16 agosto 2009

"Nos, Langobardi..." (2 e fine)

La Relatio de Legatione Constantinopolitana di Liutprando fu scritta in latino (come diversamente avrebbe potuto, all'epoca?) e, ragionevolmente, in latino si svolse la conversazione tra un imperatore greco e l'ambasciatore longobardo di un imperatore tedesco, cui era venuto l'uzzolo di fare una l'Italia (proprio così!) e voleva venirne a capo con le armi o con un matrimonio: la storia è sempre incontenibilmente ironica.
Tra i moderni che hanno riferito del gustoso aneddoto, forse qualcuno avrà già fatto osservare tali circostanze, tanto ovvie quanto (a ben riflettere) rivelatrici. Ad Apollonio però non risulta. Egli sa direttamente di Carlo Cattaneo e, più di recente, di Giulio Bollati; indirettamente, di Benedetto Croce. Se uno dei suoi due lettori sa di più, lo aiuti e lo corregga.
Liutprando potè dunque dire a Niceforo Foca "Nos, Langobardi", spregiando i "Romani", ma lo disse (e ne riferì ad Ottone) in latino: nella lingua messa in giro per il mondo (e con che imponenza) dagli eredi di quel Romolo di cui il vescovo di Cremona ricorda, tanto per essere chiari, che fu fratricida oltre che (e nelle sue parole pare colpa più grave) frutto di relazione adulterina: "Romulum fratricidam, ex quo et Romani dicti sunt, porniogenitum, hoc est ex adulterio natum". A buon intenditor...
Né meno comica (e certo più inconsapevole e grottesca) è l'enfasi politica sui dialetti che, in odio ai "Romani", oggi furoreggia (come si diceva nel post precedente) dalle parti di Liutprando. Contrapposti pretestuosamente all'italiano, non 'romano' ma fiorentino e, da tempo, sempre più settentrionale e padano, essi sono diversi e locali solo in funzione di quell'identità latina (e quindi, politicamente, 'romana') da cui originano. La loro variazione e la loro comparabilità confermano insomma in ogni momento l'unità storica profonda cui, nei fatti, si riferiscono: come ogni variazione, come ogni comparabilità tra simili. Altro che distacco da Roma e da quei figli di buona donna dei 'Romani' (certo, antichi).
Ciò detto e venendo a ciò che è veramente transeunte, caso mai l'attuale e sperabilmente passeggera enfasi politica sui dialetti si sedimentasse in provvedimenti, lungi dal nuocere all'unità italiana, questi sarebbero forieri di disastri proprio per le parlate locali, strapazzate da un uso strumentale e destinate a passare definitivamente per stupide nel momento in cui entrassero in un'aula scolastica col finto folklore di favolette e canzonette: cadaverini linguistici, odiosi per il dolciastro sentore del marcio. I dialetti italiani (ohibò!) sono infatti delicati, in questa fase della loro vicenda linguistica. Come tutte le cose delicate, andrebbero lasciati in pace e non trascinati nel curtigghiu, se non se ne vuole decretare veramente la morte.
Una morte miserabile, peraltro. Non quella cui è andato incontro l'idioma in cui scriveva Liutprando e che era stato di Fedro, al quale il fantasioso Giorgio Manganelli imprestò un sarcastico giudizio sui "Romani" non troppo diverso da quello polemico del vescovo di Cremona: "Che la mia [lingua] sia morta, non mi stupisce: anzi mi par giusto; tali e tante erano le canaglie che la parlavano".
I dialetti stanno invece in bocca alle persone per bene: che vivano, che muoiano, vanno lasciati tranquilli, al loro piccolo destino. Solo quando è parlato da figli di buona donna ed è rotto perciò a tutte le avventure, un idioma diventa una lingua. E se a parlarla e a scriverla sono veramente gran figli di buona donna, una lingua vive grandiosamente e grandiosamente muore: come il latino. E morta, lasciando numerosa prole, sovente di dubbia legittimità, profuma per sempre di rose.

12 agosto 2009

"Nos, Langobardi..." (1)

"Vos non Romani, sed Langobardi estis [Voi non siete Romani, siete Longobardi]": mancavano ancora tre decenni al 1000 e l'imperatore d'Oriente Niceforo Foca apostrofò così Liutprando, vescovo di Cremona, inutilmente inviatogli come ambasciatore dal collega Ottone I, per combinare tra l'altro un matrimonio e dirimere così un difficile contenzioso tra i due imperi, relativo all'Italia meridionale. I rapporti di colleganza, come si vede, non erano facili neanche allora.
Di ritorno, il longobardo raccontò d'avere replicato come segue allo sprezzante ospite: "nos, Langobardi, scilicet Saxones, Franci, Lotharingi, Bagoarii, Suevi, Burgundiones, tanto dedignamur [coloro che son detti Romani], ut inimicos nostros commoti nil aliud contumeliarum, nisi: Romane! dicamus, hoc solo, id est Romanorum nomine quicquid ignobilitatis, quicquid timiditatis, quicquid avaritiae, quicquid luxuriae, quicquid mendacii, immo quicquid vitiorum est, comprehendentes". 'Romano!', quindi, per "nos Langobardi" valeva come massima contumelia da rivolgere al nemico, riassuntiva dell'attribuzione di un'impressionante serie di vizi: ignobilità, pavidità, avarizia, lussuria, mendacio e così via.
Innescato dal 'voi' di Niceforo Foca, ecco allora un lampante caso di 'noi' che esclude l'interlocutore, di 'noi' non-inclusivo. In anni recenti - e, certo, quando dei Longobardi, etnicamente, si è ormai persa ogni traccia - un 'noi' così caratterizzato ha ripreso a furoreggiare nelle contrade che furono di Liutprando. Di nuovo (e qui sta il comico: ma se ne riderà in una prossima occasione) in relazione ai 'Romani', termine oppositivo indispensabile alla soggiacente costituzione di un 'noi' inclusivo, cioè di quel 'noi' con cui, chi parla, espropria invece il suo interlocutore della sua individualità.
"Se vogliamo che tutto rimanga come è..." dice Tancredi Falconeri, col 'noi' inclusivo più famigerato della letteratura italiana e non c'è lettore del Gattopardo che non abbia attribuito il pensiero e, nel ricordo, addirittura le parole al povero Fabrizio Corbera, in quella come in altre occasioni, davanti al nipote, silente.

Non ci si riflette mai (come non si presta mai la giusta attenzione alle mani di un borseggiatore), ma a dire 'noi' è infatti sempre un 'io' e, inclusivo o non-inclusivo, non di rado il giochetto del 'noi' (che pare innocuo) finisce male: in una guerra, certo, e persino in un matrimonio.

9 agosto 2009

Lingua loro (15): "osservatore volontario"

Per decreto ufficiale, osservatore volontario sarà chi farà parte di quelle ronde di cittadini istituite come risposta all'esigenza (pare diffusa) di contrastare il visibile degrado cui stanno andando incontro le città italiane.
Racchiusa in tale designazione, c'è per chi vuole osservarla una ricca rappresentazione della società che parla la lingua che oggi accoglie l'espressione.
C'è, palese e moderna, l'osservazione e, celata ed eterna, l'osservanza.
C'è la volontà esibizionista della milizia, che - soprattutto come velleità - è tra le maggiori attitudini socio-psicologiche della nazione. E c'è l'ipocrisia eufemistica del nomen agentis, con cui (senza nominarlo, ché sarebbe scandalo) s'allude al ruolo poliziesco.
C'è la ridondanza semantica: nomen omen, l'istituto medesimo è ridondante in un paese che ha un numero imprecisato di polizie diverse. E c'è l'ambiguità sintattica: osservatore volontario non è infatti chi osserva volontariamente (opposto a chi lo fa involontariamente) ma chi, come volontario, copre la nuova funzione di osservatore.
E con la spudorata creazione di un voyeur istituzionale, c'è insomma nel nome la rivelazione, evocata per eccesso di contrasto, della nuova fase acuta di un morbo antico: la cecità, che ormai dilaga, di chi pretende di guardare senza saper vedere, parallela del resto alla perenne volgarità di chi pretende di scrivere senza saper leggere (nemmeno ciò che scrive).

