15 luglio 2014

Linguistica da strapazzo (32): "Messi non è Maradona"

"Messi non è Maradona": quasi un coro. E, aggiungerebbe volentieri Apollonio, Schweinsteiger non è Beckenbauer né Neymar è Pelé (ragionevolmente, non è nemmeno Zico).
"Un coniglio bagnato" disse l'Avvocato - cui non mancava nell'espressione un'ironica poesia - del Codino, peraltro suo dipendente. Commentò così non brillanti prestazioni del giocatore in momenti topici: le occasioni in cui, come si dice corrivamente, il gioco si fa duro e i duri cominciano a giocare. Della Pulce, in questi giorni, si potrebbe dir peggio, incoraggiati dalla metafora sottesa all'antonomasia, ma se ne taccia. Del resto, un Mondiale da autentiche mezze calzette: partite appassionanti come incontri tra funzionari della WTO o della BCE. Questo passa il convento globale. E la caciara comunicativa della kermesse non basta a coprire, per chi ha un po' di gusto, le invereconde nudità dell'attuale gioco del pallone.
Basta allora "Messi non è Maradona". Che è già tanto, se ci si pensa da linguisti da strapazzo. Perché mai, se i nomi propri fossero ciò che dicono logici e grammatici, Messi dovrebbe essere Maradona? Perché, anni fa, nessuno trovò sciocco, sulla prima pagina di un quotidiano nazionale, il titolo (se la memoria non tradisce Apollonio) "Palermo non è Beirut"? Se stava lì, era una (rilevante) informazione. E che diavolo di informazione sarebbe mai un'espressione del genere se la si prendesse, per dir così, grossolanamente alla lettera? "Messi non è Maradona" e "Palermo non è Beirut", embè?
Non di lettera e di figura, del resto, principalmente si tratta. Si tratta di uno di quei processi funzionali (che vuol dire compositivi, niente altro che compositivi) che soggiacciono, talvolta, a ciò che i retori antichi classificarono come tropi e che non sono cose linguistiche fatte - come di norma vengono ritenuti - ma appunto farsi delle cose della lingua, che è sempre e rigosamente in movimento.
In "Messi non è Maradona", Maradona è un predicato e, come predicato, non solo ha un significato (con buona pace di chi dice che carattere dei nomi propri è appunto d'esserne privi) ma è disponibile (a condizioni variabili, certo, e non sempre in modo neutro: ma non si sta qui a sottilizzare) a combinarsi con una vasta gamma di determinatori e di modificatori: Messi non è un Maradona, non è il Maradona che ci si attendeva, non è né il Maradona del 1986 né quello, già un Maradona minore, a dire il vero, del 1990 e così via.
Chiacchiere da Bar dello Sport, luogo ideale che può essere migliore, quanto a qualità, spirito e intelligenza di chi lo frequenta, di molti rinomati e altrettanto ideali istituti di - soporifera - ricerca linguistica. E contesto socio-culturale appropriato a verificare come gli umani si producano espressivamente in antonomasie (dette da chi se ne intende) vossianiche con la stessa sciolta naturalezza con cui bevono un buon caffè o con cui, per via di un'inesplicabile grazia, Maradona si bevve appunto un imprecisato numero di giocatori inglesi, in occasione di una realizzazione memorabile (anche per Apollonio, al cui cuore meglio ha sempre parlato il razionale piede di Platini) del suo talento intermittente e disordinato:

Indirizzi di metodo, per giovani che non ne necessitano (14)

Tutto, agli esseri umani, non è dato. Si sta così al qualcosa. È dono o condanna questo frammento, posto peraltro sotto l'inflessibile dominio del caso? Per colmo d'ironia, capita persino ci si trovi a scegliere. E, nella scelta, baluginano sistema e pertinenza. Dolce, paradossale, preziosa libertà da reclusi: la sola, fragile, di cui si disponga nell'accidentale spezzone esperito da un punto di vista. Ci si guardi dall'avvelenarla, facendone feticcio d'una sostanza e ridicola parodia dell'assoluto.

14 luglio 2014

Linguistica da strapazzo (31): Antonomasie sfacciatamente metalinguistiche

"La Mannschaft", "la Seleção", "la Selección": sono antonomasie e da qualche settimana sono state sparse con larghezza in un discorso pubblico italiano per nulla sofisticato, fatto al contrario di lingua popolare e con appello a processi figurati trasparenti: il discorso sportivo.
Le antonomasie sostituiscono opportunamente i nomi propri. Per esempio, "il Codino" non suona formalmente come "(Roberto) Baggio", ma quando si tratta di imbastire un (celere) discorso sul celebre attaccante italiano che fallì un decisivo rigore nel 1994 (e questa è una descrizione definita), l'antonomasia (quella in questione, peraltro, su base metonimica) e il nome proprio fanno egregiamente lo stesso lavoro. Aiutano inoltre alla realizzazione di quella variatio che funge forse da principale musa ispiratrice dell'espressione italiana di chi si vuol dare comunque uno stile.
Appunto, nel recente discorso sportivo italiano, "la Mannschaft", "la Seleção", "la Selección", come antonomasie, sono strumenti di evocativa variatio ma si segnalano, rispetto alle molte altre, per una loro particolarità.
Per un italiano o un'italiana davanti a un apparecchio televisivo, "la Mannschaft" vale quanto vale "la Germania", ovviamente intesa, questa, come rappresentanza sportiva nazionale (santo Cielo, come sono complicate, a volerle rendere esplicite, le chiacchiere più semplici). E vale "la Germania" in virtù del fatto formale che il suo cuore è una parola tedesca (sia o non sia tale parola trasparente, nel suo significato. Piuttosto: col genere, qui, come la si mette?).
"La Mannschaft" è, in altre parole, un'antonomasia-prestito e identifica i rappresentanti calcistici degli elargitori del prestito per via del loro codice d'espressione.
Si astengano a questo punto i cinque (maligni) lettori dal delirante pensiero che, se in questione è un prestito agli Italiani, tali elargitori, presane coscienza, pretendano presto di avere indietro l'antonomasia e col noto differenziale d'interesse.
Lo stesso del resto, mutatis mutandis, si può dire per "la Seleção" e per "la Selección", ma con l'aggiunta, nel caso della seconda, di qualche distinguo, qui negletto, perché Apollonio l'ha già fatta troppo lunga. Vuol solo precisare che il distinguo non riguarda, come di nuovo stanno certo pensando i soliti cinque, la prospettiva economica del prestito, anche qui delicata, ma per ragioni inverse alle sopra alluse.
Per essere efficaci quanto lo sono i nomi propri che esse sostituiscono, per riferirsi nel discorso italiano in modo univoco a ciò che designano, come appunto fanno, "la Mannschaft", "la Seleção", "la Selección" innescano insomma una sorta di cortocircuito sfacciatamente metalinguistico: 'per antonomasia, la squadra sportiva che rappresenta coloro che, quando vogliono designarla, nella loro lingua la dicono per antonomasia...'.
A ogni ricorrenza di tali antonomasie, il linguista da strapazzo ha gongolato. Del resto, a dire il vero, lo spettacolo non è mai stato un granché. Gli ha lasciato il tempo di farsi attraversare la mente da ogni sorta di corbelleria, oltre che da un grato pensiero per l'anima cara di Roman Jakobson. L'aveva detto: codice su codice. Sante parole.

6 luglio 2014

Realismo e figure






Il discorso realista è condannato alla metonimia e se, per riscattarsene, prova a procedere per metafore, ha già intonato, senza ammetterlo, la sua palinodia.

Lingua nostra (4): "canizza" o "canèa"

