Le conseguenze degli atti umani? Imprevedibili e, talvolta, definitive. Prendi casa di vacanza in Maremma, per esempio, e ti capita di morire in un'inopinata Siena.
18 settembre 2015
14 settembre 2015
Linguistica candida (31): Che figura!
Esprimersi è produrre metafore, nascenti o ormai nate, vive o non più vive e quindi spente. L'hanno osservato molti saggi e da gran tempo. Quintiliano, per esempio, sulla cui opinione in proposito un carissimo e mai dimenticato amico chiamò molti anni fa l'attenzione di Apollonio. E Giacomo Leopardi, sulla cui idea di metafora proprio di recente gli è invece a sua volta capitato di riflettere in compagnia di giovani sodali.
Esprimersi e sperare (o temere) che la propria espressione si sedimenti anche solo il tempo bastevole a renderla menzionabile da qualcuno nel discorso o in modo meno effimero - nel caso dei più cari alla fortuna e per via di supporti strumentali come la scrittura - è però incorrere senza scampo in una metonimia.
Solo in virtù di tale contiguità concettuale tra espressione ed esprimente s'è del resto potuto qui sopra nominare Quintiliano, Leopardi e, adesso, il medesimo Roman Jakobson che rappresentò metaforicamente in tali termini la figura del discorso.
In questione, naturalmente, non sono loro ma le loro metaforiche parole. Del resto, si è certi che, fuori di tali espressioni, di tutti costoro ci sia qualcosa da dire?
E come si potrebbe del resto parlare o scrivere dell'espressione, si ponga, di un Ludovico Ariosto o di un Primo Levi senza adoperare, nel discorso, l'ineluttabile figura? E i due menzionati (non a caso menzionati) non erano tra i pienamente consapevoli, esprimendosi, di condannarsi a farsi metonimie? Sì, perché ci furono, ci sono, sempre ci saranno anche gli inconsapevoli. Gli ignari, esprimendosi e sovente a sproposito, di andare incontro al destino di figura. E che figura!
Comica condizione dell'espressione umana (naturalmente, non soltanto della strettamente linguistica), unico labile indizio, del resto, dell'esistenza umana: metafora destinata a diventare metonimia.
9 settembre 2015
Linguistica candida (30): Ferdinand e il teatro della doxa
"I legami tra i suoni delle parole e i loro significati, i loro fantasmi, le loro connotazioni affettive sono instabili perché sono convenzioni del tutto arbitrarie", si legge in una laterale evocazione del pensiero di Ferdinand de Saussure, comparsa sul supplemento culturale di un quotidiano italiano, qualche giorno fa. E proseguendo: "Non c’è nulla nella natura delle cose che corrisponda alle parole che le designano. Se ci dimentichiamo il nome di tante cose, ciò si deve al fatto che non esiste nessuna ragione naturale che imponesse a quelle cose di avere quel nome".
C'è naturalmente da rallegrarsi, come linguisti, che il nome di Ferdinand de Saussure ricorra (arbitrariamente?) in sedi siffatte e da esserne grati all'evocatore. Lo si dichiara subito e a scanso d'equivoci. Come si dichiara che si sbaglierebbe a valutare simili epifanie e a dirne, come fossero quelle eventualmente còlte in saggi scientifici (se ne prepara peraltro un profluvio, per l'anno che viene: ricorre infatti il centenario della pubblicazione del celebre libro di Saussure che Saussure non scrisse: il Cours de linguistique générale).
In compagnia dei suoi due lettori (quindi, quasi privatamente), Apollonio non sa tuttavia rinunciare all'occasione di riflettere, solo un momento, sulla buffa alternativa tra incomprensione e silenzio che continua a vigere, quanto al linguista ginevrino.
Se ne tace, di norma: né si può dire che egli in vita, a differenza d'altri maestri del pensiero moderno, fece qualcosa perché il futuro gli accordasse fama. Non scrisse quasi nulla (appunto, nemmeno quel libro che gli fu intestato), non andò in giro a diffondere il verbo, non fondò scuole, non si agitò in modo da attirarsi quelle scomuniche, quegli anatemi, quelle condanne pubbliche che, nel mercato dell'avvenire, sono pregiatissime. Tenne esoterici corsi universitari su temi peregrini: anche quelli che poi gli valsero una notorietà sovente di seconda mano. C'è da chiedersi, infatti, quanti, tra coloro che ne hanno fatto e ne fanno il nome, si siano veramente sottoposti almeno alla prova delle centinaia di pagine di speculazione complessa e noiosa erudizione che conta appunto il menzionato apocrifo.
Se di Saussure si parla, d'altra parte, vengono fuori sequenze come le citate in esordio. Vi capita che il significato si trovi in compagnia di belle e vacue espressioni, come "fantasmi" e "connotazioni affettive". Lo si ribadisce, non se ne vuole qui menare scandalo: è, semplicemente, la vita e come vita va goduta e considerata, non esecrata, in nessuno dei suoi molteplici aspetti.
Per Saussure, invece, signifié (che, a differenza di significato in italiano, non è in francese parola di tutti i giorni) fu risultato d'una faticosa ricerca di un termine univoco, perché a suo modo straniante, atto a designare ciò che egli proponeva come un concetto radicalmente e paradossalmente nuovo, in linguistica: l'esito superficiale di quel rapporto (lo chiamò "funzione segnica") che, sulla superficie correlata, si manifesta come signifiant. Participio passato l'uno, presente l'altro: come amato e amante.
E capita inoltre che, per ragionare di lingua, si finisca regolarmente per ricadere sul rapporto tra le "cose" e le "parole". Si vada cioè a capofitto proprio nella trappola da cui egli cercò (disperatamente, va detto) di fare evadere almeno la sua disciplina, la linguistica, o quella che immaginò come tale.
La linguistica, non il senso comune, la doxa: questa è sempre stata invincibile. Saussure ne fu consapevole, come sulla sua scorta dovrebbe esserne consapevole chiunque pratichi o dica di praticare la sua regola rigorosa, la sua osservanza.
Prova a esserne consapevole anche Apollonio, come può e sa. E sa che la doxa si è appropriata ovviamente anche di Saussure e di tanto in tanto, con adeguata moderazione, lo usa come personaggio del suo teatro. Alle sue apparizioni sulla scena, Apollonio applaude.
5 settembre 2015
Per i filologi del futuro (1): Curiosi bisticci. Di genere
Gran confusione, sotto il cielo. Qualcosa ne verrà fuori. Per il momento, agli e alle amanti della lingua darà delizia osservare all'opera la plasticità del sistema, in primo piano quando preme il mutamento, abbia questo o no esito felice.
E li divertirà vedere come sia nel pallone chi non sa proprio che pesci pigliare, trascinato (o trascinata) com'è da istanze diverse e tutte contestualmente legittime: caso tipico di ironia tragica (nello specifico, più ironia che tragedia, naturalmente).
Non è nel pallone la lingua, ovviamente, che se ne impipa dell'impappinarsi di chi la farfuglia e da qualsiasi bagarre sincronica o diacronica esce inappuntabile come, in un vecchio film, James Bond dalla sua muta (parbleu!).
4 settembre 2015
Lingua nostra (8): "Vivere d'espedienti"
Questo tempo invita a parole, nei fatti spinge e quindi costringe a vivere d'espedienti. Espediente e la locuzione appena menzionata ricorrono però molto di rado, tanto nel discorso pubblico quanto nel privato.
Sono invece le espressioni che definiscono meglio, forse ineccepibilmente, quanto accade oggi materialmente in molti rami dell'attività economica. E moralmente in tutti. Sempre più spesso, chi vuole sbarcare il lunario ha infatti da vivere d'espedienti. E se non lo si ammette, mascherandosi dietro eufemismi foresti e prendendo pose di implausibile sussiego è per pudore, dal lato di chi subisce la temperie, da quello di chi la cavalca, per ipocrisia.
Un esempio: per una questione di decenza, con connessa nascita di un nuovo tabù verbale, il composto affittacamere è ormai fuori dell'uso, quando, andando a spasso per le città italiane, soprattutto per le meno floride, ci si accorge che di nuovi, improvvisati affittacamere, per scelta o per necessità, ce n'è a bizzeffe.
Sono invece le espressioni che definiscono meglio, forse ineccepibilmente, quanto accade oggi materialmente in molti rami dell'attività economica. E moralmente in tutti. Sempre più spesso, chi vuole sbarcare il lunario ha infatti da vivere d'espedienti. E se non lo si ammette, mascherandosi dietro eufemismi foresti e prendendo pose di implausibile sussiego è per pudore, dal lato di chi subisce la temperie, da quello di chi la cavalca, per ipocrisia.
Un esempio: per una questione di decenza, con connessa nascita di un nuovo tabù verbale, il composto affittacamere è ormai fuori dell'uso, quando, andando a spasso per le città italiane, soprattutto per le meno floride, ci si accorge che di nuovi, improvvisati affittacamere, per scelta o per necessità, ce n'è a bizzeffe.
Del resto, questo diario lo ha già detto: più di quelle che ricorrono, sono sovente (forse, sempre) le espressioni che non ricorrono a fare intendere a qual punto sia la notte. Con buona pace dei devoti, peraltro benemeriti, delle ricerche lessicali quantitative e dei promotori di periodici e stucchevoli riti collettivi di scelta della parola del momento.