2 agosto 2009

Lettres persanes (1)

Apollonio riceve, traduce dal persiano e volentieri pubblica:

Caro Apollonio,
a chi viaggia per paesi di cui non conosce a fondo gli idiomi capita di rubare qualche vocabolo, qualche espressione dalle scritte stereotipe, sovente plurilingui, che si vedono nei luoghi pubblici, utilizzandole, nella loro grossolana modestia, come Champollion fece invece finemente con la famosa Stele di Rosetta.
Ne ho fatto esperienza ancora una volta qualche giorno fa: con l'italiano. Ero alla stazione di Milano: in coda alla biglietteria e l'attesa (non breve) mi ha dato modo di sapere come suonano in italiano open e closed. Era scritto sugli sportelli davanti ai quali ho trascorso qualche istruttivo quarto d'ora. In italiano, ho appreso, open si dice operativo e non operativo vale closed. È stato il prezioso acquisto lessicale della mia giornata. Io, pensa, avevo sempre creduto che a open corrispondesse aperto e chiuso invece a closed.
Nel mio perdurante soggiorno italiano, per nulla clandestino, m'è accaduto di assistere a vicende che, come sai, alla buona avevo dette effetto d'una certa chiusura mentale dei tuoi connazionali. Ora so che, nella tua bella lingua, nei casi in questione è appropriato parlare di menti non operative. La scoperta mi ha riempito di gioia, come comprenderai, e ha accresciuto la mia ammirazione per una lingua capace di dire in modo tanto chiaro come stanno veramente le cose. Lo vedi? Basta veramente poco per nutrire il piccolo spirito di un perdigiorno che si diletta, viaggiando, delle sistematiche, esotiche stranezze della parola umana.
Con amicizia,
il tuo Usbek

1 agosto 2009

Dialetti italiani: da quattordici a seimila

In questa settimana, l'Italia dialettale è stata per un giorno à la une. Il lettore di Apollonio che in Italia ci vive lo sa: l'altro ne sia succintamente informato da questo post. Naturalmente, l'Italia dialettale non è arrivata in prima pagina per ragioni di merito (sarebbe difficile anche immaginarne l'occasione). È stata invece fatta pretesto del cosiddetto dibattito politico: "«Esame di dialetto ai professori» / La Lega fa scoppiare un altro caso".
Con la collaborazione degli organi di informazione, i protagonisti di tale dibattito sarebbero del resto capaci di mettere in scena un curtigghiu (è voce siciliana) con qualsiasi (vecchio) arnese concettuale, nazionale o internazionale. Gran merito, per una nazione che è diventata così poco professionalmente teatrale forse perché ha trasferito la sua diffusa teatralità dilettantesca dai cortili dei caseggiati alle arene deputate al pubblico confronto dei suoi ceti dirigenti e intellettuali.
Dalla prima pagina, qualsiasi tema sollevato dal curtigghiu scivola il giorno dopo nelle pagine dei commenti e degli approfondimenti, dove a impadronirsene sono i guitti delle seconde schiere, per poi estinguersi più o meno rapidamente, fino a nuova replica. È appunto accaduto così anche all'Italia dialettale e, per chi della questione ha una cognizione pur vaga, il vero divertimento non sta nella fiammata iniziale (dove pure se ne leggono delle belle) ma in queste conseguenti pagine distese, che prendono l'andamento del saggio e sono di norma imperdibilmente esilaranti.
In un suo paginone centrale, il più venduto quotidiano nazionale ha per esempio titolato perentorio: "Un Paese / 6000 lingue". Cifra peregrina? Per nulla: iperbole codificata. In altra occasione, tempo fa, l'espressione umana era stata fatta oggetto di cure giornalistiche, col pretesto allora della campagna di un'agenzia culturale internazionale per la salvaguardia degli idiomi in pericolo di estinzione e della correlata fantasiosa istituzione (se non ci si sbaglia, a Genova) di un museo. Il numero delle lingue al momento parlate al mondo era stato per l'evenienza fissato alla medesima cifra, se Apollonio non ricorda male.
Locale o globale, evidentemente poco importa: quando è questione di parlate, si deve essere tacitamente stabilito nelle redazioni che seimila corrisponde alla massa critica, in funzione della quale parte la reazione a catena dell'attenzione dei media.
Chi volete del resto si impressioni oggi per quel quattordici sul quale, settecento anni fa, si fermò Dante nel suo computo sistematico delle varietà della lingua del sì? Chi volete prenda in considerazione il suo monito a non impelagarsi, per volere dire di più e per sottilizzare, in calcoli tanto impossibili quanto millantati? Chi volete si curi della sua irrisione del municipalismo?
E poi, diciamolo, per quattordici varietà la questione politica non sarebbe nemmeno nata. Sono meno delle regioni, poco più d'un decimo delle province. Seimila "lingue", invece: vuoi mettere il numero di assessorati competenti? E quello delle correlate consulenze remunerate? E quanti bei posti comunali di ufficiale dialettale da creare, per concorso pubblico! Con la sezione "Annona", la Polizia locale ne conterà naturalmente una "Idioma", incaricata di assicurare il rispetto delle relative norme nell'area di competenza. Finalmente, insomma, il concetto di legge fonetica avrà un senso comprensibile a tutti: abusi idiomatici e violazioni di isoglossa saranno severamente repressi.
Da quattordici a seimila: nella consapevolezza di se medesima, è (a volere essere ottimisti) l'impietoso rapporto della tremenda inflazione d'intelligenza che l'Italia (linguistica) sconta dall'Alighieri al curtigghiu dei giorni nostri.

[su numero e qualità degli idiomi, v. anche il post Lingua loro (6), del 26 ottobre 2007]

Lingua loro (14): "incubo"

Gli Italiani partono per le vacanze? "Con l'incubo delle code", se si dirigono verso il Sud, "con l'incubo della 'nuova' influenza", se passano per un aeroporto e sono diretti all'estero. In montagna? "Una stagione da incubo, per numero di incidenti". Né va diversamente al mare: "Una stagione da incubo, per numero di annegamenti". E mille e mille altre ricorrenze: lingua dei media e lingua quotidiana si rispecchiano in questo caso. Il corso di linguistica? "Un incubo". La storiaccia con il marito della collega? "Un incubo".
La vicenda deve essere vecchia e pare ci sia implicato addirittura Giuseppe Mazzini: "Io sono oppresso dalla vergogna per l'Italia: è un incubo del dì e della notte". A leggere il Tommaseo-Bellini, incubo dilaga infatti almeno dalla metà dell'Ottocento e già vi si parla di "abuso" del traslato: antipatie ideologiche? Minuscolo e saporito dettaglio dell'eterno, buffo contrasto tra l'Italia guelfa e quella ghibellina?
Comunque motivata, la prospettiva normativa rischia però d'essere più stupida della stupidità che pretende di colpire, come al solito. La parola non va ripresa: va osservata amorevolmente, anche quando dà sui nervi. Non mente mai, per la semplice ragione che non dice nemmeno la verità: la parola si esprime, opponendosi al silenzio. E il lento dilagare di incubo esprime e svela, come meglio mai si potrebbe, ciò che è sotto gli occhi di tutti: soggetti a tanti incubi, gli Italiani sono evidentemente in uno stato permanente di sonno.
Con la scusa di raccontare esemplarmente vicende risorgimentali, del resto, Lampedusa lo scrisse dei Siciliani, in pagine famigerate: ma, come pochi si sono accorti (gli altri dormivano, appunto), era solo una sineddoche. Né si potrà dire che si tratta di sonno della ragione. La facoltà in questione è infatti la più tipica tra le nazional-popolari: è la volontà. Gli Italiani vogliono dormire: chi potrebbe dar loro torto? I loro incubi? Modesto prezzo da pagare.

27 luglio 2009

Come cambiano le lingue (1)


"I tabù sono duri a morire" suona il titolo di un articolo di spalla, sulla prima pagina della Stampa di ieri. Prestigiosa notista, titolare di una rubrica televisiva di peso e, un dì, presidente(ssa) della televisione di stato, Lucia Annunziata così esordisce: "Quando si arriva al dunque, ogni paese sembra essere uguale. Razza e gender, sono sempre i primi tabù su cui si ricasca. Cosa c'è di più facile del mettere sotto accusa qualcuno per il colore della sua pelle, e quante volte abbiamo assistito al giochino di sminuire una donna con una semplice battuta sul suo corpo o la sua incompetenza? Il ripetersi di questi episodi è una delle condanne al circuito insolubile in cui è prigioniera la vita quotidiana delle nostre società".
Tabù? Piuttosto cliché, luoghi comuni, stereotipi. Tabù è l'interdetto, ciò che non si può nemmeno menzionare, di cui non si può parlare: su "razza e gender", dice invece l'Annunziata, ci "si ricasca" sempre. "Razza e gender" sarebbero insomma tabù se nessuno osasse (stra-)parlarne: e non è proprio il fatto che se ne (stra-)parli a indignare l'Annunziata e, complice il direttore del giornale per cui scrive, a indurla, col suo scritto, a sollevare l'indignazione di lettori e lettrici?
Provando a penetrare il mistero del "circuito insolubile", Apollonio (lo confessa) è preso dalla vertigine, ma, come modesto amatore delle vicende linguistiche, gongola ed è lungi dal menare scandalo. Al contrario: ecco, prezioso, un cambiamento lessicale in atto. Tabù sta semanticamente migrando, fino a voler dire l'opposto di ciò che significava e ancora significa, per i già obsoleti dizionari italiani e per il vecchio Apollonio. Ed ecco ancora una prova del fatto che le lingue non cambierebbero (o cambierebbero diversamente da come le si vede cambiare), se non ci fosse chi, come l'Annunziata, non sa letteralmente ciò che dice e scrive e, non sapendolo, lo dice e lo scrive in sedi che fanno tendenza.
I due maliziosi lettori di Apollonio staranno certamente pensando che non a caso si diventa oggi giornalista di grido, non a caso presidente(ssa) della televisione di stato. Apollonio, lascia loro l'intera responsabilità di pensieri tanto contingentemente impertinenti. Sa che, mutatis mutandis, così va il mondo, così è sempre andato.

