2 giugno 2015

Come cambiano le lingue (12): "Centrare"

"La vedete voi, Padre, Concetta ambasciatrice a Vienna o a Pietroburgo?" La testa di Padre Pirrone fu frastornata da questa domanda. "Ma che c'entra questo? Non capisco". 
Qui tratto, come esempio in forma finita, dal Gattopardo, entrarci, con il valore di 'avere attinenza con qualcosa', sta diventando centrare. Il mutamento si sta verificando in barba alla consolidata opposizione sistematica dell'italiano che vede le particelle, anche le cosiddette pleonastiche, precedere le forme verbali finite cui si appoggiano ma seguire le infinite: Me la squaglio, Me ne vado ma È meglio squagliarsela, andarsene; Ci ha messo del suo ma A metterci del proprio si rischia.
Parlando del mutamento in questione, Apollonio si serve di forme progressive e non perfettive solo perché resta ancora qualcuno, lui incluso, a fare (inutile) resistenza. 
Non verbatim (difficile conservare una tale memoria) ma in qualcosa che non differiva troppo da un "De Luca c'entra [o centra?] con... quanto posso centrare [o c'entrare?] io con..." si è prodotto iersera in TV un filosofo e intellettuale veneziano di primissimo piano, parlando di politica. E c'è da supporre l'abbia fatto non per compiacere ad arte, esprimendosi vulgariter, i suoi interlocutori e il suo pubblico ma per evidente e intima adesione alla vulgaritas.
A chi guarda all'espressione nel suo continuo farsi, che mai rinnega il sistema, la faccenda, per quanto minuscola, provvede qualche utile insegnamento. Viene alla luce, con essa, il ruolo che la più banale e corriva faccetta percettiva dell'espressione riesce a produrre sul mutamento lessicale, naturalmente con il concorso della consolidata presenza del vecchio e incolpevole centrare, 'fissare nel centro, colpire il centro' etc. In menti semplici, c'entro io, c'entri tu, c'entra lui, c'entriamo noi e così via hanno alla fine generato il mostro.
Di mutamento lessicale, al momento, si tratta. A coloro, filosofo incluso, per cui centrare vale già 'avere attinenza con qualcosa', c'è da supporre, non passa ancora per la testa di dire selasquagliare o cimettere. Forse già un po' senandare, teme Apollonio.
Con centrare, perciò, i giochi sembrano fatti. Con il nuovo valore, almeno nell'orale, centrare ha preso ormai dimora in un (presunto) piano nobile della lingua. E c'è un po' da stupirsi (non ancora da sistupire), perché stavolta l'innovazione, pochissimo sofisticata e, anzi, francamente elementare, deve essere nata proprio nei locali di servizio del palazzo della lingua, tra gente semplice, appunto, e, come si diceva un dì, illetterata. 
Non pare infatti nata nell'amministrazione della società, dove prospera quel demi-monde, fatto di persone pubbliche, a vario titolo da considerare come faccendieri e faccendiere della parola, di cui altre volte in questo diario si è detto, sul tema della lingua che cambia. 
A un certo momento, costoro si son fatti certamente araldi del centrare che avanza. Nulla di nuovo si produce infatti nella lingua che non passi tra chi cura con accanimento di conformarsi agli andazzi (come, forse malgrado le sue intenzioni, mostra d'essere quel filosofo veneziano). Ma stavolta ciò che è piaciuto loro e di cui stanno decretando il successo ha l'aria d'essersi inizialmente prodotto, come errore meritevole del blu, nell'espressione (eventualmente scritta) di un alunno di una scuola primaria o secondaria inferiore. E nemmeno del centro, vien fatto di dire. Della periferia urbana più marginale: "Centrare, io non centro mai".
Che i filologi del futuro (se la filologia avrà un futuro) ne conservino memoria.

1 giugno 2015

Vicus felicissimus




Che sfarzo, che lusso, che grandigia! Seduti dietro cospicue scrivanie dotate dell'indispensabile tecnologia, sono addirittura in quattro a premurarsi di dire ad Apollonio, grato e ammirato di tanta opulenza, che, come già sapeva, il libro che cerca c'è, in biblioteca. Non glielo si può però dare né in lettura né in prestito perché, da qualche tempo, ma certo ancora per poco, forse solo per qualche giorno, un ascensore non funziona.   

31 maggio 2015

Cronache dal demo di Colono (31): La tomba dell'amore

Delle norme che regolano socialmente i rapporti privati tra persone si fa tanto pubblica questione, di questi tempi, e Apollonio si dice felice delle evoluzioni che, in molti luoghi, le riguardano. 
Non può tuttavia fare a meno di pensare che se l'estensione della portata di una norma è un modo per fare eguali le persone, un modo altrettanto, se non più efficace è la sua abolizione, per tutti. 
Poi si riscuote e sorride della sua sciocca inclinazione all'utopia, ancora e inguaribilmente adolescenziale, che stride inoltre con la piatta banalità, venata di buffe velleità, della sua attuale permanenza in vita, in un'età abusiva e che non autorizzerebbe i sogni. 
Ma la voce interiore non tace e, con essa, ritorna l'idea che sarebbe bello un mondo in cui si fosse disposti, perché maturi, ad aderire spiritualmente, e senza privilegi per nessuno, all'intero spettro della diversità e non si dovesse fare ipocritamente i buoni, canonizzandone secondo gli andazzi qualche porzione.
Lo sa, però: quel mondo non è questo. Questo, fin qui, non ce l'ha fatta e, date le consolidate premesse, certamente non ce la può fare. E capita pure che sia meglio così. Meglio? Non gli chiedano di giurarci, i suoi due lettori.

29 maggio 2015

A frusto a frusto (94)




A un professore d'università - e si parla dunque di un tempo in cui la specie non s'era ancora estinta e non s'era ancora isterilita l'istituzione - si poteva perdonare tutto, tranne certi allievi.

27 maggio 2015

Trucioli di critica linguistica (18): "Podemos"

“The music hall, not poetry, is a criticism of life”, disse a suo fratello un precoce e presago James Joyce, sul principio del secolo scorso. E, si può aggiungere più di cento anni dopo, il music-hall infantile lo è più d'ogni altro per la vita di un'epoca, come la presente: rimbambita?
Correlazioni linguistiche a prima vista più stupefacenti che accidentali aiutano del resto a farsi un'idea, come sempre, di ciò che succede: "Podemos..." è emblema della temperie.





[Apollonio si scusa con i suoi due lettori per gli inserti pubblicitari che il suo scarso saper fare non è riuscito a eliminare.]

19 maggio 2015

A frusto a frusto (93)





Infine, bisogna che lo si riconosca (suoni ciò ad onore o a disdoro di una madre): è solo questione di buona creanza.

4 maggio 2015

A frusto a frusto (92)



Riuscire a passare per stupidi è prova di intelligenza ma con l'intelligenza, in questo, come in tutti gli altri casi, è meglio non esagerare.

18 aprile 2015

A frusto a frusto (91)


Poi viene il momento in cui intuisci, sorridendo, che puoi pure smettere di cercare, perché sono tutte regole, sovente arcignamente normative e solo qual più, qual meno malamente camuffata da eccezione.

15 aprile 2015

Linguistica da strapazzo (38): La lacuna e lo stracolmo

"Io sono innamorato della parola «lacuna»": si apre proprio così un libro recente il cui titolo suona Lacuna e il sottotitolo Saggio sul non detto. È stato segnalato come meritevole d'attenzione da chi se ne intende ad Apollonio, che lo sfoglia con interesse e desiderio di apprendere.  
Lacuna accorda dunque l'onore dell'esordio a un pronome personale: io. L'enfasi è accresciuta dalla circostanza che vede l'italiano accreditare un valore di marcatezza alla ricorrenza esplicita di un pronome personale con funzione di soggetto. Di norma e in un'espressione pacata, infatti, esso è taciuto.
Lacuna si apre insomma con ciò che avrebbe facilmente potuto non essere detto e invece lo è stato. Con ciò che non è nemmeno il contrario d'una lacuna ma la sua contraddizione: un riempimento in sospetto di eccesso che tracima per evidente assenza di un troppopieno, di uno scolmatore.
Un esordio del genere è forse illustrazione esemplare di un horror vacui a carattere selettivo e paradossale rispetto a quanto esso dichiara: ne sortisce l'immagine d'un amore per la lacuna che pratica lo stracolmo, di una verbosa dedizione al non detto.

