14 agosto 2011

E-pistola

Sulla stampa, qualche settimana fa, riappare e-pistola come possibile concorrente, tutta nazionale, di e-mail.
Doveva correre l'ultimo o il penultimo anno del secolo scorso e Apollonio la suggeriva, proprio per la bisogna, al presidente dell'Accademia della Crusca dell'epoca.
In giro per le università dell'Europa continentale, questi informava i numerosi commensali di una cena turicense di un suo prossimo impegno: il coordinamento, presso l'Accademia, d'una importante riunione convocata per decidere, con adeguata ponderazione, cosa fare con le nuove parole della marea di anglismi informatici allora montante, tra cui appunto e-mail.
Il suggerimento (ma c'è bisogno di precisarlo?) inclinava verso il faceto. Apollonio pare però abbia un particolare difetto comunicativo, tra i molti altri caratteriali (appunto, Discolo). Dice cose per lui ridicole con aria serissima e cose per lui serie come fossero facezie. Così gli si rimprovera coralmente da quando era ragazzo da chi non crede inoltre che egli lo faccia senza malizia e intenzione. Come un idiota, resta infatti stupefatto dagli esiti che vede di solito seguire ai suoi discorsi.
Quello fu proprio un caso. Invece di scoppiare nell'attesa risata, infatti, l'illustre ospite prese a quel punto un'aria pensierosa e disse che avrebbe avanzato la proposta nell'imminente occasione. È fuori discussione che, quella sera, egli mostrasse di concedere attenzione ad Apollonio, con signorile e benevolente cortesia, pensandolo serio e appassionato alla questione, perché ingannato dal menzionato difetto. L'uscita gli sarà subito parsa, in realtà, sbardellata e degna d'uno stolto.
A riprova, il fatto che, da allora, di e-pistola si sia sentito parlare, grazie al Cielo, solo molto sporadicamente e solo come segno del fatto che non manca mai un "pistòla" che spara una sciocchezza, con pretesa di far dello spirito con le parole.
Come tale si manifestò allora Apollonio, infelicemente. E, con questo post, col blog intero, come "pistòla" egli si manifesta ancora oggi. Anzi, per essere più precisi come e-"pistòla". Ha infatti una nuova proposta da fare. Accanto a e-pìstola col valore di e-mail, si dia corso anche a un e-pistòla, come designazione di chi, con mezzi elettronici e in rete, rende palese la sua stupidità.

9 agosto 2011

Finire (1)

Un'estate fresca e piovosa. "Ma la pioggia finirà?" è capitato di sentire chiedere sotto ombrelloni dalla mutata destinazione. Domanda straniante, dato il contesto, che nello spirito di Apollonio porta a galla lontane riflessioni sulla sintassi della fine. Qui, un brandello. Capiterà di pescarne altri. La fine è un tema sempre affascinante e, visto l'inusuale silenzio, si può stare certi che qualcuno si sarà chiesto se, per caso, Apollonio non l'avesse finalmente piantata. Non ancora, risponde questo post sulla fine. Non ancora.
"La pioggia finisce", allora. Una proposizione semplicissima. Un nome, come soggetto, un verbo intransitivo, come predicato. Lo stesso schema di "La pioggia crepita". L'una e l'altra corredate in parallelo, a mo' di elementari parafrasi, da nessi nominali altrettanto semplici: "La fine della pioggia", "Il crepito della pioggia", coi predicati non più verbali a fungere da nocciolo nominale e il soggetto non più soggetto a fungere da complemento.
Come succede allora che a "La pioggia finisce" corrisponde bene "Finisce di piovere", mentre a "La pioggia crepita" non è banalmente accostabile "Crepita di piovere"?
Dietro il medesimo schema grammaticale di superficie si celano circuiterie funzionali differenti, di cui si coglie di preferenza l'aspetto interpretativo (o semantico, come si preferisce qualificarlo), considerandolo per ciò stesso il fondamentale.
In "La pioggia finisce", incapsulata dentro l'involucro di un nome e di un nome che fa da soggetto, la funzione predicativa di "la pioggia" estende tuttavia la sua portata all'intera proposizione. Lungi dall'essere il predicato principale dell'insieme, il verbo "finisce" ne è solo un ausiliare aspettuale. In altri termini, "la pioggia", predicazione principale della proposizione, vi è considerata dal punto di vista del suo cessare: "La pioggia finisce" corrisponde appunto a "Finisce di piovere".
Anche nel soggetto di "La pioggia crepita" c'è, incapsulata in un nesso nominale, una funzione predicativa; c'è, se si vuol dire così, "il piovere". Questa volta, tale predicazione vi è però come costretta. Con l'intero suo involucro nominale come specifico carattere, si presta così a venire determinata dalla predicazione del verbo "crepita", che è la principale dell'insieme.
Aspetti e rapporti superficiali identici, insomma, ma dipendenze funzionali molto differenti. È la lingua. Nel caso specifico, non è, ovviamente, la lingua in sé ma la lingua nella declinazione che le danno l'italiano e molti altri idiomi apparentati, così attenti (a ciò che pare) alla fine e al principio da destinarvi specifici artifizi di facile articolazione grammaticale.
Nessuno può escludere che altre ipotetiche declinazioni abbiano fatto, facciano o faranno del "crepito", come di altre sonorità legate al cadere della pioggia, una modalità da affidare a una funzione ausiliaria, leggera come impone sempre la sintassi, al pari del "finire" italiano.
Nessuno può escludere d'altra parte che, anche in italiano, uno spirito bizzarro, fosse solo per il gusto di provocare uno straniante cortocircuito giocando con le relazioni nascoste delle proposizioni, abbracciato alla sua bella tra le lenzuola, non se ne sia già uscito o non se ne esca con un insinuante "Ascolta... crepita di piovere".

14 luglio 2011

Lingua loro (21): Ancora ossimoro

Facile prevederlo. Passato un mese dal Mercati e ossimori sull'organo della Confindustria, ieri ossimoro era di nuovo sulla prima pagina di un autorevole quotidiano: La fiera dell'ossimoro in quattro paradossi suona il titolo di un articolo di cui Apollonio crede di poter condividere lo spirito. Meno, la lettera.
Come si è già osservato appunto un mese fa, per dire che qualcosa è criticabile per via di interne contraddizioni e per dire, di conseguenza, che quel qualcosa non piace, ossimoro piace. A dire ossimoro, a scriverlo, con un'attitudine di sufficienza intellettuale, di malcelata degnazione, se non proprio di disgusto (come è forse il caso di questa sua nuova evenienza), si passa per molto intelligenti e per molto chic.
Consapevole che, a quelle qui provviste dalla sua povera fantasia, la realtà ne aggiungerà, per il divertimento dei suoi cinque lettori, di ben migliori e che presto si arriverà a "botte piena e moglie ubriaca è l'ossimoro per eccellenza", ad uso dei volenterosi, Apollonio suggerisce allora tre ulteriori possibili applicazioni di ossimoro nella comunicazione, per la descrizione di aspetti della vita civile di tutti i giorni.
1) Lodare dalle colonne di un giornale la pace, la tranquillità, la solitudine di un'isola.
2) Schierarsi con tutto il peso della propria autorevolezza per il sì al blocco del nucleare, assicurando ai propri collaboratori gli accettabili venti gradi sul luogo di lavoro ("Vuoi mettere? Poverini, con quest'afa!").
3) Dar voce alle proteste contro le degradanti condizioni di vita dei Centri di accoglienza che montano, vibrate, da ceti composti da un cospicuo numero (milioni?) di possessori di case al mare (o in montagna), vuote per undici mesi l'anno.
Da quando si è cominciato a dare notizia di noi, gli esseri umani, come ognuno sa, si è contraddittori. Forse perché contraddittoria è la nostra natura culturale. O cultura naturale?
D'altra parte, per sfiorare i temi dell'articolo che fa da pretesto a questo post, ci si destina a vivere solo in virtù dell'inconsapevole certezza d'essere destinati alla morte. Così che, privato delle benevole illusioni, anche il gesto nobilissimo e spontaneo di nutrire un bimbo, una delle cose più dolci e consolanti che ci siano, sarebbe una sorta, anzi la prima forma di accanimento terapeutico, a prestar fede già al saggio Teognide.
La modernità ha però vivamente accentuato la contraddizione umana. L'ha resa parossistica e la sottolinea pubblicamente in ogni istante. Implacabile, con l'invenzione di un lezioso eufemismo che serve solo, oggi, a far fare bella figura a chi lo usa, la lingua ne rende testimonianza. In queste condizioni e per la contingente stupidità coltivata, la miserevole fortuna di ossimoro e il suo provvido degrado sono dunque per qualche anno assicurati.

