12 agosto 2013

Linguistica da strapazzo (19): Le avventure del signor Homais. Prima parte

Ogni volta che se ne presentava l'occasione, il signor Homais era applaudito con prontezza o ...il signor Homais aveva applaudito con prontezza: due esempi qui costruiti ad arte e per esperimento, prendendo a pretesto una figura cui l'applauso e la sua ricerca si attagliano alla perfezione. 
Nelle due sequenze, è solo la differenza di ausiliare ad attribuire univocamente al signor Homais, nel primo caso, il ruolo, da lui graditissimo, dell'applaudito, nel secondo, quello dell'applaudente, non meno gradito e molto producente. Si tratta insomma di due costrutti che, da qualche millennio, i grammatici chiamano l'uno passivo, l'altro attivo (ma che sarebbe forse meglio considerare come non-passivo). 
Passivo e non-passivo o, se si vuole, attivo sono detti diatesi, cioè disposizioni della proposizione. Tra le due sequenze c'è così una differenza di diatesi, manifestata in modo cruciale dalla differenza di ausiliare: tutto il resto infatti è identico (o, forse meglio, così pare). Tra le due sequenze, c'è anche una differenza di tempo verbale: tenendosi sempre alla terminologia grammaticale, il costrutto passivo è all'imperfetto, il non-passivo al trapassato prossimo. 
Perché il risultato sia identico, infatti, non basta che l'insieme del predicato verbale sia fatto di un ausiliare e di un participio, come in apparenza è fatto in ambedue i casi: aveva applaudito, era applaudito. La somma d'un ausiliare e d'un participio non dà evidentemente sempre il medesimo risultato, perché possono essere diversi i loro valori. I valori dipendono dal tipo di ausiliare, dal tipo di participio e, a dirla meglio, dall'insieme sistematico in cui l'uno e l'altro, sommandosi, si trovano a ricorrere e si determinano. 
Restando alle apparenze, ...il signor Homais era apparso con prontezza somiglia certo più all'esempio con era applaudito che a quello con aveva applaudito. Quanto alla categoria del tempo, tuttavia, era apparso è trapassato prossimo come aveva applaudito e non imperfetto come era applaudito; e quanto alla diatesi, a differenza del passivo era applaudito, era apparso è non-passivo come aveva applaudito.
Ecco allora un buon esempio, tra i mille e mille, di quel dissidio sistematico (e per niente caotico) tra funzione e forma che i parlanti gestiscono alla perfezione, fin quando lo fanno inconsapevolmente. I tentativi di consapevolezza li mettono in crisi, invece, soprattutto quando tali tentativi sono ingenui. 
Parlanti e loro tentativi di capirsi sono in effetti ingenui se orientati dal pregiudizio (condiviso peraltro da non pochi specialisti) che, nella lingua (almeno nella lingua, se non nella vita), tutto ciò che pare identico deve esserlo e che, se non lo è, ciò accade per via di qualche capricciosa violazione dell'ordine dell'universo, probabilmente connessa con l'involontaria uscita degli esseri umani dall'Eden, a séguito di un noto primo incidente con lo scarto tra l'essere e l'apparire. 
Per la salvezza del sonno, bisogna allora che, a ogni costo (anche a quello della perdita dell'intelligenza), si provveda in tali casi, se non a un impossibile ripristino dell'uniformità (alla lingua poco importa di cosa pensano parlanti, grammatici e linguisti), almeno alla cieca imposizione di un'apposita norma: "Si fa così e basta: inutile farsi domande". Proprio il contrario dell'attitudine di ogni buon linguista da strapazzo.

11 agosto 2013

Linguistica candida (4): La nevrosi di Calvino

A chi gli chiedeva come mai non scrivesse in lingue diverse dall'italiano, Italo Calvino rispose una volta che, l'avesse fatto, gli sarebbe mancato quel rapporto nevrotico con la lingua che, indispensabile alla sua scrittura, si dava, per lui, solo con l'italiano.
Faccenda da letterato e da letteratura, potrebbe parere, che riguarda attività sofisticate come la scrittura. Attività linguistiche governate, secondo l'insegnamento di Roman Jakobson, dalla funzione poetica che, Apollonio l'anticipa (e lo confessa), c'è grande spasso a considerare una sorta di nevrosi, con i suoi lampanti aspetti ossessivi (ma appunto di ciò, forse, un'altra volta).
Invece, sollecitato a parlare di lingua e di sé, Calvino parlava, come sempre, di tutti. Il rapporto nevrotico con una lingua riguarda ogni essere umano e lo definisce. Per innesco casuale d'un ambiente, una lingua è di necessità quella con cui ogni essere umano comincia (e finisce) per parlare con se stesso: in quella che sentirà nevroticamente come la propria lingua. 
Propria, infatti, come bersaglio di una libido mai soddisfatta. D'una lingua, come d'una vita - che pure si dice tronfiamente la propria -, non è infatti mai possibile appropriarsene. 

