8 giugno 2016

Lingua loro (35): Eroe

Eroico, l'aggettivo, dopo secoli di onorato servizio, pare destinato alla soffitta. 
Al suo posto e con parte delle sue funzioni, nella lingua di tutti i giorni si è installato il sostantivo eroe, da cui peraltro l'aggettivo deriva. Poco importa che la qualificazione sia appropriata al gesto che ne viene illustrato o solo (ridicolmente) enfatica, come è il caso, tra i mille, che si raggiunge con questo linkPompiere eroe, medico eroecane eroe e così via sono oggi la norma. Ad Apollonio è già capitato di registrare persino casi di poliziotta eroe, al posto del femminile eroina, che tuttavia anch'esso ricorre nel nuovo modulo, dandosi il caso. 
Pompiere, poliziotto, medico, cane eroico, a proferirli o a scriverli, si passa invece già per gente fuori moda. Se riferiti a esseri umani, eroico, eroica, eroici, eroiche hanno il tanfo del lessico da bollettini bellici d'antan ("...le soverchianti forze nemiche..."). O paiono usciti direttamente da quei testi comicamente militareschi che ancora accompagnano le cerimonie di conferimento di medaglie ("...con sprezzo del pericolo e noncurante del..."). 
Gli aggettivi derivati da eroe sono roba insomma con cui non si può più andare in giro per i nuovi mezzi sociali di comunicazione, pensando d'esser presi sul serio (o, forse, nel caso specifico, di non essere presi sul serio: ma sulla complessa faccenda dei contenuti, come al solito, Apollonio ha poco da dire). 
Il nuovo costrutto tende alla fissità e il nome eroe (o, come si diceva, eroina) vi è introdotto come apposizione, ovviamente. Il modello è quello consolidato di scienziato genio e di concertista bambina. Niente di stupefacente, di conseguenza.
Di eroi, però, come è facile vedere, i tempi presenti abbondano e, nel caso di eroe, il travolgente andazzo invita quindi a non escludere l'eventualità che la forma finisca per essere sentita, funzionalmente, come un mero attributo. E che da lì, cioè da quello che i linguisti sofisti chiamano un uso, risalendo la corrente, eroe non si trovi finalmente ricategorizzato anche come aggettivo da qualche dizionario del futuro. 
Temerario sarebbe farlo già adesso. Sarebbe appunto gesto da lessicografo eroe.   




22 maggio 2016

Cose (3): Jeans (e anima)

A sdrucire i jeans, un dì, era la vita. Al pari dell'anima: così Mogol in una memorabile canzonetta musicata da Mario Lavezzi.
Oggi, i jeans, li si compra già sdruciti: segno lampante dello spirito di un tempo che, nostalgico della vita, la simula e, simulatala, ne vende il feticcio.

16 maggio 2016

Professori e cantanti


C'è un indice comparativo lampante e indiscutibile dello scarso livello dell'odierna istituzione universitaria (in questione, è qui l'area delle discipline umanistiche). 
Il numero di cantanti che tengono lezioni accademiche è incomparabilmente più alto di quello dei professori universitari che cantano sul palco di Sanremo o di manifestazioni canore comparabili. 
Se Apollonio non si sbaglia, al momento, questo è eguale a zero (non è così invece per i professori di scuole superiori, uno dei quali ha persino vinto, e meritatamente, il famosissimo festival, con una canzonetta-fervorino). 
Del resto, gli inviti a  fare da professori rivolti ai cantanti si moltiplicano e i loro interventi sono tutti accompagnati da successi strepitosi: così riferiscono cronache entusiaste. Ciò significa che i cantanti sono perfettamente capaci di far lezione. Meno, di certo, lo sarebbero i professori universitari di cantare in pubblico. 
Il dato è eloquente: c'è una diversa serietà nei due mestieri, come fin qui sono stati concepiti in modo un po' statico. Essi richiedono un tasso diverso di professionalità e un impegno differente. E non è il caso di precisare da quale lato la bilancia riveli i valori maggiori. 
È giusto di conseguenza che sempre più spesso si lasci la cattedra ai primi, che richiamano peraltro nelle aule folle osannanti, e che la scena sia al contrario inibita ai secondi, sui quali, provassero a cantare, pioverebbero fischi. 
Di più: per riparare alla disparità osservata in esordio e per innalzare il livello dell'istituzione universitaria (sempre, naturalmente, in funzione delle discipline umanistiche) sarebbe ormai opportuno non solo che i cantanti (e i comici e l'altra gente di spettacolo) fossero incoraggiati a partecipare alle cosiddette valutazioni comparative per posti di professore di università, ma anche che ne risultassero vincitori in numero sempre crescente. Solo così, infatti, si potrebbe finalmente ottenere il giusto equilibrio, nell'aula e sul palco, tra cantanti professori e professori cantanti. 

14 maggio 2016

The Secret Sharer

"Considérée à n'importe quel point de vue, la langue ne consiste pas en un ensemble de valeurs positives mais dans un ensemble de valeurs négatives ou de valeurs relatives n'ayant d'existence que par le fait de leur opposition".
Per la linguistica, sono parole aforistiche. Proprio nel senso di definitive. Proprio nel senso che ne tracciano l'orizzonte. 
Caveat lector, tuttavia. Questo frustolo si apre con parole di Ferdinand de Saussure, ma esula dalla saussurologia. La saussurologia è una bizzarra e ancora innominata disciplina cresciuta come una muffa (e come una fuffa?) intorno al linguista ginevrino. Nell'anno in corso, anno centenario del Cours de linguistique générale, essa sta rinnovando i suoi fasti.
A questo frustolo è invece estranea l'enigmatica figura di nobiluomo e di professore di università sulla quale, in un secolo, si è scritto a fiumi; di recente, persino da una prospettiva psicoanalitica. Non vi si evoca il geniale indoeuropeista, rapidamente incapace (anche forse per delusioni accademiche) di tenere fede alle promesse di un esordio fulminante. Non ci si accosta, d'altra parte, all'introverso ma affascinante maestro della scolaresca dai cui appunti sorse l'apocrifo diffusore del suo nome in giro per il mondo. Si trascura l'ermetico teoreta il cui pensiero è oggetto di attenzione da parte di filosofi, storici e grammatici. Si tace infine sullo scrittore "intransitivo" della montagna di carte frammentarie e private le cui cave alimentano nuove e controverse pubblicazioni.
Questo frustolo, insomma, non ha per protagonista Saussure. È dedicato invece al secret sharer del piccolo e personale laboratorio di ricerca (di sé?) che chi scrive manda avanti da nove lustri. Qual sia il suo vero nome, nel laboratorio, non si sa. Vi passa per Ferdinand e così accetta di buon grado d'essere chiamato. I non pochi anni di consuetudine hanno del resto reso da tempo non inappropriato un reciproco tu.
Ferdinand è taciturno. Osserva discreto ciò che si fa nel laboratorio. Di chi è intento all'opra in quell'officina, pare gli interessi anzitutto "ce qu'il fait". Non si tira mai indietro, però, quando gli si chiede consiglio. Tiene in una modestissima saccoccia qualche utensile sintagmatico e paradigmatico. Se lo vede necessario, lo mette generosamente a disposizione, senza perdersi in chiacchiere. Del resto, il suo tratto è amabilmente semplice. Come le sue idee: rapporto, differenza, sistema.
È insomma un delizioso compagno segreto, Ferdinand. Apollonio non lo cambierebbe con nessun altro. D'altra parte, dopo tanti anni, del suo silenzioso conforto, del suo distante calore non saprebbe più fare a meno. 

1 maggio 2016

Linguistica candida (36): Parole nel cervello




Sarebbe una notizia, caso mai, la scoperta che la gente ragiona coi piedi. Ma forse la notizia è proprio questa.

Variantistica (1): Coraggio o telecamera posteriore?