12 luglio 2011

Baleno

“Considérée à n'importe quel point de vue, la langue ne consiste pas en un ensemble de valeurs positives et absolues mais dans un ensemble de valeurs négatives ou de valeurs relatives n'ayant d'existence que par le fait de leur opposition”.
Tra gli appunti di Ferdinand de Saussure ritrovati or sono tre lustri, il passaggio non rivela idee che non si sapeva gli appartenessero.
Vi si trova però la sua concezione dell'espressione umana esposta fuori delle molte mediazioni attraverso le quali è stato divulgato il suo pensiero (o quello attribuitogli).
Si vede così uscire proprio dalla sua penna, dal tratto nervoso e aforistico, la semplicissima idea che la lingua, "considérée à n'importe quel point de vue", s'istituisce come negatività relazionale e oppositiva. E, vale la pena di aggiungere, per questo suo carattere essa è elementarmente esemplare dell'insieme di tutto ciò che è umano, di cui nulla è comprensibile se si scambiano per sostanze le apparenze proiettate dalle relazioni oppositive.
Sono parole che fanno subito chiarezza come, intorno a sé, la fa per un attimo un baleno, spentosi il quale la consueta oscurità, densa e impenetrabile, riafferma il suo naturale e incontestabile diritto a regnare immutabile.

10 luglio 2011

"Queste povere cose care" e l'ontologia

"C'è una peculiare sicurezza degli oggetti: loro non ci lasceranno mai, saremo noi a lasciarli; loro sono morti, ma, paradossalmente, ci sopravviveranno, parleranno di noi a chi li avrà ereditati. Per questo il collezionismo è una partita ingaggiata con la morte": sentenza di un moderno filosofo, che, casualmente, Apollonio trova citata con enfasi e qui riporta (se ne scusa) ma solo di seconda mano.
Morti? Mai stati vivi, pensa. Dureranno, se del caso, più di chi vivendo li ha resi vivi, gli "oggetti". Perdendosi quella relazione, non le sopravviveranno certamente. E ammesso che durino, diventeranno "oggetti" diversi, per via di una nuova relazione. Perché sarebbe necessaria altrimenti la filologia? E perché ci si sarebbe inventati la filosofia?
Gli viene in mente, a questo punto, che qualcosa, in proposito, deve avere già letto. E non ieri. Qualcosa di più alla buona, certo, ma di non meno significativo.
Sì. Arrendendosi dopo anni di resistenza al demone della scrittura, e sul limitare della fine della sua vita, sul rapporto tra vita e morte umane e vita e morte delle cose, un uomo ha in effetti scritto quanto segue: "Poté volgere la testa a sinistra: a fianco di Monte Pellegrino si vedeva la spaccatura nella cerchia dei monti, e più lontano i due colli ai piedi dei quali era la sua casa; irraggiungibile com'era questa gli sembrava lontanissima; ripensò al proprio osservatorio, ai cannocchiali destinati ormai a decenni di polvere; al povero Padre Pirrone che era polvere anche lui; ai quadri dei feudi, alle bertucce del parato, al grande letto di rame nel quale era morta la sua Stelluccia; a tutte queste cose che adesso gli sembravano umili anche se preziose, a questi intrecci di metallo, a queste trame di fili, a queste tele ricoperte di terre e di succhi d'erbe che erano tenute in vita da lui, che fra poco sarebbero piombate, incolpevoli, in un limbo fatto di abbandono e di oblio; il cuore gli si strinse, dimenticò la propria agonia pensando all'imminente fine di queste povere cose care".
"...tenute in vita da lui...". Nella testa di Apollonio si accende allora il dibattito: da una parte, parla suadente il filosofo, cultore di ontologie e bramoso di trovare negli enti confortanti rassicurazioni sul permanere della sua testimonianza; dall'altra, quell'uomo fattosi scrittore, convinto, pare, che muoia proprio tutto, che tutto abbia veramente fine. E per dirimere almeno sul momento la questione, fuori delle astrattezze, per Apollonio, non può che intervenire la sua banale, personale esperienza di vita: gli succede sempre così.
Da qualche anno, egli assiste infatti impotente alla lenta morte di "povere cose", di "oggetti", come pare appunto li chiami il filosofo. Con una certa scostante freddezza, a dire il vero, e come se i soli commerci avuti con essi fossero stati per lui quelli che lo vedono "soggetto" (trascendentale?).
Altro che sopravvivere, gli "oggetti", agli esseri umani. Apollonio ha già visto morire per esempio degli aghi da lana. Con essi, cinquanta anni fa capitava gli fossero confezionati, proprio per lui e pezzi unici, caldi maglioni e cuffie da notte. Ha già visto morire, col tombolo, gli uncinetti. Vede morire camicie da notte ordinarie e belle sottane, lenzuola ricamate, fini tovaglie da tavola, bei serviti da caffè. Mentre scrive, muore pezzo dopo pezzo la modesta mobilia di una casa zingaresca che ha finto per decenni di non esserlo. Di una casa che è stata, in realtà, diciannove case diverse. Una casa che ha percorso in lungo e in largo la Sicilia, lasciando dietro di sé tante povere cose, vittime incolpevoli della mancanza di spazio sul camion che, periodicamente, veniva a portare via tutto. Meglio, tutto ciò che poteva. Mai dimenticherà la dolorosissima morte, per fuoco, di annate e annate del "Corriere dei Piccoli" che (e lo sapeva mentre ne faceva collezione) giammai avrebbe potuto portare con sé.
Oggi, però, le povere cose che ha elencato e molte altre muoiono in begli occhi cerulei ogni giorno più spenti. Muoiono in una memoria che pian piano se ne va e in cui, irragionevoli (o ragionevolissime?), resistono intatte "Davanti San Guido", "Sant'Ambrogio", "Il sabato del villaggio", ben recitate, come da una bimba davanti ai parenti per un'antica festa di Natale.
Apollonio vede insomma morire povere cose nel doloroso e disperato abbandono di sé di una estrema vecchiezza che è vita già oltre la vita. Di più, della sua esperienza, Apollonio non può dire: i suoi pochi lettori lo perdoneranno.
Il pensiero del filosofo e il suo gioco di prestigio (una morte che non è morte perché non è mai vita e, di conseguenza, una sopravvivenza fasulla) gli paiono brillanti e riscuotono la sua ammirazione sincera: sono certamente tali da assicurare a chi le espone gustosi successi mondani, tra dame ed accademici.
La vita semplicissima di una donna qualsiasi ricorda però ad Apollonio che una relazione presta esistenza agli "oggetti" presentati invece dal filosofo come fossero superbi d'autonoma essenza. Gli dice al contempo che la stessa relazione, nella direzione conversa, ha sostanziato quella vita modesta. Gli "oggetti" di cui parla, vorrebbe dire al filosofo, siano umani o ultra-umani, non sono appunto mai disumani. Infine e sempre, essi sono quindi solo "povere cose".
Povere cose che, nel caso che Apollonio esperisce, una ad una, sono già uscite, stanno uscendo dalla loro vita. Si sta infatti spegnendo la relazione che ha prestato cara esistenza a essi e a quel caro essere umano.
Tra il filosofo degli "oggetti" e l'uomo delle "povere cose", conclude Apollonio tra sé, il secondo merita allora d'essere ascoltato con maggiore attenzione del primo. Perché il secondo si approssima, con minore difetto e senza vanitosa intelligenza, alla misteriosa verità che mette in relazione la povera vita umana e la vita delle sue povere cose.

A margine del tema, esattamente due anni fa, ad Apollonio era già accaduto di scrivere qualcosa. Evidentemente, il caldo estivo gli rende il peso delle ontologie meno tollerabile. È del resto noto che le ontologie si combinano meglio coi climi (culturali) rigidi.

7 luglio 2011

"...quante mai furon fiacole e lumiere"

"Fra mille colpi il Tartaro una volta / colse a duo mani in fronte il re d'Algiere; / che gli fece veder girare in volta / quante mai furon fiacole e lumiere". Il Furioso conta più di mille e duecento costruzioni causative e con verbi di percezione. L'estate scorsa, Apollonio si è deliziato raccogliendo tutte quelle che gli è riuscito di individuare. Il numero è rimarchevole, tanto come valore assoluto quanto come valore relativo. E ad Apollonio, che si è chiesto come mai, o forse e più facilmente al suo sparuto alter ego secolare, capiterà forse una volta o l'altra di scrivere qualcosa in proposito.
Di tutte le ricorrenze pertinenti, però, quella qui citata in apertura è certo una delle più notevoli. Dal punto di vista sintattico e costruttivo, la proposizione che ne sortisce si articola infatti su tre diversi strati predicativi, rappresentati dalla sequenza compatta di tre verbi differenti: "fece veder girare".
"Fiacole e lumiere" girano. È Rodomonte che le vede girare. E a fargliele vedere girare è Mandricardo. In un reboante e comico duello (che ha ovviamente in una donna, la bella e volubile Doralice, la sua ragione) "il Tartaro" è infatti riuscito ad assestare al "re d'Algiere" un gran colpo sulla fronte.
Osservando il fenomeno compositivo, limpido e al tempo stesso complesso (minuscola sineddoche linguistica del poema ariostesco), la fredda attenzione dell'analista non può fare a meno di sciogliersi però in un sorriso personale e intenerito.
In quei versi, in quelli che li circondano, percepisce (lo scuseranno i filologi) la scena archetipica cui, magari senza saperlo, si sono ispirati i disegnatori dei mille cartoon che ne hanno (diversamente?) deliziato l'infanzia secondonovecentesca.

