27 settembre 2026

Da copula a copula: "Cultura è Spettacolo"

La stampa fu ovviamente ed è ancora, sotto forme diverse, anche se semi-funerarie, un contesto di osservazione privilegiato dei fenomeni di storia della comunicazione e, conseguentemente, anche di storia sociale e culturale del mondo moderno e contemporaneo. 
Apollonio non è uno specialista, ma se scava nella sua semplice memoria di (ormai, soprav)vivente, ha l'impressione di avere appunto vissuto, da ragazzo, il momento in cui, in quel medium, si dichiararono confluenti in unica sezione la cultura e lo spettacolo: due temi distinti, in un concerto sociale un dì o perlomeno in principio ricco di distinzioni, vario e articolato, com'è appena il caso di dire.  
La congiunzione giornalistica dei due àmbiti fu certamente un sintomo, ma un sintomo che fece al tempo stesso da volano del processo. Era evidentemente nato, perlomeno in embrione, un connubio e, nella stampa sensibile, gli si diede prontamente un'etichetta: "Cultura e Spettacolo" (o "Spettacoli"). La coordinazione rese subito piuttosto labili i confini tra i due elementi coordinati. Con la coordinazione medesima, vi predicava d'altra parte la possibilità, se non l'esistenza di una osmosi. E, da lì in avanti, così fu, nei segni e nei fatti.
E in effetti, se non l'avvio, s'erano date eco e formula a un processo che, prendendo un po' di tempo, ma non troppo e solo qualche decennio, ha ormai fatto della coordinazione una copula. Metamorfosi compiuta anzitutto concettualmente, costruendo un'ideologia, e a seguire, sostanziando l'ideologia in prassi correlate. Anche in grammatica, congiunzione è copula, in fin dei conti. Tutto sta, a quel punto, nel distribuire le funzioni, strutturando il rapporto predicativo. Naturalmente, con l'invocata e sempre dirimente ragione di prassi commerciali essenziali ed altrimenti impossibili nel mondo come è, ha prevalso il più corrivo.  
Oggi, "Cultura è Spettacolo" e non c'è piazza (per limitarsi alle piazze) che non lo testimoni o che non aspiri a testimoniarlo, come non c'è persona di cultura, di tale cultura, che non finisca per essere un(a) cantastorie (o contastorie) ambulante e, ancora meglio, per istituirsi essa stessa come personaggio (o, oggi pare vada precisato, come personaggia) di una messa in scena. Il relativo premio in "visibilità" appunto spettacolare rende caso mai irrilevante che, nemmeno in conclusione, ma già sul principio del varietà, dietro le quinte abbia frattanto risuonato il canonico "Bambole, non c'è una lira!".
Poco importa allora se nelle testate delle gazzette (a loro modo, anch'esse ormai finite fuori gioco) manca l'accento (grave, per carità!) e si legge ancora la congiunzione. La filologia sa bene che lo scritto è conservatore dell'apparenza, tanto più se funzionalmente fa da etichetta. Lo scritto si adatta solo con fatica e con il tempo alla mobilità semiologica non solo del parlato (come è più evidente dal lato del significante), ma anche delle ideologie (come è più evidente dal lato del significato). 
"Cultura è Spettacolo" è d'altra parte un esemplare rapporto predicativo e, per contenuto e forma, si inserisce alla perfezione in una profezia. Quella che disse comunicativamente possibili e socio-politicamente molto efficaci formule come "War is Peace, Freedom is Slavery, Ignorance is Strenght". Né qui si è inconsapevoli che è ormai enorme il numero di copule del genere, tutte adatte a entrare in una lista che, giorno dopo giorno, si rivela sempre più bisognosa di integrazioni.

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