Di questo annuncio, circola adesso una variante:




Occasionate forse da variazioni nel budget (la durata della seconda è di un terzo minore di quella della prima), ma costruite con ingegnosa modularità (come è da tempo normale per questo tipo di annunci), le due varianti hanno il pregio, per il committente, di rivolgersi allusivamente a due targets diversi e la loro differenza per sottrazione, qualunque ne sia il pretesto, è perfettamente coerente con la tendenza e prende senso in funzione del genere.

25 aprile 2016

Vecchi e cattivi


Vom Standpunkte der Jugend aus gesehen, ist das Leben eine unendlich lange Zukunft; vom Standpunkte des Alters aus eine sehr kurze Vergangenheit (A. Schopenhauer).

[Dal punto di vista della gioventù, la vita è un futuro infinitamente lungo; dal punto di vista della vecchiaia, un brevissimo passato.]

24 aprile 2016

Parabole (7): La profanazione di "Rischiatutto"



C'era il celebre conduttore, un uomo di spettacolo, e c'erano i protagonisti del quiz: autentici sconosciuti e testimoni autentici (o, almeno, presentati come tali) di vite piccolo-borghesi qualsiasi riscattate, nell'occasione ("...sono un bel po' di soldini, eh?"), da bizzarre erudizioni e elevate verso effimere celebrità. Rappresentazione del falso, rappresentazione del non-falso, se non del vero.
L'asimmetria era un asse portante del sistema di Rischiatutto, come fenomeno sociale e televisivo. Il falso e il non-falso, ancor prima della "Risposta esatta!" che ne costituiva il pretesto e il rivestimento. Ma era appunto tanto tempo fa. Era poetica (televisiva) di tanto tempo fa. Il processo scontava ancora la differenza e giocava sullo scarto. Ne faceva un valore.
Un'onda porta anche sulla spiaggia di Citera la recente ripresa di Rischiatutto. Apollonio raccoglie il reperto fortunosamente. Può dirne inoltre solo per quel po' che ha resistito prima di addormentarsi. Una variante ripulita dell'Isola dei famosi, con gli stessi birignao, le stesse insensate allegrie, le stesse pretestuose caciare, le stesse ironie un tanto al chilo che mette settimanalmente in scena Che fuori tempo che fa. Niente asimmetria, insomma. Rappresentazione del falso da una parte, rappresentazione del falso dall'altra: programmaticamente.
Niente ripresa né rivisitazione, pertanto. Profanazione e sconcio: un rito necessario al nuovo, dietro la facciata della celebrazione, per dire che il vecchio, anche sotto forma di memoria, non può e non deve più tornare e che il sacro discrimine che la memoria può ancora evocare, anche solo per via onomastica, va inquinato. Da un estremo lembo del Moderno al Moderno putrefatto.

23 aprile 2016

Parabole (6): "Poi tutto trovò pace in un mucchietto di polvere livida", di nuovo








Poi tutto trovò pace in un cartello di un'azienda turistica.



[Nella menzione del titolo dell'opera, gattopardo è sciattamente minuscolo. La sciatteria è tuttavia coerente con il discorso intellettuale italiano (qui esemplificato in proposito e commentato) e con il modo che Leonardo Sciascia non depose fino ai suoi anni estremi. Secondo Sciascia, infatti, "Giuseppe Tomasi [...] scrisse Il gattopardo" (Fatti diversi di storia letteraria e civile, Sellerio, Palermo 1989, p. 102).]

22 aprile 2016

Per una critica del discorso disamorato (1): l'impersonale

Non ha funzionato: quanti amori naturalmente già finiti portano sulla loro pietra tombale un simile, corrivo epitaffio? 
Eppure, i dizionari non hanno ancora registrato (e chissà se mai lo faranno) l'uso di funzionare che vi compare. Così comune, così lampante, così perentorio. E sono proprio quei dizionari che, anno dopo anno, fanno invece a gara nell'infiorare il loro lemmario, millesimato, con invenzioni estemporanee e spesso effimere: specchietti per le allodole.
Le grammatiche, allora? Nemmeno. La lista canonica dei "verbi impersonali", di funzionare non porta traccia. Che poi, per essere precisi, impersonali sono ovviamente le proposizioni dove i verbi eventualmente ricorrono, non i verbi. E Non ha funzionato è appunto una proposizione impersonale. Un caso esemplare per cogliere, anche intuitivamente, cos'è sintatticamente l'impersonalità. Forse migliore, per la bisogna, e certo non peggiore di Grandina, Fa freddo, Si fa buio.
Perfetta, Non ha funzionato, anche per illustrare la pragmatica dell'impersonalità. Gli amori che finiscono sono infatti condizione di osservazione sperimentale appropriatissima, per intendere gli usi discorsivi delle proposizioni impersonali.
E dal momento che nel contrasto si stagliano meglio i valori, dal momento che non c'è valore che non sia differenziale e che non sorga da un'opposizione, vale sempre la pena, a chi vuol farsi ricercatore o ricercatrice del fenomeno, di registrare il decisivo ruolo che le persone (qui si intende, naturalmente, le persone grammaticali) giocano invece nel discorso della fase incoativa e di quella piena degli amori. Il discorso amoroso fa vorticoso ricorso alla persona. Io tu vi pullulano e vi si intrecciano nel frequentissimo ricorrere di noi inclusivi. Del resto, in tutta la sua ideale semplicità, sta il paradigmatico Io ti amo.
Più degnamente di ogni altra divinità, Eros meriterebbe invece di apparire lui in quelle forme impersonali di amare che mai a nessuno verrà fatto di proferire. Sornione, egli si cela e lascia che le sue felici vittime indossino le persone grammaticali che illudono chi le indossa d'essere persone: io e tu. Le persone: appunto, le maschere. Quando Eros se ne va, le maschere cadono e coloro che le hanno indossate stanno lì, nella loro invereconda nudità. Provano a nascondersi. Le soccorre la cortina dell'impersonalità: Non ha funzionato. Ma la cortina è impudicamente trasparente: vi si vede attraverso.
C'è un declivio tra Io ti amo e Non ha funzionato e la distanza è perfettamente misurabile. Il discorso amoroso vi scivola. Si fa discorso disamorato.

19 aprile 2016

Come cambiano le lingue (16): Seduta

Per designare un elemento della mobìlia sul quale ci si siede, capita sempre più spesso ad Apollonio di sentire o di vedere adoperato seduta
Fuori dei valori qui non pertinenti, di seduta il Battaglia registra un'attestazione del 1992 con il significato di "posto a sedere" e una del 1993 con il significato di "sedile di una sedia". Ambedue le attestazioni sono tratte da riviste specializzate, la prima di nautica, la seconda di arredamento. Ancora nessuna traccia di seduta con significati del genere, per es., nello Zingarelli del 2002.
Dovrebbe quindi trattarsi di un'estensione piuttosto recente alla lingua comune di un uso nato nella lingua speciale di mobilieri e architetti. Le lingue speciali, si sa, tendono a darsi un tono. Appena può, a chi è del mestiere piace mostrarsi in possesso di una terminologia tecnica. L'affettazione di specialismo è tuttavia contagiosa, soprattutto in àmbiti in cui a fare mostra di intendersene si fa bella figura. Se si è sentito seduta sulla bocca di un professionista, che lo proferiva con l'aria di sapere ciò che diceva, volete che, alla prima occasione, non si abbia l'incoercibile e giustificata tentazione di ridirlo?  
A soffrire della concorrenza di seduta è soprattutto sedia (meno, altri nomi dell'area semantica). Ne saranno certo consapevoli da un pezzo i due lettori di Apollonio. Stordito com'è, lui arriva al solito in ritardo. Quando si parla di sedie, sedia, ha finalmente capito, è designazione che puzza di obsoleto. Proferire Passami una sedia, Prenda posto su quella sedia, Per la cena di stasera, servono otto sedie non usa più; fa vecchio (o vecchia) parlante; non è di tendenza. E come si cambiano i mobili, quando il loro stile comincia a spiacere, così si cambiano i loro nomi.

