24 gennaio 2016

Trucioli di critica linguistica (23): Ambiguità di "C'eravamo tanto amati"

C'è come un piccolo neo, un delizioso difetto (se così si vuol dire) nella morfosintassi italiana e generalmente romanza che rende ambiguo il titolo del film più celebrato di Ettore Scola (forse, il suo migliore; certo, quello che parve il più ispirato).
Utile per mettere a fuoco l'ambiguità in questione è forse un esempio peregrino, nel contesto, ma piuttosto semplice e intuitivo, ci si augura.
Si ponga di assistere alla reciproca spulciatura di due scimmie. Si descriverà appropriatamente la scena dicendo Le scimmie si stanno spulciando. Si metta a questo punto che,  dopo averlo fatto vicendevolmente, ciascuna delle due scimmie continui con la spulciatura di se stessa. Si descriverà la scena dicendo di nuovo Le scimmie si stanno spulciando.
Ecco: sotto condizioni sintattiche che qui non mette conto di enumerare pedantescamente, per non rendere il frustolo ancora più indigeribile, l'italiano ha forme che non distinguono tra diatesi reciproca e diatesi riflessiva. E se si vuole renderle diverse formalmente si deve dire più di ciò che capita di proferire di solito e per brevità, confidando in proposito nella chiarezza che viene dal contesto e da conoscenze pregresse.
Sulla falsariga dei primati e delle pulci (o della pulce del primato), di nuovo, un paio di esempi, forse oggi ancora più semplici e intuitivi. Il Matteo padano e il Matteo toscano si disprezzano: per renderne esplicita la reciprocità, si può aggiungere un vicendevolmente (o un reciprocamente, un l'un l'altro). Ma non si finisce così per essere ridondanti, in funzione del contesto? Sapendo un po' come i due Mattei oggi si presentano, a chi mai verrebbe in mente, ascoltando quell'espressione, che 'il Matteo padano disprezza se stesso e il Matteo toscano disprezza se stesso' e quindi un'interpretazione riflessiva?
In modo converso, aperte ragioni contestuali escludono si intenda come reciproca Il Matteo padano e il Matteo toscano si piacciono. Si sa benissimo infatti che ciascuno piace a se stesso e pochissimo o per nulla l'uno piace all'altro. D'altra parte, con simili esempi cervellotici, delle attitudini dei due personaggi evocati, ci si guarda bene dal fare una spicciola psicologia del profondo.
I valori implicati nell'ambiguità formale del titolo del film di Ettore Scola dovrebbero essere chiari, a questo punto.
C'eravamo tanto amati ha infatti un'interpretazione reciproca. Si tratta dell'interpretazione che sta più in superficie, della più evidente e corriva in funzione di un plot narrativo tanto noto da rendere superfluo che qui lo si riassuma. Di essa sola si sono del resto dovuti accontentare coloro ai quali titolo e film si sono presentati in lingue che, quanto al rapporto tra funzioni e forme, impongono in proposito il cilicio dell'univocità. E se ne sono accontentati, probabilmente, senza sapere che stavano perdendo qualcosa.
C'è poi infatti l'altra interpretazione, quella in virtù della quale l'espressione C'eravamo tanto amati dichiara, in chi la proferisce e associa al medesimo sentimento altri di cui si fa araldo, un amore riflessivo.
Che l'interpretazione riflessiva sia di norma oscurata dalla reciproca non deve ingannare né deve farla prendere per minore o accessoria. Al contrario e a ben vedere, la riflessiva pare avere una portata maggiore della sua concorrente, quando ci si propone di capire qual senso abbia l'opera di Scola.
La reciproca copre il plot, la vicenda narrata. Al di là del semplice plot, la riflessiva vale come descrizione rivelatrice dell'attitudine che ispira l'atto medesimo di narrarlo. Un atto che dichiara un sentimento riflessivo che si qualifica come narcisista, còlto pure che sia in un suo momento passato (l'imperfetto è il modo narrativo per eccellenza, d'altra parte).
In altre parole, lo specchio sarà pure invecchiato, ma belli e buoni come ci si sembrava, ci si sembra ancora. E, se si è stati buoni e belli tanto da innamorarsi riflessivamente, di amarsi è difficile si smetta. Nessuno ignora peraltro che i sentimenti riflessivi sono i più solidi, persistenti e affidabili. Chissà perché non è ancora venuto in mente di rivendicarne il valore in un opportuno quadro normativo. Se non ha giustamente genere, perché l'amore dovrebbe infatti avere un numero? Per giunta, un numero necessariamente plurale? L'amore ha anzitutto diatesi. Ma di ciò e dei curiosi risvolti etici e teoretici, (Apollonio lo promette) un'altra volta.
Narrando allora una storia di amori reciproci, C'eravamo tanto amati, con le persone della sua enunciazione, con chi se ne fa enunciatore e con chi se ne fa enunciatario, dice anche, se non soprattutto, di un amore riflessivo. E chi non ha amato quel film, amandosi anche per questo? Chi, tra i suoi estimatori, non vi si è riconosciuto con morbido e nostalgico sentimentalismo, certo, per le qualità fatte oggetto di narrazione, ma anche, se si vuole, per i difetti?
E oggi, con la triste notizia della morte del regista, il sentimentalismo ritorna. Unanime, stavolta, e nostalgico al quadrato, si potrebbe dire, perché nostalgico dei tempi in cui un film rivendicava nostalgicamente i tempi passati di un amore narcisista mai perento.
Con il suo titolo ambiguo e con i suoi intenti emblematici, peraltro perfettamente giunti ad effetto, il film di Ettore Scola è allora spia acutissima se non della psicologia profonda, certo dei modi con cui una parte di rilievo della nazione italiana si atteggiò sin dal principio della storia politica unitaria, continuò a fare in alcune cruciali circostanze storiche e dei modi con cui ancora oggi, stancamente, si atteggia: un sentimentalismo narcisista. Lo stesso meno sottilmente riflesso nel recente Noi credevamo il cui titolo e la cui fonte d'ispirazione condividono e non per caso, con C'eravamo tanto amati, persona grammaticale, la tremenda quarta, e tempo verbale, il fantasioso imperfetto. La parte in questione è quella che, della nazione, si pretende, se non è proprio, la culturalmente preminente e che ha tentato, a tratti, di farsene l'egemone, politicamente e socialmente.
Si tratta di un ceto forse per essenza narcisista. Così paiono dire (impossibile sapere quanto consapevolmente) l'ambiguità del titolo del film di Scola e, se ci si pensa un po', il film nella sua interezza, una volta si sia in possesso dell'appropriata chiave di lettura.
Concettualizzare l'esistenza di un tale amore narcisista, perduto a più riprese (vien fatto di dire con un filo di ironia) ma mai completamente abbandonato, dovrebbe indurre a riflettere chi prova a capire come sono andate e come vanno le faccende nazionali, anche attraverso le opere d'arte che la nazione esprime e in cui la nazione si riconosce.
Una consapevolezza del genere potrebbe d'altra parte sviluppare la capacità di uno sguardo finalmente critico (autocritico? Improbabile: di narcisismo si tratta), al di là del dolore che suscita il sapere morto chi ha dato voci e immagini artistiche a un morbido amore di tal fatta, creando appunto le ambiguità sentimentali di uno splendido specchio.

[A sera, in poltrona, tra le mani il Corriere. "Una battuta è l'ultimo regalo di Scola", taglio basso di prima pagina, la rubrica è Padiglione Italia, la firma è di Aldo Grasso: lo si può leggere qui.]

15 gennaio 2016

Scherza coi santi... (8): Sopra un "codesti" di Caproni traduttore di Baudelaire, chiosa a una chiosa del frustolo precedente

"Que cherchent-ils au Ciel, tous ces aveugles?" scrisse Baudelaire. E Giorgio Caproni, traducendo: "Che van cercando in Cielo | tutti codesti ciechi?"
Cosa ci sta a fare quel codesti? Allontana i ciechi dal "je" che, anche lui appunto, si trascina e che si dice inebetito più di loro. Li pone nell'area di pertinenza di un "tu" che, nel componimento, è la "cité" ed è chi legge, se si sale dal livello dell'enunciato a quello dell'enunciazione (dove "je" è naturalmente l'enunciatore).
Il testo è una procedura (un "processo", diceva un caro sodale di Apollonio). C'è da chiedersi se, in tale procedura, l'operazione sia felice, sia ben riuscita. Non solo in funzione di una corrispondenza al sistema da cui si sprigiona l'originale - corrispondenza certo sempre impossibile, sempre idealmente da perseguire, tuttavia -, ma anche in funzione del sistema (lo si vuole considerare in autonomia?) in cui si proietta la nuova creazione. "Tutti questi ciechi" sarebbe stato corrivo? "Tutti codesti ciechi" non sarà corrivo ma è forse troppo loquace e sfiora la belluria.
C'è poi in quel codesti un quid di spregio. Lo spregio è connesso con la presa di distanza di cui s'è detto. Una simile presa di distanza non c'è sotto la penna di Baudelaire, che coi ciechi è invece simpatetica.
Ecco dunque che questa traduzione funge da cartina di tornasole, per Apollonio. Contrastivamente, staglia con nettezza, ai suoi occhi di lettore di Caproni, un tratto idiosincratico del poeta livornese (e genovese. E romano?).
Ora che vede in chiaroscuro questa linea di spregio nella parola di Caproni (codesti, la parola che Caproni rivendica per se stesso, in questa traduzione), Apollonio capisce di averla sempre percepita nell'insieme della sua opera, senza essere mai prima riuscito a trasformare il percetto in concetto. E gli pare così di intuire come mai l'ammirazione, grandissima, non sia mai sfociata in una simpatia.
Apollonio ritiene infatti che lo spregio sia consentito alla vita ma per farsi arte, come per farsi ricerca, deve diventare sprezzatura.