20 luglio 2009

L'attenzione linguistica

L'attenzione linguistica è l'attivazione consapevole delle conoscenze (altrimenti inconsapevoli) che costituiscono la facoltà di linguaggio, come essa si realizza nella padronanza di una o più lingue. L'attenzione linguistica è così la risorsa principale a disposizione d'ogni lettore che aspiri a comprendere un testo (naturalmente, ancor prima, d'ogni ascoltatore: ma, per semplicità, si restringa qui il caso alla lettura) .
Comprendere un testo non è, come si crede banalmente, interpretarlo più o meno correttamente, dal punto di vista filologico, come se fosse un fatto (storico). Invece, è cogliere consapevolmente fasi e modi del processo linguistico che lo ha prodotto (in qualsiasi epoca ciò sia accaduto) e che lo riproduce nel momento in cui esso viene letto. Con consapevolezza della distanza e della prossimità, della differenza e dell'uniformità, leggere è (ri)percorrere un processo: il farsi linguistico del testo.
Si vedono all'opera, nella lettura consapevole, facce complementari del saper fare linguistico complessivo: facce che non esistono per sé, l'una attiva e l'altra passiva, ma soltanto perché l'una è in relazione con l'altra, nell'ipotesi inesausta e sempre da verificare di un'armonica coincidenza.
L'erudizione di critici e lettori specializzati è solo finitura e ornamento di questa indispensabile facoltà, in assenza della quale non ci sarebbe proprio nulla da ornare.

13 luglio 2009

È il vecchio che torna (ovvero: "run for cover")

"Ecco un fatto apparentemente incontestabile: non c'è niente nella parola «cavallo» che assomigli al cavallo; in altre lingue si usano parole molto dissimili, come «horse» o «Pferd». Questa è la tesi fondamentale dell'«arbitrario del segno» (linguistico); espressa da Ermogene, il personaggio del Cratilo platonico, contestata da Cratilo stesso, ripresa da de Saussure e assurta a testata d'angolo della linguistica moderna".
Si sa: sulle gazzette (come nei blog) non si può stare a sottilizzare: si perderebbero lettori. E sul recente supplemento domenicale, dedicato a libri e cultura, dell'organo di stampa della Confindustria non si può dire certo che Roberto Casati sottilizzi, col suo trafiletto intitolato "Se le parole somigliano alle cose".
C'è voglia di ritorno all'ordine, oggidì, e le "cose", con la loro solidità, vanno molto di moda tra i filosofi. Run for cover è il motto e stanno tutti correndo al riparo: sotto il tetto, che evidentemente ritengono sicuro, delle ontologie. Immemori dei terremoti del passato. Incapaci di immaginare quelli del futuro.
Del resto, perché preoccuparsi dei terremoti? Le cattive idee sono immortali. Finiscono periodicamente sotto le macerie degli edifici filosofici che si sono prestate a tirare su. Per un po', le si vede circolare peste e infarinate. Non ci mettono molto però a riscuotersi e a occupare con le loro invadenti rigidità tutti gli spazi su cui possono speculare. Ricominciano così a fare i soliti danni: allo studio scientifico del linguaggio e alla crescita di una diffusa consapevolezza culturale di cosa esso sia, ne fanno da millenni. Nella sua episodica modestia, il breve passaggio in apertura è esemplare: non esita infatti a devastare, appiattendola agli occhi del mondo, la radicale differenza tra l'Ermogene del Cratilo e Ferdinand de Saussure.
Il linguista svizzero si vede così iscritto d'ufficio da Casati tra coloro secondo i quali la lingua è solo una variabile nomenclatura convenzionale delle cose. Per convenzione o per natura: è questo il dibattito cui, dato per assodato il carattere nomenclatorio della lingua, si riferisce infatti Casati. Ma tale dibattito ha poco da spartire con la nozione saussuriana di "arbitraire du signe", che è una caratteristica del "lien unissant le signifiant au signifié", cioè la qualità d'una funzione, come Saussure intende appunto "le signe linguistique". Creandosi processualmente, questo crea al tempo stesso le due facce sotto le quali si manifesta: un significato e un significante.
E invece Casati (ma è lungi dall'essere solo) attribuisce a Saussure una delle due forme tradizionalmente prese da una cattiva idea: l'idea che la lingua sia una nomenclatura delle cose. Proprio quella (ed è una beffa) che Saussure aveva privatamente cercato di estirpare dalla testa dei suoi quattro studenti, giustamente consapevole che dalla testa di certi filosofi (e se ne hanno sempre nuove prove) fosse impossibile farlo: "Pour certaines personnes la langue, ramenée à son principe essentiel, est une nomenclature, c'est-à-dire une liste de termes correspondant à autant de choses... Cette conception est critiquable à bien des égards. Elle suppose des idées toutes faites préexistant aux mots...; elle ne nous dit pas si le nom est de nature vocale ou psychique...; enfin elle laisse supposer que le lien qui unit un nom à une chose est une opération toute simple, ce qui est bien loin d'être vrai".

(Si potrà poi flebilmente sussurrare qui che farebbe la figura di un equino lo studente che, interrogato sul tema dell'arbitrarietà saussuriana, provasse ad argomentarla servendosi dell'esempio della variabilità interlinguistica delle designazioni del cavallo? Darebbe infatti prova di non avere chiaro il problema, di confondere fattispecie storiche - di cui, volendo, si potrebbe far carico a Babele - con una questione teorica - o, se si preferisce, metafisica. Lo si dovrà spiegare ai filosofi? Si dovrà spiegar loro che, anche se la designazione del cavallo fosse unica per tutte le lingue del mondo, passate, presenti e future, la tesi saussuriana dell'"arbitraire du signe" resterebbe intatta? Che, per converso, la variabilità di designazioni non è invocabile come prova sperimentale a suo favore né, a dire il vero, a favore di una qualsiasi tesi convenzionalista?)

9 luglio 2009

Il nuovo che avanza

Lo conosco da qualche anno: è un "arcudaro". Era poco più di un bambino: ma serissimo. Saliva e scendeva per le ripide scale alla guida d'un mulo carico di vettovaglie e di bagagli per i residenti stagionali: tutti istruiti, tutti animalisti, qualcuno, naturalmente, nudista. Deposta la soma, sul mulo, capitava di vedercelo anche in groppa. O, in versione marina, di vederlo scorrazzare con un piccolo fuoribordo, destinato, a noleggio, ai giri dell'isola di visitatori occasionali: mediamente istruiti, qualcuno animalista, pochi, naturalmente, nudisti. "Ciao, Bartolino". "Ciao": così da qualche anno. Stagione dopo stagione, è diventato un giovanotto, serissimo. Lo incontro: "Ciao, Bartolino". "Salve".

[V. il post Intolleranze (2), del 20 maggio 2009]

25 giugno 2009

Piana. O piatta?