[Un paio di giorni dopo: voilà]
[Un paio di giorni dopo: voilà]
3 settembre 2015
Linguistica da strapazzo (39): "...l'87,3% è donna"
"Dei 38 mila insegnanti assunti finora - sottolinea il ministro - uno su due ha meno di quaranta anni e l'87,3% è donna": questa dichiarazione - che è di Stefania Giannini, quindi in realtà di una ministra - ha circolato largamente in rete, ieri.
Qui la si cita esattamente come la riferisce un articolo on-line di un importante quotidiano, dicendo della conferenza-stampa in cui è stata proferita. Per la parte rilevante, la dichiarazione si trova identica anche nel testo che accompagna una breve registrazione videomagnetica diffusa in rete dalla Rai.
Essa non compare in questo diario per via del merito né del metodo. Di ambedue le faccette della faccenda si è fatto e si fa un gran parlare. Niente avrebbe da aggiungere Apollonio, che a suo proposito si consente invece solo un paio di riflessioni nello spirito d'una modesta linguistica da strapazzo.
La parola donna ricorre infatti nella dichiarazione in modo che è pacifico nella comunicazione odierna. Può tuttavia attirare l'attenzione di perdigiorno curiosi del funzionamento della lingua.
Donna non ha qui il valore di "nella specie umana, individuo di sesso femminile". Considerando la cosa sotto tale prospettiva, dalla dichiarazione della ministra, si evince che gli individui in questione sono infatti circa trentatremila. Decisamente troppi per quel donna al singolare, quando, di individui, ne bastano appena due per avere un opportuno plurale.
Donna non ha tuttavia nemmeno il valore, definito dai lessici collettivo (con quanta ragione, qui non si discute), di espressioni come la liberazione della donna. In casi del genere, infatti, lo snodo decisivo sta nell'articolo determinativo: ...della donna, appunto. Senza articolo, impensabile. E in "...è donna" di articolo non c'è l'ombra. Anzi, se si prova a mettercelo, l'esito è improponibile.
Con funzione di predicato nominale, nelle parole di Giannini, donna ha in realtà l'aria del nome di massa. Suona come suonerebbe latte, olio d'oliva, zucchero e simili. Per quanto Apollonio ne sappia e malgrado ricorrenze che si possono considerare a questo punto comuni, né lessici né grammatiche si sono fin qui curati di registrare un valore del genere, in riferimento a donna.
Peraltro, a volere ancora pedanteggiare (il che, magari, non guasta, se tra i due lettori di Apollonio almeno il 50%, donna o uomo non importa, è pedante), la questione incrocia in modo rilevante il problema relazionale dell'accordo.
Non ci son dubbi sul fatto che l'espressione 87,3% sia singolare, quanto a categoria grammaticale del numero: un articolo maschile singolare appunto l'accompagna e diversamente non si potrebbe. Ce ne sono ancora meno che, calcolata tale percentuale in funzione delle trentottomila unità di cui è questione, l'espressione singolare l'87,3% designi, come si diceva, una pluralità. A ben vedere, anche se grammatiche e lessici non citano mai casi del genere, è in realtà l'87,3% a essere una sorta di nome collettivo, come folla, gregge, mandria, stormo. Quel tipo di nome, formalmente singolare, semanticamente plurale, si dice, per il quale la norma raccomanda un accordo verbale al singolare: è, appunto. A catena, ne sortisce un singolare, donna, anche nel predicato nominale.
La norma è tuttavia in proposito tollerante (difficile non esserlo, visto il comportamento, da sempre, dei parlanti). La ministra avesse detto L'87,3% sono donne, nessuno si sarebbe accorto del mancato accordo (o dell'accordo diversamente orientato: ma con ciò si rischia d'entrare veramente nel complesso). E il commento di Apollonio, col plurale, avrebbe avuto più debole pretesto per osservare che, in fin dei conti e volendo per un momento abbandonare la prospettiva semantico-lessicale, abbracciandone una funzionale, l'espressione "L'87,3% è donna" risulta linguisticamente meglio descritta dicendo che donna assolve alla sua funzione sintattica esattamente come farebbe un aggettivo, eventualmente composto. L'87,3% è di sesso femminile illustra in proposito il caso d'una perfetta commutabilità funzionale: senza articolo che lo qualifichi come nome, donna vale quindi esattamente ciò che qui vale di sesso femminile, che, a volerlo appunto categorizzare, è un aggettivo composto. "L'87,3% è donna" suona tuttavia contestualmente più felice, di questi tempi, di un burocratico e antiquato L'87,3% è di sesso femminile. Tra le due espressioni, nel discorso politico, non c'è partita.
Del resto, se a qualcuno pare strana l'idea che la parola donna, in certe composizioni, valga come nome di massa o, meglio, come aggettivo, pensi che in fondo si tratta non di esseri umani ma di percentuale.
L'espressione "l'87,3% è donna" è così testualmente comparabile con le indicazioni che compaiono, oggi obbligatorie, sulle confezioni degli alimenti. Tra le righe, lo si è già anticipato. "L'87,3% è donna" e "il 12% è succo d'arancia" (appunto, in ambedue i casi, con predicato nominale senza articolo) stanno nella stessa classe di costrutti.
"L'87,3% è donna": il fatto che la ministra abbia fatto menzione di questo dato dice che si sta parlando della parte comunicativamente pregevole del composto. Correlativamente, c'è da ritenere che ne sia uomo solo il 12,7%. E, rendendolo infine esplicito, si resta qui intenzionalmente ancorati alle semplici specificazioni anagrafiche. Fare diversamente, di questi tempi, rischia di suscitare un vespaio.
1 settembre 2015
Linguistica candida (29): Senno di poi
"Funghi in città": l'esordio di Marcovaldo, or sono più di sessanta anni. Nei suoi primi tre capoversi (perché i primi tre son rilevanti, Apollonio lo dirà un'altra volta; chi, curiosa o curioso, ha fretta di saperlo cerchi in proposito un vecchio scritto del suo alter ego), nei suoi primi tre capoversi, si diceva, solo cinque nomi, tra i tanti, cominciano per effe, equilibratamente distribuiti: fieno e fiori, nel primo; funghi, nel secondo, foglia e fico, nel terzo. Hanno qualcosa in comune i cinque nomi, al di là di questo carattere formale, che può parere peraltro puramente esteriore? Sì: designano tutti elementi della flora.
Flora? Fieno, fiori, funghi, foglia, fico. Significante e significato in corto circuito. Effetto ricercato? C'è la ragionevole certezza che non lo si saprà mai. Ma cosa importa? Le cose, nel testo, stanno così. E l'espressione umana - la si chiama lingua, facendone poi bizzarra astrazione - è per intero retta, cioè fatta, da relazioni e da differenze. L'effe, sì. E sonora? La vu: Il vento venendo... Ma guarda: en ed en-en, in rapporto di sequenza. E una nuova differenza, ent ed end: sorda e sonora... Ancora una differenza, da lontano, nella relazione: ent/end e ont...Inutile insistere: curiosi e curiose - si trattasse di raffreddati (o raffreddate) che, sensibili, s'accorgono del fieno - hanno già ricevuto un indirizzo e il fuoco del frustolo non è del resto la caccia a ciò che rende mirabilmente armonico quell'incipit. Alludervi brevemente ne è solo il pretesto.
Il pretesto per ricordare che chi è immerso nei flussi di tali relazioni e di tali differenze ne ha certo padronanza. Ciò gli consente di nuotarvi, dandosi il caso, appunto, egregiamente. Ma anche se si tratta di un "locuteur" eccezionale, come fu, per paradosso, il silenziosissimo Italo Calvino o, meglio, come fu ed è ancora oggi la tradizione espressiva che circola sotto tale comoda (o imbarazzante?) etichetta, anche quando si tratta di un "écrivain" e non di un "écrivant", tale padronanza è per principio intuitiva e, anche nei casi migliori, anche negli ottimi, corredata solo sporadicamente da una consapevolezza che, ben che vada, interviene come senno di poi. Quello di cui sono piene le fosse, ma, se ne può stare certi, anche e fortunatamente le biblioteche.
[Nella lettura dei tre capoversi qui in questione, Marco Paolini si allontana più volte dal testo e non si può dire lo migliori. Trascurando i casi minori, nel primo capoverso, inverte l'ordine di "in città" e "da lontano": la cadenza ne scapita; sostituisce "anime" col più banale "persone"; forse sempre per vezzo di colloquialità, trasforma, nel terzo capoverso, "che pareva scorrere sulle sabbie del deserto" in un sintatticamente implausibile e semanticamente aberrante "pareva scorrerci sopra come sabbie del deserto". Ecco anche illustrata, in corpore vili, l'ordinaria necessità della filologia.]
Flora? Fieno, fiori, funghi, foglia, fico. Significante e significato in corto circuito. Effetto ricercato? C'è la ragionevole certezza che non lo si saprà mai. Ma cosa importa? Le cose, nel testo, stanno così. E l'espressione umana - la si chiama lingua, facendone poi bizzarra astrazione - è per intero retta, cioè fatta, da relazioni e da differenze. L'effe, sì. E sonora? La vu: Il vento venendo... Ma guarda: en ed en-en, in rapporto di sequenza. E una nuova differenza, ent ed end: sorda e sonora... Ancora una differenza, da lontano, nella relazione: ent/end e ont...Inutile insistere: curiosi e curiose - si trattasse di raffreddati (o raffreddate) che, sensibili, s'accorgono del fieno - hanno già ricevuto un indirizzo e il fuoco del frustolo non è del resto la caccia a ciò che rende mirabilmente armonico quell'incipit. Alludervi brevemente ne è solo il pretesto.
