a formulare non per via diretta (non ne sarebbe capace) ma accumulando esempi peregrini. Come nell’incoerente racconto di un picaro, essi poi lo inducono a divagare. E magari è meglio così.
Vuol dirlo, però, sommessamente e come può. A suo parere, spetta alla linguistica la prospettiva di scienza umana integrale, né filologica né filosofica: in grado perciò di comporre sistematicamente le due tradizionali attitudini disciplinari nell’opposizione fondamentale col suo proprio punto di vista, che non è storico né ontologico ma correlativo. Funzionale, un tempo si sarebbe detto appropriatamente: ma la qualificazione non è stata risparmiata nei decenni passati da note devastazioni concettuali e la si può evocare ormai solo con cautela e facendola seguire, come qui, da opportuni distinguo.
Di passaggio, ciò spiega l'attuale scarsissima fortuna del punto di vista linguistico. Si vivono infatti gli esiti lontani d'una temperie culturale che abbandonò il porto apparentemente sicuro ma pieno di inganni e di mistificazioni dei pedanteschi fasti filologici (insomma, quello contro cui si schiantò Ferdinand de Saussure) e, gettandosi a capofitto nella ricerca o nella negazione del senso, si votò a una inevitabile bancarotta intellettuale.
Siccome al peggio non c'è fine, ne venne aperta la strada a chi prese ad accumulare furiosamente e nel più completo disordine ogni genere di paccottiglia, fino a restarne sommerso e soffocato, secondo una variante degradata dell’antica attitudine erudita, sorretta almeno un tempo da una nobiltà del gusto che aveva invece cominciato a latitare ed è oggi del tutto sparita. E siamo così al tempo presente.
Nella sua riflessione (se tale la si può definire), il tempo presente è quanto di più lontano ci sia dall'idea di faticosa ricerca di un'ipotetica sistematicità per differenze: questo è appunto il programma della linguistica.
Il tempo presente osserva invece incantato la pletora di enti e di oggetti in cui nuota con l’attitudine ebete di chi mira a servirsene (e magari se ne serve) senza avere idea di cosa stia facendo e senza domandarsi se non si tratti per caso di fantasmi reificati dall’eclissi di ogni pensiero critico e dall’inarrestabile dilagare, tra i suoi presunti maîtres à penser, della più piatta stupidità.
Mai epoca migliore visse quindi la linguistica, come forma integrale di critica radicale del suo tempo, mai epoca migliore forse vivrà: la scarsa fortuna di cui gode racchiude e protegge come uno scrigno il valore della sua saggezza alternativa.

8 maggio 2009

Nomen, non me! (5)


Dopo il suo passaggio, ci sarà qualcuno in grado di rendere di nuovo gravida d'idee la linguistica?

Monko maschy

Secondo un blog appena comparso in rete (i due lettori di Apollonio ne avranno avuto notizia), nel 2009 se ne festeggerebbero gli ottanta anni. Ma è nato nel 1928 e il neo-blogger si sbaglia. Anch'egli è un linguista, del resto, e i linguisti, si sa, sono al massimo bravi a parole. Coi numeri vanno poco d'accordo e non spetta loro saper fare di conto.

[L'invenzione di un anagramma è giustappunto una scoperta]

26 aprile 2009

Lingua loro (12): "pandemia" e "suino"

Oggi, prima pagina dell'organo di stampa della Confindustria italiana, titoletto in rilievo del sommario: "Febbre suina, è pandemia / Otto casi accertati a New York". Evidente auto-satira, dice Apollonio a se stesso. Ed efficacissima. Si può solo ridere e lo fa, prima che una meritata febbre (ma la sua sarà asinina) se lo porti via. 
Gli industriali (o chi degnamente li rappresenta nell'arena dell'informazione) vogliono dimostrare che anche per loro i numeri non contano, riflette. Poi ci si lamenta della crisi economica, conclude: non c'è più nessuno che, sapendo far di conto, abbia il minimo senso delle proporzioni. Non si tratta infatti di un vero e proprio titolo "tossico"?
Poi ci ripensa, però. Come tutte le istituzioni umane, l'Organizzazione Mondiale della Sanità, fonte della notizia, deve di tanto in tanto trovare un pretesto che ne giustifichi l'esistenza e, allo scopo, ai "polli" ha associato adesso i "porci", nella certezza che il loro numero è considerevole. 
Per quella strana virtù che hanno le parole e il linguaggio, alla memoria di Apollonio si riaffaccia allora un concerto palermitano di Giorgio Gaber, or sono sette lustri almeno. E quel ritornello, con la sua icastica definizione: "...son tutti dei porci, più sono grassi e più sono lerci. Più son lerci e più ci hanno i milioni...". 
Per ragioni biografiche (non val la pena di precisarle qui), l'attuale direttore dell'organo di stampa della Confindustria italiana non può essere immemore di quel concerto e di quel ritornello: Apollonio lo sa. Gli risuonerà nell'orecchio, come accade ad Apollonio medesimo. 
Ecco allora la ragione di quel titolo: il direttore dell'organo di stampa della Confindustria si sarà sentito in dovere di dichiarare lo stato di allerta. Per i lettori d'elezione del suo giornale, anche se si tratta di otto casi a New York, la febbre suina è tema del massimo rilievo.
Apollonio fa atto di contrizione. Si stava sbagliando. Il titolo non è "tossico": è informazione. E della migliore qualità.

10 aprile 2009

"L'Italia piange le sue vittime"


"L'Italia piange le sue vittime": è il titolo maggiore dell'edizione in questo momento on-line del Corriere della Sera. Ma c'è da credere che titoli comparabili (se non proprio identici) ricorrano su tutte le testate giornalistiche, tradizionali ed elettroniche.
La lingua (val la pena ancora di ribadirlo?) è mirabile: fermarsi ad osservarla riserva sempre a chi lo fa doni preziosi di comprensione profonda e di penetrazione dei fatti, delle persone, degli istituti, delle nazioni.
Il sue che ricorre in quel titolo sembra solo esornativo: aggiunge il tocco di patetismo, con cui l'estensore ha ritenuto di caricare ulteriormente un'espressione già patetica. Le vittime che l'Italia piangerebbe sono, enfaticamente, le sue: le appartengono.
Ma l'italiano è lingua dantescamente tragica, irridente e maligna d'una nazione le cui classi dirigenti e intellettuali inclinano invece senza posa all'elegia e al patetismo, con malafede mandarina. Ed è lingua che assegna così la stessa espressione alle relazioni predicative tanto del possesso (nel caso specifico, presuntamente affettuoso) quanto dell'attività. Se qualcuno, se qualcosa fa delle vittime, quelle saranno le sue vittime
Ebbene, Apollonio non sa certo dire se le vittime che l'Italia piange sono le vittime che l'Italia incessantemente fa o quelle che le appartengono. Sa però che l'italiano di quel titolo del Corriere on-line dice, ferocemente, ambedue le cose. E grazie alla stupidità linguistica che prova come sempre a stemperare e a nascondere nel patetismo la rovinosa inconcludenza di ceti privilegiati, dice senza volerlo la verità di una nazione che, con il suo autolesionismo, ammesso sia vero che pianga, inscena ancora una volta la sua chiassosa kermesse per piangere lacrime di coccodrillo.

Ultime notizie: alle 17 circa, sulla pagina di apertura del Corriere on-line il titolo è stato modificato. Adesso suona "...piange i suoi morti". La verità della lingua ha balenato per un breve momento: prevalse poi una meditata, cardinalizia reticenza.

