28 gennaio 2015

Trucioli di critica linguistica (17): Balle di Scienza


Quando, qualche mese fa, sul piazzale della stazione di Pisa, Apollonio apprese di "Balle di Scienza" mancavano pochi minuti alla partenza del suo treno e pochi giorni alla definitiva chiusura dell'esposizione. Se ne rammaricò. Vie più, documentandosi in proposito. Oggi, nella modernità putrefatta, scienza è parola pronta a qualsiasi uso, come lo furono, un dì, patria, nazione, famiglia, classe, ancora oggi, razza e, di recente sperimentata, la parola Dio, il cui numero singolare è certo stimolante per il pensiero, ma forse esageratamente per l'azione, come si sa da parecchi secoli e, a ben vedere,  non prevalentemente per esperienza passiva (ma la memoria, è noto, è facoltà selettiva). 
Scienza è così diventata parola pericolosissima e pare un'iniziativa didattico-divulgativa di salutare demistificazione associarla in modo diretto e provocatorio a balle, nel titolo di un evento pubblico promosso da un'istituzione scientifica prestigiosa e che ha titolo a farne uso.
Visitando l'esposizione, Apollonio ne è certo, ne avrebbe tratto piacere e profitto. Confida così in una riapertura, eventualmente in altra sede (la comoda Milano? O lì, per tutto l'anno corrente, ci si occuperà solo di pappardelle e connesse bellurie?). 
Nell'attesa, egli scorre la piccola brossura illustrativa. La sua introduzione è un breve testo rivolto naturalmente a un pubblico di non specialisti. Proprio per questo, però, delicato: porta la responsabilità di fornire a chi non è un chierico la chiave interpretativa di un'esposizione che, con quel titolo, promette una demitizzazione.
"Scienza - vi si legge - deriva dal latino scire che significa sapere o da sciens che significa avere conoscenza. Ci rivolgiamo agli scienziati come esperti e ci fidiamo di ciò che è “scientificamente provato”, ma anche gli scienziati sbagliano e guai a pensare il contrario. Quando vanno in laboratorio portano con sé convinzioni filosofiche o religiose e le loro assunzioni riguardo alla natura profonda della realtà. In realtà, però, gli errori sono una delle molle del progredire della scienza. Come diceva Richard Feynman (premio Nobel per la Fisica nel 1965): «la scienza è fatta di errori, che sono utili perché, piano piano, sono proprio questi errori che ci guidano verso la verità». Il metodo galileiano ci insegna quindi ad autocorreggerci, e fa sì che la scienza avanzi soltanto quando riconosce i propri errori precedenti".
L'avvio è un pot pourri di parti del discorso che dà luogo, a volere essere pedanti, a qualche pressappoco etimologico. Sono sciocchezze, però, e insistervi sarebbe soltanto ingeneroso. D'altra parte, si è fuori dal cuore del testo. Il cuore sta nel resto e il resto non ha per materia quisquilie da parolai. È però un testo che vien subito voglia di portare nella sgangherata officina d'un parolaio, per un'analisi, come sempre, molto veloce e molto alla buona.
"..anche gli scienziati sbagliano", vi si concede. Pare lo facciano (e più che un'asserzione, è - va detto - un'allusione) portando nel laboratorio le "convinzioni filosofiche o religiose" o "le loro assunzioni riguardo alla natura profonda della realtà": debolezze umane, insomma, e roba che è foriera di errori, come impurità, rispetto alla scienza. 
Niente paura, tuttavia. Il laboratorio alberga un fuoco purificatore. Gli errori vi si sublimano e, diversamente da quanto fanno in ogni altra teoresi e in ogni altra prassi umana, non producono altri errori (così direbbe forse una millenaria esperienza) ma "guidano" verso "la verità": numero singolare e articolo determinativo.
"Il metodo galileiano ci insegna quindi [quindi?] ad autocorreggerci", con insistita quarta persona e ridondanza nella marcatura della riflessività. L'una con valore impegnativo, per chi legge, e in ogni caso diverso da quello, piacione e bonariamente inclusivo, che ricorreva in apertura: "Ci rivolgiamo agli scienziati... ci fidiamo...". L'altra atta a mettere in chiaro, caso mai a qualcuno, visto il titolo dell'esposizione, frullasse qualcosa per il capo, una circostanza data in ogni caso come indiscutibile. Da secoli, la scienza si abilita a correggere gli altri e ogni cosa. Si conceda pure che faccia, come ha fatto, degli errori. A nessuno venga in mente, tuttavia, di correggerla, perché la scienza si corregge da sé. Si autocorregge.
Un fervorino, insomma, per un pubblico di già credenti, nutriti da pubblicazioni che si vendono come scientifiche e da pagine di supplementi culturali di quotidiani che, con la scusa di divulgare, spacciano quasi sempre conformismo. E "Balle di Scienza", si potrebbe facilmente concludere. Sarebbe però una pessima conclusione. L'esposizione sarà certamente migliore del testo che la presenta e che è difficile dire le faccia un buon servizio, forse solo per eccesso di zelo.
E poi Apollonio - lo sanno i suoi cinque lettori - non riesce a smettere di cercare i preziosi segni che, quando era giovane, lo innamorarono del grandioso Moderno da cui nacque ciò che da qualche secolo si chiama, approssimativamente, scienza (e chissà come la si chiamerà tra cinquecento anni: forse in nessun modo).
Ora è vecchio. Lo si perdonerà se, prendendo a pretesto simili inezie, si chiede se a quel transeunte Moderno, di cui la scienza è appunto un transeunte prodotto, non mancò quel filo di modestia, quel filo d'ironia che avrebbe potuto fare della scienza ciò che essa oggi non è certamente: una forma delicata e magari migliore di una saggezza umana per altri versi perenne.

21 gennaio 2015

Linguistica candida (25): Varietà linguistica e mutamento climatico, della scienza

I frustoli di questo scombiccherato diario sono più di seicento. Apollonio non ricorda, di tutti, temi e dettagli, donde ripetizioni, lacune, cambi di programma, imprecisioni e tutto ciò che si associa di norma alla logorroica espressione governata da una senilità che inclina alla demenza.
Che di sua senilità sia ormai esclusiva questione, Apollonio ha del resto prove a iosa. 
Pensino i suoi cinque lettori: egli ha vissuto (e di ciò, come di altre vicende infantili, conserva memoria) un'epoca in cui, con preteso argomento di scienza, reputati specialisti della sua disciplina gli additavano derisoriamente come dilettantesche e cervellotiche le sortite di chi pretendeva che, per esempio, agli abitanti di certe aree del pianeta, per via del freddo intenso, poco si addicesse di tenere aperta la bocca, donde, nelle relative lingue, penuria di vocali, riccamente presenti invece in lingue di popolazioni esposte a climi temperati o caldi.
Quell'epoca è ormai perenta e lui, come un relitto, è invece ancora qui, quando non si sa il clima del pianeta, ma certamente il clima della scienza è parecchio cambiato. 
Con rigore di metodo e affidabilità di risultati, la scienza d'oggi dimostra infatti che, come per la stagionatura dei salumi, è l'aria fine e il clima secco dell'alta montagna a favorire la presenza nelle lingue di segmenti eiettivi. Dimostra poi che mettersi a parlare una lingua tonale in un clima arido è proibitivo almeno quanto vendere frigoriferi agli eschimesi.
Il mutamento climatico della scienza è lampante e, apprendendo di queste solide acquisizioni conoscitive, ad Apollonio è già venuto il freddo. Gli capita poi, per antico vizio, di esprimersi in una lingua con tante vocali. Meglio che, sul tema, visto il clima, non apra più bocca.

16 gennaio 2015

Linguistica candida (24): Tratti umani e grammatiche universali




Lo insegna una millenaria saggezza: non c'è essere umano che non sia stupido, in un modo o nell'altro (oltre che, in ogni modo, mortale). Che sia la stupidità, che fa lietamente tutti eguali, ad attrarre allora chi fruga nelle lingue umane prospettandovi grammatiche universali?