6 luglio 2011

Il "gattopardo" che non c'è

"Nelle parole del principe, gattopardo appare in accezione positiva e non in quella che poi si è prontamente fissata nel vocabolario comune: 'chi si adatta a novità politiche e sociali per mantenere i propri anteriori privilegi'. Non era questo il senso cui pensavano l'autore e il protagonista del romanzo".
Si legge così in un articolo dal titolo Gattopardo non gattopardesco, a firma di una personalità della cultura italiana che non potrebbe essere più nota e autorevole, nel panorama degli studi filologici e linguistici. L'articolo è comparso in un importante supplemento culturale lo scorso 26 giugno, con uno scopo soprattutto servile: presentare l'ormai consueta iniziativa di abbinamento settimanale di un libro con un quotidiano. Una circostanza proprio occasionale e cui certo nessuno chiede severità di accostamento o novità ermeneutiche. Correttezza di informazione sì, però. Tanto più che il tema è delicato e, malgrado lo strepitoso successo o forse anche per esso, è ancora scabroso evidentemente per la cultura italiana il libro con cui si inaugura l'iniziativa: Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa.
Della scabrosità dà già testimonianza il titolo dell'articolo, ragionevolmente redazionale, che, si direbbe, "mette le mani avanti". Intorno al libro e su di esso sono cresciuti infatti, sin dal suo apparire, molti luoghi comuni e, anche nel ristretto dibattito critico tra specialisti, molte idee prevenute hanno da cinque decenni imperversato. Ne dà testimonianza ancora maggiore una sintesi dell'articolo che, nella versione a stampa, compare al centro della seconda colonna, in grassetto: "Nelle intenzioni di Tomasi la parola che dava il titolo al romanzo aveva un'accezione positiva. Solo più avanti divenne sinonimo di trasformismo". Dell'articolo, tale sintesi riprende appunto le parole che si sono menzionate in apertura. Dice che sono le topiche e come tali qui le si tratterà.
Nella loro aspirazione a parere equilibrate o riequilibratrici, esse si pretendono rispettose del testo e, al tempo stesso, in evidente sintesi dialettica, del luogo comune: "Non fu dunque senza buone ragioni la scelta collettiva…": collettiva? Non sarà per caso il solito fantasma dell'egemonia? Sotto il segno della correttezza politica che (anche a scapito della ricerca della verità) pare debba oggi ispirare ogni parola che si pronuncia, esse sembrano infine contenersi in un'affermazione anodina e, quanto al contenuto, presentata come indiscutibile.
Invece non è così. Lo rivela un dettaglio tanto minuscolo quanto significativo. Come un sintomo che ovviamente sfugge al controllo di chi lo manifesta, come la febbre, esso dice d'una continuità. Dice che l'effetto irritativo del Gattopardo sugli intellettuali italiani persiste ancora dopo più di cinquanta anni e che esso è ragionevolmente ineliminabile, per via di una profondissima incompatibilità. Dice ancora che passano pure gli anni, ma, anche rispetto al Gattopardo e alla sua interpretazione, nell'Italia moderna (che è nata sotto tale segno) è sempre pronta l'epifania di un "se vogliamo che tutto rimanga com'è, bisogna che tutto cambi". Sono le parole di cui l'opera in questione è divenuta fortunatissima vittima. E sono quelle immancabilmente ricordate nella testatina della pagina in cui l'articolo compare. Rassicurante ammiccamento al lettore cui la pubblicazione si rivolge, ritenuto, per principio, già ideologicamente orientato quanto al Gattopardo? O, ancora più sottilmente, lapsus rivelatore di ciò che veramente vale la pagina?
Per la determinazione del dettaglio che qui si vuole discutere, si torni allora alla citazione di apertura: "Nelle parole del principe, gattopardo appare in accezione positiva e non in quella che poi si è prontamente fissata nel vocabolario comune... Non era questo il senso cui pensavano l'autore e il protagonista del romanzo". Queste espressioni, lo si è detto, riassumono e rappresentano l'intero articolo. Ciò che lasciano intendere del Gattopardo è tuttavia inesatto.
Nel romanzo di Lampedusa non si dà mai un valore positivo a gattopardo. Non gli se ne dà, a dire il vero, neppure uno negativo. E ciò per una ragione semplicissima. Nel Gattopardo, la parola gattopardo non c'è. Agli increduli, basterà l'invito a un obiettivo e personale controllo.
Nel Gattopardo, dove gattopardo non ricorre mai, ricorrono invece Gattopardo, una ventina di volte, inclusa la ricorrenza del titolo, e un paio di volte il suo plurale, Gattopardi. Sempre con iniziale maiuscola: qualcosa ciò vorrà pur dire.
Se qualcuno legge allora tale Gattopardo come se esso fosse gattopardo saranno pure fatti suoi, sarà ovviamente libero di farlo, ma sarà lecito osservare che la sua lettura lascia almeno un po' a desiderare. Non è proprio una procedura commendevole, in nessun ambito delle attività umane, l'introduzione in un documento, per qualsiasi ragione o scopo, di qualcosa che il documento non contiene e che finisce per nascondere ciò che esso contiene.
Che cosa valga Gattopardo nel romanzo Il Gattopardo è poi questione spinosissima. Antonomasia? Allegoria? Talvolta l'una, talvolta l'altra, ragionevolmente, e sempre intinte nella vena amara di una sardonica ironia: la vera vena che dilaga nel cuore profondo del Gattopardo. Certo, non una banale metafora.
Comunque sia, son quasi quaranta anni che Apollonio, da quel tonto che egli è, torna sui passi del romanzo e sulla sua struttura complessiva e, a proposito di Gattopardo, non smette di farsi domande. Non vuole certo tediare i pochi lettori del blog, però, con le sue speculazioni. Se vogliono, possono provare a scoprire da se medesimi i valori di Gattopardo, dimenticando i luoghi comuni e mettendosi a leggere il romanzo con accanimento e attenzione.
Qui, per farla breve e per comodità, ci si può pure accordare, se vogliono, sopra un'interpretazione minimalista. Si può dire cioè che Gattopardo vale semplicemente da designazione figurata del maggiore personaggio romanzesco: Fabrizio Corbera principe di Salina. Apollonio tiene a precisarlo: non è così, nel romanzo. O almeno non è compiutamente così. Ma qui, appunto, non importa di queste sottigliezze. Anche se le cose stessero semplicemente come si sta prospettando, anche se Gattopardo valesse per figura Fabrizio Salina, leggere Gattopardo come gattopardo resterebbe molto discutibile. Perché? Un esempio comparativo lo chiarirà.
Da un secolo e mezzo, in un italiano di livello, con perpetua, nome comune, ci si riferisce a quella donna di servizio, di norma un'attempata zitella, cui un sacerdote affida (ormai, forse, bisognerebbe dire "affidava") la cura della sua vita pratica e privata, per meglio dedicarsi all'amministrazione della pubblica e spirituale. Si tratta di un caso di antonomasia, uno dei più noti nell'italiano moderno. Se perpetua come nome è passato a significare ciò che significa, la ragione sta nel fatto che Alessandro Manzoni battezzò col nome proprio di Perpetua il personaggio minore del suo romanzo che si prendeva cura di Don Abbondio e della sua canonica: "serva affezionata e fedele, che sapeva ubbidire e comandare, secondo l’occasione". La ragione dell'antonomasia sta in questo fatto testuale, inoppugnabilmente. Ciò non significa però minimamente che Alessandro Manzoni e il suo romanzo portino la responsabilità della nascita del perpetua nome comune antonomastico. Non significa neppure che il nome comune antonomastico conti qualcosa, tanto negativamente quanto positivamente, per chi volesse eventualmente intendere cosa ci stia a fare nel romanzo il nome proprio Perpetua, portato dal personaggio.
È del resto ovvio che, nei Promessi sposi, perpetua come nome comune non ricorre mai (vi ricorre invece come normale aggettivo). È ovvio che, per parlare appunto dell'attempata zitella con cui Don Abbondio condivideva le sue ambasce quotidiane, Manzoni non si serva mai di espressioni come era una perpetua o la perpetua di Don Abbondio. Nei processi linguistici come in ogni dove, l'effetto non può precedere la causa e lo scrittore milanese, con la sua invenzione onomastica, ha dato l'innesco al processo antonomastico ma questo si è sviluppato fuori della sua opera, che non ne è minimamente toccata. Manzoni, lo si diceva, non è certo stato il primo utente dell'antonomasia germogliata dalla sua parola, tanto meno ne è stato il propagatore o l'avversario. Perpetua, nel romanzo di Manzoni, è sempre nome proprio e, come nome proprio, ricorre appunto sempre con l'iniziale maiuscola. Insomma, Perpetua nei Promessi sposi non vuol minimamente dire perpetua e, ammesso che Perpetua valga qualcosa di particolare nell'opera manzoniana, si sarà tutti d'accordo sul fatto che sarebbe delirante adoperare, anche solo per contrapporlo, il valore del nome comune perpetua per capire il Perpetua dei Promessi sposi. Nessuno, c'è del resto da scommettere, ha mai pensato o scritto che Manzoni abbia non si dice licenziato ma anche solo per un momento concepito una riga della sua opera in cui un perpetua antonomastico con iniziale minuscola potesse opportunamente ricorrere.
Come mai allora fior di critici e di filologi da cinquanta anni e ancora oggi pretendono non solo di leggere gattopardo dove c'è scritto Gattopardo ma anche e, ancora più velenosamente, di interpretare Gattopardo come se esso fosse gattopardo o avesse qualcosa da spartire con gattopardo? Come mai si ostinano a mescolare i discorsi sull'antonomasia di cui abusano intellettuali (e) politicanti col doveroso discorso sul dato testuale, anche solo per fare sembiante di provare a distinguerli, dopo averli loro medesimi ingarbugliati e resi irriconoscibili? L'antonomasia gattopardo è nata come processo secondario, fuori del testo, dopo l'uscita e il gran successo del romanzo di Lampedusa, peraltro morto prima della pubblicazione della sua opera. Essa è già il frutto di una lettura: giusta o sbagliata, non è il caso di chiederselo qui, ma di una lettura e di un'interpretazione in ogni caso opinabili.
Parlare di gattopardo (e di gattopardi) a proposito del romanzo di Lampedusa è dunque molto discutibile, perché, esattamente come non ci sono nei Promessi sposi né il significato né il significante del nome comune perpetua, il significato e il significante del nome comune gattopardo nel Gattopardo non ci sono. E non perché non ci se li voglia trovare ma perché semplicemente e definitivamente essi non possono esserci, né adoperati negativamente né adoperati positivamente. Ci sono invece quelli di Gattopardo e giacciono ancora lì misteriosi ed arcani, infischiandosene di luoghi comuni e di letture "intellettuali", prevenute e ideologiche.
Lo si è detto sul principio. Si sta qui discutendo di un'inezia, presente in uno scritto comparso per la più occasionale delle circostanze e nella meno formale delle sedi. Ma forse proprio per il carattere tanto casuale e peregrino, per una volta la questione di fondo del Gattopardo e della sua "fortuna" si stagliano con la più chiara nettezza. Lasciare intendere, sotto qualsiasi forma, che la parola gattopardo si trovi nel Gattopardo è ancora una volta e sempre un modo di occultare il vero. E di accreditare il falso. È insomma, come scriveva presago Lampedusa, "una nuova palata di terra venuta a cadere sul tumulo della verità".