2 aprile 2009

Etimi tossici

L'intreccio casuale di temi presenti nei due ultimi post (la seduzione, la filosofia) ravviva nella memoria di Apollonio una istruttiva esperienza personale, il cui racconto tornerà magari utile ai suoi due lettori e con questo spirito qui lo si offre loro.
L'aneddoto comincia or sono sette lustri, negli anni dei suoi studi post-universitari: "Vi accadrà certo un giorno o l'altro" tuonava un vecchio barone e (sia detto a limitarne ulteriormente la figura) anche accademico dei Lincei "di sentir qualcuno che, nel bel mezzo d'una discussione, per far figura di dotto, tirerà fuori l'etimologia di sedurre. Dirà, con l'aria di chi se ne intende e proferisce cosa profonda, che c'è di mezzo il pronome personale. Ma non c'è etimologia più falsa e non c'è trappola di falsa etimologia in cui i finti colti cadano con frequenza maggiore. Il se- di seduco non ha niente da spartire col pronome: è antica particella con valore separativo. Vale appunto 'a parte, in disparte'. Come nel caso di secerno, di secedo, di separo, di seditio".
Passano trenta anni da quegli ammonimenti pedanti. Tranquilla domenica del giugno 2005. Sulla scrivania di Apollonio, la gazzetta di libri e cultura che accompagna l'organo di stampa della Confindustria aperta sulle pagine dedicate alla filosofia. Pezzo di un importante filosofo, consacrato a un libro (non suo) che parla filosoficamente della moda.
Di nuovo: Apollonio è rude abitante di Citera. A Citera non si organizzano festival né altri eventi culturali. Non ci sono "scuolenormali" né "libreriefeltrinelli" né "circolidellastampa". Non vi si incontrano mai "eccellenze" né "maggiori-scrittori-tra-i-viventi". Se mai accadesse peraltro, nessuno li riconoscerebbe come tali, dal momento che vi sono in uso grandezze incommensurabili e vi è molto labile la distinzione tra chi è vivo (o lo sembra) e chi sembra morto (e non lo è).
Di quel gran nome della cultura italiana d'oggidì Apollonio ha dunque solo sentito favoleggiare e sa solo ciò che legge sulle pagine di quella gazzetta. E talvolta, come altrove ha confessato, nei libri alla moda momentaneamente sottratti a più riprese agli scaffali delle librerie e poi riposti con doveroso rispetto. Si tuffa appunto nella lettura del pezzo. Sotto quella penna, s'attende il trattino che fa tanto prosa filosofica e puntualmente lo trova. Lo trova anzi in doppia ricorrenza: una, esplicita; l'altra, implicita ma squadernata poi in tutta la sua evidenza.
"La ri-velazione della moda ha il doppio senso, di svelare e di nascondere di nuovo sotto un velo ciascuno a se stesso, inserendolo in un gioco sociale di reciproca seduzione (etimologicamente: di attrarre a sé, ad se ducere)".
Tutto qui.

29 marzo 2009

Sciaranèra

Non abbiano paura i due lettori di Apollonio. Non sono stati venduti come innocenti vittime sacrificali ad un'agenzia di pubblicità. L'immagine a fianco riproduce l'etichetta di una bottiglia peraltro già bevuta e vale come segnalazione, qui, di lavoro linguistico ben fatto. Chi ha battezzato questo nuovo vino di una tradizionale azienda siciliana, l'ha pensata bene e se gli fosse capitato per caso, ancor meglio. L'esser favoriti dalla fortuna è segno di elezione. 
Il nome Sciaranèra sa di siciliano lessicalmente: ma ciò sarebbe banale. Una sciara è nell'isola un accidentato pendio di detriti, d'elezione vulcanici. Ma il nome sa di siciliano in maniera molto più sottile ed allusiva. In quel modo che ai siciliani piace moltissimo esibire con discrezione quando si trovano ad avere commercio con "continentali" che vogliono sedurre. Apollonio ricorda un illustre clinico siciliano che a casa sua, a Roma (s'era negli anni Sessanta del secolo scorso), nella sua conversazione coi sodali intercalava allusioni linguistiche al modo che ha oggi reso ricco Andrea Camilleri. E la formula: "E chi è siciliano mi capisce...", per rendere a tutti desiderabile, col premio della complicità, il diventare (almeno un po') siciliani.
Ebbene, qui l'allusione sapida e (come tutte le allusioni sapide) a suo modo dotta sta nell'accento. È ovviamente néra in italiano (cioè con e chiusa) la forma dell'aggettivo che l'etichetta del vino siciliano declina come nèra, cioè al modo con cui i Siciliani che s'esprimono in italiano proferiscono tutte le e toniche, facendole aperte. 
Pronunciare Sciaranèra (come l'etichetta invita a fare) invece di Sciaranéra fa insomma italiano in bocca siciliana. Si può chiedere di più alla malìa allusiva del nome commerciale di un vino? Basta proferirlo e si ha la Sicilia sulle labbra.
Lascino allora i suoi due benevoli lettori che Apollonio si illuda che le peregrine nozioni filologiche impartite a qualche discente delle lauree di comunicazione, sotto la forma della costruzione (consapevole o inconsapevole) del nome proprio di un vino, gli facciano l'occhiolino dall'etichetta di una bottiglia: "...sin dove potevano vedere la sciara nera e desolata, sporca di ginestre riarse..." (G. Verga, Rosso Malpelo).

28 marzo 2009

Quanti anni ha Maurizio Ferraris, filosofo?

"Propongo un esperimento mentale. Immaginiamo che qualcuno ci offra l'alternativa tra: A: vivere fino a centovent'anni, in perfetta salute e giovinezza, una variante di Dorian Gray, ma essere dimenticati da tutti un secondo dopo la nostra morte, e B: vivere sino a settant'anni, magari anche con degli acciacchi, ma in modo tale che tutte le nostre tracce (i ricordi che abbiamo lasciato di noi, i nostri eventuali scritti eccetera) sopravvivano per un tempo ragionevolmente lungo, anche se non necessariamente così lungo come quello che ci separa dal momento in cui la terra finirà dentro al sole, perché a quel punto avremmo a che fare con umanità troppo diverse da noi. Immagino che molti sceglierebbero, con me, la soluzione B. E credo che chi lo facesse avrebbe almeno in parte imparato a morire, cioè, forse, a vivere con filosofia". 
Una nota gazzetta settimanale di libri e cultura ha di recente pubblicato queste note di Maurizio Ferraris, che Apollonio non conosce personalmente. Non sa che faccia né quanti anni abbia. Sospetta sia un molto reputato filosofo italiano d'oggidì, per averne letto più volte il nome nelle pagine dedicate alla filosofia di quella gazzetta, che d'ogni ramo del sapere sceglie come collaboratori specialisti reputati, le cui opere sono destinate a essere ricordate. Così Ferraris pare del resto presumere delle sue, ponendo addirittura la questione in termini di tempi astronomici.
Memore di vecchie parole di suo padre, Apollonio lancia adesso un appello e propone un gioco ai suoi due lettori, a proposito di ciò che scrive Ferraris. 
Ecco più o meno cosa disse un giorno ad Apollonio il padre, che non faceva il filosofo ma l'odioso mestiere di esattore delle tasse, come Matteo. Le affermazioni sul momento in cui preferirebbero uscir di vita, che si colgono sovente sulle labbra degli umani, sono uno dei modi con cui la loro supponente cretineria presume di farsi nobile e bella. A venti anni, molti ti diranno che, godute le gioie della giovinezza, saranno pronti a morire a quaranta. A quaranta che, prodotti i frutti maturi dell'età adulta, saranno pronti a morire a sessanta. A sessanta che, dato al mondo il contributo della loro saggezza, saranno pronti a morire a ottanta. Più avanti, ai tempi dell'aneddoto, era improbabile si pensasse di andare e la salvifica demenza senile, nelle eccezioni, interveniva a riparare i danni della cronica stupidità umana, almeno quanto a dichiarazioni del genere.
Ebbene, Apollonio non sa quanti anni abbia il filosofo Maurizio Ferraris. Scommette però coi suoi due lettori che, dichiarando che settanta anni gli sono sufficienti, egli ne abbia, oggi, circa cinquanta. E se c'è qualcuno che può in proposito dargli notizia certa, Apollonio lo invita a farlo. Fidando in quell'insegnamento paterno, scommette insomma che il momento in cui il filosofo Maurizio Ferraris dichiara nobilmente che preferirebbe morire, lasciando all'umanità il legato della sua opera memorabile, non è proprio per domani. 