9 aprile 2015

Nobiltà della filologia, miseria del filologo

Trascurando, come forse non si dovrebbe, la varietà antropologica e restando a ciò che un tempo era detta prospettiva eurocentrica (ormai diluitasi, se non ulteriormente degeneratasi, nella cosiddetta globale), va quantomeno osservato che solo con la filologia e solo da qualche secolo, storia ha preso il radicale valore di chiave d'interpretazione di una vicenda umana che ha, tra i suoi tratti caratterizzanti, un'incessante mutevolezza.
Altre ce ne furono, ce ne sono, ce ne saranno.
Eppure ci sono filologi (forse perché oggi sempre più sparuti campioni di una prospettiva sparente) che ne paiono inconsapevoli: né Apollonio, si badi bene, si chiama fuori del novero (naturalmente nelle fila dei meno valenti, per servirsi d'una eufemistica litote, e dei dubbiosi).
E, tra i filologi, ci sono linguisti che si dicono storici e che tutto sarebbero disposti a storicizzare, tranne se medesimi, i propri metodi e le proprie idee.
Credono, costoro, la loro specie, una volta apparsa sulla faccia della terra, destinata a restarvi per sempre. La credono fuori di quella storia che pure invocano come paradigma interpretativo di un incessante mutare. E fanno della loro disciplina una religione (e se non ci fosse altro modo di pensarla?).
La giudicano capace e si giudicano loro medesimi capaci di una parola valida come verità eterna. Non destinata quindi, con i principi e i metodi cui tale parola fa appello, a fare figura un giorno (forse non troppo lontano, forse già il presente) di comica fola.  

8 aprile 2015

Scherza coi santi... (7): Platone, all'orecchio di Dionisio

"In questo modo esposi a Dionisio tutto quello che allora gli dissi. Non gli spiegai tutto, né del resto Dionisio mi pregò di farlo, perché egli pretendeva di conoscere molte e le più alte dottrine e di averne una sufficiente padronanza per quello che aveva sentito dagli altri. Più tardi, così mi fu detto, egli stese anche uno scritto su ciò che aveva sentito da me, presentandolo però come un suo proprio trattato e non come frutto di quegli insegnamenti che aveva avuto da me; di questo però io non so niente. So invece che altri hanno scritto su questi argomenti, ma chi essi siano, neppur essi lo sanno...": nella traduzione di Antonio Carlini, è un passo della (intollerabile?) settima Lettera di Platone. Ma di Platone? Se ne è dubitato. Poi s'è smesso di dubitarne. Un giorno, magari, se ne dubiterà di nuovo.
Che importa, del resto? Vera è la cosa che dice. E racconta una storia che, fuori del tratto soggettivo (e intollerabile; o tollerabile solo perché il soggetto è forse Platone), è certamente già accaduta mille volte, perché accade ogni giorno e continuerà a farlo. C'è una parola e c'è un orecchio.
"Su ciò non esiste, né mai ci sarà, alcun mio trattato; perché questa disciplina non è assolutamente, come le altre, comunicabile, ma dopo molte discussioni su questi problemi e dopo una lunga convivenza, improvvisamente, come luce che si accende da una scintilla, essa nasce nell'anima e nutre ormai se stessa". 
La viva parola nella convivenza: relazione nella differenza, inattingibile allo scritto. Ancora meno all'ufficiale, a quello che porta sulla copertina un titolo e un nome proprio, che è sovente la sola cosa propria che può vantare chi l'ha steso. E si gloria, in realtà, solo d'una trascrizione ad orecchio.
Ciò che dice la settima Lettera è autentico, insomma: come parola, è vera. Che, in quanto parola vera, sia del Platone autentico serve eventualmente a far sì che essa non paia, come è, una verità socialmente intollerabile: oggi, ancora più di ieri. Per il resto, è irrilevante.

29 marzo 2015

Come cambiano le lingue (11): "Il più integerrimo"

Non da oggi "il più integerrimo" è in circolo, sulla scia del già ben ambientato "il più acerrimo". 
Una settimana fa, come un lampo, il primo è comparso sulla bocca di un popolare giornalista e commentatore televisivo. Si è espresso così nel corso di una trasmissione di una rete italiana pubblica nel cui bacino di utenza d'elezione prosperano attenti censori degli usi linguistici che si allontanerebbero dalla buona norma. 
Nei giorni che son seguiti, in proposito, il sismografo delle reti sociali cui Apollonio accede, che per fatti comparabili in altre occasioni segnala grandi movimenti (con commenti irridenti o vibranti indignazioni), non ha però registrato la minima scossa. Nemmeno un post. Nessuna matita rossa e blu in azione. Ideologi del buon italiano e accademici di complemento hanno taciuto.
I loro strumenti di rilevamento sono evidentemente tarati soprattutto sul congiuntivo e sul piuttosto che. O, quando cantano certe sirene, tra "i più integerrimi" cultori della correttezza grammaticale e "i più acerrimi" nemici degli errori (altrui) si sonnecchia (o si finge di farlo?). 
Quanto a "il più acerrimo" e "il più integerrimo", del resto, le grammatiche si sono già pronunciate da un po' per il fatto compiuto e l'opacità della forma superlativa, regolarmente invocata, ha fatto il resto.
Qui, come al solito, non si verserà una lacrima né si menerà scandalo. La lingua del sì non è irrimediabilmente sfigurata da simili inezie; esse non invitano a intonare un mesto deprofundis né a sperare, alternativamente, che l'angelo custode del miserrimo lo renda, nell'occasione, "più miserrimo", mutandosi in angelo vendicatore.
È interessante osservare però che non c'è norma che non vada a gambe levate quando chi s'esprime non percepisce più il valore funzionale di una forma e ciò accade abitualmente quando tale forma si allontana dagli schemi di ciò che è vivo e produttivo: l'andazzo, insomma, tollera le eccezioni ma solo fino al momento in cui non comincia ad averne abbastanza (forse anche per questo il buon Barthes se ne uscì con la famosa sparata di una lingua ineluttabilmente "fascista").
È beatamente ignaro, l'andazzo, del fatto che lingua e vita sono del resto fatte così e continuano a produrre eccezioni. Ne elimini una, fastidiosa, e un'altra, imprevista, ti appare poco più in là, magari più fastidiosa: "Non si comprende come dalla pianura / spunti alcunché. / Non si comprende come dalla buona ventura / esca la mala. / Tutto era liscio lucente emulsionato / d'infinitudine / e ora c'è l'intrudente il bugno la scintilla dall'incudine. / Bisognerà lavorare di spugna su quanto escresce, / schiacciare in tempo le pustole di ciò che non si appiana. / È una meta lontana ma provarcisi / un debito.", scrisse un ironico poeta.
Come della vita, così della lingua, infatti, nessuno ha il controllo totale, neanche chi cavalca o crede di cavalcare i loro andazzi. Ci si figuri chi, meschinello o meschinella, passa il suo tempo a fare segni con una matita rossa e blu, guidato da qualche grammatichetta normativa e quindi, talvolta, provando a preservare eccezioni, talaltra, a annichilirle.
Il criterio che ha ormai aperto la porta a "il più integerrimo", si chiede allora Apollonio quando legge certe geremiadi, non varrà talvolta anche per ciò che solleva invece crudi sdegni? E invece di sdegnarsi (che pare faccia tanto fine ed è invece, a ben vedere, un'attitudine volgare, soprattutto quando diventa "sociale", cioè un andazzo), non sarebbe forse meglio, quanto a ciò che accade, chiedersi non solo come mai o perché (ciò che fanno i curiosi antipatici) ma (come fanno i curiosi simpatici) anche e soprattutto come accade?
Integerrimo non suona più come superlativo neanche alle orecchie di chi scrive nei migliori quotidiani e conciona in trasmissioni di culto. Non resta che farsene una ragione: come di parecchio altro.
Poi, certamente, nella propria vita privata (e nella pubblica che, visto che c'è da esprimersi, in qualche modo ne discende), chi vuole può, con discrezione, tenersi cari i suoi superlativi e non cedere, fin dove riesce, alle (più?) zuccherosissime tentazioni della corrività. Magari, però, non solo alle futilmente formali.

28 marzo 2015

Sommessi commenti sul Moderno (16): Europa, a dì 24 marzo 2015...

Comunque fosse andata, quella scoscesa sciara nera di lava erosa e antica dove tutto giacque sbriciolato per esservisi schiantato a una velocità oltraggiosa della fralezza umana divenne immagine esemplare.
Per chi, modicamente consapevole della storia, volle intenderla, essa fu l'emblema del destino che - tabe ripercossa ma tutt'altro che debellata - lo spirito nichilista, al tempo stesso lucido e stupido, di una moderna identità culturale europea continuava a proporre a se stesso. 
Non un destino solitario, però. Un destino collettivo da compiere una volta che quello spirito, con la violenza o con l'inganno, si fosse fatto guida totalitaria di una folla di innocenti, macchiati ai suoi occhi dalla più grande delle colpe: quella di volere continuare a vivere, con la loro intelligenza umanamente ignara.
La colpa insomma di non condividere il cupio dissolvi che, nel momento stesso in cui, disfatte le differenze, tutto s'era fatto equivalente a nulla, si era prospettato come il solo desiderio ormai concepibile allo spirito nichilista di un'identità culturale europea tanto spaventosamente lucida quanto ridicolmente stupida.