5 agosto 2013

"Potere" (1)


"Puoi. Ma certo che puoi. Ti dico che puoi! Vuoi che tu non possa?": chi prevarica non ti priverà mai del permesso (e dell'illusorio potere) di fare ciò che gli torna comodo, con la fondata speranza che tu sia così sciocco da crederlo un privilegio o, ancor meglio, un diritto: il diritto di stare al suo servizio.

4 agosto 2013

Lingua loro (29): Negazione

"Se resti, non ci dai fastidio". L'alter ego di Apollonio se lo sente dire, ora è un paio di giorni, in un'occasione qualsiasi della sua vita. Apollonio ascolta e, per una delle sue solite incongrue associazioni, gli pare di intuire quale sia stato il fondamento biografico della teoria sulla negazione nell'analisi del testo elaborata, come si sa, da Francesco Orlando quaranta anni fa. Ancor prima di Freud e degli studi freudiani, tale fondamento fu (gli sembra di potere affermare) la buona educazione che chiunque abbia incrociato il critico palermitano riconosceva nel suo accuratissimo tatto.
Proprio quando si mente, come quando si dice la verità, del resto, bisogna avere garbo. Necessita così al mentitore o alla mentitrice la massima attenzione non tanto a ciò che afferma quanto a ciò che nega; alle presupposizioni che la negazione lascia nella sua scia e alle inferenze cui apre la strada.
Insomma, nell'occasione, con più difficile, piana e bella semplicità, Se resti, ci fai piacere sarebbe stata una falsità bene educata, al tempo stesso lampante e meno scoperta: come la letteratura, direbbe incongruamente Apollonio in memore e grato onore di Francesco Orlando. E se una falsità non è nemmeno educata, se una falsità mostra la sua trama ordinaria di volgare menzogna, dicano i cinque lettori di Apollonio, che piacere c'è a ascoltarla?

31 luglio 2013

Bollettino ortografico (2): Succedono anche cose del genere

Sono molte le guise con cui le lingue manifestano le differenze di genere grammaticale. Naturalmente, le lingue per le quali una nozione di genere grammaticale è pertinente. Non sono tutte. 
Non manca d'una sua perversa bizzarria il modo che in italiano (una lingua, appunto, non comune) produce la combinazione d'invariabilità formale e ortografia. Si sta quindi parlando di lingua scritta. 
A chi gli chiedesse "come si fa il femminile" nella sua lingua, chi parla italiano e lo scrive potrebbe infatti rispondere: "Tra le tante maniere diverse, persino con un apostrofo". 
Si prenda il caso della coppia Di Centa era un'atleta importante Di Centa era un atleta importante. Le due espressioni devono solo alla minuscola differenza grafica il fatto di riferirsi la prima alla fondista Manuela Di Centa, femminile, medaglia d'oro olimpica, la seconda a suo fratello Giorgio, maschile, anche lui fondista e anche lui medaglia d'oro olimpica.
Per la fabbricazione di opportune coppie contrastive, sono disponibili, tra gli altri, idiota e analfabeta,  entusiasta e apprendista. E anche idealista, per il quale si trova anzi un gustosissimo esempio di bisticcio di genere, se si fa scorrere rapidamente il lungo scritto, cui sotto si rinvia, e ci si ferma sul passo accompagnato dall'immagine qui riprodotta: se protagonista è "un'idealista", come fa a essere "il buon..."?
Succedono, appunto, anche cose del genere. Succedono anche ai professori che correggono gli errori altrui. Dovrebbero invitare tutti a sorridere e a temperare gli ardori censori.

Cose del genere (adesso, in versione corretta).

Per i filologi,  il passo fino al 31 luglio.

25 luglio 2013

Trucioli di critica linguistica (9): Non hanno acqua? Condividano una Coca-Cola.