10 gennaio 2015

Linguistica candida (23): Aneddoto linguistico, su Treccani.it

"Lingua è un dialetto con un esercito e una marina": a chi vada attribuito questo celebre motto non si sa. Si sa che comparve in yiddish, una settantina di anni fa, sotto la penna di Max Weinreich, che non se ne dichiarò tuttavia padre. Lo disse raccolto sulla bocca di un anonimo interlocutore, incontrato tra il pubblico di sue conferenze degli anni Quaranta.
In un intervento in rete per altri versi apocalittico (o, quanto all'evocata morte del pensiero, solo bene informato?), ieri lo si è visto per allusione genericamente attribuito a Noam Chomsky da Diego Marani: "Non dimentichiamo infatti che i dialetti sono lingue, come diceva Chomsky, con l'unica differenza che non hanno un esercito".  
A Chomsky forse perché, come Aristotele nel Medioevo era il Filosofo, Chomsky è oggi il Linguista, per antonomasia, e se c'è un'affermazione che riguarda la lingua, in un modo o in un altro deve essere sua. 
Delizioso, peraltro, l'imperfetto diceva: il linguista del MIT non sarà certamente superstizioso, ma alla luce di una così generosa (per quanto indebita) attribuzione, consigliabile gli sarebbe di certo qualche scongiuro. 
Sia chiaro: si tratta d'una sciocchezza, per giunta minima rispetto alle grandi che capita regolarmente ad Apollonio di propinare ai suoi cinque lettori. Qui, ci si sarebbe così guardati bene dal richiamare su essa la loro attenzione, se a ospitarla non fosse una sede autorevole, dotata senza dubbio d'una redazione di gran peso e valore: Treccani.it L'enciclopedia italiana. 
Una pagina, come si vede, cui ci si rivolge, di norma fiduciosi, per avere informazioni serie, verificate ed affidabili (come purtroppo non pare la riferita), non uno di quei diariacci in rete - ne è un esempio il presente - tenuti in piedi come si può da uno scalzacane, un po' per celia, un po' per non morire.

[15 gennaio 2015: Una cortese lettrice informa Apollonio che l'intervento in discussione, per il dettaglio qui esposto, ha subito un mutamento. Al posto dell'originale "come diceva Chomsky", adesso vi si legge "è stato detto", passivo senza agente. A illustrare lo scritto, come immaginetta sacra, pare sia rimasta la foto di Chomsky, a questo punto ancora più implausibilmente se non come comica traccia: si vede che, nella menzionata redazione, non s'è fin qui trovato di meglio. Scomparisse in futuro anche quella, Apollonio sarebbe ancora più autorizzato al sospetto d'avere chi lo legge, lì: naturalmente, ne sarebbe oltremodo lusingato.]

Linguistica da strapazzo (35): "Essere l'Inter" e "fare la Roma"

Ora è più d'un mese, se Apollonio non si sbaglia, il giorno stesso di Roma-Inter all'Olimpico, in una pagina del Corriere della sera, "Dobbiamo fare la Roma", dice da una grande foto il francese Rudi Garcia che, se le parole sono proprio sue, ha evidentemente imparato l'italiano alla perfezione. 
"Loro sono migliori ma noi siamo l'Inter", replica sulla medesima pagina Roberto Mancini, da una foto di grandezza comparabile. 
Fare la Roma, essere l'Inter. Interrogativo stupido: chissà perché, quando si parla di nomi propri (e tra filosofi e linguisti, se ne parla da gran tempo), costrutti del genere vengono tirati in ballo molto raramente. E risposta più stupida: perché l'essere adoperati così non è il proprio dei nomi propri, non è il loro uso prototipico.
Come se il proprio dei nomi propri, al pari del proprio di ogni altra categoria immaginata dai grammatici, fosse di stare, prototipicamente, nelle caselle all'uopo previste dalla modestissima fantasia di definizioni grammaticali circolanti per il mondo come logiche, oltre che come le più logiche. 
Invece, Apollonio ricorda i casi emblematici di Palermo non è Beirut e Ahmadinejad non è Mubarak: titoli di quotidiani in anni in cui tali affermazioni (di portata informativa, considerata anche la sede) avevano un valore diverso da quello lapalissiano che oggi si sarebbe tentati di attribuire a esse ("Embè?"): per gioco, per oblio, per ignoranza.
E ...noi siamo l'Inter allora? L'Inter vi fa da predicato nominale e certamente non col valore corrivo che avrebbe ove la si immaginasse rivolta dal mister marchigiano non a un giornalista che lo intervista ma al custode dell'Olimpico. Alla testa di un manipolo di tatuati scagnozzi, Mancini scampanella sul portone: Driiiin. - I signori desiderano? - Noi siamo l'Inter. Ci aspettano per la partita. Possiamo? - Si accomodino. Terza porta a sinistra.
Fare la Roma è a sua volta uno spasso.
Perché una cosa è che si faccia la Roma come si farebbe il sugo. E si potrebbe, in effetti. La Roma, al pari di il sugo, avrebbe in tal caso funzione argomentale: sarebbe un oggetto diretto, per dirla in modo tecnico. Naturalmente, Garcia non voleva dir questo.
Altra cosa è che si faccia la Roma diversamente da come si farebbe il sugo, con la Roma in funzione predicativa, dunque. La stessa funzione di il cascamorto o il pesce in barile quando si fa il cascamorto o il pesce barile. Così si può immaginare intendesse appunto Garcia: naturalmente quanto a sintassi (indipendente, come si sa, dalla semantica). 
In questo secondo caso, tuttavia, un conto sarebbe fare la Roma senza essere la Roma. Qui, di nuovo, non dovrebbe trattarsi del pensiero di Garcia.
Un conto diverso è fare la Roma essendo la Roma, allo stesso titolo con cui Mancini dice della sua squadra "noi siamo l'Inter". E si è così a ciò che Garcia voleva certo dire. Ma dicendolo, lascia intendere implicitamente l'esistenza d'una malaugurata eventualità: quella di essere la Roma senza fare la Roma. 
Mirabile spettro di possibilità offerto allo spirito della nazione, per incarnarsi mutevolmente nella sua essenza, dallo spazio di libertà che s'apre tra l'esserci e il farci: uno spazio di libertà tutto italiano, che permette, come è noto, di farci senza esserci, di esserci senza farci, di non esserci e non farci e di esserci e farci. Col valore di -ci, come pro-predicato, riempito eventualmente (e non prototipicamente?) da un cosiddetto nome proprio (l'Inter, la Roma).
Si vede così con chiarezza come il valente Rudi Garcia, che italiano appunto non è, abbia imparato alla perfezione non solo l'italiano - e lo si diceva - ma anche a fare l'italiano.

7 gennaio 2015

Linguistica candida (22): Giocare al piccolo grammatico

Di lingua, ancora oggi, non c'è italiano capace di battere sui tasti di un computer che, per il fatto stesso, non si pretenda litigiosamente cultore e specialista. A dire il vero, più d'uno, nei suoi voti personali, anche legislatore e, ne avesse investitura, guida ferma e illuminata per una nazione altrimenti allo sbando, quanto all'espressione. 
Del resto, giocare al piccolo grammatico, competitivamente e con infantile gravezza, come se i destini della lingua dipendessero dagli esiti di tale gioco, è da secoli carattere specifico del ceto cólto italiano: una torma vociante di bimbi. Meglio, di Bembi.

6 gennaio 2015

Sommessi commenti sul Moderno (14): Scor(i)e



Come non trovare comici i proclami di un'epoca che, tramontando, s'annega nella pozzanghera dell'effimero e, per durevolissime tracce materiali del suo credo profondo e della vera opinione di sé, non lascia al futuro piramidi, chiese o monumenti civili ma rifiuti indistruttibili.

Cronache dal demo di Colono (29): "Le strade, le famose strade siciliane..."

"Il viaggio era durato tre giorni ed era stato orrendo. Le strade, le famose strade siciliane per causa delle quali il principe di Satriano aveva perduto la Luogotenenza erano delle vaghe tracce irte di buche e zeppe di polvere".
Un evento eclatante, un ponte che, in Sicilia, cede pochi giorni dopo la sua inaugurazione, più che rivelare l'autentico stato delle cose, lo nasconde. L'attenzione al fattaccio, all'eccezione distoglie dal quieto e rigoroso accertamento del quotidiano. Forse è una condizione sistematica della facoltà percettiva umana: Apollonio non s'intende di cose del genere e non osa affermarlo. 
Lo induce a ritenere che vada proprio così, però, l'esperienza fin qui fatta, d'una qualche durata (e senza merito alcuno, naturalmente), proprio sotto cieli che, a tratti lontani, gli sono tuttavia noti. A ritenere insomma che il clamore degli scandali e i periodici, momentanei lampi di luminose nefandezze - vere o solo presunte, alla fine, che importa? - abbaglino e rendano così invisibili le oscure, interminate nefandezze con cui si tesse una normalità che, proprio in quanto tale, è di lunga durata.
Chi ha più memoria della vicenda - una faccenda di appalti - che, più di cento cinquanta anni fa, per qualche momento, intrecciò l'avventurosa vita di Carlo Filangieri, principe di Satriano, alle infrastrutture della Sicilia borbonica?
Le strade siciliane sono frattanto forse diventate tracce meno vaghe (sotto il profilo ambientale, si tratta sempre d'una qualità?) ma restano "irte di buche" e la "polvere" di cui sono "zeppe" è coerente con l'epoca: il pattume d'ogni sorta della finta abbondanza.
In apertura, tre righe nate sotto la penna di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, il sardonico principe del "tutto cambia e tutto resta com'è". Di scorcio, rapide e definitive come un fulmine, raccontano di un passato che, fatta la tara delle ovvie mutevolezze, è simile al momento in cui furono stese e (oggi lo si sa) prefigura il futuro, nei suoi tratti caratterizzanti. Il cedimento del ponte forse costerà a qualcuno la perdita di una luogotenenza. Buche e polvere resteranno certamente, perché in esse c'è l'essenza delle strade, delle famose strade siciliane.
La determinazione conoscitiva della pertinenza è la via dell'intelligenza del mondo: intelligenza inutile? Di nuovo, che importa? Per chi sa leggerla, la letteratura, come arte della parola, annoda con l'intelligenza del mondo un impagabile spasso.       