PS. Al modesto ex-esattore delle tasse l'idea della morte, peraltro, risultava e ancora risulta indigesta: forse perché sapeva e sa che è difficile che si possa contare sui richiesti canonici venti anni per accostumarsi "filosoficamente" a essa e che, in ogni momento della vita, può accadere d'improvviso di doversene fare una ragione (e talvolta, neanche quella).

1 marzo 2009

4 marzo 1943

"...per la gente del porto mi chiamo Gesù Bambino" cantava Lucio Dalla, fresco di gioventù, dal palco del Teatro Ariston di Sanremo quaranta anni fa. E non cantò "...per i ladri e le puttane io sono Gesù Bambino". Così gli imponeva la bigotta TV di allora. Apollonio è lungi dal menarne scandalo: se Dalla avesse voluto che non glielo si imponesse, bastava che andasse via e rinunciasse agli agi che gli son venuti dall'esserselo fatto imporre. Tutto ha un prezzo nella vita: la libertà, quello più caro. Ma stava poi in quel verso la libertà? Qualche sera fa, carico d'anni e di successi, perciò libero nel mondo libero di adesso, lo stesso Lucio Dalla, dallo stesso palco, ha celebrativamente cantato in TV "...per i ladri e le puttane io son Gesù Bambino". Mentre lo faceva, aveva l'aria di chi sta finalmente rivendicando la sua libertà, la libertà di tutti di dire cose del genere in TV. Ma le parole, come s'è già ricordato su questo blog, non hanno sempre lo stesso valore e, oggi, dal palco dell'Ariston, cantare quella canzone come fu cantata nello stesso luogo quaranta anni fa avrebbe suonato certo più elegante e filologicamente corretto, forse anche più sottilmente scandaloso del cantarla col verso dei ladri e delle puttane allora censurato. Ma si tratta in fondo solo di un peregrino esempio di una verità che Apollonio sente che si applica anzitutto a se stesso. Dentro ogni essere umano sta acquattato un tremendo nemico. Se non si ha la sfortuna di morire giovani, ingaggiare una lotta senza tregua contro tale nemico è una delle responsabilità più pesanti dell'età che avanza e che è di crescente debolezza (soprattutto con se medesimi). E che tende di conseguenza a rifuggire alla responsabilità (soprattutto verso se medesimi). Ne segue che alfine e nella stragrande maggioranza dei casi quel nemico celebra i suoi trionfi e porta a giro, come trofei, i capi mozzi sui peraltro avvizziti corpi decapitati di gente che un dì parve pure avere una testa e parve, per brevi momenti, saperla adoperare.
La vecchiaia: supplementare pena cui è condannato chi non ha scontato quella tremenda di morir giovane, usufruendo però così dei vantaggi del rito abbreviato.

28 febbraio 2009

Trompe l'oeil

A specialisti e storici dell'arte si chiederà di dire donde e quando venne fuori e poi si fissò il nome composto trompe l'oeil  come designazione d'una maniera di dipingere (e dei suoi prodotti) che, dall'antichità ai giorni nostri, "inganna ad arte": così il titolo di una mostra che si terrà all'Opificio delle Pietre Dure di Firenze nel prossimo autunno (Vedi).
Chi si diletta di lingua troverà in ogni caso deliziosa la composizione nominale non-endocentrica e degna dell'attitudine che designa e dei suoi divertenti e inquietanti effetti.
Inquietudine che comincia già dall'acquisizione della consapevolezza che dell'oeil che è ingannato ad arte (ma ci sono inganni che non siano ad arte?) il composto non dichiara (e giustamente) la proprietà. Ad Apollonio la riflessione è stata suscitata dalla relazione che sul trompe l'oeil Omar Calabrese ha tenuto ad un convegno palermitano di qualche giorno fa. L'occhio è quello di chi guarda, diceva giustamente il semiologo e rilevava con acutezza l'eccezionalità di una designazione che coinvolge il destinatario di un processo comunicativo, dichiarandolo ingannato. 
Ma (si è permesso di fargli notare Apollonio) chi è il primo destinatario, il primo a guardare (e già con l'occhio della mente) ciò che si configura progettualmente come un trompe l'oeil? Non è forse colui cui appartiene la mano che, si dice, lo creerà? E come l'orecchio è l'organo d'elezione della facoltà di linguaggio e senza orecchio (della mente), come ben sapeva Saussure, non ci sarebbe lingua, senza l'occhio (della mente) ci sarebbe la facoltà di rappresentazione che guida la mano dell'artista? 
L'occhio guida insomma la mano nella difficile via che la conduce ad ingannarlo. Si presta volentieri alla menzogna che la mano costruisce. Anzi collabora alla sua costruzione, se non la guida. Proprio come l'occhio del primo che legge ciò che la mano scrive guida la mano nell'artificio dell'inganno della scrittura. Il segreto di questa relazione (che è forse il solo segreto della creazione: e per essere creatori ci vuole occhio, come per parlare, per suonare e per cantare ci vuole orecchio) si cela dietro una scoperta e benevola menzogna nel caso del trompe l'oeil che si dichiara onestamente come tale. In tutto il resto, nel generale inganno ad arte dell'arte (fare umano che mira alla perfezione), il segreto sta più celato, la menzogna più sardonica e meno scoperta.

11 febbraio 2009

Quanti figli ha Fabrizio?


Fabrizio Corbera, principe di Salina, è il protagonista di sei delle otto Parti che compongono il romanzo Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa: quanti figli gli vengono attribuiti in tale romanzo? È una domanda che non ci si stupirebbe di sentir porre al concorrente di un quiz televisivo (e chissà che non lo sia già stata), con in gioco la vincita di una cospicua somma di danaro (data una qualche difficoltà nella risposta): esempio perfetto, quindi, di un accostamento nozionistico (o, al massimo, erudito) alla famosissima opera, che col pretesto di una quisquilia sarebbe buono al massimo per una rappresentazione parodistica della cultura.
Come non poche altre questioni di dettaglio che hanno a tema Il Gattopardo, come forse tutte le immaginabili, anche la determinazione del numero dei figli del Principe, se opportunamente considerata, prende però inattesamente l'aspetto di un autentico problema interpretativo dell'insieme dell'opera e, congiuntamente, della sua struttura (narrativa). Essa schiude infatti prospettive inquietanti, almeno per quei lettori del romanzo che pretendono di avere una qualche consapevolezza di ciò che leggono e provano a impegnare nella loro lettura un'intelligenza almeno pari a quella di cui fanno credito al testo.
Ebbene, di figli di Fabrizio, da subito se ne vedono alcuni ma il loro numero esatto non è determinabile. Ci sono due maschi, narrativamente dotati alla svelta di un nome oltre che di una presenza scenica: Paolo e Francesco Paolo. C'è una quantità imprecisata di femmine, la cui precoce e cumulativa presenza sulla scena è da valutare in funzione dell'importante scaglionamento e dei modi con cui ciascuna di loro è narrativamente dotata di un nome. Come i fratelli, Concetta è già tale abbastanza presto e lo è perché, nel ricordo del padre, esplicitamente nominata dal Re, come sua figlioccia, in occasione della visita del padre. Carolina, che porta il nome della terribile nonna paterna, si vede attribuito tale nome sullo scorcio della Parte prima, grazie a un comico incidente che accade alla sua acconciatura, mentre si trova a tavola. Per essere nominata, Caterina deve invece attendere che si giunga ben avanti nella seconda Parte e, quando lo è, lo è solo perché inserita nell'elenco degli occupanti di una carrozza.