Il pretesto per ricordare che chi è immerso nei flussi di tali relazioni e di tali differenze ne ha certo padronanza. Ciò gli consente di nuotarvi, dandosi il caso, appunto, egregiamente. Ma anche se si tratta di un "locuteur" eccezionale, come fu, per paradosso, il silenziosissimo Italo Calvino o, meglio, come fu ed è ancora oggi la tradizione espressiva che circola sotto tale comoda (o imbarazzante?) etichetta, anche quando si tratta di un "écrivain" e non di un "écrivant", tale padronanza è per principio intuitiva e, anche nei casi migliori, anche negli ottimi, corredata solo sporadicamente da una consapevolezza che, ben che vada, interviene come senno di poi. Quello di cui sono piene le fosse, ma, se ne può stare certi, anche e fortunatamente le biblioteche.
[Nella lettura dei tre capoversi qui in questione, Marco Paolini si allontana più volte dal testo e non si può dire lo migliori. Trascurando i casi minori, nel primo capoverso, inverte l'ordine di "in città" e "da lontano": la cadenza ne scapita; sostituisce "anime" col più banale "persone"; forse sempre per vezzo di colloquialità, trasforma, nel terzo capoverso, "che pareva scorrere sulle sabbie del deserto" in un sintatticamente implausibile e semanticamente aberrante "pareva scorrerci sopra come sabbie del deserto". Ecco anche illustrata, in corpore vili, l'ordinaria necessità della filologia.]
24 agosto 2015
Parabole (1): L'Oriente è rosso
In meno di un cinquantennio, il "rosso luminoso" della Grande rivoluzione culturale proletaria e il "profondo rosso" della Borsa di Shanghai. Comico è il mondo. Tale lo rivela ed è causa d'ilarità quasi ogni sua espressione.
29 luglio 2015
28 luglio 2015
Cronache dal demo di Colono (34): Ancora (s)valutazione
Come, un dì, per i frutti della terra. Da qualche anno, c'è la stagione in cui maturano e, nel mercato dell'informazione, si vendono bene le classifiche nazionali delle università. Classifiche tirate su un po' alla buona. Viene poi la stagione delle classifiche internazionali prodotte in Cina, da qualche anno reputatissime. Segue quella delle classifiche americane: neanche a dirlo, istituzionali.
Son sempre classifiche ma, dal punto di vista dell'informazione, vanno cucinate in modo diverso. Per coerenza con la stagione di maturazione, le italiane, per esempio, vengono bene, sul declinare dell'estate, come aperitivo ansiogeno da servire a neo-maturati/e e loro angustiati genitori, nella prospettiva di cruciali scelte.
Sollecitato in proposito da una provocatoria domanda giornalistica, non molti anni fa, pare sia stato un ministro francese (ad Apollonio la storiella è giunta per tradizione orale ma non saprebbe nemmeno precisare da chi: se l'è inventata lui, in sogno?) a rispondere che il difetto delle classifiche di università e istituti di formazione superiore è, semplicemente, che esse esistono.
In faccia a chi, per scopi suoi, le cavalca e ci marcia ma anche in barba a chi pensa che, beh sì, è materia delicata ma, alla fine, di strumenti del genere oggi si ha bisogno e che si tratta solamente di migliorarli, l'esistenza medesima come essenziale difetto delle classifiche delle università è verità incontrovertibile anche se intempestivamente enunciata. Così capita sovente (o sempre?) alle verità.
La leggenda o il sogno narrano del resto che il suo proferimento costò molte critiche politiche e di stampa al ministro regolarmente grossolano di una nazione un tempo accidentalmente fine (o al ministro accidentalmente fine di una nazione oggi regolarmente grossolana).
26 luglio 2015
Lingua nel pallone (8): "Col piattone"
Di collo (pieno), d'esterno, di punta, di piatto e, naturalmente, di tacco: le radiocronache e le telecronache d'un dì sedimentarono espressioni del genere nella memoria di Apollonio - altre, se ve n'erano, vi si saranno perdute - come qualificazioni attributive d'un tiro verso la rete, d'esito non necessariamente felice. L'insieme disegna una sorta di anatomia del piede, nel suo rapporto col pallone che ne viene appunto scagliato per via di (violento) contatto.
Ogni segmento attribuisce al tiro e al proietto caratteri che si qualificano come qualità o difetti. Un tiro "di collo (pieno)", per esempio, è robusto ma, talvolta, balisticamente problematico e domanda quindi, soprattutto se scagliato "dalla distanza", qualità non comuni. Uno "di punta" schizza veloce ma è difficile sapere verso dove. Quelli "d'esterno" e "di piatto" sono meglio orientabili, il secondo più del primo, ma correlativamente la palla viaggia meno rapida, tanto che può succedere che, quando il tiro è "di piatto", si possa opportunamente parlare di "appoggio". Quando si colpisce "di tacco" è assicurata la sorpresa ma al pallone non s'imprime molta forza e si tratta di norma di "deviazione".
Delle cinque, se l'orecchio oggi disattento e intermittente di Apollonio non si sbaglia, di piatto, che gode peraltro di registrazione lessicografica, ha generato in anni recenti un pollone corrivo e analitico: col piattone.
L'espressione oscilla tra funzione attributiva ("un tiro col piattone") e funzione avverbiale ("insacca col piattone"). Deve essere germogliata, per via dell'accrescitivo, tra i commenti al gioco di calciatori, come sono sovente i difensori, che non "hanno piedi buoni": il grossolano ha evidenti contatti figurati col grande e grosso (o c'è di mezzo un influsso foresto? Apollonio s'affida fiducioso alla benevola competenza dei suoi due lettori). Da lì - forse perché l'immagine è piaciuta e, come si sa, sovente le forme alterate si rendono autonome - l'espressione si è generalizzata e adesso insidia di piatto. Del resto, è noto: il corrivo avanza. Diversamente, non sarebbe tale.
"Col piattone" può così calciare e segnare oggi anche Lionel Messi, giocatore sulla bontà dei piedi del quale è difficile discutere (anche se, a parere di Apollonio, essa viene lodata esageratamente).
"Di piatto" capitava invece di calciare a Gianni Rivera, altro titolare di ottimi piedi. E "di piatto" e non "col piattone" Rivera segnò appunto la rete che decise, nell'estate del 1970, una partita tutt'altro che qualitativamente bella ma, per via dei contenuti emotivi, difficile da dimenticare.
18 luglio 2015
Le occasioni di ridere... (3)
non vanno mai sprecate. Basta seguire questo link per trovarne una gustosa. Acquisita consapevolezza di qualche dato osservativo ottenuto da una prospettiva orientata, si esclamerà conclusivamente: "Da urlo! Chi l'avrebbe mai detto? Certo che, senza la scienza, quella seria, bisogna ammetterlo, fatti del genere resterebbero misteriosi e impossibile sarebbe coglierne la ratio."
Illusioni italiane (2)
Chissà donde viene l'idea che a mettere in pericolo l'italiano sarebbero una manciata di "errori", che talvolta prefigurano soltanto il futuro di qualche suo dettaglio grammaticale, e drappelli di forestierismi effimeri o pronti ad acclimatarsi.
Chissà cosa nutre l'illusione che, messa un'improbabile mordacchia agli "sgrammaticati", l'italiano resterà ciò che è diventato per una breve stagione della sua vicenda moderna. Capiti quel che capiti e ci si limiti a compitarlo, con congiuntivi corretti e disgiunzioni nella norma, nei tinelli, davanti alle bancarelle del mercato, nelle telecronache sportive e nei dibattiti televisivi. Oltre che, in qualche variante locale, nelle tradizionali canzonette da intonare tra i tavoli dei ristoranti, per ottenere un obolo dai turisti.
Chissà cosa nutre l'illusione che, messa un'improbabile mordacchia agli "sgrammaticati", l'italiano resterà ciò che è diventato per una breve stagione della sua vicenda moderna. Capiti quel che capiti e ci si limiti a compitarlo, con congiuntivi corretti e disgiunzioni nella norma, nei tinelli, davanti alle bancarelle del mercato, nelle telecronache sportive e nei dibattiti televisivi. Oltre che, in qualche variante locale, nelle tradizionali canzonette da intonare tra i tavoli dei ristoranti, per ottenere un obolo dai turisti.
Chissà cosa alimenta il sogno che l'italiano resti ciò che è diventato in qualche secolo di storia, con fatica e, certamente, non per merito della Crusca (di quella storica, intende naturalmente Apollonio), ma per via delle officine, delle botteghe, delle banche, dei teatri, dei laboratori, dei conservatori, dei cantieri, dei porti, delle scuole, persino delle università e dei politecnici e di ogni altro luogo in cui l'ingegno si è manifestato in italiano. Di ogni altro luogo in cui - felice formula trovata da un sodale di Apollonio - si è "pensato in italiano".
L'italiano è diventato ciò che è diventato, si badi bene, senza che nessun programma nazionale, tanto meno un'autorità politica nazionale, lo abbia mai voluto tale. Quindi solo perché, come varietà compatibili, in un sistema di concetti e di forme a esso riconducibile hanno pensato (e, talvolta, scritto e parlato) esseri umani di qualità.
L'italiano è diventato ciò che è diventato, si badi bene, senza che nessun programma nazionale, tanto meno un'autorità politica nazionale, lo abbia mai voluto tale. Quindi solo perché, come varietà compatibili, in un sistema di concetti e di forme a esso riconducibile hanno pensato (e, talvolta, scritto e parlato) esseri umani di qualità.