30 dicembre 2014

Trucioli di critica linguistica (16): Brigadieri e caporali

"Il sottoscritto essendosi recato nelle prime ore antimeridiane nei locali dello scantinato per eseguire l'avviamento dell'impianto termico, dichiara d'essere casualmente incorso nel rinvenimento di un quantitativo di prodotti vinicoli, situati in posizione retrostante al recipiente adibito al contenimento del combustibile, e di aver effettuato l'asportazione di uno dei detti articoli nell'intento di consumarlo durante il pasto pomeridiano, non essendo a conoscenza dell'avvenuta effrazione dell'esercizio soprastante". 
È Italo Calvino con indosso, per divertente parodia, la divisa stilistica d'un brigadiere. Mette su carta in tal modo ciò che lo stesso Calvino, vestito da uomo comune, ha appena raccontato così al Calvino brigadiere che lo interroga: "Stamattina presto andavo in cantina ad accendere la stufa e ho trovato tutti quei fiaschi di vino dietro la cassa del carbone. Ne ho preso uno per bermelo a cena. Non ne sapevo niente che la bottiglieria di sopra era stata scassinata". Or sono cinquanta anni, l'invenzione narrativa del contrasto servì allo scrittore per aprire ad effetto un contributo giornalistico dal titolo "L'antilingua".
Il tempo è passato e non invano. Da questa distanza, è possibile osservare come il pezzo del Calvino brigadiere abbia più valore, si direbbe, civile, del piatto racconto del Calvino che s'atteggia a uomo comune. E, contestualmente, le chiose che lo scrittore fece seguire al contrasto esemplificativo suonano in modo diverso.
Può non piacere, la prosa brigadieresca. La si può persino odiare. Tacciarla di "antilingua inesistente" svela però un'attitudine intellettuale infantile, tipica del Moderno: negare l'esistenza di ciò che non piace o risulta odioso. E negarla non tanto in atto (come si potrebbe, se ciò che non piace lo si può mettere addirittura in parodia?), quanto, per paradosso, in potenza. Meglio, in progetto: come esito di un programma di annichilimento. Un programma volto al miglioramento del mondo, certo. Ma quale programma di annichilimento di qualcosa - negli ultimi secoli - non si è detto, da parte di chi lo proponeva, orientato alle migliori sorti di classi, nazioni, umanità e altre umane, troppo umane astrattezze?
Come a tutto il resto che fa varia l'espressione (anche sotto questi rispetti, magari non commendevoli), all'esistenza delle prose brigadieresche è invece forse il caso di rassegnarsi. Come è il caso di rassegnarsi all'esistenza delle ministeriali. E persino delle professorali, delle intellettuali e delle giornalistiche. Tutte, le si può punzecchiare, quando si gonfiano (e capita spesso). Si deve sorriderne ogni volta che si può. E vale la pena di provare a scansarsi dai loro effetti quando - capita anche questo - hanno l'aria d'essere proprio nefasti. Se non ce la si fa, pazienza. 
Pretendere che un brigadiere, nell'esercizio delle sue funzioni, s'esprima come piace a uno scrittore, a un professore di filologia o, peggio, al loro ideale di persona comune è invece bamboleggiare. Ed è spiritualmente da caporale pensare che ci sia qualcuno in diritto di intimargli di farlo, per decisione d'autorità.

27 dicembre 2014

Cronache dal demo di Colono (28): Declino e caduta della cucina italiana

Le condizioni correlative e le circostanze concomitanti del collasso dell'Impero romano furono numerose, come è noto. Una ebbe natura sociologico-militare: un esercito di mercenari difficilmente assolve il compito morale (peraltro, nel caso di un esercito, di moralità sovente più che dubbia) cui sarebbe chiamato; fa altro, se l'occasione si dà e un'occasione si dà sempre.
Il balzo parrà ardito ai cinque lettori di Apollonio ma una situazione comparabile egli intravede oggi per la cucina italiana (se così si può chiamare quella composita congerie di cucine locali che occupa, come le varietà linguistiche, l'area dell'Italia come ultra-nazione: ci si guardi bene dal dirle cucine regionali, al massimo diocesane e quindi, eventualmente, provinciali: ma di ciò un'altra volta).
Come legione, un esercito compatto di composte massaie, ai diversi livelli di pertinenza sociale e quindi di possibilità alimentari, animava gastronomicamente un impero di varietà innumerevoli, costruito in secoli di storia. Non lo faceva per soldi né per la fama. Per la fame, piuttosto, di consanguinei e affini. Uno scopo di lampante praticità, beneficamente sommerso, come capita alle cose umane che valgono, da un'etica e da un'estetica: da un bene e da un buono, superlativi, quando l'occasione lo domandava e lo rendeva possibile.
L'esercito popolare della cucina italiana è in via di dissolvimento (se non si è già dissolto): non è qui il caso di dire come e perché. Scarseggiano peraltro le risorse con cui la cucina si fa: le decisive, che sono le qualitative, ovviamente, e non le quantitative. Le seconde non sono mai state abbondanti come oggi - si vedrà per quanto ancora.
Della cura della cucina italiana sono stati così socialmente incaricati dei prezzolati professionisti: in una parola, dei mercenari. Una pletora di mercenari, tra i quali solo a pochissimi, naturalmente, la grazia concede di potere dire di esercitare nobilmente il mestiere dei tegami, come a pochissimi capitani di ventura spettava d'incarnare il nobile mestiere delle armi. Il resto è, come deve essere, masnada, cui interessano il soldo e il saccheggio: legittimamente.
Per altre condizioni correlative e circostanze concomitanti, declino e caduta della cucina italiana sembrano così ineluttabili. E Apollonio teme che annunciati e prossimi fasti lo sanciranno. La storia è crudele. La sua ironia palese.   

24 dicembre 2014

Bolle d'alea (19): Grossman

"Il bene non risiede nella natura, non sta neppure nella predicazione dei missionari e dei profeti, non sta negli insegnamenti dei grandi sociologi e dei capi popolo, non nell'etica dei filosofi... Sono gli uomini comuni che portano nei loro cuori l'amore per quanto vive, naturalmente e spontaneamente umano e hanno cura della vita, si rallegrano del caldo del focolare dopo una faticosa giornata di lavoro, non accendono falò e roghi sulle piazze.
Ed ecco, a fianco del minaccioso, grande bene, esiste una bontà quotidiana. È la bontà della vecchia che porta un pezzo di pane a un prigioniero, del soldato che dà da bere dalla sua borraccia al nemico ferito, della gioventù che ha pietà della vecchiaia, è la bontà del contadino che nasconde nel fienile il vecchio ebreo. È la bontà dei guardiani che mettendo in pericolo la loro stessa libertà, consegnano le lettere dei prigionieri, non ai propri compagni di fede, ma alle madri e alle mogli. Questa bontà privata di un singolo individuo nei confronti del suo simile è senza testimoni, una piccola bontà senza ideologia. La si può chiamare bontà insensata. La bontà degli uomini fuori del bene religioso o sociale".
È Vasilij Grossman (tradotto da Cristina Bongiorno), nel cuore del suo Vita e destino: un cuore insensato, come la bontà di cui parla, e oltremodo ottimista. Ma come diversamente, considerata la temperie?  

