15 settembre 2007

Poor John ran away

"The form Poor John ran away contains five morphemes: poor, John, ran, a- (a bound form recurring, for instance, in aground, ashore, aloft, around), and way. However, the structure of complex forms is by no means as simple as this, we could not understand the forms of a language if we merely reduced all the complex forms to their ultimate constituents. Any English-speaking person who concerns himself with this matter, is sure to tell us that the immediate constituents of Poor John ran away are the two forms poor John and ran away; that each of these is, in turn, a complex form, that the immediate constituents of ran away are ran, a morpheme, and away, a complex form, whose constituents are the morphemes a- and way; and that the constituents of poor John are the morphemes poor and John. Only in this way will a proper analysis (that is, one which takes account of the meanings) lead to the ultimately constituent morphemes". Nel cuore del suo trattato del 1933 (Language, p. 161), Leonard Bloomfield fissa con pochi tratti le idee e le procedure che, immutate, hanno dominato la ricerca linguistica per tutto il secolo scorso e continuano ancora oggi a imperversare, senza che più nessuno se ne accorga, essendo divenute parte del senso comune dei linguisti. La rivoluzione chomskiana - peraltro limitata ad aspetti che, quanto all'autentica ricerca, erano e rimangono esteriori - è stata appunto una rivoluzione: il moto di un mobile intorno a queste parole, secondo un'orbita che la loro forza attrattiva destina, dopo un certo numero di passaggi e malgrado i continui rilanci, a un inevitabile collasso.
Per chi si fida delle ricostruzioni storico-epistemologiche ufficiali potrebbe tuttavia essere stupefacente osservare oggi, a più di settanta anni di distanza e dopo decenni di baruffe, che l'intuizione del parlante - quella chimera che, sotto ogni forma possibile, ha ingoiato il dato positivo della scienza come l'avevano immaginato i Neogrammatici, di cui Bloomfield fu il maggiore allievo e continuatore - giganteggia già nel recesso più profondo dell'analisi per costituenti immediati e ne costituisce il non chiarito fondamento: "Any English-speaking person who concerns himself with this matter, is sure to tell us that..." What?

31 agosto 2007

L'esotico quotidiano (col pretesto di Emile Benveniste)

"Ce qui caractérise en propre le verbe indo-européen – osservò Benveniste nel 1950: lo si può leggere alla pagina 169 dei suoi famosi Problèmes de linguistique générale – est qu’il ne porte référence qu’au sujet, non à l’objet. A la différence du verbe des langues caucasiennes ou amérindiennes par exemple, celui-ci n'inclut pas d’indice signalant le terme (ou l’objet) du procès". L’allievo prediletto del grande Antoine Meillet additava con tali parole un dato indiscutibile. Negli studi morfosintattici, quando è questione di una lingua indoeuropea, interrogarsi sulla funzione della flessione significa per larghissima parte determinare i modi con cui essa manifesta le proprietà sintattiche di quella funzione argomentale del costrutto designabile per convenzione come Soggetto finale. Tale manifestazione contribuisce del resto in modo decisivo (e spesso esclusivo) alla discriminazione superficiale di tipi di costrutti differenti: è solo per le proprietà formali della flessione che, in latino, Lesbia amat si oppone a Lesbia amatur.
All’indiscutibile osservazione non conseguì però né da parte dello studioso né da parte dei suoi epigoni o oppositori un’attitudine di ricerca consona alla portata di radicale chiarezza e semplicità esibita da tali parole. Essa è stata così dispersa nella mancata distinzione tra funzione (cioè rapporto, dipendenza) e senso che caratterizzò gran parte dell’opera scientifica di Benveniste, come caratterizza lo stato presente degli studi.
Se la si fosse presa sul serio e se ci si fosse impegnati nella sua agevole verifica, ci si sarebbe accorti da tempo (Apollonio ne fornisce prove dal 1984 e se ne diverte, nel privato come nel pubblico, sotto il nom de plume della sua vita scientifica) che essa è tanto ovvia quanto solo parzialmente vera e, di conseguenza, sostanzialmente falsa e ingannatrice, a meno di non considerare lingue non-indoeuropee proprio quel francese in cui Benveniste si esprimeva o l’italiano (e con esso un gran numero di varietà italoromanze).
In tali lingue, che potrebbero essere meno peregrine per la comune esperienza del linguista occidentale di quanto non lo siano le amerindie o le caucasiche, sotto le adeguate condizioni sperimentali di osservabilità, la flessione riserva infatti un «indice», cioè uno spazio formale di manifestazione, a una funzione argomentale diversa dal Soggetto (finale): a una funzione designabile convenzionalmente come Oggetto.
Nei primi due capitoli dei Promessi Sposi, per esempio, si legge: "Ma chi, prima di commettere il delitto, aveva prese le sue misure, per ricoverarsi a tempo in un convento…"; "rimanendo celibe, per aver rifiutati tutti i partiti che le si erano offerti…"; "ma non aveva ancor toccata la soglia del salotto…"; "secondariamente aveva già date tutte le disposizioni necessarie…"; "da quando aveva messi gli occhi addosso a Lucia…"; "poiché me ne ha già rotta bastantemente la testa…"; "che avesse data a colui la più piccola occasione…"; "poteva colui aver concepita quell’infame passione…"; "avrebbe spinte le cose tanto in là…"; "e Lucia non ne aveva mai detta una parola a lui!"
Volendosi concedere le emozioni d’un viaggio tra i monti del Caucaso o in una riserva indiana, con buona pace dell’anima riverita del grande indoeuropeista, il lettore potrà peraltro dilettarsi a intercettare nel parlato di tutti i giorni che lo circonda (dalla chiacchiera privata alla discussione di lavoro e al gossip televisivo) tutti i casi in cui il participio di una forma verbale composta si flette in funzione delle proprietà dell’Oggetto che lo accompagna, precedendolo come seguendolo.
E potrà riflettere sul caso bizzarro delle pagine dedicate all'accordo del participio passato della noiosa grammatica dei suoi anni di scuola. Senza che egli lo sapesse, esse lo introducevano ai modi con cui la sua lingua s'ammanterebbe d'esotismo.
Insomma: ciò che è diverso rispetto a radicate convinzioni e pregiudizi è sempre lì sotto gli occhi di tutti. Forse per questa ragione pone alla saggezza (non solo alla linguistica) i problemi più interessanti. A non accorgersene però sono talvolta proprio i più celebrati specialisti.

1 agosto 2007

Il potere linguistico della stupidità

Non sono mai mancate, nella storia della cultura occidentale, analisi anche molto acute e profonde e rappresentazioni sarcastiche e verisimili della stupidità linguistica del potere. Più rare – e se è così una ragione ci sarà – sono sempre state quelle del potere linguistico della stupidità. Il potere è infatti di norma, in un modo o nell’altro, manifesto e si presta così a essere facilmente identificato attraverso le sue forme comunicative (in cui peraltro si riduce la sua volontà espressiva, con tipico collasso). La stupidità e soprattutto il suo potere sono al contrario camuffati e, al tempo stesso, enormemente diffusi: irriconoscibili a se stessi (uno stupido che sapesse di esserlo smetterebbe ipso facto di esserlo – almeno compiutamente), sono per ciò stesso difficilmente catturabili dai tradizionali strumenti di analisi storica e socioculturale, dal momento che spesso tali strumenti ne sono solo un cascame pedante. La stupidità esercita così (e senza parere) il potere più persistente e assoluto, soprattutto attraverso e sulla lingua. A smascherare, almeno parzialmente, il potere linguistico della stupidità può essere solo uno sguardo stupido privo di potere. La saggezza immaginata da Ferdinand de Saussure pare possederlo e si candida quindi a essere il (sempre precario) strumento euristico dell’eterna battaglia, eternamente perduta, contro il potere linguistico della stupidità.

20 maggio 2007

Il buono e il cattivo tempo

"Un vero filosofo non deve mai perdere di vista la lingua, vero barometro le cui variazioni indicano con certezza il buono e il cattivo tempo". A scriverlo è Joseph de Maistre, per i quale "i nomi non sono affatto arbitrari, come hanno affermato tanti uomini i quali avevano perduto i loro nomi... la loro origine deriva, come quella di tutte le cose, direttamente o indirettamente da Dio, perciò non bisogna credere che l'uomo abbia il diritto illimitato di dare nomi anche a quelle cose di cui con qualche diritto può considerarsi autore, e di imporvi nomi secondo l'idea che se ne forma. Dio si è riservata a questo proposito una specie di giurisdizione che è impensabile disconoscere". Per la linguistica, il riconoscimento d'essere alfine una teologia ma, ove il cielo fosse vuoto, un autentico pasticcio (o la più impegnativa delle sfide). Il più gustoso e grottesco paradosso sta però nel corto circuito che parole come queste scatenano se messe in contatto con quelle di alcuni degli attuali detrattori del relativismo, sedicenti illuministi per la pretesa di mettere la loro boriosa pseudo-scienza, cioè in fin dei conti se medesimi, al posto dell'impotente dio vendicatore sognato dal pensatore savoiardo. Non solo quindi illuministi immaginari o, meglio, en travesti ma autentici reazionari forcaioli in servizio permanente ed effettivo.

30 aprile 2007

Libri in aeroporto

Modesto ma costante frequentatore di aeroporti, Apollonio deve alla sua naturale disposizione all’ansia la grazia di godere così, di tanto in tanto, del tempo sospeso dell’attesa, che anticipa e lascia già pregustare, quando si siano passati i controlli, il tempo librato (e quasi perciò liberato) del volo.
Le attese, quando sono quiete, hanno non pochi meriti. Il principale è forse il fatto che esse si lasciano benevolmente e amorevolmente ingannare: sono per questo compagne perfette di un uomo.
Gli inganni che tende Apollonio alle sue attese sono tutti innocenti e comuni: lèggere le pagine leggère che lo accompagnano, prendere note dei propri pensieri su un consunto calepino, sbirciare vetrine, osservare (a dimessa caccia del bello, del bizzarro, del sublime quotidiani) la gente che gli sta o gli corre intorno.
Egli usa, poi, come tanti, infilarsi tra gli scaffali di quei bazar – tipicamente aeroportuali – che, tra altre inutili mercanzie, vendono libri. Appoggiato a una colonna, gli capita così di scorrere i volumi che (l’esposizione in quei luoghi lo dice) dànno sostanza alle classifiche delle migliori vendite. Sulla stampa, queste hanno per lui sempre l’aria misteriosa delle liste di cose favolose e sconosciute, quasi bestiari medievali di animali fantastici che, lì, nelle librerie degli aeroporti, finalmente, gli si rendono visibili e palpabili. Non sempre deliziose, tali letture sono sempre edificanti ed è talvolta successo che, volo dopo volo, Apollonio abbia così percorso per intero – evitandone con tale disonesto mezzo l’acquisto – opere che vanno per la maggiore per qualche mese (chissà se quel mese sarà un anticipo di eternità). E Discolo come egli è, si ripromette, un giorno o l’altro, anche di scriverne: controcanto alla serietà della cultura delle biblioteche, una sommessa rivendicazione della saporita vanità della cultura aeroportuale.