14 gennaio 2016

Sommessi commenti sul Moderno (22): "Que cherchent-ils au Ciel, tous ces aveugles?"

Il succo di questo frustolo sta nell'immagine che, in apertura, l'illustra e che illustra un articolo giornalistico su recenti e futuri sviluppi nel settore economico della cosiddetta realtà virtuale (ossimoro esemplare: ma di ciò, eventualmente, un'altra volta).
Testa piegata all'indietro, come a guardare verso l'alto, bocca aperta: la postura della persona che occupa il primo piano di tale immagine è loquace. 
È una postura umana che attraversa i tempi e, sotto determinate condizioni, è specifica della specie, ragionevolmente. Essa è per esempio descritta e valorizzata da un testo canonico ed esemplare del Moderno maturo, Les aveugles di Charles Baudelaire:

"Contemple-les, mon âme; ils sont vraiment affreux! | Pareils aux mannequins; vaguement ridicules; | Terribles, singuliers comme les somnambules; | Dardant on ne sait où leurs globes ténébreux. | Leurs yeux, d'où la divine étincelle est partie, | Comme s'ils regardaient au loin, restent levés | Au ciel; on ne les voit jamais vers les pavés | Pencher rêveusement leur tête appesantie. | Ils traversent ainsi le noir illimité, | Ce frère du silence éternel. Ô cité! | Pendant qu'autour de nous tu chantes, ris et beugles, | Éprise du plaisir jusqu'à l'atrocité, | Vois! Je me traîne aussi! Mais, plus qu'eux hébété, | Je dis: que cherchent-ils au Ciel, tous ces aveugles?"

In un momento precedente e aurorale del Moderno e sotto prospettiva differente, la medesima postura fu illustrata da un celebre dipinto di Pieter Brueghel il Vecchio:



Ed ecco, cambiando riferimento, tempo e arte, come la rappresentò, con il pretesto di un mito antico di autoaccecamento, Pier Paolo Pasolini, quando la putrefazione del Moderno era già cominciata da un po':


Insomma, si tratta della postura del cieco.
Per ancestrale desiderio, allora, l'accecamento della realtà virtuale come compimento del destino di un'era? L'impulso ad astenersi dalla visione dell'eccesso di bruttezze e di brutture già prodotte da quell'era? Come soluzione finale, la cecità richiesta da una realtà che è già virtuale e solo da perfezionare nei suoi aspetti più crudamente tecnologici? 
Tutto ciò (ed è il lato comico della faccenda, che il Moderno non riesce mai ad allontanare da sé, soprattutto nella fase della sua putrefazione) con il pretesto di uno spasso e dell'accrescimento dell'esperienza perseguito paradossalmente attraverso la sua negazione.
Apollonio, forse già cieco anche lui, lascia però alle meditazioni dei suoi due pazienti e non ciechi lettori ogni conclusione (ma c'è, una conclusione?).

[I ciechi, nella traduzione di Giorgio Caproni: " Osservali, anima mia; son veramente orrendi! simili ai | manichini; vagamente ridicoli; terribili, strani come i | sonnambuli; i loro globi tenebrosi non si sa dove dardeggino. | Gli occhi, fuggita via la scintilla divina, come se | guardassero lontano, restano levati al cielo; mai vedi le loro | fronti appesantite chinarsi, pensose, al suolo. | Attraversano così il buio senza fine, fratello del silenzio | eterno. O città! Mentre a noi intorno canti, ridi e berci, | avida di piacere sino alla ferocia, guarda! anch'io mi | trascino! Ma, inebetito più di loro, dico: Che van cercando, | in Cielo, tutti codesti ciechi?"]

13 gennaio 2016

Lingua nostra (10): "Cruscaio", "cruscante", "cruscata"...

Cruscaio, cruscante, cruscata, cruscheggiante e cruscheggiare, cruscherìa e cruschesco, cruschevole e cruschevolmente...
Parole fuori dell'uso da qualche tempo ma italianissime e vive sotto le penne di Foscolo e Leopardi, di Baretti e Berchet, di Ojetti e D'Annunzio, di Settembrini e Tommaseo, tra gli altri. Gente che s'esprimeva in tempi forse più vivaci dei presenti. Tempi di "pane al pane e vino al vino". Quindi, di "Crusca alla Crusca".
Il merito dell'esistenza della bella famiglia lessicale va naturalmente all'Accademia della Crusca. Con le sue attitudini morali, con le sue pratiche espressive, con le sue scelte culturali (le storiche, s'intende; le presenti sono altra cosa: c'è bisogno di dirlo?), l'Accademia della Crusca ha infatti fecondato lo spirito dell'italiano, che ha originalmente partorito tali curiose e gustose espressioni di uno spregio. 

11 gennaio 2016

Cronache dal demo di Colono (38): Checca Ciara

Difeso dalla pigrizia e dall'isolamento (le belle condizioni della Citera che lo porta sempre con sé), Apollonio non è ancora andato a vedere il recente film di Luca Medici. Se mai lo farà (la pellicola potrebbe frattanto essere scomparsa dalle sale), lo farà con la certezza che, comico che sia il film, difficilmente potrà esserlo più dello spettacolo offerto da chi lo spregia e si presenta in tal modo come personaggio di una nuova commedia dell'arte: insomma, l'antagonista ideale di Checco Zalone.
Senza pregiudizio quanto al genere di chi si avvicenda nell'interpretazione del ruolo (del resto, può ben farlo en travesti), Apollonio ne suggerisce il nome: Checca Ciara.

8 gennaio 2016

Vocabol'aria (16): "Intellettualini"

Il Meridiano consacrato ad Alberto Arbasino è corredato da una Cronologia. A tale Cronologia, l'autore ha apposto una premessa e l'ha chiusa con questa sorta di epochè: "(Più recentemente, masse di innumerevoli intellettualini in coppiette e famigliuole e "ruoli" sempre in crisi e in serie intimistica, fra divani-letto e angoli-cottura e posti-motorino e passeggini per pupi o paparini standard e uffici intercambiabili con capi e problemi e dialoghi comunque sostituibili, mai certamente imperdibili.)"
Nel passo, il "più recentemente" è naturalmente l'oggi o l'appena ieri che oggi si va confermando e, più che sospeso, il giudizio sull'oggi vi è camuffato ma trasparente. Esso è affidato a forme alterate diminutive (mere o simulate che siano): coppiette, famigliuole, motorino, passeggini, paparini. 
Tutte forme dell'uso comune e ormai quasi autonome come parole, a fare da corte alla sola, intellettualini, in cui il diminutivo, come esplicita scelta d'autore, porta tutto il peso del suo valore e fa da culmine di un nesso privo di determinazione e ricco di assonanze che ne amplificano il senso: masse di innumerevoli intellettualini.
Nel suo valore che fu corrente nel secolo breve e che ebbe i suoi fasti a cavaliere dell'ultima carneficina europea, la parola intellettuale venne alla luce non più di cento venti anni or sono. Essa si è trascinata fino ad oggi per l'inerzia che, come si sa, caratterizza le parole, portando a lungo con sé le connotazioni terribili di stagioni meccaniche ed implacabili ma anche le dolci di una società che, come tutte le privilegiate, fece il sogno d'essere immortale.
La parole continuano a esistere anche quando è scomparso ciò che designano: passano a designare altro, che della continuità del fiato eventualmente si bea (o si danna: di recente, Apollonio ha in proposito segnalato il caso di università). 
La sensibilità linguistica di Arbasino annuncia che bisognerebbe prendere atto di tale mutamento. La storia della parola intellettuale è a una svolta. Si potrà pure continuare ad adoperarla ma varrà in ogni caso (e fino alla sua eventuale estinzione) solo per il suo diminutivo. Per onestà e per segnalare ai posteri (ammesso lo intendano) che del mutamento qualcuno fu sensibile e non tutti si fu accecati dalle apparenze, sulla scorta di Alberto Arbasino e regolarmente nell'uso sarebbe quindi il caso di cominciare a sostituire intellettuale con il suo diminutivo.   