In un'epoca che di condivisione fa un abuso comunicativo rivelatore (tutti ne parlano: significa che lo spirito di condivisione è in pericolo o perento), l'acqua (la potabile, in particolare) è oggetto di conflitti e, sembra, sempre di più lo sarà in un futuro nemmeno troppo lontano. 
In rapporto paradigmatico con l'acqua (come la famigerata brioche col pane: in absentia, appunto), non stupisce di conseguenza la Coca-Cola vada appunto condivisa. Del resto, così, anche il vino, in opportuni riti laici e religiosi: "chi non beve in compagnia...", "....e bevetene tutti". Frizzante lavacro che, riflessivamente, purifica dal peccato (un tempo si sarebbe detto consumistico) di praticarlo.
Il rito della comunione è globale, come il ruttino (altrimenti come lucrerebbe chi lo vende?). Non deve sembrare qualunque, tuttavia. È proposto adesso con l'aggiunta della simulazione iterativa d'un valore personale, se non individuale: "condividi con...". Le bottiglie portano allora un nome proprio o un'antonomasia, nella variazione cromatica di sangue arterioso e venoso, che è variazione di zuccheri. Un'antonomasia forse perché Zero ha come target proprio le Nullità (doloroso valore d'oggi su cui capiterà prima o poi ad Apollonio di ritornare).
Trascorrere tra gli scaffali d'un supermercato, per il linguista da strapazzo, è occasione di ilare meditazione.

[Qualche giorno dopo, alla ricerca di valore glocal e in funzione di altra importante articolazione della socialità comunicativa italiana:


Campagne simili in aree geolinguisticamente differenti? O ancora un tributo alla risentita marcatezza siciliana che in anni recenti ha rinnovato i suoi fasti trasparenti per opera di Andrea Camilleri?]

17 luglio 2013

Linguistica da strapazzo (18): L'apposizione del professore

"Sono reduce da una veloce trasferta viennese, città che mi è sempre piaciuta moltissimo": sta nel post "social" di un professore che, l'avesse trovato nello scritto di un suo discente, c'è da scommettere, l'avrebbe tenuto per censurabile.
Invece è un uso, se si vuol dire così, creativo della relazione di apposizione, che le grammatiche prescrivono agganciata a un nome, ovviamente. Ed è, al tempo stesso, un'ottima illustrazione di cosa si può intendere con aggettivo di relazione: Vienna, città diletta dal professore, c'è. Non tanto e banalmente come generico valore semantico, quanto come specifica funzione sintattica, solo latente per categoria.
Grazie, Professore. Le migliori spiegazioni, lo si sa, sono le preterintenzionali.

8 luglio 2013

Intolleranze (7): H24

È ineluttabilmente operativo H24, oggi, chi si presenta con un sonoro salve!, sottolinea le criticità del momento, ne prospetta svariati problemi, s'indigna a cadenze regolari, con altrettanta regolarità (visto che ci si trova) auspica (talvolta e ancora meglio, si auspicauna rivoluzione copernicana e, anche quando fa pipì, ha voluto farla, certo dopo un esame della situazione più che attento: condotto, per l'esattezza, a 360 gradi.
Del resto, il perché di H24 è presto detto: è il solo impero, il suo, sul quale il sole non è mai tramontato né mai tramonterà.

6 luglio 2013

Come cambiano le lingue (4)

"Ieri bella serata al Premio Strega a festeggiare Walter Siti meritatissimo vincitore col suo "Resistere non serve a niente" (Rizzoli), che consiglio a tutti di leggere": così su Facebook, nel post di un fan, che il tema denuncia recentissimo. 
Fattosi accorto e prima di dichiarare la novità, Apollonio ha stavolta riscontrato quel "meritatissimo vincitore" con gli esiti di un'opportuna e rapida ricerca: l'innovazione, ancora una volta, è già un andazzo. I vincitori del "Grande Fratello" già da gran tempo pare siano "meritati". Insomma, i fans dei libri dello Strega stanno solo sulla scia del nuovo che avanza (il confronto resta ovviamente limitato all'esteriore circostanza linguistica: si rassicurino i partecipanti all'autorevole premio letterario).
"Meritatissimo da chi, il vincitore?", s'era chiesto sulle prime lo sciocco Apollonio, realizzando solo dopo un po' che, per la frantumazione di valori morfologici dalla regolarità in apparenza infrangibile, meritato sta coprendo gli spazi di meritevole, come un dì si sarebbe qualificato un vincitore, lasciando che meritato fosse il premio. 
A margine, va certo notato che meritato per 'ricompensato' (valore qui non pertinente) e anche per 'meritevole' ha ricorrenze in italiano antico. La polla da cui oggi sgorga quel "meritatissimo" difficilmente si penserà storicamente collegata per via sotterranea a quelle rare e antiche evenienze. Sette secoli non sono balzo da poco per chi volesse credere a una continuità e l'entusiasta ammiratore di Siti difficilmente si immaginerà lettore delle appassionanti prediche di Fra Giordano da Pisa. Il legame sarà dunque metastorico e le ragioni dei due affioramenti sistematiche: deliziosissime, peraltro, per il sottile collegamento di due forme di un apparente passivo, nella morfologia.
Apollonio lascia tuttavia al suo noioso alter ego d'angustiare i suoi studenti con temi siffatti, coi loro mille rivoli eruditi e le innumerevoli cautele filologiche. 
Ai suoi cinque lettori, che non mancano mai di fare amorevolmente capolino, riserva solo un'espressione di letizia. Chi ama la lingua è fortunato a trovarsi in questo momento ad attraversare il mondo: ha spassose osservazioni da fare quasi a ogni passo. Perché la lingua cambia e, che Siti sia meritevole del premio o no, che il suo Strega sia meritato o no,  resistere non serve a niente.