"Ho scritto un libro. Quel che un amico mi rimprovera, con dolcezza e anche simpatia, è che il dettato sia chiaro. Si capisce tutto. «Non devi aver faticato molto» mi dice con indulgenza. Rispondo che, al contrario, ho faticato moltissimo, che ho scritto e riscritto pagine infinite volte, poiché se avessi dato ascolto alla mia natura tutto sarebbe rimasto nel vago e nell’oscuro. «Non ami gli esperimenti» insiste l’altro. «No,» dico «l’operazione sperimentale, ogni italiano, colto o no, la compie sempre naturalmente, ‘parlando’». Non è un mistero che noi, oltre all’accento del dialetto natìo, mai abbandonato, siamo propensi ai modi gergali, agli anacoluti, al rovesciamento delle proposizioni, a creare (secondo il senso che vogliamo dare al discorso: placido, sentenzioso, indignato, perentorio, eccetera) una sintassi particolare. È ciò che fa il sale delle nostre conversazioni, dove spesso cinque o sei persone parlano tutte assieme e «si capiscono». Raramente terminiamo una frase stimando a un certo punto che il resto sia superfluo. Parliamo da impressionisti, sempre esagerando per farci capire meglio, sempre rinculando per saltare meglio l’ostacolo logico, aiutandoci con tutto fuorché con la sintassi."
Sono parole di Ennio Flaiano: del 1970. E sono gustose, come un'acquavite che invecchia bene: ma invecchia e ci dice di tempi dell'italiano e dell'espressione italiana che, a loro modo, sono mutati. Chissà come reagirebbe oggi Flaiano ai Camilleri e ai Baricchi, accorgendosi che, anche a proposito di modi gergali e di sintassi particolare, viene sempre un momento in cui la realtà supera la fantasia del satiro, soprattutto se solitario. E che ci si può pascere, contemporaneamente, di modi gergali, di illogicità compositive e di una sintassi che, col pretesto di diventare piana, ha finito per essere piatta.

23 giugno 2009

Bolle d'alea (7): Benveniste, Bolelli


"Ceux qui découvrent dans d'autres domaines l'importance du langage verront ainsi comment un linguiste aborde quelques-unes des questions qu'ils sont amenés à se poser et ils apercevront peut-être que la configuration du langage détermine tous les systèmes sémiotiques. À ceux-là certaines pages pourront sembler difficiles. Qu'ils se convainquent que le langage est bien un objet difficile et que l'analyse du donné linguistique se fait par des voies ardues". Émile Benveniste apriva così nel 1966 i suoi Problèmes de linguistique générale.
Dodici anni dopo, commemorando tra i Lincei lo studioso francese, Tristano Bolelli ricordava questo passaggio e aggiungeva una nota personale: "Più tardi [Benveniste] dichiarò ad un gruppo di suoi attenti ascoltatori: «La linguistica diventa sempre più difficile»".
Le parole di Benveniste sono un'orgogliosa rivendicazione (in quei frangenti, possibile; oggi, naturalmente, molto meno). La difficoltà, dice Benveniste, esalta l'oggetto di studio e la ricerca. C'è da chiedersi se quelle che gli attribuisce l'attento ascoltatore e se la stessa attribuzione siano sulla medesima vena o se non siano un'insinuante interpretazione à rebours. C'è da chiedersi insomma se il difficile di Benveniste par lui-même e quello del Benveniste di Bolelli abbiano lo stesso valore, dietro il fatto (si direbbe linguisticamente banale) che la parola è la medesima. Qual è il sistema però o, forse meglio, qual è il contesto intellettuale in cui è inserita?
Il problema linguistico che qui si pone sarà difficile nel senso di Benveniste o in quello, ragionevolmente diverso, di Bolelli?

22 giugno 2009

Sprachwissenschaftler


Sprachwissenschaftler: per essere conseguente coi luoghi, interrogato a proposito di se medesimo, così disse un giorno Apollonio, da autentico pivello, a un più maturo e sorridente studioso di storia. Benevolmente didattico, nei tre mesi in cui lo frequentò, costui usò poi la sua ingenua autodefinizione per prenderlo in giro: Apollonio gliene è ancora grato.
Andò poi così, tuttavia, almeno socialmente: e certo c'è del comico in tutto ciò. A sua discolpa Apollonio può solo invocare, confessandola qui, una sua antica convinzione.
Ammirevole, c'è chi è linguista, si sente ed è socialmente reputato tale perché trasmette al mondo l'interiore convinzione che caratterizza l'esperto: la capacità, se opportunamente interrogato (anche da se medesimo), di dare la risposta giusta. Beh! Se non proprio la giusta (che sarebbe dogmatica arroganza) diciamo quella più vicina alla giusta, compatibilmente con lo stato delle conoscenze, rappresentato dalla sua erudizione e dalle biblioteche cui riesce ad avere accesso.
Sin dal dì di quel comico Sprachwissenschaftler, Apollonio sapeva però di non essere destinato a tanto: osava dirsi linguista per la bizzarra opinione (che ha conservato) che è tale chi su lingue e linguaggio si fa di continuo domande e il più delle volte (pretendere sempre sarebbe immodesto) non trova risposte.

14 giugno 2009

La Commedia e un'odissea: antonomasie

Un viaggiatore (che presumibilmente gode di un titolo di viaggio di favore, per via dell'appartenenza a una corporazione) in treno, da Brescia a Milano, con grande ritardo e qualche scomodità. Contributo alla mitridatizzazione dell'espressione linguistica italiana, il giorno dopo scrive sul suo giornale che il suo trasferimento da casa al lavoro (o viceversa) è stato "un'odissea".
È un fatto di lingua e sono fatti di lingua (lo si sa) quelli di cui si diletta questo blog, dove non ci s'indigna e non si stigmatizza. Si sorride, al massimo, perché ci sono poche cose che fan sorridere più dei fatti linguistici (e forse nessuna: ma non val la pena d'essere assoluti in proposito, per non diventare ridicoli). E dove, soprattutto, quando sembra si parli d'altro, è solo per farne pretesto di un rinnovato incontro galante con la musa di Saussure, perché nulla è più divertente di corteggiarla, di tanto in tanto, in modo obliquo.
Se dunque i due lettori di Apollonio chiedessero a un filologo come mai quel viaggiatore s'esprime come fa (muovendoli al sorriso col collasso concettuale di una peripezia decennale ridotta a designare la meschinità oraria che designa), si sentirebbero rispondere che lo fa per via d'antonomasia.
Il nome comune odissea, per dire "viaggio pieno di incomodi e di contrattempi", passa infatti (e giustamente) per un'antonomasia, allo stesso titolo con cui passano per antonomasie un mecenate, un ercole, una messalina e così via.
Sono nomi divenuti comuni a partire dalla qualità di propri. Ed è naturalmente un nome proprio il modo con cui si designa un'opera dell'ingegno, come l'Odissea, sia o non sia tale modo quello decretato come titolo dal suo eventuale autore.
La risorsa, lo si capisce, è preziosa. Alla bisogna, serve a far crescere la dotazione dei nomi comuni di una lingua. La mole dei dizionari parrebbe dire che sono già tanti. Ma, si sa, non sono mai abbastanza, per le esigenze dell'espressione umana, soprattutto per quelle che si pretendono "intelligenti", avrebbe detto Musil: e non è piena di "intelligenza" la prima pagina di un giornale?
E poi immaginino i due lettori la soddisfazione che procura il dire, mettiamo, "Presepe o non presepe, non facciamo per favore di queste feste un nataleincasacupiello", "La vita familiare di quella poveraccia fu un livido seipersonaggincercadautore" o, più piccante, "Ferrando ama Dorabella? Si prepari a vivere un delizioso cosìfantutte".
L'aspetto di gustosa bizzarria della questione su cui Apollonio vuole richiamare l'attenzione non consiste tuttavia nel cogliere, dietro la stantia corrività di antonomasie come un'odissea, il fresco straniamento del nuovo conio antonomastico.
Consiste invece nel fatto che, se di nuovo si interrogasse lo stesso filologo a proposito di la (Divina) Commedia, chiedendogli ragione di questo nome con cui si designa il poema dantesco da molti secoli (ma senza che l'autore si sia mai pronunciato in proposito), ci si sentirebbe ancora una volta rispondere che lo si fa per via d'antonomasia.
È un'antonomasia infatti quel nome comune, come appunto una commedia, che prende le proprietà designative del nome proprio: la Commedia (per antonomasia). E, per passare da un'opera dell'ingegno a un essere umano, è un'antonomasia, per es. , il Cavaliere: il modo con cui (alternandolo col nome proprio) la stampa oggi designa il Presidente del Consiglio dei ministri italiano: da un cavaliere a il Cavaliere (per antonomasia).
Il circuito dell'antonomasia, l'ha chiamato allora Apollonio, in un lavoretto comparso tempo fa, sotto il nome (vero o falso?) con cui egli circola per il mondo.
Col determinante favore della sintassi (lo testimonia la presenza di alternanti articoli), un circuito di nomi propri che diventano comuni (l'Odissea che diventa un'odissea) e di nomi comuni che diventano propri (una commedia che diventa la Commedia). Un circuito, i cui percorsi conversi la scienza del linguaggio designa con lo stesso termine: l'uno e l'altro, antonomasie.
Una terminologia da incoscienti, parrebbe di dovere dire, e senza cura per gli incidenti che procura la contraddizione, che è mortale per chi non sa capirla, feconda altrimenti. Perché nulla ha più potere rivelatore di un'incoscienza e d'una contraddizione terminologica. Apollonio ha il sospetto infatti (e qui lo ribadisce) che la ragione di un termine unico ci sia.
Le converse antonomasie sono infatti e semplicemente le due corsie dell'unica strada su cui, con moto perpetuo, la lingua spedisce i suoi nomi propri verso il destino di comuni e i suoi nomi comuni verso il destino di propri: un'incessante trasformazione di un punto di partenza in punto di arrivo e di un punto di arrivo in punto di partenza. Nel moto e nel processo, crea così (e da sempre) tutti i nomi, propri e comuni, che mette poi in bocca a quell'essere vivente "intelligente" che, senza capirla, la parla.