5 luglio 2011

Ipocoristico! (Supplemento)

davvero ganzo, dice Ale

Recita così un grande manifesto con cui, in questi giorni, un operatore telefonico internazionale lancia, nella Svizzera italiana, un abbonamento destinato ai giovani sotto i 27 anni.

Da comparare, per es., con "M'era compagno il figlio giovinetto / d'un di que' capi un po' pericolosi, / di quel tal Sandro, autor di un romanzetto / ove si tratta di promessi sposi..."

3 luglio 2011

Ipocoristico!

Presto al mattino, la zia Nora, accompagnata dallo zio Enzo, quando lo zio Enzo non era per mare, andava a fare acquisti al mercato. Si fermava dal signor Menico, che teneva un banchetto di frutta e verdura, e, non tutti i giorni, da Berto, il macellaio. Non perché fosse bigotta, ma per misura tanto pia quanto dietetica (diceva), non passava venerdì che non facesse visita al giovane Tano. Scaricato il frutto di una nottata di lavoro dalla sua barca, questi lo metteva in bella mostra, sulla banchina del porto, in un paio di cassette. Ai suoi ragazzi, Tonio e Cettina, il venerdì di magro non sempre era gradito ma, ancora prima di farsi adulti, la sua domestica ritualità era divenuta amabile. Esperienza del resto comune anche ai loro coetanei e compagni di giochi, Vanni e Tilde, figli dei vicini di casa Renzo e Rina, e ai loro cugini Sandro e Betta, che venivano spesso a trovarli. La questione non riguardava né Cesco né Lando né Baldo, ragazzacci di strada e occasionali membri della brigata. Non perché i loro genitori Saro e Nilla inclinassero verso un'educazione laica ma perché alla dieta di magro, loro, si tenevano tutti i giorni della settimana...
Cinquanta anni dopo, nella stessa città, come ogni venerdì sera, Gabri ed Ele stanno preparandosi ad uscire. Il loro primogenito, Ale, e Fede, la minore, hanno già finito di cenare. A metterli a letto penserà Giuli, la baby-sitter, che ha appena suonato alla porta. La moto di Vale, il ragazzo che l'ha accompagnata e verrà a riprenderla al loro ritorno, si allontana rombando. Squilla il telefono. È Franci. Dice che col marito Ferdi li aspetta per le ventuno davanti alla pizzeria. Alla compagnia è previsto si aggiungano, ma solo dopo la pizza, anche Marghi e Robi. La loro bimba, Sabri, ha fatto le bizze e hanno durato fatica a convincerla a trasferirsi per la notte dai nonni, i molto giovanili Sigi e Stefi. Tutti insieme andranno a concludere la tranquilla serata, facendo due chiacchiere e bevendo un drink, sulla terrazza dell'attico di Simo e Samu...

Sui vezzeggiativi italiani di nomi propri che contano più di due sillabe si è abbattuto, da un paio di decenni, un cataclisma. I loro connotati ne sono usciti profondamente mutati, non a casaccio però e in modo regolare e sistematico. Come Apollonio, i suoi cinque lettori sono certo stati e sono giornalmente testimoni della tendenziale variazione.
Nei capoversi che aprono questo post si è provato a ricordare, in modo si spera naturale, alcuni termini fenomenici della questione, se non a renderli più evidenti di come non siano stati, nella memoria di chi ha ormai una certa età, e non siano oggi nella vita di tutti i giorni.
Il vecchio sistema, d'impronta ragionevolmente indigena, vigeva da secoli e aveva diversi modi di realizzarsi. Nell'unico sul quale si è qui fermata l'attenzione, il fuoco stava sulla sillaba accentata del nome di base o, eventualmente, solo sul suo nucleo vocalico. Il vezzeggiativo (o, come dicono i linguisti, l'ipocoristico) si produceva andando da lì in avanti, verso la fine del nome proprio: (Eleo)Nora, (Vinc)Enzo, (Do)Menico, (An)Tonio, (Gae)Tano, (Con)Cettina, (Ales)Sandro, (Elisa)Betta, (Gio)Vanni, (Ma)Tilde, (Lo)Renzo, (Cate)Rina, (Fran)Cesco, (Or)Lando, (Ro)Berto, (Teo)Baldo, (Rin)Aldo, (Ro)Sar(i)o, (Petro)Nilla.
Ai vecchi modi di produzione degli ipocoristici, da qualche tempo se n'è aggiunto uno nuovo. Questo prende la prima sillaba del nome di partenza e, ove necessario, vi ritrae l'accento. L'enfasi si colloca di conseguenza sul principio del nome. Alla prima sillaba, divenuta regolarmente tonica, fa seguire la seconda (o un suo vestigio), il cui nucleo vocalico può chiudersi e divenire, tendenzialmente, una [i]. Tutti gli esempi che qui si citano hanno risuonato nelle orecchie di Apollonio, insieme con molti altri: Gabri(ele), Ele(onora), Ale(ssio o -ssandro), Fede(rica), Edo(ardo), Margh-i (-erita), Rob-i (-erto), Vale(ntino o -rio), Franc-i (-esca), Ferdi(nando), Sabri(na), Sigi(smondo), Stef-i (-ania), Simo(na), Samu(ele), Tizi(ana), Giuli(ana).
Come innesco del cataclisma, è anche possibile abbia agito un soggiacente e prestigioso modello germanico. La ritrazione dell'accento (che è fenomeno inusuale nel dominio neolatino) ne sarebbe importante indizio. Potrebbe trattarsi tuttavia di processo secondario.
Certo, il successo del nuovo sistema e il deperire di alcuni modi dell'antico paiono al momento fuori discussione. E con il successo, non manca nella novità il tanfo di una più che sospetta ed ecumenica stupidità, che attraversa ceti e ideologie, livelli culturali e identità geografiche: un autentico fenomeno nazionale di cretineria montante e irriflessa.
Ma, nella lingua, ci vogliono più di un paio di decenni perché i giochi siano fatti e, il giorno che essi fossero fatti a favore del nuovo, nessuno sentirebbe più quel tanfo e, per i (fortunati?) testimoni, tutto profumerebbe ancora una volta come i nomi, le parole, le cose del buon tempo andato. Sì, amabile sodale, anche l'odioso "Cami, smetti di disturbare i signori" che a un'insopportabile marmocchia che scorrazza maleducata tra i tavoli della pizzeria rivolge Maddi, la sua amorevole mamma, ancora più odiosa e insopportabile, mentre discute con l'amica Manu della Simo, accanto al marito Andre, che sgranocchiando patate fritte guarda sullo schermo di una gigantesca e silenziosa TV l'ultima impresa di Vale.