26 novembre 2014

Trucioli di critica linguistica (15): Scuola e consumi culturali di massa

Nei consumi culturali del Moderno putrefatto, come in ogni altro genere di consumo di massa, un ruolo di grande rilievo, per ragioni economiche, hanno i nomi di marca. 
Un brand è infatti un valore da mettere a frutto. Firenze o Venezia sono brands, come lo sono Leonardo da Vinci, Ferrari e Pavarotti. E sono osservazioni così ovvie che Apollonio quasi si vergogna di ricordarlo ai suoi cinque pazienti lettori.
Un'estensione della logica economica del brand e una novità sono tuttavia sotto gli occhi di tutti, in questi giorni. 
C'era il canone letterario: opere e autori riconosciuti canonicamente come rilevanti, per la società in cui il canone s'era elaborato. 
Tra gli effetti del canone, non irrilevante, anche per la perpetuazione del canone, una correlata pratica didattica. È così per ogni istituzione educativa: comunque determinato, segue un canone. Di conseguenza, autori di cui sapere qualcosa, opere da leggere, per brani, e da "studiare". 
Per generazioni, milioni di persone, scolarizzate, si sono così trovate esposte a flussi di informazioni che, trattenute o meno in modo efficace e sistematico, si sono sedimentate e si sedimentano in nomi propri, con tutto il bagaglio di luoghi comuni che ogni nome proprio, di necessità, porta con sé. 
"Nomi propri, luoghi comuni", per ricordare la trouvaille, peraltro facile, che l'alter ego di Apollonio ha spacciato nel titolo di un suo articoletto, sul tema linguistico della natura cosiddetta propria dei nomi.
La logica economica ha giustamente visto in questo stato culturale un'opportunità, peraltro da sfruttare a costo zero. Nessuna fatica a imporre brands, con il correlato discorso e il correlato costo di produzione e di diffusione di tale discorso. Brands già belli e pronti, costruiti gratuitamente per giunta da un'istituzione pubblica, l'istruzione di massa, nata ingenua, come idea, agli albori del Moderno e messa a punto, come valore in sé, come marchio di una civiltà, dal Moderno maturo.
L'istituzione scolastica sopravvive d'altra parte ingenua nella modernità putrefatta, anche nella coscienza della maggioranza dei suoi praticanti. Per paradosso, costoro - l'alter ego di Apollonio ne è un modesto campione - si credono ingenuamente la parte più avvertita e consapevole della società.
Sottoposta a criteri eteronomi, spacciati come ineludibili e quindi, nella sostanza, totalitari, la scuola funge oggi invece da ingranaggio, non sempre fluido, di processi che la trascendono e la sollecitano, rudemente, a rendersi utile. A cosa? A processi economici, appunto. 
Un modo per rendere utile la scuola, che essa lo voglia o no, a un qualche ordine economico lo si è allora trovato. Certo, un modo marginale, ma cosa si vuol trarre di meglio da un arnese tanto mal concepito per i tempi che corrono e così fuori delle loro logiche? Tra docenti e discenti, tiene impegnate per ore persone a milioni, ogni giorno. Quanto basta per farne un interessante bacino di consumatori. 
Così, già da qualche tempo, il nome Dante, per esempio, è diventato apertamente un brand, sul quale un importante gruppo editoriale italiano ha investito, col ragionevole progetto di averne un legittimo ritorno economico. Ritorno economico benedetto, peraltro, perché circondato, a differenza di quelli ricavati in altre aree del mercato, dall'aura purificatrice delle operazioni moralmente indiscutibili: fatte per il bene e per l'edificazione morale e materiale dell'umanità (o di una sua porzione variamente determinata). 
Nella serie dei "grandi" filosofi, "grandi" scienziati, "grandi" non-importa-cosa, che popolano i sogni d'una candida umanità, un brand di veloce consumo si sta oggi provando a fare allora di Giacomo Leopardi: una sorta di momentaneo Chanel N° 5. Poche gocce bastano infatti per sognare e per trovarsi, nudi e inermi, già nel mondo della favola. 
Di Leopardi, del resto, in giro non se ne sa troppo ma se ne sa abbastanza, si direbbe, proprio il giusto, per rinfocolarci intorno la favola che ogni brand, anche effimero, deve appunto portare con sé. 
Il Cielo guardi Apollonio e i suoi cinque lettori dal menarne scandalo (che fortuna, però, ha avuto il feroce Sebastiano Timpanaro a congedarsi per tempo). 
Con tutto ciò che possiede, con l'intero bagaglio della sua cultura - ivi compresa l'antropologica - ogni epoca fa lo specchio di se stessa. E il Leopardi di Tommaseo o di Croce dice di Tommaseo o di Croce esattamente come dice di la Repubblica il Leopardi di la Repubblica. 
Indignarsi, in proposito, è sintomo di pochezza di spirito. O del perseguimento di concorrenti e complementari interessi.
Osservare, invece, si deve, per provare a capire. A capire anche i dettagli espressivi che sostanziano i fenomeni culturali, nella loro natura sistematica. 
Al brand Giacomo Leopardi il titolo di un recente film - di cui qualche giorno fa ha fatto menzione Apollonio, in un discorso diverso e ancora meno serio del presente - ha fornito l'opportuna tag-line: Giacomo Leopardi. Il giovane favoloso. 
Ed è di gran spasso osservare allora come, mediatrice una prestigiosa istituzione culturale, con un'ovvia onda di ritorno, l'espressione del brand, con il mutamento di valore sociale e culturale che ne consegue, capita colpisca adesso la scuola:


La scuola: quel modesto e inconsapevole laboratorio d'ingenuità donde, innocente, ciò che sarebbe diventato l'attuale monstrum è sortito. Non come brand, naturalmente, tanto aggressivo quanto effimero. Col passo incerto, piuttosto, e l'andatura circospetta di chi s'illude di durare nel tempo e con ginocchia che, per tale ragione, facevano certamente "giacomo giacomo".

20 novembre 2014

Linguistica candida (21): Dati





Quanti equivoci scongiurati e quanti imbrogli sventati, se li si chiamasse presi invece di chiamarli dati.

17 novembre 2014

Linguistica da strapazzo (34): Riflessioni sull'età. Riflessiva

È sera. Con un bicchiere in mano, Apollonio sta, come deve, in un crocchio di persone, eufemisticamente, mature che chiacchierano (c'è bisogno di dirlo?) dei tempi andati.
"Ho la tua età", dice, sollecitato a esprimersi in proposito, uno dei conversatori. "Se hai la mia età" - commenta il destinatario - "Lucio Battisti non ti può essere indifferente...".
In ispirito, Apollonio è già volato via. In fuga. Via da "Voglio Anna..." e da "Dieci ragazze per me...", che pure parlano ancora al suo cuore. Ha cominciato a compitare, nel suo foro interiore, un paradigma quotidiano e, al tempo stesso, strano: quello degli aggettivi detti possessivi in combinazione con età.
È la sua pena, la pena del linguista da strapazzo: capita, d'improvviso, cominci a fare giochi di segmentazione e sostituzione con ciò che sente o gli passa per la testa.
Ognuno ha la sua, di età, ci mancherebbe, pensa. Come ognuno ha i suoi acciacchi. Può avere tuttavia anche l'età di un altro o di un'altra. Ho la tua, la sua età vale allora 'ho la stessa età che hai tu, che ha lui o lei'. E fin qui, nulla di strano: storia che sentiva ripetere, a proposito di casi simili, declinati in parecchie lingue, più di sette lustri or sono, affacciato a una finestra della torre centrale di Jussieu, col Panthéon come protagonista del panorama.
Non appena aggettivo e soggetto condividono però, nel costrutto, la persona grammaticale, ecco succedere il cortocircuito. Ne viene fuori un divertente effetto. Non ci aveva mai prima prestato attenzione, sebbene si può star certi che l'espressione gli sia entrata nelle orecchie, nel corso della sua vita, un numero difficilmente calcolabile di volte, e comparsa sulle labbra, negli ultimi anni, di tanto in tanto: Ho la mia età...
E non per dire un'ovvietà alla Max Catalano (tra i suoi cinque lettori, ci sarà qualcuno che sa a cosa si riferisce Apollonio: gli altri si rivolgano a Wikipedia). Per dire, invece, più o meno, 'ho un'età (ormai) avanzata, sono vecchio (o quasi)': Se continui con questo passo, scordati che io ti tenga dietro: ho la mia età. 
Tra sé e sé e tra il serio e il faceto (del resto, è linguistica da strapazzo), Apollonio decide allora di chiamare il fenomeno 'età riflessiva'. Gli piace il gioco di parole: quando l'età che si ha è dichiarata come propria, è un''età riflessiva'. Bello, no?
Naturalmente, 'età riflessiva' non riguarda solo la prima persona. Non di persona per sé si tratta ma della relazione sintattica in cui entra la persona, appunto. Casi di "età riflessiva" sono disponibili per tutte le persone.
Hai la tua età: poco carino da dire a chiunque e da evitare rigorosamente rivolgendosi a una signora; Avete la vostra età: condizioni d'uso poco diverse dalle sopra indicate, e solo per lo stemperamento del plurale; Abbiamo la nostra età: d'uso solidale, si tratti di quarta persona autentica, si tratti di uno di quei casi in cui il 'noi' è posticcio e sta per quel 'tu' effettivo, che pone automaticamente il destinatario sopra un gradino più basso del locutore: Caro il mio nonnino, abbiamo la nostra età. Pensa sia il caso di sgattaiolare così dopo cena per rincorrere ancora le gonnelle? 
Alla terza persona - che non a caso il buon Benveniste diceva essere una non-persona - le cose si fanno ovviamente più complicate. O, meglio, soltanto ambigue. Ambigue in astratto, come è (quasi) sempre il caso con la lingua: nella concretezza dei discorsi, delle ambiguità, di norma, nessuno si accorge.
E allora, con Ha la sua età, Hanno la loro età tutto dipende dalla relazione tra il soggetto e l'aggettivo: insomma dipende da chi sta dietro quel sua e quel loro. Se si tratta di terza persona diversa della terza persona che fa da soggetto (secondo il modello che vige, per es., in La pettina), si sta parlando di un'età qualsiasi, giovane o meno poco importa, condivisa dalle due diverse terze persone. Se invece la terza persona in ballo è un'unica terza persona (secondo il modello che vige, per es. in Si pettina), riappare appunto 'età riflessiva'. E con 'età riflessiva' c'è poco da fare, anche fosse solo per ischerzo, si tratta di un'età matura: Ha la sua età, poverino: è rimasto a Jakobson. Cosa vuoi ne capisca, di scienze cognitive... 
Prendere consapevolezza di 'età riflessiva' risveglia nella coscienza di Apollonio altri modi ellittici (e a loro modo idiomatici) per evocare, nei discorsi, l'età matura. Modi che stanno anche loro nella regione dei (pietosi o pelosi) eufemismi. Del resto, da sempre, l'età, quando cresce, diventa tema "sensibile", come s'usa dire adesso.
Ecco allora il banale Ho, hai, ha, abbiamo, avete, hanno una certa età: certo, certa, orientati da litote, sono infatti d'uso largo, anche fuori del caso qui in discussione: Ho un certo appetito. 
Ecco il meno banale, perché ancora più secco e perentorio Ho, hai, ha, abbiamo, avete, hanno un'età. Pronto, come tutte le espressioni simili, per gli usi (auto)ironici, Non mi potete chiedere adesso di gettare alle ortiche il Programma minimalista. Santo Cielo!  M'ero abituato. E ormai ho un'età.
Tutti, pensa Apollonio, sorseggiando il suo vino, hanno un'età: la differenza consiste allora nel fatto che solo di alcuni, e a partire da una certa età, lo si dice. Non se ne dice l'età; basta dire semplicemente Ha un'età, per farlo secco o farla secca: Ha un'età ma va ancora in giro conciato come sai. 
Lungi, allora, dall'essere ciò che sembra, l'articolo indeterminativo di Ha un'età. Incommutabile con altro che passi per determinatore. Circostanza che rende chiaro il fatto che avere un'età (c'è bisogno di dirlo?) non è come avere una macchina, un(')amante, una casa, un conto in banca e così via. 
Del resto - il bicchiere è quasi vuoto e Apollonio filosofeggia - avere un'età, avere la propria età forse corrisponde ad avviarsi a vivere l'esperienza contraddittoria di chi prova quanto sia importante avere, con un'età, tutto il resto, intuendo che importante, se mai lo è veramente stato, forse non lo è più.
"Mi sono informato, c'è un treno che parte alle sette e quaranta...".