13 giugno 2009

Lingua loro (13): "odissea"

...ovvero "Torino, Vercelli o addirittura Zurigo".
"Mettete che ci foste anche voi, ieri mattina, sul treno assieme a noi, arrivati a Milano tre ore dopo il previsto (e per fortuna abbiamo perso solo la pazienza e non anche le coincidenze, come è toccato a molti nostri compagni di sventura diretti a Torino, Vercelli o addirittura Zurigo)..."
Il brano è tratto dall'articolo Guasti e 3 ore di ritardo. Odissea sull'Eurostar di Luca Angelini, comparso nell'edizione del Corriere della Sera.it, on-line il 13 giugno 2009. Esso illustra (e meglio non si potrebbe) come tutto sia relativo, lo spazio non meno del tempo, e come sia quindi relativo il concetto di odissea, che discende appunto da un'operina adespota (e solo attribuita) in cui, come è noto, spazio e tempo fecero il loro modesto debutto sulla scena della cultura occidentale.
La vaga Citera di Apollonio, come una deliziosa e leggera île flottante, si è ancorata addirittura a quella città lestrigonia: egli viaggia sovente e sopporta cretinamente (cioè cristianamente, a credere all'etimologia) ritardi italiani e svizzeri (non si creda che non ci siano) e loro conseguenze sulle corrispondenze. Si sente quindi autorizzato a definirsi un ulisside (e non lo sapeva).
Gestisse una società aerea, navale o ferroviaria, chiederebbe però un sovrapprezzo ai viaggiatori che si rivelassero gazzettieri (invece di offrire loro sconti e biglietti gratuiti), come tassa preventiva, in caso di odissea, sulla confezione firmata (e per altri versi, s'immagina, remunerata) delle conseguenti immancabili omeriche sciocchezze (à suivre).

10 giugno 2009

Mehr Platz für die Grössten

Anno accademico

Un'università, una scuola coerenti con la società che le esprime: è ovvio che così sia e sia sempre stato (il sempre relativo delle transeunti istituzioni umane). Da quando esistono, l'università e la scuola realizzano però tale coerenza stando di traverso rispetto all'andazzo della società che le esprime. Più che petizioni di principio ideologiche lo dimostrano aspetti che non si possono chiamare dettagli senza rischiare di far loro torto. Dettagli non sono infatti e sono al massimo tra i fatti imponenti sotto il cui cielo le società vivono senza nemmeno rendersene conto.
Gli storici delle istituzioni e della cultura preciseranno con dottrina le ragioni della bizzarria di un anno accademico, di un anno scolastico che stanno di traverso all'anno civile e ne cavalcano due: 2008-2009, 2009-2010.
Un tanto importante istituto di un'ormai quasi perenta civiltà ha così da sempre una scansione del proprio tempo pratico e ideale (e della formazione giovanile che ne consegue: o ne conseguiva?) che fa finire adesso il suo passo cominciato in un passato che aveva un altro nome e che farà finire in un futuro con un nome ancora diverso il passo che muoverà sotto il presente nome.
Sono infatti nomi propri i numeri coi quali l'Occidente decise un dì di scandire il suo tempo, illudendosi così di addomesticarlo e di familiarizzarselo, chiamandolo per nome. E i nomi propri del tempo accademico e scolastico stanno sempre tra il nome passato e il nome presente, tra il presente e il futuro: 2008-2009, 2009-2010.
Sono appunto simboli residui di uno stare di traverso dell'università e della scuola rispetto alla società, del loro valutare il proprio presente sempre un po' in funzione del passato e un po' in funzione del futuro. Sono emblemi di una doppiezza, di un'ambiguità del loro rapporto con la società che le esprime e che, oggi, quella società sembra non volere più tollerare: comprensibilmente ma non ragionevolmente per i suoi destini, accecata com'è da un presente in cui s'illude di vedere il modello eterno del proprio futuro.

8 giugno 2009

Plagio

Bastassero indicazioni delle fonti e straripante bibliografia, come se ne trovano in certi libri e in certi documenti che accompagnano presuntuose conferenze, per assicurare che non si stia perpetrando un plagio. 
Gonfiate come uragani dalla stupidità di correnti norme di una procedura scientifica presuntamente corretta, virgolette a catinelle e torrenziali bibliografie sono il tartufesco lavacro di chi ostenta di non far mai un plagio per occultare la semplice verità che egli stesso, e fin nelle midolla, è un replicante e un plagio. 