1 luglio 2011

Evergreen

C'è chi pensa che il movimento ecologista internazionale produca oggi solo pensieri opachi e che il sonno della ragione possa così generare il mostro di sussulti violenti e incontrollati. In altre parole: Colorless green ideas sleep furiously.

30 giugno 2011

Il primo sorso affascina, il secondo...

Gentile sodale, in questi crudi giorni della nuova estate, con gli Amici della domenica pronti a dar nuova prova d'essere ormai di bocca buona, provveda pure a slittare il badge e (come il mite Oblomov) sopporti con mansuetudine: si sta solo tentando di introdurLe un problema grosso come una casa. Dopo la cinquina, giovedì prossimo (Befana estiva), qualcuno farà tombola.


23 giugno 2011

Dall'ultimo banco, il buon Nando (2)

Cinquantotto secondi di una lezione di Leonardo Sciascia, un maestro siciliano, giustamente celebrato e oggi, ancor più giustamente, molto rimpianto.
Il buon Nando arrivava in età scolare proprio negli anni in cui il giovane maestro prendeva stabile servizio nel Parnaso intellettuale nazionale.
Seduto sul banco dell'ultima fila, solitario e ben più che un po' scemo, Nando ne ha ascoltato l'insegnamento e ne ha ripetuto la classe infinite volte. S'è applicato, non si è distratto, ha letto i libri. Niente da fare: sempre bocciato.
Così, a proposito di quei cinquantotto secondi, per timidezza ha rimandato giù, anno dopo anno, una domanda che gli arrivava sulle labbra, certamente cretina: "E va bene, signor maestro, Lei, si vede da come parla, è tanto intelligente: come potrebbe non avere ragione? Le idee, è vero, muovono il mondo. Ma è proprio certo che, umanamente e un po' a casaccio, non lo facciano sovente nella direzione del baratro?"

Corso di scrittura

Ancora col tragico pretesto di Primo Levi (e, sullo sfondo, di Fëdor Dostoevskij, naturalmente), il ridicolo d'oggi, per violento chiaroscuro.
Sul fondamento di qualità innate, Auschwitz (dove scrivere era impossibile) fu la sua paradossale scuola di scrittura: efficacia enorme, esiti memorabili. Strano che a didatti e pedagoghi della penna non sia ancora venuto in mente di proporne un'edizione a dispense, da vendere in allegato a un quotidiano.
Apollonio ne suggerisce il marchio: Io Häftling.

22 giugno 2011

Esordi e proporzioni


Se questo è un uomo : 1947 = Il mondo deve sapere : 2006

Il sentiero dei nidi di ragno : 1947 = La solitudine dei numeri primi : 2008

21 giugno 2011

"Commettere questo atto..."

Tre minuti e ventotto secondi: "Non sapevo ancora... [distoglie lo sguardo dall'interlocutore e lo volge a sinistra, poi torna a guardarlo] di essere in grado di... [abbassa gli occhi] commettere questo atto [alza di nuovo lo sguardo] dello scrivere...". Tre minuti e trentaquattro.
Sono più o meno sei secondi di una risposta che Primo Levi dà a Luigi Silori a proposito del suo esordio come scrittore. Fanno parte di un'intervista televisiva trasmessa il 27 settembre 1963. Su queste parole ha richiamato l'attenzione giorni fa Domenico Scarpa, sulla stampa, fermandosi a valutare brevemente quel commettere.
Rivedere l'intervista e attardarsi sul passo è facile, oggi. Si può di conseguenza verificare che la sottolineatura di Scarpa è opportuna. Sul proferimento di quel commettere, Levi ha un attimo di esitazione. Come qualcuno che sta confessando una colpa, smette di guardare negli occhi chi ne ha sollecitato le parole. Abbassa lo sguardo, con un gesto trasparente di pudore, se non di vergogna.
La penna di Levi, scabra, essenziale, precisa, avrebbe certo prodotto il chiaro e immediato scrivere: "Non sapevo ancora di essere in grado di scrivere". Al posto di scrivere, parlando, gli affiora invece sulle labbra un'espressione abnorme: commettere questo atto dello scrivere; prolissa (cinque parole al posto di una), molto marcata e, al tempo stesso, come cautelosa. Che vuol dire? Un paio di preliminari osservazioni grammaticali saranno utili.
Scrivere, come si è visto, è il nocciolo di tutto e la scelta che sarebbe stata piana e non-marcata. Scrivere, nome del verbo, proietta allora anzitutto fuori di sé la sua natura nominale. Lo aiuta per questo l'articolo determinativo. Scrivere diventa così lo scrivere. Evidentemente, l'articolo non basta. Viene fuori di conseguenza un'ulteriore stampella nominale, correlata col fatto che scrivere è un agire. Con atto, quanto era implicito e parzialmente esplicitato dall'articolo diventa così ancora più esplicito. Lo scrivere è diventato a questo punto l'atto dello scrivere. L'atto è stato compiuto, nel caso specifico. Se ne sta appunto parlando: è Se questo è un uomo. È un dato oggettivo della realtà. Lo si può mostrare. Se ne possono prendere le distanze, ma lo si fa rivendicandone al tempo stesso la prossimità all'io che parla. Lo si dota così dell'adeguato aggettivo dimostrativo: questo atto dello scrivere. Resta il fatto che scrivere è in ogni caso e ancora un fare. Lo si è ingabbiato e solidificato in una rigida espressione nominale, provvista di un determinatore (come lo), di un classificatore (come atto), di un modificatore rideterminante (come questo). Che ne è, a questo punto e in un'espressione del genere, della sua natura processuale? Come lasciare che il processo emerga e che se ne possa indicare il soggetto? Soccorre allora l'appoggio di commettere, uno di quei verbi che Maurice Gross definiva appunto "supporto". Esso si presta alla costruzione di molte espressioni. Queste sono però di norma connotate in modo eticamente negativo: commettere uno sbaglio, un illecito, un crimine, un furto, uno stupro, una violenza, un assassinio. Sta qui la radice linguistica della nota di Scarpa, che vede in quel commettere un tratto della "pacata ironia" di Levi. Lo scrittore, secondo il critico, è consapevole e vuol dire non di aver scritto, ma di avere "commesso" Se questo è un uomo: un'opera che, rompendo il silenzio e le convenzioni, graffia positivamente la quieta farisaica coscienza del mondo moderno.
Apollonio concorda. Trova però che quell'espressione dica ancora qualcosa. Con la sua aria dimessa e perversa, essa è soprattutto eufemistica (si pensi all'esemplare commettere atti impuri, innescatore di infinite fantasie adolescenziali, o all'altrettanto esemplare commettere un atto insano per suicidarsi). Come molti eufemismi, commettere questo atto dello scrivere si presenta infatti come un complesso giro di parole che, in fondo, serve a nasconderne la sola che si vuole evitare di proferire bruscamente, nel caso specifico, chiudendola dentro una serie complessa di scatole grammaticali. Adoperati per non evocare, col vero nome, ciò che atterrisce o di cui si ha onta, gli eufemismi finiscono però per sottolinearne l'oscura fascinazione.
Sembra così ad Apollonio che in quel minuscolo passaggio siano emblematicamente e celatamente rappresentate l'ironica tragedia di Levi e la sua musa lacerante, la musa di un uomo condannato a scrivere e che scrisse appunto sempre come uomo e mai come scrittore. Del resto, in quell'intervista, Levi parla da uomo e non da scrittore.
Ci sono scrittori (e sono la maggioranza) che, non si sa come, non si sa perché, finiscono per essere scrittori prima di uomini. L'impressione che danno è di scrivere con e per soddisfazione del proprio sé. Ci sono poi gli uomini e accade a qualcuno d'essere condannato a scrivere. Un uomo che scrive prova anzitutto vergogna di scrivere, come si prova vergogna della propria condanna. Ne prova di più se gli accade di sospettarsi vittima di una fallace impressione, comune in un mondo in cui chi scrive lo fa da scrittore. La fallace impressione di scrivere per e di sé medesimo, quando invece, da implacabile osservatore (se non da scienziato), sta solo provando a chiarirsi, descrivendolo e oggettivandolo nella parola scritta, il mondo come esso gli s'è manifestato: un'esperienza orribile, nuda a Buna-Monowitz, agghindata altrove, e pure l'unica che si ha e che, dunque, bisogna essere capaci di trovare, se non amabile, almeno non detestabile.
Ma solo fino a un certo punto. E sta qui, suggerirebbe infine Apollonio a Domenico Scarpa, il mistero profondissimo delle parole che ha avuto l'acutezza di sottolineare. Abbassa lo sguardo Primo Levi, di fronte al suo interlocutore. Sembra una crisi della timidezza che fa dire a chi l'ha conosciuto quanto fosse delicato e sommesso il suo conversare. Forse lo fa invece (o nel contempo) perché sa che sarà per una volta sfrontato, tanto da dovere ricorrere a un eufemismo, a dire il vero, stilisticamente pesante, per esprimere il nocciolo forse più personale del suo discorso, per dire che molte volte egli ha provato a resistere alla condanna e s'è trattenuto dal commettere l'atto impudico, impuro, insano e, infine, blasfemo, dello scrivere che, infine, ha commesso. Non c'è del resto un solo libro che, lo si sa da migliaia di anni, merita d'essere stato scritto? E chi ne è l'autore?
Dice tutto questo da "impiegato" cui, confessa, piace narrare oralmente la sua picaresca avventura. Ma scrivere? E se fosse un oltracotante dissacrare? Lo dice in un discorso tenuto a casa sua, tra le mani un giocattolo del figlio e alle spalle una modesta libreria; in un discorso che oggi, col senno del poi, suona, per chi lo vuole intendere, come vaticinio terribilmente premonitore.
"Non sapevo ancora di essere in grado di commettere questo atto...". Ventiquattro anni dopo, nei medesimi luoghi, prima di fermarsi sull'impiantito, per i pochi attimi concessi a un uomo che, definitivamente, non dovrà mai più vergognarsi di scriverne, Primo Levi ha forse perfettivamente saputo di esserne stato e, al tempo stesso, di non esserne più stato capace.