16 aprile 2007

"Il Gattopardo": di chi le spese?

Le vicende editoriali del romanzo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa sono note: l'autore morì a Roma il 23 luglio del 1957, senza sapere se esso sarebbe mai stato pubblicato. Undici anni dopo, il figlio adottivo dello scrittore, Gioacchino Lanza, dà notizia sulla "Fiera letteraria" dell'esistenza di un appunto di Lampedusa, scritto pochi giorni prima della sua morte, indirizzato alla moglie e a lui. Vi si parla del Gattopardo e della sua eventuale pubblicazione postuma in questi termini: "Gradirei che il romanzo fosse pubblicato, ma non a mie spese". Le biografie dî Lampedusa riprendono la storia, frattanto divenuta uno dei cliché lampedusiani, tenendosi più o meno strettamente all'originale resoconto del figlio.
"In the last days he wrote letters for Licy and Gioacchino to read after his death. Among other things he wrote to his adopted son: «I would be pleased if the novel were published, but not at my expense». In death Lampedusa retained his innate pride. He knew The Leopard deserved publication but he would not countenance the humiliation of having to pay for it": è David Gilmour che scrive (The Last Leopard, Collins Harvill, London 1990, 158), con un rinvio in nota all'articolo sulla "Fiera letteraria".
A sua volta, Andrea Vitello: "La consapevolezza della propria fine divenne così lucida che negli ultimi giorni egli arrivò a fare qualche raccomandazione. Lasciò due lettere: una per la consorte, l'altra per Gio'. In particolare, raccomandò di seguitare ad interessarsi del Gattopardo, tentando presso altri editori; precisò che la redazione da pubblicare doveva includere i due capitoli stesi per ultimi; sconsigliò tuttavia di pubblicare a proprie spese: lo riteneva umiliante" (Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Sellerio, Palermo 1987, p. 319).
Dodici anni fa, compare il Meridiano dedicato a Lampedusa, con un'introduzione di Gioacchino Lanza. Quasi in explicit, vi si legge: “E durante la malattia redasse due lettere per me e per la moglie. Sulle sue volontà e sui suoi affetti non dovevano esserci equivoci. Fra l'altro vi parlava del Gattopardo. Pregava gli eredi di adoperarsi per la sua pubblicazione, ma non desiderava la mortificazione che lo facessero a proprie spese” (“Introduzione”, in Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Opere, Mondadori, Milano 1995, p. L-LI).
La lingua è bizzarra, indomabile e capricciosa. Nel momento stesso in cui evoca nella parola del padre adottivo la volontà di non lasciare spazio agli equivoci, la parola del figlio ne istituisce uno, nel nocciolo profondo del suo tema. Attribuito a “spese”, l’aggettivo “proprie” ha un difetto che (capita spesso ai difetti) equivale a una virtù: un’ambiguità di riferimento. “Proprie” di chi? Del morituro o degli eredi? Non è questione di poco momento (à suivre).

21 marzo 2007

Nevica

Oggi, per convenzione cronologica, primo giorno di primavera, comincio le mie lezioni del Semestre estivo. E ha nevicato. E quando ha smesso, il cielo è rimasto, ancora per qualche ora, autunnale. Cosa c'è di più trito del parlare del tempo, non solo del meteorologico? La banalità dell'osservazione non dovrebbe tuttavia nascondere, non tanto al linguista quanto a chiunque provi a esprimersi con un briciolo di consapevolezza, che l'ironia è iscritta nel farsi stesso dell'attività espressiva e che se una parola non pare ironica a chi l'ascolta (anche solo per il fatto di averla egli stesso proferita) è perché essa lo sta ironicamente giocando.

16 marzo 2007

Scolaro, somaro...

L'esperienza è comune: come odori e sapori, ci sono espressioni che improvvisamente piombano chi le sente nel pozzo dei ricordi. Espressioni e parole hanno del resto odore e sapore: non c'è quasi bisogno di dirlo. Alcune puzzano di rinchiuso o di marcio, in altre si percepisce lo zolfo o il cloroformio, altre ancora olezzano fiorite. E poi ce ne sono di amare, di dolci, di sapide, di insipide, di succulente, di stucchevoli e di stomachevoli.
Scolaro, per me, ha odore e sapore e mi sbalza indietro nel tempo a più di trenta anni fa, e nello spazio, a Pisa, Istituto di Glottologia, Via Santa Maria 36. Vi sbarcavo con un modestissimo bagaglio alla fine del 1975, convinto (prova appunto di quella modestia) che scolaro ero stato un dì, con altri mocciosi siciliani, in più di un paesotto dell'Agrigentino, ma che, doppiata la boa della quinta classe elementare, fossi divenuto definitivamente studente: ricordo i miei farmelo presente, con l'aria severa di chi rammenta a un pivello l'onere di un ambito ruolo sociale. Studente, appunto, in attesa che il futuro mi dicesse cosa sarei divenuto per sorte e capacità.
Ebbene, anni dopo, giunto studente a Pisa da Palermo, per fuggire l'ombra lunga e minacciosa di una congrega accademica, "E lei, di chi è scolaro?" fu la prima domanda che mi si fece. E la risposta, credo, decise di me (ma ciò esula dalla presente storia).
Scolaro di..., capii subito, era ben diverso da scolaro in assoluto (ciò che in giorni ancora non molto lontani ero stato): e non era detto fosse meglio. Anche perché, quando ero appunto in assoluto scolaro in quei paesotti siciliani, popolosi come assolati campi di grano ma stretti come gole montane, più di una volta, apparendo sconosciuto in un contesto umano, m'ero sentito apostrofare con un "E tu, a cu apparteni?", affettuoso o diffidente, variante, certo, meno elegante della domanda pisana ma più sincera.
Col suo talvolta implicito complemento, di cui studi successivi e una maggiore intelligenza dei fatti m'avrebbero chiarito la funzione grammaticale di soggetto, scolaro era parola-chiave del contesto umano in cui m'ero volenterosamente ficcato. Per capirlo bastava del resto frequentare tale contesto anche occasionalmente. Per qualche anno io lo feci invece regolarmente: cocciuto, mai assente ai seminari.
E se una scommessa del genere fosse possibile, scommetterei volentieri e sicuro di vincere sul fatto che, per molti decenni, la parola scolaro sia stata proferita in quelle stanze decine di volte al giorno.
Ricordo il palese godimento con cui le figure che vi svettavano ne preparavano l'apparizione nei loro discorsi, il gusto che trovavano nel pronunciarla, lo sciogliersi della parola nella loro bocca: una, la più importante, quella da cui scolaro eruttava senza posa, si atteggiava spesso a un bizzarro musino, che io trovai sempre enigmatico.
E in quelle bocche scolaro si scioglieva in miele, se il riferimento era a se medesimi o ai propri, o in fiele, nel caso degli altri, di norma spregiati. Occasioni in cui, affiancata e connessa a scolaro, compariva abitualmente, accompagnata variabilmente da sorrisi o da accenti di sdegno, un'altra parola-emblema: somaro.
E così tra lo scolaro che, superata l'infanzia, mai più divenni e il somaro che ero e son rimasto (anche solo per il fatto di aver appunto sopportato, cocciuto e paziente, non lievi some) , trascorsi i miei anni pisani di studio.
Oggi, vedendo ancora comparire in scritti ideati in riva all'Arno la parola scolaro, la lusinga della memoria mi illude di intendere e di assaporare meglio, per quel suo rimare con somaro e grazie alle misteriose e nascoste virtù esplicative delle forme, anche l'aspetto onomastico di vicende connesse e successive che m'è accaduto di vivere.

14 marzo 2007

Coppie non minime: scienza e politica (accademica)

"Fort heureusement, les conférences scientifiques et politiques n'ont rien de commun. Le succès d'une convention politique dépend de l'accord de la majorité ou de la totalité de ses participants. En revanche, le recours au vote et au veto est étranger aux débats scientifiques, où le désaccord se revèle en général plus productif que l'accord. Le désaccord dévoile des antinomies et des tensions à l'intérieur du champ étudié; il est le prétexte à des nouvelles explorations". A parlare è Roman Jakobson, quel folletto che, nel secolo scorso, a partire da una prospettiva autenticamente linguistica, ha scorrazzato con una genialità fulminante e imprevedibile quasi per ogni contrada delle cosiddette scienze umane, lasciando ovunque segni del suo passaggio. Segni, spesso, da simpatico lestofante, ma anche per tale ragione sempre meritevoli di riflessione. Le parole in esordio, citate secondo l'ormai classica traduzione francese comparsa negli Essais de linguistique générale, aprivano i suoi Closing statements a un congresso tenutosi or sono ormai quasi cinquanta anni. Sono insomma le parole d'esordio del suo celebre saggio su linguistica e poetica, che anni fa non poteva mancare di aver letto (e talvolta meditato, con fatica) quasi ogni aspirante studioso di problemi linguistici. Mi sono nuovamente cadute sotto gli occhi qualche mese fa: quel saggio fa parte delle letture che consiglio a chi mi avvicina professionalmente e, di conseguenza, capita a ogni semestre di discuterne in classe, in un modo o nell'altro. E hanno preso per me un fresco e nuovo valore: le precedenti letture erano state evidentemente tutte poco attente a quell'incipit e attratte invece dal grumo di complessità che, dopo una sistemazione dello scibile comunicativo di apparente chiarezza cartesiana (tecnica non rara negli scritti di Jakobson, incorreggibile seduttore), lo scritto riserva al lettore troppo fiducioso di sé. E' vero: vi ho sentito - e, mi dico adesso, facilmente - echeggiare i modi ai quali, cento anni prima, John Stuart Mill aveva affidato la sua lode della libertà, con l'impagabile ingenuità predicatoria di chi sa di avere inoppugnabilmente ragione. Ma a fare risuonare nelle mie orecchie in modo nuovo e diverso quelle espressioni è stata - spesso accade così - solo una modesta esperienza personale (l'essermi ancora imbattuto in un veto), su cui, proprio in quanto personale, non vale appunto la pena di diffondersi. Basterà dire che, se il criterio del grande linguista russo è cartina di tornasole, nella linguistica d'oggi, molti eventi spacciati per scientifici (e ciascuno trovi i suoi esempi: a me non ne mancano) sono in realtà meramente politici (e d'una politica accademica, peraltro, di infimo rango).