5 giugno 2009

L'enigma del medium marcio

Gli accenti son quisquilie ortografiche, appunto. Come si dice nel post precedente, che ne faccia strame l'inserto culturale di un quotidiano che (a quanto pare) ha nei docenti d'ogni ordine e grado i suoi lettori d'elezione ha però sapore di maligna ironia. Il medium è certo di averli già completamente intronati e si consente con essi aperti segni di disprezzo, che procurano il perverso piacere del dominio nel corrompimento intellettuale.
Lo stesso quotidiano che mostra di non curarsi degli accenti pubblicava tuttavia in prima pagina, or sono quindici mesi, un accorato pezzo di Pietro Citati in dolente estrema difesa, se non proprio in memoria del punto e virgola: "non uccidete il punto e virgola". 
Evidentemente (si noterà a margine), ci sono firme prestigiose che non leggono i giornali in cui scrivono (o che ne leggono solo la punteggiatura?). E uno dei due lettori di Apollonio (il più malizioso) starà sicuramente pensando: "vorrei vedere! sanno che ci scrivono... E ognuno è anche il posto dove scrive". Ma resti solo a lui la responsabilità di tali impertinenze, rivolte poi a personalità culturali di tanto rilievo.
Resta in ogni caso l'enigma di un medium che in apparenza contraddice se stesso. Come mai ciò si verifica? E cosa significa? 
Certo, fatte le dovute proporzioni e mutatis mutandis, la situazione che si sta presentando non è diversa da quella che ricorre quando lo stesso quotidiano lancia filippiche contro l'attuale Presidente del Consiglio dei ministri italiano e leva geremiadi sullo stato penoso in cui egli avrebbe ridotto la nazione, per poi consentirgli sulle sue stesse pagine di portare ad effetto e compimento qualche non marginale dettaglio dell'opera sua (presentata altrove come nefasta), con gli opportuni inserti pubblicitari a pagamento di imprese e aziende in vario modo a lui riconducibili e coerenti col suo vasto programma culturale. Ma la constatazione è lungi dall'essere una soluzione dell'enigma della manifesta autocontraddizione: al massimo ne amplia la portata.
Per accostarsi a una soluzione, la prima ipotesi che viene in mente ha l'aria casereccia. In una nazione cattolica, si tratterebbe in fondo dell'ennesimo caso del predicar bene e razzolare male, dell'ipocrita attitudine pretesca al "fate ciò che dico; non fate ciò che faccio". E certo c'è qualcosa di vero anche in una simile banalità. La laicità di cui si fa tanto sfoggio oggi in Italia è quasi sempre di facciata. Come modello sociale e culturale, la figura del prete resta insostituibile per capire ancora oggi i comportamenti dei ceti intellettuali italiani, a qualsiasi parrocchia appartengano. 
C'è poi da invocare, come al solito, il "mercato". A guidare scelte tematiche e modi di svilupparle di un medium  è (e giustamente) un criterio di richiamo commerciale. A proposito di quisquilie para-linguistiche, si potrebbe pensare che, in fondo, far piangere Citati in prima pagina sulla punteggiatura si combina perfettamente col lasciare calpestare l'ortografia alla Urbinati nell'inserto culturale. Con l'uno si acchiappa la citrullaggine un po' rétro, snob e in punta di forchetta, con l'altra quella up to date, rilassata e informale. 
Anche combinate, spiegazioni del genere paiono tuttavia ad Apollonio di respiro affannoso. Il corto circuito, nelle stesse pagine, tra un esplicito cantore della punteggiatura perenta e un'implicita spregiatrice dell'ortografia vigente (a parte la differenza di genere) gli fa balenare nella testa altri collegamenti. E ha inoltre la sensazione che tali collegamenti siano svelatori di cose diverse dai caratteri eterni della nazione italiana e dalle regole transeunti del mercato culturale. Gli pare che in essi balugini addirittura una circostanza storica e, con essa, l'essenza medesima degli odierni mezzi di comunicazione di massa. Tanto più perché il lampo di luce viene proprio da quisquilie, da dettagli in apparenza tanto moralmente neutri quanto socialmente irrilevanti. I due lettori di Apollonio si armino allora di pazienza e lo seguano, se amano il brivido che può dare l'accesso al mondo misterioso e inquietante che si spalanca con l'enigmatica contraddizione di una storia in cui si combinano accenti perversi e l'assassinio del punto e virgola. 
Si cominci dalle generali: i mezzi di comunicazione di massa. Nati nella modernità in forme embrionali o ancora acerbe, essi sono oggi oggetti culturali più che maturi. Alcuni sono tanto maturi che Apollonio li vorrebbe definire marci, in pura ipotesi di determinazione sperimentale e senza connotazioni moralistiche di sorta. A suo parere, i mezzi di comunicazione marci sono anzi quelli che caratterizzano la fase che attraversa oggi la civiltà occidentale. Tale fase è appunto una modernità putrefatta, in riferimento alla quale il concetto di post-moderno (qualificazione peraltro essa stessa già marcita) è stato solo un make-up.
Si venga allora alla definizione sperimentale di medium marcio. Un medium marcio è un medium in cui si trova tutto (per es., la critica feroce al modello culturale proposto dall'attuale Presidente del Consiglio dei ministri italiano) e il contrario di tutto (per es., la giuliva pubblicità del modello culturale proposto dall'attuale Presidente del Consiglio dei ministri italiano). 
A questo punto, penseranno i due lettori, Apollonio s'è messo nei guai: sarà costretto a tirare in ballo categorie gigantesche e controverse, la politica, la morale, roba da "intellettuali", da cervelloni, da gente che scrive appunto sui giornali: tutte cose che un modesto compilatore di sintassi come lui non sa nemmeno cosa siano. Miserello, sarà pure costretto a tirarle in ballo in un blog dove, al massimo, si discute di virgole e che ha due lettori. Ma si sbagliano. Apollonio è sì un testone ma conosce i suoi limiti ed è modesto. Per i suoi ragionamenti, per le sue dimostrazioni, il minuscolo dominio del linguistico e quello ancora più piccolo del para-linguistico gli bastano e gli avanzano. Si accomoda davanti al suo microscopio e osserva. E cosa osserva, nel caso specifico? Osserva appunto un caso lampante di ciò che ha appena definito un medium marcio: un medium in cui trova la lode in memoria del punto e virgola e lo scempio dell'ortografia italiana corrente.
Il diavolo e il buon Dio, si dice, stanno nel dettaglio. D'accordo, diranno i due lettori ad Apollonio, a modo tuo e coi limiti che ti conosciamo, mettiamo pure che tu abbia capito. Puoi uscire soddisfatto dal tuo lindo laboratorio e lasciar perdere. Non sanno che, a questo punto, gli balena improvviso per il capo un collegamento. 
E pensa: ho approntato una definizione di medium marcio; l'ho verificata nel modo più neutro che ci sia su accenti e punto e virgola. Ciò facendo, non mi s'è per caso parato chiaro e in corpore vili quale fosse il sogno di Joseph Goebbels? Definito e sperimentato su accenti e punto e virgola, un medium marcio non è forse un'adeguata realizzazione di quel sogno, emblematicamente rappresentato nella formula della rivoluzione conservatrice? 
In fondo, un medium marcio è uno strumento culturale e sociale che ingoia tutto e il contrario di tutto e, dopo averlo ben ruminato e ridotto in poltiglia, lo sputa e lo dà in pasto a una folla ebete e contenta di non dovere fare la fatica di cercare, di percepire, di valutare differenze. 
E nella povera testa di Apollonio, che parrà pure un teorico da strapazzo ma che alla fine vuole solo sapere praticamente con che razza di gente si trova vivendo ad avere a che fare, si verifica il passaggio finale. L'aiuta a farlo l'arte del linguaggio che va sotto il nome di letteratura. Per continuare a pensare, non gli si presentano infatti allo spirito le memorie di dotti saggi di teoria della comunicazione o di storia contemporanea (ammesso che li abbia mai letti). Gli si presenta, semplice e modesta, una sentenziosa definizione della parola tedesca Gesindel, 'gentaglia'.
"Gesindel ist immer auch guter Regungen fähig, denn das eben macht es ja zum Gesindel, dass es zu allem fähig ist": parole di Gertrud von Le Fort. Vogliono dire più o meno quanto segue: la gentaglia è sempre capace anche di buoni sentimenti: perché ciò che la rende appunto gentaglia è proprio l'essere capace di tutto. 
Da quando conosce tali parole, è sempre sembrato ad Apollonio che esse illuminino d'una luce dolente l'insondabile mistero di vicende umane in generale ma, in particolare, di dolentissime vicende storiche novecentesche. 
Col pretesto di un punto e virgola e di un accento, gli pare adesso però che con esse si possa anche passare, quasi per gioco e provocazione, da una farsesca tragedia a una tragica farsa. Gli pare che diano la migliore e la più icastica immagine sociale di cosa sia un medium marcio. E di cosa siano, vogliano o non vogliano,  le persone che lavorano all'esistenza di un medium marcio. Gentaglia, appunto. Gentaglia che certo dice di sé che ciò che fa è in fondo ciò che tutti sognano oggi di fare e che non è affar suo capire cosa veramente fa e sapere se è giusto o sbagliato, se è (culturalmente) morale o immorale. E di nuovo da una tragica farsa a una farsesca tragedia: è appunto quanto dissero a cose fatte molti connazionali di Gertrud von Le Fort quando si chiese loro ragione di loro azioni e inazioni. 
Alla gentaglia che alacremente lavora all'esistenza multipla del medium marcio, sospetta Apollonio, mai nessuno però chiederà ragione. Se del caso, potranno scrivere libri risentiti in cui si impancano a censori morali e fustigano con rigore catoniano quotidiani e televisioni, per poi finirci dentro, a portare così quel loro piccolo contributo alla confusione, all'annebbiamento delle menti che (Apollonio capisce) era alfine la sola cosa che, censurando e fustigando, volevano fare, per la loro medesima sopravvivenza. Confusione e annebbiamento delle menti sono infatti l'habitat ideale in cui prospera la gentaglia.
La modernità putrefatta, pensa Apollonio, è dunque solo il quintessenziale prodotto della modernità matura andata a male. Il medium marcio, ovunque si depositi, è il farsesco liquame che, per decomposizione, viene fuori dal tragico e mostruoso cadavere di Joseph Goebbels.
Conclusione e soluzione dell'enigma del contatto tra la lode del punto e virgola e lo scempio degli accenti. Apollonio sa adesso che non ha da stupirsi se un medium marcio è sempre capace di proporgli anche roba che pare buona ma che venendo da dove viene è sempre avvelenata. Gertrud von Le Fort, che di gentaglia evidentemente se ne intendeva, gliel'ha spiegato für ewig: certo che un medium marcio ne è capace. Come das Gesindel che lavora alla sua esistenza, esso è appunto capace di tutto.

PS. ...è un medium marcio il medium sul quale i due lettori di Apollonio hanno appena finito di leggere del medium marcio? E Apollonio e loro medesimi, cosa sono?