Di conseguenza, o vivo e buono, perché, senza troppo badare ad andazzi e autorità, lo fa tale chi si impegna ad esprimersi, correlando significati e significanti all'altezza, o semplicemente l'italiano, anche quello con i congiuntivi corretti e le disgiunzioni nella norma, non c'è, ancora prima d'essere perduto. E di ciò che non c'è perché non merita di esistere, è sciocco sentire la mancanza ed è infantile proclamare il bisogno.
16 luglio 2015
Parole che parlano (7): "Foliazione"
"Foliazione di 48 pagine..." annuncia festoso e invitante, nel catenaccio, il soffietto di lancio del supplemento culturale d'una gazzetta che, da domenica prossima, si farà autonomo e chiederà un obolo.
Foliazione? Si capisce ma persino i dizionari esitano. Il Battaglia gli dà voce solo nel recente supplemento. Ma sì, infine: lingua speciale da redazione e tipografia, spiattellata in faccia al lettore.
Il testo insiste, infatti: "...passerà a una foliazione di 48 pagine...".
48 pagine, nel catenaccio, e passerà a 48 pagine, nel corpo dell'articolo, avrebbero detto meno? Sarebbero state espressioni meno informative? Insomma, foliazione, che ci sta a fare?
Una parola in più. Per belluria? Confezione? Impacchettamento? Può darsi. Ma anche per assenza di autocontrollo. Una parola col tanfo delle chiacchiere da redazione e da tipografia.
Come cambiano le lingue (14): Dopo "incinta", "edicola"?
Sulla destra, un testo rilevato oggi in una rete sociale che, proposto così, può risultare oscuro e necessitare d'una chiosa.
Chi l'ha cinguettato comunicava con esso di avere cercato un volumetto con scritti dell'autore menzionato che pare sia stato di recente allegato a una gazzetta culturale e di non averlo ancora trovato, dopo cinque tentativi.
5 edicola sarà effetto della rapida accettazione del suggerimento di uno dei programmi di aiuto alla scrittura che corredano i correnti strumenti di comunicazione.
A mettere sull'avviso, c'è però in atto il caso, per quanto diverso, di incinta che, come si sa, sta diventando invariabile. Su tale caso è d'altra parte molto istruttivo fermarsi un momento.
Incinta sta infatti diventando invariabile soprattutto nell'espressione di donne giovani e di buon livello culturale, quindi nell'espressione di ben note agenti del mutamento linguistico, da una prospettiva sociologica. E ciò malgrado richiami normativi che mancano tuttavia di cogliere l'essenza sistematica dello sviluppo.
Chi dice tre donne incinta è infatti lungi dal lasciare al singolare l'attributo e non direbbe mai, poniamo, tre donne bella. Apollonio lo ha rilevato, per es. e da anni, sulle labbra di giovani accademiche. Di gente, in altre parole, che sa bene che un attributo sotto forma di aggettivo obbedisce alle regolarità dell'accordo.
In realtà, chi dice tre donne incinta smette semplicemente di categorizzare morfologicamente incinta come aggettivo e, usandolo in funzione di attributo, lo considera intrinsecamente esente dall'accordo. Per paradosso, sente tre donne incinte grammaticalmente aberrante, come sentirebbe aberrante, in relazione con una donna in-ansia, l'ipotetico plurale tre donne in-ansie (il trattino mira solo a meglio palesare, nello scritto, il fenomeno: nel parlato, non c'è infatti differenza tra incinta e in ansia). Quindi, tre donne incinta come tre donne in ansia o in crisi o a dieta.
Del resto, in italiano e lingue apparentate, possono ricorrere in funzione attributiva migliaia e migliaia di forme che non sono categorizzabili morfologicamente come aggettivi. Qui se n'è già detto: completa e a trecento sessanta gradi hanno esattamente la stessa funzione sintattica in un'indagine completa e in un'indagine a trecento sessanta gradi. Naturalmente, dal punto di vista categoriale e morfologico, sarebbe difficile considerare a trecento sessanta gradi un aggettivo allo stesso titolo con cui si considera un aggettivo completa.
Tra gli elementi che possono svolgere funzione attributiva, incinta sta così semplicemente passando dalla classe di bello alla classe di di ultima generazione, cioè alla classe degli attributi invariabili. Facilita lo scivolamento di incinta verso tale classe anche il fatto di non avere nell'uso corrente un maschile (se non per ischerzo e certo non frequentemente) e d'essere, per dire così, un aggettivo a variabilità già ridotta: solo per il numero e non per il genere.
Diverso e ancora oscuro si presenterebbe invece di caso di 5 edicola, se non fosse (come si è detto) banale coquille.
In effetti, nulla fa di edicola una stranezza, se non il fatto che la sua storia, cancellata nella coscienza generale per via dell'uso comune, ne fa certamente una parola di trafila dotta.
Dell'estensione di edicola al significato di "chiostro [sic: ragionevolmente, chiosco] adibito alla vendita di giornali e simili" si conosce quasi la data esatta. Nel loro Dizionario etimologico della lingua italiana, da cui è tratta la bizzarra definizione appena menzionata, Manlio Cortelazzo e Paolo Zolli, citano un "a Milano e a Bologna, mi pare, lo dicono Edicola" tratto da un fascicolo del 1873 della rivista La unità della lingua, d'ispirazione governativa e di sentimenti manzoniani.
Con le parole di trafila dotta, chi parla ha tuttavia sovente il vago sentimento di maneggiare pericolose peculiarità e di doversi di conseguenza preparare all'eccezione: area psicologica fertile alla produzione di ipercorrettismi. Nulla esclude così che, nello spirito di qualcuno, edicola possa finire nella classe di cinema (che non è naturalmente il solo: ma basti qui un esempio); che, di conseguenza, edicole possa essere sentito aberrante come cinemi: per chi l'ha cinguettato, la forma 5 edicola sarebbe in tal caso corretta come quella di tre cinema.
Si vedrà. Certo è che a cinguettare 5 edicola e a ri-cinguettarlo, fino a farlo arrivare alle orecchie del vecchio Apollonio, sono state donne giovani e, in apparenza, di buon livello culturale: come la ricerca sociolinguistica sa bene, per genere ed età, agenti rilevanti del cambiamento. Con costoro, galantuomo sarà il tempo, con l'emergere, eventuale, di ulteriori attestazioni.
Lingua loro (34): "Flegetonte" e "Caronte"
Ripetersi. C'è segno più chiaro di decrepitezza? Tre anni fa, il vecchio Apollonio aveva colto sul suo sorgere (o quasi sul suo sorgere) l'uso malandrino, dal punto di vista comunicativo, di dare nome proprio (e nome proprio di figure mitologiche o assimilabili) a banali circostanze meteorologiche.
Ulisse, Drago africano e i mercati portava come titolo quel vecchio frustolo. Vi si mostrava come l'artificio retorico di personificare per via di denominazione cicloni e anticicloni trova un corrispettivo speculare nella depersonalizzazione o nella impersonalizzazione dei fatti economici, artificio retorico anch'esso della comunicazione contemporanea.
L'un fatto espressivo e l'altro, combinati come spie parlanti, danno così un'immagine d'un qualche interesse per cogliere l'ideologia e lo spirito di un tempo che tende verso il rimbambimento.
Un tempo in cui fatti umani orientati da interessi e da scelte circolano anonimi e paiono adespoti, "naturali" come il Moderno ha detto essere la natura, mentre afa o temporali hanno nomi reboanti e spaventevoli, "naturali" per prospettiva animistica di ritorno.
A tre anni di distanza, la novità comunicativa del nome proprio dell'anticiclone o del ciclone è svaporata, naturalmente. Ripetersi: segno appunto della decrepitezza di un tempo rimbambito.
Che il caldo di luglio o, in prospettiva, il freddo di gennaio non abbiano nome proprio è così considerato socialmente e comunicativamente inconcepibile. Dalle reti sociali alle televisioni, dagli ombrelloni agli autobus cittadini, per dire che si ha caldo, che fa caldo e così via, è tutto un proferire, in questi giorni, di nomi propri, con annessi anatemi e correlate suppliche.
Indizio di cervelli bolliti e bolliti non per via d'una banale afa di luglio.
Dall'ultimo banco, il buon Nando (5): Le affinità presupposte
Sera di luglio. Il telefono di Apollonio squilla.
- Sì...
- Ciao, sono Nando.
- Ehilà, Nando! Era da un pezzo. A cosa devo il fastidio?
- Un consiglio. Puoi darmi un consiglio?
- Eviterei ma se devo...
- Studio.
- E ti pareva. Sempre linguistica, no?
- Sì. Una nuova, però.
- E allora?
- Nel manuale che studio c'è scritto che Il cognato di Mara ha aperto un ristorante.
- Il cognato di Mara? Un ristorante? Sarà un esempio...
- Sì. Un esempio. Spiega la presupposizione. Dice serve. Per capire i testi. Roba fine.
- Ahi! La vedo messa male, per un testone come te.
- No. Senti... qua il libro dice che "se riflettiamo... vediamo che [Il cognato di Mara ha aperto un ristorante] presuppone che Mara abbia (almeno) una sorella e che questa sia sposata". C'è scritto proprio così, con almeno tra parentesi, sciccherie da loici: "...(almeno) una sorella e che questa sia sposata". Evidentemente, il professore, Mara, non la conosce.