4 gennaio 2016

Parabole (4): Dalle "magnifiche sorti e progressive" al cambiamento climatico

Oggi si reputa capace di peggiorare il mondo, e sembra il contraccolpo di una disillusione, la stessa civiltà che, or non è molto, si credeva capace di migliorarlo. Nel comico rovesciamento di prospettiva, viene chiaro alla luce, per chi sa vedere, il costante carattere morale di tale civiltà, uscito evidentemente indenne dalla disillusione: la tronfia attitudine a presumere troppo di se stessa.

31 dicembre 2015

A frusto a frusto (102)


Imporre a una gioia di implodere non somiglia a guastarla con un esercizio spirituale di ipocrisia?

30 dicembre 2015

Come cambiano le lingue (15): "Criticità", dal biasimo alla consacrazione


Giusto dieci anni sono serviti a criticità per passare dall'ironico biasimo ("esecranda parolina") che gli riservava un acuto osservatore dei costumi espressivi nazionali, in una rubrica giornalistica (era il gennaio 2006), alla consacrazione che ne decreta in questi giorni il pulpito di una delle più prestigiose istituzioni culturali nazionali. 
Succede peraltro in una pagina dedicata a faccende di didattica grammaticale: "In questo Speciale, numerosi linguisti [...] affrontano di petto la tradizione grammaticale scolastica e ne segnalano limiti e criticità". Insomma, un autentico trionfo, per criticità che, parola di professori, è parola da professori (il genere, se lo accomodi ciascuno o ciascuna come gli o le aggrada).
Con ilare stupore, ora è quasi un lustro, Apollonio aveva d'altra parte sentito criticità spesseggiare proprio sulle labbra di gente professionalmente prossima a coloro che ne sanciscono l'attuale successo. Hanno tempo da perdere i suoi due lettori? Trovano qui quel vecchio frustolo.
Morale: quanto alle porte degli Inferi umani (dei trascendenti, difficile dire alcunché), non praevalebunt è affermazione velleitaria, se socialmente intesa: esse prevalgono infallibilmente. E, d'altra parte, unicuique suum: criticità è di chi, proferendola, se ne fa rappresentare. 
Al punto in cui si è, c'è allora spazio solo per le testimonianze. E, con il sorriso che meritano simili futilità ma a futura memoria, l'irriducibile Apollonio lo ribadisce. Per lui, che non è un collaborazionista, criticità fu e resta "lingua loro".

28 dicembre 2015

Sommessi commenti sul Moderno (21): Ancora sull'università

"Università e capitalismo avanzato sono fondamentalmente incompatibili": è la conclusione di un intervento giornalistico di Terry Eagleton, dal titolo The death of universities che, stagionato di un lustro, cade per caso in questi giorni festivi sotto gli occhi di Apollonio. 
La radicale riduzione delle risorse, osserva l'importante intellettuale inglese, comporta un inarrestabile declino degli studi umanistici nel contesto universitario odierno e, a suo parere, senza studi umanistici non c'è università. Quella che è rimasta "has become a servant of the status quo", recita del resto il catenaccio dell'articolo, ragionevolmente redazionale.
Simili accenti parlano al vecchio cuore di Apollonio. Non è più giovane di quello di Apollonio, del resto, il cuore di Eagleton: ciò che egli scriveva cinque anni fa - con l'aria di prodursi in un'estrema testimonianza - lo dice anche più chiaramente della sua biografia. 
Col cuore, bisogna però che ci si sforzi di fare funzionare anche la testa, almeno un po', e che ci si chieda allora a mente fredda se un'analisi del genere indirizzi adeguatamente a capire gli esiti odierni della vicenda secolare dell'università. Perché, è vero, qualcosa è successo ma da tempo. Il decesso non è di questi ultimi anni né se ne può fare carico a una temperie che, ben che vada, è bottegaia e non è certo capace di gesti tanto impegnativi, come sarebbe un assassinio. Si accontenta, al massimo, di maramaldeggiare e di infierire sopra un cadavere. Per chi non la conoscesse già, qui una recente sortita in proposito di Apollonio.
Certo, quando ciò che Eagleaton definisce capitalismo avanzato non era ancora l'universale involucro socio-economico dentro al quale il Moderno procede adesso rapido verso la sua completa putrefazione, l'università (o il suo fantasma) sembrava vivere. E vivere anche qualche fasto. Con essa, persino gli studi umanistici.
Ci si pensi un momento, però. Prima di questa fase, modelli socio-economici concorrenti avevano retto per tutto il cosiddetto secolo breve a quella competizione verso il peggio in cui il capitalismo è appunto risultato selettivamente vincente, perché evidentemente il più adeguato. Sotto quei modelli, verso quali destini sembrava già avviata l'università? Verso destini diversi da quelli che si sono poi realizzati? Ad Apollonio non pare.
L'attentato alla libertà dell'università e alla libertà dei suoi peraltro modesti chierici, anzi, vi aveva già raggiunto livelli piuttosto alti. E se esso non si metteva in atto, come si fa oggi rigorosamente e con gran successo, in nome delle regole dell'economia di mercato, divenute sacre ovunque e tenute per massimamente morali, lo si faceva invocando altri princìpi, sempre sacri, ovviamente, e orientati al bene di sostanze trascendenti. 
Lo testimonia esemplarmente un caso che in questi ultimi anni sta ancora facendo tanto rumore, ma per ragioni diverse: la vicenda di Martin Heidegger. Prima che filosofo, Heidegger fu appunto e specificamente professore d'università. Di quella nazione, la tedesca, che vantava nel campo indiscussa qualità e grande tradizione, avendo albergato il nocciolo generatore dell'università del Moderno. 
Nel pensiero e nel modo di porsi di Heidegger, comunque li si inquadri, il cedimento dei valori dell'autonomia accademica a valori eteronomi, cedimento opportunamente ideologizzato, è lampante. Lo diventa ancora di più se si compara la sua figura, proprio nella prospettiva squisitamente accademica, con quella di Edmund Husserl, di cui come cattedratico Heidegger fu appunto il diretto successore. Erano proprio gli anni in cui, come istituzione della società liberale moderna dalla vita brevissima e accidentata, l'università periva. 
E sarebbe difficile, in proposito, dire non si tratti di decesso decretato anche nell'orto umanistico, la cui presenza, dell'università, non è mai stata, per se medesima, garanzia di salvamento, malgrado la riferita contraria opinione di Eagleton. 
Gente disposta alla servitù (anche a una servitù mascherata da potere, come poi ha continuato a essere per qualche decennio fino alle attuali miserie), se ne è sempre trovata e se ne trova ragionevolmente tra filologi e filosofi quanta se ne trova tra fisici e biologi. Né bisogna lasciarsi ingannare in proposito dal fatto che i primi riescono eventualmente a raccontarla (e a raccontarsela) meglio dei secondi.
Insomma, ad Apollonio né le specificità disciplinari né la prossimità temporale paiono tratti distintivi di una vicenda, quella dell'università, marcata da contraddizioni che solo la prima maturità del Moderno, piena di speranze che se ne sono andate ormai da più di due secoli, era stata in grado se non di appianare, almeno di fare risuonare armonicamente. Così appunto nelle pagine (a leggerle oggi, struggenti) di Wilhelm von Humboldt, l'ideatore tedesco dell'università, di un istituto morale, cioè, nato nel Moderno per contrastarne paradossalmente (e, oggi lo si sa, illusoriamente) l'intima tabe di una inarrestabile attrazione per il pensiero unico e per il totalitarismo che (era evidentemente chiaro sin dal principio) l'avrebbe condotto sulla via della putrefazione.

19 dicembre 2015

Bolle d'alea (20): Enzensberger

Si avvicinano quei giorni dell'anno nei quali è consueto e gradito indirizzare espressioni di augurio a chi segue questo diario con benevolenza.
Soccorre Apollonio, questa volta, Hans Magnus Enzensberger. Il suo Poesie per chi non legge poesia comparve nella traduzione di Ruth Leiser e Franco Fortini nel 1964. Pochi anni dopo, accompagnò Apollonio nella sua prima gioventù, grazie a fotocopie su carta chimica. 
Tra altri molto belli e pieni di senno, Poesie per chi non legge poesia contiene un componimento che s'intitola zweifel 'dubbio' (l'iniziale è minuscola, come espressamente tutto il resto, nel tedesco di quel libro).
Allontanandosi dalla traduzione menzionata (invecchiando si diventa spudorati), con intenti augurali Apollonio ne offre un breve passaggio a chi, egli spera, continuerà anche in futuro a fargli dono del suo tempo: 

domani è ancora un giorno (sul serio?)
di aprire gli occhi e di vedere: 
qualcosa di buono, di dire: ho avuto torto.
dolce giorno, in cui il va-da-sé
va da sé, più o meno!
che trionfo, cassandra,
assaporare un futuro che ti confuta!
qualcosa di nuovo che sia buono (il buono vecchio lo si conosce già...)