Si è poi rapidamente a conoscenza dell'esistenza di un terzo maschio, con la dettagliata menzione dell'assente Giovanni. Ma passano poche pagine e d'improvviso si coglie Fabrizio esclamare: "«Sono un uomo vigoroso ancora; e come fo ad accontentarmi di una donna che, a letto, si fa il segno della croce prima di ogni abbraccio e che, dopo, nei momenti di maggiore emozione non sa dire che: 'Gesummaria!'. Quando ci siamo sposati tutto ciò mi esaltava; ma adesso... sette figli ho avuto con lei, sette; e non ho mai visto il suo ombelico. E' giusto questo?»". 

Sette figli? Tra coloro che non hanno bellamente trascurato il dettaglio, non c'è stato critico che, rilevata quella che a quel punto gli è parsa un'incongruenza, non abbia detto che si tratta di un esemplare indizio (e già sul principio del romanzo) di accuratezza compositiva solo approssimativa: prova di un'opera cui fece difetto l'estrema cura del suo autore, che fu peraltro, narrativamente, un cretino di talento, per nulla un professionista della "scrittura creativa" (che oggi addirittura s'insegna in scuole e università) ma solo un autore della domenica. 

L'aporia sul numero dei figli di Fabrizio (i lettori attenti del romanzo lo ricorderanno) si risolve nelle ultime pagine, dove si menziona d'improvviso l'esistenza di una quarta figlia: sposata a Napoli, si apprende. Del resto, mai prima era stato esplicitamente detto, nel corso della narrazione, che le figlie del Principe fossero solo tre. Anche tale scioglimento viene però considerato dai critici indizio a carico dell'autore: è un rattoppo, vien detto, e così non si fa nelle opere portate a termine a regola d'arte. Ma un rattoppo di cosa (verrebbe fatto di chiedere), se i "sette figli" erano una svista? Se c'è un rattoppo, c'è consapevolezza. E se c'è consapevolezza, il dettaglio non sarà privo di valore.

A nessuno è peraltro mai venuto in mente di mettere in relazione il piccolo ed innocente enigma con il sentimento giocoso e beffardo che Lampedusa pare avesse della composizione letteraria. Se si tratta di un gioco, il gioco dell'autore ha colpito il segno: la seriosità boriosa e pedantesca dei critici l'ha trasformato in beffa ai loro danni. 

Meglio di ogni altro commento, parla il commento che il testo fornisce a se medesimo. Con significativa scelta onomastica, la settima figlia si chiama Chiara e la menzione di quel nome, che chiarisce un dettaglio di rilievo narrativo in apparenza scarsissimo, ricorre appunto sul finire del romanzo. In quella Parte ottava che esplicitamente confonde in modo irreparabile ciò che fino a quel momento era stato rappresentato come chiaro nella mente del solo personaggio principale rimasto vivo e sulla scena, Concetta. E nel contempo chiarisce implicitamente al lettore, che vuole intenderle, non poche cose e di primissimo piano. Per esempio, cosa celava l'idillio tra Angelica e Tancredi cui s'era consacrato, proprio al centro dell'opera, l'incanto di una descrizione. Incanto chiarito, appunto, come il nome Chiara scioglie il mistero (in apparenza futile) dell'esatta determinazione numerica della prole di Fabrizio: piccola trappola per il lettore supponente, piccolo indizio per il lettore circospetto. E spaventato quanto divertito da una macchina narrativa labirintica (come il palazzo di Donnafugata) e che non lascia scampo (come la vita): una delle più perfette e sardonicamente giocose mai disposte dalla letteratura in lingua italiana.

9 febbraio 2009

Lingua loro (11): "fine vita"

Sui fatti di cronaca Apollonio ha le sue opinioni ma crede che a stento tali opinioni interessino lui medesimo. Figurarsi quanto immagina possano interessare i suoi due lettori. Se lo seguono, essi lo fanno perché forse condividono con lui una curiosità (nel contempo, divertita e angosciosa) per le minuzie linguistiche che gli capita di osservare e certo non perché attribuiscano valore qualsivoglia alle sue opinioni. 
La minuzia di oggi è fine vita e non ci sarà nessuno che non intenderà da quali accadimenti l'osservazione prende spunto: l'opinione di Apollonio sull'occasione è irrilevante. Il dato fine vita resta. 
Fine vita è un nome composto comparso in italiano da qualche tempo. È ragionevole ipotizzare che sia nato in un contesto medico (o, come si dice adesso, per star sull'onda, medicale). Oggi, una veloce ricerca in rete lo rivela attestato soprattutto in documenti giornalistici e ufficiali: alla sua diffusione hanno dunque collaborato, come sovente accade, due facce del potere linguistico della stupidità, di cui tempo fa si è detto. 
C'è da guardarsi bene dall'imporre a chicchessia il sunto della dottrina linguistica che concerne i composti, considerato anche il fatto che essa rimonta a epoche remotissime ed è uno di quei temi eruditi con cui si fa presto a fare i dotti e a impressionare la gente: c'entra addirittura il sanscrito. Non c'è neppure da spendere troppe parole per dire ciò che è chiaro a tutti: è un eufemismo. Anche le ragioni per le quali nasce un eufemismo sono chiare. Per soprammercato, un eufemismo è sovente giustificato - nella falsa coscienza che se ne ammanta - anche da motivi d'ordine referenziale: "Manca la parola precisa per dire quella cosa specifica: l'altra, che pure ci sarebbe, non dice ciò che qui si vuol dire". Quante volte si sono sentiti argomenti come questo? E c'è poco da fare. Le cose vanno così né c'è da menarne scandalo. 
A parere di Apollonio, ciò che rende notevole fine vita è più sottile. "Dignità del fine vita", si legge in una pagina Web del Ministero della Salute e in radio, sui quotidiani si ode e si legge regolarmente "il fine vita". Fine vita, per chi lo ha coniato, per chi lo usa, non è dunque di genere femminile, benché il composto sia destinato a designare, si dice, la fine della vita, la fase finale della vita. È invece maschile, come è spesso in italiano la forma di parole non marcate quanto a genere, di parole (per dir così) neutre. Del resto, il modello cui fine vita si conforma è al tempo stesso illustre e popolare: fine Ottocento, fine estate, fine partita
Ciò significa che in fine vita la menzogna (pietosa? pelosa?) dell'eufemismo ha potuto spingersi fin dentro una categoria grammaticale. Col maschile neutro, essa evita anche la pericolosa evocazione di quel genere non neutro che potrebbe accomunare il nuovo composto ai femminili agoniamorte. Per fine vita sarebbe forse già troppo scandaloso, troppo crudo anche il solo fatto d'essere femminile. Al maschile, fine vita storna così il pensiero che, quando si parla di fine vita, di agonia (più o meno lunga), di morte e di niente altro in realtà si tratta. 
Ma forse c'è anche dell'altro e la lingua sta ancora una volta giocando gli stupidi che s'illudono, parlandola, di padroneggiarla. Fa dire loro cose che non immaginano di dire. Con fine vita, non la fine della vita è in questione ma il fine della vita, sussurra insinuante, con il genere, il genio della lingua nel dettaglio del loro eloquio, inducendoli così nolenti e inconsapevoli a parlare egualmente e con che peso di ciò che non vorrebbero nominare: la morte.