18 febbraio 2007

Lingua loro (5): Ogni limite ha la sua pazienza

"Grandi idee da Prouvé"
"Metrò, la fermata è firmata"
"Fior di franchi per «fior di loto»"
"Baronzio, che Calvario!"
"Un Piccio in grandezza"
"L'enigma del Tempio"
"Cento anni di scoutitudine"

Titoli di pezzi del Domenicale del "Sole 24 Ore" di oggi. Non tutti i titoli, ma tutti titoli e tutti oggi.

6 febbraio 2007

"E pur si muove"


Davantage que ceux d’autres novateurs, les mots-clés saussuriens, observés au grand jour d’une histoire désormais presque séculaire, ont un aspect bizarre et paradoxal. Sporadiquement bien compris, ils ont de temps en temps libéré la discipline de certaines des ses entraves ancestrales. Régulièrement mal compris, comme le note déjà Engler (Remarques sur Saussure, son système et sa terminologie, CFS 23, 1966), ils ont fini par revitaliser ces entraves, en le devenant eux-mêmes par contagion. «Synchronie», «diachronie», «langue», «parole» etc. sont des cas exemplaires de ces vicissitudes. Aucune surprise, d’ailleurs : la linguistique est une discipline for the happy few (autrefois bien davantage qu’aujourd’hui, évidemment). À l’instar de Malraux, on sait bien toutefois quel genre de majorité se cache toujours dans toute minorité éclairée. Et la communauté scientifique des linguistes n’a jamais échappé à cette règle.
Parmi les mots saussuriens, «système» a un relief spécial, du fait qu’il est le premier qui apparaît dans son œuvre. Mémoire sur le système primitif des voyelles dans les langues indo-européennes est le titre marquant son début et la position de «système» n’aurait pas pu y être plus forte, ce qui fait exclure l’hypothèse d’un hasard. Au contraire, on n’exagère pas en affirmant que «système» est le premier mot articulé par le (très jeune) savant genevois, la première et, à vrai dire, la dernière fois qu’il ouvra sciemment la bouche, et que, donc, sa parole et son enseignement commencent et finissent par là. Et que par là commence et finit donc sa fortune, dans ce qu'elle a eu d'heureux ou de malheureux.
Situation hors de l’ordinaire, que de confier sa destinée à un mot et dont Saussure était assez conscient, pour en fournir sans détour une justification : «Étudier les formes multiples sous lesquelles se manifeste ce qu’on appelle l’a indo-européen, tel est l’objet immédiat de cet opuscule : le reste des voyelles ne sera pris en considération qu’autant que les phénomènes relatifs à l’a ne fourniront l’occasion. Mais, si arrivés au bout du champ aussi circonscrit, le tableau du vocalisme indo-européen s’est modifié peu à peu sous nos yeux et que nous le voyons se grouper tout entier autour de l’a, prendre vis-à-vis de lui une attitude nouvelle, il est clair qu’en fait c’est le système des voyelles dans son ensemble qui sera entré dans le rayon de notre observation et dont le nom doit être inscrit à la première page» (Mémoire sur le système primitif des voyelles dans les langues indo-européennes. Dans: Recueil des publications scientifiques de Ferdinand de Saussure, Genève : Sonor 1922, p. 3).
Et si l’on considère ce passage en profondeur, on s’aperçoit que sa concision dicte à jamais et à part entière le programme théorique et la démarche méthodologique de la science du langage. On s’aperçoit surtout que, loin d’être statique et de désigner ontologiquement un nouvel objet supposé du monde linguistique (comme, par exemple, l’ «indo-européen», les «lois phonétiques», «l’analogie», les «sonantes», le «phonème», les «prototypes», la «structure syntagmatique» etc.), la notion de «système» vient qualifier dans son dynamisme une façon d’appréhender le processus continuel qui, d’après Wilhelm von Humboldt, est en même temps le ‘se-faire’ du langage et le ‘se-faire’ de la perspective scientifique rationnelle qui le concerne. Et il s’agit là du seul isomorphisme fonctionnel compatible avec l’attitude strictement expérimentale que le jeune Saussure destinait à sa discipline à venir, à laquelle pourtant dans la pure conscience et avec la spectaculaire prévoyance de sa pleine maturité il n’assignait pas un futur certain : «Faut-il dire notre pensée intime? Il est à craindre que la vue exacte de ce qu’est la langue ne conduise à douter de l’avenir de la linguistique. Il y a disproportion, pour cette science, entre la somme d’opérations nécessaires pour saisir rationnellement l’objet, et l’importance de l’objet…» (Écrits de linguistique générale, S. Bouquet et R. Engler (éds). Paris : Gallimard, p. 87).
Dans l’esprit de Saussure, la notion de «système» naissait donc en fonction d’une recherche que l’on ne pouvait et ne pourrait pas qualifier de diachronique ni de synchronique sans la défigurer. Toutefois, par réaction avec les dégénérescences ontologiques de «synchronie» et de «diachronie», malencontreusement très populaires, elle s’est rapidement métamorphosée en fétiche. De cette dérive, Roman Jakobson et les autres auteurs des «Thèses» pragoises eurent une conscience critique précoce et la précoce subtilité de comprendre que leur polémique ne visait pas Ferdinand de Saussure mais «l’école de Genève», dont Saussure n’a manifestement jamais fait partie : considération banale qui vaut aussi et généralement (on ne devrait jamais l’oublier) pour la linguistique, justement, post-saussurienne et pour ses fastes.
«Système» dans sa valeur fonctionnelle, non-ontologique, ultra-holistique et sous sa dimension dynamique est donc le noyau générateur d’une linguistique expérimentale à faire redémarrer.

30 dicembre 2006

Lingua nostra (1): "Noi" chi?

L'antefatto. Sotto il nom de plume che ad Apollonio è toccato di prendere nella parvenza della sua vita professionale, è comparso di recente uno scritto dedicato a Cosa Nostra, curioso delle ragioni non storiche né erudite ma concettuali e linguistiche (cioè paradigmatiche e sintagmatiche) di una simile (auto)designazione: nostra? E perché non mia, tua, sua, vostra o loro? E perché cosa? Non è questo il luogo per riassumere tale scritto (i curiosi vadano a cercarlo, per gli altri un riassunto a cosa servirebbe?), ma basterà dire che quasi tutto vi ruota intorno al noi, il pronome di vigliaccheria (a Giorgio Manganelli il merito di tale definizione, felice anche se inadatta a contenerne l'intero obbrobrio). La divagazione nella miserevole landa linguistica del pronome di prima plurale (già così e senza aggiungere altro se ne denuncia la natura di vergognoso imbroglio) ha ricordato a Pietro De Marchi - saprà lui perché, dietro l'occasione - una lettera di Manzoni (non del Manzoni un'immagine del quale commenta olezzante un post di qualche tempo fa, ma del più noto Alessandro) a Tommaso Grossi, scritta a Firenze il 17 settembre 1827. La lettera è stata segnalata ad Apollonio in una corrispondenza privata di gentile sollecitudine. Se ne mette qui a parte il lettore.
Nel settembre del 1827 Manzoni si trova nel capoluogo toscano per le ragioni ben note e gli capita quel che riferisce al suo corrispondente: "Te ne dirò un'altra, e sarà l'ultima. Niccolini, il quale è uno dei pazienti revisori della mia storia (vedi chi sono andato a pescare; ti par ch'io sia ghiotto, eh?) Niccolini mi disse una di queste sere: a quel passo dove usate la frase con un'aria di me ne rido, potete levare quella giunta: come dicono i milanesi; perché si direbbe benissimo anche qui. Io dissi che questo mi faceva piacere tanto più che il me ne rido non è tanto milanese. La nostra locuzione, soggiunsi, è la più strana del mondo; e sorridendo, appunto come chi dice una cosa pazza, noi diciamo, continuai, diciamo, e chi sa dove lo siamo andati a prendere, diciamo: me ne impipo. - Eh! me ne impipo si dice anche noi. - Voi? - Noi. (E qui considera, tu o Rossari, che altro suono abbia quel noi nella bocca di un Niccolini, che nella nostra di noi, che abbiamo quel noi attaccato collo sputo, che così si dice appunto, non già: appiccato colla sciliva, come credevamo noi;) Dunque, per continuare il dialogo, voi!, ripetei io. - io credeva che voi diceste piuttosto: io me n'indormo. - Che! me n'indormo non lo dice nessuno in Toscana. - E me n'impipo? - ...Me n'impipo lo dicono tutti. All'indomani io contava questa storia all'altro mio buon revisore [...] Io contava dunque la storia al bravo Cioni, il quale mi disse: sicuro, sicuro, impiparsene è la parola più propria e più usata nel linguaggio familiare. Io allora, sorridendo come aveva fatto con Niccolini, noi poi, soggiunsi, appicchiamo a questo verbo una giunta stranissima, cavata non so donde... - Ed è? - Diciamo: impiparsi dell'Olanda. - Sicuro, sicuro, impiparsi dell'Olanda, così diciamo anche noi. - Anche voi? - Anche noi" (dalla scelta delle Lettere di Manzoni, curata da Ugo Dotti per la Biblioteca Universale Rizzoli, Milano 1985, alle pp. 293-4).
La grazia irresistibile da gag d'altri tempi dell'aneddoto non oscurerà nel lettore la consapevolezza di trovarsi di fronte a una questione di cui, non foss'altro che per diletto, non è consentito, come italiani, d'impiparsi e che i quasi due secoli trascorsi, coi loro fiumi d'inchiostro, sono ben lungi dall'avere chiarito: perché nostra, anche quando si riferisce a lingua, come dimostra la storiella, resta un imbroglio.

