Difficile precisare quando si cominciarono a usare numeri e non parole per dire di esseri umani. Per schiavi e gente da mandare in battaglia, fin dall'antichità.
Ma Auschwitz fu in proposito al tempo stesso un compimento e una prospettiva, anche quanto all'onomastica. I suoi sviluppi sono già stati spettacolari. Non paiono tragici, ma forse solo in attesa di rivelarsi tali.
Da tempo, in effetti, chi non (cor)risponde a un numero? Forse c'è chi crede di farlo ancora a una parola, ma si illude e non capisce che oggi sono ridotte a numeri anche le parole e che la parola che ode, persino come appello personale, è soltanto un numero, in realtà.
Fanno sorridere poi quanti e quante, in ogni aspetto della loro vita morale e materiale, fanno numero, felici ormai di non fare nemmeno un numero assoluto, ultima, disperata risorsa di individualità. Così fosse, per un essere umano, sarebbe tutto sommato quasi onorevole.
Alla loro beatitudine, alla loro soddisfazione basta infatti stare nel mucchio indistinto del doppio zero di un numero percentuale.

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