16 novembre 2014

Linguistica candida (20): Significato e semantica






Il significato è faccenda troppo seria e spassosa perché la si lasci in cura a chi dice di occuparsene perché fa semantica.

15 novembre 2014

"Le Rondinelle" e "i Felsinei"



In radio, stasera, la partita tra il Bologna e il Brescia. Mai una volta, se Apollonio non s'è distratto, il delizioso appellativo figurato "le Rondinelle" per la seconda squadra, mai una volta "i Felsinei", gustosamente dotto, per la prima. In radio, bei tempi andati di Enrico Ameri.

Trucioli di critica linguistica (14): "la buona SCUOLA"...

è un brand, una sorta di nome proprio. Come nome di marca non è fatto male ed è anche corrivo al punto giusto. 
Un nome di marca aspira sempre a essere corrivo: deve esserlo, a qualsiasi livello esso si ponga. La sua corrività è un valore correlativo: può trovarsi molto in alto, ma a qualsiasi altezza si trovi, un brand ha da essere corrivo. Un brand non corrivo è infatti un brand fallito.
La corrività di la buona SCUOLA non è, ovviamente, triviale né ecumenica: dalla sua portata, qualcuno è tenuto fuori, tanto in basso, quanto in alto. È insomma una corrività media, come appunto deve essere, si direbbe, per destinazione sociale e per indirizzo politico. Ma Apollonio, di politica, non s'intende e quindi si asterrà dall'aggiungere altro. 
Se non la nota, antropologica più che politica, che - come tutte le corrività medie - quella di la buona SCUOLA è a tendenza omologatrice. Si tratta della variante, nella Modernità putrefatta, di ciò che, nella Modernità tardo-matura, poteva essere qualificato come tendenza totalitaria. Ma niente paura, per carità: molti pericoli hanno smesso d'essere incombenti sulle società occidentali, da allora. La ragione è che essi si sono semplicemente realizzati e, come si è potuto constatare, fin che dura, ci si vive anche comodi. Quindi vale la pena di accogliere tutto con un sorriso. 
Nel Belpaese, poi, con un sorriso ancora più aperto: si sa infatti che l'attitudine nazionale più qualificante è la capacità di stare sempre in equilibrio sul filo che fa da discriminante non all'alternativa tragica tra l'essere e l'apparire, ma a quella comica tra l'"esserci" e il "farci".
Tenendo presente quindi questo preciso carattere nazionale, che invita appunto all'allegria, nel marchio la buona SCUOLA si osservi come suona bene, per iterazione, il doppio uo, ovviamente tonico. E si noti come esso si combina in chiasmo con il doppio la che apre e chiude l'espressione. 
Cinque sillabe: l'atona centrale na, preceduta e seguita, rispettivamente, dalle sillabe toniche buo e scuo, a loro volta, l'una preceduta, l'altra seguita da un la. Tutte aperte: la-buo-na-scuo-la. 
Le tre dispari (dispari in numero dispari) con una a come apice sillabico; le due pari (pari in numero pari) con dittongo e vocale media posteriore aperta come apice sillabico. 
Non una i né una e: avrebbero stonato e la buona SCUOLA, come si vede, tende a tollerare poco ciò che non rientra nel suo facile equilibrio e non è a tono. Per ragioni che - è ovvio dirlo - sono anzitutto estetiche (cioè della qualità della relazione tra significato e significante), la buona SCUOLA è perciò molto distante da "la bella scola": quella alla quale, con gran faccia tosta, Dante favoleggia gli fu consentito d'accodarsi, "sesto tra cotanto senno".
Per passare a una nota sintattica (e, per tale via, semantica: ma di semantica Apollonio capisce ancora meno che di politica; integrino di conseguenza, come vogliono, i suoi cinque lettori), sono ragioni convergenti, se non proprio le stesse ragioni, a determinare la posizione dell'attributo. Con buona preposto al nome, la buona SCUOLA non equivale a la SCUOLA buona. L'attributo posposto sarebbe uno sconcio intollerabile per il brand. Esso se ne troverebbe completamente sfigurato, soprattutto nella capacità di fare l'occhiolino alla fascia alta del suo target. Quel ceto mandarino, o aspirante tale, che di sé pretende d'essere per principio "di buona scuola" e al quale che la scuola sia buona, nei vari valori che qui può prendere il predicato, importa infine poco o niente. 
Tra la buona SCUOLA e la SCUOLA buona c'è insomma l'invalicabile fossato che divide, in certe circostanze, l'attributo anteposto da quello posposto e, correlativamente nel caso specifico, il privilegio dall'assenza di privilegio.
Né va meglio, per venire dalla sintagmatica alla paradigmatica, con l'esito di un'eventuale commutazione dell'articolo: una buona SCUOLA sarebbe altra e misera cosa, messa a confronto con la buona SCUOLA. La prima lascerebbe infatti pensare a un'implicita molteplicità e quindi a una possibilità di scelta tra buone scuole possibili: se non una, l'altra o l'altra ancora. 
Ciò è proprio quanto specificamente confligge con lo spirito del brand. In esso, l'articolo determinativo definisce come unica la buona SCUOLA, come unico è d'altra parte, per principio, il referente designato da un nome proprio. Non c'è scelta, insomma: pare del resto che, da qualche tempo, scelta non ce ne sia in molti altri àmbiti della vita associata. È l'esito grottesco e paradossale cui sono giunte, putrefatte, le cosiddette società libere, che si sono trovate a potere essere libere solo in un modo e quell'unico modo, per giunta, eteronomamente determinato.
Come è ormai regola nell'universo della comunicazione pubblica, al marchio la buona SCUOLA s'accompagna una tag-line: Adidas? Impossible is nothing. Renault? Drive the change. Nutella? Che mondo sarebbe senza Nutella? La tag-line di la buona Scuola suona Facciamo crescere il paese. Vi compare la quarta persona grammaticale: l'invito è comunitario ma la comunità invitata ha da stare tutta, come si è visto e come dichiara apertamente la grafica, sotto il tetto dell'unicità definita e definitoria di la buona SCUOLA. Guai a uscirne.
E qui Apollonio si ferma. Finirebbe infatti per pestare i piedi al suo alter ego. Poveraccio, questi si troverà a dire quel poco che può e sa di quarta persona grammaticale, in un quarto d'ora graziosamente concessogli dagli organizzatori di un convegnone che ha per tema la lingua della politica. A Napoli, tra meno di una settimana. E lo farà, lo sconsiderato, senza capire neanche lui un'acca di politica. Che la caritatevole Euglotta lo protegga.