Parole venute allo scritto di livello da poco più di un secolo, se ci si può fidare dei dizionari. Immaginare che nel parlato, nella lingua speciale dei cacciatori, in particolare, non ci fossero da molto prima (esse o loro varianti localmente atteggiate) è difficile. 
È ovvio, d'altra parte, che, in giro per il mondo, lingua ce ne sia sempre stata molto più di quanto qualsiasi artifizio di memoria possa mai essersi sognato di fissare. La scrittura - soprattutto quella di livello - è e resta, in proposito, tecnologia principe.
Donde, la scelta. Chi scriveva non aveva evidentemente tenuto canizza o canèa come degne e le due parole se ne erano state buone, a fare il loro onesto lavoro fin quando (appunto tra fine Ottocento e inizi Novecento, a quanto pare: difficile si tratti di un caso) a qualcuno che di scrittura se ne intendeva devono esser più che venute utili (come direbbero i bottegai della lingua), parse degne di memoria e certo non solo nel loro denotativo valore venatorio. Insomma, pertinenti non tanto a designare un referente quanto a testimoniare l'esistenza di una relazione tra un significato e un significante. Relazione pronta appunto a divenire figura.
Canèa o canizza valgono allora "muta di cani che insegue la selvaggina; il suo abbaiare insistente e furioso", ma, nelle loro attestazioni più degne di rilievo, già forse prima, "schiamazzare di folla inferocita; clamore di campagne di stampa, di proteste contro idee, affermazioni che provocano scandalo, e le persone che le sostengono" e "Grida violente e scomposte, rumore alto e confuso; furia cieca e rabbiosa (ma anche abietta, un po' vile)".
Così emergono nello scritto, canizza o canèa, ad opera di Carducci e di D'Annunzio e poi di Bacchelli e di Pasolini. Lista modesta ma, forse, significativa.
Oggi, canizza o canèa le si legge e le si sente molto raramente. E come si diceva tempo fa per americanata, tale rarità di ricorrenza dimostra che è una fola la comune idea (a dire il vero, già a prima vista, molto ingenua) che presenza di parole e loro frequenza di apparizione nei discorsi di un momento storico siano in rapporto diretto con la presenza, in quel momento storico, di ciò che esse designano e con la sua banale ordinarietà. La banalità cela, talvolta (o sempre?), molto più dell'assenza. Dovrebbe essere banale dirlo. E c'è ideologia in ciò che si dice quanta ce n'è in ciò che non si dice, perché ci si scorda persino che vale la pena dirlo e si finisce per perdere anche le parole per dirlo.
In un'epoca di americanate sesquipedali, nessuno più dice americanata. Allo stesso modo, in un'epoca la cui comunicazione è per intero canizza o canèa (tra le futilità, per es., fa di recente da cinghiale cui corre dietro una canizza o una canèa il famigerato piuttosto che in uso "disgiuntivo", secondo quelli che se ne intendono: di ciò, però, un'altra volta), oggi che, si diceva appunto, è tutto un prodursi per iscritto e per orale in canizza o canèa non si trova nessuno che, notandolo, chiami col suo nome ciò che è canizza o canèa. 
Forse perché appunto nessuno più lo nota e come ci si è assuefatti all'americanata, assumendone dosi giornaliere sempre più massicce, così ci si è assuefatti alla canizza o canèa. E beate son state le orecchie di chi disponeva ancora delle parole appropriate a fare differenze e a marcare pertinenze (sui dizionari se ne ha testimonianza, come si diceva, fino a Pasolini: sarà un caso?). Parole indispensabili appunto per dire, oltre che vino al vino, anche cane al cane.

4 luglio 2014

Vito Catozzo, con l'aiuto di Roland Barthes

Sì, di Roland Barthes e della sua implacata e contrastata libidine di discernere. Scrittori e scriventi, dunque. Scrivere come funzione e scrivere come attività. Scrivere come un fare che si scioglie intero nella lingua, senza lasciar residui, e scrivere come un fare che attraversa la lingua (diversamente non potrebbe) per andare altrove (ma un altrove c'è? Si pone ci sia e la cosa deve bastare). 
Insomma, scrivere intransitivo (meglio sarebbe stato dire "in uso assoluto": ma si può fare il pedante con Barthes? Sì. E forse si deve, visto che ha avuto un codazzo) e scrivere transitivo.
Niente moralismi. Valori funzionali. Rapporti. Roba da valutare, certo, ma da non confondere nelle valutazioni. Né da confondere in relazione con il gusto e, soprattutto, col piacere. Discernere insomma: fino al limite, amoroso, di ciò che non pare più discernibile. E forse non lo è.
Ebbene, la parola di Vito Catozzo, e di altre maschere linguisticamente vere perché strampalate in modo rigorosamente sistematico, era espressione d'uno scrittore. La taglia? Che importa? Con Barthes, non è mai questione di taglia.
Poi, c'è stata l'espressione d'uno scrivente. E, stavolta, di taglia. Lo dicono numeri e fatti che rendono superflua ogni discussione e sospetto di invidiosa malevolenza ogni esibito spregio. 
Ma, come Barthes insegna e come si dice di pere e mele, scrittori e scriventi non possono essere gettati nel medesimo mucchio, nemmeno quando un caso del primo tipo e uno del secondo sono i modi con cui è accaduto d'esprimersi alla medesima persona. Una persona che, in modo infine non discernibile e dalla sua lontana Citera, Apollonio ha sempre trovato simpatica, forse non solo per via di un semplice legame generazionale.

Vocabol'aria (11): Riciclaggio di "università"

Con università fu designata un'istituzione moderna destinata a fingersi fatua e che così ha prosperato al tempo dei suoi ormai lontani fasti. Fingersi fatua era pregio non tra gli ultimi di tale ironica istituzione e, del resto, era proprio il suo tratto istituzionale distintivo. 
Poi, per seguitare l'andazzo, quando il livello di tolleranza sociale nei confronti della fatuità scese al di sotto anche della soglia di una sua ironica finzione, all'università toccò di cominciare a fingersi seria. Fu appunto l'inizio della fine. 
Da sempre, infatti, fingere serietà è tratto tipico di altre istituzioni, che all'uopo son venute alla luce (alcune da tempo immemorabile, altre più di recente: la fabbrica sociale ne è sempre all'opera) e sotto tale segno sono cresciute: chiese, magistrature, organismi politici. 
Esse riempivano il valore di finzione di serietà in modo ben più efficace di quanto facesse un'istituzione concepita invece, e poi nata, e sviluppatasi per fingersi fatua. Ovvio si sia a quel punto concluso non valesse più la pena di tenere in vita l'università. 
Come è facile rendersi conto, il nome università non è stato però abbandonato. Opportunamente riciclato, secondo lo spirito del tempo, sta appunto ancora risultando molto utile (senza sprechi lessicali di sorta) a designare qualcosa non facilmente definibile, in essenza. Affatto incapace di fingersi fatua per ironia, consegnata dalla storia, peraltro, all'inutilità paradossale della sua troppo scoperta finzione di serietà, l'istituzione oggi designata con università è forse, in conclusione, fatua soltanto e, stavolta, sul serio.

30 giugno 2014

Anime morte (1)



"Una delle storie più divertenti che siano mai state raccontate": era l'aprile di sette anni fa. Solo sette anni fa. Così dice la data sul taccuino di Apollonio, sotto la rubrica "Quarte di copertina". Quarta di copertina di quale libro, non ricorda: da escludere si trattasse d'un classico. Per esempio, "Le anime morte".
E non fu per malizia, allora, che Apollonio annotò la sbardellata affermazione, privandola del suo riferimento. Non fu per verificarne la fondatezza a distanza di qualche anno. Era sicuramente convinto che l'opera, nuova e memorabile, non gli sarebbe mai più uscita di mente: superfluo fissarne titolo e autore. Appunto: superfluo.

28 giugno 2014

Indirizzi di metodo, per giovani che non ne necessitano (13)



Ragionare per tratti. Cercare pertinenze. Guelfi in branco e ghibellini in branco, per es., condividono il tratto d'essere in branco. Prima ancora che i ghibellini gli uni, gli altri i guelfi, capita quindi che, in comune, mal sopportino chi non è in branco.

26 giugno 2014

"Ma", di nuovo

"Ma quanto è bella la nostra nuova sede!". Ecco un'espressione aperta da un ma di cui, se Apollonio non si sbaglia, non c'è ancora una descrizione nelle grammatiche e che è forse meritevole d'attenzione in una prospettiva testuale (e, per tale via, da minuscolo indizio dello spirito del tempo). 
Ma, del resto, è una di quelle parole la cui forma è tanto breve quanto ne sono ampi e vari valore e uso e in questo diario, di qualcosa, in proposito, si è già fatta questione. Con l'esempio in esordio, si è in un àmbito molto diverso.
Ma vi apre l'espressione e, con la sua rottura avversativa (vera o finta che sia), richiama l'attenzione, come fa sotto ogni sua funzione. Se congiunge, congiunge con un implicito discorsivo, tanto implicito che può proprio non esserci ed essere appunto fittiziamente creato da ma, a uso dell'immaginazione dell'interlocutore o dell'intelocutrice cui si sta così dicendo, dandone per scontato il rapporto di solidarietà, che l'espressione s'inscrive in un discorso che continua con quanto segue ma. 
Anche l'e in apertura fa talvolta lo stesso mestiere (e capiterà magari di parlarne una volta o l'altra). Nel contesto qui pertinente, ma lo fa tuttavia in maniera diversa. In maniera che si direbbe è più emotiva e conativa che referenziale e coinvolge, di regola, chi la proferisce in un'attitudine psicologicamente valutativa di ciò che è suo o, in qualche modo, gli pertiene.
"Ma quanto sei caruccia, figlia bella", "Ma quanto ti amo, tesoro mio", "Ma quanto mi dispiace...", "Ma come sono felice...", "Ma che bello il regalo che mi hai fatto...": c'è di regola un 'io', un 'tu' (eventualmente plurale), un 'noi' nella portata enunciativa di quel ma. Esso enfatizza l'enunciazione come fatto: si pensi all'evidente differenza, in proposito, tra un banalmente referenziale "La nostra nuova sede è molto bella" e "Ma quanto è bella la nostra nuova sede!" (meritevole appunto di un punto esclamativo di chiusura - o di un interrogativo, ma che non impone risposta). 
Quanto all'enunciato, più che avversare, ma dice che si sta montando sul gradino più alto di una climax ideale, come del resto segnala la regolare combinazione con riferimenti quantitativi, con il 'più' di un superato 'meno'.
Un valore attenuativo permane, tuttavia. Togliendo referenzialità, come si diceva, e quindi perentorietà a ciò che si afferma, ma lo pone essenzialmente nella prospettiva di chi enuncia e invita chi ascolta a verificare l'enunciato non quanto alla sua fattualità ma quanto all'effetto, per così dire, sulla sua soggettività o, piuttosto, su una soggettività che si vuole condivisa. 
In queste espressioni, ma fa famiglia. Chiama affetto. Fa richiesta di amicizia. Oggi, di conseguenza, fa solidarietà da Facebook (e chi vuole ne trova lì ricca messe di esempi, appunto). 
Un segno dei tempi, di conseguenza, se, uscendo dall'oralità, in cui certo sempre ha prosperato (parte della lingua di ogni "mammà" italiana che si rispetti), il modo di esprimersi (se non di presentarsi) si affaccia con regolarità nello scritto, complici le reti sociali, dove tutto (o quasi tutto) sa, morbidamente se non morbosamente, di persona grammaticale.