19 giugno 2011

Trucioli di critica linguistica (3): "Lines è"

Il nome che un prodotto industriale porta entrando nel mercato è importante. C'è bisogno che lo si dica? Succede allora che un assorbente intimo sia battezzato come (Lines) è: un nome che più minimalista e, tuttavia, più parlante non si potrebbe. Perché?
Di assorbenti, Apollonio non è un esperto: in nessun senso. A credere ai messaggi espliciti veicolati dagli annunci, pare però che, dalla prospettiva soggettiva di chi davanti ai banchi di un supermercato fa una scelta di acquisto, principali virtù di un assorbente siano che averlo addosso deve essere (quasi) come non averlo, dal punto di vista di un'autocoscienza fisica, e, dal punto di vista di un'autocoscienza morale, che ci si senta sicure che la funzione sia assolta al meglio.
Se le cose stanno così, come tutte le situazioni in cui competono, se non confliggono, due princìpi (è il modello dell'ironia tragica), anche la situazione dell'assorbente è pronta a trasformarsi in racconto, non tragico naturalmente, per evidenti esigenze comunicative e commerciali, ma a lieto fine.
Di un assorbente si mette di conseguenza sempre in scena la trasfigurazione mistica. Esso ha da smettere d'essere un corpo estraneo aggiunto al corpo di chi lo indossa (cioè un assorbente) e ha da avvicinarsi il più possibile allo stato di un organo di tale corpo, funzionante al meglio senza dar segni di sé: è il destino cui del resto lo inviano la sua intimità e il suo stigma riparatorio e terapeutico.
Se questa rapida analisi coglie qualcosa di vero, tutti gli annunci merceologicamente comparabili raccontano allora la battaglia infinita che l'assorbente combatte per essere funzionalmente un assorbente processuale, proiettabile come participio presente, un assorbente però che, per paradosso, non è ontologicamente classificabile come un assorbente, non è cioè una cosa definita da un sostantivo. P
er modernità tecnologica (lo testimonia l'annuncio), l
'assorbente (Lines) è si vende come soluzione finale del dramma: "C'era una volta l'assorbente, adesso è... E poi è il più assorbente che c'è".
Con cosa tutto ciò sia eventualmente ancora correlato sarebbe forse corrivo dire, a questo punto, e, trattandosi di genere, uno di quei temi di cui oggi si chiacchiera a dismisura, i suoi cinque lettori ne esonereranno Apollonio. A insistere, gli sfuggirebbe senz'altro prima o poi l'espressione "gentil sesso", così poco politicamente corretta.
Lo esonereranno inoltre perché, se frequentano questo blog, sanno che egli è solo un vecchio amatore di lingua e grammatica e, se si è avventurato per contrade tanto pericolose, non è perché del genere gli cale ma perché gli preme soprattutto di quell'
è. Terza persona del presente indicativo del verbo essere e nome proprio commerciale di un prodotto.
Molta della fortuna del prodotto è infatti affidata alla trasparenza di quell'espressione. Essa attraversa la lingua senza avere rispetto delle tradizionali partizioni
tra nomi e verbi, poi tra nomi propri e comuni, infine tra parole lessicali e parole grammaticali, parole-contenuto e parole-funzione, le prime dense di significato, le seconde prive, le prime piene, le seconde vuote (o svuotate, come si dice, per grammaticalizzazione). E sono binari sui quali continua a filare la linguistica, non solo l'eterna e bonariamente normativa, lentamente, ma anche, oggi in apparenza velocissima, la scientificamente supponente, quella che di "rivoluzioni" ne fa almeno un paio ogni lustro.
Ecco appunto apparire qualcosa che pretende di stare sull'ambiguo crinale che divide essere e non-essere e che si trova come designazione e nome proprio una forma del verbo essere: non l'infinito, il nome del verbo, ma una forma coniugata e al tempo stesso massimamente non-temporale e non-personale.
Sotto lo statuto anch'esso ambiguo di denominazione e di parte di una proposizione: Lines è sta infatti sullo sfondo contrastivo naturale di è Lines. Un verbo tutto essenza e niente funzione? Un nome tutto funzione e niente essenza? Un verbo che come nome dice appunto su quale crinale di decidibile ambiguità sta l'oggetto che designa, assolvendo egregiamente e con plasticità alla sua funzione: "torna al suo posto e non si deforma".
All'analisi razionale delle lingue che ne fanno fenomeno, l'essere (poi divenuto dei filosofi), se è come l'essere italiano, è infatti proprio un plastico nulla. Ovunque esso ricorre, una forma ausiliaria che dà ricetto a proprietà predicative che non sono le proprie. In effetti, di proprietà di esistenza, in essere, non ce n'è alcuna e quell'è è una sorta di assorbente di valori impliciti ed altrui: nomen omen, l'apoteosi del fare denominativo, al tempo stesso, mistico e razionale, lessicale, anzi enciclopedico e sintattico. Ecco come, attraverso un nome (ma, appunto, è un nome?), nasce una cosa. Pardon! Una non-cosa.

Per chi non lo conoscesse, questo è
l'annuncio.

16 giugno 2011

Variare, mutare

Capitava anni fa (oggi un po' meno, i tempi sono mutati) di leggere scritti di studiosi entusiasti dei propri metodi che annunciavano, impavidamente, di avere visto mutare la lingua, nel corso delle loro esplorazioni, quando invece, come capita a chiunque vi presti un po' di attenzione, l'avevano soltanto vista variare. A questi esploratori superbi, il Marco Polo delle Città invisibili avrebbe certo replicato che all'uomo è al massimo dato di cogliere le lingue mutate. La differenza c'è ed è enorme.
Se Marco Polo ha torto, il linguista che si occupa di diacronia è, in prospettiva, una figura faustianamente inquietante e soffia uno spirito diabolico nella linguistica diacronica.
Se, come Apollonio inclina a pensare, Marco Polo ha ragione, il linguista che osserva la lingua attraverso il tempo (e Apollonio medesimo quando sovente lo fa) è un buonuomo che ha le simpatiche fattezze di quell'ashkenazita della mitica Chelmo al quale fu raccontato (secondo la storiella raccolta da Ferruccio Fölkel) che i corvi campano più di duecento anni e che, curioso, ingenuo e un po' sciocco, come forse deve essere ogni uomo di scienza, ne catturò uno per vedere se la notizia fosse vera.

12 giugno 2011

Lingua loro (20): Ossimoro

Ossimoro, scrivono Nocentini e Parenti nel loro Etimologico (Milano, 2010), è "un prestito moderno dal greco antico" ed è un nome fatto a partire da un aggettivo "comp[osto] dei due agg[ettivi] di sign[ificato] opposto oxýs nel sign[ificato] di 'acuto, penetrante' e mōrós 'stolto, sprovveduto', assunto come campione di una figura retorica formata da due significati contrastanti". Ne è celebre esempio l'apostrofe che Alfred Hitchcock pare rivolgesse a una delle sue attrici giustamente preferite: hot ice Grace.
"Mercato e ossimori" si legge oggi nell'occhiello dell'articolo di spalla, sulla prima pagina di un quotidiano economico. E Apollonio pensa che nelle piazze finanziarie, per la gioia di sfaccendati poeti e perversi amatori della lingua, si sia cominciato a fare negotium di un otium e si sia così cominciato, per lucida follia, a quotare, a vendere e a comprare concordia discors, eloquente silenzio, sprezzante simpatia e simili differenze.
Invece, legge nel testo: "Le richieste della Commissione europea hanno appena imposto all'Italia, come priorità, oltre al taglio del debito pubblico, il ritorno alla crescita economica. Ma tagli al debito e stimoli per la crescita, insieme, appaiono in verità un ossimoro, nella cui tenaglia si dibatte non solo l'Italia, ma molti paesi dell'Ocse". Insomma, un passo che avrebbe un dì potuto suonare pacificamente come "...tagli al debito e stimoli per la crescita... appaiono in verità misure contraddittorie [o in contraddizione, contrastanti, in conflitto]". E qui la parafrasi di Apollonio si ferma, perché la figura che segue nel passo, la "tenaglia" dell'ossimoro in cui si dibatterebbe l'Italia, l'ha gettato nel buio sconforto di un'illuminante ilarità e, di conseguenza, l'ha fatto scoppiare, come sempre, in una risata dolceamara, sommessamente omerica.
Per carità, come sempre nella lingua, niente di grave o di cui menare scandalo: ossimoro pare stia diventando una metafora, una di quelle che, alla prosa di chi se ne serve, dà un tono di raffinatezza. Si sa, però, come le metafore siano delicate e pronte a usurarsi: il caso di tenaglia è illuminante. E si sa (e qui se ne è detto qualche mese fa) cosa sia accaduto, e da tempo, proprio a metafora. C'è da temere allora che, senza che nulla lo lasciasse prevedere, sulla via della salvifica perdizione e dell'onorevole degrado, il povero ossimoro sia già stato indirizzato a farle compagnia.
Ossimoro corre insomma il rischio di smettere d'essere un ossimoro e anche nel suo caso, come dappertutto e a dispetto dell'etimologia, pare sia prevedibile che l'acutezza arretri e, inarrestabile, prevalga il cretino.