22 dicembre 2006

Ancora "pazienza"


"Le génie n'est qu'une plus grande aptitude à la patience", l'osservazione si deve al naturalista Buffon. Gliela attribuisce Marie-Jean Hérault de Séchelle, ghigliottinato nel 1794. L'anno precedente, dalla sua penna era uscita una Dichiarazione dei diritti dell'uomo. E siamo così di nuovo ai compositi esiti (non necessariamente dialettici) dell'Illuminismo.
Il paziente albero di Rilke avrà tratto anche da lì i suoi succhi, lentamente maturi, e la calma serenità da opporre alle tempeste. Anche a quelle che diffondono il bene (o finalmente lo instaurano) mozzando qualche testa impaziente (ma di rado quelle che funzionano peggio).

18 dicembre 2006

Bolle d'alea (4): Rilke

"Da gibt es kein Messen mit der Zeit, da gilt kein Jahr, und zehn Jahre sind nichts, Künstler sein heißt: nicht rechnen und zählen; reifen wie der Baum, der seine Säfte nicht drängt und getrost in den Stürmen des Frühlings steht ohne die Angst, daß dahinter kein Sommer kommen könnte. Er kommt doch. Aber er kommt nur zu den Geduldigen, die da sind, als ob die Ewigkeit vor ihnen läge, so sorglos still und weit. Ich lerne es täglich, lerne es unter Schmerzen, denen ich dankbar bin: Geduld ist alles!"

Il 23 aprile 1903, da Viareggio, Rilke scrive queste parole a un giovane corrispondente. In un blog, sul crepuscolo del 2006, suonano paradossali. Ma questo paradosso è il pensiero augurale che, per il tempo che viene, Apollonio Discolo lancia a chi ha avuto la pazienza di cercarlo e di leggerlo, come a un corrispondente ideale.
[Nella traduzione di Leone Traverso: "Qui non si misura il tempo, qui non vale alcun termine e dieci anni non sono nulla. Essere artisti vuol dire: non calcolare e contare; maturare come l’albero, che non incalza i suoi succhi e sta sereno nelle tempeste di primavera senz’apprensione che l’estate non possa venire. Ché l’estate viene. Ma viene solo ai pazienti, che attendono e stanno come se l’eternità giacesse avanti a loro, tanto sono tranquilli e vasti e sgombri d’ogni ansia. Io l'imparo ogni giorno, l’imparo tra dolori, cui sono riconoscente: pazienza è tutto"].

14 novembre 2006

"Biliografia" semiotica

Dal 16 al 19 novembre 2006, all'Università della Calabria l'annuale congresso dell'Associazione Italiana di Studi Semiotici (di cui chi scrive si onora di essere socio). Notizie alla pagina web:
Come il lettore può verificare (se non lo ha già fatto), tra gli strumenti messi a disposizione dei congressisti, una
"biliografia dei relatori"
(molti nomi illustri nel numero, alcuni più che illustri).
Non mi sono note altre ricorrenze di un lapsus del genere. Se non ce ne fossero, o, meglio, se non ce ne fossero di già registrate, mi direi stupefatto: così facile, così rivelatore. E anche così gustoso.
'Pagine biliose tracciate da penne intinte nell'umore responsabile della collera' vs. 'Scritti la cui lettura provoca travasi di bile'. Meglio, 'Pagine biliose tracciate da penne intinte nell'umore responsabile della collera' e/o 'Scritti la cui lettura provoca travasi di bile'.
In ogni caso, enfiamenti di bi(b)lioteche (vulgariter, cistifellee), e certa collera celeste della buonanima di Roland Barthes, infecondo (anche perché inimitabile) padre della disciplina, che, com'è noto, mai nascose di amarle poco, le bi(b)lioteche.
Insomma, la semiotica, oggi: l'ittero delle scienze dell'uomo o, semplicemente, una disciplina itterica? Temi cui consacrare il convegno dell'AISS dell'anno che viene.

8 novembre 2006

Bolle d'alea (3): Voltaire, Sciascia

E a proposito di Leonardo Sciascia: oggi che, con pretesa di minoranza intelligente, gli "illuministi" sono tali per semplice autodichiarazione ("Quanto a me, io sono un illuminista...": esagerato! che tu fossi anche solo un po' illuminato basterebbe), merita d'essere ricordata la sua ripresa (dove, l'ho dimenticato) delle parole che a Voltaire (nel Dizionario filosofico: o sbaglio?) ispira chi si impanca a giudice nella repubblica delle lettere (e non sono pochi: eventualmente, Dio lo scampi, anche colui che qui per autocritica si aggrappa a questo duplice e sfuggevole riferimento):
"Le plus grand malheur d'un homme de lettres n'est peut-être pas d'être l'objet de la jalousie de ses confrères, la victime de la cabale, le mépris des puissants du monde; c'est d'être jugé par des sots".

Lingua loro (4): Il mutamento accelera

"Cari amici AISV,
Gli organizzatori del convegno AISV 2006 mi pregano di INVITARVI ad accellerare la vostra registrazione ONLINE... al Convegno...".
Accellerare non è una novità: il parlato e lo scritto dei (semi)colti ne contano ricche attestazioni da tempo. Ma oggi, 8 novembre 2006, m'arriva con una lettera elettronica del Segretario di un'associazione scientifica che si occupa di lingue. E mi pare così superata un'ulteriore frontiera. Agli eruditi che un giorno faranno sembiante di occuparsi di mutamento linguistico, la presente determinazione temporale verrà forse utile: donde la consapevole idiozia di fissarla. A futura memoria, ammessa ma non concessa una memoria al futuro, come insinuò possibile Leonardo Sciascia, cui peraltro sfuggì il presente (e per lui futuro) imbroglio della cosiddetta artificiale.

10 ottobre 2006

Lingua loro (3): Alternativa al Sole

"Ho capito, quando sono arrivato a Flagstaff, che avevo scelto il posto giusto non perché sono presuntuoso, ma solo perché ero stato fortunato e il sesto senso ha una ragione d'essere. E la fortuna in quel momento era duplice. Aver trovato il posto ed esserci. Da quel momento in poi è stato tutto un delirio di cose da vedere. Posti meno codificati ma lancinanti come dolori intercostali. Bryce Canyon, Marble Canyon, l'Horseshoe Bend, Monument Valley, Arches Park. E l'Antelope Canyon, un luogo indescrivibile da lasciare il campo a due semplici alternative: all'Antelope Canyon o ci sei stato o non ci sei stato".
Giorgio Faletti, "Il destino dei visi pallidi", sulla prima pagina del supplemento culturale domenicale del Sole 24 Ore dell'otto ottobre 2006 (n. 272).
Ancora, quantificabile: "L'Arizona era in quel momento un angolo della terra che per quelli della mia età aveva il senso di un pellegrinaggio. Forse più nella memoria che non in un luogo geograficamente quantificabile".
Approccio: "Avevo avuto un approccio cartografico, prima della partenza... Su per la strada che saliva verso una strana città che si chiama Sedona, ho avuto il mio primo approccio a una strada che attraversa i canyon e le foreste...".
Devastante e sconfessare: "L'arrivo al Grand Canyon è stato devastante. Non ci sono foto, non ci sono filmati, non ci sono idee che non vengano sconfessati dalla realtà".
Arrivare: "E qui è arrivata la malinconia. Ho capito la bellezza di quella terra e ho iniziato a guardarla con gli occhi di uno dei vecchi proprietari, un indiano di non importa quale tribù... E qui è arrivata un'intuizione che ha cambiato il corso delle cose. Leggendo un libro di storia, sono venuto a conoscenza di un piccolo dettaglio...".
Il domenicale del Sole migliore del leggendario Drive in? Il personaggio Faletti caricatura linguistica più efficace dell'amatissimo Vito Catozzo? Non so: propenderei per una risposta positiva, ma giudichi il lettore: "Perché io so' Vito Catozzo, un vero macchio! Io tratto le donne come tratto i delinquenti! Ci ho mia moglie Derelitta che ha un rapporto peso-potenza 1:1. 140 chili, 1 metro e 40... Pure la dieta mi va a fare, mondo cano: mi diventa 110 chili... Ci ho detto: «Derelitta, se volevo un'indossatrice la sposavo, maiala la mandria con tutti i mandriani!»... A mia moglie Derelitta ci ho fatto sette figli in 6 anni... e prendeva la pillola! Sei figlie femmine mi ha dato prima di avere il maschio: Crocefissa, Derelitta jr, Addolorata, Immacolata, Selvaggia e Deborah, tutte come la madre... e poi è nato Oronzo, che io, mondo cano, l'ho chiamato Oronzo Adriano Celentano Catozzo, non per spregio a Little Tony, ma Adriano è sempre dentro il cuore, mondo cano!... Che se io saprei che mio figlio mi diventerebbe un orecchione, vivo glielo faccio mangiare il ritratto di Dorian Gray!".

30 settembre 2006

Bolle d'alea (2): Genette

"J'ai oublié qui disait, et à propos de qui: «Méfiez-vous de ce type, il croit tout ce qu'il dit»".

Gérard Genette, Bardadrac, Seuil, Paris 2006, p. 412

29 settembre 2006

Mirabilia del Pensiero (1), ovvero...

...divulgate, divulgate. Qualcosa resterà!

