O, meglio, come è già cambiato, e irreversibilmente, l'italiano: infatti, consummatum est.
A noi ha sempre impressionato la sua determinazione; A me stupisce che ancora nessuno protesti; A te allarmano i suoi modi, ed è comprensibile, ma stai tranquilla, non è un cattivo ragazzo: a chi non capita, ormai da decenni, di udire frasi comparabili con queste? Via via, sempre più anche in sedi formali e su labbra di gente di livello (non necessariamente tutta meridionale). Anzi, ormai e come segno distintivo, su labbra di gente di livello, di quella gente che sa dove va il mondo. Figurarsi non sappia dove va la sua lingua. "Lingua loro", appunto: categoria alla quale avrebbe potuto essere attribuito questo frustolo.
"...ha impressionato noi (o Ugo, il pubblico), ...stupisce me (o chiunque lo sappia, la gente perbene), ...allarmano te (o le autorità, i consumatori): ci mancherebbe!", risponderebbero unanimi, se interrogati, coloro che si fossero appena prodotti in espressioni come le sopra menzionate. Poi ricomincerebbero a parlare, però, ed eccoli di nuovo proferire, senza fare una piega, gli appena rinnegati a noi, a me, a te stupisce, allarma, impressiona.
La questione tocca delicati equilibri tipologici e funzionali dell'italiano, incamminato evidentemente su strade già percorse da varietà sorelle (nobilissime lingue romanze di altre nazioni europee e gustosi dialetti italoromanzi meridionali). Si rassicurino però i lettori di Apollonio. Quelle son faccende che lui, non l'appassionano: storie di tipologie, di equilibri dinamici del sistema e di suoi punti di frattura e di ricomposizione. Appassionano il (e certo non al) suo noioso alter ego. Qui non se ne farà parola. Se non per dire che questi aspetti delle chiacchiere quotidiane, in apparenza tanto innocui, sono l'emergere, in italiano, di un "oggetto con preposizione": così si chiama il fenomeno o anche - e fa più tendenza - "marcatura differenziale dell'oggetto" (circola anche la designazione "accusativo preposizionale" ma è desueta, oltre che ancora più discutibile delle sue concorrenti oggi più fortunate).
Da almeno un ventennio, d'altra parte, la vicenda è comparsa, come oggetto di interesse, nella letteratura scientifica. Ci sono già studi che hanno determinato con precisione le circostanze nelle quali il fenomeno sta penetrando nel sistema delle codifiche morfosintattiche italiane, che ne hanno insomma disegnato lo scenario. Osservazioni tutte condivisibili e, del resto, facilmente verificabili: in tale scenario compaiono i pronomi, compare la messa in rilievo, compaiono i verbi detti psicologici e così via. Come del resto dicono gli esempi, tutti di fantasia, che ci si è procurati.
Capita quasi sempre, in quegli studi, che tali circostanze siano magari scambiate per le cause del processo: sul tema, una volta o l'altra, Apollonio tornerà. Determinare le cause (o gli scopi) di qualcosa è del resto il più facile modo di passare per intelligenti. Quale autore di uno scritto che si vuole scientifico saprebbe resistere a una tentazione del genere? E poi lo si sa, la linguistica è ancora una disciplina-bambina: una di quelle che, appunto, crede ancora che trovare le cause (o gli scopi) di qualcosa sia il modo migliore (se non l'unico modo) di capire. Non bisogna riprenderla troppo: crescerà, forse. E se non crescerà e continuerà a gingillarsi con cause e scopi, poco male, per l'umanità, che ha ben altre gatte da pelare.
Comunque proceda la linguistica, del resto, l'oggetto con preposizione, in contesti come i menzionati, procede, in italiano, nella sua avanzata ed è già da un po' che il parlato sta, in proposito, contagiando lo scritto: anche lì, a livelli sempre più alti. Del livello toccato dal fortunato ampliamento, qualche anno fa, un frustolo aveva già qui dato notizia: eccolo, per chi volesse recuperarne la memoria.