3 giugno 2009

Muta d'accento


Piccola inchiesta volante sullo stato dell'ortografia italiana, sulle cause e sui valori dei possibili mutamenti cui essa sembra andare incontro, sotto la pressione delle dinamiche sociali.  
Data e àmbito d'indagine: 2 giugno 2009, le pagine 34 e 35 di R2Diario di Repubblica, inserto culturale del più venduto (absit iniuria verbis) quotidiano italiano. Il tema che vi è trattato è qui irrilevante: ne parlano tre corposi articoli, uno di Edmondo Berselli, uno di Filippo Ceccarelli, uno di Nadia Urbinati, l'unica a essere presentata, in un riquadro: "insegna Teoria politica alla Columbia University". 
Oggetto e pretesto dell'indagine: l'accento posto sulla terza persona singolare del presente indicativo del verbo essere, senza riguardo alla funzione grammaticale
Numero totale delle ricorrenze nelle due pagine: 32. 
Numero delle è, con accento grave (grafia corretta, secondo la norma): 22. 
Numero delle é, con accento acuto: 10. Tutte nell'articolo della Urbinati e tutte quelle che ricorrono in tale articolo: "si é imposta"; "é la caccia"; "é certo fortissima"; "é più centrata"; "é comunque cruciale"; "é cucita"; "é impossibile"; "é costretto"; "é il candidato"; "é anzi la parte più appetitosa". Nel titolo e nel sommario dello stesso articolo, certo redazionali, due ricorrenze corrette, come le altre delle due pagine: "è la videopolitica" e "si è imposta".
Come la buona educazione, l'ortografia è certo una futile convenzione, che concerne la lingua, però, cioè un istituto di portata almeno bi-nazionale, italiana e svizzera. Essa non è perciò più futile né più convenzionale delle questioni politiche che tanto affannano i commentatori delle cose pubbliche e che si può immaginare la professoressa Urbinati sia adusa trattare anche negli articoli destinati a la Repubblica, certo non con la medesima nonchalance che in essi pare invece riservare all'ortografia. O sì?
Un tempo si sarebbe data infatti la colpa al proto. Oggi, con la rivoluzione tecnologica, si stampa di norma ciò che esce caldo dal computer del suo autore, nelle condizioni (ortografiche) con cui ne esce. Per questa ragione, date le norme della buona educazione, primo, la Repubblica (che pubblica a quanto pare ciò che capita e senza doverosa revisione editoriale) dovrebbe delle scuse all'autrice. Secondo (e non necessariamente in alternativa), l'autrice dovrebbe delle scuse al lettore italiano. 
Come al solito, tuttavia, la questione non è di scuse né di ignoranza (come si potrebbe mai pensarlo?). E il cielo guardi Apollonio dalla stupida attitudine di impancarsi a censore dei comportamenti linguistici di chicchessia. In un libro pubblicato anni or sono sotto il nome con cui circola pel mondo, un un' maschile occhieggia maligno e ancora, di tanto in tanto, non lo lascia dormire e, se una cortese amica non fosse intervenuta a trattenerlo sull'orlo del precipizio, un rivelatore lapsus dello stesso tipo sarebbe addirittura comparso in questo medesimo post.  
Se qualcosa accade, però, c'è ragione che accada e non c'è ragione (ortografica) che tenga. L'importante è capire come mai accade e non stare a perdere tempo, dicendo che non sarebbe dovuta accadere, per farsi facilmente belli col mondo di chi fa sembiante d'intendersene. 
Pare allora ad Apollonio che un dettaglio come quello appena messo in luce consenta a chi ha naso di annusare ancora una volta l'aria che tira. Perciò lo sta offrendo alla riflessione olfattiva dei suoi due lettori. 
Non sentono anche loro in questa minuzia l'inconfondibile aroma che emana dall'aspirazione di parte di ceti intellettuali italiani a una (in fondo sana, si pensa e si dice) semplificazione degli arzigogoli e delle specificità culturali, come appunto si presenta una bizzarra ortografia nazionale? Non vi intravedono, come lui, l'influsso che, a sostegno di tale aspirazione, esercitano materialmente una tastiera priva di lettere accentate e la noiosa, conseguente ricerca, tra i caratteri speciali, delle buffe lettere che domanda la scrittura in lingue desuete? 
Impressioni: e Apollonio non saprebbe dire di più. Quelle dieci é danno però allo scritto in cui compaiono (e senza riguardo alle tesi che vi vengono prospettate) un sapore profondamente e irrimediabilmente ascaro. 
È da ascari del resto la temperie culturale che globalmente oggi si vive: non da meticci, come qualcuno afferma pomposamente e per darsi un tono. Con gli scritti di rappresentanti dei ceti intellettuali italiani, lo spirito ascaro dilaga ormai nelle pagine degli inserti culturali dei maggiori quotidiani. Lo rivelano (senza nemmeno volerlo) le loro piccole pecche ortografiche, annunciatrici, come le prime rondini, del radioso futuro d'una cultura, d'una lingua.

PS. È tuttavia un po' inquietante (Apollonio lo confessa) leggere in una nota, disponibile in rete, che la professoressa Urbinati "É Nell and Herbert Singer Professor of Contemporary Civilization at Columbia University e Professore di Teoria Politica nel Department of Political Science della Columbia University", "ed é tra i fondatori della rivista Reset", "é stata lettrice alla Princeton University", "Negli Stati Uniti é stata membro di due importantissime istituzioni di ricerca", "ed é inoltre consultata da tutte le maggiori universitá del mondo e accademie scienfiche per casi di promozione di altri docenti", "Nel 1980 é stata eletta Consigliera comunale". Originale, involontaria sfragis, rivelatrice della natura autobiografica, non biografica della nota [Accadesse che la pagina cui qui si rinvia scomparisse dalla rete, se ne trova una registrazione di fortuna qui].

30 maggio 2009

Mainstream

Le buone idee compaiono di tanto in tanto e qui e là, nella testa di qualche essere umano: non hanno padroni, hanno contesti e condizioni sistematiche (comunemente dette menti) in cui si creano. Va diversamente con le cattive, che hanno sempre un padrone e, correlativamente, molti servi. Di conseguenza, a differenza delle buone, le cattive idee sono dappertutto e incombono di continuo. Un tempo si chiamava andazzo l'immutabile fluire della loro continua mutevolezza. Oggi lo si chiama mainstream.

[L'immagine: John Dempcy, Mainstream culture

29 maggio 2009

Televisivo

"L'italiano televisivo": come forse a un buon numero dei suoi pochi lettori, è giunta ad Apollonio notizia di un prossimo convegno dedicato a tale tema, atto conclusivo di una ricerca dal medesimo titolo cui hanno collaborato specialisti di linguistica italiana attivi in molte università. L'espressione presenta ambiguità che non possono non affascinare il grammatico.
Il televisivo dell'"italiano televisivo" può infatti essere anzitutto quel televisivo che, con funzione predicativa e non attributiva, ricorre per es. in Come sport, il calcio è certamente più televisivo del golf. Interrogarsi sull'"italiano televisivo", come ha fatto la ricerca e farà il convegno, significa quindi interrogarsi su una varietà (anche idiosincratica) della lingua nazionale dal punto di vista della sua qualità televisiva, in opposizione ad altre varietà che mancano di tale qualità o la posseggono in misura minore. 
In quella espressione, televisivo può d'altra parte valere come uno di quegli aggettivi che sono chiamati relazionali (Apollonio non trova felice la definizione categoriale, ma così si dice). Ciò apre la porta a una nuova ambiguità.
È infatti relazionale il televisivo che vale 'della televisione'. In tal caso dire "l'italiano televisivo" è come dire l'italiano della Svizzera e studiare l'"italiano televisivo" sotto questa prospettiva significa che se ne è certo giustificata la pertinenza oppositiva rispetto, poniamo, all'italiano della radio. 
È d'altra parte relazionale anche il televisivo che vale 'nella televisione, in televisione'. In questo secondo caso, dire "l'italiano televisivo" è come dire l'italiano nella Svizzera, in Svizzera e studiare l'"italiano televisivo" equivale a capire come e in quali condizioni la lingua nazionale viva nel medium. 
Insomma, con la stessa espressione (come si vede) ci si può riferire a (almeno) tre cose molto diverse, per studiare le quali sono necessari punti di vista e metodi diversi. Che peccato per Apollonio vivere a Citera e non potere assistere a un convegno che, già dal titolo, muove alla discussione e al confronto di prospettive differenti.

PS. Delle tre, confessa Apollonio, la prospettiva che gli pare più stuzzicante e innovativa è la prima. Quale sarà mai l'italiano che viene meglio in TV? Quello, per es., dell'attuale Presidente del Consiglio dei ministri italiano? Se dai lavori del convegno venisse fuori una risposta o anche solo un'indicazione, nessuno potrà dire che la ricerca che con esso culmina non sarà stata grandemente utile.  