9 dicembre 2015

Sommessi commenti sul Moderno (20): L'ultimo professore d'università

Gli ultimi professori d'università in stato di libertà furono visti aggirarsi, individui solitari o in piccoli branchi, verso la fine del secondo decennio del secolo scorso, in selve accademiche europee. 
Per la disciplina che sta più a cuore ad Apollonio, si può per es. dare proprio un nome all'ultimo della specie: fu il francese Antoine Meillet. Nato nel 1866, lo si sa morto nel 1936 ma quando già da quasi un decennio egli era appunto scomparso accademicamente. 
Il mondo che aveva visto nascere la specie del professore d'università nei primi decenni dell'Ottocento era finito con la fine della prima grande carneficina europea e in dieci anni l'ambiente sociale era già divenuto incompatibile con la sopravvivenza della specie in libertà. 
La deriva di massa presa dall'illusione della modernità liberale sette-ottocentesca s'accompagnava di necessità con il fordismo, di là dell'Atlantico, e, di qua, con altre ben note varianti del totalitarismo socio-politico, ideologicamente aggressive e temporaneamente anche molto violente in modo aperto. Si trattava di un ecosistema a cui il professore d'università faceva molta fatica ad adattarsi e che ne metteva a repentaglio in ogni momento non tanto la vita quanto l'incolumità morale.
Nello stesso torno di tempo, mentre scompariva appunto il professore d'università allo stato brado, fu messo in atto un programma sociale di riproduzione della specie in cattività, prima su piccola scala poi via via su scala sempre maggiore. 
Si crearono allo scopo ambienti artificiali, che furono sempre definiti università o istituti di ricerca e di istruzione superiore. Questi simulavano l'antica selva accademica in cui appunto aveva un dì prosperato e scorrazzato liberamente la specie allo stato brado. La simulavano anche piuttosto credibilmente, vista una certa larghezza della spesa messa nella simulazione. 
Il professore d'università vi si poteva infatti muovere con un certo agio. Grande cura era posta inoltre nel fargli credere che si trattasse ancora di un ambiente naturale. Solo a questa condizione, si pensava, se ne potevano ottenere comportamenti compatibili con le spontanee e ancora richieste prestazioni tipiche della sua indole: un'indole peraltro già ripercossa e quindi moralmente guastata da uno stato di cattività sostanziale. A lungo andare questo aveva cominciato infatti a produrre fenomeni di disamoramento prima del proprio stato, poi della propria natura, infine della vita. Donde una serie piuttosto nutrita di atti di aperto autolesionismo, principalmente morale.
Con il procedere degli anni e con il perfezionamento, intorno agli ultimi due decenni del Novecento, di quel totalitarismo utilitario del profitto che ha segnato l'inizio della piena putrefazione della modernità, l'idea di sostenere i costi di simili bioparchi accademici in cui fare sopravvivere, con il pretesto della formazione della gioventù, una specie dalle attitudini morali e comportamentali ormai incomprensibili non è più parsa praticabile alla società.
Con l'intento di rendere completamente domestica la specie o, che è lo stesso, di eliminarla radicalmente, tutti gli individui che la rappresentano (o pretendono di farlo: la lunga cattività ha infatti prodotto molte storture e mostruosità, nella specie) sono stati trasferiti, secondo il tipo, in stalle, porcili, pollai, ovili, gabbie, voliere e altri ambienti simili, angusti e costrittivi. 
Si sono tuttavia sempre fregiati tali ambienti del nome di università o di istituto di ricerca e di istruzione superiore, attrezzandoli alla bisogna, anche allo scopo di assicurare a coloro che vi sono rinchiusi la permanente illusione di continuare a essere appunto professori di università (così infatti tra loro ancora si appellano e vengono socialmente appellati). 
In tali contesti e con grande spreco mistificatorio di valutazioni e di giudizi di merito e di eccellenza, le ormai pallide figure vengono continuamente vessate con l'adempimento di procedure insensate e, d'altra parte, sollecitate a una produttività e a una diligenza di ricerca e di insegnamento che o sono sostanzialmente onanistiche o hanno esiti che sono immediatamente sottratti al loro controllo e trasferiti, per lo sfruttamento di norma economico, in settori sociali diversi, meglio governati appunto secondo l'imperante ideologia totalitaria del profitto.
Il destino della specie del professore d'università pare dunque e ormai da gran tempo segnato né si può sperare che esso possa essere mutato dai pochi esemplari che, pur sapendo dell'inutilità del gesto, si sono sottratti al trasferimento, rifugiandosi in ambienti diversi ma non necessariamente meno ostili alle loro naturali pratiche di vita libera, o, pur ridotti nelle stalle, nei porcili, nei pollai, negli ovili, nelle gabbie, nelle voliere, vi si atteggiano ridicolmente e vanamente secondo gli ormai scoloriti ricordi dei modi di un'antica e selvatica libertà.

3 dicembre 2015

Linguistica candida (33): Linguistiche


C'è da tempo ed è corrente, sotto molteplici fattispecie solo in apparenza contrapposte, una linguistica che ragiona superba sulla lingua. 
Per rari e preziosi episodi, c'è d'altra parte una linguistica che modesta ragiona con la lingua.
La seconda è tanto diversa dalla prima da non potere nemmeno esser detta migliore. Incomparabile, piuttosto. 

1 dicembre 2015

Linguistica candida (32): Significato e significante [Per i dieci anni di questo diario]

Significato è ciò che, senza significante, non sarebbe significato. Significante, ciò che, senza significato, non sarebbe significante (o, se si preferisce, sarebbe insignificante).
La ratio di una scelta che non fu solo terminologica ma anche congiuntamente sperimentale e speculativa risiede in un rapporto reso tangibile e linguisticamente concreto dalla coppia inscindibile di due forme nominali del verbo: signifié, signifiant. 
Così presentato (genialmente, vien fatto di dire, sfidando con tale espressione ammirativa il ridicolo della ridondanza), il rapporto viene fuori dall'intreccio di funzioni sintattiche (con significato, l'oggetto; con significante, il soggetto), di diatesi (con significato, il passivo; con significante, il non-passivo - o l'attivo, se si preferisce), di aspetto (con significato, il perfettivo; con significante, il non-perfettivo - o l'imperfettivo, se si preferisce). E funzioni sintattiche, diatesi e aspetto stanno nel nocciolo del sistema della lingua, dove appunto si genera per correlazione la differenza. Anche quella che, nella funzione segnica, permette di cogliere, ma senza che mai si separino e solo da due diverse prospettive, signifié e signifiant.

[Oggi questo diario compie dieci anni: ai suoi due lettori farà forse piacere leggere (o rileggere?) anche il frustolo saussuriano del suo esordio. Per festeggiare sommessamente la ricorrenza, soccorrono Apollonio, come si vede, le sue consuete debolezze di pensiero e di affetto e la futile urgenza di ricordare che Ferdinand de Saussure fu rigorosamente un linguista e non genericamente un filosofo, come da parecchi decenni crede e tende a far credere la maggioranza di coloro che lo menzionano. L'immagine - Ferdinand de Saussure, Bal costumé 1901, Lacombe et Arlaud, Genève, Archives Jacques et Philippe de Saussure 2013 - è tratta dalla copertina di Ferdinand de Saussure, Une vie en lettres, Diachronie dressée par Claudia Mejía Quijiano, Éditions Nouvelles Cécile Defaut, Nantes 2014.]

22 novembre 2015

...dal sen fuggita (1)


Nei supplementi culturali delle gazzette si trovano oggi scritti che paiono spesso avere un solo valore informativo. Quello di testimoniare la permanenza in vita dei loro estensori, peraltro piuttosto giovani di norma ma evidentemente e precocemente già esposti alla bisogna. 
Del resto, tolto il riferimento alla gioventù, la stessa cosa si può forse dire di questo frustolo medesimo.