4 luglio 2013

Come cambiano le lingue (3)

"Per quanto, devo dire, quando vai a vedere a fondo le cose, ci sono Paesi in cui la geriatria è al potere. Ad esempio in Italia e anche in Cina, dove le cose ora pare stiano lentamente cambiando": a scriverlo è una penna illustre, nel post di un blog del Corriere on-line, consacrato (e pour cause) alle "Buone notizie"; ottime (e certo inattese) per la SIGG; solo buone (a quanto pare) per la consorella cinese (se esiste). 
Fuor di celia, è questione di vecchi al potere. Geriatria è allora un lapsus? Apollonio se lo chiede. Di più: se lo augura. Se non è un lapsus, certo, son guai: potrebbe infatti trattarsi addirittura di un 'catarellismo'. Meglio allora pensare sia solo un lapsus ma, come lapsus, gustosissimo. A tenerla in mano, quella penna illustre, è infatti il maggior vecchio del panorama letterario italiano. Non sarà un pediatra a raccomandargli di fumar meno. Quando scrive di "geriatria... al potere", di conseguenza, egli (o il suo inconscio) sa ciò che dice. Voglia il Cielo lo sappia anche chi, quanto all'uso futuro di geriatria, potrebbe mettersi sulla scia di tanta senile autorevolezza.

Solo qualche ora dopo. Ancora una conferma, per Apollonio, del suo istintivo ma irragionevole, perché infondato, ottimismo. Nel passo sopra menzionato, si registra e si codifica un uso a quanto pare già esistente, se non largo, caduto solo oggi sotto il suo occhio pigro. Insuperabili, invece, le senili orecchie hanno evidentemente già intercettato l'andazzo e la penna illustre l'ha fatto proprio.
"Geriatria al potere", nel Web, circola infatti allegramente, senza riferimento alla specialità medica. Geriatria ha insomma intrapreso la strada che potrebbe portarla a valere, un dì, come indicazione della classe anagrafica dei vecchi. Appunto: così cambiano le lingue, quanto al valore delle parole. Che gli etimologi lo sappiano. E tremino. Gli altri trattengano, educatamente, il sorriso.

2 luglio 2013

1 luglio 2013

Caratteri (15)



Fa della sua vita un poema encomiastico. L'autore vi plaude entusiasta al protagonista che, grato, ne magnifica l'ingegno.

Caratteri (14)




Fa della sua vita un romanzo ma l'autore non ne ritiene all'altezza il protagonista e il protagonista ne giudica sciocco l'autore.

26 giugno 2013

A frusto a frusto (68)


Il tempo d'uno sguardo o una vita intera: poco importa per quanto accade l'amore si palesi, tra gioie e tormenti, perché, in essenza, all'amore non s'associa una durata. Così che si può dire che ineluttabilmente finiscono solo quegli amori che, in verità, non sono mai cominciati. 

17 giugno 2013

A frusto a frusto (67)





Lo spazio non fa più la differenza? Resta il tempo, prezioso, benevolo e indomabile, a farla.

16 giugno 2013

A frusto a frusto (66)




Interpretar silenzi, più di interpretare parole, rischia di mettere a nudo crude mancanze di fantasia.