10 giugno 2011

Ma quando la luna non si vede...

è saggio pensare che non ci sia?
Non tutte le notti è possibile contemplare la luna: i giovani innamorati lo sanno. L'ipotesi che vada via dal cielo, e finisca, poniamo, in un pozzo, ha degnissimo e suggestivo valore euristico. Lo esplorò, per es., il poeta Lucio Piccolo di Calanovella e (non lo si afferma per celia) nessuno sa se un giorno si scoprirà che aveva ragione.
Nell'attesa ci si accontenta di ipotesi meno concettualmente impegnative e si pensa più crudamente che, in certe notti, la luna non si vede perché mutano le condizioni che la rendono osservabile a occhio nudo. Il suo porsi in relazione con il sole e con la terra fa sì che essa appaia o sparisca, senza che sia necessario pensare che sia andata via o che si sia dissolta, per poi ricomporsi con la sua nuova fase.
Oggi pensare che le cose stanno così è facile. Prove sperimentali che, pur nella loro semplicità, sono più complesse e affidabili della banale osservazione degli innamorati sono lì a dimostrarlo.
A dire il vero, però, se lo si trova ragionevole è per una consapevolezza epistemologica che precede e fonda l'esigenza euristica d'ogni prova e l'approntamento degli strumenti tecnici e metodologici di cui si sono dotate le moderne scienze sperimentali.
Si tratta, in fondo, di un semplice criterio di buon senso. La quieta coscienza del ruolo decisivo che le condizioni di osservazione hanno nella determinazione dei fenomeni. Questi (non lo si dovrebbe mai dimenticare) sono etimologicamente proprio le cose che appaiono, che si manifestano, che si lasciano vedere. E che, esattamente come appaiono, possono - la luna l'insegna - scomparire, finendo nell'oscuro pozzo - Lucio Piccolo aveva ragione - in cui giacciono le interminate domande umane prive di una risposta.

"Ingrata patria..."

Il topos di una patria matrigna, che non celebra il figlio meritevole e anzi lo scaccia e lo perseguita rimonta all'antichità classica ed è proverbialmente riflesso (come si sa) nei Vangeli: "Nemo propheta...". Da lì è percolato nella cultura italiana, ricevendone in alcuni casi un lustro spinto fino all'antonomasia. L'opera e la vita di Dante ne sono paradigma, quelle di Ugo Foscolo (per citare un caso più prossimo) parziale riflesso.
Del topos si è però oggi impadronita la comunicazione di massa e a un brufoloso ragazzetto, poniamo, della nobile e antica città di Apollosa, bastano una borsa Erasmus e un paio di mesi all'Università di Nizza per prendere subito gli accenti accorati dell'esule i cui meriti l'ingrata patria spregia, accenti amplificati da chi, piazzatogli un microfono davanti la bocca o un taccuino sotto gli occhi, ne raccoglie l'importante testimonianza. E nulla si dice di quando la testimonianza è di "una geniale ricercatrice nell'avanzatissimo laboratorio" o di "un manager giovane e creativo dell'importante multinazionale". Ma che ci si vuol fare? L'Italia produce cervelli in quantità e, ragionevolmente, più di quanti non ne necessiti un paese di furbi. Di conseguenza, da sempre, li esporta. In Italia, c'è sempre stata penuria non di materia grigia ma di materie prime e non c'è condominio che non alberghi qualche Galileo.
Del resto, va detto, oggi non mancano in proposito i maestri. Non mancano gli augusti esempi di gente importante che, amareggiata, si dice delusa della patria e del suo andazzo senza nemmeno essere mai stata costretta a espatriare. Anzi, talvolta percorrendo in patria spettacolari cursus honorum, coprendovi alte cariche e ruoli di guide culturali e delle anime.
Così che, quando si ascoltano certe sortite, verrebbe fatto di chiedere: "Ma, mi scusi, stando in sella, dalla sua privilegiata specola non s'era accorto di nulla? E se, come dice e siam d'accordo, l'Italia è ridotta in uno stato pietoso, considerato lo spropositato numero di luminose presidenze da lei coperte, non sarà forse anche per sua responsabilità? Insomma, quando maturavano i tempi del disastro, quando ci si preparava a lasciarci in mutande, lei dov'era?".
Il mood, venato d'indignazione, che Apollonio chiamerebbe appunto "Ingrata patria...", è così diventato fenomeno di massa. Chi non pretende che le sue qualità siano socialmente sottostimate, che il suo benemerito lavoro per il bene comune sia (stato) gettato al vento e che la colpa sia "degli altri" e del degrado dei tempi? Non c'è presuntuoso docente che non l'abbia pensato e non lo pensi. Sono atteggiamenti umani tanto ordinari quanto meschini, che un po' di modestia, un po' d'ironia basterebbero a venare di un sorriso. E siccome la gente istruita è il target d'elezione dell'industria culturale, questa ha subito approfittato della frustrazione dilagante e del mood "Ingrata patria..." per fare cassetta. C'è sentimento poco commendevole di cui la modernità putrefatta non ne fa?
Balzano così ai primi posti delle classifiche delle vendite libri esemplari, sdegnosi e corrucciati, che ai medesimi sentimenti invitano i lettori. Portano titoli che dicono dell'indignazione dei loro autori e suonano come severe reprimende. Qui di seguito, come antidoto al veleno delle sue proprie frustrazioni e come sorridente omaggio alla sua patria, che mai ha pensato gli sia stata ingrata, fosse anche solo per il dono di una lingua bella e non comune, Apollonio prova a riportarli ai possibili valori di una quieta quotidianità discorsiva.
Non è il paese che sognavo: "...ci scusi, siamo mortificati. Ce lo restituisca pure. Si proverà a far meglio al suo prossimo risveglio".
Togliamo il disturbo: "...ma no, cosa dite? Non sia mai. Delle personcine tanto gradevoli e garbate! Anche se, sì, in effetti, veramente si sarebbe già fatto un po' tardi".
E, celebrato con l'occasione di una fausta ricorrenza con pompe ufficiali, anche un film.
Noi credevamo: "...e siccome si è trovato che vi sbagliavate, sarebbe forse il caso, per una volta, di chiedere scusa e di uscire dalla comune".

8 giugno 2011

Monitorare le criticità territoriali

Questa superba infilata di vibrazioni della punta della lingua che, mentre il velo pendulo si alza e si abbassa, vellica più volte e sensualmente gli alveoli di chi la proferisce e per correlate esplosioni di alcune plosive dentali e di un'affricata palatale, ne fa tremare, ove presente, il cervello nel momento stesso in cui un soffio leggero gli accarezza le papille laterali e le corde vocali si serrano ripetutamente per poi rilassarsi (puf!) è attestata. Apollonio lo giura. Del resto, per aver prova che non mente, basta Google.
Per amplificare il godimento proprio e, in virtù dei celebri neuroni-specchio, del o della partner, se ne immagina adeguatissimo il ripetuto proferimento ad alta voce durante l'amplesso: "Oh sì... monitorare le criticità territoriali, monitorare le criticità territoriali, monitorare le criticità territor.... ahhhh".
Ma, perdonino Apollonio i suoi cinque lettori per la sua inadeguatezza alla lingua del tempo, dietro il suo fulgore formale e la sua dimostrabile funzionalità erotica, "monitorare le criticità territoriali" che vuol dire? E possono disporgliene benevoli una parafrasi?

La linea editoriale di questo blog, severa e, lo si concede volentieri, anche un po' bacchettona (ne ha avuto prova qualche gentile ma forse un po' intemperante commentatore), impedisce che questo post disponga, come gli altri, di un'immagine adeguata: ciascuno se la figuri secondo i suoi gusti e la sua fantasia.