11 novembre 2015

Pasolini come sintomo

La burrasca commemorativa è quasi passata. Con un fiato a stento percettibile, vi ha contribuito anche Apollonio. Al suo frustolo ha dato peraltro un titolo che, già pochi minuti dopo averlo messo in circolazione, gli parve lente male appropriata: lente che sfoca ciò che inquadra.
"Pasolini come sintomo" avrebbe forse colto meglio il succo di quel frustolo radicalmente figurato. Pasolini fu in effetti un sintomo, per l'intero corso della sua vita pubblica. Tutto ciò che egli fece e lo riguardò fu sintomatico. 
Ancora oggi Pasolini, meglio, la sua metonimia e la sua prosopopea sono i riflessi di un forte sintomo antico e sono sintomi dello stato dell'oggi nazionale, ovviamente più modesti. Passata la burrasca e annusatene non poche folate (tutte, impossibile!), Apollonio ne è vieppiù convinto.
L'essere un sintomo, il costituirsi (forse per consapevole incapacità di poter fare di meglio) a sintomo furono e sono la ragione del suo valore. Di tale valore, però, continuano a essere, come furono, il limite invalicabile.

4 novembre 2015

31 ottobre 2015

San Pier Paolo

Con la rara eccezione di qualche vena marginale o, forse meglio, di qualche figura solitaria, il ceto intellettuale italiano, pur diviso in fazioni, affonda comunemente le sue radici in un humus clericale. Né la qualificazione va qui intesa come se fosse espressa a suo disdoro.
Si tratta del resto di un dato di fatto tanto storicamente evidente e pregnante che è certo inutile prendersi la pena di affermarlo. Meglio, di ribadirlo: è stato infatti già molte volte osservato, da sguardi acuti e autorevoli. 
Capita però che, come di altre ovvietà nazionali (fragilità del territorio, acuta predisposizione al familismo e così via), ci se ne scordi. E capita così che, di tanto in tanto, un campione di tale ceto lo scopra (o faccia sembiante di scoprirlo) a proposito delle conventicole altrui (difficilmente della propria, quasi mai di se medesimo) e ne affetti sorpresa o ne meni scandalo. 
Se Apollonio affettasse sorpresa di tali (simulate) sorprese o menasse scandalo degli scandali connessi sarebbe ancora più sciocco di come egli è. C'è da meravigliarsi infatti dei temporali autunnali? E dare del bipede a un essere umano è oltraggiarlo?
A fare dei chierici italiani ciò che sono è stata una storia millenaria, peraltro piena di pagine culturalmente gloriosissime, oltre che, come tutte le storie, irrefutabile. Secondo regole, essa ha prodotto così i chierici regolari e, regolarmente, anche i chierici regolari che additano, con sorpresa, scandalo e riprovazione, il clericalismo degli appartenenti a un ordine diverso dal proprio. 
Più ragionevolmente e con sorridente rassegnazione, bisogna invece prendere i chierici italiani per ciò che sono. Del resto, come quelli di altre nazioni e come tutti, non hanno solo difetti.
Tra le spie acutissime del persistente habitus moralmente clericale del ceto intellettuale italiano, c'è il suo impulso irrefrenabile alla canonizzazione dei suoi esponenti più eminenti e naturalmente, di preferenza, defunti. 
Solo di preferenza, però, dal momento che non sono rare le canonizzazioni di viventi: l'allungamento medio della vita sta peraltro favorendo il fenomeno. E gli anziani santi in circolazione proliferano, a credere alle gazzette e a quei festival che, ormai capillarmente diffusi sul territorio nazionale, non si può dire non somiglino alle tradizionali e altrettanto diffuse feste paesane del santo patrono. E, dietro l'esempio dei più anziani, una canonizzazione auguralmente prossima prospettano a se medesimi i meno anziani, come obiettivo della loro militanza. L'esempio è del resto un grande motore per la pratica delle virtù eroiche che conducono alla santità.
Correlativamente, si fa intensa (restando tuttavia sempre economicamente modesta) l'attività di stampa e diffusione di immaginette sacre. Beghine e beghini di nuova fattura ma di vecchio conio le collezionano e le commentano con un fervore che la comunione morale e sentimentale così istituita fa crescere sovente a dismisura.
Se sono già santi parecchi vivi, ci si figuri quanto santi sono i suoi defunti, per il ceto intellettuale italiano. Il culto dei santi defunti vi attraversa periodicamente fasi parossistiche. Ne dànno occasione quelle commemorazioni anniversarie che moltiplicano i riti e le pubblicazioni di stile e d'intento agiografici.
Al pari di quanto accade con i santi della religione nazionale tradizionale, anche tra quelli del ceto intellettuale italiano, ci sono del resto i tipi, come specificazione della virtù condotta al suo estremo o della faccetta del passaggio per il mondo da considerare pertinente in funzione della canonizzazione. Non si sa se ci siano, è vero, i vergini ma certamente ci sono (e non si faccia caso al genere: è solo il non-marcato) i papi, i vescovi, gli abati, i dottori, i catechisti, gli eremiti, gli anacoreti, i pellegrini, i fondatori di ordini e altre categorie rilevanti. 
Ci sono naturalmente anche i martiri. Lo ricordano ad Apollonio, proprio in questi giorni, le celebrazioni commemorative di un grande santo del ceto intellettuale italiano, nel cui nome Apollonio trovò, anni fa, un anagramma forse irriverente, ma (gli si creda) irriverente per via di un sorriso oltremodo rispettoso. 
Di tale santo, è impossibile dire che, con acuta intelligenza, non avesse chiaro di qual genere fosse la stoffa morale della società intellettuale in cui ebbe a giocare un gran ruolo. Come è impossibile dire di lui che non fece di tutto per prendervi dimensioni e figura di santo, una volta fattosi perfettamente coerente con tale stoffa, per chiare doti naturali, nella sua regolarissima irregolarità.
In questi giorni circolano appunto tante reliquie di san Pier Paolo. E circolano, per profluvio, le sue immaginette sacre. Difficile trattenersi dal dire che Pasolini ha oggi proprio ciò che allora acutamente immaginò e volle fortemente che il futuro gli riservasse: la fama e il destino di un martire santo.

30 ottobre 2015

Nomen, non me (13)







SANNO LE ZIZZANIE DI GAIA MORTADELLA? NO!






[L'invenzione di un anagramma è giustappunto una scoperta.]

Parabole (3): "Ma il cielo è sempre più blu"

Estrapolando una frase dal suo contesto - lo si dice sempre ed è quasi un adagio - si può far dire a chiunque qualsiasi cosa. 
Un'illustrazione lampante dell'evenienza è disponibile in questi giorni. "Ma il cielo è sempre più blu" dice il ritornello di una canzonetta degli anni Settanta del secolo scorso di Rino Gaetano, cantautore della cui vena amara e ironica (se non disperata, come si incaricò di confermare tristemente la sua giovane vita spezzata) è difficile dubitare. Del resto, per rendersene conto o per ricordarsene, non sarà necessario ai due lettori di Apollonio ascoltare per intero gli otto minuti della menzionata canzonetta:



Fuori del contesto di cui faceva parte e inopinatamente depurato da ogni valore di sarcasmo e di contrapposizione (come si diceva, forse anche di una disperazione autentica), un lacerto della parola di un tormentato cantautore, attivo peraltro in un decennio italiano tormentatissimo cui egli non sopravvisse, oggi accompagna e conclude gli annunci (qui raggiungibili) con i quali la Rai celebra i fasti di chiusura e il commendevole successo di Expo. E "Ma il cielo è sempre più blu" vi fa da proiezione espressiva di gloriosa speranza e di speranzosa gloria.
L'anziano filologo quotidiano può solo sorriderne dolceamaramente, pensando a quel povero ragazzone e alla parabola della sua parola distorta. E qui contraddicendosi apertamente, "Il silenzio, il silenzio..." (ma nemmeno quello assicura).

28 ottobre 2015

Linguistica da strapazzo (40): - "La fauci?" - "Io sì, da quando son nato. E tu?"