- Ma cosa c'entra, Nando, che la conosca o no... È un esempio. È per dire.
- C'entra, Apollonio. Se il professore conoscesse Mara, ti dico, non avrebbe scritto ciò che ha scritto.
- Ma dai, Nando. Smettila.
- No. Ti dico. Mara, io la conosco bene. Sorelle, non ne ha proprio nessuna. Figlia unica.
- Oh questa poi...
- Ma sì, Apollonio. Un ristorante, in famiglia di Mara, l'hanno aperto, come dice il professore. L'ha aperto il fratello del marito di Mara. Suo cognato...
- Santo Cielo, Nando...
- Ho l'esame tra due giorni. Glielo dico al professore, no? "Caro professore, Lei, mi scusi, a differenza di Boccaccio, su cui sa tutto, Mara proprio non la conosce".
- Nandoooo...
- "Il cognato di Mara che ha aperto il ristorante è il fratello del marito, non il marito della sorella: Mara è figlia unica, caro professore. La sua presupposizione è sbagliata e autorizza un'inferenza: Lei la conosce, forse, solo per sentito dire".
- Nandooooooo....
- "Glielo do io, l'indirizzo del ristorante del cognato di Mara. Così, se non mi crede, può andare a chiedergli. Ci si mangia e ci si beve bene, nel ristorante del fratello del marito di Mara. Ed è economico. Professore, vada a nome mio. Dica: mi manda Nando...".
Disperato, Apollonio riattacca.
- Eviterei ma se devo...
- Studio.
- E ti pareva. Sempre linguistica, no?
- Sì. Una nuova, però.
- E allora?
- Nel manuale che studio c'è scritto che Il cognato di Mara ha aperto un ristorante.
- Il cognato di Mara? Un ristorante? Sarà un esempio...
- Sì. Un esempio. Spiega la presupposizione. Dice serve. Per capire i testi. Roba fine.
- Ahi! La vedo messa male, per un testone come te.
- No. Senti... qua il libro dice che "se riflettiamo... vediamo che [Il cognato di Mara ha aperto un ristorante] presuppone che Mara abbia (almeno) una sorella e che questa sia sposata". C'è scritto proprio così, con almeno tra parentesi, sciccherie da loici: "...(almeno) una sorella e che questa sia sposata". Evidentemente, il professore, Mara, non la conosce.
- Ma cosa c'entra, Nando, che la conosca o no... È un esempio. È per dire.
- C'entra, Apollonio. Se il professore conoscesse Mara, ti dico, non avrebbe scritto ciò che ha scritto.
- Ma dai, Nando. Smettila.
- No. Ti dico. Mara, io la conosco bene. Sorelle, non ne ha proprio nessuna. Figlia unica.
- Oh questa poi...
- Ma sì, Apollonio. Un ristorante, in famiglia di Mara, l'hanno aperto, come dice il professore. L'ha aperto il fratello del marito di Mara. Suo cognato...
- Santo Cielo, Nando...
- Ho l'esame tra due giorni. Glielo dico al professore, no? "Caro professore, Lei, mi scusi, a differenza di Boccaccio, su cui sa tutto, Mara proprio non la conosce".
- Nandoooo...
- "Il cognato di Mara che ha aperto il ristorante è il fratello del marito, non il marito della sorella: Mara è figlia unica, caro professore. La sua presupposizione è sbagliata e autorizza un'inferenza: Lei la conosce, forse, solo per sentito dire".
- Nandooooooo....
- "Glielo do io, l'indirizzo del ristorante del cognato di Mara. Così, se non mi crede, può andare a chiedergli. Ci si mangia e ci si beve bene, nel ristorante del fratello del marito di Mara. Ed è economico. Professore, vada a nome mio. Dica: mi manda Nando...".
Disperato, Apollonio riattacca.
15 luglio 2015
Cronache dal demo di Colono (33): "Αλέξης Τσίπρας non è Winston Churchill"...
...è il pensiero che ha attraversato la testa di Apollonio in questi giorni, insieme con altri che è bello tacere: investono infatti immagini e sentimenti collettivi e possono irritare coloro che, per disposizione d'animo, sono irritabili (political correctness d'antan: se ne chiede venia).
Presa alla lettera, l'espressione Αλέξης Τσίπρας non è Winston Churchill suonerebbe sciocca. Meglio: ancora più sciocca di quanto non suoni nel valore che chi ha sotto gli occhi questo frustolo le ha ragionevolmente attribuito e che si spera concida con quello con cui circola da un po' nella testa di Apollonio. Che senso avrebbe infatti enunciare discorsivamente, anche nel proprio foro interiore, la verità lapalissiana che Tizio non è Caio?
Senza entrare qui nel labirinto dell'espressioni in cui compare una forma del verbo essere combinata per giunta con nomi propri (l'espressione umana più appare semplice e concisa in superficie, più è complessa nel sistema che regge tale superficie), basterà dire che valori diversi sono effetto di funzioni diverse e, se ci si pensa un momento, in Αλέξης Τσίπρας non è Winston Churchill, il gioco è abbastanza facile.
Αλέξης Τσίπρας è lui, il primo ministro greco (difficile dire per quanto ancora questa descrizione definita varrà a designarlo: ragionevole che un ex- intervenga molto presto); Winston Churchill non è Winston Churchill o meglio: è la figura, il tropo Winston Churchill e funge quindi, sintatticamente, da predicato.
Per intendersi (ma proprio per intendersi: le funzioni non sono riducibili alle categorie e, dal punto di vista di Apollonio, come sanno i suoi due lettori, è vero il contrario), Winston Churchill vale quasi fosse la somma di tanti aggettivi, in funzione appunto predicativa: deciso, coraggioso, orgoglioso, indomito, determinato, consapevole, sicuro, sprezzante, fiducioso nella sua gente, come lui ferocemente e freddamente vendicativa. Gente cui, il 13 maggio 1940, sapeva di poter dire "I have nothing to offer but blood, toil, tears and sweat", come qui di séguito (pagato il biglietto del solito annuncio pubblicitario) si ascolta dalla sua voce:
Del resto, quando di questo si tratta, così si vincono le guerre. E capita pure le si perda: ma fa appunto parte dell'azzardo della vita delle nazioni e di chi le guida nei momenti difficili.
[In trascrizione, il breve discorso].
[In trascrizione, il breve discorso].
9 luglio 2015
Sommessi commenti sul Moderno (17): Cinguettando
Ansiti, sospiri, borborigmi, rutti, flati, singhiozzi, peti, borboglii, sghignazzi, soffi, rantoli, starnuti, aliti, sbadigli, gorgoglii, respiri, pernacchie, singulti, sbuffi e poi squittii, ronzii, belati, latrati, barriti, grugniti, muggiti, pigolii, nitriti, ruggiti, blateramenti, starnazzii, sibili, guaiti, uggiolii, strida, miagolii, ululati, mugolii, fischi, gracidii, bramiti, ringhi e persino questo stesso inane raglio: tutto, proprio tutto passa ormai per cinguettio. Se non è Newspeak questo, cosa altro mai lo sarà?
Le reliquie di donna Rosa
L'ora è tarda e Apollonio enuncia qui, solennemente, un principio al tempo stesso critico e meta-critico, quanto all'opera di Lampedusa.
Non c'è scritto sul Gattopardo e non c'è forse lettura dell'opera in cui non si riconosca come artefice, sistematicamente, un personaggio del romanzo medesimo.
Questo si caratterizza del resto come il caso, rarissimo, di un testo che ha precisamente prefigurato, per classi allegoriche, ogni suo lettore (o sua lettrice) e ogni suo critico (o sua critica). A ciascuno, a ciascuna il compito di riconoscervisi, guardandosi allo specchio.
Questo si caratterizza del resto come il caso, rarissimo, di un testo che ha precisamente prefigurato, per classi allegoriche, ogni suo lettore (o sua lettrice) e ogni suo critico (o sua critica). A ciascuno, a ciascuna il compito di riconoscervisi, guardandosi allo specchio.
Inquadrato appropriatamente il sistema dell'opera, chi s'addentra nella foresta della letteratura critica e para-critica sul Gattopardo non tarda infatti ad accorgersi che l'hanno letto Tancredi e Angelica. Ed è quasi superfluo che lo si dica. Che l'hanno letto Sedara e il colonnello Pallavicino. Che l'ha letto Cavriaghi (l'alter ego di Apollonio l'ha scritto: il contino lombardo non solo ha letto Il Gattopardo ma ci ha girato sopra un film) e che l'ha letto, con i suoi amici, il soprastante Russo. Che l'hanno letto Maria Stella e Malvica. Che l'hanno letto Tassoni e don Ciccio Ferrara. Che l'ha letto Padre Pirrone, ovviamente, e che lo ha letto Ciccio Tumeo (Apollonio lo sa bene). Che l'ha letto da lontano Giovanni, in modo certo più amaro di quanto l'abbiano letto lo sciocco Paolo e, distrattamente e in velocità, Francesco Paolo. Che l'hanno letto, tetramente inconsapevoli, Carolina, Caterina e (come un'ombra) Chiara. Che l'hanno letto 'Ncilina, Sarina e Vincenzino, con Turi e Santino Pirrone. Che l'hanno letto Re Ferdinando e don Pietrino, l'erbuario: tra i tanti, questi non è certo quello che ci ha capito di meno. Che l'hanno letto i Ponteleone e le "bertucce crinolinate". Che l'hanno letto Monsignor Vicario e Chevalley. Che l'hanno letto, in collaborazione, il Cardinale di Palermo e don Pacchiotti. Che forse l'ha letto Fabrizio, rumorosamente ed esplicitamente, e che, implicitamente, deve averlo letto Concetta, ma appunto lasciando pochissimi segni. S'accorge che c'è persino la lettura di donna Rosa, a caccia di reliquie da vendere, in più di una versione: l'internazionale e la paesana. Chi è donna Rosa?