1 aprile 2016

A spasso per librerie






Oggi, segno della comicità di un tempo che, per darsi un tono, chiama ossimoro la contraddizione in cui sguazza, persino il buffo bisticcio di una pedanteria un tanto al chilo è di tendenza.

31 marzo 2016

A frusto a frusto (104)

Il viaggio della conoscenza ha un dubbio come punto di partenza e un dubbio come punto di arrivo. Spesso è inoltre impossibile sapere se si tratti veramente di due dubbi diversi. Così, conoscere è esperire, godendone, la curiosa bellezza del vagare da un dubbio all'altro, senza trascurare il dubbio che, in realtà, non ci si sia mai mossi o che, se ci si è mossi, non lo si sia fatto solo circolarmente e che quindi il nuovo dubbio sulle rive del quale si sta gioiosamente approdando sia solo il vecchio, visto (e già molto sarebbe) da una diversa prospettiva. 

23 marzo 2016

Cronache dal demo di Colono (40): Il testamento di Umberto Eco

"Nessun convegno su di me per i prossimi dieci anni": qualcosa del genere, pretende la stampa, comparirebbe tra le ultime volontà di Umberto Eco.
Ad Apollonio, la morte di Eco non è stata indifferente. Per Eco, egli ha nutrito e nutre (nulla vieta il presente, nel caso specifico) un'ammirazione grande, sebbene distante. Stenta a credere così all'esistenza di una simile affermazione. Stenta a credere che, responsabile di una interpretazione del genere, che va oltre ogni limite, non sia quel modesto lector in fabula cui due lustri sembrano già tanto tempo, quando è in ballo una ponderata misura del valore di un'opera.
"Niente convegni per i prossimi duecento anni" deve avere lasciato scritto Eco, per assicurarsi, con la sua proverbiale ironia, una dimensione adeguata. Apollonio ne è sicuro. Non è così? Nel testamento si parla di dieci anni? Ci sono ottime ragioni per ritenerlo apocrifo.

9 marzo 2016

Linguistica candida (35): Parlante consapevole


Tra gli innumerevoli, tutti peraltro molto fortunati, c'è forse solo un modo per dirsi linguista conservando di sé, senza troppo mentirsi, una qualche, se pure dubbiosa considerazione. Provare a diventare un parlante consapevole, ma così consapevole da farsi soprattutto consapevole della miseria della propria consapevolezza.  

25 febbraio 2016

Brutti, sporchi e cattivi. Buono, pulito e giusto. Ottimo e abbondante

Brutti, sporchi e cattivi: tre aggettivi riferiti a una realtà sociale rappresentata in modo espressionista. Ruggero Maccari e Ettore Scola qualificarono così, nel 1976, l'incrocio concettuale tra un'epoca e una temperie culturale, remote e forse già divenute difficilmente comprensibili. Oggi si è infatti agli antipodi, comunque si vogliano poi mettere in scena, per raccontarsela, implausibili continuità. 
Buono, pulito e giusto è l'impeccabile proiezione del wishful thinking che fa da impressionistico orpello a un valore materiale, trasfigurato in morale, del tempo presente. Così lo vuole Carlo Petrini, tra gli ideologi dell'Italia contemporanea, uno dei più rappresentativi.
Le opposizioni tematiche brutti-buono, sporchi-pulito, cattivi-giusto, per quanto varie, sono trasparenti e procedono in parallelo. Non esauriscono d'altra parte il nocciolo del contrasto. 
Se lo si vuol cogliere nella sua interezza rivelatrice, questo va raggiunto per le vie meno palesi di valori linguistici funzionalmente realizzati, come numero e genere. 
Nel 1976, si trattava di plurale, il numero dei tanti. Oggi, si tratta di singolare, ma non di singolare individuale e piuttosto di un singolare come numero di ciò che non si può (o non si deve) contare.
Nel 1976, si trattava di maschile, naturalmente come genere non-marcato, e soprattutto si trattava di un maschile come genere animato. Oggi si tratta di un genere inanimato, che, faute de mieux, compare come maschile; si tratta, in altre parole, di un neutro.
Insomma, da un lato, una pluralità di esseri umani, dall'altro, una cosa, ma una non di numero, di essenza.
Tra Brutti, sporchi e cattivi e Buono, pulito e giusto l'opposizione è dunque radicale, come lo è quella delle due temperie che vi si riflettono.
Del resto, in una fase ancora più remota di quel tempo remoto, in relazione narrativa con altri brutti, sporchi e cattivi, per qualificare l'odierna Cosa della ideologia petriniana, l'ironia feroce di Monicelli (e dei suoi sceneggiatori) aveva ideato una coppia paradossale di aggettivi, divenuta proverbiale. Per chi ha buon palato, ben più sapida peraltro di quel Buono, pulito e giusto tanto stucchevolmente zuccheroso da cariare i cervelli:

12 febbraio 2016

Cronache dal demo di Colono (39): Holden, l'arrotino



"Se la tua storia si inceppa, non preoccuparti!" - dice la notizia "sponsorizzata" che scorre nel flusso dei post della rete sociale - "Hai a tua disposizione dei professionisti della scrittura pronti ad aiutarti a ripartire". 

E, per via di una di quelle strane associazioni che affliggono l'animo dei vecchi (come scrisse uno la cui unica storia non si inceppò), affiora nella mente di Apollonio un ricordo. Un annuncio comparabile, se non funzionalmente identico dietro le diversità formali. Funzionalmente identico nei contenuti, nei modi, nel suo pubblico d'elezione:


11 febbraio 2016

A frusto a frusto (103)




C'è chi, di esistere, fa la sua professione. Difficile però averne ammirazione. Dilettante dell'esistenza: ecco la mia condizione.

5 febbraio 2016

Linguistica da strapazzo (42): Preparato per brodo e arte della transizione


Testo e immagini di questo annuncio si accompagnano con sottile anacronismo. Le immagini si orientano decisamente verso l'esito dell'ideale e emblematica vicenda di cui le parole specificano e spiegano una sorta di fondamento ideologico. La composizione immagine-testo comporta così un gustoso processo di sfalsamento: una transizione narrativa giocata in sincronia. Del resto, tematicamente, è proprio ciò che un preparato per brodo è destinato a fare: per transizione, è una premessa che si scioglie nel suo esito, rendendolo sapido (correlativamente, sensato).
Non è tuttavia l'ovvietà di questi palesi aspetti tematici a giustificare l'attenzione del linguista da strapazzo sull'annuncio; è piuttosto il modo con cui, nel testo, scorrono le persone grammaticali: "Noi di Knorr crediamo che in ognuno di noi si nasconda un grande cuoco. Così se cucini con...".
Il primo noi, con l'enfasi che tocca all'apertura, è ricorrenza della quarta persona non-inclusiva: un NOI, in altre parole, che non include il TU, l'ideale destinatario dell'annuncio. Il secondo noi è invece ricorrenza della quarta persona inclusiva. Stavolta, nel NOI, il TU è incluso: 'anche in te si nasconde un grande cuoco' è quanto vi si afferma, per trasparente allusione.
L'iterazione è procedimento poetico per eccellenza ed è straniante un'iterazione a così stretta cadenza della medesima forma con due valori funzionali differenti. Mira a colpire, a tenere viva l'attenzione. Un gioco sintagmatico di tal fatta, tra identità formale e differenza funzionale, è reso possibile dall'italiano (come lo sarebbe da lingue apparentate). Non lo consentirebbero lingue in cui quarta persona inclusiva (NOI, TU incluso) e quarta persona non-inclusiva (NOI, TU escluso) sono distinte da forme differenti. Non solo per celia, si potrebbero dire tali lingue più probe dell'italiano, in proposito, quanto alla gestione del rapporto tra funzioni e forme.
Una volta che il secondo noi ha aperto al TU la porta del discorso, la seconda persona fa da protagonista nel resto del testo, in parallelo con ciò che le immagini mostrano narrativamente. Tra il noi dell'esordio e il tu dello sviluppo principale della narrazione e della sua conclusione, il secondo noi combina il primo con il TU e fa quindi da specifico elemento di una transizione artisticamente ineccepibile.
Si compone così in armonia un insieme che ha visto partire il testo sotto il segno dell'enunciatore; l'immagine invece sotto quello di una figura sul principio vagamente ambigua ma presto identificata come proiezione ideale dell'enunciatario.
Per successive transizioni, testo e immagini si allineano. Come vuole l'annuncio, in cucina e cucinando si alleano la multinazionale dell'alimentazione e chi compra e utilizza il suo prodotto. Esso stesso del resto è elemento di un'arte della transizione, che conduce al piatto infine pronto, in conclusione alla bocca, al gusto, ai sensi dei o, più precisamente, delle commensali: "Il sapore che unisce".