27 marzo 2015

Come cambiano le lingue (10): "Alternativa" alla Crusca

"L'italiano corrente ha a disposizione per indicare il giorno prima di ieri... ben tre diverse alternative": risponde così qualche tempo fa la Crusca a una "lettrice di Belluno". Apollonio casca oggi per caso sulla pagina. E, vecchio e torpido (se non ormai arteriosclerotico), esclama nel suo foro interiore: "Questa è bella! Dunque, una scelta tra sei forme". 
Poi si riprende (per quanto può) e capisce che, come gli dice il povero italiano che imparò sui banchi e davanti la TV bacchettona del tempo che fu, le forme di cui parla la Crusca son solo tre e che, rispondendo alla lettrice di Belluno, la nobile Accademia si serve evidentemente di alternativa secondo un andazzo in voga già da un po'. 
L'andazzo vuole infatti che alternativa non designi tanto (o più) ciò che con essa intesero Machiavelli, Baretti e Cattaneo ma ciò che con essa intese il buon Giorgio Faletti, che questo diario, or sono quasi due lustri, a questo medesimo proposito menzionò in un frustolo. 
Nel 2006, s'era, con il simpatico e compianto autore, sulla prima pagina del supplemento culturale settimanale del quotidiano della Confindustria. Ad Apollonio parve già tanto, come testimonianza dello sviluppo e del livello raggiunto dall'alternativa montante.
Quattro anni dopo, come si vede, la nuova alternativa è attestata già al top ed è la voce autentica di chi, quanto alla lingua del sì, "il più bel fior ne coglie" a sanzionare implicitamente lo scivolamento. Da non considerare più di conseguenza come rovinoso scivolone (così dicevano fosse, ancora sul finire del secolo scorso, illustri maestri di lingua).
Apollonio prende atto, come del resto hanno già fatto le opere lessicografiche: alcune, le tradizionaliste, con cautela; altre sposando la causa con apparente entusiasmo, come un dizionario che, nel titolo medesimo, si definisce appunto dell'andazzo, perché ideologicamente disposto alla fede che, l'andazzo, lo si possa e lo si debba governare (o che, almeno, bisogna dire e lasciar credere di farlo). 
Confessa Apollonio però che, irriducibile, stavolta proverà a resistere. Opponendo la vecchia alternativa alla nuova, tenterà, ma solo per se stesso e futilmente, di tenere in vita un'alternativa.

23 marzo 2015

Lingua nel pallone (7): "Fare a sportellate"

Dal resoconto giornalistico di una partita giocata ieri: "Mancini inserisce Palacio, mentre Icardi fa a sportellate". Da alcuni anni, le attestazioni della locuzione nelle cronache calcistiche sono frequenti: Apollonio non saprebbe precisare con esattezza la data del suo esordio né l'auctor cui va attribuita, ma è ragionevolmente certo che si tratti di novità da collocare intorno al cambio di secolo, con ricorrenze crescenti e percettivamente rilevanti solo negli ultimi anni. 
Esemplata sul modello, produttivo, del fare a botte della lingua comune, fare a sportellate viene dalle cronache sportive automobilistiche, dove non ha valore metaforico: "«Nel campionato italiano la sportellata è ormai sistematica» osserva Pianta. «Dopo ogni gara dobbiamo sostituire i parafanghi e le porte anteriori a tutte le nostre macchine»". L'esempio, da un fascicolo della rivista Quattroruote del 1993, è l'unico che correda la relativa voce del Battaglia, che chiosa: "Urto con la portiera o con la fiancata di un'automobile in una competizione". Sempre un valore figurato, dunque, ma metonimico e non metaforico: da Pindaro in giù, non c'è resoconto di evento sportivo che non abbia natura intrinsecamente (e necessariamente) poetica.
Trasferita in ambiente calcistico (passando per il rugby?) con accentuata funzione poetica e codificatasi come metafora, ma ancora priva di registrazione lessicografica (se Apollonio non si sbaglia), la locuzione vale per una pratica di gioco, come si dice, maschia, in cui ci si contende il controllo del pallone non con la tecnica e in un confronto faccia a faccia ma, nella corsa affiancata, spingendo e spostando l'avversario soprattutto con spallate (ecco il facile innesco della metafora), o, in serrati corpo a corpo, provando ad abbatterne la resistenza con forza e impeto, senza per questo commettere falli di gioco.  
Si applica nel caso di giocatori particolarmente dotati sotto il profilo fisico: con difficoltà, per esempio, potrebbe essere proferita a proposito di Sebastian Giovinco, "la formica atomica". 
La locuzione è poi soggetta ad altre restrizioni d'uso che meritano forse ancora qualche cenno. Con sintassi assoluta, a sportellate fa infatti, di norma, un attaccante. Naturalmente fa a sportellate coi difensori della squadra avversaria, ma costoro non solo non accedono abitualmente alla funzione di soggetto della locuzione ma non sono nemmeno menzionati. Come nell'esempio d'esordio, insomma, Icardi e non, poniamo, Ranocchia fa assolutamente a sportellate. 
Un difensore può accedere alla funzione di soggetto. Lo fa però regolarmente in compagnia di un attaccante ("Bonucci fa a sportellate con Borriello": sempre a proposito di una partita giocata ieri) e in tal caso la locuzione può presentarsi, anche superficialmente, come simmetrica: Bonucci e Borriello hanno fatto a sportellate.
Apollonio tende a escludere che la metafora sia un indizio della progressiva ideologizzazione del gioco come procedura meccanica messa in atto da calciatori che funzionano come macchine. Vi vede al contrario una sorta di nostalgico residuo ideologico di un tempo che fu, come è sovente il caso dell'espressione poetica: da Omero in giù. 
Le macchine conseguenti col tempo presente non sono le automobili. L'automobile sa di Moderno maturo (cioè di un'epoca tramontata) e, pare ad Apollonio, la metafora fare a sportellate (che la contiene) la proietta, nel caso del gioco del calcio, verso l'immagine di una corazza guerriera, di uno scudo più che verso quella di un cieco automatismo macchinico.
Se sopra un prato verde e inseguendo un pallone qualcuno fa a sportellate, per gustoso e poetico bisticcio, è allora a tutti gli effetti un essere umano, che ovviamente ha solo per metafora sportelli con cui fare a sportellate.
Insomma, fare a sportellate dice di un uomo, si può forse azzardare fin qui e per così poco. Aiace Telamonio?

[Quasi un mese dopo, per una simpatica conferma: "...ma non è successo niente, solo cozzare di armature...", in una radiocronaca.]

17 marzo 2015

Lingua nostra (7): "Fare l'attore"


Pochi secondi tratti da un'intervista del Corriere della Sera a Bud Spencer. Con ciò che dice (nelle sue battute, "lui" è ovviamente Terence Hill-Mario Girotti), il vecchietto amabile (e italianissimo, per garbo nei modi e cultura imbevuta di sardonico possibilismo) illustra senza fronzoli come, nella lingua del sì, dietro la locuzione fare l'attore, adeguata a parlare d'una professione, di un mestiere (e perciò comparabile all'infinita serie delle sorelle: fare l'infermiere, l'avvocato, la violinista, la dirigente d'azienda, lo spazzino, il manovale, l'interaction designer e così via), si nasconda una locuzione identica quanto a forma ma funzionalmente differente. 
Mirabile risorsa espressiva in virtù della quale, agli Italiani (e all'ironico Carlo Pedersoli) è possibile dire o lasciare intendere che 'tra coloro che, per professione, fanno gli attori, ci sono quelli che sono attori e quelli che fanno gli attori'.
Succede esattamente la stessa cosa per ogni altro mestiere. Per esempio, Apollonio, come sanno e sopportano con compassionevole amorevolezza i suoi cinque lettori, fa il linguista. 

16 marzo 2015

Mugello e Castello




Or sono quasi cinquanta anni, la lettura della parola dissidente di don Lorenzo Milani fu, per Apollonio, tra gli stimoli di una scapestrata formazione intellettuale da autodidatta. Vede oggi tale parola vittima di maldestri tentativi di "appropriazione indebita". E la vede difesa, opportunamente difesa da un accademico della Crusca.