Indirizzi di metodo, per giovani che non ne necessitano (7)


Gli hic et nunc, i tanti 'adesso' e i tanti 'qui', meritano certo il viaggio d'una vita, agra e dolce che sia. Essi non possono bastare però a chi nutre un desiderio curioso d'umana consapevolezza. Serve l'ardire d'andare indietro, vivendo l'avventura della storia. Si badi bene, come ogni esperienza, essa non spiega alcunché. Chiede al contrario di essere spiegata e, ampliando con metodo il vissuto di chi vi si inoltra onesto, mette alla prova e sovente alla frusta ogni facile idea il suo angusto 'qui e ora' abbia potuto suggerirgli come prematura conclusione.

13 giugno 2013

Linguistica da strapazzo (17): "...JE est un autre"

Il tema è trito. I cinque lettori di Apollonio, benevoli, gli perdoneranno se, con facile luogo comune espressivo, evocherà qui in esordio gli impetuosi fiumi d'inchiostro che hanno trascinato per ogni dove quelle quattro parole di un adolescente di genio. O del genio di un adolescente? Non come egli o il suo genio le scrissero, però; piuttosto come "...je est un autre". Donde un fortunato e ormai irrimediabile malinteso.
Nello sterminato impero dello spirito e nella vasta metropoli delle scienze morali, non c'è infatti contrada, oggi, in cui non si trovi segno del passaggio del surrogato. Con "...je est un autre", ci si sono costruiti grattacieli e demolite piramidi, puntellati edifici pericolanti e erose secolari fondamenta, asfaltate autostrade e fatti saltare ponti, disinnescate bombe e approntati detonatori, crepate dighe e rafforzati argini. 
Quattro parole e una proposizione: in apparenza, il pronome di prima persona a far da soggetto, la terza persona singolare del presente indicativo della copula e, come predicato nominale, il nome fatto a partire da un aggettivo indefinito, preceduto da un articolo indeterminativo. Una proposizione irragionevole, a prenderla così; scandalosa. Eppure, si deve essere ritenuto, ragionevolissima. Pronta a prospettare, a riassumere un intero, prolungato, estenuato spirito del tempo che, non trovando immagine migliore, ha preso a guardarsi (talvolta con disgusto, più spesso con compiacimento) in questo prisma, molato, in apparenza, da un colpo di lingua sbardellato e magistrale.
Il linguista da strapazzo sorride. Di filologia francese moderna s'intende tanto quanto di cricket: da lui non possono venire di conseguenza che ovvietà e sciocchezze. Bazzicando dalle parti di Zellig Harris, ha imparato però che la metalingua, tutt'intera, sta nella lingua e che le cose che paiono grammaticalmente bizzarre capita lo sembrino solo perché son forme ridotte, trasformazioni di discorsi più lunghi che, intelligenti pauca (così pare atteggiarsi, generosa, la lingua con gli esseri umani), non val la pena di mettere in piazza. Per decenza. Per rispetto. Per magnanima concessione di fiducia. Quella che il genio dell'adolescente (o il converso) accordò, ma senza saperlo, ai posteri: atto imprudente e fortunato. I posteri l'hanno infatti preso alla lettera.
Invece, in quella copula alla terza persona e nella dipendenza che la vuole accordata col soggetto si apre il varco, neppure troppo nascosto, per penetrare dentro quel JE. Malgrado le apparenze, esso non è je, l'omografo pronome di prima persona. È invece quanto resta d'una elementare trasformazione, per riduzione della ridondanza metalinguistica: '[Ciò che io chiamo (o tu chiami, si chiama)] IO è un altro".
Espressione che fa riflettere, allora, ma non per la sua devianza, solo presunta. Piuttosto per la piana, vera, inesorabile regolarità del suo accordo e per la perentorietà con cui la sua stessa enunciazione ribadisce la servile ma incoercibile istituzione linguistica di un io.

7 giugno 2013

Cronache dal demo di Colono (14): Genere



Sciocchezze, ovunque nel mondo, se ne son sempre sentite e se ne sentono d'ogni genere, come l'occasione sassone consente oggi di dire. Rientra però tra le permanenti specificità storico-culturali il fatto che, destinandola a un ancora più rapido fallimento, una sciocchezza sia appunto velleitariamente proposta come radicale e indifferenziata soluzione finale.