14 gennaio 2009

Lingua loro (10): "lectio magistralis"

"Conferenze, lectio magistralis, mostre, incontri con Premi Nobel, spettacoli, aperitivi scientifici, percorsi interattivi": l'annuncio ha circolato nei giorni scorsi sulla stampa nazionale. Si tratta di uno dei festival che, ormai a dozzine, fanno da quinta alla compagnia di giro che batte tutte le piazze d'Italia. Mette in scena rappresentazioni in cui c'è chi fa il filosofo e chi il vate, chi lo scienziato e chi l'intellettuale, chi il critico e chi l'accademico. Nascondendosi dietro la foglia di fico delle cosiddette sponsorizzazioni, essa può farlo grazie al sostegno del pubblico danaro: lo stesso che si lesina, a quanto pare, alle compagnie teatrali di professionisti (e non è questo piccolo indizio della natura dei tempi e dello spregio in cui essi tengono chi esercita con coscienza e competenza il proprio mestiere e non scimmiotta goffamente gli altrui).
Ma qui poco ne cale, perché ci si occupa di lingua: e il caso è prezioso. In quell'annuncio si trova infatti la prima attestazione scritta (almeno, la prima nota ad Apollonio) della raggiunta invariabilità formale dell'espressione lectio magistralis.
Nel gergo di quella compagnia di giro, l'espressione è mutuata dal latino accademico ed è supposta fare tanto chic. Per via di evocazione lessicale, essa simula infatti il compimento sulle piazze dei riti esoterici di istituzioni elitarie ormai desuete e prive di funzione (come le università). È insomma un relitto linguistico, tirato apparentemente a lucido e esposto con altra paccottiglia nella scenografia post-moderna di tali "eventi" (altro emblema lessicale dei tempi): eventi radicalmente inautentici, a cominciare dalla lingua di cui si servono.
La raggiunta invariabilità formale di lectio magistralis ne è prova: il latino di cui l'espressione si fregia è puro polistirolo. Consultando il sito del festival in questione, si apprende infatti che, come di "conferenze", di "mostre", di "aperitivi scientifici" e via dicendo, di lectiones magistrales nelle giornate del festival ce ne sarà più d'una (quattro, se Apollonio non si sbaglia). Nell'elenco dell'annuncio, "lectio magistralis" sta quindi per un plurale, proprio come se si trattasse di "spot" o di "slide" o di "gag". Né diversamente poteva essere, a pensarci bene, trattandosi di una lista di nomi privi di articolo. Per chi ha dettato quell'annuncio, "lectio magistralis" è plurale né vale la pena di avere rispetto per il latino (accademico), per i riti esoterici e singolari che l'espressione designava e, complessivamente, per ciò che si dice e si scrive: sublime rivelazione della vera natura di chi affetta modi di raffinatezza culturale e di gentilezza umana.

23 dicembre 2008

Bolle d'alea (6): Bontempelli

"Il piacere fisico più grande e pieno (nessuno ci fa caso: provateci) è respirare. Il piacere spirituale più grande è pensare. Due operazioni che l'uomo non ha bisogno di procurarsi, e che non interrompe mai (neppure nel sonno): lo accompagnano di minuto in minuto fino all'ultimo, stanno a fondamento continuo dell'intera vita. E sono due piaceri che si fanno più perfetti con l'accorgersene": una nota di "ottimismo" (così la definì Massimo Bontempelli).
Il periodo è propizio e Apollonio la gira ai suoi due lettori: fausto voto che almeno per intermittenza godano con consapevolezza di respirare e di pensare (come del resto egli vorrebbe di se medesimo).

9 dicembre 2008

"Uomo del passato"


Per i sottili canali sociali su cui scorre l'espressione, inarrestabile come l'acqua, Apollonio apprende che c'è chi, tra i sopravvissuti a Edoardo Vineis, liquidandone con malagrazia qualche segno del passaggio accademico, l'ha definito "uomo del passato". Vero, vivaddio. Qualunque sia la misura di Edoardo Vineis (anche minuscola, che importa?), egli era proprio un "uomo del passato": consapevole di quel passato moderno della linguistica cui appartengono für ewig coloro che la linguistica l'hanno appunto costruita e consapevole di quell'antico passato cui appartengono für ewig coloro che hanno costruito la civiltà occidentale.
La stupidità, quando vuole offendere, loda.

12 novembre 2008

Nomen, non me! (4)

Si tratta solo dell'ennesima esca e, nell'oceano delle comunicazioni di massa, ci si sta facendo ancora una volta prendere all'amo?

A mar, abbocca

Anche perché, tra gli osanna, qualcuno inascoltato potrebbe ragionevolmente dire

Ma Bacco, bara!

L'azzardo è grande infatti e il ticket si definisce da solo:

Ambo baccarà

[L'invenzione di un anagramma è giustappunto una scoperta
(c = k)]
[cfr., nel giardino di Kublai Kan, il post del 14.11.08: "...un uomo attraente, sa parlare e vien bene alla TV"]

10 novembre 2008

Sulla catena evolutiva accademica (I)