31 gennaio 2016

Linguistica candida (34): "Chi siamo noi?"



"Chi siamo noi?": questione tenuta per profondissima da millenni. Così profonda da sprofondarne altre, candide e superficiali. Una in particolare, senza risposta alla quale c'è il fondato sospetto che le nuove risposte alla domanda profonda siano solo varianti delle solite: "E noi, cosa è?"

28 gennaio 2016

Linguistica da strapazzo (41): Afasia da personalità pubblica e metonimia onomastica

"Ciao Toponimo" - seguono ovazioni - è l'indirizzo di saluto che di norma l'artista pop rivolge oggi al suo pubblico. Esempi a bizzeffe. Quello qui esposto non viene da labbra italiane ma è, per brevità, il migliore che Apollonio abbia trovato in rete:



Integrare la documentazione non sarà del resto difficile per chi legge.
In "Ciao Milano" e nei comparabili, non si tratta, ovviamente, di prosopopea. Quella è la figura che si riconosce, per es., in "Arrivederci Roma" e in "Addio Lugano bella" e ne garantisce l'immediata perspicuità. Lì è il luogo, evocato come si deve con il suo nome proprio, a essere personificato e a farsi destinatario poetico (poetico in senso tecnico, cioè proprio per via della figura) di un atto enunciativo.
Quando lanciano il loro "Ciao Toponimo" ormai di rito, Emma o Alessandra Amoroso, Ligabue, Biagio Antonacci o Tiziano Ferro si rivolgono invece direttamente a esseri umani, di cui ignorano i nomi personali. In proposito, l'enunciatore è come fosse affetto da una afasia specifica e selettiva. Questa gli renderebbe impossibile la comunicazione calda e personalizzata che ogni personalità pubblica simula di intrattenere con i suoi sostenitori. 
Nell'indirizzare un saluto rituale che è anche una captatio benevolentiae, soccorre allora l'artista una metonimia. Tutti coloro che assistono allo spettacolo in un luogo, prendono il nome del luogo, per contiguità spaziale: il rito della denominazione è compiuto, l'afasia superata, il nome proprio è proferito, nel suo valore magico. Seguono ovazioni, come si diceva.
Ciò che oggi accade negli eventi musicali, accadeva del resto nei politici, un tempo. Per gli appelli diretti al suo pubblico, chi teneva un comizio ricorreva alla stessa risorsa. Non è forse il solo tratto comunicativo che permette una comparazione tra i due generi di evento sociale, il perento e l'attuale.
Qualcuno ha detto che non c'è suono che giunga più dolce e accattivante alle orecchie di un essere umano di un nome che sente come proprio. Chi partecipa a eventi di massa bisogna naturalmente che si accontenti. Né si può escludere del resto che vi partecipi proprio per accontentarsi e per ascoltare come proprio un paradossale nome collettivo nel quale riconoscersi, perdendovisi.

24 gennaio 2016

Trucioli di critica linguistica (23): Ambiguità di "C'eravamo tanto amati"

C'è come un piccolo neo, un delizioso difetto (se così si vuol dire) nella morfosintassi italiana e generalmente romanza che rende ambiguo il titolo del film più celebrato di Ettore Scola (forse, il suo migliore; certo, quello che parve il più ispirato).
Utile per mettere a fuoco l'ambiguità in questione è forse un esempio peregrino, nel contesto, ma piuttosto semplice e intuitivo, ci si augura.
Si ponga di assistere alla reciproca spulciatura di due scimmie. Si descriverà appropriatamente la scena dicendo Le scimmie si stanno spulciando. Si metta a questo punto che,  dopo averlo fatto vicendevolmente, ciascuna delle due scimmie continui con la spulciatura di se stessa. Si descriverà la scena dicendo di nuovo Le scimmie si stanno spulciando.
Ecco: sotto condizioni sintattiche che qui non mette conto di enumerare pedantescamente, per non rendere il frustolo ancora più indigeribile, l'italiano ha forme che non distinguono tra diatesi reciproca e diatesi riflessiva. E se si vuole renderle diverse formalmente si deve dire più di ciò che capita di proferire di solito e per brevità, confidando in proposito nella chiarezza che viene dal contesto e da conoscenze pregresse.
Sulla falsariga dei primati e delle pulci (o della pulce del primato), di nuovo, un paio di esempi, forse oggi ancora più semplici e intuitivi. Il Matteo padano e il Matteo toscano si disprezzano: per renderne esplicita la reciprocità, si può aggiungere un vicendevolmente (o un reciprocamente, un l'un l'altro). Ma non si finisce così per essere ridondanti, in funzione del contesto? Sapendo un po' come i due Mattei oggi si presentano, a chi mai verrebbe in mente, ascoltando quell'espressione, che 'il Matteo padano disprezza se stesso e il Matteo toscano disprezza se stesso' e quindi un'interpretazione riflessiva?
In modo converso, aperte ragioni contestuali escludono si intenda come reciproca Il Matteo padano e il Matteo toscano si piacciono. Si sa benissimo infatti che ciascuno piace a se stesso e pochissimo o per nulla l'uno piace all'altro. D'altra parte, con simili esempi cervellotici, delle attitudini dei due personaggi evocati, ci si guarda bene dal fare una spicciola psicologia del profondo.
I valori implicati nell'ambiguità formale del titolo del film di Ettore Scola dovrebbero essere chiari, a questo punto.
C'eravamo tanto amati ha infatti un'interpretazione reciproca. Si tratta dell'interpretazione che sta più in superficie, della più evidente e corriva in funzione di un plot narrativo tanto noto da rendere superfluo che qui lo si riassuma. Di essa sola si sono del resto dovuti accontentare coloro ai quali titolo e film si sono presentati in lingue che, quanto al rapporto tra funzioni e forme, impongono in proposito il cilicio dell'univocità. E se ne sono accontentati, probabilmente, senza sapere che stavano perdendo qualcosa.
C'è poi infatti l'altra interpretazione, quella in virtù della quale l'espressione C'eravamo tanto amati dichiara, in chi la proferisce e associa al medesimo sentimento altri di cui si fa araldo, un amore riflessivo.
Che l'interpretazione riflessiva sia di norma oscurata dalla reciproca non deve ingannare né deve farla prendere per minore o accessoria. Al contrario e a ben vedere, la riflessiva pare avere una portata maggiore della sua concorrente, quando ci si propone di capire qual senso abbia l'opera di Scola.
La reciproca copre il plot, la vicenda narrata. Al di là del semplice plot, la riflessiva vale come descrizione rivelatrice dell'attitudine che ispira l'atto medesimo di narrarlo. Un atto che dichiara un sentimento riflessivo che si qualifica come narcisista, còlto pure che sia in un suo momento passato (l'imperfetto è il modo narrativo per eccellenza, d'altra parte).
In altre parole, lo specchio sarà pure invecchiato, ma belli e buoni come ci si sembrava, ci si sembra ancora. E, se si è stati buoni e belli tanto da innamorarsi riflessivamente, di amarsi è difficile si smetta. Nessuno ignora peraltro che i sentimenti riflessivi sono i più solidi, persistenti e affidabili. Chissà perché non è ancora venuto in mente di rivendicarne il valore in un opportuno quadro normativo. Se non ha giustamente genere, perché l'amore dovrebbe infatti avere un numero? Per giunta, un numero necessariamente plurale? L'amore ha anzitutto diatesi. Ma di ciò e dei curiosi risvolti etici e teoretici, (Apollonio lo promette) un'altra volta.
Narrando allora una storia di amori reciproci, C'eravamo tanto amati, con le persone della sua enunciazione, con chi se ne fa enunciatore e con chi se ne fa enunciatario, dice anche, se non soprattutto, di un amore riflessivo. E chi non ha amato quel film, amandosi anche per questo? Chi, tra i suoi estimatori, non vi si è riconosciuto con morbido e nostalgico sentimentalismo, certo, per le qualità fatte oggetto di narrazione, ma anche, se si vuole, per i difetti?
E oggi, con la triste notizia della morte del regista, il sentimentalismo ritorna. Unanime, stavolta, e nostalgico al quadrato, si potrebbe dire, perché nostalgico dei tempi in cui un film rivendicava nostalgicamente i tempi passati di un amore narcisista mai perento.
Con il suo titolo ambiguo e con i suoi intenti emblematici, peraltro perfettamente giunti ad effetto, il film di Ettore Scola è allora spia acutissima se non della psicologia profonda, certo dei modi con cui una parte di rilievo della nazione italiana si atteggiò sin dal principio della storia politica unitaria, continuò a fare in alcune cruciali circostanze storiche e dei modi con cui ancora oggi, stancamente, si atteggia: un sentimentalismo narcisista. Lo stesso meno sottilmente riflesso nel recente Noi credevamo il cui titolo e la cui fonte d'ispirazione condividono e non per caso, con C'eravamo tanto amati, persona grammaticale, la tremenda quarta, e tempo verbale, il fantasioso imperfetto. La parte in questione è quella che, della nazione, si pretende, se non è proprio, la culturalmente preminente e che ha tentato, a tratti, di farsene l'egemone, politicamente e socialmente.
Si tratta di un ceto forse per essenza narcisista. Così paiono dire (impossibile sapere quanto consapevolmente) l'ambiguità del titolo del film di Scola e, se ci si pensa un po', il film nella sua interezza, una volta si sia in possesso dell'appropriata chiave di lettura.
Concettualizzare l'esistenza di un tale amore narcisista, perduto a più riprese (vien fatto di dire con un filo di ironia) ma mai completamente abbandonato, dovrebbe indurre a riflettere chi prova a capire come sono andate e come vanno le faccende nazionali, anche attraverso le opere d'arte che la nazione esprime e in cui la nazione si riconosce.
Una consapevolezza del genere potrebbe d'altra parte sviluppare la capacità di uno sguardo finalmente critico (autocritico? Improbabile: di narcisismo si tratta), al di là del dolore che suscita il sapere morto chi ha dato voci e immagini artistiche a un morbido amore di tal fatta, creando appunto le ambiguità sentimentali di uno splendido specchio.