21 giugno 2014

Trucioli di critica linguistica (12): "Chissà perché"

"Quando cammino | su queste | dannate nuvole | vedo le cose che sfuggono | dalla mia mente | niente dura niente dura | e questo lo sai | però | non ti ci abitui mai": il testo di Dannate nuvole dà così una persona (grammaticale) al suo protagonista. Anzi, gliene dà due, prima e seconda, con la seconda a fare da simpatetico abito indossato dalla prima (della procedura espressiva si è già detto, in questo diario, e non a proposito di canzonette).
La terza, la non-persona, che fa da cuscinetto testuale tra prima e seconda, è peraltro riempita da "niente". Il processo, come un moto oscillatorio, è iterato (moduli della cultura, non solo ovviamente della popolare, ma della popolare per elezione): "Quando mi viene di dire la verità | sono confuso | non sono sicuro | quando mi viene in mente | che non esiste niente | solo del fumo | niente di vero | niente è vero niente è vero | e forse lo sai | però | tu continuerai | ... niente dura niente dura | e questo lo sai | però | tu non t'arrenderai".
La prima persona, infilandosi in tale "niente" e attraversandolo, ne esce abbigliata da seconda. L'esperienza del ("niente" del) mondo è del resto trasformativa - per taluni (per tutti?) alienante: "niente" somiglia a "tutto" molto più di "qualcosa" ed è facile l'equivoco. Così, venire fuori da una simile esperienza continuando a darsi dell'io, dell'eleganza, non è il massimo, dell'intelligenza, è forse il minimo. 
Lecito - forse addirittura ammirevole - è concedersi al piccolo e scoperto imbroglio di darsi del tu e di fare di quel tu, visto che è un patente pupazzo dell'enunciato, un piccolo positivo eroe dalle qualità romantiche e concessive. Fossero impersonate da un volgare io e declamate in prima persona, queste sarebbero intollerabili.
Due sospese parolette interrogative sono però il marchio che sigilla la canzone, la sua iterata sphraghís dal ritmo giambico: "chissà perché". Del resto, il suo autore, Vasco Rossi, o il personaggio della narrazione della vita pubblica italiana degli ultimi trenta anni che va sotto tale nome, pare avere per attitudine più domande che risposte. Andando avanti con un'età che ha la coquetterie di non nascondere e di non nascondersi, anzi, sempre più domande. Ha gioco facile in ciò. Avere più domande che risposte è infatti condizione umana ordinaria (e ordinariamente negletta e inconsapevole). Di risposte, ce n'è, e certa, solo una, che dà peraltro su mille domande senza risposta. Ma ci vuole fegato, oggi, a metterla in musica con una canzonetta.

15 giugno 2014

Linguistica da strapazzo (30): Ancora sull'"arbitraire du signe"

Divertenti reazioni, in rete, per l'immagine qui esposta. C'è chi la mette sul ridere e parla di cinghiali attenti alla linea, c'è chi non perde l'occasione per deprecare gli anonimi posatori della segnaletica stradale e, con loro, l'ente (o l'Ente) che li manda.
L'idea della natura correlativa del segno, con il corollario del suo insopprimibile "arbitraire", non sfiora nessuno. 
Come ben sapeva Ferdinand de Saussure, del resto, essa, benché semplicissima o forse proprio perché semplicissima, è altamente contro-intuitiva e, di fronte a qualsiasi prodotto della loro attività simbolica (d'essenza, sistematica e differenziale), gli esseri umani non possono fare a meno di aggrapparsi a qualcosa che li esima dal ragionarci su. O meglio, che fornisca loro un comodo modo (per far finta) di ragionarci su.
In rapporto con l'immagine del cartello, straniante ma in funzione di un codice (il Codice della strada), ineluttabilmente metonimico, se non allegorico, ne risulta completamente oscurata e passa così per naturale, naturalissima la ratio misteriosa, invece, e radicalmente immotivata che mette insieme, in una lingua qualsiasi come qui l'italiano, il significante /tšin'gjali/ (qui reso come si può) con il relativo significato (improferibile se non in associazione col suo significante, appunto). E mette insieme l'uno e l'altro (e mai l'uno senza l'altro) solo grazie a una metafora radicata negli spiriti al pari di un non più riconoscibile luogo comune, si direbbe per disperazione da linguista che prova a capirsi, prima ancora che a farsi capire.

14 giugno 2014

Vocabol'aria (10): "genitorialità (dell'opera)"

"Paternità dell'opera si è diffuso invece perché la maggior parte degli scrittori sono sempre stati uomini. La prof.ssa propone di sostituire tali termini non con la maternità dell'opera, ma con la genitorialità dell'opera".
Giusto. E Apollonio pronto ad aderire con entusiasmo. La questione omerica? L'Iliade, l'Odissea e il problema della loro genitorialità. Shakespeare? Mai esistito. Alphonse Allais lo disse: è d'uno sconosciuto che aveva lo stesso nome la genitorialità delle sue opere. Frammenti poetici di recente individuati in un venerando papiro: chi se ne intende dice che spetta a Saffo la loro genitorialità. Quanto al genere, area (semantica) finalmente ben disinfettata, allora.
Ma siamo proprio sicuri? 
Genitorialità è apparentata con genitoriale. E genitoriale con genitore. Le tre forme hanno una base comune e tale base porta già il germe di un genere. Essa è infetta e l'infezione è connaturata con la formazione dei nomi d'agente delle lingue indoeuropee. La tabe è atavica.
E così genitorialità è corretta solo in apparenza. Pare pulita. In realtà tiene nascosto un maschile in cantina. Circola rispettosa, quasi fosse una parola perbene. Fa al contrario parte della quinta colonna. È subdola. Sporca e rende settica l'espressione, senza darlo a vedere. A farne uso, pensando di comportarsi a modino, si continua a diffondere proprio ciò che si vorrebbe abolire ed espellere.
Genitorialità non basta per fare pulizia. Il rimedio è forse peggiore del male. Illude di aver fatto il proprio dovere ma si ferma al lessico, mentre il morbo è nel sistema. Bisogna che ci si spinga oltre. Solo così si potrà individuare l'infezione ovunque essa si annidi, da millenni, e annientarla.
Per concludere: Apollonio tiene a essere corretto, come sa chi lo legge e non lo biasimerà, di conseguenza, se malgrado il suggerimento - e forse anche per carità di (lingua) patria - si asterrà dall'uso di genitorialità, ove gli capitasse di strologare di opere dell'umano ingegno.

24 maggio 2014

Vocabol'aria (9): "grammatico"