 "La logica è lo studio del logos: cioè, del pensiero e del linguaggio. O meglio, del pensiero come esso si esprime attraverso il linguaggio. Il che significa che, per capire la logica, bisogna anzitutto cominciare a capire il linguaggio, che almeno nelle sue versioni indoeuropee si basa su una tripartizione delle parole in tre categorie fondamentali: i sostantivi, gli aggettivi e i verbi, che servono a indicare oggetti, proprietà e azioni (0 stati), come nella frase «l'homo sapiens parla». Ciascuna categoria corrisponde a un particolare modo di guardare e vedere il mondo, e ha dato origine a generi letterari complementari: l'epica, la lirica e il dramma, che si concentrano rispettivamente sui personaggi, i sentimenti e gli eventi.
Vedere il mondo sotto la specie degli oggetti, delle proprietà o delle azioni vuol dire osservare da un punto di vista significativo ma parziale ciò che ci circonda, e determinare la natura della descrizione della realtà. I bambini, ad esempio, hanno più facilità a distinguere gli oggetti che le azioni, e imparano più facilmente i sostantivi che i verbi. E in parte questa attitudine permane anche negli adulti, visto che le lingue parlate moderne hanno in genere molti più sostantivi che verbi. In altre parole, il mondo ci appare oggi più «naturale» come insieme di cose che come insieme di eventi, benché non sia sempre stato così: ad esempio, nel greco antico era vero il contrario, e i nomi erano in gran parte derivati verbali.
Analogamente, in genere nelle lingue il singolare è più frequente del plurale: ciò significa che riconosciamo più facilmente gli individui che non le specie e i generi, o gli insiemi. E il plurale generico è più frequente di quello specifico (duale per le coppie, triale per le terne, eccetera): ciò significa che riconosciamo tanto più facilmente le specie e i generi, o gli insiemi, che i loro tipi cardinali.
Ovviamente, non per ogni oggetto c'è un nome, o per ogni proprietà un aggettivo, o per ogni azione un verbo. Anzi, è vero il contrario: soltanto pochissimi oggetti, proprietà e azioni ricevono la nostra attenzione, e vengono battezzati con una parola. Gli altri dobbiamo farli rientrare in quelli, con un processo di approssimazione che spesso diventa una semplificazione della complessità della realtà. Ma senza semplificazione non ci sarebbero l'astrazione e il pensiero: ad esempio, ogni uomo rimarrebbe un individuo a sé stante, e non arriveremmo mai alla concezione dell'umanità.
Il problema principale che il linguaggio e il pensiero devono risolvere è dunque di riuscire a mediare tra gli eccessi di proliferazione e di semplificazione del vocabolario: troppe parole rendono la comunicazione difficile, e troppo poche la banalizzano.
Per questo i bambini che hanno ancora un lessico troppo limitato ci fanno spesso sorridere, così come ci fanno ridere quegli adulti, dai filosofi agli avvocati, che si pavoneggiano invece con uno troppo complicato. E uno degli scopi della logica, forse il più salutare, è proprio quello di sviluppare strumenti sufficienti a farci ridere di una buona parte delle sedicenti «argomentazioni» dei nostri simili, mostrandoci le une e gli altri nella loro infantile ingenuità.
Perché il linguaggio è una tecnologia, e come tale può essere usato o abusato. Infatti, ogni parola è letteralmente una parabola: essendo «messa a fianco» o «in parallelo» alla realtà, essa va interpretata e compresa, e si presta dunque a essere fraintesa. Ad esempio, le stesse parole che ci permettono di cogliere l'essenza del mondo fisico possono anche illuderci di percepire la presenza di un mondo metafisico: prime fra tutte, le abusate parole «spirito» e «anima»..."

Piergiorgio Odifreddi, "Analisi logica dell'anima", La Repubblica 29 settembre 2006, p. 61 [cioè il paginone la cui intestazione intona a gran voce: Cultura. Un trafiletto a margine informa il lettore: "Una conferenza sul 'logos'. L'idea è quella di chiedere a chi per una vita si è occupato di un argomento di condensare in un'ora alcuni elementi chiave da offrire a un pubblico di non specialisti. Il ciclo organizzato dall'editore Luca Sossella, si è inaugurato ieri all'Auditorium di Roma con la conferenza di Piergiorgio Odifreddi 'Che cos'è la logica' di cui pubblichiamo qui una sintesi..."].
Per notizie sull'autore o, come rivela l'indirizzo, sul
"personaggio".

4 agosto 2006

Lingua loro (2): Ippomontati, sì. Ma dove? E da quando?