[A sera, in poltrona, tra le mani il Corriere. "Una battuta è l'ultimo regalo di Scola", taglio basso di prima pagina, la rubrica è Padiglione Italia, la firma è di Aldo Grasso: lo si può leggere qui.]

15 gennaio 2016

Scherza coi santi... (8): Sopra un "codesti" di Caproni traduttore di Baudelaire, chiosa a una chiosa del frustolo precedente

"Que cherchent-ils au Ciel, tous ces aveugles?" scrisse Baudelaire. E Giorgio Caproni, traducendo: "Che van cercando in Cielo | tutti codesti ciechi?"
Cosa ci sta a fare quel codesti? Allontana i ciechi dal "je" che, anche lui appunto, si trascina e che si dice inebetito più di loro. Li pone nell'area di pertinenza di un "tu" che, nel componimento, è la "cité" ed è chi legge, se si sale dal livello dell'enunciato a quello dell'enunciazione (dove "je" è naturalmente l'enunciatore).
Il testo è una procedura (un "processo", diceva un caro sodale di Apollonio). C'è da chiedersi se, in tale procedura, l'operazione sia felice, sia ben riuscita. Non solo in funzione di una corrispondenza al sistema da cui si sprigiona l'originale - corrispondenza certo sempre impossibile, sempre idealmente da perseguire, tuttavia -, ma anche in funzione del sistema (lo si vuole considerare in autonomia?) in cui si proietta la nuova creazione. "Tutti questi ciechi" sarebbe stato corrivo? "Tutti codesti ciechi" non sarà corrivo ma è forse troppo loquace e sfiora la belluria.
C'è poi in quel codesti un quid di spregio. Lo spregio è connesso con la presa di distanza di cui s'è detto. Una simile presa di distanza non c'è sotto la penna di Baudelaire, che coi ciechi è invece simpatetica.
Ecco dunque che questa traduzione funge da cartina di tornasole, per Apollonio. Contrastivamente, staglia con nettezza, ai suoi occhi di lettore di Caproni, un tratto idiosincratico del poeta livornese (e genovese. E romano?).
Ora che vede in chiaroscuro questa linea di spregio nella parola di Caproni (codesti, la parola che Caproni rivendica per se stesso, in questa traduzione), Apollonio capisce di averla sempre percepita nell'insieme della sua opera, senza essere mai prima riuscito a trasformare il percetto in concetto. E gli pare così di intuire come mai l'ammirazione, grandissima, non sia mai sfociata in una simpatia.
Apollonio ritiene infatti che lo spregio sia consentito alla vita ma per farsi arte, come per farsi ricerca, deve diventare sprezzatura.

14 gennaio 2016

Sommessi commenti sul Moderno (22): "Que cherchent-ils au Ciel, tous ces aveugles?"

Il succo di questo frustolo sta nell'immagine che, in apertura, l'illustra e che illustra un articolo giornalistico su recenti e futuri sviluppi nel settore economico della cosiddetta realtà virtuale (ossimoro esemplare: ma di ciò, eventualmente, un'altra volta).
Testa piegata all'indietro, come a guardare verso l'alto, bocca aperta: la postura della persona che occupa il primo piano di tale immagine è loquace. 
È una postura umana che attraversa i tempi e, sotto determinate condizioni, è specifica della specie, ragionevolmente. Essa è per esempio descritta e valorizzata da un testo canonico ed esemplare del Moderno maturo, Les aveugles di Charles Baudelaire:

"Contemple-les, mon âme; ils sont vraiment affreux! | Pareils aux mannequins; vaguement ridicules; | Terribles, singuliers comme les somnambules; | Dardant on ne sait où leurs globes ténébreux. | Leurs yeux, d'où la divine étincelle est partie, | Comme s'ils regardaient au loin, restent levés | Au ciel; on ne les voit jamais vers les pavés | Pencher rêveusement leur tête appesantie. | Ils traversent ainsi le noir illimité, | Ce frère du silence éternel. Ô cité! | Pendant qu'autour de nous tu chantes, ris et beugles, | Éprise du plaisir jusqu'à l'atrocité, | Vois! Je me traîne aussi! Mais, plus qu'eux hébété, | Je dis: que cherchent-ils au Ciel, tous ces aveugles?"

In un momento precedente e aurorale del Moderno e sotto prospettiva differente, la medesima postura fu illustrata da un celebre dipinto di Pieter Brueghel il Vecchio:



Ed ecco, cambiando riferimento, tempo e arte, come la rappresentò, con il pretesto di un mito antico di autoaccecamento, Pier Paolo Pasolini, quando la putrefazione del Moderno era già cominciata da un po':


Insomma, si tratta della postura del cieco.
Per ancestrale desiderio, allora, l'accecamento della realtà virtuale come compimento del destino di un'era? L'impulso ad astenersi dalla visione dell'eccesso di bruttezze e di brutture già prodotte da quell'era? Come soluzione finale, la cecità richiesta da una realtà che è già virtuale e solo da perfezionare nei suoi aspetti più crudamente tecnologici? 
Tutto ciò (ed è il lato comico della faccenda, che il Moderno non riesce mai ad allontanare da sé, soprattutto nella fase della sua putrefazione) con il pretesto di uno spasso e dell'accrescimento dell'esperienza perseguito paradossalmente attraverso la sua negazione.
Apollonio, forse già cieco anche lui, lascia però alle meditazioni dei suoi due pazienti e non ciechi lettori ogni conclusione (ma c'è, una conclusione?).