15 marzo 2015

Scherza coi santi... (6): François-Marie, Erich e Leo

Con garbo delizioso, nel cuore violento del violentissimo Novecento, Spitzer e Auerbach furono capaci di fare torneo d'una lettera, breve e superlativamente deliziosa, che il vecchio Voltaire aveva indirizzato a Madame Susanne Necker sul limitare dell'estate del 1770, da Ferney:

À Madame Necker
Quand les gens de mon village ont vu Pigalle déployer quelques instruments de son art: Tiens, tiens, disaient-ils, on va le disséquer; ce sera drôle. C'est ainsi, madame, vous le savez, que tout spectacle amuse les hommes; on va également aux marionnettes, au feu de la Saint-Jean, à l'Opéra-Comique, à la grand'messe, à un enterrement. Ma statue fera sourire quelques philosophes, et renfrognera les sourcils éprouvés de quelque coquin d'hypocrite ou de quelque polisson de folliculaire: vanité des vanités!
Mais tout n'est pas vanité; ma tendre reconnaissance pour mes amis et surtout pour vous, madame, n'est pas vanité.
Mille tendres obéissances à M. Necker.

Nel 1931, a Colonia, di questa lettera aveva fatto oggetto di attenzione il Viennese: una prospettiva stilistica capace, in proposito, di calibrate sottigliezze analitiche. Tre lustri più tardi, da Istanbul (dove era frattanto opportunamente riparato), il Berlinese riprende il quadro composto dal collega. Vi aggiunge un'ipotesi alla luce della quale lo scritto del Parigino appare ancora più ironicamente leggero. 
Trascorrono due anni e, da Baltimora (vi era tempestivamente giunto una dozzina d'anni prima, passando anche lui per Istanbul, ma brevemente), Spitzer reagisce alla pennellata di Auerbach (frattanto trasferitosi in Pennsylvania), dicendo che, in proposito, lo "ha portato a nuove conclusioni".
Apollonio non prova a riassumere i termini della cavalleresca partita tra i due filologi. A chi lo desidera, dei suoi cinque lettori, il piacere di apprenderli dalle loro voci, integri e non maldestramente riferiti. Ed è d'altra parte la lettera di Voltaire, anche per Apollonio, a esercitare infine un fascino maliardo. A margine delle argomentazioni piene di gusto e di dottrina di Spitzer e di Auerbach, che non priverebbe d'un accento e cui non aggiungerebbe una virgola, ecco allora, come da uno scoliaste, un'annotazione a rischio di dissonanza.
"C'est ainsi, madame, vous le savez, que tout spectacle amuse les hommes...": meno d'un quarto di secolo ancora dal momento in cui queste parole s'erano formate sotto la penna di Voltaire e l'acuta, leggera, sorridente sortita sarebbe stata verificata su larga scala, in molte piazze proprio della sua Parigi. 
Non le marionette né l'Opéra-Comique ma lo spettacolo della ghigliottina: a suo modo, un funerale iterato ad libitum o, ancor meglio, la grand'messe del Moderno, che richiamava, come fedeli, enormi folle. Insomma, la messa in scena fondativa e rappresentativa di un'epoca intera, anche (forse soprattutto) quanto al pubblico: fuori di ogni specificazione di genere, "tricoteuses".
E il pubblico che accorre a ogni spettacolo provvistogli da una civiltà che, d'ogni cosa, non sa fare altro che spettacolo è stato da allora spiritualmente composto nel modo che forse neppure il Voltaire gustosamente e fisicamente puntuto (oltre che ormai pronto a lasciare il mondo alle sue vanità) fu capace d'immaginare .
Tanto che, oggi, passati più di tre secoli dal suo pronunciamento, anche i nemici e gli oppositori più radicali dello spirito di un Voltaire e della civiltà paradossale che se ne è a tratti nutrita (nemici presunti, in realtà, o forse solo sedicenti) mettono in opera ferocia e stupidità soprattutto per un pubblico, come pure rappresentazioni. 
Immancabilmente, il pubblico accorre numeroso allo spettacolo. E anche se dice, scalmanato e inorridito, di non approvarlo, evidentemente ne è divertito e lo condivide.  
   

13 marzo 2015

Vocabol'aria (15): "Manager"

È un prestito dall'inglese ma di rimbalzo. In inglese, alla famiglia di parole cui manager appartiene si assegna infatti un'opportuna relazione con l'italiano. Al fondo, c'è ovviamente ciò che c'è alla base di mano e, tra i parenti prossimi di manager, si contano maneggiare, maneggio e maneggione.
Da decenni stabilmente insediata nella lingua del sì, manager è parola il cui uso attraversa periodicamente fasi parossistiche: per un àmbito importante della società italiana, una fase parossistica del ricorrere di manager è certamente (o si avvia a essere) la pressantemente presente, come si sa.
Come parola, manager interpreta peraltro alla perfezione una tendenza caratteristica della modernità putrefatta: nella prassi di qualsivoglia attività, il trasferimento del potere di orientamento e di decisione da chi è impegnato direttamente nel fare a chi amministra tale fare (o pretende di amministrarlo) sulla base di competenze di gestione non meglio precisate (e del resto, imprecisabili).
Come tratto socio-antropologico, tale tendenza, nel fondo burocratica al più alto grado, fa parte di un generale quadro di piccolo-borghesizzazione ideologica e di proletarizzazione economica della corrente civiltà, ambedue indizi della sua natura sostanzialmente totalitaria. Se Birkenau fosse oggi, insomma, per ogni sua baracca, non di Kapo si parlerebbe, ma di manager.
Culturalmente, la tendenza individua invece l'attitudine all'elusione delle concretezze problematiche dell'operare umano. La soluzione di queste ultime s'immagina ottenuta per semplice proiezione sul livello, che si presume superiore, di un'astratta capacità della loro gestione. 
Del resto, l'attitudine può avere realizzazioni iterate ad libitum: la gestione di un'attività può essere attribuita a un(a) manager, la gestione dell'attività del(la) quale può essere attribuita a un(a) manager e così via. Una volta messo in moto il meccanismo, è praticamente certo che chiunque finisca per trovarsi tra gli amministrati da un(a) manager, senza peraltro si dia la possibilità di risalire per tale via in modo determinato al(la) Grande Manager: come già prefiguravano gli incubi della modernità matura, lo schema che ne sortisce è infatti labirintico e manager, eventualmente solo di se stesso/a, per contagio finisce per divenire - nel progetto - ogni essere umano.
Rinunciando intelligentemente, com'è noto, all'amministrazione del creato, il buon Dio (e ci si scusa per la formulazione: allo stato, difficile servirsi di una più corretta politicamente) ha infatti tenuto per sé solo la basica funzione di creatore. Manager è allora designazione d'una figura e d'una funzione che non si sbaglia a definire come "umana, troppo umana".
Moralmente, di conseguenza e per concludere, tra i tipi umani, il modello cui la parola manager è funzionale favorisce al massimo grado e in maniera ineluttabile l'emergere sociale di maneggioni/e d'ogni fatta (e, nel caso di management riflessivo, l'emergere in ciascuno/a degli aspetti più ignobili della propria personalità).
In questo senso, grazie alla sopra menzionata correlazione etimologica, per chi sa penetrare la parola manager, il suo largo uso e il suo diffondersi nell'espressione del momento restituiscono come sempre il processo socio-antropologico, economico, culturale e morale alla crudezza, infine solo comica e meschinella, della sua lampante, universale verità umana. 

11 marzo 2015

Le occasioni di ridere... (2)

non vanno mai sprecate. Basta seguire questo link per trovarne a bizzeffe in un post che gode, in questi giorni, di meritata diffusione virale e di amplificazione in qualificati organi di stampa.  
Tra sortite ruffianesche, spaccio di ovvietà, affettazione di buoni sentimenti e di migliori intenzioni, gustosissime paiono ad Apollonio, in particolare, due storielle di stoffa artatamente quantitativa e a supporto delle quali è invocata l'immancabile garanzia dei soliti, solidi studi scientifici:
- il cervello adolescente s'accende solo dopo le dieci del mattino;
- il totale della conoscenza umana, di questi tempi, raddoppia ogni dodici mesi.
Certezze confezionate e pronte a essere riproposte, assicurando al(la) reseller di fare ottima figura, in occasioni disparate: consigli di istituto e dei ministri, salotti amicali e interventi congressuali, dibattiti televisivi e "apericene", relazioni programmatiche e consuntive, tweets, eNews e così via.

Qualche ora dopo: Apollonio facile profeta; l'onda ha raggiunto media e reti sociali della lingua del sì. Il pensoso, accorato entusiasmo è generale. Nessun "Ma mi faccia il piacere...". Tra i segni non equivocabili dello sbiadimento di un'identità culturale.

3 marzo 2015

Scherza coi santi... (5): Robert





Non si dà pensiero significativo che la stupidità non sappia piegare ai suoi scopi, scrisse Robert, come si sa. E c'è il fondato sospetto che, con un sorriso beffardo, l'abbia fatto sicuro che, citandolo, i posteri avrebbero dato a iosa prove lampanti della sua feroce veridicità.