6 giugno 2013

Linguistica da strapazzo (16): Improbo

Saranno passati mille e cinquecento anni (c'è chi dice un po' di più, chi un po' di meno) dal momento in cui, componendo una lista di più di duecento coppie, fortunosamente pervenutaci perché copiata qualche secolo dopo, un oscuro maestro di scuola annotava pignolo "speculum non speclum", "pecten non pectinis", "calida non calda", "viridis non virdis", "socrus non socra". Provava così a mettere un freno alla scomposta espressione di quegli asini dei suoi scolari. Almeno nello scritto, perché, quanto all'orale, a quel momento, difficilmente si può credere che il maestro non si fosse ormai rassegnato a lasciar dire e a dire, lui medesimo, "speclum", "pectinis", "calda", "virdis", "socra". Anzi, a udire e proferire cose anche più nefande, senza più nemmeno rendersene conto. Così fanno ritenere le palesi mostruosità venutene fuori e che, ancora oggi, ci fanno compagnia: verde, specchio, pettine e altre sconcezze romanze comparabili.

5 giugno 2013

Indirizzi di metodo, per giovani che non ne necessitano (5)



Nuovo non è il viandante né il sentiero: nuova (e fuggevole) è la piccola orma che, prima del passaggio di quel viandante per quel sentiero, non c'era.

30 maggio 2013

Come cambiano le lingue (2)

Oggi, in un pezzo del Corriere on-line e per i lessicografi del futuro: "«Senza una corretta strategia di interoperabilità non si può seguire il mercato». Se a proferire una frase del genere fosse un esponente della comunità [open] source o della free software foundation non ci sarebbe alcuna notizia e saremmo di [fronte] al cane che morde l'uomo, per dirla in gergo giornalistico. Invece a lanciare un'invettiva pro-interoperabilità è [il] responsabile delle strategie competitive di Microsoft, per anni quanto di meno interoperabile abbia offerto il mercato, insieme ad Apple".
Prima attestazione nota ad Apollonio di invettiva come vox media, tale cioè da consentire, oltre alla tradizionale reggenza introdotta da contro, anche una reggenza con proE conferma di una circostanza psicolinguistica (di conseguenza, sociolinguistica) peraltro ben nota: a spingere avanti le lingue non sono gli incólti ma i non-incólti (classe che include cólti e semi-cólti) con le mai esauste risorse di una creatività che è combinazione di incoscienza e intenzionalità: quindi, a suo modo, proiezione nell'età adulta di un tipico stato infantile. 
Chi cambia la lingua, insomma, pare un bambino ma non lo è, come pare uno che sa ciò che fa e invece è solo uno che sa ciò che vuoleChe poi riscuota o non riscuota simpatia, e presso chi e come, è altra questione.
In ogni caso, una nascita (se di nascita si tratta) è un evento fausto. Buon pro.

A frusto a frusto (65)




Non è mai il caso di pretendere che il mondo non vada dove e come meglio gli aggrada. Concessoglielo, si può tuttavia fargli di tanto in tanto rilevare (certo, a proprio rischio e pericolo) quando esagera.

29 maggio 2013

Linguistica candida (3): Un sogno del Moderno

A cavaliere tra Settecento e Ottocento, all'origine dell'ipotesi o del sogno moderno di un'attenzione scientifica verso la lingua ci fu l'ipotesi o il sogno di una lingua di cui, come sogno o ipotesi, i grammatici (grazie al Cielo!) non avevano appunto potuto fissare le norme d'uso, alle cui testimonianze i filologi (si dirà purtroppo?) non avevano potuto prestare le loro cure e che, non essendo né fisica né metafisica, ai filosofi (difficile dire se fosse bene o male) non era mai passato per il capo potesse comparire degnamente tra le tante loro fantasie speculative.
La linguistica scientifica, insomma, nasce creando il suo oggetto e prendendo così subito le distanze da tutti i clan di dotti che, fino a quel momento, avevano dominato incontrastati, con attitudine pedantesca o con accostamento pedestre, un'eterna palestra dell'esercizio umano del pensiero: la lingua. O almeno ciò che tali clan avevano fin lì supposto fosse tale. Dal loro punto di vista. 
E nasce, la sedicente linguistica scientifica, con l'intento di mettere mano alla palestra fin dalle fondamenta, di rovesciarne le pertinenze, di misurare il visibile con l'invisibile, di sottoporre allo scrutinio critico dell'intelligenza di un nuovo metodo, tutto da costruire ma sistematico e comparativo, i prodotti tradizionalmente procurati dai tre clan, accostumati per andazzo millenario a discettare di lingua (o di suoi succedanei e surrogati) come se essa fosse risolta, come problema o come mistero, nelle arcigne prescrizioni dei primi, nei concreti documenti dei secondi, nelle speculazioni fisiche e metafisiche dei terzi.
Son passati duecento anni. Libertà, eguaglianza, rispetto: le ipotesi e i sogni del Moderno si sono tutti putrefatti, lasciando dietro di sé scie di cui l'umanità non dovrebbe forse dirsi orgogliosa. Anche la piccola ipotesi e il sogno innocente della linguistica si sono putrefatti? Apollonio, che sonnecchia da un paio di millenni e che del mondo ha sempre capito molto poco, se lo chiede. A occhio, però, la scia di quella ipotesi e di quel sogno gli pare oggi occupata dai soliti filosofi, dai soliti filologi, dai soliti grammatici. Sente che tutti si dicono però linguisti. Ma ciò sarà per via del fatto che, come si sa, i nomi non sono conseguenza delle cose né, ovviamente e come si dovrebbe finalmente ammettere, le cose conseguenze dei nomi.