[I ciechi, nella traduzione di Giorgio Caproni: " Osservali, anima mia; son veramente orrendi! simili ai | manichini; vagamente ridicoli; terribili, strani come i | sonnambuli; i loro globi tenebrosi non si sa dove dardeggino. | Gli occhi, fuggita via la scintilla divina, come se | guardassero lontano, restano levati al cielo; mai vedi le loro | fronti appesantite chinarsi, pensose, al suolo. | Attraversano così il buio senza fine, fratello del silenzio | eterno. O città! Mentre a noi intorno canti, ridi e berci, | avida di piacere sino alla ferocia, guarda! anch'io mi | trascino! Ma, inebetito più di loro, dico: Che van cercando, | in Cielo, tutti codesti ciechi?"]

13 gennaio 2016

Lingua nostra (10): "Cruscaio", "cruscante", "cruscata"...

Cruscaiocruscante, cruscata, cruscheggiante e cruscheggiare, cruscherìa e cruschescocruschevole e cruschevolmente...
Parole fuori dell'uso da qualche tempo ma italianissime e vive sotto le penne di Foscolo e Leopardi, di Baretti e Berchet, di Ojetti e D'Annunzio, di Settembrini e Tommaseo, tra gli altri. Gente che s'esprimeva in tempi forse più vivaci dei presenti. Tempi di "pane al pane e vino al vino". Quindi, di "Crusca alla Crusca".
Il merito dell'esistenza della bella famiglia lessicale va naturalmente all'Accademia della Crusca. Con le sue attitudini morali, con le sue pratiche espressive, con le sue scelte culturali (le storiche, s'intende; le presenti sono altra cosa: c'è bisogno di dirlo?), l'Accademia della Crusca ha infatti fecondato lo spirito dell'italiano, che ha originalmente partorito tali curiose e gustose espressioni di uno spregio. 

11 gennaio 2016

Cronache dal demo di Colono (38): Checca Ciara

Difeso dalla pigrizia e dall'isolamento (le belle condizioni della Citera che lo porta sempre con sé), Apollonio non è ancora andato a vedere il recente film di Luca Medici. Se mai lo farà (la pellicola potrebbe frattanto essere scomparsa dalle sale), lo farà con la certezza che, comico che sia il film, difficilmente potrà esserlo più dello spettacolo offerto da chi lo spregia e si presenta in tal modo come personaggio di una nuova commedia dell'arte: insomma, l'antagonista ideale di Checco Zalone.
Senza pregiudizio quanto al genere di chi si avvicenda nell'interpretazione del ruolo (del resto, può ben farlo en travesti), Apollonio ne suggerisce il nome: Checca Ciara.

8 gennaio 2016

Vocabol'aria (16): "Intellettualini"

Il Meridiano consacrato ad Alberto Arbasino è corredato da una Cronologia. A tale Cronologia, l'autore ha apposto una premessa e l'ha chiusa con questa sorta di epochè: "(Più recentemente, masse di innumerevoli intellettualini in coppiette e famigliuole e "ruoli" sempre in crisi e in serie intimistica, fra divani-letto e angoli-cottura e posti-motorino e passeggini per pupi o paparini standard e uffici intercambiabili con capi e problemi e dialoghi comunque sostituibili, mai certamente imperdibili.)"
Nel passo, il "più recentemente" è naturalmente l'oggi o l'appena ieri che oggi si va confermando e, più che sospeso, il giudizio sull'oggi vi è camuffato ma trasparente. Esso è affidato a forme alterate diminutive (mere o simulate che siano): coppiette, famigliuole, motorino, passeggini, paparini
Tutte forme dell'uso comune e ormai quasi autonome come parole, a fare da corte alla sola, intellettualini, in cui il diminutivo, come esplicita scelta d'autore, porta tutto il peso del suo valore e fa da culmine di un nesso privo di determinazione e ricco di assonanze che ne amplificano il senso: masse di innumerevoli intellettualini.
Nel suo valore che fu corrente nel secolo breve e che ebbe i suoi fasti a cavaliere dell'ultima carneficina europea, la parola intellettuale venne alla luce non più di cento venti anni or sono. Essa si è trascinata fino ad oggi per l'inerzia che, come si sa, caratterizza le parole, portando a lungo con sé le connotazioni terribili di stagioni meccaniche ed implacabili ma anche le dolci di una società che, come tutte le privilegiate, fece il sogno d'essere immortale.
La parole continuano a esistere anche quando è scomparso ciò che designano: passano a designare altro, che della continuità del fiato eventualmente si bea (o si danna: di recente, Apollonio ha in proposito segnalato il caso di università). 
La sensibilità linguistica di Arbasino annuncia che bisognerebbe prendere atto di tale mutamento. La storia della parola intellettuale è a una svolta. Si potrà pure continuare ad adoperarla ma varrà in ogni caso (e fino alla sua eventuale estinzione) solo per il suo diminutivo. Per onestà e per segnalare ai posteri (ammesso lo intendano) che del mutamento qualcuno fu sensibile e non tutti si fu accecati dalle apparenze, sulla scorta di Alberto Arbasino e regolarmente nell'uso sarebbe quindi il caso di cominciare a sostituire intellettuale con il suo diminutivo.   

4 gennaio 2016

Parabole (4): Dalle "magnifiche sorti e progressive" al cambiamento climatico

Oggi si reputa capace di peggiorare il mondo, e sembra il contraccolpo di una disillusione, la stessa civiltà che, or non è molto, si credeva capace di migliorarlo. Nel comico rovesciamento di prospettiva, viene chiaro alla luce, per chi sa vedere, il costante carattere morale di tale civiltà, uscito evidentemente indenne dalla disillusione: la tronfia attitudine a presumere troppo di se stessa.

31 dicembre 2015

A frusto a frusto (102)


Imporre a una gioia di implodere non somiglia a guastarla con un esercizio spirituale di ipocrisia?

30 dicembre 2015

Come cambiano le lingue (15): "Criticità", dal biasimo alla consacrazione


Giusto dieci anni sono serviti a criticità per passare dall'ironico biasimo ("esecranda parolina") che gli riservava un acuto osservatore dei costumi espressivi nazionali, in una rubrica giornalistica (era il gennaio 2006), alla consacrazione che ne decreta in questi giorni il pulpito di una delle più prestigiose istituzioni culturali nazionali. 
Succede peraltro in una pagina dedicata a faccende di didattica grammaticale: "In questo Speciale, numerosi linguisti [...] affrontano di petto la tradizione grammaticale scolastica e ne segnalano limiti e criticità". Insomma, un autentico trionfo, per criticità che, parola di professori, è parola da professori (il genere, se lo accomodi ciascuno o ciascuna come gli o le aggrada).
Con ilare stupore, ora è quasi un lustro, Apollonio aveva d'altra parte sentito criticità spesseggiare proprio sulle labbra di gente professionalmente prossima a coloro che ne sanciscono l'attuale successo. Hanno tempo da perdere i suoi due lettori? Trovano qui quel vecchio frustolo.
Morale: quanto alle porte degli Inferi umani (dei trascendenti, difficile dire alcunché), non praevalebunt è affermazione velleitaria, se socialmente intesa: esse prevalgono infallibilmente. E, d'altra parte, unicuique suum: criticità è di chi, proferendola, se ne fa rappresentare. 
Al punto in cui si è, c'è allora spazio solo per le testimonianze. E, con il sorriso che meritano simili futilità ma a futura memoria, l'irriducibile Apollonio lo ribadisce. Per lui, che non è un collaborazionista, criticità fu e resta "lingua loro".