Qui si parla di una cosa che non c'è più da gran tempo, l'università. E ammesso che qualche relitto ancora ci sia, non ci sarà più in futuro. Chi trovasse in ciò che segue una vena d'elegia, perdonerà il vecchio Apollonio d'indulgervi: si rassicuri però, nessuna nostalgia.
Secondo una nota e antica teoria sulla catena evolutiva accademica, caratteri d'inarrestabile decadenza e di continua rinascita erano inscritti nel codice genetico dell'istituzione universitaria del moderno Occidente.
Si era già (come si è oggi) in epoca post-accademica e Apollonio era solo un ragazzo. Sentì enunciare tale teoria a un ancora giovane studioso che in potenza era all'epoca "il più famoso linguista italiano" e tale sarebbe poi diventato in atto, come ha di recente testimoniato, sulle pagine dei giornali, la pubblicità di un dizionario cui egli ha dato il suo nome.
Scolaro d'illustre maestro e maestro illustre di numerosa scuola, la teoria gli affiorò alle labbra (ricorda Apollonio) durante la cena che seguiva una conferenza. Alla cena, come alla conferenza, era presente una folta e rapita rappresentanza della menzionata scuola. Apollonio vi era stato ammesso eccezionalmente e ascoltava da un angolo nel fondo della lunga tavolata.
La teoria non era forse farina del sacco di chi in quell'occasione la riferiva. Se lo faceva, era per perpetuare una nobile tradizione. Apollonio ne fu sicuro già allora e ancora oggi crede che essa si sia in realtà tramandata eguale da generazioni: testimonianza dell'attitudine un po' canaglia che rese amabili un tempo i professori d'università, con il loro innocente cinismo. Cose oggi disperse nel conformismo della correttezza politica e che, già all'epoca di quella cena, erano agli estremi riflessi dei loro quasi spenti bagliori.
Ecco comunque, qui di seguito brevemente riferita, la teoria sulla catena evolutiva accademica, come Apollonio ricorda di averla udita.
Bastava che fosse furbo anche solo un po', un professore d'università non avrebbe mai eletto a suo scolaro e successore un giovane studioso in sospetto d'essere più intelligente, più bravo, più capace di lui. Per tema d'essere messo in ombra, avrebbe sempre preferito chi egli credeva meno intelligente, meno bravo, meno capace. Ciò condannava naturalmente l'università a rovinosa decadenza. E la storia dell'università fu in effetti sempre storia di decadenza rovinosa: c'è bisogno di esempi?
Come mai, tuttavia, nella sua secolare vicenda, giunta comunque da tempo al suo termine, l'istituzione universitaria riuscì a sopravvivere e le riuscì talvolta di dare persino qualche buona prova di sé? Presto detto.
Da maestro a scolaro più scemo, poi maestro di scolaro più scemo, poi maestro di scolaro più scemo e così via, si giungeva a un livello di scemenza tale da non consentire al suo titolare nemmeno di rendersi conto di scegliere come scolaro e successore uno meno scemo di lui. E il ciclo poteva così ricominciare.
Come si comprende, per la sua lucidità, il relitto culturale è prezioso. Riferendolo, Apollonio ne elegge a gelosi custodi i suoi pochi lettori. E confida loro ciò che, tra il compiacimento di chi enunciava la teoria e le risate complici dei commensali, a lui apparve chiaro già quella sera di estremi riflessi di ormai quasi spenti bagliori, mentre ruminava silenzioso altre osservazioni ed integrazioni, di cui magari un'altra volta dirà.
Della catena evolutiva accademica, concluse, i più benemeriti dunque furono sempre i più scemi, coloro la cui idiozia fu tanto grande da interrompere il declino cui invece i meno scemi davano il loro continuo fattivo contributo.
Paradosso? Ma cosa non è paradosso nel mondo? E, per l'intelligenza della storia calamitosa dell'istruzione superiore dell'Occidente moderno, un paradosso è incomparabilmente più efficace delle tartufesche invocazioni al merito e all'eccellenza dei presenti e altrimenti calamitosi tempi post-accademici.

3 novembre 2008

Lingua loro (9): "barone"

Dopo quaranta anni, “barone” torna a risuonare forte: designa spregiativamente chi ha raggiunto nelle università italiane il gradino più alto nella funzione di docente.
Non lo fa nell'isolato titolo di un articolo giornalistico dedicato a presunte circoscritte malefatte di un “barone”: per persistente endemia, così è di tanto in tanto accaduto negli ultimi quaranta anni.
Come allora, lo fa invece in modo generale, virulento ed epidemico e serve a indicare un'intera categoria professionale, tra i ranghi della quale si conta ovviamente la stessa percentuale di imbecilli e di lestofanti che si conta in ogni altra, dai ciabattini ai poeti laureati.
La malefatta dei “baroni” è nuovamente assoluta. Consiste nella loro stessa esistenza. Vanno tolti di mezzo. E i luoghi dove si annidano vanno bonificati.
C'è tuttavia una differenza rispetto a quel passato. Stavolta “baroni” non ricorre sulle bocche e negli striscioni dei “sovversivi”, sospettati anzi di essere oggi in combutta coi “baroni”. Ricorre nell'espressione di rappresentanti del potere politico-mediatico. È sufficiente aprire un giornale e accendere la TV per averne prova: “Basta con i baroni”, gridano in coro.
L'illusione lessicale ci fa ritenere una parola sempre eguale a se stessa. Si concede al massimo che cambi nei tempi lunghi della storia e quaranta anni potrebbero essere un'inezia. Ma non è così. Una parola cambia invece anche istante dopo istante, in funzione del discorso in cui sta e di chi se ne sta servendo.
Un vice-ministro, un esponente del governo-ombra, il direttore di un telegiornale che, nella loro espressione pubblica, si riferiscono a chi ha raggiunto il gradino più alto nella funzione di docente chiamandolo “barone” dicono una cosa completamente diversa da quella che direbbe al megafono un redivivo studente sovversivo, se adoperasse la stessa parola incitando i suoi compagni di studio a una manifestazione di piazza.
Sulla bocca di chi ha potere, sulla bocca di chi serve il potere e usa demagogicamente “barone” con derisorio spregio, la parola rischia di tornare, come per incanto, ai suoi fasti etimologici. Invisa a imbecilli e lestofanti, comunque mascherati e a qualsiasi categoria appartengano, rischia insomma di tornare a valere semplicemente 'uomo libero'.

31 ottobre 2008

L'Eco balla

Qualche giorno fa, Umberto Eco ha conversato con il giornalista Michele Fazioli a Lecco, in occasione del conferimento al famoso semiologo del premio Manzoni. L'incontro è stato mandato in onda il 26 ottobre scorso dalla Televisione della Svizzera italiana ed è adesso in rete, dove l'ha trovato Apollonio, che ne consiglia la visione ai suoi sparuti lettori (sotto, l'opportuno link). Esso smentisce tra l'altro chi afferma che al medium tocca la responsabilità del suo attuale stato. Come si sapeva (ma ci si è scordati), anche la televisione consente infatti di seguire una conversazione tra persone argute e ben educate, col disteso diletto con cui si seguirebbe una danza.
Con disteso diletto anche perché Eco (che diventando anziano si è privato della barba) appare ciò che in maniera finemente mascherata (dalla barba?) è sempre stato: un moderno sciamano, consolatore dell'angosciosa inquietudine culturale della (post)modernità, depositario di quegli strumenti eruditi e teorici (sconosciuti ai più) coi quali il caos e il disordine in cui pare di essere ormai irrimediabilmente piombati ritornano alle certezze di un ordine tolemaico e aristotelico.
«Non capisco più nulla di ciò che mi succede intorno, il mondo, la storia mi paiono solo una favola raccontata da un idiota, piena di strepito e di furore» pensa l'everyman cólto d'oggidì «ma c'è qualcuno che sa, capisce e mette in ordine: Umberto Eco» e può così tornare al suo tornio quotidiano e poi a casa, a dormire, senza che gli incubi della perdita del senso (di sé, del mondo) lo tormentino troppo.
In quest'opera fortunata e benemerita, la visione che Eco ha della letteratura (tanto come teorico, quanto come critico e come scrittore) gioca un ruolo fondamentale: Eco inquieta quel tanto e quel giusto che rende molto ben accolto il lieto fine che egli dispone. E il lieto fine da concettuale si volge sempre in morale.
Nella conversazione con Michele Fazioli, priva (merito anche del giornalista) della supponenza dell'attitudine divulgativa, la circostanza emerge con cristallina chiarezza. Ed è questo soprattutto il motivo per il quale Apollonio ne raccomanda la visione.
Acuto, Fazioli provoca Eco sul tema della relazione tra realtà, messaggio di autore misterioso e indefinibile, e finzione narrativa, messaggio di autore definibile (anche quando fosse ignoto) ed Eco di rimbalzo balla: “...io sostengo che una delle funzioni principali della narrativa è di fornirci un modello di verità... cioè, è vero che madame Bovary si è uccisa e non c'è santi che tengano, questo non cambierà mai [...] la narrativa ci offre un modello di verità incontestabile che è utile per muoversi nella vita”.
L'esempio è ben scelto, perché è certamente ciò che del fattaccio di Yonville-l'Abbaye direbbe oggi (e disse) il positivo Monsieur Homais. Proprio quel Monsieur Homais alla cui acutezza di spirito la povera suicida (ne avrà memoria il lettore) dovette la dettagliata ed esauriente indicazione della presenza dell'arsenico nel cafarnao.
Ciò che è vero è vero e i fatti sono i fatti, diamine, almeno nella pagina letteraria, e guai a pensare che la loro rilevanza risieda nella relazione narrativa che li fa divenire tali in funzione di un punto di vista, tanto (per dirla con nozioni e terminologia care a Eco) nell'intenzione dell'autore (di cui in verità poco importa), quanto in quella del testo.
Del resto, anche Renzo Tramaglino concorderebbe con Eco: “Il bello era a sentirlo raccontare le sue avventure: e finiva sempre col dire le gran cose che ci aveva imparate, per governarsi meglio in avvenire [direbbe Eco “utili per muoversi nella vita”]. - Ho imparato, - diceva, - a non mettermi ne' tumulti: ho imparato a non predicare in piazza [...] - E cent'altre cose”. Non concordava con Renzo, e forse non concorderebbe con Eco, la candida Lucia. E Apollonio, lo confessa, sta con lei: “Lucia, però, non che trovasse la dottrina falsa in sé, ma non n'era soddisfatta; le pareva, così in confuso, che ci mancasse qualcosa. A forza di sentir ripetere la stessa canzone, e di pensarci sopra ogni volta, - e io, - disse un giorno al suo moralista, - cosa volete che abbia imparato? Io non sono andata a cercare i guai: son loro che sono venuti a cercare me. Quando non voleste dire, - aggiunse, soavemente, sorridendo, - che il mio sproposito sia stato quello di volervi bene, e di promettermi a voi”.
Ma Eco era a Lecco per ritirare appunto il premio Manzoni, giustamente conferitogli.