Lingua nel pallone (6): "Sassata"

Stavolta la faccenda è seria. 
La sassata specialistica della lingua nel pallone ha già la sua bella registrazione lessicografica. Alla voce, il Grande dizionario della lingua italiana di Salvatore Battaglia dice: "Nel gioco del calcio, tiro molto violento". E documenta: "G. Acampora [«Corriere dello Sport-Stadio», 6-VI-1983], 10:  Biondi... ricacciava sulla linea di porta una 'sassata' del bravo Pin dalla distanza".
Le virgolette tradiscono il valore figurato che l'espressione ebbe nella coscienza linguistica del giornalista (peraltro assente nell'Indice degli autori citati) ma non di questo qui si tratta. Sassata continua certamente a essere percepito ancora oggi come traslato. Che il pallone non sia un sasso e che ciò che si vuol dire, con sassata, è che esso è lanciato da chi lo colpisce come se fosse un sasso è chiaro a tutti.
È solo la violenza a qualificare però un tiro del pallone come una sassata? Apollonio non ne è convinto. L'ha detto che, stavolta, la faccenda è seria e cosa c'è di più temerario di resistere a un dizionario? 
Negli usi che ad Apollonio è però capitato di registrare (uno, recente, a commento del gesto atletico illustrato qui sopra), tratto caratterizzante, se non pertinente, delle sassate, con la violenza - e, deve dirlo, più della violenza - gli è parso anzitutto la distanza. Del resto, con l'ovvia intenzione di nuocere, un sasso, non lo si scaglia da vicino. E, in questione, per ottenere l'effetto desiderato, non è tanto l'energia, quanto l'abilità balistica.
Se chi calcia il pallone sta, si ponga, all'interno dell'area di rigore (peggio, nei dintorni dell'area di porta), potrà mettere tutta la violenza che vuole, nel suo tiro. Chi commenta l'azione difficilmente parlerà in tal caso d'una sassata. O almeno, così ad Apollonio pare di potere affermare sul fondamento della sua più che cinquantennale esperienza di ascoltatore di radiocronache.  
Sono sassate, invece, i tiri, non necessariamente violentissimi, piuttosto, inopinati e improvvisi, scagliati da una distanza approssimativamente di venticinque metri; tali da richiedere cioè buona mira e rapida capacità di calcolo dei diversi fattori che incidono sul moto del proietto. E la pur sola documentazione fornita dal Battaglia, in proposito, è lampante: "...dalla distanza". Senza qualificazione, senza quantificazione, nella lingua del pallone, "dalla distanza" vale appunto quei venticinque metri approssimativi di cui si diceva.
È altresì vero - e ad Apollonio lo fa notare un giovane sodale sollecitato in proposito di un giudizio - che c'è anche un modo di calciare un rigore come una sassata: un tiro teso e volto non ad ingannare il portiere ma a sbalordirlo con la sua violenza. 
Si tratta tuttavia di una situazione speciale. Nel corso del normale svolgimento del gioco, Apollonio direbbe che sassata, traslato non ancora sulla via dello sbiadimento, si associ, più che alla semplice violenza nel tiro del pallone, a una combinazione di tratti semantici. Quelli qui evocati: nell'ordine, distanza dalla porta, veemenza e accortezza dell'atto, sua imprevedibilità.
La faccenda è seria, però. E, in proposito, l'attitudine di questo frustolo è ancor meno apodittica del solito. Ai cinque lettori di Apollonio, con il loro ponderato giudizio, il compito di argomentare e, eventualmente, di dirimere la delicata quaestio.

2 marzo 2015

Intolleranze (8): Monitoraggio

Monitoraggio, Apollonio ha l'età per poter dire di averla vista crescere, come parola. Con raccapriccio, per gusto suo. Lo si perdoni. Intolleranze, appunto.
Sul principio, la si sentiva circolare, monitoraggio, per gli ospedali o in fabbrica. Sapeva di formaldeide o puzzava di oli combustibili. Lingua speciale, da medici o da ingegneri che si volevano o dovevano dare un tono, con un forestierismo sottotraccia. 
Ma si vuol mettere la tecnologia? È tutto là: i valori della pressione del degente o il flusso di produzione della catena di montaggio. Tutto là, sul monitor, che, in virtù d'un appropriato programma di controllo, se qualcosa non va come dovrebbe, mette in guardia, avvisa: "Bip... bip... bip...".
Col suo nome strano ma di ritorno (quasi un parente vissuto a lungo all'estero), l'apparecchio (e il suo semplice sistema) aveva fatto la sua comparsa anche in contesti diversi: studi televisivi, aeroporti e stazioni ferroviarie. 
Fu però il suo dilagare in prassi professionali e sociali connesse con la sorveglianza, in istituzioni repressive (ospedale, carcere, fabbrica) che un archeologo della moderna civiltà occidentale pose sotto l'etichetta di Surveiller et punir, a essere decisivo per il successo linguistico (e quindi ideologico). 
L'ideologia della sorveglianza, non quella della comunicazione o dell'informazione, aprì infatti la porta alla famiglia lessicale dei derivati di monitor: monitoraggio, appunto, monitorizzare, scarsamente fortunato, e monitorare: un verbo formalmente imbarazzante per i parlanti, quest'ultimo, ancora fino a qualche tempo fa, in funzione di modi, tempi e persone.
Adesso monitoraggio ha il suo posto nei salotti dell'espressione italiana che si dicono buoni, anzi, ottimi. Non puzza più. O, forse, i nasi si sono accostumati al suo puzzo e lo trovano un olezzo. Non così quello di Apollonio, cui appunto fa un effetto urticante.
E non importa a nessuno che, sotto sotto, come parola, la si potrebbe persino tenere per pericolosa esponente della quinta colonna che diffonde nell'idioma di Dante la peste anglica. 
Come a nessuno importa - e la cosa è ben più grave - che, come parola, pare l'emblema di un'epoca decrepita che, nel delirio di una insonnia morbosa e inquieta, brama di tenere tutto sotto sorveglianza e, col pretesto, sta seppellendo ogni libertà sotto la montagna delle sue paure. La punizione che infligge a se stessa è, appunto, la sorveglianza: la coazione al monitoraggio continuo e di tutto.
Nella lingua di chi cavalca l'andazzo (linguistico), per via di figura (ché di metafora si può a buon diritto parlare e di metafora avviata allo stato di catacresi: abuso, appunto), tutto è monitorato infatti, tutto è già o deve diventare oggetto di monitoraggio: il corso dei torrenti, la produzione dei ricercatori, l'uso del contante e quello delle parolacce, la frequentazione di musei o di aree urbane equivoche, la tendenza all'obesità, l'incidenza dei fenomeni di discriminazione di genere negli asili nido, l'ingresso di estranei nelle aree di pertinenza condominiale, il sonno del pupo e così via.
E non c'è fattaccio o fatterello pubblico che con la sua evenienza non determini, nei responsabili o in coloro che si candidano come "esperti" e pronti per la conseguente istituenda "commissione", la decisione di mettere all'opera, anzi, di "porre in essere un attento monitoraggio a 360 gradi delle criticità".

[Capitasse, sul tema (che lo merita), un quasi già qui composto "sommesso commento sul Moderno", a venire.]

21 febbraio 2015

Sommessi commenti sul Moderno (15): Il diletto del pensiero e la valutazione di Minosse

Il pensiero viene da secoli di professionalizzazione crescente (pur se, talvolta, solo presunta: ma è l'apparenza che in proposito conta).
Philosophes, accademie, stampa, intellettuali (organici e critici), editoria, università, centri di ricerca, think tanks, fondazioni, scuole di eccellenza, e adesso, classifiche, graduatorie, quêtes spasmodiche d'improbabili finanziamenti per ancora più improbabili cacce a fumose pietre filosofali che, col pretesto della scarsità delle risorse, vellicano vanità di gente che, prendendosi molto sul serio (è il pericolo maggiore di chi pensa per lavoro - o dice di farlo), passa con facilità e massima soddisfazione da aule e laboratori (evidentemente mal tollerati, come ambienti) al ruolo di funzionario in panels, comitati e cricche comparabili: comiche repliche, insomma, di quel Minòs che "essamina le colpe ne l'entrata; / giudica e manda secondo ch'avvinghia". Un giro di coda, serie A; B, due giri; tre, C e così via.
Non c'è trovata del Moderno che non si sia del resto progressivamente trasformata in un inferno. Così è appunto accaduto anche alla professionalizzazione del pensiero: povera, illusa, candida anima del buon Wilhelm von Humboldt! In fondo, un dilettante. 
E al fondo di questo inferno, sotto i gironi dei professionisti del pensiero, ci sono appunto i gironi dei dilettanti. Apollonio li frequenta da sempre e, nei limiti delle sue forze, intende continuare. Li consiglia: ci si incontra, tra gli altri, il nominato, appunto. E non solo. E val la pena. 
Si soffre, sì, qualche disagio e c'è sempre qualche diavolaccio arruffone da scansare ma nulla a paragone di quelli che circolano tra i professionisti. E poi, si vuol mettere? Tra i dilettanti, col pensiero, ci si diletta. E il diletto del pensiero, come quello della natura e di molte altre cose evidenti, è ciò che la deriva del Moderno verso uno stato di putrefazione mette in pericolo ogni giorno di più.