28 dicembre 2015

Sommessi commenti sul Moderno (21): Ancora sull'università

"Università e capitalismo avanzato sono fondamentalmente incompatibili": è la conclusione di un intervento giornalistico di Terry Eagleton, dal titolo The death of universities che, stagionato di un lustro, cade per caso in questi giorni festivi sotto gli occhi di Apollonio. 
La radicale riduzione delle risorse, osserva l'importante intellettuale inglese, comporta un inarrestabile declino degli studi umanistici nel contesto universitario odierno e, a suo parere, senza studi umanistici non c'è università. Quella che è rimasta "has become a servant of the status quo", recita del resto il catenaccio dell'articolo, ragionevolmente redazionale.
Simili accenti parlano al vecchio cuore di Apollonio. Non è più giovane di quello di Apollonio, del resto, il cuore di Eagleton: ciò che egli scriveva cinque anni fa - con l'aria di prodursi in un'estrema testimonianza - lo dice anche più chiaramente della sua biografia
Col cuore, bisogna però che ci si sforzi di fare funzionare anche la testa, almeno un po', e che ci si chieda allora a mente fredda se un'analisi del genere indirizzi adeguatamente a capire gli esiti odierni della vicenda secolare dell'università. Perché, è vero, qualcosa è successo ma da tempo. Il decesso non è di questi ultimi anni né se ne può fare carico a una temperie che, ben che vada, è bottegaia e non è certo capace di gesti tanto impegnativi, come sarebbe un assassinio. Si accontenta, al massimo, di maramaldeggiare e di infierire sopra un cadavere. Per chi non la conoscesse già, qui una recente sortita in proposito di Apollonio.
Certo, quando ciò che Eagleaton definisce capitalismo avanzato non era ancora l'universale involucro socio-economico dentro al quale il Moderno procede adesso rapido verso la sua completa putrefazione, l'università (o il suo fantasma) sembrava vivere. E vivere anche qualche fasto. Con essa, persino gli studi umanistici.
Ci si pensi un momento, però. Prima di questa fase, modelli socio-economici concorrenti avevano retto per tutto il cosiddetto secolo breve a quella competizione verso il peggio in cui il capitalismo è appunto risultato selettivamente vincente, perché evidentemente il più adeguato. Sotto quei modelli, verso quali destini sembrava già avviata l'università? Verso destini diversi da quelli che si sono poi realizzati? Ad Apollonio non pare.
L'attentato alla libertà dell'università e alla libertà dei suoi peraltro modesti chierici, anzi, vi aveva già raggiunto livelli piuttosto alti. E se esso non si metteva in atto, come si fa oggi rigorosamente e con gran successo, in nome delle regole dell'economia di mercato, divenute sacre ovunque e tenute per massimamente morali, lo si faceva invocando altri princìpi, sempre sacri, ovviamente, e orientati al bene di sostanze trascendenti. 
Lo testimonia esemplarmente un caso che in questi ultimi anni sta ancora facendo tanto rumore, ma per ragioni diverse: la vicenda di Martin Heidegger. Prima che filosofo, Heidegger fu appunto e specificamente professore d'università. Di quella nazione, la tedesca, che vantava nel campo indiscussa qualità e grande tradizione, avendo albergato il nocciolo generatore dell'università del Moderno. 
Nel pensiero e nel modo di porsi di Heidegger, comunque li si inquadri, il cedimento dei valori dell'autonomia accademica a valori eteronomi, cedimento opportunamente ideologizzato, è lampante. Lo diventa ancora di più se si compara la sua figura, proprio nella prospettiva squisitamente accademica, con quella di Edmund Husserl, di cui come cattedratico Heidegger fu appunto il diretto successore. Erano proprio gli anni in cui, come istituzione della società liberale moderna dalla vita brevissima e accidentata, l'università periva. 
E sarebbe difficile, in proposito, dire non si tratti di decesso decretato anche nell'orto umanistico, la cui presenza, dell'università, non è mai stata, per se medesima, garanzia di salvamento, malgrado la riferita contraria opinione di Eagleton. 
Gente disposta alla servitù (anche a una servitù mascherata da potere, come poi ha continuato a essere per qualche decennio fino alle attuali miserie), se ne è sempre trovata e se ne trova ragionevolmente tra filologi e filosofi quanta se ne trova tra fisici e biologi. Né bisogna lasciarsi ingannare in proposito dal fatto che i primi riescono eventualmente a raccontarla (e a raccontarsela) meglio dei secondi.
Insomma, ad Apollonio né le specificità disciplinari né la prossimità temporale paiono tratti distintivi di una vicenda, quella dell'università, marcata da contraddizioni che solo la prima maturità del Moderno, piena di speranze che se ne sono andate ormai da più di due secoli, era stata in grado se non di appianare, almeno di fare risuonare armonicamente. Così appunto nelle pagine (a leggerle oggi, struggenti) di Wilhelm von Humboldt, l'ideatore tedesco dell'università, di un istituto morale, cioè, nato nel Moderno per contrastarne paradossalmente (e, oggi lo si sa, illusoriamente) l'intima tabe di una inarrestabile attrazione per il pensiero unico e per il totalitarismo che (era evidentemente chiaro sin dal principio) l'avrebbe condotto sulla via della putrefazione.

19 dicembre 2015

Bolle d'alea (20): Enzensberger

Si avvicinano quei giorni dell'anno nei quali è consueto e gradito indirizzare espressioni di augurio a chi segue questo diario con benevolenza.
Soccorre Apollonio, questa volta, Hans Magnus Enzensberger. Il suo Poesie per chi non legge poesia comparve nella traduzione di Ruth Leiser e Franco Fortini nel 1964. Pochi anni dopo, accompagnò Apollonio nella sua prima gioventù, grazie a fotocopie su carta chimica. 
Tra altri molto belli e pieni di senno, Poesie per chi non legge poesia contiene un componimento che s'intitola zweifel 'dubbio' (l'iniziale è minuscola, come espressamente tutto il resto, nel tedesco di quel libro).
Allontanandosi dalla traduzione menzionata (invecchiando si diventa spudorati), con intenti augurali Apollonio ne offre un breve passaggio a chi, egli spera, continuerà anche in futuro a fargli dono del suo tempo: 

domani è ancora un giorno (sul serio?)
di aprire gli occhi e di vedere: 
qualcosa di buono, di dire: ho avuto torto.
dolce giorno, in cui il va-da-sé
va da sé, più o meno!
che trionfo, cassandra,
assaporare un futuro che ti confuta!
qualcosa di nuovo che sia buono (il buono vecchio lo si conosce già...)