"Carolina era stata la vera creatrice di questa raccolta: aveva scovato donna Rosa, una grassissima vecchia, per metà monaca, che possedeva relazioni fruttuose in tutte le chiese, tutti i conventi e tutte le opere pie di Palermo e dintorni. Era stata questa donna Rosa a portare a villa Salina ogni paio di mesi una reliquia di santi avvolta in carta velina. Era riuscita, diceva, a strapparla ad una parrocchia disagiata o a un casato in decadenza. Se il nome del venditore non era fatto era soltanto a cagione di una comprensibile, anzi encomiabile, discrezione; e d'altronde le prove di autenticità che essa recava e consegnava sempre erano lì chiare come il sole, scritte com'erano in latino o in caratteri misteriosi che venivano detti greci o siriaci. Concetta, amministratrice e tesoriera, pagava. Dopo vi era la ricerca e l'adattamento delle cornici. E di nuovo l'impassibile Concetta pagava. Vi fu un momento, un paio d'anni durò, durante il quale la smania collezionista turbò financo i sogni di Carolina e Caterina; al mattino si raccontavano l'un l'altra i loro sogni di miracolosi ritrovamenti, e speravano si realizzassero come talvolta avveniva dopo che i sogni erano stati confidati a donna Rosa. Quel che sognasse Concetta non lo sapeva nessuno. Poi donna Rosa morì e l'afflusso delle reliquie cessò quasi del tutto; del resto era sopravvenuta una certa sazietà".
Apollonio ha d'altra parte deciso. Come il suo alter ego ha già fatto con don Pietrino, si servirà di donna Rosa come cartina di tornasole. Letture, interpretazioni, saggi critici, rivisitazioni d'ogni sorta che abbiano o abbiano avuto fin qui per tema Il Gattopardo, anche prodotte da penne che passano per straordinariamente acute e informate o da gente che divise i pasti con l'autore e, a sera, gli rimboccò le coperte, saranno tenute da lui per irrilevanti e dilettantesche se insensibili al personaggio di donna Rosa o inadatte a inquadrarlo nell'equilibrio generale dell'opera.
8 luglio 2015
Trucioli di critica linguistica (20): Il nome proprio di Alberto Arbasino
"I due Bianchi, i due Bertolucci, Pea e Carrà [...] Giuseppe De Robertis [...] la bella Rosanna Tofanelli [...] Cesare Garboli [...] Roberto Tassi e Oreste Macrì...".
"Moravia e Morante, i due Guttuso, i due Piovene, Pasolini e Bassani e Garboli e talvolta Gadda".
"Bompiani e Feltrinelli e Garzanti e Scheiwiller [...] Ghiringhelli e Paone e Grassi [...] Ponti, Rogers, Fontana, Morlotti, Gregotti, Baj, Aulenti, Adami, Manzoni [...] da Montale e Quasimodo a Montanelli, Bacchelli, Emanuelli, Anceschi, Soldati, Buzzati, Bo, Testori, Ottieri, Fortini, Tadini, Gramigna, Paci, Musatti, Dal Fabbro...".
"Come con Brandi e Macchia e Praz [...] così ancora con Cecchi e Gadda e Palazzeschi e Comisso".
"Gianna Manzini, Maria Bellonci, Paola Masino, Livia de Stefani, Alba de Céspedes, Elsa de Giorgi".
"Pasolini e Testori [...] Acton, Auden, Connolly, Betjeman, Huxley, Waugh [...] Arpino, Bertolucci, Garboli, Luti, Rossi, Testori, Vasoli [...] Bassani, Pasolini, Citati, Calvino, Sermonti, Siciliano, Campo, Gorlier, Barberi Squarotti, Corti, Forti, Gramigna, Cattaneo, Bortolotto, Manganelli, e vari altri bei nomi".
"Gadda e Contini e Magnani e Bigongiari e Bo e Bassani accanto ai virgulti: Pasolini, Volponi, Testori, Citati, Zolla, Wilcock".
"Pagliarani, Sanguineti, Eco, Manganelli, Barilli, Giuliani, Guglielmi, Curi, Colombo, il sottoscritto".
"Scherchen, Klemperer, Celibidache, Gieseking, Menuhin, Markevitch, Hindemith, Busch, Backhaus, Van Kempen, Příhoda, Francescatti, Magaloff...".
"Malipiero e Milhaud, Celibidache e René Clair, Lionello Venturi e Palma Bucarelli e Valentina Cortese e Giorgio Vigolo e Mariano Stabile...".
"Gieseking, Cortot, Kempff, Haskil, Backhaus, Milstein, Fischer, Benedetti Michelangeli, nonché Bruno Walter".
"Non mancava Piero Manzoni [...]. Né Mario Dondero, Né Carlo Bavagnoli".
"Mino Maccari, Giovanni Comisso, Henry Furst [...] Giovanni Urbani, 'Duddù' La Capria, Giulia Massari, Sandro Viola...".
"Tavolate con la Callas, Marlene Dietrich, Elsa Morante, la Mangano, la Bosé, la Girardot, la Cardinale".
"Che divertimento intellettuale vero, con Marcel Raymond... Jean-Pierre Richard... Georges Poulet... Jean Rousset... Jean Starobinski [...] Roland Barthes".
"La saga dei Gioele Solari, Santorre Debenedetti, Ruffini, Jannaccone, Benvenuto Terracini. La costellazione dei loro successori Bobbio, Abbagnano, Passerin d'Entrèves, Mila...".
"E dunque Pino Pascali, Giosetta Fioroni, Mario Schifano, Mario Ceroli, Franco Angeli - nonché Pietrino Bianchi e Ugo Mulas e Piero Manzoni e Mario Dondero e Franco Berutti".
Questi elenchi sono tratti dal primo quinto del recente Ritratti italiani di Alberto Arbasino. Non sono tutti quelli che, sotto varie forme, ricorrono nel centinaio di pagine e si limitano a esemplificare solo il caso degli antroponimi.
Agli antroponimi è del resto dedicato unicamente l'"Indice dei nomi" che chiude il volume, impegnandone quasi trenta pagine. Vi si fossero aggiunti altri tipi di nomi propri, come, per menzionare classi ben rappresentate nel libro, i toponimi, i nomi di istituzioni culturali (teatri, musei e così via), i nomi di locali pubblici, i nomi di opere dell'ingegno, i nomi di eventi, l'"Indice", oltre che ancora più imponente, ne sarebbe venuto più aderente alla natura dell'opera che correda.
Dal punto di vista linguistico, il nome proprio è così il tratto caratterizzante del libro di Arbasino, per giunta, come si vede, spesso sotto l'impressionante forma testuale dell'elenco. La lista non argomenta, non spiega, non attribuisce ruoli semantici e sintattici. Proferisce il nome per sé. Enuncia l'esistenza di ciò cui dà nome. Ne fonda il valore assoluto in modo paradigmatico.
Che il nome proprio caratterizzi lo scritto di Arbasino dal punto di vista linguistico, non tanto nella sua organizzazione macroscopica (si tratta infatti di una serie di ritratti di importanti personalità nazionali), quanto nel suo tessuto espressivo e nella sua costruzione sintattica, vuol del resto dire che le funzioni che la categoria del nome proprio riveste marcano tale scritto concettualmente e stilisticamente. Vuol dire insomma che, se non si ha un'idea di cosa sistemicamente è il nome proprio, intendere cosa sia e cosa valga l'opera è difficile. Ogni giudizio resta infatti esteriore. Donde una qualche utilità di modesti indirizzi di critica linguistica.
C'è anzitutto da chiarire che il nome proprio, malgrado l'etichetta categoriale, non è funzionalmente un nome. È una sorta di aggettivo: la riduzione di una predicazione attributiva, di carattere metalinguistico, che dice più o meno "quello (o quella) chiamato (o chiamata) Gianni Agnelli (o Anna Banti)". Lo dice con la concisione tipica dell'espressione umana, donde i brevi e sommari Gianni Agnelli, Anna Banti; o Gianni, Maria, Mimì. L'espressione si perita giustamente di mettere a nudo tutti i fili che tesse, sull'opportuno fondamento che agli esseri umani, che tanto si vantano della loro intelligenza, sia sufficiente il poco.
Per dirla grossolanamente, allora, il nome proprio non è sostanza. È accidente. Una prosa con molti nomi propri parrebbe dunque una prosa non di sostanza ma di accidenti. Come tutti gli accidenti, il nome proprio funge del resto alla perfezione da luogo comune, in ogni testo che lo contiene e in ogni società (o sua parcella) che se ne serve.
Per rendersene conto, basta cogliere la facile differenza di valore di due espressioni come Dudù (attenzione! non Duddù) ha fatto popò sul tappeto e Un cane ha fatto popò sul tappeto. Il nome proprio parla a chi sa, per chi non sa, tace. Forse in maniera diversa (ma c'è da chiederselo) da come fa il prologo dell'Agamennone di Eschilo, dal momento che una parola oscura non può fare a meno di alludere al mistero (minaccioso?) di quell'oscurità. E, fuori del cerchio degli iniziati al suo uso, il nome proprio, oscuro, lo è senza dubbio.