Linguistica da strapazzo (36): Sineddoche, pertinenza, senso della misura

Il fatto è esecrabile. 
Il sistema economico dell'intrattenimento di masse di sfaccendati ha tuttavia un fondamentale pretesto: tenerli informati. Tenerli sfaccendati, cioè, ma senza un attimo spiritualmente libero. 
Esso vive allora di partite di pallone: qualcuna ha il gran merito d'essere divertente. Vive però (e forse di più) anche di ciò che accade intorno alle partite di pallone e quasi mai è divertente. Naturalmente, ciò che non è divertente si vende molto meglio di ciò che lo è. E poi, d'una partita di pallone, difficile si parli ancora il giorno dopo. Un fatto esecrabile è invece una piccola rendita. C'è materia per allargarsi: costume, politica, morale e altra varia umanità.
Nel fatto esecrabile, come s'è largamente visto, il sistema dell'intrattenimento di masse di sfaccendati ci ha allora inzuppato il suo pane. E pare deciso a insistere per un po'. Finché rende, perché no?
Chissà quanto inzupparci il pane sia attitudine responsabile, però. Si vivono tempi stupidini. Godere d'un quarto d'ora di notorietà per una propria impresa è quanto desidera tradizionalmente il vandalo da museo. Con un botto mediatico del genere, legato inoltre a un evento sportivo, probabile la pulsione si insinui al di là della cerchia ristretta dei frequentatori di istituzioni culturali e ispiri atti comparabili a habitués, peraltro più ingenui, di curve Sud. Sarebbe un guaio, ma non per il sistema economico dell'intrattenimento di masse di sfaccendati, che avrebbe modo di inzupparci nuovamente il suo pane.
Questi però son discorsi seri (e, tratti fino in fondo, portano a riflessioni serissime). Apollonio se ne ritrae immediatamente e chiede scusa ai suoi cinque lettori: non è roba per lui; per trattarne, bisogna avere la taglia appropriata; a scriverne, lui, rischia di farci la fine della rana della celebre storiella di Fedro. Insomma, serve senso della misura.
Il fatto è esecrabile, allora; il sistema economico dell'intrattenimento di masse di sfaccendati ne ha fatto occasione d'una sua bella e redditizia produzione; ciò che qui preme sono però tipiche questioni da linguista da strapazzo. Di taglia (e di taglio) del resto si tratta.
Tanti anni fa, ricorda Apollonio, una cara amica lo divertiva, istruendolo: L'esercito svizzero ha invaso il Canada, osservava (l'esempio non era in italiano, ma la faccenda è irrilevante), sarebbe descrizione ineccepibile del relativo evento anche nel caso in cui le bandiere rossocrociate avessero appena varcato l'immaginario confine tra i due stati. E, quindi, del Canada, la parte effettivamente invasa potesse dirsi se non irrisoria, certo non preponderante. 
In questi giorni, la cronaca permetterebbe di trovare esempi meno irrealistici: proporre un esperimento linguistico di pensiero ha tuttavia come buona norma che si evitino le interferenze e i temi caldi non sono in proposito i più acconci: donde una qualche insipidezza della lingua che circola negli studi grammaticali (e non, come pensano i maligni, perché i linguisti hanno poco cervello e ancor meno fantasia). 
Sul tema di questo "tutto" per "la parte", del resto, l'amica di Apollonio scrisse poi con acume, determinando anche un amico comune, e altrettanto caro, a farlo dietro il suo indirizzo.
Come sempre quando si tratta di lingua (e se ne tratta bene), l'esperienza è disponibile a chiunque e senza bisogno di ricorrere a temi bellici. 
L'espressione Migliaccio tocca duramente Pirlo, si ponga, sarà certamente capitato d'udirla (e di trovarla perfetta) quando i tacchetti dello scarpino del giocatore dell'Atalanta hanno aderito con una certa rudezza alla caviglia (e solo alla caviglia, destra o sinistra) dello juventino. 
E, un tempo a un adolescente bastava aver posto la sua mano sulla mano o, ancor di più, sul ginocchio d'una Maria per vederlo ritirarsi in estasi: Maria... t'ho toccata...
Ecco. Tutto lì, e si lascino pure da parte le parolone adoperate nel titolo di questo frustolo, per dargli un tono: sineddoche e pertinenza. 
Tuttò lì, però: sineddoche e pertinenza. E l'importante è averne un po' di consapevolezza. È, per accidentale campione, la naturale retorica della lingua, se retorica la si vuole ancora chiamare. Questa vecchia designazione, come grammatica, si porta dietro infatti tante di quelle inestirpabili implicazioni che l'uso naturale ne risulta forse impossibile.
Con qualsiasi nome la si chiami, per chi vuole stare sveglio e autenticamente sfaccendato, averne consapevolezza è tuttavia indispensabile, perché ogni giorno, più volte al giorno, può capitare di incontrare cose come "Jan, l'imprenditore ultrà del Feyenoord che ha devastato Roma", sapendo perfettamente di qual genere d'atto esecrabile si sta parlando ma, aderendo visceralmente chissà come, chissà perché, alla sua adeguata (ci mancherebbe, perfettamente adeguata) messa in scena linguistica e perdendo così una cosa preziosissima e irrecuperabile, a lungo andare: il senso della misura.

Vocabol'aria (14): "Contro" (o, se si preferisce, "vs")




Montano da ogni dove e per ogni occasione espressioni reboanti e muscolose. Sui loro scudi guerrieri, portano in genere incisa una cara, vecchia divisa nazionale: "Armiamoci e partite".

14 febbraio 2015

Generazione-"A me preoccupano..."