Ecco una spassosa applicazione, ispirata alla Gnòsi delle fànfole di Fosco Maraini, della proprietà dei nomi propri di non aver senso. Meglio (per non incorrere nell'aporia in cui incorrono i filosofi, cui del resto di capire come funziona la lingua giustamente poco cale), di non avere senso come si trovano ad averlo le parole comuni, pur restando i nomi propri titolari (e come si potrebbe diversamente?) di una forma pronta a fare da vettore, con le sue proprietà manifeste, di associazioni segniche fantasiose ma, si badi bene, tutte rigorosamente sistematiche: metasemantica, propose Maraini di definire la tecnica.
Chi direbbe che Paceco non è un impeccabile aggettivo? E perché in un discorso (in)sensato Frazzanò non dovrebbe poter figurare da perfetta terza persona singolare del passato remoto di un verbo formalmente ineccepibile come l'ipotetico frazzanare? Anzi, visto lo stato in cui si trovano, per via di annosa incuria, il territorio nazionale e il siciliano in particolare, Apollonio propone che un verbo del genere entri nei dizionari, con il significato di 'subire danni, essere diventato impraticabile per via di movimenti del terreno': "È (o "ha"? Decideranno i grammatici) frazzanato di tutto, questo autunno, in Sicilia".  
Nella divertente performance, il gioco a tratti si fa troppo facile e scoperto. Ci sono infatti toponimi (ancora) chiaramente correlabili a quei nomi comuni, corredati sovente da attributo, da cui li ha tratti un'antonomasia: Belpasso.
A rendere opachi anche tali toponimi, come ha fatto con tutti gli altri, penserà il tempo ma non c'è da illudersi in proposito che, pur realizzandosi i voti più fausti, Apollonio e i suoi due lettori vedranno quel momento. Quei nomi propri diventeranno solo allora materia per i cacciatori di etimi, gustosa selvaggina linguistica che non ha mai difettato di amatori raffinati, tra i quali si sono sempre contati, ovviamente, anche molti esilaranti millantatori (è la non rara attitudine di chi pratica certi sport).
Solo una nota pedante, in conclusione, ma dai riflessi morali. Al giovane performer, ma non a lui solo né gliene si può fare una colpa, sfugge che Giancaxio, testimone d'una antica grafia, andrebbe pronunciato come fosse Giancascio, al pari di Muxaro, Xaxa (caso già menzionato in questo diario) e Craxi.
Dove ognun vede come ci siano appunto errori inestirpabili e come sia appunto una "fànfola" che la verità finisce sempre per affermarsi: testardi, irredenti e irriducibili consultino, in proposito, il prezioso Dizionario onomastico della Sicilia del compianto Girolamo Caracausi (naturalmente, "Per combinare il pranzo con la cena, io girolamo come una trottola e tu, sfaccendato incosciente, caracausi per casa in mutande tutto il santo giorno").

[Apollonio non è in grado di eliminare dalle immagini gli eventuali inserti pubblicitari: se ne scusa.]

25 ottobre 2015

Farse in due battute (14)





- ...del resto, se a farlo non ci fossi io, ci sarebbe certo qualche altro...
- Proprio così. Ed è esattamente la ragione per cui è significativo che, a farlo, ci sia appunto tu e non un altro.

11 ottobre 2015

Caratteri (20): Il fine intenditore dell'intelligenza


È un narcisista sofisticato chi, qual fine intenditore dell'intelligenza, ne distribuisce regolari lodi pubbliche, a dritta e a manca. Sa infatti che tutte gli verranno rese, con gli interessi, dall'umana vanità: chi ammetterebbe mai che a procurargli lode d'intelligenza è uno sciocco? Lo stagno, come uno specchio, gli confermerà così, amplificata nei suoi molteplici riflessi, la convinzione che è lui senz'altro il più intelligente del reame.

9 ottobre 2015

A frusto a frusto (99)





Alla credibilità morale dell'affermazione, consolatoria e autoassolutoria, che chi vale finisce prima o poi per imporsi (e, così, per sopravvivere) gioverebbe molto che, anche solo di tanto in tanto, a proferirla fosse un "sommerso" e non un "salvato", come capita invece con regolarità.

La bolla speculativa della parola edificante

C'è un gran proliferare di parole edificanti nell'ambiente intellettuale degli ultimi decenni e non c'è più quasi nessuno che apra bocca o prenda una penna, senza che si atteggi a farlo per nobili fini di costruzione e di elevazione morale dell'umanità (o di ogni altra porzione dell'umano consorzio). 
Per similitudine, il caso materiale dell'intensa edificazione del territorio dovrebbe mettere in guardia.
Dovrebbe insinuare il sospetto che, anche a fondamento di un'edificazione morale frenetica come è la presente, ci sia anzitutto un'attitudine speculativa (a rischio di rivelarsi una bolla, quindi) e che chi edifica e, sul già esistente, prospetta elevazioni, per ipocrisia o per insipienza e in barba al bene comune, persegua in realtà privati tornaconti, consensi facili e plaudenti, modeste prebende e premi che, date le ristrettezze dei tempi, sono necessariamente miseri. 
Le sue edificazioni ed elevazioni morali devastano frattanto l'ambiente spirituale, che in essenza è invece vario e composito e da cui spontaneamente, senza che nessuno voglia, sappia o possa indurla, nasce l'intelligenza, come del resto dal materiale e naturale (e non dalle speculazioni edilizie) nasce la vita.
E con l'intelligenza, salvandosi da edificazioni ed elevazioni, sbocciano come profumati fiori di campo anche pensieri probi e, talvolta, persino quella buona letteratura che appunto non è mai stata, non è né mai sarà parola edificante. 

Cronache dal demo di Colono (37): Ancora esiti dell'abbaglio di Porta Pia


La storia, quella vera che intreccia rigorosamente vita e civiltà di comunità umane complesse, non fa sconti e presenta per secoli il conto di atti sconsiderati e violenti. Quando dell'avere dimenticato tutto si fa vanto paradossale, con pretesa che sia buona condizione per vivere bene il presente e guardare al futuro, ci si chiede allora il perché di piaghe purulente e resistenti a cure in realtà solo velleitarie e immaginarie. Al primo errore, che aprì la breccia, si aggiungono errori in serie infinita. E non si capisce che, centocinquanta anni fa, Roma la si sarebbe dovuta lasciare amministrare al Papa, che vi signoreggiava, sebbene temporalmente, da ben più di un millennio, con qualche non trascurabile successo. E forse, come sola via di riparazione, sarebbe il caso di chiedere al Papa, rivolgendogli molte scuse, la cortesia di riprendersela, più guasta di come gliela si prese e come la si è frattanto ridotta.

8 ottobre 2015

Sommessi commenti sul Moderno (19): Grand Tour


Andare a vedere, anzitutto. Con pretesa, talvolta, di capire. Come se andare bastasse o fosse necessario per vedere. Come se vedere bastasse o fosse necessario per capire. 
La catastrofe antropologica contemporanea che va sotto il nome di turismo ha una ragione morale - l'economica ne è solo un riflesso. È una rovinosa mancanza di immaginazione, combinata ovviamente con la disponibilità di mezzi che, ritenuti atti a sopperirvi, la incoraggiano e ne amplificano gli effetti. 
Non va taciuto però che la velenosa linfa che nutre il turismo viene dal cuore del Moderno. Anche per questo aspetto, malgrado le sue pose e le sue pretese, il Moderno si rivela per ciò che veramente fu: il ritorno di una civiltà ormai più che matura verso una nuova infanzia improvvida e pericolosa, l'esordio conclamato di quel rimbambimento che oggi si vive in forme già più che macroscopiche. Minacciose di non essere ancora le piene, però, visto che crescono gli strumenti con cui questa vecchiaia demente e generalizzata può dilettarsi a rompere il giocattolo, per andare a vederlo, con risibile pretesa di capirlo. 

5 ottobre 2015

Lo strambo paradosso della rivendicazione di utilità (sociale) dell'otium

Affiora qui e là in questi giorni, anche in scritti peraltro commendevoli di sodali di Apollonio, la rivendicazione dell'utilità (sociale) dell'otium. L'intenzione è buona ma di buone intenzioni, dice l'adagio, è lastricata la via dell'inferno. E ricondurre anche l'otium all'utile, con la scusa di giustificarne l'esistenza e di redimerlo così nella considerazione del mondo, è per sostanziale paradosso condannarlo all'inferno di un assoluto ideologico e alle sue pratiche perverse e diaboliche.
Dell'esistenza umana nel mondo, fin dal momento in cui essa ha lasciato tracce intellegibili, non si può dire che non sia stata, in un modo o nell'altro, orientata da fini di (apparente) utilità e da fini che, chi li aveva (perché non c'è fine che non risieda in un soggetto che se lo pone come tale), immaginava coincidessero con i propri interessi (interesse al benessere, alla sopravvivenza e a ogni altro agio: per es. a godere dell'ozio; si badi bene, dell'ozio; l'otium è altro). 
Messa pure da parte ogni considerazione sulla frequente fallacia di simili prospettive (i disegni umani non sbagliano sempre, che sarebbe pure una certezza; sbagliano senza che si possa sapere con certezza quando sbaglieranno e i conti si fanno impietosamente quando l'imponderabile errore è ormai fatto), la pacifica, onesta, condivisibile constatazione dell'orientamento umano all'utile diventa ideologia (e pericolosissima ideologia) nel momento in cui fa dell'orientamento a tale fine il principio unico non solo dell'agire degli esseri umani nel mondo (che sarebbe già esagerato) ma della loro intera esistenza. Esistere sarebbe concepire, avere il fine del conseguimento di un utile e orientarsi verso esso. E l'essere umano una macchina conseguente, come se l'utile come fine fosse in fin dei conti l'essenza e il fine dell'umanità.
Come tutte le idee che assolutizzano un aspetto dello sfaccettato insistere dell'umanità sulla terra, anche questa è perniciosa e funesta, oltre che di rara volgarità. Può capitare che talvolta, agghindata per le feste e avanzando con sussiego tra cortine fumogene, essa frequenti i raffinati salotti delle due culture, tanto l'umanistica quanto la scientifica, e che sia faticoso smascherarla. Uno stato delle cose tale da ispirare, insomma, il rovesciamento teoretico di un vieto luogo comune morale. Non "il fine giustifica i mezzi" ma gli scarsi mezzi di cui dispone, di norma, l'ingegno di chi prova a farsi una ragione dell'esistenza e dell'agire umani giustificano l'incontrollato proliferare dei fini e dei fini orientati all'utile, in solo presunti tentativi di spiegazione.
L'otium (come altro che qui non si elenca, per evitare corrività e soggettivismi, e che i due lettori di Apollonio potranno integrare come a loro piacerà) non è dunque utile perché non è riconducibile alla categoria dell'utile. La delimita anzi, come il termine marcato e positivo di un'opposizione, il cui altro termine è appunto, come negazione della sua marcatezza, il negotium. Qui, e non in riferimento all'otium, l'utile e le prospettive che mirano al suo conseguimento hanno un ruolo importante. Non da sole, peraltro.
Ed è dunque per una ragione teoretica (o di etica della conoscenza, se si vuole), prima che per banali ragioni morali (e ce ne sono molte, banalissime, che parlano al suo cuore ma che qui è giusto tacciano), che Apollonio non condivide le argomentazioni, pur commendevoli nelle intenzioni, di quei suoi sodali (e di altri, che Apollonio teme meno puri di cuore) quando capita che difendano come infine utili le manifestazioni dell'otium contingenti e, attualmente, in via di grave deperimento nella considerazione universale.
Di ciò che non serve a nulla va invece detto apertamente e con onestà che non serve a nulla e che proprio in questa assenza d'utile risiedono forse per la gran parte il suo valore e il suo pregio.