Un cane è democratico: chi parla italiano, capisce di cosa si parla. Dudù (o Duddù, qui proprio non importa) fa subito differenze. C'è chi sa e chi non sa chi sia. Una prosa che fa largo uso di nomi propri pare dunque una prosa che si atteggia come esclusiva e che si fonda sull'idea che la popò di un cane e quella di Dudù (o di Duddù) non sono, proprio grazie all'uso del nome proprio, le medesime. Con il corollario che della seconda vale la pena di interessarsi, meno appunto della prima. E non c'è dubbio che sia proprio così: non tutte le popò sono eguali.
Del resto, Don Tanu mi ha detto di non avere gradito... ha valori espressivi e comunicativi molto diversi da Un anziano signore mi ha detto di non avere gradito... anche per chi, anzi soprattutto per chi, magari proprio non sa chi sia il misterioso evocato e viene così sollecitato a informarsene, per adeguare opportunamente i suoi luoghi comuni a quelli della società di cui mira forse a fare parte e nella quale può anche capitare che l'amico del menzionato Don Tanu voglia tenerlo sottomesso.
Per ragioni di chiarezza sperimentale (e di luogo comune), l'esempio è connotato socio- e topologicamente: ma basta avere frequentato qualsiasi consorzio umano minimamente strutturato per ricondurlo alle dimensioni domestiche di chiunque lo legga.
Il nome proprio ha quindi molto da spartire con il potere, vero o millantato, e gli elenchi di nomi propri sono panoplie, in modo allusivo e non troppo mascherato. Sono cataloghi di armi e di forze, come lo era peraltro, anche letterariamente, il catalogo delle navi di omerica memoria: lì, armi anche per la costruzione del testo.
Per altri versi e allontanandosi da quel modello, tanti nomi propri nell'espressione di qualcuno sono così esibizione di potere se non di potenza. Non fosse altro, della potenza che dà il possesso di tali nomi, che solo a farli, ci si dà tanta importanza. Nomi propri, stavolta, nel senso di fatti propri, nella parola. Una prosa che ne fa largo uso autorizza il sospetto d'essere esibizionista. Si badi bene, nel senso proprio che ne esibisce il possesso e col possesso del nome allude, esibizionisticamente, a quello della cosa nominata.
Ecco adempiuto, si spera utilmente anche per i due lettori di questo diario, il compito meramente servile del frustolo, in vista di una valutazione non esteriore della scrittura di Alberto Arbasino. Ovviamente, da parte di chi se ne intende.
1 luglio 2015
Linguistica candida (28): Il grammatico e il linguista
Ridotta all'osso, come si è costituita nel Moderno, la differenza tra il grammatico e il linguista è di disarmante semplicità.
Quanto alla lingua, il primo ha risposte. Il secondo, domande. Il primo sentenzia, il secondo ipotizza.
Oggi, anche riguardo alle faccende più futili, come sono le linguistiche, l'epoca vuole risposte e sentenze. Delle domande e delle ipotesi, ha paura. E ha fastidio per tutti i pensieri che la interrogano. Succede sempre così quando la temperie volge, umanamente, al peggio.
E la temperie volge al futile peggio, quanto alla lingua, anche perché, sotto la maschera sociale del linguista, circola chi, montando in cattedra, pretende di avere e di dare risposte, ed è quindi un grammatico.
27 giugno 2015
Nomen, non me (12)
"Caso e miti"
Non una disciplina, uno scolio esornativamente posto, di norma, a margine di vicende effimere, sotto le penne più vispe divertente, altrimenti noioso perché, un tempo, estenuato da interminabili preliminari metodologici, oggi, messo su alla bell'e meglio e soprattutto sempre inabile a concludere.
[L'invenzione di un anagramma è giustappunto una scoperta.]
17 giugno 2015
Lingua loro (1): Clandestini
Quasi dieci anni fa, su questo scombiccherato diario, s'inaugurava la serie Lingua loro, già con il suo secondo frustolo.
Il frustolo era dedicato a clandestini. La parola era in uso, allora, generalmente. Negli anni successivi, essa è stata ripercossa e s'è socialmente provato a farne un ipocrita tabù. Non è stata domata, tuttavia. Come portata da un fiume carsico, adesso riappare infatti qui e là, da polle che ne producono chiazze e pozzanghere.
Se si cercano esempi del Newspeak e del conseguente spirito che intride profondamente, molto più profondamente di quanto credano le anime belle, le coscienze e la vita del Moderno putrefatto, le ricorrenze di clandestini di allora e di oggi sono a disposizione.
A disposizione di chi resta capace di vederle.
Insieme con tutte quelle in cui, a tratti comicamente, a tratti tragicamente, sempre in modo ridicolo (che è del resto il proprio della riverita specie), nuovo vuol dire vecchio, con pace s'intende guerra, con gusto il suo contrario, schiavitù vale libertà, a realismo corrispondono le più scatenate fantasie e così via.
Per costanza (o magari solo per coerenza, nota virtù dei cretini), Apollonio non ha da togliere o da aggiungere una virgola a quel frustolo. Lo rimette in circolo. Del resto, è ragionevolmente certo che dei suoi due lettori di adesso, non uno lo fosse dieci anni fa. Rischia dunque di suonare, per loro, come una fresca novità. Orwellianamente, appunto e per non essere troppo in disaccordo con i tempi, una novità di dieci anni fa. Eccolo.
16 giugno 2015
Illusioni italiane (1)
Chissà donde nasce l'illusione che nutrono gli Italiani (inutile precisare moderni, d'altri non ce n'è) d'essere simpatici, in quanto italiani, ai loro vicini e al mondo. Prima che un'Italia politica nascesse, non era così per gli abitanti dell'Italia come espressione geografica. Non è diventato così in séguito né mai lo diventerà.
Oggetti di un'invidia comprensibile anche se francamente ingiustificata, tutto sono, gli Italiani, per i vicini e per il mondo, tranne che simpatici. Anche per via di questa loro strana lingua, un latino imbastardito ma ancora antico e luminoso. Una lingua che è una anche se sono tante; che è capace di astrazioni fulminanti e di oscure sottigliezze, di precisioni meccaniche e di vaghezze letterarie, nella chiarezza delle sue tante vocali; che sa essere breve e tagliente, pur se le sue parole sono spesso intollerabilmente lunghe e, se non ci sei nato dentro, rischi di non sapere mai bene dove va l'accento e, con l'accento, di mancare, in un simile trionfo di sillabe, la marcatezza della pertinenza: di mancare, in altre parole e a ben vedere, l'intima essenza dello stile.
Dell'illusione della simpatia non fu certo vittima, per es. e nel piccolo, Piero Capponi; più estesamente e secoli dopo, nemmeno Cavour, ma forse perché appunto ambedue non erano italiani. Come italiano, in tempi più recenti, che gli Italiani non siano simpatici, non solo a coloro cui guastano gli affari ma nemmeno a coloro con cui, gli affari, li concludono, fu acutamente consapevole Enrico Mattei, ma, evidentemente e tragicamente per lui e per l'Italia, non abbastanza.
Nella nazione bambina (o forse rimbambita) prevale in proposito, a tutti i livelli sociali, un'ingenuità infantile e piena di speranze e aspettative. La si direbbe appunto d'ascendenza spiritualmente garibaldina. Adatta, del resto, all'ipocrisia di una retorica vuota.
Per questa ragione, quando le capita di entrare bruscamente in contatto con la realtà e di scoprire appunto che simpatica non è, a nessuno, tanto meno ai suoi vicini, la nazione bambina (o rimbambita) mette il broncio.
14 giugno 2015
Cronache dal demo di Colono (32): Europa e il toro
L'antico mito della liaison col toro avrebbe forse dovuto indurre qualche sospetto. Europa non sarà putacaso una bufala?
Trucioli di critica linguistica (19): L''io' di Enrico Berlinguer
"E ora compagne e compagni, vi invito a impegnarvi tutti...": un 'io' perentorio e adeguato all'occasione, al ruolo, alla personalità di chi lo enunciò, un uomo consapevole delle sue responsabilità e delle sue prerogative. Apollonio, che ha una certa età, ricorda l'impressione della grave circostanza in cui furono pronunciate tali parole, ora offerte in apertura di un testo comparso in rete e nel cui titolo si legge però "...l'oratore che non diceva 'io'".
Forse "...che sapeva quando dire 'io'" sarebbe stato titolo (e giudizio) più appropriato.
11 giugno 2015
Diletto e professione
Un Dilettante per professione è qualcuno che, come mestiere, fa il dilettante, che esercita la professione di dilettante e che, di conseguenza, si configura socialmente come uno del mestiere. Non come un dilettante per hobby e a tempo perso, ma come un dilettante professionista, un dilettante professionale. Insomma, uno di quelli che, avendo una professione, la professione di dilettante, prima o poi chiederanno si istituisca un opportuno albo professionale: l'albo professionale dei dilettanti, con un esame di stato d'accesso. L'hanno creato - e da un po' - per gli psicologi. Manca ancora per i filosofi (ma Apollonio scommetterebbe che qualcuno ci sta già lavorando). Si è dunque a pochi passi. A due passi dalla rituale targa sul portone: Dott. Filonio Strozzapolli. Dilettante. Riceve tutti i giorni, tranne sabato e festivi, ore 9-13.