A frusto a frusto (89)



Una parte di te è in ostaggio. È una parte di te: troverà prima o poi il modo di liberarsi.

13 novembre 2014

Cronache dal demo di Colono (27): Il giovane favoloso

Uso accorto di mezzi tecnici e di ripresa, rigida e inclemente autodisciplina dell'interprete principale (costretto, per esigenze del ruolo, a muoversi sulle ginocchia, come se lo facesse sui piedi), scenografia e costumi da Oscar, gran lavoro di regia, senza giungere per questo a essere un capolavoro: è Moulin Rouge, un film di John Huston del 1952. Vi si narra di Henri de Toulouse-Lautrec e la pellicola, di produzione britannica, vanta anche un ruolo minuscolo e di riflesso nella storia della cultura letteraria italiana. 
Fu dopo aver visto Moulin Rouge in una sala cinematografica palermitana, appunto nei primi anni Cinquanta del secolo scorso, che a un non meglio precisato professore d'università, impressionato dalla vicenda umana del protagonista e stupefatto dalla relativa narrazione per immagini, venne fatto di chiedere a Giuseppe Tomasi di Lampedusa, incontrando il principe al caffè, se, "lui che sapeva tutto", poteva risolvere il dubbio che gli si era formato nello spirito: un pittore francese come quello che il film presentava era mai realmente esistito o non si trattava piuttosto di un personaggio di pura fantasia?
L'aneddoto meritò d'essere riferito anni dopo da un testimone, il giovane Francesco Orlando, per la sua inopinata e sardonica conclusione. Scrive appunto Orlando che, alla richiesta del professore, Lampedusa replicò imprevedibilmente che, incapace di rispondere su due piedi, avrebbe fatto opportune ricerche, a casa, nella sua fornita biblioteca, promettendo di sciogliere il dubbio del suo interlocutore il giorno seguente. Il giorno seguente lo sciolse, in effetti, ma in modo ancora più inatteso: il film, disse il principe al professore, aveva per protagonista un personaggio fantastico; d'un pittore francese con quel nome e con quei caratteri, fisici e morali, nei suoi libri non aveva infatti trovato traccia. E alla domanda di una spiegazione della sbalorditiva risposta fattagli dai suoi giovani amici presenti aveva in séguito e privatamente opposto la sua massima forse più ferocemente gattopardesca: "Bisogna sempre lasciare gli altri nei propri errori".
Qualche giorno fa, Apollonio è andato a vedere Il giovane favoloso, pellicola recente con cui il regista napoletano Mario Martone ha raccontato la vita di un tal Giacomo Leopardi, che nell'opera figura, "giovane favoloso", appunto, come scrittore e poeta italiano dell'Ottocento. 
Dalla sala, Apollonio è uscito divertito: molto spasso gli ha fornito, tra l'altro, la quasi costante espressione da "impunito" del bel ragazzo che vi fa da primattore, quale essa è peraltro testimoniata dall'immagine affiancata. Il film ostenta toni gravi e risentiti, ovviamente. Qui e lì, addirittura, pedanteggia: pare sia destinato, d'altra parte, alle scolaresche, che sono appunto condotte alle sue proiezioni da solerti docenti. Si capisce rapidamente tuttavia che, come parecchia altra produzione nazionale del momento, si tratta di roba messa su alla bell'e meglio, facendo economie non solo sui mezzi materiali (e ciò, naturalmente, è esente da biasimo) ma anche e soprattutto su quelli morali, un dì tradizionalmente larghi nella produzione cinematografica italiana. 
Conclusione: nello spirito di Apollonio, dietro il divertimento per lo spettacolo gioiosamente pedestre, è nato un dubbio. Questo tal ed implausibile Giacomo Leopardi, scrittore e poeta di Recanati, di cui narra il film di Martone, è realmente esistito o si tratta d'una figura che, come pare ammettere il titolo dell'opera, è solo di favolistica e forse non ben controllata fantasia? 
Apollonio non ha però a disposizione, nei caffè che frequenta, un principe che "sappia tutto" cui rivolgere richiesta d'opportuna illuminazione. L'indirizza così ai suoi cinque lettori, conoscendoli benevoli nei suoi confronti e clementi con le sue manchevolezze. Chissà che non ci sia tra loro un principe o una principessa che, senza saper tutto, ma sapendo certamente abbastanza, possano aiutarlo a sciogliere il dilemma.  

12 novembre 2014

Scherza coi santi... (4): Lesto Fante

Minuscola mostruosa creatura: non un ele-Fante. 
Doveva peraltro apparire. Si vivono infatti i fasti di un tree-on-Fante fast, diverso dalla rapidità auspicata da Italo Calvino per l'allora atteso nuovo millennio. 
Sortita editoriale in-Fante o for-Fante, ci si chiede. Importa saperlo? Non è un Oli-Fante, ma lapsus o no, parla: pleonastico I-ero-Fante (leggasi: ahi...). 
E del resto, i mutamenti, prima o poi, producono i loro emblemi, che sono come fichi maturi.
Insomma, sic! O Fante.

[Piccola chiosa del giorno dopo: del fatto cui allude il frustolo si trova qui notizia: dalla sua Citera, Apollonio l'ha ieri supposto noto ai suoi cinque lettori; si fosse sbagliato, ne chiede venia.]  

4 novembre 2014

A frusto a frusto (88)






Ci sono epoche, come forse è la presente, che chiedono a chi scrive una prova d'amore paradossale: dare quanto a esse la sparuta testimonianza che non tutti vi si sono bevuti il cervello. 

29 ottobre 2014

Linguistica candida (19): "Système" e "Erlebnis"

Poco meno di tre minuti: ecco quanto tempo Apollonio concede qui alla viva parola del suo alter ego. Lo fa perché vi si tratteggia la combinazione d'un punto di vista e d'una disposizione di spirito che gli stanno a cuore. Non sa da quando egli faccia pratica e goda del loro connubio. Direbbe da quando ha cominciato, esprimendosi, a pensare all'espressione. La consapevolezza gli si è maturata lentamente, tuttavia. O forse anche questa è solo un'impressione: lì è sempre stato e, per giunta, consapevole, nei rari momenti in cui non sonnecchiava; ciò che gli ha fatto, gli fa e gli farà difetto è magari solo la memoria e il processo (e l'apparente progresso) è solo un risveglio periodico e immemore delle veglie precedenti.
L'occasione o, forse, il pretesto di esprimersi in proposito, per l'alter ego, un convegno, a Siena qualche giorno fa. Le vie del piacere umano non sono certo infinite (del resto, non lo sono nemmeno quelle dell'umana espressione) ma possono aprirsi inattese, soggette, come quelle del dolore, all'inflessibile tirannide del caso. 

19 ottobre 2014

Linguistica candida (18): Chomsky, ricorsivamente



Un Nobel per la linguistica non c'è e, quanto a quello per la medicina, si dovrebbe attendere ancora l'esito di qualche TAC. C'è il rischio che si faccia tardi. Di chimica e di fisica, non è il caso di parlare: lì, come si può, si pretende di fare sul serio, mentre il cosiddetto Nobel per l'economia è, come si sa, un'autentica patacca. 
Restano il Nobel per la letteratura e quello per la pace. Il giovanotto, cui - ed è grande qualità - le ambizioni non hanno mai fatto difetto, com'è suo costume, sta alacremente lavorando al secondo, inconsapevole di essere già meritevole del primo.   