Umberto Eco intervistato da Michele Fazioli.

13 ottobre 2008

Lingua loro (8): "lingue storiche"

Tra un paio di giorni comincia a Palermo il solito annuale convegno di un'associazione italiana di studiosi del linguaggio (se non la più seria, la più pedante, si diceva un giorno). Ha per titolo «“Usare il presente per spiegare il passato”. Teorie linguistiche contemporanee e lingue storiche». La prima parte è una citazione: Apollonio non ha tempo (adesso) per dire da dove viene e perché combinarla con quel séguito non pare appropriato. Tant'è: ognuno decide di esprimersi come meglio gli pare. Ma c'è qualcosa che ha maggiore rilevanza pubblica, in quel titolo, ed è “lingue storiche”. È una novità.
Gli attributi, si sa, sono pericolosi. Fino a ieri, peraltro, attribuire storica a lingua non usava, in italiano. O almeno, non usava col valore che si può immaginare abbia pensato chi ha dettato quel titolo. Si poteva dire, per esempio, “arabo e greco sono state lingue storiche della Sicilia”, per dire che nel corso della storia, in Sicilia, ci fu chi parlò arabo e chi parlò greco. Ma “lingue storiche”, in assoluto, come lascia intendere quel titolo, non se ne conoscevano. Tutte le lingue (e tutte quelle cui si è da sempre dedicata quell'associazione) sono storiche, del resto, ed è da escludere che a quel "lingue storiche" si volessero contrapporre in quel titolo le "artificiali" (che, a loro modo, peraltro, sono storiche anch'esse). E del resto, annunciare di fare un convegno sugli “uomini mortali”, non lascia intendere che se ne può fare un altro sui "non mortali"? Nell'orizzonte culturale di quell'associazione ci sarebbero quindi anche "lingue non storiche"? E quando si prevede di parlarne? Sarebbe un avvenimento sensazionale. In giro, c'era ovviamente la linguistica storica, qualificata dal metodo e storica per questa ragione. Oggetto di studio della linguistica storica però non si era mai pensato potessero essere delle fantomatiche lingue storiche.
Col convegno palermitano, nascono invece in italiano “le lingue storiche”: chi vuole, festeggi. A Citera, Apollonio non lo fa e mette il lutto: gli pare un'inquietante sciatteria. Chi ha dettato quel titolo voleva dire semplicemente forse “lingue antiche” (e così si diceva in italiano e così si diceva in quell'associazione scientifica che era la più seria e la più pedante e spesso dedicava i suoi convegni alle lingue antiche). Si è vergognato di dirlo? “Antico”, si sa, non usa più. Storico e antico non sono sinonimi, però. O forse, ed è più grave, chi ha dettato quel titolo semplicemente non sa ciò che dice. E, per mostrare di avere gli attributi, ha preso il primo che gli è passato per la testa e l'ha esibito. Per una associazione nazionale di linguisti, un giorno la più seria, la più pedante, non è proprio una bella esibizione.

Lingua loro (7): "disponibile"

I due lettori di Apollonio (in breve fuga da Citera) l'avranno già notato. La gente di mondo non dice più “Vorrei essere eletto alla carica di...”, “Mi candido alla carica di...”. Dice: “Sono disponibile a coprire la carica di...” o ancora “Mi metto a disposizione per la carica di...”. Hanno cominciato politici e sindacalisti. Tra i professori d'università (un tempo razza eletta di snob, oggi tristemente al traino) è tutto un fiorire di disponibilità, adesso. Ne sortisce però un piccolo problema di coerenza. Quando ci si candidava per una carica e si voleva coprirla, si chiedeva voto e sostegno. Oggi, che si è soltanto “disponibili”, quale sarà l'espressione più adeguata per sollecitare un voto? Memore del personaggio di un film di Federico Fellini, Apollonio ha un suggerimento per chi è “disponibile”: si rivolga al suo potenziale elettore con un appropriato “Gradisca”.

3 settembre 2008

Cythère

Pazientino i suoi due lettori: Apollonio è a Citera (pel mondo, s'affanna il suo alter ego). Per colmo di disutilità, sta ancora componendo una sintassi. Potrebbe fare altro, del resto?

11 giugno 2008

Idiomi (2): Bersi il cervello

Chi si beve il cervello, da sempre, se lo beve giovane, come il Beaujolais. A questa regola eterna si ispirerà di certo un'odierna pubblicità che, fintamente giuliva, in realtà intimidatoria, invita a berselo, domandando: "Che età ha il tuo cervello?" "Il mio? Invecchia bene, grazie." verrebbe fatto di rispondere "Ha la stoffa per farlo. Non ho fretta di bermelo".

3 giugno 2008

Idiomi (1): Farci il callo


Se Apollonio ha capito bene, Alessandro Baricco sostiene che il futuro è quel radioso momento in cui si finisce per fare il callo a ciò che oggi pare intollerabile.
Ha ragione e dice (potrebbe essere diversamente?) un'ovvietà. A tutto si fa il callo. Lo si è già quasi fatto anche ad Alessandro Baricco.