Un esempio reale freschissimo, tratto da un portale culturale di tendenza, lo si vede ancora qui sotto:
Un esempio reale freschissimo, tratto da un portale culturale di tendenza, lo si vede ancora qui sotto:
Ma più rilevante e, forse, definitiva è la testimonianza provvista dall'immagine che segue. E Apollonio è felice di renderne partecipi i suoi lettori. È fatta. Ci siamo. Consummatum est, appunto.
Si tratta della pagina di un libro pubblicato, un paio di mesi fa, dall'editore che fu di Benedetto Croce: cosa c'è di più culturalmente alto, nel Belpaese?
In tale libro si riproduce o, forse meglio, si simula un dialogo. E la circostanza non sarà senza rilievo, per la questione qui sul tappeto. Il dialogo ha temi squisitamente linguistici. Si intrattengono su tali temi due figure di massimo rilievo della cultura nazionale: lo scrittore che, negli ultimi venti anni, ha goduto del maggior successo e il linguista italiano più noto e, nell'ultimo cinquantennio, certo il più influente sulle idee che il ceto intellettuale si è frattanto fatto della nazione dal punto di vista linguistico. Meridionali ambedue, si dirà. E meridionale l'editore.
Vero. Apollonio non crede tuttavia che ciò sia rilevante, nell'occasione. Non crede che, nel caso specifico, si tratti, in altre parole, della solita storia di un italiano plurale perché alimentato da radici affondate nell'espressione dialettale, come i due conversatori opportunamente concordano nell'affermare, lungo tutto il libro.
Qui, la faccenda è altra. E non di varietà è questione ma di neo-uniformità: dal Gottardo a Lampedusa. La pagina consacra infatti un uso, per riprendere una parola molto cara all'importante linguista. In questo uso pare risuonare il dialetto ma l'impressione è falsa. L'uso è generale: è un andazzo nazionale, se ci si vuole esprimere così. E non c'è andazzo che, prima o poi, non diventi legge. È allo scrittore che si deve il prezioso A me questo fenomeno continua a sorprendere. E il linguista non avrà certamente avuto cuore di segnalare al suo interlocutore il dettaglio, per un eventuale cambiamento in bozze. Così, la consacrazione non potrebbe essere più solenne e il battesimo più autorevole. Del resto, se non cambiassero secondo gli andazzi e i gusti della gente di mondo, le lingue, come mai cambierebbero?
Qui, la faccenda è altra. E non di varietà è questione ma di neo-uniformità: dal Gottardo a Lampedusa. La pagina consacra infatti un uso, per riprendere una parola molto cara all'importante linguista. In questo uso pare risuonare il dialetto ma l'impressione è falsa. L'uso è generale: è un andazzo nazionale, se ci si vuole esprimere così. E non c'è andazzo che, prima o poi, non diventi legge. È allo scrittore che si deve il prezioso A me questo fenomeno continua a sorprendere. E il linguista non avrà certamente avuto cuore di segnalare al suo interlocutore il dettaglio, per un eventuale cambiamento in bozze. Così, la consacrazione non potrebbe essere più solenne e il battesimo più autorevole. Del resto, se non cambiassero secondo gli andazzi e i gusti della gente di mondo, le lingue, come mai cambierebbero?
A me questo fenomeno continua a sorprendere, come a me quello spot ha sempre colpito, allora. Si potrebbe dire e scrivere diversamente in italiano? Ormai, mai più. "Carta canta" e che carta, stavolta! Grammatici normativi e fustigatori dei cattivi costumi linguistici facciano il favore di prenderne atto. E la prossima volta, distratti come sono da congiuntivi, "parole dell'anno" e varianti creative delle congiunzioni, vedano, per cortesia, di non arrivare come sempre in ritardo: la lingua cambia, anzi, è già cambiata e urge, in proposito, un'appropriata regola: "...quando l'oggetto diretto è un pronome e...".












