18 ottobre 2014

Lingua nostra (6): "serpeggiare"

Serpeggiare, dichiara uno sbarbatello o una pupetta, a séguito d'opportuna domanda, significa 'spettegolare, parlare male di qualcuno alle sue spalle'. Commovente.
Invece, la testimonianza dell'exploit, accolta tra l'indignazione e l'irrisione, completerebbe il quadro d'una desolazione, per chi la riferisce. Scenario, la grande sala in cui si svolge un convegno sulla didattica dell'italiano. Al fondo, l'alter ego di Apollonio ha fin lì sonnecchiato: gli si perdonerà l'incertezza sul dettaglio del genere. 
Del resto, sono le tre del pomeriggio. Solite geremiadi e soliti numeri percentuali: per una relazione pomeridiana, roba contro la quale s'infrange inane l'onda d'urto di qualsiasi caffè. 
Il poveruomo ne sente poi dire da quaranta anni: era acerbo, è maturato e sta adesso avvizzendo. È progressivamente cambiata solo la luce sotto la quale il canovaccio va in scena. Una luce radente. Un dì, era il sole dell'avvenire. Oggi sono i raggi di un tramonto. E nel tramonto, ciò che poteva parere, or sono numerosi decenni, un ordito progressista prende i riflessi sinistri della lagna reazionaria: tutto va appunto in sfacelo.
No, narra ad Apollonio di aver pensato l'alter ego, riscosso da quel serpeggiare. C'è vita, nella lingua. E una vita vivace di lunghissima durata. L'-izo dei tempi lontani di Tucidide e di Demostene, trapiantato or sono due millenni nell'espressione di chi parlava latino (senza farlo, ovviamente, come scriveva il latino Cicerone), ha messo radici nella testa di quello sbarbatello o di quella pupetta con iPhone e getta polloni nell'italiano del ventunesimo secolo. 
Polloni abusivi, si dirà. Appunto: quindi ancora più apprezzabili e gustosi, non foss'altro perché scandalizzano sul principio quei benparlanti che, la cosa avesse successo, correrebbero subito a sposarne l'indiscutibile fondatezza.
Se, dunque, chi si comporta da birbone birboneggia, chi da bambino bambineggia, chi, per figura, da asino asineggia, perché mai oggi chi si comporta, di nuovo per figura, da serpe non dovrebbe serpeggiare? 
E, si dica il vero, non è comportarsi da serpe andare in giro a spettegolare della compagnuccia di scuola, tagliandole addosso i panni, magari profittando dell'immorale vantaggio di essere stato o stata partecipe dei suoi piccoli segreti? Se ciò non è serpeggiare, cosa lo sarà meglio mai?
Il serpeggiare che c'è già? Primo, tanto antico non è: cinque secoli. Troppo poco per accampare diritti di esclusività. Secondo, anch'esso è foggiato per figura: sui modi fisici della serpe. Il nuovo estende la figura a una figura dello spirito: se non è poesia, insomma, poco ci manca. E anche quando sembra che tutto vada in sfacelo, il o la parlante più scavezzacollo che ci sia, con le sue sortite, è buona compagnia per il linguista: gli tiene caldo il cuore, viva la testa, lo spirito lieto.

15 ottobre 2014

Cronache dal demo di Colono (26), Lingua loro (33), Lingua nostra (5): "Bomba d'acqua" e "torrente"

Dal Grande dizionario della lingua italiana, alle relative voci.
Torrente. "Corso d'acqua, in part. montano, caratterizzato da portata irregolare con alternanza di periodi di secca e di piene violente in relazione alle precipitazioni atmosferiche; scorre a forte pendenza, in genere incassato strettamente fra gole e interrotto talora da salti e cascate".
Torrentizio. "...Traboccante, irruente...".
Torrentóso. "Letter. Irruente, impulsivo".
Torrenziale. "Che cade copiosamente e impetuosamente".
Torrenzialmente. "Con grande impeto e violenza".
E Riccardo Bacchelli: "Mio padre... vedeva da quei laghi imbrigliate, corrette, regolate le acque pazze e torrentizie e perniciose dell'Appennino". E, sotto cieli diversi, anche Apollonio riceveva dal padre - certo in tempi più recenti ma sempre lontani, ormai - ammonimenti a essere guardingo coi torrenti e, non appena si faceva autunno, a tenersene lontano durante le passeggiate, a non credere alla loro invitante e facile percorribilità. Lui, che di etimologia non sapeva un'acca, dal momento che non sapeva nemmeno cosa fosse un etimo, invitava insomma il bambino, per via di una Erlebnis dagli evidenti riflessi linguistici, a tenere presente che un torrente, da 'corso d'acqua che si dissecca', può evolversi verso 'corso d'acqua impetuoso'. E può farlo senza preavviso.  
Apollonio si chiede di conseguenza se il pretesto fornito dal neologismo bomba d'acqua, oggidì d'uso torrenziale, non stia contribuendo a erodere quanto ancora resta di una consapevolezza un tempo diffusa e testimoniata, come si vede, dal lessico. 
Se ne va così anche il ricordo d'una millenaria cautela negli insediamenti, imposta da un territorio morfologicamente complesso e quindi, se umanizzato (come è, in effetti, e intensamente), bisognoso delle cure di molti (se non di ciascuno). Un territorio reso più complesso, oggi, dall'ineluttabile abbandono di chi vuol giustamente vivere tra gli agi urbani ma pretende che le alture cui ha volto le spalle, lasciate a se medesime, non lo seguano e non vengano giù, per un qualsivoglia, violento capriccio meteorologico, secondo un identico percorso torrentizio.
Sono insomma le terre e le acque ripudiate dagli Italiani che, di tanto in tanto, si presentano a chiedere loro conto del tradimento (linguistico).  

11 ottobre 2014

Sommessi commenti sul Moderno (13): Intellettuali e fenomeni culturali di massa



E viene sempre il momento in cui l'intellettuale storna sulla moltitudine nei cui comportamenti vede riflessa, per fedele parodia, la sua immagine lo spregio inconfessato che non può non nutrire per se stesso.  

10 ottobre 2014

Scherza coi santi... (3): Italo e Galileo

"Il più grande scrittore della letteratura italiana d'ogni secolo": era il 1967. Italo se ne uscì così, a proposito di Galileo, la vigilia di Natale sul Corriere della Sera. Lo pensava, certo, ma come non pensare che pensasse di fare rumore, con la sortita.
E fece rumore, tanto che quasi subito gli fu chiesto (come certo s'attendeva) di tornarci su, per spiegarsi, rispondendo alle osservazioni. Lo fece con larghezza di argomenti. Del resto, testimonianza della sua predilezione per Galileo si trova, come si sa, fino alle sue carte estreme.
Se Apollonio non s'inganna, non ci fu nessuno però che obiettasse a Italo che il guasto della sua affermazione stava nel metodo più che nel merito. Galileo non è il più grande scrittore della letteratura italiana d'ogni secolo. E non lo è non perché non sia un grande, un grandissimo scrittore, ma perché il più grande scrittore, non solo della letteratura italiana ma di qualsiasi letteratura, semplicemente non c'è. E se pare esserci, c'è, tutte le volte che appare, come un feticcio: il feticcio linguistico "il più grande...". Ci si rende quindi colpevoli d'un imbroglio a mettere in giro tale feticcio. Bene che vada, ci si comporta da comizianti o da imbonitori.
Per Italo, insomma, sempre così attento con le parole, un vero e proprio lapsus. Rivelatore della circostanza che, puoi anche chiamarti un giorno Qfwfq o Palomar, puoi volteggiare leggero tra città invisibili, castelli dei destini incrociati e infiniti incassi di intrecci narrativi, ma la nebulosa pesantezza della propaganda in cui t'è capitato di emettere i primi vagiti intellettuali, basta tu perda per un attimo il controllo della lingua, che è ciò che dà forma ai tuoi pensieri e quindi dà a essi espressione, succede che torni.

[Sul tema, nel gennaio del 2011 e nel settembre dello stesso anno.]

8 ottobre 2014

Come cambiano le lingue (9): "A me preoccupa..."

"A me preoccupa la disoccupazione, non l'opposizione": per l'ormai stagionata innovazione sintattica, cresciuta sul principio sottotraccia e ormai giunta, come si osservava qualche mese fa, ai vertici dell'espressione scritta italiana, stasera una nuova consacrazione. 
Portata a Citera e alle orecchie di Apollonio da onde radiofoniche, conteneva la frase qui posta in esordio una dichiarazione (con forte incidenza della funzione poetica, avrebbe detto Roman Jakobson) del giovane Presidente del Consiglio dei ministri italiano, ineccepibile cavaliere degli andazzi, a quanto pare, anche in questo dettaglio irrisorio ("tout se tient"). 
Ghiotta materia tuttavia per cruscheggiare, con accenti estremistici o moderati, che i cruscheggiatori di professione, per interesse o per diletto, non dovrebbero lasciarsi sfuggire (Apollonio l'affida infatti alle loro cure) e che, da parte dell'opposizione - altrimenti a rischio di disoccupazione -, meriterebbe almeno un'interrogazione parlamentare da rivolgere al Ministro dell'Istruzione e volta a fare definitivamente chiarire dall'autorevole esponente del Governo (per fortunata coincidenza, nell'occasione una glottologa) se, alla luce delle vigenti norme grammaticali, un'espressione del genere vada ritenuta corretta nelle sedi ufficiali ed istituzionali o se per essa sia da prevedere una deroga.