2 giugno 2008

Il professor Aristogitone

Ognuno fa il suo mestiere. Apollonio lo sa. Lui un mestiere non ce l'ha e se ne sta acquattato in uno dei pochi angolini del mondo in cui non non gli si chiede ancora (ma fin quando?) di far mostra di una specifica professionalità. Di conseguenza, si guarda bene dall'impancarsi a giudice del benfatto e, soprattutto, del malfatto di chi un mestiere ce l'ha, come coloro che scrivono sui giornali. E che duro e difficile mestiere!
Come ad osservatore distante ma, tutto sommato, forse perciò amichevole e comprensivo, ci sono tuttavia circostanze giornalistiche che gli muovono domande, più che ispirargli critiche o disdegni. E una domanda, che gli piace condividere coi suoi due lettori, ha il fondamento seguente.
Apollonio legge di norma i quotidiani solo quando è in viaggio ma viaggia relativamente spesso. Ebbene, non gli capita più di aprire un quotidiano senza imbattersi in qualche scritto (non solo per esempio di Pietro Citati ma persino, e inopinatamente, di Massimo Gramellini) che non deprechi la barbarie culturale del tempo presente e che non faccia lodi degli anni ormai andati (ritenuti spesso non troppo lontani: di norma quelli della gioventù dell'estensore dello scritto). A quel tempo, vi si argomenta, gli studenti studiavano, la scuola formava cittadini colti e coscienziosi, le librerie erano piene di libri che valeva la pena leggere, le terze pagine dei giornali ospitavano firme di solido e autentico valore, l'italiano non veniva quotidianamente macellato in TV ma, anche lì, coltivato come prezioso fiore in splendida serra, la pervasività della Rete non aveva ancora trasformato tutto lo scibile in un'informe melassa, la gente sapeva distinguere tra l'insulto e l'ironia, i lettori leggevano i giornali in punta di forchetta e i tifosi discutevano al Bar dello Sport, argomentando di fioretto sul modulo.
Non si tratta di falsa impressione di Apollonio. Non è una sua scorretta prospettiva a fargli credere di incontrare sovente scritti giornalistici di vena nostalgico-deprecatoria. Lo dimostra inoppugnabilmente (e non per paradosso) l'impegno pubblicistico e propagandistico di Alessandro Baricco. Fiutata l'aria, Baricco s'è messo opportunamente a cavalcare l'opinione opposta e a cantare a sua volta le lodi non tanto del presente (scemo non è) quanto del futuro. In esso, a parere dell'ispirato aedo, ciò che i Citati (e, inopinatamente, i Gramellini) disdegnano come melassa, lingua macellata, perdita del senso dell'ironia, insulti, rutti, spazzatura e violenza (ivi comprese le sue opere), si costituirà come nuovo canone culturale, per vitale energia d'inarrestabile progresso. E magari il tempo, che è un gran figlio di buona donna, gli darà ragione.
Ma la questione che agita lo spirito sonnolento di Apollonio non sta qui e poco gli cale se i tempi sono culturalmente calamitosi o provvidenziali. Altre volte deve averlo confidato ai suoi due lettori: considera infatti autenticamente calamitosi (e mai vorrebbe trovarseli come compagni a tavola) tanto coloro che li vedono calamitosi quanto coloro che li vedono provvidenziali.
La questione consiste nel fatto che, a petto di questa valanga di disdegni e deprecazioni giornalistiche (e delle correlative “magnifiche sorti e progressive” di Baricco) , molto meno e quasi nulla nella sua esperienza di vita egli ne registra ormai presso coloro (e qualcuno privatamente ne conosce) che, al tempo della sua gioventù (e ci risiamo!), erano i titolari ufficiali del biasimo culturale dei tempi: i professori delle superiori.
Tanto ne erano titolari, da avere ispirato, or sono quasi quaranta anni, una figura antonomastica ad uno dei comici della banda di “Alto Gradimento” (che per la seconda volta viene così menzionata in questo blog): “ne prendo uno, gli metto uno, gli do uno schiaffo e lo schiaffo fuori”. Ineluttabilità dei riferimenti socio-culturali: il professor Aristogitone.
Ecco allora la domanda: che sia oggi il giornalista ciò che un tempo fu il professore delle superiori? Che sia quella del giornalista la figura antonomastica di chi oggi è culturalmente reazionario? Che sia il giornalista l'ideale Aristogitone del tempo presente? E che sia il lettore il suo Armodio?
Se così fosse (e Apollonio lo sospetta), che bizzarra metamorfosi tanto della scuola quanto dei giornali. Che indispensabile correzione di tiro per chi cura o frequenta l'una. E che figura da imbecille per chi, aristarcheggiando, fa le pulci agli altri e li critica come se nulla fosse frattanto successo.
Per un eventuale pensoso commento, ci si rivolga tuttavia a Citati, Gramellini e Baricco.

PS. Un ideale compendio letterario per i licei del futuro, comparabile col già intollerabile Sapegno del tempo che fu, e i suoi irrinunciabili aggettivi deonomastici (che si affiancheranno a dantesco, ariostesco, manzoniano, leopardiano): il mondo citatiano (o citatesco?), la visione gramelliniana (o gramellinesca?), e, soprattutto, visto che di futuro si tratta, la prosa baricchesca (o baricchiana?). Implausibili? No. Questione, come tutto, di farci il callo.

Mehr Licht!

E se Goethe avesse vissuto la sua non breve vita, attraversato in lungo e in largo il suo mondo, composto la sua opera monumentale solo perché gli si potesse dubitativamente attribuire, a chiuso compimento del suo percorso, l'effimero lampo d'uno zolfanello nominale?

19 maggio 2008

"Linguaggio e cervello"

Si avvicina a grandi passi la stagione 2008 dei convegni delle società scientifiche: piante i cui frutti maturano soprattutto in autunno, come ognun sa. In gemma, se ne cominciano a conoscere i temi, che sbocceranno poi come programmi e consentiranno infine ai convenuti di nutrirsi a sazietà di relazioni e comunicazioni.
La Società di Linguistica Italiana si riunisce alla fine del prossimo settembre a Pisa. Il tema del convegno suona impressionante: "Linguaggio e cervello".
Che una società di studiosi del linguaggio si occupi di linguaggio non stupisce. Quanto a cervello, si sa, è parola alla moda e l'epoca pare favorevolissima alla sua evocazione. Non sarà Apollonio a ricordare ancora una volta ai suoi due lettori che, quando una parola comincia a ricorrere sovente nei discorsi di un'epoca, è perché, in un modo o in un altro, essa vive una situazione critica e le arti (in apparenza sottili, in realtà brutali) del Newspeak l'hanno già designata a propria vittima. Forte è il sospetto che sia oggi il caso anche di cervello. A ciò si aggiunga che, magari, c'è oggi qualcuno che crede che, a forza di parlarne, gli cresca.
Comunque sia, a chi s'è a fatica costruito un modo di (s)ragionare in un'epoca che pare ieri ed è invece irrimediabilmente lontana, una coordinazione come la si vede in quel titolo non può non ravvivare una libido: la classificazione per tratti e per opposizioni, disusato malvezzo che si contraeva leggendo Jakobson.
"[±Linguaggio] e [±Cervello]", allora, e quattro combinazioni possibili. Per definizione, relazioni e comunicazioni, tutte, saranno marcate positivamente quanto al primo tratto. Potrebbe essere istruttivo e divertente (per aver cura dell'utile e del dilettevole) sapere quante, invece, lo saranno anche per il secondo. Quante, insomma, non saranno chiacchiere.
I convegni, si sa, nutrono gli spiriti ma possono essere noiosi come, nutrendo i corpi, lo sono (e calamitose, e interminabili) le relative cene sociali. Per passatempo, Apollonio propone così l'esercizio classificatorio a chi si troverà ad essere presente al convegno di Pisa e alla consustanziale cena sociale. Mal che vada, tra uno sbadiglio e l'altro, tra una comunicazione e una relazione, tra una portata e l'altra, gli servirà "a ragionar per isfogar la mente".