Fuori di celia e con un sorriso di simpatia rivolto a un caro sodale che, con un libro che porta proprio quel titolo, è sceso in campo a combattere lo stucchevole mito dello specialismo e delle competenze, spiacevole ad Apollonio quanto a lui, c'è forse da chiedersi se, comunque si declini il nome, il guasto non sia già tutto nell'attributo: per professione. E nel sottinteso programma (con un retrogusto da Newspeak) di fare di un otium la sua negazione: un negotium. C'è da chiedersi, poi, se un Professionista per diletto non sia, al punto in cui stanno le cose, sogno migliore. E ancora, per metterla in quadro (come certo piace al menzionato sodale), se non valga la pena di configurare anche le possibilità di un Non-dilettante per professione e di un Non-professionista per diletto.
O forse e per concludere, visto che, in ogni caso, fuori del privato e nel pubblico, di sognare e di utopia si tratta, di stare all'utopica chiarezza dell'opposizione semplice. E di difenderla dagli inquinamenti. La chiarezza dell'antico otium, marcato, e del negotium, non-marcato, sua altrettanto antica negazione: dilettanti per diletto, insomma, e professionisti per professione. E Apollonio (che è un dilettante per diletto e un ottimista per difetto, come sanno i suoi due lettori) sospetta che, nuovamente, il mondo prepari proprio questo.
Metamorfosi dello Struzzo
La lingua cambia, si sa. Il mondo cambia però più rapidamente della lingua. Capita così che si trovino a fregiarsi dello stesso nome cose molto diverse dalle prime cui quel nome si attagliò. Ancor meglio che con i nomi comuni, il fenomeno si coglie con i propri e con le antonomasie. Un lampante esempio si trova nell'illustrazione di questo frustolo. Uno Struzzo che scrive "complimentoni" non può che essere diventato un tacchino.
4 giugno 2015
Come cambiano le lingue (13): Metaplasmo
Arbor, sì, proprio lei, la gentile e ancora trasparente parola latina, era un nome di genere femminile. Tale l'hanno conservata solo un paio di varietà derivate: figlie fedeli, una laterale e una isolata, peraltro, a voler credere alle norme di quel professore, Matteo Bartoli, che capitò insegnasse la glottologia ad Antonio Gramsci. Le altre, degeneri, nel momento critico praticate a quanto pare da ignorantoni, ne hanno fatto un maschile, come si sa.
Adesso, celata agli occhi dei più la magagna, ne fanno sfoggio e passano per correttissime. E ci fosse uno dei deploratori, dei censori, degli indignati che glielo rinfacci: "Arbor era femminile. Era così carina. Cosa ne avete fatto, razza di malnati e parlatori di lingue da asinacci? Com'è che non ne provate vergogna?". Solo a qualche antico poeta il gusto di ripescare il genere perduto, per i suoi chiari fini: "ch'albor altera incrina dolce vento", scrive Giacomo da Lentini, il Notaro.
Tra i parlanti del vicus in cui l'immagine che illustra questo frustolo è stata colta, nella funzione di segnaletica stradale che anticipa un'interruzione, Viale Lazio è evidentemente femminile. Forse per semplice fantasia. Forse perché è una via: una via che si chiama appunto Vialelazio, espressione concepita proprio così, tutt'intera, come odonimo: Apollonio può darne testimonianza.
Certo è che se all'amministrazione di quel vicus avessero avuto la pedante idea di affermarne il maschile, per interposto participio passato predicativo, insomma, se, Viale Lazio, l'avessero detto chiuso, tutti, ma proprio tutti nel vicus avrebbero pensato a un errore, a una spiritosaggine o, appunto, a una licenza poetica. E si sa: nella lingua, le norme reggono fin quando la comunità le sente veramente come tali. Se l'adesione cessa e la lingua s'apre appunto la sua via e, accelerando, passa il ponte, che nel caso specifico è stato detto metaplasmo, ai grammar Nazi, come ai nazisti dell'Illinois di un celebre film americano, tocca solo di finire comicamente a mollo nello stagno.
[Il resto, di grazia meravigliosa: "Sì alta amanza à pres’a lo me’ core, | ch’i’ mi disfido de lo compimento: | che in aguila gruera ò messo amore | ben est’orgoglio, ma no falimento, | ch’Amor l’encalza e spera aulente frore, | ch’albor altera incrina dolce vento, | e lo diamante rompe a tutte l’ore | de lacreme lo molle sentimento. | Donqua, madonna, se lacrime e pianto | de lo diamante frange le durezze, | vostre altezze poria isbasare | lo meo penar amoroso ch’è tanto, | umilïare le vostre durezze, | foco d’amor in vui, donna, alumare.]
[Il resto, di grazia meravigliosa: "Sì alta amanza à pres’a lo me’ core, | ch’i’ mi disfido de lo compimento: | che in aguila gruera ò messo amore | ben est’orgoglio, ma no falimento, | ch’Amor l’encalza e spera aulente frore, | ch’albor altera incrina dolce vento, | e lo diamante rompe a tutte l’ore | de lacreme lo molle sentimento. | Donqua, madonna, se lacrime e pianto | de lo diamante frange le durezze, | vostre altezze poria isbasare | lo meo penar amoroso ch’è tanto, | umilïare le vostre durezze, | foco d’amor in vui, donna, alumare.]
2 giugno 2015
Come cambiano le lingue (12): "Centrare"
"La vedete voi, Padre, Concetta ambasciatrice a Vienna o a Pietroburgo?" La testa di Padre Pirrone fu frastornata da questa domanda. "Ma che c'entra questo? Non capisco".
Qui tratto, come esempio in forma finita, dal Gattopardo, entrarci, con il valore di 'avere attinenza con qualcosa', sta diventando centrare. Il mutamento si sta verificando in barba alla consolidata opposizione sistematica dell'italiano che vede le particelle, anche le cosiddette pleonastiche, precedere le forme verbali finite cui si appoggiano ma seguire le infinite: Me la squaglio, Me ne vado ma È meglio squagliarsela, andarsene; Ci ha messo del suo ma A metterci del proprio si rischia.
Parlando del mutamento in questione, Apollonio si serve di forme progressive e non perfettive solo perché resta ancora qualcuno, lui incluso, a fare (inutile) resistenza.
Non verbatim (difficile conservare una tale memoria) ma in qualcosa che non differiva troppo da un "De Luca c'entra [o centra?] con... quanto posso centrare [o c'entrare?] io con..." si è prodotto iersera in TV un filosofo e intellettuale veneziano di primissimo piano, parlando di politica. E c'è da supporre l'abbia fatto non per compiacere ad arte, esprimendosi vulgariter, i suoi interlocutori e il suo pubblico ma per evidente e intima adesione alla vulgaritas.
A chi guarda all'espressione nel suo continuo farsi, che mai rinnega il sistema, la faccenda, per quanto minuscola, provvede qualche utile insegnamento. Viene alla luce, con essa, il ruolo che la più banale e corriva faccetta percettiva dell'espressione riesce a produrre sul mutamento lessicale, naturalmente con il concorso della consolidata presenza del vecchio e incolpevole centrare, 'fissare nel centro, colpire il centro' etc. In menti semplici, c'entro io, c'entri tu, c'entra lui, c'entriamo noi e così via hanno alla fine generato il mostro.
Di mutamento lessicale, al momento, si tratta. A coloro, filosofo incluso, per cui centrare vale già 'avere attinenza con qualcosa', c'è da supporre, non passa ancora per la testa di dire selasquagliare o cimettere. Forse già un po' senandare, teme Apollonio.
Con centrare, perciò, i giochi sembrano fatti. Con il nuovo valore, almeno nell'orale, centrare ha preso ormai dimora in un (presunto) piano nobile della lingua. E c'è un po' da stupirsi (non ancora da sistupire), perché stavolta l'innovazione, pochissimo sofisticata e, anzi, francamente elementare, deve essere nata proprio nei locali di servizio del palazzo della lingua, tra gente semplice, appunto, e, come si diceva un dì, illetterata.
Non pare infatti nata nell'amministrazione della società, dove prospera quel demi-monde, fatto di persone pubbliche, a vario titolo da considerare come faccendieri e faccendiere della parola, di cui altre volte in questo diario si è detto, sul tema della lingua che cambia.
A un certo momento, costoro si son fatti certamente araldi del centrare che avanza. Nulla di nuovo si produce infatti nella lingua che non passi tra chi cura con accanimento di conformarsi agli andazzi (come, forse malgrado le sue intenzioni, mostra d'essere quel filosofo veneziano). Ma stavolta ciò che è piaciuto loro e di cui stanno decretando il successo ha l'aria d'essersi inizialmente prodotto, come errore meritevole del blu, nell'espressione (eventualmente scritta) di un alunno di una scuola primaria o secondaria inferiore. E nemmeno del centro, vien fatto di dire. Della periferia urbana più marginale: "Centrare, io non centro mai".
Che i filologi del futuro (se la filologia avrà un futuro) ne conservino memoria.
Che i filologi del futuro (se la filologia avrà un futuro) ne conservino memoria.
1 giugno 2015
Vicus felicissimus
Che sfarzo, che lusso, che grandigia! Seduti dietro cospicue scrivanie dotate dell'indispensabile tecnologia, sono addirittura in quattro a premurarsi di dire ad Apollonio, grato e ammirato di tanta opulenza, che, come già sapeva, il libro che cerca c'è, in biblioteca. Non glielo si può però dare né in lettura né in prestito perché, da qualche tempo, ma certo ancora per poco, forse solo per qualche giorno, un ascensore non funziona.
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