28 maggio 2013

Indirizzi di metodo, per giovani che non ne necessitano (4)



Trovandosi a spasso pel mondo, s'avesse la curiosa voglia di capirci qualcosa (e, col pretesto, di capire anche un po' di se stessi), non ci si metta sulla via della riprovazione, ancor meno dell'indignazione. È una falsa scorciatoia. Alletta, perché promette meno fatica; imboccarla consola e, soprattutto, gratifica. Non porta a nulla, però, e a percorrerla ci si può persino trovare in pessime compagnie.

27 maggio 2013

26 maggio 2013

Cronache dal demo di Colono (13): Altrove




Stupisce poco che il bisogno di altrove cresca e diventi spasmodica la sua ricerca quando, ovunque, l'altrove comincia seriamente a scarseggiare.

A frusto a frusto (63)



Sarebbe comica, se non fosse sovente tragica, l'ostinazione di chi non si arrende al trasparente etimo di utopia

Numeri (6): Provvidenza?



Il rapporto tra il numero di atti stupidi, sconsiderati e maligni che si compiono a ogni istante sulla faccia della terra e quello, pur grande ma certo inferiore, delle loro vittime, a volte innocenti, sostanzia l'ipotesi che ci sia qualche predilezione, lassù, per "la nostra riverita specie". Forse, però, solo perché la si trova a suo modo divertente.

25 maggio 2013

A frusto a frusto (62)





È onore al pitocco che muore il sapere sepolte con sé (come dire, disperse) le proprie carabattole.

23 maggio 2013

A frusto a frusto (61)




Non c'è realismo meno conforme alla realtà di quello che pretende, irrealisticamente, d'essere il solo punto di vista realistico.

22 maggio 2013

Indirizzi di metodo, per giovani che non ne necessitano (3)




Chi, per inspiegabile dono, sa godere di cose preziose e, perfezionando il piacere, si mette sulla difficile strada di imparare a farne, apprezzi l'andazzo del mondo. Da gran tempo, le cose preziose vi si fanno più rare. Vi si fanno dunque sempre più preziose.

20 maggio 2013

A frusto a frusto (60)



Gli instancabili esecratori di errori altrui sono da esecrare ma esecrarli rende esecrabili.

Indirizzi di metodo, per giovani che non ne necessitano (2)



A casaccio per un ripido sentiero, come capita senza eccezione, chiedersi con amorevole curiosità e privi d'angoscia quanto indietro sia necessario risalire per trovare almeno l'ultimo degli innumerevoli bivi in cui chi vi ha lasciati lì ed è sparito abbia, ragionevolmente, sbagliato strada.

Indirizzi di metodo, per giovani che non ne necessitano (1)



Partecipare alla corsa senza por cura all'eventualità che, con serenità incontenibile, se ne tagli il traguardo fuori tempo massimo. 

Linguistica candida (2): Sistema, ordine e variazione

Sistematico suona per qualcuno come 'ordinato'. A fare un sistema generatore di note di armonia, com'è quello della lingua, l'ordine serve a poco però senza la variazione. 
Nella lingua, non c'è variazione che non sia in funzione di un ordine. Non c'è ordine che non sia in funzione di una variazione. Dove manca la sua relazione con l'ordine, la variazione è il nulla della non-nascita. Dove manca la sua relazione con la variazione, l'ordine è il nulla della morte.
Metafore, certo. Ma chi non amerebbe dire che è così anche della vita, la morale e la materiale?