Da un po', l'aria che tira non è favorevole alla sopravvivenza nell'uso comune di grammatico e questa parola, un dì nobile, rischia di procedere sulla stessa strada di speziale e di cerusico: voci che Apollonio non ha certo necessità di illustrare ai suoi cinque lettori. Un tempo, esse erano largamente adoperate, ora non più.
Fatti salvi alcuni ridotti dialettali, speziale e cerusico non sono uscite dall'uso perché i mestieri che designavano sono scomparsi. Questo è il caso di carbonaio, di lavandaia, di stagnaio, di spadaio. Sono invece divenute rare perché, permanendo i mestieri tanto di speziale quanto di cerusico, né a coloro che li esercitano né a chi ne utilizza i servizi quelle designazioni sono più parse conseguenti coi tempi. Così, sono state in qualche modo tabuizzate. Cerusico, a dire il vero, più di speziale. La prova? Dare del cerusico al chirurgo che si prepara a praticarvi una colecistectomia e osservare cosa succede.
Difficile, insomma, sentir dire, oggi, "Passa a prendermi un'aspirina dallo speziale, per favore" o "Sono andato a farmi vedere da un cerusico: mi ha detto che, per l'intervento, posso ancora attendere".
Allo stesso modo, la parola grammatico diviene sempre più rara, nell'uso, ma non è scomparso il mestiere di grammatico né sono scomparsi i grammatici. Anzi, grammatici, oggi, ne circolano a iosa e scrivono valanghe di grammatiche e opere similari, che talvolta son esplicitamente "grammatiche" anche nel titolo, talaltra no ma poco importa. E non stanno più chiusi, i grammatici, nelle loro tradizionali riserve: le dotte accademie, i ginnasi e i licei, in misura minore, a dire il vero, le università. 
Nell'Italia del villaggio globale, di grammatici, se ne incontra infatti uno a ogni angolo. E vedranno i cinque lettori di Apollonio che, un giorno o l'altro, la corporazione dei grammatici, con la creazione di un apposito ordine professionale, come è appunto uso nazionale, dirà necessaria (se necessaria non l'ha già detta) l'istituzione di una conseguente condotta grammaticale, di modo che anche chi non può permettersi un grammatico privato possa usufruire delle cure del grammatico della mutua.
Condizionale pesante e vita sociale che ne risente? Ansia da prestazione con le principali? Subordinate finali in disordine? Stitichezza nella consecutio? Niente paura: la visita d'un grammatico rimette le cose a posto.
Dopo averti raccomandato di fare con regolarità un po' di esercizi di congiuntivo in palestra, dopo averti prescritto un paio di volumi terapeutici (naturalmente, da assumere, in pillole di tre pagine o di cinque paragrafi, ogni sera prima di andare a dormire), dopo averti fatto notare che, comunque, quanto a disgiunzioni, stai messo maluccio, ma che per il momento brutta brutta non è e, tranquilli, tra un mesetto o due - o magari a primavera - ci si fa un piccolo controllino specialistico, mai che riconosca, il grammatico, d'essere ciò che è: un grammatico. Del resto, nel villaggio globale, non c'è più nessuno che lo tenga per tale o che lo designi così. Insomma, grammatico non si può più dire. 
Meglio: se si è filologi, lo si può dire (negli asettici laboratori della scienza storica, dove di ogni antica sconcezza si fa materia di freddo studio) di Prisciano, di Cherobosco, di Vaugelas (oltre che di Apollonio, l'autentico); gente, appunto, d'altri tempi, dalla professione d'altri tempi, designabile con una parola che oggi è meglio non provarsi a rivolgere a nessuno. Qualcuno ha più sentito parlare di spazzino? Lo stesso con grammatico.
Come si sa, nell'espressione umana, a un tabù corrisponde però sempre un eufemismo: sarà necessario ricordare, in proposito, il celebre caso di escort? Anche per grammatico, parola ormai difficilmente proferibile, si è provveduto così con un eufemismo: linguista. E la circostanza fa anche un po' sorridere, perché (messa da parte, di grazia, ogni facile volgarità), in italiano, un dì lontano, di qualcuno che, come questo Apollonio, pretendesse di occuparsi dell'espressione umana, linguista era detto quasi per ischerno e il dirlo sfiorava l'insulto.
Ecco allora come, per tabù, grammatico sta lentamente uscendo dall'uso. Faccia di conseguenza attenzione chi ha cura di seguire le guise del mondo. La presente, lo si sa, non è epoca che usi e osi dire pane al pane e vino al vino. Non dia del grammatico a colui che ha appena finito di controllare lo stato delle sue congiunzioni, di verificare tempi e modi dei suoi verbi, auscultando i relativi accordi. Non ne sarebbe per nulla contento. Se non per cortesia, almeno per convenienza e per evitare che, adontato che se ne sia, alla prima occasione, quel grammatico procuri di fargli male non solo ai predicati ma anche agli attributi, si tenga a un comportamento espressivo politicamente corretto. Lo appelli linguista. Lo tenga per linguista. È un linguista.

A frusto a frusto (86)




Forse il mondo sarebbe migliore (ancora adoperabile, senza sarcasmo, tale comico comparativo?), se al posto del così comune "è sbagliato" si sentisse di tanto in tanto un più semplice (e più onesto) "non mi piace". 

23 maggio 2014

Linguistica da strapazzo (29): Testo, un po'; testa, niente

Metafora spenta è una metafora. Anzi una doppia metafora, perché metafora è già a suo modo una metafora, per giunta spenta, per vertiginosa mise en abyme. Ed è a sua volta una metafora anche spenta ma non ancora completamente spenta. Metafora spenta è di conseguenza la combinazione di due metafore, una spenta e una non spenta.
In italiano (e in varietà sorelle), testa è una metafora spenta esemplare. Per dir la medesima cosa, chi parlava latino diceva caput (e qualcuno deve aver continuato, visto che di caput qualche resto c'è ancora). Gli spiritosi presero però a commutare caput con testa, 'vaso di terracotta', col pretesto di alludere per figura allo scarso pregio e alla vuotaggine del caput così designato: un'attitudine certo non benevola per il suo titolare.
Poi andò evidentemente come oggi si può dire con certezza sia andata. La metafora piacque tanto e piacque a tanti che, testa oggi, testa domani, testa a destra, testa a sinistra, non ci fu quasi più caput che non fosse divenuto testa. C'è ancora chi si stupisce se Apollonio ribadisce qui la convinzione, sua e del suo alter ego, che il cambiamento linguistico coincide, per certi suoi non trascurabili aspetti, con l'ineluttabile prevalere del cretino?
La metafora testa pian piano si raffreddò e, infine, si spense. Da allora, testa è parola, cui, volendo far gli spiritosi, bisogna trovare un sostituto metaforico, che di un traslato abbia ancora il calore: zucca, pera, coccia, cocuzza. Ed è parola che può persino essere usata per esprimere proprio il contrario di ciò che valeva agli esordi della sua fortunata estensione figurata. Oggi, si loda e non si spregia colui a proposito del quale si dice (per metafora metonimica) che "è una testa". Ascoltassero l'espressione gli antichi spiritosi promotori della metafora, si terrebbero la pancia dalle risa! Ma la natura è clemente e non espone gli eredi al ludibrio che, ne fossero osservati, meriterebbero certo da parte dei loro antenati.
A proposito di cause di buonumore, anche testo è una metafora: una metafora spenta nelle teste dei parlanti comuni, che hanno tutto il diritto di non tenerci troppa roba accesa, nelle loro teste. Spenta, pare lo sia, adesso, anche in quella di chi, apprende Apollonio, dichiara di procedere, da specialista, "sul filo del testo".
Testo è 'tessuto, intreccio': ormai celata ai più, è questa la ratio analogica della sua natura metaforica. A differenza del discorso, cioè del 'correre qui e là', alla cui pratica - per non perdersi - può eventualmente bastarne uno solo, di fili, un testo, non può che averne più d'uno. Altrimenti, che intreccio è?
Monstrum vel prodigium, allora, un testo dal filo singolare e con articolo determinativo. Così almeno lo percepisce, per via d'una incoerenza testuale sottile come un filo, il torpido spirito del vecchio Apollonio, al quale pare che, a differenza di testa, dove ormai non c'è appunto più niente di acceso, c'è ancora un po' del fuoco di un tropo sotto la cenere di testo.
Ne segue che chi vuol metterci dentro le mani per rovistarvi, deve curare di non farlo incautamente: c'è il rischio che se le ustioni.

18 maggio 2014

Pastorello, Lo Nigro e il principe Fabrizio

Come omaggio a Fabrizio Corbera, principe di Salina, Pastorello e Lo Nigro sanno solo portare fetidi formaggi e bestie sanguinose, perché crudamente sgozzate. Formaggi fanno, del resto, col latte delle loro pecore, non profumi. E le loro pecore figliano agnelli da sgozzare, non cherubini.
Il principe Fabrizio non manca tuttavia del tatto reticente di non palesare in loro presenza lo schifo che gli ispirano i loro formaggi e il suo ribrezzo per il sangue. Li gratifica, al contrario, di un'accoglienza fin dove può magnanima non perché, come direbbe un bottegaio, "a caval donato non si guarda in bocca" (i "carnaggi", per via dell'affitto delle sue terre, non sono un dono e gli sono contrattualmente dovuti) ma perché così impone il doveroso contegno del suo rango.
Questa scena del Gattopardo, minima e certo irrilevante, si è presentata allo spirito lunatico e privo di qualsiasi controllo di Apollonio, quando è oggi caduto sopra la pagina Web ufficiale d'un professore d'università e sulla perentoria dichiarazione che vi campeggia:
Per una ragione che non mette qui conto di specificare, ma che avrebbe avuto qualcosa da spartire col dinamismo della variazione e del cambiamento, egli avrebbe voluto entrare in contatto con la persona che così ammonisce chi aspira ad avviare una corrispondenza.
Dubitando di padroneggiare adeguatamente e come richiesto il canone delle formule (evidentemente escluso, esso canone, dal dinamismo di cui sarebbe stata appunto questione), Apollonio ha rinunciato.
Per timidità. E forse col sentimento di uno studente, cioè di un Pastorello o di un Lo Nigro cui il gran principe Fabrizio avesse manifestato già sull'uscio il fastidio, per il fetore dei formaggi e il sangue delle bestie sgozzate, procuratogli dalla sua non canonica visita.

16 maggio 2014

Linguistica candida (17): "Laggiù nell'Arizona..."