La libertà di subordinare, la schiavitù di coordinare

Subordinazione e coordinazione: modelli generali per la composizione dei testi. Nei testi esse si mescolano variamente. La prevalenza dell'una o dell'altra fa però differenze, che chi legge o ascolta non tarda a percepire, non necessariamente in modo consapevole.
La subordinazione ricorre in testi in cui prevale l'aspetto argomentativo. Sono testi spesso centrati sulla terza persona, che Benveniste giustamente chiamava "non-persona". La composizione delle proposizioni è affidata alla trasparenza di rapporti interpretabili e interpretati: causali, temporali, finali e così via (secondo la terminologia semantica tradizionalmente in uso). La si trova di conseguenza preferita in certi tipi di testi scritti o in un parlato fortemente organizzato.
La coordinazione ricorre in testi, scritti o parlati, in cui prevalgono aspetti emotivi o conativi. Sono testi sovente centrati sull'"io" o sul "tu", che non badano a rendere linguisticamente trasparente la ratio compositiva delle proposizioni. Si affidano quasi per intero alla semplice e irrinunciabile caratterizzazione dei rapporti imposta dalla linearità dell'espressione, dal fatto che, senza che ci si possa fare nulla, nell'espressione linguistica (proprio come nella vita) qualcosa vien prima e qualcosa dopo. La coordinazione dà a tali testi un'apparenza di maggiore sveltezza. Alla sua più semplice organizzazione di superficie non di rado corrisponde però un'ambiguità profonda.
Un facile esempio. In Esce Pio e io entro le due brevi proposizioni sono coordinate e solo l'ordine ne struttura il rapporto non solo formale ma anche interpretativo (come sempre nella lingua). Così com'è ordinata e messa in relazione con costrutti paralleli con subordinazione, la loro composizione per coordinazione potrebbe valere almeno come Quando esce Pio, io entro; come Poiché esce Pio, io entro; come Se esce Pio, io entro; o ancora come Pio esce affinché io entri. In tutti questi casi, ci sono espliciti operatori compositivi (rappresentati dalle cosiddette congiunzioni subordinative) che rendono la costruzione meglio interpretabile. Il prezzo che si paga alla chiarezza è la complessità della subordinazione sintattica.
Cosa dice allora questa banale osservazione a chi voglia intenderla? Dice una cosa inattesa e, all'apparenza, paradossale. La subordinazione è un modo per ribellarsi ordinatamente e, certo, come si può nei limiti umani alla più pesante dittatura cui obbedisce l'espressione: la dittatura del tempo. La subordinazione può aprire un piccolo spiraglio di libertà e rendere meno costrittivo quell'ordine che, invece, la coordinazione accetta come suo rigido parametro: Io entro, perché esce Pio; Io entro, se esce Pio; Io entro, quando esce Pio.
Lo si è detto: l'apparenza è di un paradosso. La gerarchia che la subordinazione domanda rende l'espressione più creativa e la subordinazione è, di conseguenza, più libera perché più responsabile e disciplinata della coordinazione.
Non è forse un caso allora che epoche o figure di pensatori e di scrittori che hanno prestato molta attenzione alla libertà (in ogni senso immaginabile) siano stati guidati dalla loro espressione verso forme sintattiche altamente gerarchiche e ricche di subordinazioni.
Come non deve essere un caso che un'epoca come la moderna, in cui (malgrado le apparenze) la libertà è rimasta a cuore a pochi sempre più sparuti, le sue menzioni sono state sovente menzogne e i suoi valori hanno avuto margini sempre più angusti, un'epoca come la moderna, si diceva, abbia visto un progressivo (ohibò) e sempre più largo imporsi testuale della coordinazione. Fino ai limiti della comunicazione d'oggi che, seguendo modelli totalitari che si fa mostra di spregiare, ma solo perché li si è frattanto perfezionati, mira, da un lato, a innalzare a dismisura il feticcio di qualche niente spacciato per "io" e, dall'altro e correlativamente, a ottenere obbedienti comportamenti irriflessi da miriadi di instupiditi "tu".

6 giugno 2011

3 giugno 2011

Habemus papam (1)

Esordendo con Io sono un autarchico e facendogli seguire il proverbiale Ecce Bombo, or sono quasi quaranta anni, Nanni Moretti, nel personaggio di Michele Apicella, si dichiarò immediatamente come autore di un'opera autobiografica. Si dichiarò allo stesso tempo come anamorfosi, per i nati nel Dopoguerra, della grande impronta autobiografista che, per i nati nel Dopoguerra precedente, Federico Fellini stava lasciando sul cinema italiano della seconda metà del Novecento.
Il latino è la lingua di Roma, della Chiesa cattolica e (trattandosi di Moretti, come si vedrà) anche dell'italianissimo liceo classico. Dopo il multifattoriale ecce, sempre con valenza religiosa, il latino torna nel titolo di un suo film con Habemus papam, che dell'autobiografia per parole e immagini di Moretti è ancora un nuovo capitolo. Come attore, Moretti vi recita con la sua solita dizione perentoria. Tale dizione pare discendere direttamente dai chiari caratteri delle epigrafi imperiali latine che spesseggiano nella sua città. Nella dizione di Moretti attore e nel suo nitore epigrafico certo risuona (o occhieggia) la figura professionale del padre, professore universitario di epigrafia. Analiticamente, il padre è di conseguenza presente nell'intera carriera dell'attore Moretti. Non è così in quella di Moretti autore e regista, anche nel caso di questo suo ultimo film.
In Habemus papam, il papa (mancato), interpretato da Michel Piccoli, e l'analista (mancato anch'esso, a ben vedere), interpretato dal medesimo Moretti, sono le due facce del medesimo personaggio autobiografico: è facile mostrarlo. La loro coincidenza nei luoghi è momentanea e si verifica in una scena, con le due poltrone contrapposte, in cui è come se papa e analista si guardassero allo specchio. Il libero vagabondare dell'uno coincide poi temporalmente con la costrizione in Vaticano dell'altro: ed è un paradosso rivelatore. Il papa finisce infatti nella famiglia dell'analista e si integra nel contesto teatrale di una compagnia di attori, in cui anche morfologicamente vale da rappresentazione di un'ironica autocoscienza registica, applicata (se Apollonio non si sbaglia: è in viaggio e certi controlli non gli sono agevoli) al Gabbiano. L'analista si trova nel contempo a fare ironicamente il papa in Vaticano. E come papa con la sua chiesa, organizza un torneo di volley. La decisione pre-finale dei cardinali di riportare a casa il papa fuggito coincide diegeticamente con il dissolversi della figura dell'analista nella narrazione: il conclave smette di prestargli attenzione e, di colpo, come era apparso, l'analista scompare.
Per effetto dell'ironia (si badi bene, non dell'autoironia: dell'ironia) che vi è inderogabilmente iscritta, il megalomane narcisismo di Nanni Moretti è, come sempre, l'aspetto più delizioso dell'ossimoro che ne costituisce la cifra stilistica: dopo l'Homo della gioventù, con la moderazione della maturità, il Papa. Tale cifra ne fa autore amabilmente odioso o, se si vuole, odiosamente amabile. Attraverso la lente di un narcisismo ironicamente megalomane, Moretti continua a raccontare il suo esperire la vita. Di cosa, nella vita di Moretti, racconta allora Habemus papam? Semplice: della sua esperienza come animatore e leader del movimento di protesta dei cosiddetti "girotondi".
All'epoca, forse Moretti e certo più d'uno tra i suoi importanti sodali (influente come un cardinale) devono aver prospettato a Moretti l'idea di prendere sul serio la testa di quel movimento, di farsene papa. In altre parole, di istituzionalizzare l'esito bizzarro e momentaneo della sua vanità e del rombo che tale vanità aveva fatto sentire sui media e sulla comunicazione sociale.
Com'è noto, dal diventare guida di quel movimento (e forse dal movimento medesimo) Moretti si è rigorosamente ritratto: vanitoso e megalomane, sì, ma certo tutt'altro che scemo. Si ritrae dall'assumere la carica a cui sarebbe stato chiamato da Dio (ohibò!) il papa del suo film: "Non sono io la guida di cui voi avete bisogno", dice alla folla.
Habemus papam racconta allora come mai e spiega il perché di quella scelta. Dice che, per accettare certi pesi, bisogna anzitutto esser modesti. E, come si è detto, Moretti non è modesto. Perché lui (e lo sa: gli è stato detto e non da Dio) è il più bravo di tutti. E, in fondo, il migliore spregia la folla osannante che nutre la sua vanità. E se ne ritrae. La spregia però amabilmente, per ossimoro. Come nella rinuncia e nel ritrarsi c'è l'ossimoro che prova il suo essere il migliore.
Della forma che l'eterno ossimoro italiano ha preso nel ceto borghese della Roma tardonovecentesca, Moretti è così un'autentica figura emblematica. Ed è una delle ragioni non secondarie per le quali i Francesi lo amano tanto. Li conferma della giustezza di loro secolari (pre)giudizi: nel caso specifico, forse, il celato giganteggiare della figura materna nella storia e nella cultura di una nazione apparentemente maschilista.
La signora Agata Apicella nei Moretti, professoressa di lettere nei licei classici, deve avere nutrito con abbondanza l'ego del piccolo Nanni, se ancora oggi esso inclina alla bulimia, e al bimbo, meglio, al Bombo non deve avere mai fatto soffrire "un deficit di accudimento".