Dire o scrivere A me preoccupano queste vicende è testimoniare uno sviluppo sintattico ormai consolidato dell'espressione italiana. Qui, del fenomeno, si è fatta più volte questione e non si vuole annoiare ancora con i suoi triti aspetti normativi e grammaticali chi benevolmente legge questo diario. La grammatica dei grammatici è del resto solo la scorza (a volte indigeribile) di una lingua che invece, a saperla spremere, dà succhi gustosi.
Come accade con i veri mutamenti linguistici, per i parlanti che sono portatori dell'innovazione si tratta ormai di comportamento automatico e irriflesso, a proposito del quale, testimoniano un bassissimo livello di consapevolezza. Insomma, fanno qualcosa senza sapere ciò che fanno. 
"Perché? Come dovrei dire altrimenti?", ci si sente rispondere con fastidio se si ha l'improntitudine o il candore di interrogare in proposito chi così s'esprime.
Per servirsi allora d'un concetto di Edmund Husserl (la cui anima corrucciata si spera non fulmini chi osa evocarla in una sede tanto ignobile), si può dire che la Meinung del tipo A me preoccupano queste vicende è sprofondata nei recessi più silenziosi dell'incoscienza di chi ne proferisce ricorrenze. Ripescarla per farne oggetto di una riflessione, sempre alla buona, come usa qui, può essere divertente.
Lo straripante successo del tipo A me preoccupano queste vicende dice, da un lato, di una semplificazione (o, se si vuole, di un depauperamento) nello spettro delle risorse grammaticali che danno forma alla messa in prospettiva del ragionamento, dall'altro e correlativamente, di un aumento dell'ipocrisia nel rilievo che la prima persona grammaticale ha, in modo nuovamente crescente, dopo un periodo di maggiore controllo, nella parola italiana contemporanea.
Queste vicende mi preoccupano (cioè preoccupano me, si badi bene, non a me) è la piana forma cui fare corrispondere intuitivamente la più marcata A me preoccupano queste vicende. Con la sua semplicità, la prima dà tuttavia poca salienza alla prima persona: la particella atona mi è tutto quanto la lingua, formalmente, le concede. Poco, bisogna ammettere. Basta o, meglio, può bastare se chi parla non vuole stare troppo al centro dell'attenzione.
Un misero mi non basta certo, invece, a una intentio focalizzata da chi s'esprime su se stesso. Alla bisogna e nel caso specifico, risorsa tradizionale sarebbe allora il passivo: Sono preoccupato da queste vicende. 
Il passivo ha però qualche difetto: un tempo, lo si sarebbe magari detto pregio ma, come si sa, valutazioni del genere cambiano con le epoche: l'ingresso, locale d'attesa e di disimpegno, pregio dei vecchi appartamenti di civile abitazione, è tenuto ancora come tale? 
Anzitutto, il passivo comporta che, nella testa di chi se ne serve (e di conseguenza anche di chi l'interpreta) qualche rotella giri e qualche ingranaggio si metta in moto. Rispetto all'attivo, comporta insomma un calcolo grammaticale supplementare. Non si tratta infatti d'un semplice spostamento di pezzi; si tratta d'una rivalorizzazione di rapporti. L'oggetto ha da diventare soggetto. Il soggetto deve mettersi da parte e capita pure che sia invitato a uscire dalla comune. Come forma concettualmente più elaborata, il passivo alza inoltre il livello dell'espressione; infatti, di preferenza, lo si scrive (e lo si legge). 
Col passivo, insomma, c'è da faticare. E a qual pro? Vale la pena se, poi, in italiano (che, non lo si può negare, è in proposito una lingua molto elegante), per fare venire fuori in maniera esplicita l'io che preme dire, bisogna fare ancora uno sforzo? Perché, si badi bene, una volta fattosi soggetto, il pronome personale si tace, nel caso comune. D'abitudine, è solo la morfologia verbale a dare segnale di esistenza e natura della persona grammaticale del soggetto. 
Sparato in un discorso, fuori di una riconosciuta esigenza, Io sono preoccupato da queste vicende, con quell'io spudoratamente ridondante, fa megalomane o appena post-infantile. Trattandosi di passivo, ovviamente, più megalomane che post-infantile: bimbe e bimbi ci mettono del tempo a realizzare cosa mette a loro disposizione la bella risorsa delle diatesi.
Col passivo e quanto a fare mostra di sé, rispetto al mi che le concede l'attivo, la prima persona si trova in altri termini davanti a un'alternativa. O ottiene l'effetto paradosso (per quanto elegante) d'abbassarsi e d'intrupparsi così col resto (tempo e modo) che trova posto nella morfologia verbale. O esce sfacciatamente allo scoperto e si espone a quel punto al rischio che chi ascolta pensi (o addirittura dica) "Io sono preoccupato? Embè? Perché quell'io? Ti fossi montato la testa? Ma stiamo parlando di te? A chi vuoi che importi che tu sei preoccupato!".
Dal punto di vista della Meinung espressiva di una prima persona che vuole parlare di sé, il tipo A me preoccupano queste vicende è allora un uovo di Colombo. La forma che, senza troppa fatica (ché, di lavorare, e chi ne vuol più sapere?), risolve ogni problema per tutti gli io che, come si diceva, parlando di qualsiasi cosa, vogliono stare in primo piano, restando tuttavia abbastanza accorti (perché non si sa mai) nel darlo a vedere. 
Come livello di elaborazione funzionale, A me preoccupano queste vicende è infatti attiva e, a produrla e a interpretarla, c'è da fare solo il calcolo di base: è disponibile a ciascuno e, per dirla semplicemente, è "parlare come se magna", senza incartarsi in improbabili passivi. 
Con me in apertura, sottolineato inoltre dalla preposizione (la forma pronominale sola, poverina, non ce la farebbe), la prima persona ci fa la sua bella figura. Sta lì in primo piano. Non s'impegna, d'altra parte, a comparire come io, cioè, per dir così, in pompa magna. Me è l'abito che la prima persona indossa quando è retta, quando (non solo apparentemente) non fa da protagonista. Ma protagonista, nel caso specifico, pretende ipocritamente di essere. 
Non volesse fare da protagonista o non fosse ipocrita, direbbe, con diversi gradi di decenza e di esplicito rilievo, Queste vicende mi preoccupano o, con un po' di luce su se stessa, Sono preoccupato da queste vicende, o ancora, in un crescendo, Queste vicende preoccupano me e Io sono preoccupato da queste vicende. Allo stato, questa bella varietà espressiva, con le sue luci e le sue ombre, è sommersa dal tipo, conformisticamente dilagante e generalizzato, di A me preoccupano queste vicende. Ed ecco, quindi, la risposta che Apollonio suggerirebbe di dare a chi opponesse un "Perché? Come dovrei dire altrimenti?". In almeno quattro modi differenti, graduati quanto a effetto discorsivo. Peraltro (il che non guasta) tutti normativamente corretti, a differenza della forma che oggi va per la maggiore e che, come ogni innovazione, è sottilmente violenta (e volgare anzi che no).
Poi, però, Apollonio si ferma a riflettere. E intende che, alla fine, ancora una volta è forse solo una questione di generazione: generazione intellettuale, non anagrafica. Che c'è, insomma, una generazione-A me preoccupano queste vicende, riassunta e qualificata in questa forma, quanto alla sua profonda Meinung espressiva, cui semplicemente egli non appartiene. E pensa che tale generazione ha tutto il diritto di essere inconsapevole di ciò che dice e di non voler sentirsi dire, da chi la guarda da lontano, cosa le forme di ciò che dice dicono di lei. Ha tutto il diritto, in altre parole, di venire avanti, di nuovo e anch'essa, in prima persona, giustamente incurante delle sciocche elucubrazioni di un Apollonio qualsiasi, allattato sotto un cielo di Meinungen espressive differenti. 
Meno giustamente incurante, però, del tremendo giudizio (Apollonio non lo sposa ma lo tiene a mente, come un monito) che, come succo di un'altra epoca di fasti linguistici della prima persona, ebbe a dare un mirabile esperto: "l'io, io!... Il più lurido di tutti i pronomi!... I pronomi! Sono i pidocchi del pensiero. Quando il pensiero ha i pidocchi, si gratta come tutti quelli che hanno i pidocchi... e nelle unghie, allora... ci ritrova i pronomi: i pronomi di persona".

[Alcuni precedenti: aprile 2010, gennaio 2014, ottobre 2014, con un commento che anticipa questo frustolo e rende conto del suo insorgere conclusivo.]

13 febbraio 2015

A grande richiesta... Trucioli di critica linguistica (2): San Valentino



Tra le giornate celebrative inventate dalla modernità putrefatta, solo alla festa della mamma si potrà concedere d'essere più stucchevole della festa degli innamorati. Anche in occasioni del genere, guizza tuttavia l'inquietante fiamma dello spirito e se ne fa occasione, salvifica, l'angelica presenza del danaro, segno ammonitore del mercato connaturato con ogni commercio tra gli esseri umani. Ovviamente, di quello dell'eros ma, quando è il caso, anche di quello dell'amore materno. Il mercato più diabolico è infatti quello che fa di tutto per nascondere di esserlo e spaccia a prezzi stracciati buoni sentimenti e migliori intenzioni, merce insomma velenosa e perversa.
Del mercato e del danaro, come è noto, la pubblicità fa letteratura. Come se ne fa mercato, si può fare infatti letteratura di ogni aspetto della vita. E al pari d'ogni altro prodotto dell'attività umana, la letteratura che la pubblicità fa del mercato e del danaro si distribuisce sopra i diversi gradi di una scala di valori. La gran parte della letteratura che secernono i creativi delle agenzie di comunicazione si addensa naturalmente su quelli più bassi, melensi e corrivi. Ma si dirà diversamente di quella che si deve a poeti (il povero Prévert incluso) e romanzieri?
Non è forse questo il caso della campagna 2011 di una multinazionale rappresentata in Italia da un'azienda cioccolatiera che fa tradizionalmente buoni affari per il giorno di San Valentino. O meglio, non è forse questo il caso del pay-off di tale campagna, osservato dalla modesta specola di chi si occupa di lingua.
Esso suona "Chi ama, Baci." e ha l'asseverativa andatura dei proverbi e delle massime di comportamento. L'enfatica menzione del nome del prodotto, Baci, vi lascia occhieggiare la modalità imperativa caratteristica di tal genere di comunicazione. Lo fa in maniera oltremodo accattivante e che suscita una speciale attenzione. La sollecita infatti al livello generale (e quasi irriflesso) della nativa competenza (meta)linguistica dei suoi destinatari.
L'effetto di straniamento è sottile. L'ingenua credenza che, in italiano, nomi e verbi siano sempre ben distinti ne viene sommossa e si rivela (senza che di necessità ce ne sia finale piena consapevolezza) che le parole hanno sì significato e forma ma che ambedue dipendono da valori combinatori e funzionali.
In corpore vili, la spiegazione viene dal creativo di un'agenzia di comunicazione. E a darla, lo ha spinto il danaro di un committente che intende così lucrare ancor meglio sulla stupidità della festa degli innamorati. Apollonio non si sente di escludere che l'uno e l'altro siano non solo epistemicamente ma anche eticamente più commendevoli di molti tra coloro che riempiono di corrività dottrinali i libri che occupano scaffali interi di biblioteche e di librerie.