2 ottobre 2015

Lingua nostra (9): "Disfando"

"...in un contesto che si sta disfando" dice il simpatico e garbato conduttore del programma televisivo d'un canale culturale della RAI, al cospetto del professore d'università di turno che, forse anche perché straniero, non fa una piega. 
E dopo pochi secondi, di nuovo: "...si sta disfando". Per lui, evidentemente, è questa, con naturalezza d'espressione, la forma del gerundio di disfare. Gliene si vorrà per questo? Si sarebbe ingenerosi, oltre che insopportabilmente pedanti. Se lo si interrogasse in proposito, quel conduttore, certamente sarebbe capace di compitare la forma che le grammatiche riferiscono come corretta e, informato della ragione dell'interrogazione, direbbe stupefatto: "Io, disfando? Ma quando mai...". E invece sì. Testimone Gilles Pécout, il professore foresto, tra il ventisettesimo e il ventottesimo minuto della trasmissione (tema, quel pericoloso scavezzacollo di Gioacchino Murat) peraltro molto ben fatta, divertente e istruttiva.
Un'interrogazione grammaticale è però cosa ben diversa dell'attività di parola. Spesso i censori se ne scordano. Non sono i soli, del resto; ci sono scienziati che dicono di studiare appunto scientificamente come son messe le parole nel cervello umano giocando a farne dire un po' alle loro cavie, secondo vari stimoli, e ci sono filosofi che li prendono sul serio. Ma s'è mai visto qualcuno che, fuori degli esperimenti scientifici organizzati scientificamente da quegli scienziati, abbia simili comportamenti? Cosa studiano allora scientificamente quegli scienziati? La lingua? C'è da dubitarne. Una deliziosa fantasia, loro e dei filosofi che ci credono, piuttosto.
Appunto, con la funzione metalinguistica in primo piano (e in un primo piano distorto da un esplicito insegnamento e apprendimento normativo o da un'esplicita richiesta) un'interrogazione grammaticale è però cosa ben diversa dell'attività di parola, dove non è che la pratica valga più della grammatica (come dicono i grossolani) ma la grammatica - rigorosissima - ha vie sistematiche che il grammatico (quello delle regole) conosce poco (o capita che nemmeno conosca).
A chi, del resto, non è venuto fatto, parlando, di disfare un'eccezione: da bambini, e prima di venire traviati da maestre e maestri, a bizzeffe. E Apollonio ricorda sempre con struggente tenerezza un "Aspettami papà, vieno" che, lanciato da un verone del paterno ostello, carezzò le sue orecchie sono ormai forse troppi anni. Disfare è poi più di un'eccezione, è una collezione di eccezioni. Come quel fare su cui è fatto ma che tutti si rispetta perché se si disfa fare come si fa?
Nel caso specifico, poi, non c'è da farla lunga, come la sta facendo Apollonio. La faccenda del "disfando" si fa lungo linee chiare e ben note ai filologi: tendenziale regolarizzazione del paradigma come riflesso particolare dell'analogia. Gran motore del mutamento linguistico, l'analogia. Una forza che - i parlanti che ne vengono "agiti" raramente se ne rendono conto - le lingue (soprattutto in superficie), le disfa e le fa. Con il tempo e nella storia.

Indirizzi di metodo, per giovani che non ne necessitano (21): Complicità


C'è la convergenza d'interessi, ordinaria e bottegaia. All'opposto, rarissima e preziosa al pari d'una grazia, c'è la complicità, non di rado accidentata, come ha da essere, se è tra persone autentiche. Fuori di ciò che la natura rende un obbligo, forse non c'è niente meritevole d'esistere il cui valore domandi imperativamente il concorso di più d'un essere umano. Ma se c'è, si tratti di una grande impresa, di un amore, di un crimine, della compagnia per un tratto di vita, per realizzare il suo valore potenziale, ciò che merita di esistere, a quegli esseri umani, altrettanto imperativamente domanda la complicità.

A frusto a frusto (98)





Prova di virtù eroica (forse la sola): resistere alla tentazione di proclamare che il mondo non va nel verso giusto solo perché non va in un verso che piace.

29 settembre 2015

Trucioli di critica linguistica (22): Attaccarsi al tram


Ha spirito chi cura la comunicazione dell'azienda di trasporti pubblici di Zurigo, che di passaggio illustra anche gustosamente, ai suoi utenti di innumerevoli fedi e nazioni, qual si mantengano i rapporti di reciproca considerazione tra tribù germaniche diverse, quando una di queste sia idealmente rimasta libera di esprimersi in proposito e non sia stata ubriacata dai nazionalismi europei del Moderno, la cui stoffa s'è fatta chiara nel Novecento (anche gli Italiani dovrebbero saperne qualcosa).
Sopra uno sfondo immacolato e specchiante (il suo ambiente: l'ambiente cittadino), ecco la vettura tradizionale e rilucente della linea di trasporto pubblico che ha il verde come tratto cromatico d'identificazione. 
E soprattutto lo schiaffo, tanto più ironico perché crucialmente riferito alla lingua, di riportare Volkswagen alla sua natura di nome comune, alla sua schietta referenzialità, alla piana efficienza quotidiana di ciò che designa o dovrebbe o avrebbe dovuto designare, se in un momento sommamente infausto per la storia d'Europa l'espressione non fosse stata ideologicamente innalzata al rango di nome proprio, di marca, di emblema di un sistema in cui la ragionevolezza precipitava. Cosa che la ragionevolezza continua forse a fare, malgrado le apparenze, e su scala planetaria. 
Per cui, vien fatto di pensare a un italofono in libera interpretazione associativa, la sola risorsa che rimane è di attaccarsi al tram.

26 settembre 2015

Caratteri (19): I primi della classe



Lo sanno, i primi della classe, d'essere già a stento tollerabili. E sanno anche che cessano d'esserlo appena s'accostano alla lavagna per fare la lista dei buoni e dei cattivi. Ma l'infame vizio li possiede.

A frusto a frusto (97)





Solo l'ammissione serena dei propri errori e lo spassionato racconto delle proprie sconfitte sono in grado di reggere il peso di un io. Ed è d'uopo ricordarsene quando s'apre bocca o s'impugna una penna.