Prove della putrefazione del Moderno? A bizzeffe e dappertutto. La linguistica, disciplina, tra le umanistiche, moderna per antonomasia (con due o tre sorelle), ne fornisce ogni giorno gran copia, nella sua piccola aia. Qualcuna di tali prove è effetto di trovate tanto sbardellate che la sua eco, per pochi attimi, rimbomba anche fuori. Capita così qualche giorno fa, addirittura sulla prima pagina di un autorevole quotidiano italiano.
Si sa: la lingua, come ogni altro mistero, si presta felicemente a qualsiasi chiacchiera. Questo medesimo diario ne è dimostrazione né si saprebbe qui menarne scandalo: da qual pulpito, del resto, e con quale autorità? 
I buoni, vecchi linguisti del Moderno, però, provarono a porre dei limiti a quella chiacchiera, per cura che la loro disciplina, gracile anche perché da poco nata, non ne avesse a patire e con la pretesa inoltre di far di tale mal fornita creatura una robusta scienza positiva. 
Uno dei limiti che allora posero e si posero fu che non fosse da considerare cosa seria e fosse dunque da bandire la chiacchiera sull'origine del linguaggio - chimera seducente come poche altre per chiunque si sia fermato a riflettere sulla natura umana anche solo specchiandosi in un bicchiere di vino all'osteria, ci si figuri per chi in proposito vede la sua immagine riflessa, come la celebre regina di Biancaneve, nello specchio di biblioteche, laboratori e cattedre universitarie. 
Ora è un secolo e mezzo, un sodalizio di linguisti fece addirittura del divieto parte del suo statuto: era evidentemente il più esplicitamente preoccupato della cosa e di conseguenza il più bacchettone, forse anche in funzione della città in cui nasceva, vivace e, al tempo, propizia a ogni avventura.
Ora è un secolo e mezzo, appunto. E c'è fatto umano che, da allora a oggi, sia rimasto il medesimo? Nessuno. Anche se per l'inerzia dell'espressione parecchi (forse quasi tutti) continuano a portare il nome con cui li si designava a metà Ottocento. 
Così, come fatto umano per eccellenza, è capitato alla scienza e, ovviamente, alla linguistica come scienza. Ciò che si chiama scienza oggi, al tempo del Moderno putrefatto, è cosa parecchio differente da quella che si chiamava al medesimo modo al tempo del Moderno maturo. 
La prova? Armati di tutti i potenti mezzi assicurati dallo sviluppo di molte discipline convergenti e, soprattutto, di "dati neurobiologici, genetici, paleontologici, etnografici e naturalmente evoluzionistici", fior di scienziati si son gettati a capofitto, oggi, sul tema dell'origine del linguaggio. Certi, certissimi di non passare per ciarlatani, come li avrebbero invece giudicati i loro colleghi parigini, or sono quindici decenni, e con loro l'intera comunità scientifica. Anzi, certi, certissimi di essere i più scienziati di tutti.
Ha provato invece a farli passare (ancora e di nuovo) per ciarlatani l'ormai vecchissimo Noam Chomsky, forte della sua fama di "massimo linguista vivente". Lo ha fatto in associazione con un altrettanto vecchio "massimo evoluzionista vivente" e con altri scienziati assortiti, meno anziani ma non tutti esenti, come scienziati, dall'essere incappati (proprio quanto a ciarlataneria, se Apollonio non si sbaglia) in qualche spassosissima disavventura. Da che pulpito, allora?
In tema di come siano relative e mutevoli le figure umane e le loro accidentali vicende, d'altra parte, è certo un bel vedere, per Apollonio, il passaggio tra i difensori del buon tempo antico e di antichi tabù disciplinari quel sedicente rivoluzionario che ha riempito la sua disciplina d'ogni sorta di paccottiglia speculativa (come la bufala del numero infinito delle frasi o l'innatismo, sotto forma di petizione di principio), combinandola con l'ipostasi di una modesta procedura di scoperta, quale era l'analisi per costituenti immediati di Bloomfield, e creando così un prodotto conseguente coi miti della Modernità nella sua fase più ciecamente meccanicista. Così, appunto, voleva la linguistica il gusto di quel tempo in cui Chomsky ebbe a godere della sua rampantissima gioventù. E oggi, forse, il tempo, semplicemente, la vuole diversa.
Come insegna del resto la storia del Moderno e di tutte le sue rivoluzioni (le politiche, ma non solo), aperto il vaso di Pandora e una volta che se ne è fortunosamente venuti fuori, è mera illusione pensare di essere gli ultimi ad averlo fatto e ritenere che lo si richiuderà prima che ne sortiscano altri più violenti, più matti, più stupidi, in breve, più adeguati al sempre mutevole andazzo. 
E così l'addolorato agiografo di Chomsky racconta, da "bandolero stanco", come delle confutazioni del suo "gigante" nessuno se ne impipi più, nemmeno in Arizona. E non basteranno l'anatema del vecchio papa né la sua bolla di scomunica ad arrestare il procedere delle nuove guise di quella dotta stupidità che passa sotto il nome di scienza da qualche secolo; e in modo accelerato e parossistico in tempi recenti e oggi. Come non bastarono quelli altrui d'un tempo andato a proposito del Chomsky medesimo e delle antiche trovate cui ancora oggi fa appello, quali fossero articoli di fede.
Insomma, in una linguistica che, come l'Arizona, è "terra di sogni e di chimere", ancora un giro di tango. Naturalmente, delle capinere:

13 maggio 2014

A man grama (1): Sia nel bordello


"La gran sagra culturale torinese, invece, va in controtendenza, rimarcando, ancora una volta, che i libri si possono vendere se sono collocati in un contesto allegro e ricco di proposte che vanno oltre il libro medesimo": Salone del libro.

[L'invenzione di un anagramma è giustappunto una scoperta.]

6 maggio 2014

Zurigo, il mare, la decadenza


Incapace, ritiene, di produrla al momento da sé, Zurigo importa un po' di ruggine dalla Germania, l'Orientale. Da Napoli, sarebbe stato solo ribadire un luogo comune; così è sottile ironia. 
Pone il teatrale oggetto, privato del suo scopo, in un contesto verisimile, per dare enfasi allo straniamento del salmastro e dell'ossidazione. 
Gioca ad avere ciò che è indispensabile, come valore di vita, e che ritiene le manchi: il mare, la decadenza.
Si diverte a scherzare col fuoco, perché (e lo sa) può rassegnarsi solo quanto al primo.

La torre del Carburo

"La torre del Carburo, che sorge in mezzo alla Buna e la cui sommità è raramente visibile in mezzo alla nebbia, siamo noi che l'abbiamo costruita. I suoi mattoni sono stati chiamati Ziegel, briques, tegula, cegli, kamenny, bricks, tégak, e l'odio li ha cementati; l'odio e la discordia, come la Torre di Babele, e noi così la chiamiamo: Babelturm, Bobelturm; e odiamo in essa il sogno demente di grandezza dei nostri padroni, il loro disprezzo di Dio e degli uomini, di noi uomini.
E oggi ancora, così come nella favola antica, noi tutti sentiamo, e i tedeschi stessi sentono, che una maledizione, non trascendente e divina, ma immanente e storica, pende sulla insolente compagine, fondata sulla confusione dei linguaggi ed eretta a sfida nel cielo come una bestemmia di pietra.
Come diremo, dalla fabbrica di Buna, attorno a cui per quattro anni i tedeschi si adoperarono, e in cui noi soffrimmo e morimmo innumerevoli, non uscì mai un chilogrammo di gomma sintetica".
L'accostamento proposto da questo passaggio del più celebre scritto di Primo Levi è suggestivo e paradossale. 
La "favola antica" procede da una lingua unica, assoluta, alla sua dispersione in una pluralità di idiomi, tutti relativi: a tenervi il ruolo di maledizione è l'irrompere della differenza, con cui Dio vanifica l'impresa umana dissennata.
La differenza delle espressioni è invece la condizione di partenza della nuova Babele, che non è favola, peraltro, e si verifica nella storia. E "il sogno demente" è di percorrere a ritroso, con una "bestemmia di pietra", la via della maledizione divina. Si procede così alla Vernichtung, all'annientamento della molteplicità, non solo espressiva, nella direzione dell'unità e di un assoluto "cementati dall'odio". 
D'altra parte e a dire il vero, neanche nella "favola antica" l'amore pare determinare l'attitudine del protagonista né dei comprimari: così, almeno, nella lettura tradizionale. Sulla favola forse varrebbe però la pena di gettare uno sguardo diverso (e, dal suo punto di vista, Paolo Fabbri lo suggeriva acutamente, or sono un paio di decenni).
La torre del Carburo è opera inane, com'è evidente a tutti, vittime e carnefici, ma testimonia lo sconsiderato tentativo di restauro della lingua pre-babelica. Sarà la mitica lingua delle cose e dei fatti? Quella che, per ricorrente mistificazione, si pretende univoca e in cui tutti i conti si dice tornino? Eternamente rimpianta, sempre invocata e contrapposta alle lingue delle parole, dove capita invece che, umanamente, mattoni siano Ziegel, briques, tegula, cegli, kamenny, bricks, téglak e ancora molto altro: tutto ciò che si progetta appunto di annientare.
Anche la lingua in cui pretende di esprimersi la torre del Carburo è tuttavia una lingua né la salva la mira blasfema d'essere di cose e di fatti. La torre ha la sua funzione in un sistema di segni: vi vale come figura di un discorso. Vi vale da allegoria. Esattamente la funzione che restituisce al lettore il dettaglio d'una narrazione di indiscutibile veridicità, di stupefacente accuratezza, di non ancora cessata attualità.

4 maggio 2014

Rotazione funzionale




In senso orario, fàtica, emotiva, conativa, referenziale, metalinguistica, poetica...
Apollonio, per una critica di se stesso.

27 aprile 2014

Linguistica da strapazzo (28): Persona, tempo, genere. Grazie al Cielo, tutti grammaticali.