Google consente d'inseguire le facili inezie in ciò che le fa tali: i loro labirintici meandri. Per questo, per simulare un'attività euristica, per far finta di fare ricerca è uno strumento (quasi) perfetto. Esito naturale di tale prassi, al tempo stesso reale e ingenua (quasi fosse un gioco infantile) ma certo non innocente, è l'inconcludente simil-teoresi che va oggidì dilagando. Si tratta in realtà solo dell’ennesima nuova forma sotto cui rivive l'immortale e rugosa larva dell'eterna erudizione, sempre più a buon mercato. Un divertimento a poco prezzo. L’illusione di saper molto (se non proprio tutto), senza la necessità di capire qualcosa. Non concedere qui a tale illusione un momentaneo visto d'ingresso sarebbe atto oltracotante. Del resto, quale migliore occasione di una quaestio equina per la magnanimità di un gesto agostano?
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Ippomontato, naturalmente, oggi dilaga (anche nella forma femminile e nei rispettivi plurali). E se chi scrive ha dovuto attendere l'agosto del 2006 e un cartello nel parco palermitano della Favorita per farsene finalmente motivo d'ilarità la colpa è certo della sua svagatezza (v. il post precedente). Non altrettanto distratti, e pour cause, sono stati a quanto pare Giovanni Adamo e Valeria Della Valle, che sul crepuscolo del 2005 avrebbero registrato ippomontato nel loro 2006 Parole nuove, pubblicato a Milano da Sperling & Kupfer. Scrivo questo post in condizioni temporali e spaziali che renderebbero ardua la consultazione dell'opera (e chi sa d’università e di biblioteche siciliane, per giunta in agosto, intende quell'ardua) . Mi accontento perciò di ciò che ne apprendo in rete.
Come quella di tutte le altre voci della raccolta dei due studiosi, la registrazione di ippomontato sarebbe esito di un'accanita lettura tra il 2003 e il 2005 di grandi quantità di prosa giornalistica.
Sia detto per inciso, gli autori dovrebbero perciò essere esenti dall’invidia di chicchessia. Ma qualcosa, infine, bisogna pur fare per campare, anche leggere il giornale per professione, togliendosi così per sempre il gusto di nasconderlo rapidamente sotto la scrivania all’inopinato passaggio del capo, che oggi invece esclamerà: «Benedetto ragazzo, non mi dica che da quando è arrivato stamattina in ufficio lei ha letto solo un quotidiano! Per favore, tolga dal suo tavolo quei libri, prenda la sua copia di Repubblica e si metta finalmente a lavorare…».
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Ma si torni al tema. Se, come sembra, Adamo e Della Valle hanno pescato solo nei giornali, al lettore di questo blog, quanto a ippomontato, si può offrire infatti altro materiale fresco (insieme con qualche ragione di riflessione).
La rete lascia credere infatti che già nel 1992 ci fosse in giro un ippomontato e che esso occhieggiasse ironico in apertura del testo di presentazione (sincrono con la pubblicazione?) di un libro di ritratti di meticci messicani, curato da Gianni Guadalupi per i raffinati tipi dell’editrice FMR: «Travolto dall’uragano corazzato e ippomontato dei Conquistadores, il Messico azteco fu trasformato nel corso del Cinquecento nella Nuova Spagna, mecca dei missionari, scatenati in battesimi di massa degli sbigottiti indios, e dei minerari esaltati dalle ricchezze inesauribili dei giacimenti d’argento».
Ippomontato comparirebbe così, con questa sua solo presunta origine, in uno spezzone di prosa (non troppo fastidiosamente) immaginifica, indirizzata a un lettore invogliato dalla presenza dalla trasparente metafora dell’uragano all’accettazione (in)consapevole della saporita innovazione formale, dal retrogusto vagamente volgare. E volgari furono appunto i cavalieri di quell’apocalisse: tutt’altro che cavalieri, appunto, al massimo ippomontati. Portatori inoltre di una lingua e di una cultura che, quasi contemporaneamente, avrebbero trovato la loro più alta e ironica espressione nella figura del maggiore cavaliere della letteratura mondiale: Don Chisciotte, in funzione di Ronzinante, l’ippomontato per antonomasia.
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Si tronchino subito però i fili di questa pista, troppo impegnativa filologicamente. A suo tempo, forse, la si potrà riprendere, se non sarà meglio lasciarla come indicazione, non si sa se più preziosa o velenosa, a qualche futuro perdigiorno. Dal 1992, se di 1992 si tratta, al 1998, Google non trova altre tracce di ippomontato. Ma quando sei anni dopo quella che pare la sua prima comparsa la forma riappare, quanto mutata è da sé! E quanto, invece, coerente (anche topologicamente) con il casuale reperto, il cartello stradale del parco della Favorita che ha fornito il pretesto a questo post e al precedente. Cartello che (si scopre) ha lasciato in rete tracce della sua esistenza almeno già dal 2001. In quell'anno lo notò infatti un giovane senese in viaggio d’istruzione, registrandone nel suo diario sotto forma di blog una salienza referenziale, che senza ippomontato sarebbe inspiegabile: «Massimiliano – Stiamo percorrendo il lungo viale presso il parco della Favorita, quello nei pressi del “Nucleo ippomontato” della Polizia…»).
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Nel 1998, niente metafore né prosa immaginifica, niente ironia né straniamento. Del resto, al di là dell'attendibilità di una datazione al 1992 della prima attestazione messa a disposizione dalla rete, c'è sempre uno stupido pronto a prendere alla lettera ciò che un altro stupido, ma di natura diversa, teneva eventualmente, come ogni celia, quale cosa più seria. E' quanto insegna la mille volte iterata vicenda del cattivo maestro.
Certo, è fuori da ogni celia l’Ufficio Stampa del Comune di Palermo quando con e in ippomontato esprime se stesso, servendosene in due comunicati, uno dell’aprile, l’altro dell’ottobre 1998, nel pieno fiorire cioè di una famosa stagione cittadina, la Primavera dell’amministrazione di Leoluca Orlando.
Gustosa testimonianza della labilità e della rapida usura dell'eufemismo (disabili? Ma come si permettono? Diversamente abili!), il testo che fornisce la prima ricorrenza è per altri aspetti banale: «Un'esibizione del gruppo ippomontato della polizia municipale per gli studenti disabili della scuola dell'obbligo. Martedì 14 aprile 1998, alle ore 10, un gruppo di 70 studenti disabili delle scuole dell'obbligo, accompagnati dai familiari, assisteranno, al Campo ostacoli della Favorita, ad un'esibizione del Gruppo Ippomontato della Polizia Municipale. L'iniziativa è promossa dall'Assessorato alle Attività Sociali del Comune di Palermo e coordinata dall'Ufficio H. All'incontro prenderà parte l'Assessore Luciano D'Angelo: "E' consuetudine - dice l'Assessore - in occasione delle festività natalizie e pasquali organizzare delle attività rivolte agli studenti disabili che quest'anno hanno già partecipato a delle visite guidate nel Centro Storico della città (10 aprile 1998)”».
http://www.comune.palermo.it/Comune/Avvisi/1998/Aprile/Aprile_1998.htm
Lo è meno il testo che mette a disposizione la seconda, dal momento che (giochi del caso) tira inopinatamente in ballo la Spagna, ancora una volta, e vi si rifrange l’eco dei modi di un’antica civiltà cavalleresca, se non ippomontata. Si vede che, come altri umani istituti e la vita stessa talvolta, anche le parole partecipano, precipitando, di oscuri e imperscrutabili destini: «1 Ottobre 1998. Il Re di Spagna cittadino onorario di Palermo. La cerimonia questa mattina a Villa Niscemi seguita dal pranzo offerto dal sindaco Orlando. E' cominciata alle ore 14.02, con l'arrivo del corteo a Villa Niscemi, sede di rappresentanza della Città di Palermo, la visita in Sicilia del Re di Spagna Don Juan Carlos de Borbon Y Borbon e della sua consorte, Regina Sofia. Ad accoglierli, all'ingresso della settecentesca residenza, il sindaco di Palermo, Leoluca Orlando e la moglie Milli. Un picchetto del nucleo ippomontato della Polizia Municipale di Palermo - composto da otto cavalieri in alta uniforme - ha reso gli onori ai Sovrani di Spagna»
Passano appena quattro mesi dal quel fausto e regale ottobre e, dice la rete, nel febbraio del 1999 ippomontato (ormai maturo, e certo di non far più ridere o anche solo pensare) entra nell’italiano dei documenti pubblici e della carta da bollo. E male fanno, di conseguenza, i dizionari anche nelle più recenti edizioni a non registrarlo (destinando me, come si è visto, e molti altri all’ebete sorriso dell’ignorante), laddove bene hanno appunto fatto Adamo e Della Valle, pur con più di sei anni di ritardo, a rendere la nazione linguistica consapevole della lacuna lessicografica. Della cresima di ippomontato si fa onorevolmente carico (come stupirsene, a questo punto della storia?) un’istituzione siciliana, anzi, l’istituzione siciliana per eccellenza: la Regione.
Memori delle cinquecentesche teorie dell’Arezzo (nell’Isola - rivendicava - è nato l’idioma nazionale, merito culturale sottrattole dalla Toscana con abile plagio), gli odierni Siciliani illustri che operano in quella sede istituzionale, forti come sono anche delle prerogative loro concesse dall'istituto autonomistico, non si peritano infatti di provvedere di tanto in tanto e per legge a aggiustamenti e innovazioni linguistiche. E appunto, l’otto febbraio 1999, per decreto, l’Assessore per l’agricoltura e le foreste della Regione siciliana istituisce «i reparti ippomontati del Corpo forestale»
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A partire da quella data, come fiore sbocciato a nuova vita nel corso della Primavera palermitana, l’ippomontato referenziale e, come si è visto, privo del sale (originario?) di un non troppo riposto sfottò comincia a dilagare e, serio e composto, a risalire la penisola, sulle gambe del Corpo forestale. Come la linea della palma, in cui Leonardo Sciascia vide l’immagine graziosamente arborea dell’espandersi sul continente di altri modi siciliani.
Nello stesso 1999, un ippomontato appare però già in Toscana (in un documento del Ministero degli Interni): autoctono? O, avrebbe detto l'Arezzo, la storia si ripete? Si osservi infatti che, ancora un paio di anni dopo (diversamente dagli organismi regionali siciliani, per i quali ippomontato è ormai la norma) la Prefettura di Firenze ha modi linguistici oscillanti e sembra indecisa tra il vecchio a cavallo, nobilmente riferito all'Arma, alla Polizia e persino ai Vigili urbani, e il neologismo, limitato al Corpo forestale: «percorso didattico con dimostrazioni pratiche di soccorso a infortunati, allestito dall'VIII Reparto Mobile, dall' VIII Reparto Volo e dal Reparto a Cavallo della Polizia di Stato, dalla Questura di Firenze, dal Nucleo Cinofilo e dal Reggimento a Cavallo dei Carabinieri, dal Nucleo Regionale Ippomontato e dal Coordinamento Provinciale del Corpo Forestale dello Stato, dai Vigili del Fuoco, dal Reparto a Cavallo dei Vigili Urbani, dal Ministero delle Comunicazioni, dalla Regione Toscana, dalla Provincia e dal Comune di Firenze, dall' INAIL, dall' Associazione». Del resto, ancora nel gennaio 2003, con intenti di variatio lessicale, il periodico Polizia moderna, come cauto enunciatore, mette il preservativo di un paio di virgolette tra sé e la qualificazione che va imponendosi (e che, come lascia intendere il testo, è "il nuovo" che, irresistibile, "avanza"): «Abbandonata per sempre la vecchia funzione di sola rappresentanza che tempo fa vedeva intervenire il reparto a cavallo esclusivamente in occasione di cerimonie ufficiali o cortei, oggi il personale “ippomontato” controlla abitualmente il traffico nelle aree urbane, vigila nei parchi, fa da scorta ad importanti personalità».
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Il fiore attecchisce ormai in ogni dove e, a valanga, oggi - dice la rete - sono ippomontati non solo i gloriosi Carabinieri ex-a cavallo e i reparti della Polizia di Stato, ma, per far qualche esempio, i Vigili urbani nella sabauda Torino (il gruppo «ippomontato» fa bella mostra di sé in foto facilmente reperibili in rete) come nella Rimini felliniana, la Polizia municipale della Leonessa d'Italia e i “ghisa” milanesi: uno di loro incappa qualche anno fa in una storiaccia sentimentale e un quotidiano cittadino, tracciandone il profilo, in cronaca gli dà pacificamente dell’«ippomontato».
Quando il 7 aprile 2006, insieme con il Corpo forestale, ippomontato giunge a Ispra, che (non inganni il nome da località marina calabrese o siciliana) è una ridente località lacustre della lombardissima provincia di Varese, consummatum est, si direbbe prendendo a prestito quella che, per essere in sospetto d’essere divina, è la più definitiva delle formule espressive umane.
Il bel sito web dell’Amministrazione comunale non manca di una galleria fotografica dedicata alle celebrazioni di quel giorno per il cinquecentenario della «Guardia Svizzera Pontificia» (ecco spingersi ancora verso Nord la linea della palma?). Tra le immagini della galleria, tre foto in cui su sfondi anonimi compaiono degli uomini in divisa e a cavallo. Il commento suona: «Cavalieri ippomontati». Il lettore penserà a questo punto: impossibile! Può, se vuole, cliccare per credere:
E dirsi contento di avere così assistito con semplicità e in diretta a ciò che dottissimi Balanzoni, chiamati a consulto in occasione di noiose e paludate assise scientifiche, qualificherebbero come un accadimento lessicale (quanto durevole, nessuno lo sa) del mutamento linguistico.

3 agosto 2006

"Siamo a cavallo!"


"Polizia municipale. Gruppo ippomontato": percorrendo il parco della Favorita, tra Palermo e Mondello, tolti il blu del cielo e la luce del sole (fin quando immutevoli?), non sono molte, come sempre, le ragioni di sorridere. Benemerita, provvede a fornirne una, con un cartello stradale, la fantasia lessicale della burocrazia militare (in cui certo il Burocrate Eterno soffia forte il suo spirito).
"A cavallo"? Ma come si può andare in giro con una qualificazione del genere? Che figura si fa, alle feste, a petto dei Reparti cinofili della Polizia, così fieri di esibire il loro grecismo?
"A cavallo" è un'espressione desueta e, si aggiunga, di sospetta qualità morale, con quel suo involontario alludere. Imprecisa, poi. Come attribuirla a un gruppo, che per altro esiste perché avrà un capogruppo (naturalmente ippomontato), un'amministrazione (dell'ippomontaggio? dell'ippomontatura? dell'ippomontamento?), una sede (dove non solo gli "ippi" staran pronti a essere "montati", ma dietro le scrivanie, tra un cruciverba e l'altro, (ci) si monta reciprocamente con la nobile arte dell'invenzione lessicale). E così via.
Insomma, dietro quel cartello (e la corrispondente carta intestata) pullula la vita di un vero paradiso neolessicale. E neoespressivo. Come non immaginare il capogruppo (ippomontato) ordinare ai suoi subalterni (pronti a ippomontare), al posto di un usurato "Signori, a cavallo!", un aggiornato "Signori, ippomontàte!". E una giovane recluta, desiderosa d'una cavalcata romantica con una bella da conquistare, così (se ne può star certi) si esprimerà: "Signorina, giovedì pomeriggio mi concederà, spero, di ippomontare con lei? Ne sarei molto felice".
Apollonio giura, non c'è ombra d'ironia nel commento finale, ineluttabile: "Siamo a cavallo! Pardon, ippomontati!"