Comparare

Saussure lo disse: nella lingua, solo relazioni e differenze. La linguistica è comparativa anche per questa ragione (o soprattutto per questa ragione?). Ma cosa compara chi compara? Compara forme e compara interpretazioni, attribuendo alle une e alle altre uno statuto di realtà che è solo presunto? O compara relazioni e differenze (cioè funzioni, interdipendenze)? 
Oggi, non è forse usuale porsi domande del genere. Ciò non significa che non sia legittimo. Se ci s’indirizza al dominio della comparazione morfosintattica (italo)romanza, si rileva infatti un’attività comparativa, tradizionalmente ricca, di forme e di interpretazioni ma un’altrettanto scarsa comparazione dei valori relazionali, sistematici e oppositivi cui forme e interpretazioni si prestano appunto come manifestazioni.
Un esempio diacronico: tanto il volgare di Dante quanto l’italiano moderno ricorrono a forme di essere come manifestazione della funzione di ausiliazione. Fuggito è ogne augel scrisse il poeta fiorentino (in Rime C 27) e oggi parallelamente si direbbe Ogni uccello è fuggito. Fatti come questi soggiacciono all’opinione comune che in sette secoli nulla (o pochissimo) sia cambiato né si può ragionevolmente presumere che il fuggire dantesco sia interpretativamente differente dal fuggire moderno, come “verbo”. Ma identità formale e interpretativa corrisponde a valori sistematici identici? Lo può credere solo chi ha una visione ingenuamente ontologica della lingua. Nella funzione di ausiliazione di altri costrutti, la distribuzione delle complementari forme di avere, da Dante ai giorni nostri, è mutata. Ancisa t’hai si trova in Pg XVII 37, dove oggi si direbbe Ti sei uccisa. In Dante le forme di ausiliazione non si distribuivano a casaccio: esse costituivano sistema. Come costituiscono sistema e non si distribuiscono a casaccio quelle odierne. Ciò significa che, mutata la distribuzione delle forme di avere, è mutato anche il valore manifestato dalle forme di essere, senza riguardo alla loro persistenza formale e senza riguardo al fatto che il “verbo” fuggire sia rimasto interpretativamente uguale. Parlare di essere come ausiliare dello stesso “verbo”, come se tanto l’ausiliare quanto il verbo fossero stabili enti di un universo linguistico tolemaico e non la manifestazione di puri rapporti è dunque quanto meno grossolano ed inesatto. Dal punto di vista sintattico, l’è fuggito di Dante ed il nostro, pure identici, non sono la stessa cosa, perché manifestano sistemi di opposizione diversi. Si pensi quindi cosa valga rilevare che, in decine di lingue diverse, forme di ausiliazione simili si combinino nemmeno con lo stesso “verbo” (che è già un'astrazione) ma con le differenti guise lessicali che prende un non meglio determinato concetto: poniamo, il “movimento”. Si è usi chiamar ciò attività di ricerca comparativa ma si tratta solo dell’ennesimo camuffamento di un’antichissima attitudine erudita.  
Un esempio non-diacronico: anche il siciliano Gianni è nisciutu e l’italiano Gianni è uscito si somigliano tanto da sembrare perfettamente paralleli. Essi sono tuttavia tradizionalmente (e giustamente) considerati così dissimili da essere classificati come costrutti l’uno aggettivale, l’altro verbale. Si precisa poi che, com’è noto, al secondo corrisponde invece il siciliano Gianni à nisciutu. L’invocazione di differenze categoriali e le glosse (‘statività’, ‘telicità’) che si spacciano sovente come loro fondamenti semantici sembrano spiegazioni ma sono soltanto l’istituzione di circoli viziosi concettuali. Cosa vuol dire “aggettivo”, cosa “verbo”, non dal punto di vista formale o interpretativo ma dal punto di vista radicalmente sintattico? Per chi mira a comparare non forme né interpretazioni ma relazioni e differenze, per chi mira a fare dell’attività comparativa un’autentica procedura razionale, cosa valgono questi feticci che la linguistica trascina con sé da tempo immemorabile e cui, travestendoli sotto tutte le fogge possibili tanto formali quanto interpretative, rende ancora omaggio come a veri e propri totem tribali? 

27 maggio 2009

Sometimes they come back

E se l'attributo storica di linguistica storica volesse talvolta dir soltanto (cosa peraltro comune in italiano) "che incarna un'età che non esiste più o che sta finendo"? 
È ciò che vien fatto di pensare ad Apollonio quando gli capitano sottomano certi scritti introduttivi che prendono a pretesto la menzionata e innocente disciplina (che ben altri e problematici avviamenti forse meriterebbe) o quando vede rimesse in giro figure che giacevano sepolte e ci si poteva solo augurare che dalla loro tomba, per carità di patria, nessuno le facesse risorgere mai più. 
In tali casi non di linguistica storica, dunque, si tratta ma più propriamente di una linguistica di revenants.

[La citazione viene dal punto 8 della v. storico del Grande Dizionario della Lingua Italiana di Salvatore Battaglia]

Nomen, non me! (6)

"Lucia c'est moi!", pensò forse e, dopo lungo lavoro di lima, riflettendo sulla sua arte sopraffina, si rivolse così ai suoi venticinque lettori, lasciandoli di stucco :



Sazi? Men non so darla




[L'invenzione di un anagramma è giustappunto una scoperta]

26 maggio 2009

Passato remoto, imperfetto...


...che lusso! Ci sono lingue che non dispongono di manifestazioni formali così comode per valori funzionali che esistono anch'essi nei loro sistemi ma che per venire fuori hanno da fare percorsi più tortuosi, meno trasparenti.
Per spiegarsi differenze di valori di passato remoto e imperfetto nella classica prosa narrativa italiana, senza bisogno di arzigogoli metalinguistici,  basta del resto leggere un semplice brano tratto dai Promessi Sposi, osservando contrastivamente la distribuzione delle forme verbali. 
La "notte degli imbrogli" volge al termine. Su consiglio di fra Cristoforo, Lucia, Agnese e Renzo lasciano precipitosamente il villaggio: "Essi s'avviarono zitti zitti alla riva ch'era stata loro indicata; videro il battello pronto, e data e barattata la parola, c'entrarono. Il barcaiolo, puntando il remo alla proda, se ne staccò; afferrato poi l'altro remo, e vogando a due braccia, prese il largo, verso la spiaggia opposta. Non tirava un alito di vento; il lago giaceva liscio e piano, e sarebbe parso immobile se non fosse stato il tremolare e l'ondeggiar leggiero della luna, che vi si specchiava da mezzo il cielo. S'udiva soltanto il fiotto morto e lento frangersi sulle ghiaie del lido, il gorgoglìo più lontano dell'acqua rotta tra le pile del ponte, e il tonfo misurato di que' due remi, che tagliavano la superficie azzurra del lago, uscivano a un colpo grondanti, e si rituffavano. L'onda segata dalla barca, riunendosi dietro la poppa, segnava una striscia, increspata, che s'andava allontanando dal lido. I passeggieri, silenziosi, con la testa voltata indietro, guardavano i monti, e il paese rischiarato dalla luna, e variato qua e là di grand'ombre. Si distinguevano i villaggi, le case, le capanne: il palazzotto di don Rodrigo, con la sua torre piatta, elevato sopra le casucce ammucchiate alla falda del promontorio, pareva un feroce che, ritto nelle tenebre, in mezzo a una compagnia d'addormentati, vegliasse, meditando un delitto. Lucia lo vide, e rabbrividì; scese con l'occhio giù giù per la china, fino al suo paesello, guardò fisso all'estremità, scoprì la sua casetta, scoprì la chioma folta del fico che sopravanzava il muro del cortile, scoprì la finestra della sua camera; e seduta, com'era, nel fondo della barca, posò il braccio sulla sponda, posò sul braccio la fronte, come per dormire, e pianse segretamente".
C'è dietro (lo si capisce) la mente e l'espressione di un grande regista. Come in un film: ritmo cadenzato delle inquadrature, a cogliere, con estrema riduzione alla pertinenza narrativa, l'aspetto puntiforme di un agire di vari personaggi che precipita e si scioglie in un piano sequenza. Con la profondità del campo, il piano sequenza proietta quindi la narrazione in una indefinita durata che prepara con lentezza e sospensione una brusca, drammatica interruzione. Ed ecco il close up, insistito e alternato con una ripresa in soggettiva, a svelare chi, del passaggio (come del resto dell'intero romanzo), è l'autentica protagonista, a svelare e a nascondere i suoi pensieri e i suoi sentimenti. 
Ma il commento, come è appena il caso di dire, guasta con la sua verbosa prolissità ciò che, nella lingua, è per se stesso evidente: altrimenti, la lingua che ci starebbe a fare? Apollonio ne è consapevole: il compito del linguista sarebbe tacere. E qualche grande tale compito l'avrebbe anche assolto in modo sublime, se non si fosse fidato, anche solo chiacchierando, di presunti allievi. Tacere e aprire bocca solo per dire che è la lingua stessa a rendere inutile la linguistica? I due lettori di Apollonio non lo svelino, per cortesia, alle autorità accademiche. Questo è il vero paradosso disciplinare. Il suo portato di consapevolezza rende oggi e renderà sempre indispensabile la linguistica. Spiegarlo alle autorità accademiche? Sarebbe inutile (à suivre).