24 settembre 2026

Linguistica candida (85): ['tsio] e ['dzio], ['ka:ra] e ['ga:ra]

È un secolo, più o meno, che se ne ha o può aversene consapevolezza. Il quid della linguistica, la sua ratio e la giustificazione della sua esistenza, come accostamento disciplinare (se non si vuol dire scientifico) alla natura culturale degli esseri umani, sono contenuti quasi per intero nell'osservazione, qui presa come esemplare, che ['tsio] sta a ['dzio] come ['ka:ra] sta a ['ga:ra], ma che in questo ineccepibile rapporto proporzionale si specchiano, in italiano, solo tre "segni" e non quattro: zio, cara e gara. 
Quale prodigio fa sparire il quarto? Come accade che, sulla medesima base, si istituiscano relazioni semiologiche tanto diseguali? E in qual modo la stessa differenza materiale si correla, da un lato, con una differenza locale (lo stesso "segno", solo diversamente realizzato), dall'altro, con una globale (due "segni" completamente diversi)?
Non meraviglia che in profani e profane, a una perfetta e, si direbbe, nativa padronanza del sistema che governa il gioco, non si associ la comprensione del valore di tale osservazione e delle innumerevoli simili che, in giro per il mondo, mettono a elementare disposizione le mille e mille diverse espressioni umane, culturalmente varie nella loro naturale identità. In effetti, che bisogno c'è di capire ciò che si fa senza sforzo e spontaneamente, se lo si fa appunto spontaneamente e senza sforzo? 
Ma fa sorridere e disperare, al tempo stesso, ciò che è accaduto nella dottrina e nelle sue pratiche. La portata dell'osservazione è stata presto tecnicizzata e severamente circoscritta. La sua profondità, di eversiva semplicità, è stata ridotta a banalità e propinata come mera nozione scolastica. Millenari idola dottrinali ne sarebbero stati rovesciati, ma ne sono stati invece appena scalfiti e, facile previsione, sotto spoglie rinnovate continueranno a imperversare, come d'altra parte hanno già fatto: "...Il est à craindre que la vue exacte de ce qu’est la langue ne conduise à douter de l’avenir de la linguistique...". Di quale linguistica?

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