Felice inciampo del linguista da strapazzo nella videoregistrazione da cui è tratto il brano qui esposto: reperto esemplare e occasione utile per gettare uno sguardo intuitivo sulla plasticità di funzioni tenute invece come rigide categorie dall'ideologia grammaticale (e dai suoi succedanei culturali della più varia natura, nella vita sociale). 
In poche decine di secondi per effetto di montaggio, presentandosi e dicendo di sé, l'intervistata si atteggia discorsivamente sotto tre persone grammaticali, con quattro commutazioni: seconda, prima, terza, di nuovo seconda. Reagisce alla sollecitazione di parlare di sé con un esordio in seconda persona: "Sei sempre una ricercatrice". Un 'io' in apertura sarebbe stato del resto meno fine. Certo più chiaro, però, ed è così che, immediatamente, come a palesare, per chiosa esplicativa, che quel 'tu' non vale in funzione dell'enunciazione né cade nell'indeterminatezza del cosiddetto tu generico, la seconda persona è commutata nella prima: "io, prima di tutto, sono un medico...". Per opportuna coerenza grammaticale, compare così la terza: "che ha fatto della ricerca il proprio punto fondamentale ma ha lo scopo di curare i pazienti e di formare gli studenti". E infine, quando si tratta di diffondersi concisamente in una spiegazione e di narrare, torna la seconda dell'esordio, che si qualifica così come la persona che caratterizza la trama del testo: "Quello resta sempre. Questo è quello che tu sei. Dopo di che la vita ti porta a... se tu hai questo passo... questo questo... questa... passo che ti permette di vedere i problemi non rapportati a te stesso ma rapportati alla società automaticamente ti viene da essere un punto di riferimento per una serie di persone quindi cominci a coordinare". Tutto in perfetta scioltezza e piena naturalezza. Nessuna soluzione di continuità, nessuno stridere di ingranaggi, nessuna frattura discorsiva. 'Tu', 'io', 'lui' (sì, 'lui'), 'tu': tutte faccette appropriate a variare le prospettive d'un discorso brevissimo in cui l'enunciatrice parla, come le è richiesto, solo di sé e in funzione del quale sarebbe stata dunque autorizzata, nella rigida visione categoriale, a dire esclusivamente io. Persona, del resto, valeva 'maschera', come si sa. 
Come persona grammaticale, è 'tu', lo si è visto, a reggere invece la trama del testo. Un 'io' che l'enunciato atteggia a 'tu' si desoggettivizza. Sulle orme di Benveniste, se la terza è la non-persona e la prima è la persona soggettiva, la seconda è la non-soggettiva. La narrazione di un'esperienza in cui l''io' si maschera, peraltro in modo riconoscibile, da 'tu' desoggettivizza tale esperienza. Narrativamente, essa cessa di valere solo da accadimento eventuale, da accidente d'una vita individuale soggettivamente prospettata. Se il caso si dà, può proiettarsi, come un exemplum medioevale, nell'empireo delle necessità che trascendono l''io' enunciatore, il suo tempo, il suo luogo. 
Ne segue una qualche autonomia dell'enunciato narrativo dalle coordinate della sua enunciazione: il suo presente, per es., può agevolmente non essere il presente dell'enunciazione: "...la vita ti porta... tu hai... ti permette... ti viene... cominci". Non è l'adesso, è la regola in cui, non contraddittoriamente, le circostanze narrate si inscrivono: ciò che accade sempre, nel non-tempo di un universo ideale e, come si osservava, già letterario, abitato e 'agito' da un personaggio, il 'tu' in cui si prospetta l''io', che fattosi narrativamente 'tu' ha già collocato il suo discorso sotto il segno della funzione poetica, nella prospettiva metonimica, si dirà con Jakobson.
Infatti, per sospensione di incredulità o per delega di esperimento, il 'tu' dell'enunciazione (nel caso specifico, chi ascolta e vede) può immaginare come condivisa (o condivisibile) l'esperienza. Può concedersi a tale gioco senza perdere consapevolezza che, come per un trucco cinematografico, è un effetto speciale della lingua a prospettare l'esperienza di cui è questione come l'esperienza di un 'tu' che non è lui o lei. 
Dire di sé mascherandosi da 'tu' comporta, nell'orizzonte di attese dell''io', un destinatario che, prestandosi al gioco, silente annuisca, fosse anche solo per (sottilmente estorta) buona educazione. Una reazione, in termini dialogici, come: "Io? Ma che dici?" sarebbe non collaborativa e da guastafeste e significherebbe rifiutare polemicamente l'invito, implicito in quel 'tu' in cui occhieggia l''io', a un'agnizione, alla scoperta partecipativa di un rapporto di fratellanza (o di sorellanza), a un'adesione simpatetica. Del resto, per attitudini confidenziali (autentiche o simulate, poco importa), si narra di sé indossando la maschera del 'tu' coi 'tu' che si sentono prossimi, ai quali si vuol fare sentire (anche ingannevolmente) che li si considera prossimi, dei quali si sollecita la simpatia se non la solidarietà.
Intorno al quarantesimo secondo della videoregistrazione, ove fosse sfuggita, massima attenzione merita invece la combinazione della voce che dice "a te stesso" mentre il gesto deittico dell'enunciatrice è rivolto a se stessa, dice quindi 'a me stessa'. In astratto contraddittorie, le due espressioni non lo sono per chi parla e, con naturalezza, compie il gesto né per chi vede il gesto e ascolta le parole. Tanto dal punto di vista della produzione, quanto da quello dell'interpretazione, esse sono calcolate compositivamente e integrate in un sistema atto a gestire in maniera flessibile (ma per nulla indeterminata: anzi, determinata fino al dettaglio) la differenza tra funzioni e forme, differenza segnicamente pertinente nelle parole come nel gesto.
Se, dicendo di sé, la voce si esprime in una seconda persona che veste la prima, mentre (per dire così) il gesto deittico lo fa direttamente in prima, è tuttavia difficile immaginare che l'inverso possa prodursi con una perspicuità discorsiva comparabile. La plasticità della parola o, se si vuole, l'essere essa disposta meglio del gesto alla menzogna potrebbe avere avuto un ruolo filogenetico non trascurabile nell'assicurare appunto alla parola fortune espressive indubbiamente maggiori di quelle del gesto. 
Nell'espressione umana (anche la verbale), si badi bene, il gesto è tutt'altro che accessorio ma tradisce, come si osserva da sempre con semplicità. Intrinsecamente corporale, esso è difficilmente scorporabile dalla soggettività di chi enuncia. 
La parola, radicalmente funzionale, elemento di giunzione che dà valore al corporale e allo spirituale, è invece atta a creare universi non contraddittori, pacificamente espressi e interpretati, in cui, per esempio e in modo perfettamente banale, un 'io' femminile, sollecitato a parlare di sé, della sua esperienza e del suo successo proprio in quanto femminile, costruisce, per finzione enunciativo-narrativa, una trama di autoriferimenti alla seconda persona e a uno di essi, il più saliente, anche perché sottolineato da un gesto parlante, dà la forma, altrettanto se non più parlante, di un "a te stesso": una forma non-marcata, quanto al genere. O forse (e qui l'ambiguità dell'italiano non concede di dirimere) maschile. 

[Protagonista, volontaria, della videoregistrazione e, involontaria, di questo frustolo è una donna di scuola e di scienza, come lei medesima dichiara in apertura. Per tali ragioni, Apollonio è certo che non le dispiacerà di avere prestato a queste modeste riflessioni sull'espressione la sua degna attitudine nella circostanza e le sue appropriate parole: l'una e le altre preziose, peraltro, perché spontanee e non orientate alla bisogna, come accade invece in quegli esperimenti di laboratorio che le saranno familiari. A lei, se mai le giungesse notizia di questa bagattella, la gratitudine di Apollonio.]