25 settembre 2015

Trucioli di critica linguistica (21): Testa e mano (e Vasco Rossi col pretesto di Roman Jakobson)


Sta alle cose elementari l'espressione di Vasco Rossi, di cui altre volte in questo diario si è appunto detto - e facilmente - che, come personaggio della sua opera (come essere umano, chi lo sa?), tra tutte le persone grammaticali, sta probamente ancorato a un io. 
Né pretende di dare voce a nessuno, se non a ciascuno che stia appunto ancorato alla sua propria prima persona e, nell'eventualità, senza identificarsi, trovi ragione di prendere a prestito quelle fin troppo semplici parole. 
Una via all'universale, insomma, temperata dalla stretta adesione all'italiano e, di nuovo, a un italiano elementare - ma come potrebbe diversamente, visto che della rivendicazione di un io e della relativa esperienza si tratta? 
Ne consegue un'attitudine che s'astiene ovviamente dalla retorica, principalmente da quella per il bene che inquina talvolta la pur non disonesta vena dell'altro e di un decennio più giovane rocker emiliano, per tale ragione più facilmente nell'orbita del noi e del conseguente difetto d'ironia. Anche sui diversi accostamenti al luogo comune e alla frase fatta dei due ci sarebbe da rilevare contrasti ma Apollonio si riserva di tornarci, ci fosse l'occasione, in un futuro frustolo.
Qui, il tema, anzi, i temi sono testa e mano: tra quelli che i due fedeli lettori di questo diario conoscono già come chiodi fissi di Apollonio forse perché metonimie d'elezione del tratto pertinente di umanità, contro il quale la sua riflessione urta incessantemente, come urta contro un vetro il volo di una mosca attratta da ciò che al suo apparato visivo si presenta come luminosità diurna.
A combinarsi segnicamente con la canzone (a sua volta unione segnica di musica e parole), c'è infatti una narrazione per immagini anch'essa elementare per contenuti e struttura e i cui protagonisti sono appunto, metonimicamente, la testa e la mano, qui e nel séguito al singolare, ma con valore eventualmente collettivo. 
Nella narrazione, testa e mano sono complementari per genere (non grammaticale: l'una è maschile e non è glabra, l'altra non è maschile e non ha peli), per numero (l'una singolare, l'altra, secondo le circostanze, quindi in modo non-marcato, singolare o plurale) e per persona. 
Titolare nell'enunciato dell'enunciazione, la prima (persona, maschile, singolare) canta, appare immediatamente ed è sostanzialmente fissa (pur nel cambiamento dell'inquadratura, in un paio di occasioni di profilo). La seconda (persona, non-maschile, non solo singolare) compare quando la storia ha già preso l'avvio, è in continua e sinuosa agitazione, talvolta è carezzevole ma la sua ultima interazione, con la prima, è uno schiaffo. 
Talvolta sola in scena in funzione di variatio coreografica, per il resto, in rapporto sintagmatico con la testa, la mano, da un lato, fa da muto controcanto, dall'altro, da muto commento. Sopra uno sfondo nero, accompagna per opposizione (come s'intende con chiarezza nel momento in cui si trova a coprirle) due loquaci isole celesti e il loquace andamento rosa delle labbra, disponendo, sopra un opportuno pallore contrastivo, cinque o dieci mobili macchie vivamente rosse, in funzione del momento narrativo.
Quante volte è il titolo della canzone e, del resto, il nesso che, per iterazione se ne fa l'emblema: appunto, a mano a mano. 
E il vaso o i vasi, dai tenui coloriti rosa o celeste, che, in fase di esplosione e per nebulosi frantumi, da un certo momento in avanti occupano, per opposizione paradigmatica, lo spazio figurativo della testa, rivelano, sul limite della conclusione e al ricomporsi dell'immagine, d'esserne la metafora. 
Una metafora, si badi bene, che ironicamente restituisce testa al suo etimo crudo e, al suo tempo, oltraggioso. La restituiscono quindi, in senso proprio, alla sua ironica verità.
E un'ironica verità merita, in fondo, un sorriso sospeso tra la complicità - ovviamente, con la vita - e la sfida.

[Il pedaggio dell'annuncio pubblicitario non è naturalmente Apollonio a imporlo, ma ne chiede venia.]

24 settembre 2015

Punteggiatura del ridicolo e senso del festival


Guardano allo stesso mare, sebbene da due prospettive diverse, la ligure e la toscana, e s'aprono ambedue domani il Festival della punteggiatura e Il senso del ridicolo. 
Puro e semplice accidente? Carl Gustav Jung lo avrebbe escluso e non avrebbe esitato a parlare, in proposito, di un lampante esempio di sincronicità. Uno di quelli che, a saperli intendere, rivelano qual è il vero valore delle cose che accadono nell'ordine nascosto del mondo (ne sorriderà forse il sodale di Apollonio che è magna pars in uno dei due eventi: buon per lui, quello che pare il più serio). 

Cronache dal demo di Colono (36): Oggettività




Neue Sachlichkeit la chiamarono appunto i suoi esponenti, molto competenti, quanto a ciò che intesero rappresentare con un'incisiva Nuova Oggettività. 
Non stupisce lo stupore di chi, ignorandone l'esistenza o avendone scordata la lezione di critica spietata e preveggente, casca periodicamente dal pero e si stupisce (o, dando la prova oggi più certa dei suoi alti sentimenti morali, si indigna).

[In proposito, anni fa, un truciolo di critica linguistica, nella prospettiva odierna forse un po' più spassoso ma sopra un tema, un'attitudine e forse uno spirito sempre tremendamente inquietanti.]

Indirizzi di metodo, per giovani che non ne necessitano (20): La lingua e il mondo





Bisogna ancora e sempre scacciare dalla riflessione sulla lingua la perniciosa idea di un mondo senza lingua per provare a capire come va la lingua e, a partire da lì, come va il mondo.

20 settembre 2015

Cronache dal demo di Colono (35): In principio, alla fine

Tocca oggi a Stanisław Lec di venire evocato in una gazzetta culturale per la settimanale composizione d'un pettinatissimo fervorino, che nell'occasione olezza inoltre di Santa Inquisizione.
Di Lec Pietro Marchesani scrive opportunamente che, privo di "moralismo didascalico o superbia intellettuale", ebbe inoltre "una repulsione istintiva per i panni del fustigatore o del predicatore". 
Apollonio lenisce la sua pena, ricordando con un amaro sorriso che a Lec capitò di scrivere, presago, "Era un progressista-religioso, concordava sul fatto che l'uomo discenda dalle scimmie, ma da quelle dell'arca di Noè". E, in modo definitivo, "In principio era il Verbo - e alla fine, le chiacchiere".

19 settembre 2015

Cose (2): Poltrone

L'oratore, in piedi. Seduto, chi lo ascoltava. Per rispetto dell'uno verso l'altro. Ma anche per pagare il pegno d'una maggiore scomodità: con la correlata fatica, memento per il primo del fatto che stava godendo di attenzione e pazienza magari donate con entusiasmo ma di cui era sempre anzitutto buona educazione evitare di approfittare troppo. E ammonizione dell'eccezionalità e, al tempo stesso, della precarietà del possesso della parola. Chi parlava aveva da mostrarsi pronto ad andarsene. A svignarsela, dandosi il caso, ove la sua parola fosse stata sgradita. Un tempo...
Oggi, invece, a giro per festival ed eventi culturali, lo si trova di norma in poltrona, l'oratore, o sul sofà. Chiacchiera, comodo e soddisfatto, con interlocutori che si comportano da compari, anche quando fanno sembiante di bisticcio. 
Con il conquiso morbido sotto le terga, è pronto a offrire per ore a chi lo ascolta e a delibare con placida riflessività la sua propria voce, supportata da microfono. Dio non voglia, gli si affatichi anche solo quella. E il pubblico? Su seggiole spesso malferme. Sensibile quindi, anche nel confronto, alla stabile autorevolezza della poltrona, donde appunto i fiati olezzanti promanano.
Poltrone. Un giorno si dirà: fu cultura da poltrone.

[Il format? L'ormai agonizzante talk show televisivo, ovviamente, con i suoi campionari di bizzarrie e ovvietà: esempio lampante di osmosi, con interessante flusso in salita, di pop e middlebrow.] 

18 settembre 2015

Parabole (2): Calvino, Pasolini, Sciascia (come chiosa al frustolo che precede)

Italo Calvino: in funzione della sua vicenda umana, tra Santiago de las Vegas e Siena c'è una parabola che va da un valore alto a uno basso o nullo. 
Il luogo di nascita di Calvino irraggiò aspetti crucialmente sistematici della sua vita e della sua opera. Quello di morte ingoiò l'una e l'altra come il foro oscuro di un accidente: una città come un'altra (e ci sarebbe da stupirsi se Siena ne menasse vanto).
Non va sempre così. Non era andata così, per esempio, dieci anni prima per Pier Paolo Pasolini, per il quale fu il necessario luogo della morte più di quello della nascita, accidentale, a parere coerente col palese ordine sistematico di opera e vita. Morire ad Ostia, quanto a Pasolini, ebbe più significato d'esser nato a Bologna.
Luogo di nascita e di morte furono infine ambedue strettamente convenienti al sistema di Leonardo Sciascia, dei tre, il primo a venire al mondo, l'ultimo a lasciarlo. A un'inderogabile Racalmuto fece da specchio non la Parigi immaginaria ma l'inevitabile Palermo.