9 dicembre 2015

Sommessi commenti sul Moderno (20): L'ultimo professore d'università

Gli ultimi professori d'università in stato di libertà furono visti aggirarsi, individui solitari o in piccoli branchi, verso la fine del secondo decennio del secolo scorso, in selve accademiche europee. 
Per la disciplina che sta più a cuore ad Apollonio, si può per es. dare proprio un nome all'ultimo della specie: fu il francese Antoine Meillet. Nato nel 1866, lo si sa morto nel 1936 ma quando già da quasi un decennio egli era appunto scomparso accademicamente. 
Il mondo che aveva visto nascere la specie del professore d'università nei primi decenni dell'Ottocento era finito con la fine della prima grande carneficina europea e in dieci anni l'ambiente sociale era già divenuto incompatibile con la sopravvivenza della specie in libertà. 
La deriva di massa presa dall'illusione della modernità liberale sette-ottocentesca s'accompagnava di necessità con il fordismo, di là dell'Atlantico, e, di qua, con altre ben note varianti del totalitarismo socio-politico, ideologicamente aggressive e temporaneamente anche molto violente in modo aperto. Si trattava di un ecosistema a cui il professore d'università faceva molta fatica ad adattarsi e che ne metteva a repentaglio in ogni momento non tanto la vita quanto l'incolumità morale.
Nello stesso torno di tempo, mentre scompariva appunto il professore d'università allo stato brado, fu messo in atto un programma sociale di riproduzione della specie in cattività, prima su piccola scala poi via via su scala sempre maggiore. 
Si crearono allo scopo ambienti artificiali, che furono sempre definiti università o istituti di ricerca e di istruzione superiore. Questi simulavano l'antica selva accademica in cui appunto aveva un dì prosperato e scorrazzato liberamente la specie allo stato brado. La simulavano anche piuttosto credibilmente, vista una certa larghezza della spesa messa nella simulazione. 
Il professore d'università vi si poteva infatti muovere con un certo agio. Grande cura era posta inoltre nel fargli credere che si trattasse ancora di un ambiente naturale. Solo a questa condizione, si pensava, se ne potevano ottenere comportamenti compatibili con le spontanee e ancora richieste prestazioni tipiche della sua indole: un'indole peraltro già ripercossa e quindi moralmente guastata da uno stato di cattività sostanziale. A lungo andare questo aveva cominciato infatti a produrre fenomeni di disamoramento prima del proprio stato, poi della propria natura, infine della vita. Donde una serie piuttosto nutrita di atti di aperto autolesionismo, principalmente morale.
Con il procedere degli anni e con il perfezionamento, intorno agli ultimi due decenni del Novecento, di quel totalitarismo utilitario del profitto che ha segnato l'inizio della piena putrefazione della modernità, l'idea di sostenere i costi di simili bioparchi accademici in cui fare sopravvivere, con il pretesto della formazione della gioventù, una specie dalle attitudini morali e comportamentali ormai incomprensibili non è più parsa praticabile alla società.
Con l'intento di rendere completamente domestica la specie o, che è lo stesso, di eliminarla radicalmente, tutti gli individui che la rappresentano (o pretendono di farlo: la lunga cattività ha infatti prodotto molte storture e mostruosità, nella specie) sono stati trasferiti, secondo il tipo, in stalle, porcili, pollai, ovili, gabbie, voliere e altri ambienti simili, angusti e costrittivi. 
Si sono tuttavia sempre fregiati tali ambienti del nome di università o di istituto di ricerca e di istruzione superiore, attrezzandoli alla bisogna, anche allo scopo di assicurare a coloro che vi sono rinchiusi la permanente illusione di continuare a essere appunto professori di università (così infatti tra loro ancora si appellano e vengono socialmente appellati). 
In tali contesti e con grande spreco mistificatorio di valutazioni e di giudizi di merito e di eccellenza, le ormai pallide figure vengono continuamente vessate con l'adempimento di procedure insensate e, d'altra parte, sollecitate a una produttività e a una diligenza di ricerca e di insegnamento che o sono sostanzialmente onanistiche o hanno esiti che sono immediatamente sottratti al loro controllo e trasferiti, per lo sfruttamento di norma economico, in settori sociali diversi, meglio governati appunto secondo l'imperante ideologia totalitaria del profitto.
Il destino della specie del professore d'università pare dunque e ormai da gran tempo segnato né si può sperare che esso possa essere mutato dai pochi esemplari che, pur sapendo dell'inutilità del gesto, si sono sottratti al trasferimento, rifugiandosi in ambienti diversi ma non necessariamente meno ostili alle loro naturali pratiche di vita libera, o, pur ridotti nelle stalle, nei porcili, nei pollai, negli ovili, nelle gabbie, nelle voliere, vi si atteggiano ridicolmente e vanamente secondo gli ormai scoloriti ricordi dei modi di un'antica e selvatica libertà.

3 dicembre 2015

Linguistica candida (33): Linguistiche


C'è da tempo ed è corrente, sotto molteplici fattispecie solo in apparenza contrapposte, una linguistica che ragiona superba sulla lingua. 
Per rari e preziosi episodi, c'è d'altra parte una linguistica che modesta ragiona con la lingua.
La seconda è tanto diversa dalla prima da non potere nemmeno esser detta migliore. Incomparabile, piuttosto. 

1 dicembre 2015

Linguistica candida (32): Significato e significante [Per i dieci anni di questo diario]

Significato è ciò che, senza significante, non sarebbe significato. Significante, ciò che, senza significato, non sarebbe significante (o, se si preferisce, sarebbe insignificante).
La ratio di una scelta che non fu solo terminologica ma anche congiuntamente sperimentale e speculativa risiede in un rapporto reso tangibile e linguisticamente concreto dalla coppia inscindibile di due forme nominali del verbo: signifié, signifiant
Così presentato (genialmente, vien fatto di dire, sfidando con tale espressione ammirativa il ridicolo della ridondanza), il rapporto viene fuori dall'intreccio di funzioni sintattiche (con significato, l'oggetto; con significante, il soggetto), di diatesi (con significato, il passivo; con significante, il non-passivo - o l'attivo, se si preferisce), di aspetto (con significato, il perfettivo; con significante, il non-perfettivo - o l'imperfettivo, se si preferisce). E funzioni sintattiche, diatesi e aspetto stanno nel nocciolo del sistema della lingua, dove appunto si genera per correlazione la differenza. Anche quella che, nella funzione segnica, permette di cogliere, ma senza che mai si separino e solo da due diverse prospettive, signifié e signifiant.

[Oggi questo diario compie dieci anni: ai suoi due lettori farà forse piacere leggere (o rileggere?) anche il frustolo saussuriano del suo esordio. Per festeggiare sommessamente la ricorrenza, soccorrono Apollonio, come si vede, le sue consuete debolezze di pensiero e di affetto e la futile urgenza di ricordare che Ferdinand de Saussure fu rigorosamente un linguista e non genericamente un filosofo, come da parecchi decenni crede e tende a far credere la maggioranza di coloro che lo menzionano. L'immagine - Ferdinand de Saussure, Bal costumé 1901, Lacombe et Arlaud, Genève, Archives Jacques et Philippe de Saussure 2013 - è tratta dalla copertina di Ferdinand de Saussure, Une vie en lettres, Diachronie dressée par Claudia Mejía Quijiano, Éditions Nouvelles Cécile Defaut, Nantes 2014.]

22 novembre 2015

...dal sen fuggita (1)


Nei supplementi culturali delle gazzette si trovano oggi scritti che paiono spesso avere un solo valore informativo. Quello di testimoniare la permanenza in vita dei loro estensori, peraltro piuttosto giovani di norma ma evidentemente e precocemente già esposti alla bisogna. 
Del resto, tolto il riferimento alla gioventù, la stessa cosa si può forse dire di questo frustolo medesimo.

11 novembre 2015

Pasolini come sintomo

La burrasca commemorativa è quasi passata. Con un fiato a stento percettibile, vi ha contribuito anche Apollonio. Al suo frustolo ha dato peraltro un titolo che, già pochi minuti dopo averlo messo in circolazione, gli parve lente male appropriata: lente che sfoca ciò che inquadra.
"Pasolini come sintomo" avrebbe forse colto meglio il succo di quel frustolo radicalmente figurato. Pasolini fu in effetti un sintomo, per l'intero corso della sua vita pubblica. Tutto ciò che egli fece e lo riguardò fu sintomatico. 
Ancora oggi Pasolini, meglio, la sua metonimia e la sua prosopopea sono i riflessi di un forte sintomo antico e sono sintomi dello stato dell'oggi nazionale, ovviamente più modesti. Passata la burrasca e annusatene non poche folate (tutte, impossibile!), Apollonio ne è vieppiù convinto.
L'essere un sintomo, il costituirsi (forse per consapevole incapacità di poter fare di meglio) a sintomo furono e sono la ragione del suo valore. Di tale valore, però, continuano a essere, come furono, il limite invalicabile.

4 novembre 2015