25 aprile 2014

Come cambiano le lingue (7): Metafora quotidiana

I parlanti non ne hanno consapevolezza, ovviamente: l'etimo di cosa, parola italiana quante altre mai generica, quanto a uso e significato, è il latino causa, che, ai suoi tempi e in origine, generica non era: lo è diventata. 
Causa un giorno, causa un altro, però, e messa lì, causa, nei discorsi, tanto a proposito quanto a sproposito, e ovviamente molto, enormemente più a sproposito che a proposito, piaciuta poi l'espressione a chi è sempre pronto a stare sulla cresta dell'onda del cambiamento (linguistico), causa è diventata una cosa qualsiasi. 
E che cosa sia una causa strapazzata, fatta polpetta e andata a ramengo non importa ovviamente più a nessuno di coloro che, da secoli, dicono felicemente cosa. 
Del resto, non può essere che così: il cretino prevale, ineluttabilmente, dentro chiunque parli e, nel complesso, nella società dei parlanti. E col cretino, prevale l'approssimazione. 
Opporsi al cretino è insomma una causa persa o, come direbbe un personaggio di Andrea Camilleri, "non è cosa". Anzi, di norma, opporglisi è manifestazione di una forma complementare di stupidità, la pedantesca. Talvolta più pericolosa, perché, come capita coi sentimenti dei sicuri perdenti, rabbiosa e, si desse l'occasione, gratuitamente sanguinaria. 
Solo la lingua, per le sue vie segrete, sistematiche e impersonali, ripara col tempo le sciocchezze. Della pochezza espressiva umana, riesce così a fare, di nuovo e non si sa come, arcane meraviglie. Di modo che gli stupidi abbiano ancora lavoro e vadano ancora avanti con le loro approssimative idiozie, sulla via indefinita (infinita, non la si può certo dire) della storia umana. Che, come la storia personale di ciascuno (anche l'espressiva), può essere guardata con spirito compassionevole, bene che vada, mai con orgoglio o con l'illusione che porti verso il meglio.
Ebbene, ciò che capitò a causa, fatte ad oggi le dovute proporzioni (di domani, nessuno può dire), sta capitando adesso a metafora. 
Apollonio l'ha già più volte detto (e i suoi lettori ne avranno piene le tasche). Se lo ridice, però, è perché, passo dopo passo, gli pare di vederne sbiadire ogni valore denotativo. E se quando la si cominciò ad adoperare "a bischero sciolto", essa, a infranciosare i discorsi, sostituiva espressioni più tecniche e connotate, ma sempre relative all'area della lingua figurata (per es., sineddoche o allegoria), la si vede adesso gettata lì a casaccio, come semplice e puro sproposito, tanto per dire qualcosa che non si saprebbe come altro dire, per tirare fuori una paroletta magica che, qualunque sia il tema, si può stare tranquilli che ci stia. Non significa proprio nulla, infatti. O tutto, che è appunto la stessa causa, pardon!, cosa.
Un recente esempio? Il titolo, forse redazionale, forse no, del trafiletto di un critico televisivo emunctae naris e dallo stile di norma piuttosto risentito: Pif in Groenlandia diventa una metafora. 
Chiedersi cosa vuol dire servirebbe a poco: è una metafora, no? Tutto, nel mondo, è pronto per essere una metafora. Quindi lo può diventare. Lo è o può diventarlo, a fortiori, una metafora. Insomma, come per cosa, se c'è qualcosa, ancora, che non è una metafora, per esempio una metafora, si può star tranquilli che presto lo diventerà, una metafora. La metafora d'una metafora. Chiaro, no?

24 aprile 2014

Linguistica da strapazzo (27): Il non-nome nel testo


Questo annuncio deliziosamente malizioso è teletrasmesso dalle reti svizzere, con scopi apertamente edificanti. Con esso, l'onomastica evocata in conclusione ha poco da spartire, se non la letteraria, come appunto si vedrà rapidamente in questo frustolo.
Tra tutte le creature che vi appaiono, di una sola non vi viene pronunciato il nome proprio: è la creatura che, con un saluto, ciao, che si vuole confidenziale (e che si scopre provocatorio), appella come Pietro (guarda caso) il contadino-pastore. Con la palese espressione di ebete beatitudine di chi si trova in un paradiso, questi è intento a snocciolare i nomi propri di caprette tenere e candidissime; nomi propri tutti d'una qualche ricercatezza e tutti femminili, malgrado qualche barbetta: ma animula vagula blandula...
La creatura priva di nome si allontana, mentre Pietro, in imbarazzo, passa dal ciao della prima, irriflessiva risposta a un circospetto salve, meno compromettente quanto ai reciproci rapporti. E allontanandosi, mentre spinge lo strumento che le permette rapide apparizioni e altrettanto rapide fughe, la creatura lascia dietro di sé la macchia rossa della camicia che indossa e la fiamma, di un rosso più scuro, della coda. Sullo sfondo, sempre sui toni del rosso, delle apparenti sbarre, in disordine, rispetto al cosmo ordinato dell'ovile di Pietro.
Il nome proprio di quella creatura, Pietro magari non lo conosce. È noto, tra contadini e pastori, che la creatura può prenderne mutevolmente innumerevoli, alla bisogna. Pietro ne immagina certo il comune e, di lì, l'antonomastico. Ma, appunto, è anch'esso un tabù: proferirlo non si deve e nemmeno si può. La creatura, insomma, è l'innominabile.
Restano, con la pensierosa perplessità di Pietro, i candidi belati delle caprette, incosapevoli della pericolosa epifania, e, nel silenzio sospeso e misterioso di una solitudine montana, il bucolico suono delle loro campanelle.

[L'incongruo die dell'intestazione su YouTube dice dell'opera, nella messa on line, di un correttore automatico: del resto, la versione italiana dell'annuncio si prospetta come scoperto apografo di quella tedesca.]

16 aprile 2014

A frusto a frusto (85)



Più d'un ragionevole sospetto che siano tutti errori. E a fare la differenza, le intenzioni con cui li si commette non contano. Restano i modi a variarne il valore: interminati, da una grazia ultra-umana a una troppo umana laidezza.

12 aprile 2014

Linguistica da strapazzo (26): Linguistica, pardon! Pubblicità comparativa


Le risorse c'erano tutte, nella lingua: l'indeterminazione categoriale e funzionale della forma e la disposizione all'agglutinazione della manifestazione della persona (del resto, così già aveva detto delle origini della famiglia, or sono due secoli, Franz Bopp). Ecco come da un nome o da un verbo comune è venuto fuori un nome proprio, con l'incorporazione del soggetto squisitamente personale dell'enunciazione. I rapporti grafici tra maiuscola e minuscola vi sono graziosamente invertiti: un modo per dare eleganza alla trouvaille (l'ego è, come si sa, per sua natura orientato alla volgarità) ma anche un modo per mettere in chiaro a quale gerarchia obbedisce la combinazione morfologica. Ed ecco, per via di tale battesimo, come la designazione di un oggetto comune è passata dalla banalità del dizionario alla salienza dell'enciclopedia: da comune luogo comune a luogo comune proprio, agente, peraltro, di quella epidemia di prima persona (o di suoi feticci) cui si riferiva un frustolo di qualche giorno fa. Il gioco è mascherato ma in modo da essere riconoscibilissimo: come deve essere il gioco della seduzione, che è alternanza di vedi e non vedi, di credi e non credi. 
C'è adesso qualcuno che, come fa appunto di norma un outsider costretto a rincorrere, tenta di togliere al gioco il fascino del velo:


Con esplicita durezza, rimette così le cose nel loro modo consueto, ciò che va maiuscolo al maiuscolo e al minuscolo ciò che va minuscolo. Toglie dall'ambiguità le forme e le attribuisce a canoniche categorie. Prova insomma a cambiare: dalla sintesi (poetica) di noccioli nominali, all'analisi (prosastica) di nessi proposizionali, disagglutinando, scorporando, atteggiandosi alla chiarezza d'una sintassi elementare.
Minuzie. E minuzie interessate, bottegaie: la pubblicità è fatta per vendere. I processi che qui mette in atto (consapevoli o inconsapevoli, cosa importa?) non sono dissimili però da quelli, grandiosi, di vicende diacroniche delle lingue sulle quali gettare uno sguardo diacronico è possibile. E, con quello diacronico, anche uno sguardo comparativo, come l'outsider vuole appunto si azzardi, per sfida, passando dalla numinosità totemica e verticale del nome alla quotidiana esperienza (quanto veritiera?) di un oggetto orizzontale, ma non, ovviamente, terra terra.

