
3 giugno 2009
Muta d'accento

30 maggio 2009
Mainstream

29 maggio 2009
Televisivo

Comparare

27 maggio 2009
Sometimes they come back

Nomen, non me! (6)
26 maggio 2009
Passato remoto, imperfetto...
23 maggio 2009
Leggere (e, eventualmente, scrivere)

20 maggio 2009
Intolleranze (2): Salve

19 maggio 2009
"If you think education is expensive...
15 maggio 2009
Una lingua non comune

12 maggio 2009
Il programma della linguistica
8 maggio 2009
Nomen, non me! (5)

26 aprile 2009
Lingua loro (12): "pandemia" e "suino"

10 aprile 2009
"L'Italia piange le sue vittime"

2 aprile 2009
Etimi tossici

29 marzo 2009
Sciaranèra
28 marzo 2009
Quanti anni ha Maurizio Ferraris, filosofo?

1 marzo 2009
4 marzo 1943


28 febbraio 2009
Trompe l'oeil

11 febbraio 2009
Quanti figli ha Fabrizio?

Si è poi rapidamente a conoscenza dell'esistenza di un terzo maschio, con la dettagliata menzione dell'assente Giovanni. Ma passano poche pagine e d'improvviso si coglie Fabrizio esclamare: "«Sono un uomo vigoroso ancora; e come fo ad accontentarmi di una donna che, a letto, si fa il segno della croce prima di ogni abbraccio e che, dopo, nei momenti di maggiore emozione non sa dire che: 'Gesummaria!'. Quando ci siamo sposati tutto ciò mi esaltava; ma adesso... sette figli ho avuto con lei, sette; e non ho mai visto il suo ombelico. E' giusto questo?»".
Sette figli? Tra coloro che non hanno bellamente trascurato il dettaglio, non c'è stato critico che, rilevata quella che a quel punto gli è parsa un'incongruenza, non abbia detto che si tratta di un esemplare indizio (e già sul principio del romanzo) di accuratezza compositiva solo approssimativa: prova di un'opera cui fece difetto l'estrema cura del suo autore, che fu peraltro, narrativamente, un cretino di talento, per nulla un professionista della "scrittura creativa" (che oggi addirittura s'insegna in scuole e università) ma solo un autore della domenica.
L'aporia sul numero dei figli di Fabrizio (i lettori attenti del romanzo lo ricorderanno) si risolve nelle ultime pagine, dove si menziona d'improvviso l'esistenza di una quarta figlia: sposata a Napoli, si apprende. Del resto, mai prima era stato esplicitamente detto, nel corso della narrazione, che le figlie del Principe fossero solo tre. Anche tale scioglimento viene però considerato dai critici indizio a carico dell'autore: è un rattoppo, vien detto, e così non si fa nelle opere portate a termine a regola d'arte. Ma un rattoppo di cosa (verrebbe fatto di chiedere), se i "sette figli" erano una svista? Se c'è un rattoppo, c'è consapevolezza. E se c'è consapevolezza, il dettaglio non sarà privo di valore.
A nessuno è peraltro mai venuto in mente di mettere in relazione il piccolo ed innocente enigma con il sentimento giocoso e beffardo che Lampedusa pare avesse della composizione letteraria. Se si tratta di un gioco, il gioco dell'autore ha colpito il segno: la seriosità boriosa e pedantesca dei critici l'ha trasformato in beffa ai loro danni.
Meglio di ogni altro commento, parla il commento che il testo fornisce a se medesimo. Con significativa scelta onomastica, la settima figlia si chiama Chiara e la menzione di quel nome, che chiarisce un dettaglio di rilievo narrativo in apparenza scarsissimo, ricorre appunto sul finire del romanzo. In quella Parte ottava che esplicitamente confonde in modo irreparabile ciò che fino a quel momento era stato rappresentato come chiaro nella mente del solo personaggio principale rimasto vivo e sulla scena, Concetta. E nel contempo chiarisce implicitamente al lettore, che vuole intenderle, non poche cose e di primissimo piano. Per esempio, cosa celava l'idillio tra Angelica e Tancredi cui s'era consacrato, proprio al centro dell'opera, l'incanto di una descrizione. Incanto chiarito, appunto, come il nome Chiara scioglie il mistero (in apparenza futile) dell'esatta determinazione numerica della prole di Fabrizio: piccola trappola per il lettore supponente, piccolo indizio per il lettore circospetto. E spaventato quanto divertito da una macchina narrativa labirintica (come il palazzo di Donnafugata) e che non lascia scampo (come la vita): una delle più perfette e sardonicamente giocose mai disposte dalla letteratura in lingua italiana.
9 febbraio 2009
Lingua loro (11): "fine vita"

14 gennaio 2009
Lingua loro (10): "lectio magistralis"
"Conferenze, lectio magistralis, mostre, incontri con Premi Nobel, spettacoli, aperitivi scientifici, percorsi interattivi": l'annuncio ha circolato nei giorni scorsi sulla stampa nazionale. Si tratta di uno dei festival che, ormai a dozzine, fanno da quinta alla compagnia di giro che batte tutte le piazze d'Italia. Mette in scena rappresentazioni in cui c'è chi fa il filosofo e chi il vate, chi lo scienziato e chi l'intellettuale, chi il critico e chi l'accademico. Nascondendosi dietro la foglia di fico delle cosiddette sponsorizzazioni, essa può farlo grazie al sostegno del pubblico danaro: lo stesso che si lesina, a quanto pare, alle compagnie teatrali di professionisti (e non è questo piccolo indizio della natura dei tempi e dello spregio in cui essi tengono chi esercita con coscienza e competenza il proprio mestiere e non scimmiotta goffamente gli altrui). 23 dicembre 2008
Bolle d'alea (6): Bontempelli
"Il piacere fisico più grande e pieno (nessuno ci fa caso: provateci) è respirare. Il piacere spirituale più grande è pensare. Due operazioni che l'uomo non ha bisogno di procurarsi, e che non interrompe mai (neppure nel sonno): lo accompagnano di minuto in minuto fino all'ultimo, stanno a fondamento continuo dell'intera vita. E sono due piaceri che si fanno più perfetti con l'accorgersene": una nota di "ottimismo" (così la definì Massimo Bontempelli). 9 dicembre 2008
"Uomo del passato"