[14 febbraio 2011]

Lingua loro (33): "Porre in essere"

Realizzare un piano... o (con perifrasi da lungo tempo praticate) mettere in atto un piano..., dare vita a un piano... e così via: in tal modo si può comunemente e variabilmente dire, nel presente stato dell'espressione italiana.
Forme del genere devono essere però parse di poco pregio a chi, quando parla o scrive, vuole distinguersi. Ne è sorta da un po' e ormai dilaga la locuzione porre in essere.
Porre in essere è tra i massimi indici lessicali di un registro espressivo che, per brevità, è definibile come lingua da assessore. Sotto qualunque veste si presenti, chi dice o scrive porre in essere svela così d'essere un assessore. Assessore, eventualmente, alla cultura e, si desse un caso ancora più raffinato, assessore alla difesa della bellezza dell'italiano, alla regolamentazione del suo traffico e alla manutenzione dei relativi metaforici semafori.
A conferma, si trova appunto un esempio istruttivo e spassoso di porre in essere seguendo questo link (e Apollonio chiede scusa ai suoi cinque lettori se saranno esposti così a un paio di brevi annunci pubblicitari: è il prezzo che capita di pagare per documentarsi). 

11 febbraio 2015

Cronache dal demo di Colono (30): Rome

Cosa sono le cose che i nomi propri denominano? La questione incarta i logici da gran tempo e Apollonio si guarda bene dall'aggiungervi motto. Del resto, non ne sarebbe capace: la realtà - lo ha confessato più volte - per lui è veramente troppo. 
Quindi che posto sia Roma, quel luogo del mondo che per più di duemila e settecento anni ha risposto allo stesso nome (enorme, eccezionale bizzarria, se ci si pensa un attimo), cosa sia quel luogo, Apollonio dichiara appunto di non saperlo. E di non sapere se Rome e Roma siano o no lo stesso posto.
Da modesto osservatore dell'espressione (porzione della realtà anch'essa, forse; altamente fantasmatica però), da analista delle chiacchiere o (come affermano quelli che si voglion dare importanza) del discorso, insomma, da praticone della lingua, assicurerebbe però, a chi glielo chiedesse, che Roma e Rome non sono la stessa cosa. E che dicendo Roma o Rome non si dice la stessa cosa. E che una cosa è presentarsi come Roma, una cosa diversa è farlo come Rome.
Poi, naturalmente, si è liberi di scegliere. E sin dalla più tenera età, Apollonio ricorda del resto il caso di qualche Maria che, di punto in bianco, cominciava ad andare in giro pel mondo dicendo di chiamarsi Mary. 
Le Maria-Mary, le Addolorata-Dolores e, in un crescendo di fantasia, le Vincenza-Cynthia, le estrose Nancy che per i nonni rispondevano invece al delizioso nome di Nunzia e così via, Apollonio le ricorda peraltro senza scandalo, ci mancherebbe. Poveracce, però. Meritevoli di un filo di tenera compassione. 
La medesima che da oggi suscita appunto Roma. Pardon! Rome, come Roma pretende di chiamarsi, poveraccia, per darsi un tono, andando in giro pel mondo.

[Per chi fosse all'oscuro, ecco il fatto.]

10 febbraio 2015

Febbraio a S. Cono

La "Parte quinta" del Gattopardo non se l'è mai filata nessuno - qui Apollonio forse l'ha già scritto. Altrove, anche in rete, certamente l'ha fatto, e con futili pretesti, il suo alter ego. 
Sarà perché nella "Parte quinta" non circola Don Fabrizio. E nessun'altra delle belle figure di facciata, Tancredi e Angelica, soprattutto, che gli fanno da corte nel romanzo. Vi viene invece in primo piano quel padre Pirrone, il gesuita etimologicamente parassita, che non ha mai acceso la fantasia di critici e lettori. 
Sarà perché alla "Parte quinta" non fa da sfondo la Palermo delle ville, dei conventi e dei palazzi, né l'arsa e mitica Donnafugata, che i notabili di molti borghi siciliani giurano ispirata allo scrittore dalla loro ridente cittadina (sempre con larghezza di prove e, pretende ciascuno, innegabili coincidenze). Tutto si svolge invece nell'oscura "S. Cono, un paese piccino piccino", la cui realtà, grazie al Cielo, nessuno rivendica.
Sarà perché, delle otto che compongono l'opera, la "Parte quinta" (chissà se qualcuno l'ha mai notato) è l'unica che si svolge in inverno: "Febbraio 1861". E in un'epoca di scritture e di letture irrimediabilmente piccolo-borghesi (esattamente come le complementari vacanze), d'inverno, in Sicilia, si dica la verità, che ci si va mai a fare?
Per questo, la "Parte quinta" del Gattopardo (che Apollonio, da vecchio "strutturalista", si guarda bene dal dire che è la migliore o la più importante dell'opera: la relazione, la relazione è ciò che conta e che dà valore al sistema e ai dettagli!), per questo, si diceva, la "Parte quinta" è così divertente da percorrere, andando distesamente a spasso, come in un'oasi naturale protetta non da volontà umana ma dalla sua miracolosa (e ricercata?) irrilevanza.
Andarci a spasso sicuri di non incontrare nessuno, se non, nella parola del narratore, padre Pirrone, la sua famiglia e qualche altro abitante di S. Cono, godendo inoltre di scorci, annusando gli odori, udendo voci e rumori.
Ecco, solo questo. Questo frustolo compita allora "in una soleggiata Domenica di febbraio sonora di venti che sfogliavano i fiori dei mandorli". E lo fa forse solo per nostalgia di un febbraio vissuto in una S. Cono che è un luogo precisissimo dello spirito e, come tale, indeterminabile e irrivendicabile.

[A beneficio e per soddisfazione degli eruditi: San Cono è il santo patrono di Naso, cospicuo comune dei Nebrodi, affacciato sopra uno splendido panorama del Tirreno meridionale, che si raggiunge, rimontando la bella Strada Statale 116, dalla - ormai, purtroppo, degradata - Capo d'Orlando dei Piccolo di Calanovella: il fondamento biografico è quindi assicurato.] 

7 febbraio 2015

Parole che parlano (6): "Contenuti"



Li si chiama contenuti, oggi, forse perché sono sovente la prova che chi li conteneva non ha saputo contenersi.

3 febbraio 2015

Vocabol'aria (13): "Ai miei tempi"

Chiunque può dire "ai miei tempi...". È vero tuttavia che immaginare che lo proferisca chi è sotto i venti anni è duro.
Tra gli "studiati" (bella designazione riapparsa fausta nella memoria d'Apollonio), basta però avere varcato la soglia del second'anno d'università - non essere più matricole (altra vecchia parola!) - basta poco, insomma, per sentirsi autorizzati a dire "ai miei tempi...".  
E lì, prendendo i toni vissuti dell'uomo o della donna di mondo e in malcelato dispregio di un presente decaduto e, caso mai, da restaurare, narrazioni di epiche marachelle, di insegnanti severissimi o beffati, di "studio matto e disperatissimo", di programmi formativi di qualità, di antichi valori culturali, di letture e traduzioni di migliaia di irte pagine, di amicizie cementate nei bagni della scuola e così via. 
"Ai miei tempi...": oggi capita d'ascoltarlo sulle labbra o di coglierlo sotto la penna di chi, navigando, felice lei o lui, nei suoi anni migliori (e certamente non vetusti), già (o ancora?) vi indulge pubblicamente. E, come dettaglio espressivo, è deliziosa e coerente nota di una temperie morbidamente reazionaria e nostalgicamente post-adolescenziale.

2 febbraio 2015

Linguistica candida (26): La mirabile versione del Barone di Munchausen

L'opinione che in un modo o nell'altro saremmo "noi", gli esseri umani, a esserci costruiti la lingua circola nel Moderno - è anzi quasi un luogo comune, a diversi livelli di consapevolezza intellettuale e di sofisticazione scientifica. 
Ogni volta che ad Apollonio capita di coglierla, gli si forma, incoercibile, un sorriso, talvolta solo interiore, per via di decenza ma anche di un rispetto che cresce in modo inversamente proporzionale all'autorità sociale di chi lo riscuote.
Lo riconosce: è il medesimo sorriso che da bambino gli provocò la lettura del fulmineo e fanfaronesco rendiconto di una delle celebri avventure del Barone di Munchausen.
Eccolo, nella traduzione di Maria Luisa Agosti: "Ero ancor dentro le nuvole per più di tre chilometri, quando il canapo si spezzò e io caddi al suolo con tanta violenza che, ripresi i sensi, mi ritrovai tutto stordito dentro una buca profonda quindici metri dalla quale non riuscivo a immaginare come sarei venuto fuori. Non c'era altro mezzo che andare a casa, prendere una vanga e scavarmi dei gradini: la qual cosa riuscii a portare a termine prima che il castaldo si fosse accorto della mia assenza".