6 ottobre 2014

Lingua nel pallone (5): "Dormita"

Nel mondo, quasi tutto è apparenza e, se c'è una cosa che appare, è appunto un gol. Alla visione del gol, spesso iterata e proposta da ogni angolazione fino al disgusto, si riduce ormai il godimento effimero, si direbbe aoristico più che perfettivo, dei cosiddetti appassionati del gioco del calcio. La durata, l'aspetto imperfettivo dell'attività agonistica - trasparente per chi si interroga criticamente sul valore di gioco e del prestito sport - non è roba per il presente, dove tutto è un accadimento frammentario, misurato in centimetri (o in caratteri) e privo d'una coerenza narrativa: collocato - eventualmente - nelle prospettive fantastiche, al meglio immaginarie ma forse ridicolmente e solo oniriche, delle storie interminabili, delle predestinazioni, dei complotti. 
Fu, sotto altro clima, Gianni Brera a teorizzare - se Apollonio non s'inganna - che il gioco del calcio avesse come prova di una partita ben giocata, se non perfetta, uno zero a zero: valesse insomma più per il gustoso e lento percorso che per i suoi eventuali esiti. E fu di nuovo Brera ad affermare che, a fondamento della realizzazione di un gol, eventualmente propiziato da una prodezza, ci fosse sempre un errore. 
Prospettiva umanissima, a pensarci bene, e che oggi si dovrebbe correre ad abbracciare, se i presenti fossero tempi di vera ed esperiente pratica di quanto a ogni angolo si predica: moderazione, rispetto, minimo impatto e così via. 
Non altro merito infatti è da tenere nel conto degli umani, fatta la tara della fortuna, del provare a non demeritare troppo di esserci: sul campo, naturalmente.
Nell'espressione di chi raccontava il calcio o di chi, a qualsiasi titolo, ne parlava, provvido o improvvido che sia, l'errore che genera l'exploit aveva un dì parecchie designazioni: lo si diceva distrazione, disattenzione, sbadataggine, svista, sbaglio, abbaglio, topica, toppata, granchio e così via. 
Oggi, su tutte, prevale dormita, un'innovazione, come designazione ovviamente figurata: il chiasso è tale, sugli spalti, da escludere ogni valore letterale all'espressione, quanto ai protagonisti in campo. Apollonio confessa invece che di dormite - quando assiste, da lontano, a una partita - gli è capitato di farne qualcuna (ed è forse la circostanza cui va messo in conto questo frustolo). 
Il dormita specialistico entrato nel lessico sportivo (ipotizza Apollonio, nell'ultimo lustro: ancora una volta e opportunamente, nessuna registrazione lessicografica) prende ragionevolmente origine da discorsi condotti su registri bassi e colloquiali: quelli nei quali si può apostrofare con un "Che fai, dormi?" un qualche sottoposto (in casi come questi, come si sa, di correttezza politica, quanto al genere, si può fare a meno) giudicato colpevole di uno sbaglio, nell'applicazione di una procedura. 
Se capita così che un attaccante faccia un gol, è perché un difensore "s'è fatto una dormita". E "la dormita" - che succede sia "gigantesca", oltre che "inspiegabile" - può riguardare, se è il caso, un intero reparto: naturalmente, quello delegato alla "fase difensiva".
Del resto, sempre più la figura di chi gioca a calcio è associata a quella di un addetto a procedure standardizzate che hanno appunto "fasi"; ma, di ciò, anche per l'interesse sintattico della questione, Apollonio parlerà forse un'altra volta. 
Gli basta, qui, d'avere scovato tra le pieghe di espressioni correnti alimento sistematico a una scusa (improbabile) per non ammettere che, delle sue già menzionate dormite, responsabile è soprattutto - e tristemente - l'età.

4 ottobre 2014

Cose (1): Bottiglie a suzione



Bere per suzione da una bottiglia, come fosse un capezzolo: segno lampante, per spiriti e corpi, di un'epoca d'infantilismi persistenti, di precocissimi rimbambimenti.

2 ottobre 2014

Linguistica da strapazzo (33): "La corazzata non decolla"

"...la corazzata non decolla" occhieggia da una pagina di un giornale squadernato una fila più in là. Apollonio attende il suo aereo, come del resto chi sta leggendo quel quotidiano di provincia. È il mattino d'un lunedì: il titolo marca un articolo che ha per tema un incontro calcistico delle serie minori. Insomma, cronaca così minuta, contesto così locale, argomento così futile che ci vuole la faccia tosta di Apollonio (o la sua stordita fatuità) per proporlo ai suoi lettori (frattanto tornati due) come esemplare, sotto qualsivoglia rispetto. Eppure...
Quando ricorre nel discorso italiano d'oggidì, corazzata lo fa in virtù di codificata metafora. Della nave da guerra che fu simbolo dell'epoca in cui l'Europa si fece letteralmente d'acciaio e scorrazzò per il mondo, con la sua ambiguità sovente nefanda e prima di rivolgere la sua rabbia verso se medesima, parlano forse solo i libri di storia e i documentari televisivi. Certo, non lo fanno i giornali: nelle pagine dedicate allo sport, poi. Infatti, una corazzata è oggi, d'elezione, una squadra di atleti messa insieme, di norma con larghezza di mezzi economici, per raggiungere i massimi risultati nelle competizioni sportive, inaffondabile e funesta per gli avversari come si presumeva lo fosse, nella guerra per mare, una corazzata. C'è bisogno d'altro indizio per intendere quanto quell'Europa d'acciaio si sia frattanto fatta molle? C'è chi dice appunto "liquida".
Del valore ludico-sportivo di corazzata (ragionevolmente, il prevalente nell'uso), i dizionari non registrano ancora l'esistenza, neanche i più spregiudicati e aperti. Del resto, cosa ci si vuol fare? In un dizionario, non c'è parola che non indossi la marsina e la marsina di corazzata è, a quanto pare, solo quella lisa e, nell'uso, quasi perenta che l'incasella nel lessico bellico marinaro.
Certo che, a partire da lì, (nave) corazzata di acque deve averne percorse, allontanandosi dal bacino in cui, come parola, fu varata. Acque che devono averne spento il fuoco metaforico che, gonfiatala come un pallone, l'ha fatta volare verso la prosa ornata dei cronisti sportivi. 
Oggi, in barba a ogni "restrizione di selezione" a un titolista di provincia viene infatti spontaneamente in mente di associare sintagmaticamente corazzata, nome di un processo più che di una cosa, a decolla, predicato con un valore a sua volta metaforico. Roba da poeti laureati o da fini accademici: su quattro parole, spente o accese, due metafore, ma solo due solo perché le altre sono la e non.
A essere precisi, peraltro, con decolla s'è ancora più avanti. S'è in effetti al livello della metafora d'una metafora. La basica fu acquisita all'italiano per via di prestito dal francese (decollare, l'italiano, ne aveva già un altro; per chiarimenti, chiedere di Salome). 
'Scollare', dunque, per 'staccarsi da terra' (come fase incoativa dello stato cui è destinato un velivolo, certo, non un natante), passato, come si sa, al valore universale di 'avviarsi verso un felice sviluppo'. Ha decollato, questo frustolo? C'è da dubitarne. Del resto non è nemmeno una corazzata. Quindi, cosa importa? 
L'importante è che, oggi, per l'occasione, "la corazzata non decolla": oggettivamente. E che, soggettivamente, per la medesima occasione, seduto sulla ferrea poltroncina d'un aeroporto, in attesa di un decollo, un anziano buonuomo - sguardo ilare e perso nel vuoto - sorride. Di se stesso.  

30 settembre 2014

20 settembre 2014

Scherza coi santi... (2): Giacomo e Alessandro




Giacomo voleva essere preso sul serio e non lo fu. Alessandro voleva essere preso sul serio e lo fu. Ad ambedue mancò lo spirito per capire che si trattava, rispettivamente, di buona e di cattiva sorte. Limite condiviso e forse tratto culturale profondo: un tale spirito continua infatti a mancare, con poche eccezioni, ai dotti della nazione nella cui lingua Giacomo e Alessandro opinarono, con diverse fortune, di farsi prendere sul serio. 

19 settembre 2014

Come cambiano le lingue (8): "usiamola, la parola abusata"

"...ma sì, usiamola, la parola abusata. Questa trasmissione è la metafora dell'Italia, è la metafora di noi stessi...": se si ha la pazienza di attendere un paio di minuti (annuncio pubblicitario incluso: Apollonio se ne scusa; gli è mancata la voglia di armeggiare per fornire ai suoi lettori solo il succo) negli ultimi secondi di questo breve video, un parlante cólto (e, sullo specifico tema, qui già còlto sul fatto) mostra di avere consapevolezza di lasciarsi andare a un abuso.
È questa la condizione, paradossalmente permanente, del mutamento linguistico, almeno (ma forse non solo) nella sua fattispecie lessicale: alle parole, quando le si fa muovere, si fa ineluttabilmente violenza e la lingua che cambia, comunque ci si voglia atteggiare quando se ne cavalca o se ne segue il cambiamento, "non è un pranzo di gala".