[Illustrazione: J.-L. David, Bonaparte (ippomontato) valica il Gran San Bernardo]

5 maggio 2006

Il parlato, lo scritto


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“Accuminzamo, cu nova promissa, sta gran sulenni pigliata pi fissa”


Andrea Camilleri all’Università di San Gallo, in videoconferenza

Cento E.T. ad un incontro ravvicinato del terzo tipo
San Gallo, sabato 17 dicembre 2005, pochi minuti prima delle 10 del mattino. Sparute automobili si arrampicano per la collina su cui è adagiata l’Università. Ne scendono, infreddoliti negli abiti della festa, signori e signore di mezza età. Non hanno certo l’aria da studenti. Ha nevicato con abbondanza, durante la notte. A tratti, cade ancora qualche fiocco. Un cielo basso e grigio non incoraggia a mettere il naso fuori di casa, in una mattinata semifestiva che già annuncia gli ozi del Natale. A che pro affrontare la neve e i passi cauti che impone?
Chi da una finestra osserva passare quelle auto non nota nei loro occupanti, dietro i vetri appannati, una certa aria di famiglia. Non sente che vi risuona la lingua del sì, nei modi con cui si presenta sulle bocche dell’emigrazione italiana in Svizzera. Modi meridionali, soprattutto: pugliesi e abruzzesi, calabresi e campani, lucani e siciliani. Il tempo, meteorologico ma anche cronologico (sabato mattina, alle 10!), non favorisce le adunate oceaniche. Tuttavia, tra la neve e i suoi rumori attenuati, un centinaio di Italiani si muovono compatti verso un’aula universitaria, per un incontro ravvicinato con l’oggi ottantenne Andrea Camilleri, nato a Porto Empedocle (provincia di Agrigento), residente a Roma, marito, padre e nonno felice, regista teatrale e curatore di serie radiofoniche e televisive, docente di scuole di teatro, imparentato (alla lontana) con Luigi Pirandello (nato del resto proprio da quelle parti) e per lungo tempo scrittore a tempo (quasi) perso.

Un fenomeno culturale e editoriale
Da oltre dieci anni, come ognuno sa, Camilleri, ben avanti negli anni, è diventato la penna più fortunata del gran mondo nazionale della pagina scritta. Un fenomeno editoriale e culturale.
Tutto merito suo e dei suoi lettori, si badi bene. I suoi primi libri non escono infatti per i tipi di uno dei pesci grossi che popolano lo stagno della produzione e del consumo culturale nazionale né godono delle recensioni, pronte ed entusiaste, che cementano le combriccole mondano-accademiche.
Ha pubblicato (e continua a farlo) per Sellerio, un’impresa editoriale artigianale voluta a Palermo da Leonardo Sciascia. A Palermo, dove produrre libri è come coltivare fichi d’India a Milano! Si esprimeva più o meno così lo stesso Sciascia, nato a Racalmuto, che (forse è il caso di precisare), è una cittadina del Girgentano distante pochi chilometri da Porto Empedocle. Insomma, un fazzoletto di terra in cui negli ultimi tre millenni le Furie e Apollo, le Muse e Dioniso devono averne fatte, di ammucchiate.
Anzi, la folgorante apparizione di Camilleri ha salvato la piccola Sellerio quando pareva pronta a precipitare nel baratro della crisi definitiva, scomparso il suo mentore e ispiratore. D’incanto, le classifiche dei libri di maggior successo hanno visto spadroneggiare quei volumetti blu di Prussia che oggi tutti riconoscono e che sono divenuti piccoli oggetti di culto.
Per certi periodi, quattro presenze nelle prime dieci posizioni. Copie vendute a milioni e diritti di traduzione in una babele di lingue. Del resto, i romanzi di Camilleri escono ormai da tempo al ritmo di più di due per anno (né il loro autore si nega una complementare attività di polemista impegnato a sinistra).
Non sarà la cadenza dell’amato Simenon, la cui leggendaria prolificità compositiva fu pari all’altrettanto favolosa capacità di amare le donne (diverse migliaia a sua detta). Ma con i suoi ritmi Camilleri riesce oggi a non abbandonare la prediletta Sellerio (costanza che gli fa onore) e a soddisfare largamente le esigenze non solo della volgarizzazione televisiva, ma anche della Arnoldo Mondadori Editore, emanazione del maggiore gruppo italiano sul mercato dei media e della comunicazione (necessario diffondersi sulla proprietà?).
Camilleri lascia così tutti contenti: anche quelli di cui, con benefici di popolarità, parla male. Riesce insomma a essere al tempo stesso nazional-popolare (come vuole) e popolar-imprenditoriale (come deve, visto che – e non si stanca di ricordarlo – ha famiglia). Gradito agli uni e utile agli altri. Tanto più utile agli altri quanto più gradito agli uni.
Sulle reti Rai passano in prima serata gli episodi della serie televisiva dell’ormai celeberrimo commissario Montalbano, impersonato da un attore dai modi piacioni ma dal profilo mussoliniano. In dislocata sinergia, con corredo di introduzioni cattedratiche e di volenterosi saggi critici, i “Meridiani” di Mondadori gli dedicano, come a un classico, due volumi provvisoriamente definitivi.

In parole e immagini
Provvisoriamente definitivi perché l’opera dello scrittore è ovviamente ben lungi dall’essere compiuta, sostenuta com’è da un’incontenibile vena affabulatrice che esperienze di vita e lunga pratica professionale nel mondo dello spettacolo hanno reso sapiente. Con l’irresistibile simpatia donatagli da tale vena, Camilleri si è presentato in immagine, tra le nevi di San Gallo, il 17 dicembre 2005, a un centinaio di già conquistati lettori. Sì, in immagine e in parola. Lo scrittore era presente infatti in un’aula dell’Università, procurata da Renato Martinoni (professore di Italianistica e presidente della locale sezione della Società Dante Alighieri). Ma ciò è accaduto senza che egli lasciasse Roma e una sala del Ministero degli Affari Esteri, grazie a un collegamento in videoconferenza voluto (e personalmente curato) da Giampaolo Ceprini, console italiano di San Gallo, che a Roma gli sedeva appunto accanto, visibilmente e giustamente deliziato.
Dall’astronave del medium tecnologico, la parola e la figura dello scrittore siciliano hanno così potuto materializzarsi tra noi. E l’atmosfera – cooperanti le già descritte condizioni ambientali – poteva parere da contatto con un altro mondo: insomma, un incontro ravvicinato del terzo tipo.

Lassamu fari a Diu
La discussione a più voci (alcune delle quali autentiche) con l’ologramma vivente di Camilleri ha avuto, come c’era da attendersi, momenti belli e spassosi. Si è appreso, tra l’altro, che la fine di Montalbano è già scritta, che il relativo romanzo è stato consegnato all’editore, con l’istruzione che lo mandi in istampa quando… “lassamu fari a Diu”. Frattanto, per l’estate prossima ci si può attendere una nuova avventura del celebre commissario e altre certamente ne seguiranno.
E quante evocazioni di tempi, di arie, di luoghi resi preziosi dalla lontananza e vividissimi dalla parola di un ottantenne “privo dell’umor nero della vecchiaia” (come si definisce egli stesso). Rivelazioni gustose e accattivanti: memorie (la giovinezza, il padre) e aperture sulla vita privata (l’importantissima moglie: non siciliana, ma “romana, e di educazione milanese”).
Soprattutto, le consolazioni elargite dai luoghi comuni. Applicati alle novità del giorno, sociali o politiche, i cliché prendono la piacevole patina dell’inedito domestico. Producono acutezze bonarie e soprattutto facili da condividere. Con la sua lingua e con i suoi modi, Camilleri è un maestro della sbrecciatura del nuovo e del rinnovamento del noto: “Lavoro, il mio? Privilegio. Scaricare casse al porto o ai mercati generali: quello sì che è lavorare”.

Sta gran sulenni pigliata pi fissa
Gli si fa notare allora di aver donato a un Montalbano appena desto il seguente e permanente pensiero mattutino: “Accuminzamo, cu nova promissa, sta gran sulenni pigliata pi fissa”. Trovata e concetto quasi shakespeariani: vi echeggia, su un tono giustamente minore, una celebre sortita di Macbeth: “La vita non è che un’ombra che cammina; un povero commediante che si pavoneggia e si agita, sulla scena del mondo, per la sua ora, e poi non se ne parla più; una favola raccontata da un idiota, piena di rumore e di furore, che non significa nulla”. Insomma, una “gran sulenni pigliata pi fissa”.
Sennonché Camilleri precisa: il pensiero è di Montalbano. Egli se ne dissocia vivamente. Lo attribuirebbe semmai a suo padre, dalla memoria del quale prende ancora espressioni e attitudini da proiettare sul suo personaggio. Senza nemmeno rendersene conto, come (confessa) gli rimprovera con dolcezza sua moglie, che del suocero serba vive rimembranze.
Dai freddi paesaggi scozzesi, corruschi dei fuochi della battaglia, la scena passa subito così al caldo tinello di casa e al ragù che sobbolle. A differenza del padre e di Montalbano, suo ideale figlio di carta, Camilleri crede che ci siano cose che non sono “pigliate pi fissa”. È anzi un dovere sociale, prima che personale, tenersi stretti a tale fede. Scherzare con i fanti è concesso, ma santi e profeti vanno lasciati in pace (come insegnano del resto anche recentissime vicende). Soprattutto se sono santi che, lungi dallo stare in paradiso, si impicciano di crude vicende terrene come la vita politica (eventualmente nazionale).