La stupidità, quando vuole offendere, loda.
12 novembre 2008
Nomen, non me! (4)
Si tratta solo dell'ennesima esca e, nell'oceano delle comunicazioni di massa, ci si sta facendo ancora una volta prendere all'amo?A mar, abbocca
Anche perché, tra gli osanna, qualcuno inascoltato potrebbe ragionevolmente dire
Ma Bacco, bara!
L'azzardo è grande infatti e il ticket si definisce da solo:
Ambo baccarà
[L'invenzione di un anagramma è giustappunto una scoperta
(c = k)]
[cfr., nel giardino di Kublai Kan, il post del 14.11.08: "...un uomo attraente, sa parlare e vien bene alla TV"]
10 novembre 2008
Sulla catena evolutiva accademica (I)
Qui si parla di una cosa che non c'è più da gran tempo, l'università. E ammesso che qualche relitto ancora ci sia, non ci sarà più in futuro. Chi trovasse in ciò che segue una vena d'elegia, perdonerà il vecchio Apollonio d'indulgervi: si rassicuri però, nessuna nostalgia.Secondo una nota e antica teoria sulla catena evolutiva accademica, caratteri d'inarrestabile decadenza e di continua rinascita erano inscritti nel codice genetico dell'istituzione universitaria del moderno Occidente.
Si era già (come si è oggi) in epoca post-accademica e Apollonio era solo un ragazzo. Sentì enunciare tale teoria a un ancora giovane studioso che in potenza era all'epoca "il più famoso linguista italiano" e tale sarebbe poi diventato in atto, come ha di recente testimoniato, sulle pagine dei giornali, la pubblicità di un dizionario cui egli ha dato il suo nome.
Scolaro d'illustre maestro e maestro illustre di numerosa scuola, la teoria gli affiorò alle labbra (ricorda Apollonio) durante la cena che seguiva una conferenza. Alla cena, come alla conferenza, era presente una folta e rapita rappresentanza della menzionata scuola. Apollonio vi era stato ammesso eccezionalmente e ascoltava da un angolo nel fondo della lunga tavolata.
La teoria non era forse farina del sacco di chi in quell'occasione la riferiva. Se lo faceva, era per perpetuare una nobile tradizione. Apollonio ne fu sicuro già allora e ancora oggi crede che essa si sia in realtà tramandata eguale da generazioni: testimonianza dell'attitudine un po' canaglia che rese amabili un tempo i professori d'università, con il loro innocente cinismo. Cose oggi disperse nel conformismo della correttezza politica e che, già all'epoca di quella cena, erano agli estremi riflessi dei loro quasi spenti bagliori.
Ecco comunque, qui di seguito brevemente riferita, la teoria sulla catena evolutiva accademica, come Apollonio ricorda di averla udita.
Bastava che fosse furbo anche solo un po', un professore d'università non avrebbe mai eletto a suo scolaro e successore un giovane studioso in sospetto d'essere più intelligente, più bravo, più capace di lui. Per tema d'essere messo in ombra, avrebbe sempre preferito chi egli credeva meno intelligente, meno bravo, meno capace. Ciò condannava naturalmente l'università a rovinosa decadenza. E la storia dell'università fu in effetti sempre storia di decadenza rovinosa: c'è bisogno di esempi?
Come mai, tuttavia, nella sua secolare vicenda, giunta comunque da tempo al suo termine, l'istituzione universitaria riuscì a sopravvivere e le riuscì talvolta di dare persino qualche buona prova di sé? Presto detto.
Da maestro a scolaro più scemo, poi maestro di scolaro più scemo, poi maestro di scolaro più scemo e così via, si giungeva a un livello di scemenza tale da non consentire al suo titolare nemmeno di rendersi conto di scegliere come scolaro e successore uno meno scemo di lui. E il ciclo poteva così ricominciare.
Come si comprende, per la sua lucidità, il relitto culturale è prezioso. Riferendolo, Apollonio ne elegge a gelosi custodi i suoi pochi lettori. E confida loro ciò che, tra il compiacimento di chi enunciava la teoria e le risate complici dei commensali, a lui apparve chiaro già quella sera di estremi riflessi di ormai quasi spenti bagliori, mentre ruminava silenzioso altre osservazioni ed integrazioni, di cui magari un'altra volta dirà.
Della catena evolutiva accademica, concluse, i più benemeriti dunque furono sempre i più scemi, coloro la cui idiozia fu tanto grande da interrompere il declino cui invece i meno scemi davano il loro continuo fattivo contributo.
Paradosso? Ma cosa non è paradosso nel mondo? E, per l'intelligenza della storia calamitosa dell'istruzione superiore dell'Occidente moderno, un paradosso è incomparabilmente più efficace delle tartufesche invocazioni al merito e all'eccellenza dei presenti e altrimenti calamitosi tempi post-accademici.