19 maggio 2013

A frusto a frusto (59)




Nell'istante in cui una spiegazione t'è richiesta come indispensabile non val più la pena darla. Nell'istante in cui una spiegazione t'è proposta come indispensabile non val più la pena ascoltarla.   

11 maggio 2013

A frusto a frusto (57)



Tanto inorgoglisce essere esclusi da certi noi quanto infastidisce (e talvolta oltraggia) sentirsi inclusi in altri.

9 maggio 2013

Linguistica epidemica: Ur-ca!



Il focolaio.

Il contagio in tedesco.

E quello in italiano.


Franz Bopp, buonanima, sorride.

Cronache dal demo di Colono (12): Singapore





Come la sciocca Parigi del cuore dell'Ottocento, la Singapore di oggi, forse altrettanto sciocca, ha già o avrà presto un Gustave Flaubert per riscattarsi? 






[Profetica di quanto sta accadendo e del suo modo di accadere un'innocente canzonetta del 1972. E, con la profezia, l'oggi.]

Linguistica candida (1)

Chi, per professione o per diletto, s'interessa (e talvolta si appassiona) alla lingua, bisognerebbe avesse una qualche consapevolezza del fatto che il suo studio non è facilmente disposto verso uno sviluppo e un progresso: almeno quanto al suo fondamentale strumentario concettuale. Che poi è quasi tutto.
Non per mera ed arbitraria denominazione ma per individuare dati ed enti linguistici con loro proprietà specifiche e positive, da quanto tempo possessivo è 'possessivo'? Neutro è 'neutro', maschile è 'maschile' e femminile è 'femminile'? Da quanto attivo è 'attivo' e passivo è 'passivo'? Almeno dal tempo in cui atomo era 'atomo', cosa che invece (e non da ieri) esso non è più.
Apollonio si chiede allora se non sia così per necessità. A differenza di quanto è accaduto con la materia (o con la vita) e relative discipline, sarà perché, della lingua, da così gran tempo si è già capito tanto bene cosa e come essa è, che non è proprio il caso che ci si muova da quel bagaglio di concetti. Essi la descrivono in essenza, da sempre e per sempre: per farne scienza del giorno, secolo dopo secolo, decennio dopo decennio e, adesso, anno dopo anno (con relativa fresca bibliografia), basta acconciarli alla mutevolezza dei tempi con le riverniciature del caso. Insomma cambiar tutto per non cambiare niente.
Se è così di necessità, però, perché non pensare allora che è anche meglio così? Il punto di vista è noto e ben illustrato da tempo. Se il mondo in cui accade di vivere è così di necessità, esso è di necessità sempre il migliore dei possibili. Anche la linguistica in cui ci si imbatte sarà quindi, di necessità, sempre la migliore delle possibili. Non mancano le ragioni di ottimismo: "cauto", come pare sia oggi necessario dire, per navigare nello stretto tempestoso che divide sfacelo palese e nebulosa speranza.
Apollonio se ne dichiara affatto convinto: la corrente è la migliore delle linguistiche possibili. E se ne dichiara contento, a scanso di equivoci e per non passare (già con se medesimo prima ancora che con i suoi cinque lettori) per l'ennesimo token del type di demente che nelle vignette d'un tempo era impersonato da un Napoleone (gli emblemi della Modernità erano ancora trasparenti: ora, appunto, non lo sono più).
Non perché si voglia riformare, allora, o migliorare qualcosa, ma solo per tenere in libero e gratuito esercizio la mente, capita si rifletta in queste piccole prose su concetti di base della scienza della lingua e su termini correlati. Magari per capire, come si sa e può, cosa si fa quando li si pratica coltivando il proprio orto: piccolo e privato.
Le risorse per tale riflessione, lo si sa, sono quelle di una linguistica candida, molto alla buona, per niente dottrinale. Le risorse intuitive del semplice parlante. Di altre, Apollonio non dispone: "la perspective du locuteur".
Pare del resto fosse proprio questa l'idea di Ferdinand de Saussure, per la sua linguistica: un'isola che non c'è e le cui spiagge, perciò, restano incontaminate.

7 maggio 2013

A frusto a frusto (56)




L'esperienza umana non è infinita ma fuori della lingua è o, meglio, sarebbe indefinita: la lingua la definisce e le dà forma, per relazioni e differenze.

1 maggio 2013

A frusto a frusto (55)




Basta essere certi di sapere dove ciò che è bello, vero, buono si trovi per rendersi impraticabile la via che vi tende.

[Alla riverita memoria di Edward Sapir]