11 aprile 2014

Linguistica candida (16): Di Chomsky oggi, con amaro affetto

Dei pensieri e delle procedure di Noam Chomsky, Apollonio condivide poco, come sanno bene (se non fino alla noia) i suoi cinque lettori. E deve essere anche trasparso, qui e là in questo diario, che nemmeno umanamente (per ciò che ne può dire a partire dalla figura pubblica) Chomsky gli va a genio. 
Con Chomsky, Apollonio convive tuttavia da sempre, nella sua presente vicenda mondana. Chomsky fa parte del suo stabile panorama. Lo ha trovato lì, quando si è affacciato per la prima volta sulla sua disciplina e vi ha poi preso il suo strapuntino, e lo vede oggi scorrazzare, da vecchio, un po' in ogni luogo, anche se meno, appunto, nella sua disciplina. Come fa, Apollonio, a non essergli allora un po' affezionato? Forse, più di un po': del resto, è un sentimentale.
Ora capita che nel giro di pochi giorni giungano ad Apollonio due segni che riguardano Chomsky. Due segni che mettono Apollonio nello stato, appunto, sentimentale di prodursi in qualche interiore, amara riflessione.
Primo segno. "La televisione è stata una delle forze che hanno operato per indurre gli italiani [sic!], volenti o nolenti, a condividere almeno una lingua comune, proprio perché molti non avevano questa lingua comune, considerata la prevalenza dei dialetti parlati dagli anziani. È una cosa positiva? È una cosa negativa? Dipende da quale considerazione uno ha di questa entità Stato-nazione. C'è del positivo e del negativo: di certo, la televisione ha svolto il suo ruolo in questo processo". 
Non è un reperto da Quelli della notte, gustoso programma televisivo degli anni Ottanta. Non è la fantasiosa composizione di ciò che, in quella sede, avrebbero potuto dire i compianti Riccardo Pazzaglia e Massimo Catalano, che, caso mai, l'avrebbero appunto detto con ironia. 
Pare invece sia una performance, per nulla ironica, anche se marginale, che Chomsky ha offerto al pubblico accorso a Roma per sentirlo, pochi mesi fa, nel corso di uno degli ormai periodici Festival delle Scienze. Ne rende graziosa testimonianza una recente pubblicazione scientifica, che se ne serve verbatim come epigrafe, certamente per il gusto di appellarsi, con spiritosa antifrasi, al parere di un manifesto incompetente.
In quel contesto spettacolare, l'uscita c'è da supporre sia stata infatti sollecitata a Chomsky da qualcuno che certo gli vuol bene molto meno di quanto gliene abbia mai voluto, poniamo, un Apollonio. Ha indotto infatti il vecchio linguista a esporsi, con una grossolanità piena di ovvietà, sopra un tema di linguistica sul quale egli può vantare poche conoscenze, com'è del resto lampante. Né basta ovviamente essere Chomsky perché ogni accento sia creativamente intelligente e meritevole dell'enfasi della memoria.
Secondo segno. Il rombo dell'effimero chiacchiericcio si è propagato fino alla lontana Citera di Apollonio: pare ci sia stata un'epifania del nome di Chomsky nelle prove nazionali per l'accesso alle facoltà universitarie di Medicina e Chirurgia: in tali prove, il linguista americano ha avuto l'onore non solo di una menzione ma di fare oggetto di un'interrogazione, nella sezione di cultura generale.
Indizio dello sfondamento, da parte della linguistica e con il suo massimo campione, del muro degli specialismi? O indizio della (si dica così) acuta sensibilità, tra coloro che preparano tali prove, all'aria che tira nei piani alti del relativo Ministero? Che si faccia comparire un linguista anche lì male non farà, avranno magari pensato. E chi se non il linguista per antonomasia?
Comunque sia andata, gli esiti dell'epifania, nella rete, sono appunto di tale tenore: "Noam Chomsky, in effetti, è uno dei più rispettati ed autorevoli studiosi di linguistica a livello mondiale: viene ritenuto... lo scienziato che più ha spiegato i meccanismi del linguaggio umano negli ultimi anni. La sua opera principale... illustra la sua teoria più celebre: sostanzialmente Chomsky ritiene, e spiega, che il linguaggio sia una dote innata dell'uomo, che può combinare tutte le parole che conosce per creare infinite frasi nella sicurezza che chi comprende la sua lingua capirà la frase anche se non l'ha mai sentita prima... Per le scienze linguistiche questa intuizione di Chomsky è stata una vera e propria rivoluzione, perché c'erano varie teorie, ma nessuna certezza su come 'gli uomini acquisissero l'abilità di linguaggio, sia nel momento interpretativo, sia in quello produttivo'; la grammatica e le regole di base del linguaggio rimangono, ma la mente dell'uomo è creativa, parte da queste e inventa costantemente nuovo linguaggio e nuove strutture". Qui, la pagina nella sua interezza ed esemplarità: del resto, non diverse, nella sostanza, le notizie apparse anche in sedi più autorevoli e nelle reti sociali.
Riderne? Certo. In passi del genere si vede però benissimo il seme di ciò che Chomsky ha voluto e ancora insiste rimanga di sé. "Linguaggio", "infinito", "grammatica", "innato", "creativo", "spiegare", "mai sentita prima", "teoria", "mente", "intuizione", "rivoluzione": tutte parole e espressioni chomskiane. L'automa va, insomma. Combinate, rispettando creativamente le regole, parole del genere non faranno sempre un perfetto discorso chomskiano?
A essere cattivi, si potrebbe insomma dire che Chomsky abbia oggi proprio ciò che si merita. E peraltro il merito che si è guadagnato rispetto a se medesimo, in proposito, è ancora maggiore, se gli capita, da vecchio e ormai come un feticcio, di farsi portare in giro a raccontare, con leggerezza, non solo le storie sulle quali fantasticò nella sua giovanile incoscienza, ma (come pare) anche storie di cui sa poco o nulla. Per incoscienza, stavolta, senile? 
Apollonio l'ha confessato in esordio: nutre affetto per Chomsky. Distante, ma affetto. Chomsky, si augura così con affetto Apollonio, accompagnerà la linguistica ancora per molti anni. Qualcosa rende però amari i suoi pensieri e i segni che vede, tra le evocazioni in rete e per epigrafe, sono in proposito eloquenti. Ne è addolorato, Apollonio, perché un po', forse più di un po', a Chomsky, gli vuol bene. È ormai evidente, però. Quando Chomsky se ne andrà, varranno tristemente ed esemplarmente anche per lui, come autentico epitaffio, le antiche parole del feroce e veritiero Charles-Augustin Sainte-Beuve: "Le persone celebri, per la maggior parte, muoiono in un vero e proprio stato di prostituzione".

7 aprile 2014

Linguistica candida (15): Parlante

Parlante: definire in tal modo l'essere umano, in funzione dell'espressione, è metonimia. Correttamente prospettato, nel suo ecosistema espressivo, sterminato come un oceano, ogni essere umano è anzitutto in ascolto. Lo è per la maggior parte del suo tempo di vita. Con Apollonio, i suoi cinque lettori, stanno certo pensando in questo momento, con un interiore sorriso, che in proposito ci sono, ahinoi, delle eccezioni: lo testimonia il comportamento di qualche conoscente. 
Anche tali eccezioni, tuttavia, ammesso che esistano fuori di celia, sono in ascolto, se non di altri, di se stesse. Quindi essere in ascolto è proprio di ogni essere umano.
Lo è d'altra parte nel tempo cruciale della formazione della capacità di manifestare il proprio naturale talento espressivo, secondo i modi (e i riti) dei luoghi e dei tempi in cui si cade: dopo averli appunto opportunamente ascoltati, tali modi e riti, e averne evinta, senza nemmeno dirselo, una ratio. 
E non si parli, tra ascoltare e parlare, di un contrasto di attitudini: passiva, la non-marcata; attiva, la marcata, con i conseguenti comportamenti. In funzione dell'espressione, anzitutto, essere non è esclusivamente fare. Non si può fare senza essere ma si può essere senza fare. Se si crede diversamente è solo per un'ideologia perversa (e per paradosso, se non per vizio, spacciata per umanistica). 
In funzione dell'espressione, per esempio, già udire è un modo di essere. Ci si figuri quanto lo sia ascoltare: una modalità complessa d'essere attivi. Al di là dell'intenzione, sempre e solo eventuale, e che è, a sua volta, cosa diversa dall'attività, ascoltare è un fare funzionale all'espressione correlato col parlare e dal parlare differente, perché, tra l'altro, silenzioso. 
Al pari del parlare, però, l'ascolto è disposto a un'interminata serie di variazioni. Come ciascuno ha la sua parola, ciascuno ha il suo ascolto. L'ascolto ha poi i suoi gerghi, i suoi dialetti, le sue lingue. Ed è, soprattutto, la non-marcatezza dell'ascolto a governare, nella variazione, la marcatezza della parola. Chi ha ascoltato in italiano, in italiano parlerà.
D'altra parte, come si diceva, parlare senza ascoltarsi non è dato. Nella capacità di gestione del rapporto cronologico (e di conseguenza logico) tra ascolto riflessivo e parola sta l'evidente evenienza di una parola bella e morale e quindi le radici di un'estetica e di un'etica dell'espressione. E lungo uno spettro che va almeno dallo stordimento narcisistico all'irresponsabile finzione di non udirsi (talvolta, per paradosso, perché la voce con cui si parla è appunto troppo alta), in un ascolto riflessivo fallito e manchevole consiste sempre lo sconcio dell'espressione. Inautentica. Brutta.
Il momento in cui luoghi e tempi riconoscono così al piccolo essere umano la facoltà di parola e lo considerano un parlante è solo quello in cui la sua interrelazione con l'espressione si fa (più) evidente.
Parlare è il modo manifesto, e di conseguenza marcato, socialmente marcato, di intrattenere un rapporto con l'espressione. Meritevole di salienza, certo, ma, fattosi feticcio (pare non si riesca mai a fare diversamente, con le idee), sempre a rischio di volgarità e di violenza.
Mai ci si dovrebbe scordare, infatti, che la definizione positiva provvista appunto da parlante è appunto solo metonimica: la parte, e la piccola parte evidente, per il tutto da cui la parte dipende, gigantesco e celato. Né ci si può fermare, se non ci si vuole adagiare sulle facilonerie, al motto e al poeta quando sentenziano Wer redet, ist nicht tot. Dal punto di vista linguistico, infatti non è morto chi, senza aprire bocca, ascolta, visto che non è morto, anzi è agli albori della vita (o, che è in qualche senso lo stesso, al suo crepuscolo) nemmeno chi semplicemente ode.

2 aprile 2014

Funzione, ancora

The function of zebra stripes: difendere le bestie dal tafano.
E Apollonio che aveva sempre (alternativamente o combinatoriamente) creduto che si trattasse a) d'un effetto, peraltro banale, della fantasia del Creatore; b) di uno di quegli scherzi necessari di cui è maestro il caso; c) del supporto misteriosamente fornito dalla natura all'identificazione araldica (quindi culturale) di gruppi umani costituitisi, per le più varie ragioni, nell'àmbito della civiltà occidentale.
La scienza è la scienza, però, e non c'è cosa che non vi trovi il posto opportuno e la giusta spiegazione. Potenza, appunto, del tafano e della mosca tse-tse. Quella della malattia del sonno. Della ragione?