Cultore di un’illustre tradizione di pensiero e di comportamento nazionale
Solo una menzogna può salvare la verità del narrare: lo diceva Dostoievski a proposito del Don Chisciotte, l’archetipo del romanzo moderno. Ma invitato a rivelare la sua menzogna di narratore (con la premessa di un confronto tanto illustre), Camilleri si avvale della facoltà di non rispondere (forse per modestia). Dichiara solo che, se una sua menzogna esiste, egli non la conosce.
Rivendica tuttavia per sé la figura di gioioso “tragediaturi”: come scrittore, s’intende. E anticipa per chi lo ascolta una benevola burla ai danni, per dire così, dei committenti tedeschi di un testo destinato al catalogo di una prossima mostra di opere di Caravaggio. Si tratterà della trascrizione di un finora ignoto manoscritto siciliano del pittore (che, com’è noto, soggiornò e operò nell’isola).
Attenzione, però: vita privata e impegno sociale sono altra cosa. Lì il “tragediaturi” non c’è. Insomma, a quella piccola cerchia di ammiratori accovacciati ai piedi dell’astronave, Camilleri si presenta puntigliosamente per quel che è: cultore di un’illustre tradizione di pensiero e di comportamento nazionale (forse della più illustre).
Mezzogiorno è passato già da un po’ e (per i tempi imposti dal satellite) l’ologramma pian piano sfuma nel nulla. L’astronave è in partenza e con essa svanisce la parola dello scrittore. L’aula si svuota: resta nell’aria e nella penombra ciò che era implicito, ma non per questo meno chiaro, sin dal principio.
A condurci là in cento, tra la neve di San Gallo, sabato 17 dicembre 2005 alle 10 del mattino, non è stato un incontro ravvicinato del terzo tipo. Le forme tecnologiche? Abito di scena: tocco post-moderno, perfettamente riuscito, di un’azione teatrale ispirata da uno zefiro antico, prezioso e profumato (ma, ahimè, passeggero). Un’aria domestica: i pensieri e le attitudini italiane di sempre, con il soffio carezzevole della lingua quotidiana, mescidata di forme dialettali, che dà loro sostanza.
L’astronave che s’è portato via il nostro Camilleri brilla come un punto ormai lontano nel cielo. Cento piccoli E.T., amabilmente deformi e inadeguati al rigore di quella neve, la inseguono con gli occhi e, commossi, stanno tutti sillabando: “Ca-sa”…
[Questa cronaca è apparsa in "La Rivista", anno 97, n. 3, Marzo 2006 - Camera di Commercio Italiana per la Svizzera, Zurigo]

30 aprile 2006

Feste del lunario

Feste del lunario,
apoteosi dell’umana
stupidità.
Della divina

(spesso se ne fa scusa)
poco si sa.

Bolle d'alea (1): Canetti


"«Schaggo, der Papagei Albert Schweitzer, ist gestorben. Er sprach Französisch und Baseldeutsch, zudem mehrere afrikanische Sprachen und Dialekte. Er konnte auch drei verschiedene Stimmen imitieren». Er wird ausgestopft".

Elias Canetti, Aufzeichnungen 1992-1993, Fischer, Frankfunt am Main 1999, p. 41
["Schaggo, il pappagallo di Albert Schweitzer, è morto. Parlava francese e il tedesco di Basilea. Oltre a parecchie lingue e dialetti africani. Sapeva anche imitare tre voci diverse”. Verrà impagliato.]

14 febbraio 2006

Nomen, non me! (3)


Dalle cronache della letteratura in Italia:



Siano peli popolari.




[L'invenzione di un anagramma è giustappunto una scoperta]

12 febbraio 2006

Calvino e l'allegoria

La natura allegorica di una considerevole parte, se non dell‘intera opera creativa di Italo Calvino ha poco bisogno di essere ribadita o sottolineata. Essa è esplicita, in chiaro, come oggi si può dire vividamente, prendendo a prestito un‘espressione dal mercato delle emittenti televisive. Le comuni analisi critiche di quell‘opera hanno per altro riconosciuto apertamente tale natura. Calvino è un allegorista. Lo sanno bene i suoi lettori, primi fra tutti i più sofisticati tra essi, i critici. E si abbandonano così al sottile piacere di leggere le allegorie di Calvino attraverso la limpida forma della sua prosa.
L‘allegorismo calviniano si articola però su non meno di due livelli, l‘uno esplicito, l‘altro implicito, l‘uno manifesto, l‘altro celato. Le allegorie del livello esplicito sono quelle alle quali si è comunemente avuto accesso. Esse hanno di norma un contenuto referenziale, che riguarda cioè la rappresentazione del mondo. Al contrario, scarsa o nessuna attenzione è stata finora dedicata alle allegorie del livello implicito, in generale neppure riconosciute come tali. Esse sono autoreferenziali, riguardano cioè il testo medesimo, con i correlati della sua composizione (e investono così la figura dell‘autore) e della sua interpretazione (e investono così la figura del lettore). Da questa ipotesi discende un corollario: dati i loro orientamenti (l‘uno referenziale, l‘altro autoreferenziale), i due livelli allegorici sono gerarchicamente ordinati.
Riferendosi come contenuto al testo medesimo, il livello celato e autoreferenziale contiene il livello esplicito e referenziale. Quest‘ultimo non può quindi essere interpretato correttamente nella sua funzione testuale se non a partire dal livello implicito. In altre parole, accostarsi alle allegorie implicite di Calvino significa accostarsi a un‘interpretazione di Calvino più profonda e comprensiva di quella finora corrente. Resta sullo sfondo, nella concezione calviniana, il problema del fondamento eventualmente non simbolico del livello allegorico implicito.

19 gennaio 2006

Eva fa peccare Adamo

Le etichette grammaticali sono utili strumenti classificatori. Se incautamente adoperate, però, esse possono produrre lamentevoli abbagli: soprattutto per chi dimentica la lezione saussuriana dell’arbitrarietà del segno. Si tratta di lezione che chi si occupa di linguaggio dovrebbe sempre tenere presente e considerare vera anzitutto per la terminologia della propria disciplina, prima ancora di parlarne a proposito delle parole d’uso comune.
L’etichetta di causativo è proprio una tra le tante pericolose, una fra quelle, cioè, che vanno rese asettiche e sterilizzate prima dell’uso, perché nel caso contrario rischiano di rendere infetto ogni sviluppo analitico che se ne serve.
Se si osserva la proposizione Eva fa peccare Adamo e la si mette in rapporto con Adamo pecca, si ha la giusta impressione che tutto quel che dice la seconda sia contenuto nella prima e che la prima contenga inoltre qualcosa in più. Se si vuol dire che cosa sia questo qualcosa in più, immediata si presenta allo spirito l’idea che l’una, rispetto all’altra, ci presenta la ‘causa’ del peccare di Adamo e che tale causa è Eva. Quest’idea è tanto chiara e repentina, da non lasciare il tempo per rendersi conto che essa è un’interpretazione. Certamente, un’interpretazione corretta, ma pur sempre solo un’interpretazione. Osservare che Eva fa peccare Adamo ci presenta la ‘causa’ del peccare di Adamo non ci dice nulla di preciso sul come è fatta la proposizione: ci dice quel che essa significa o, meglio ancora, quel che a noi pare pertinente di quel che noi pensiamo che essa significhi.
Anche
(1) Adamo pecca per via di Eva
(2) Eva è la causa / la ragione / il motivo del peccare di Adamo
(3) Eva provoca / determina il peccare di Adamo
ecc.
rientrano nella classe delle proposizioni alla quale si può attribuire un’interpretazione simile, se non addirittura identica, a quella attribuita a Eva fa peccare Adamo. Eppure nessuna le è sperimentalmente eguale. Ciò è irrilevante? No di certo. Come non è irrilevante l’osservazione che ne consegue. Un’ampia indeterminatezza caratterizza la relazione tra un’interpretazione e una forma. Avere identificato quel che una proposizione significa (pur ammettendo che non si tratti di pura illusione) ci dice pochissimo, se non addirittura nulla sul come quella proposizione è fatta. E sarebbe un singolare paradosso pensare che, determinatane l’eventuale interpretazione, quella proposizione sia trascurabile quanto alla sua forma: infatti, chi può negare che è proprio in funzione di quella forma, e non di un’altra qualsiasi, che gli si presenta allo spirito quell’interpretazione?Dire quindi che l’uso di fare in Eva fa peccare Adamo è causativo, nel senso che esso qualifica un’interpretazione correlata con la ‘causa’ di qualcosa (un evento, uno stato ecc.), ci fa avanzare modicamente sulla via della descrizione di tale uso. E la situazione può solo peggiorare se, fissata come punto di partenza quest’interpretazione e intesa come necessaria la relazione tra l’etichetta e il fenomeno, si comincia a speculare sui modi della causatività (come se questa esistesse in quanto categoria semantica indipendente), delle sue gradazioni e dei fantasiosi riflessi di tali gradazioni nella sintassi delle lingue: un’attitudine per niente inattuale nel panorama contemporaneo degli studi.

14 gennaio 2006

Nomen, non me! (2)

Dalle cronache della linguistica in Italia e dintorni (un maestro longobardo e il suo più illustre scolaro, nella foto. Elle, certamente, la disciplina):

Villano scario:
contr'elle-même.




[L'invenzione di un anagramma è giustappunto una scoperta]

7 gennaio 2006

Nomen, non me! (1)

Dalle cronache della letteratura in Italia (sic transit... ovvero: due nomi di un'ombra):

Ora, mortali bave,
che pallor t'iberna?






[L'invenzione di un anagramma è giustappunto una scoperta]

29 dicembre 2005

Lingua loro (1): Clandestini

Migliaia di immigrati irregolari sono palesemente arrivati nel corso degli ultimi anni sulle spiagge della Sicilia, molto spesso proprio sotto l’occhio della televisione e con foto e servizi sulle prime pagine dei giornali. Eppure per la cosiddetta opinione pubblica (quella in cui l’Italia proietta se medesima e i suoi umori linguistici) tali immigrati rimangono “clandestini”: “la barca dei clandestini”, “lo sbarco dei clandestini”, “i clandestini sono stati trasferiti da Catania a Bari”.
Al pari di altre apparenti incongruità, chiamare “clandestini” questi notorî nuovi ospiti (che aspirano talvolta a diventare membri effettivi della famiglia) è come lacerare il velo della decenza linguistica: quella garantita appunto dall’educazione e dalla conseguente ricerca di un’espressione appropriata (ciò che “clandestini” pare appunto non essere). Ma attraverso lo strappo baluginano particolari di verità, penosi e comici, dal lato del rapporto tra l’Italia pubblica e la sua lingua, problematici e meritevoli di riflessione, da quello del rapporto degli Italiani con se medesimi.
Che si definisca “clandestino” qualcuno i cui comportamenti non potrebbero essere più scoperti e manifesti sembrerebbe verifica dei tragici vaticini di profeti dell’apocalisse linguistica: George Orwell, Italo Calvino, George Steiner. Ma in Italia la tragedia si annida solo nei destini privati (e spesso sono appunto tragici quelli dei cosiddetti clandestini). Nella vita pubblica prevale il farsesco. Né a Orwell né a Calvino né a Steiner si chiederà così un commento a tali futilità più adeguato di quello che si deve a Nanni Moretti: l’urlo scomposto e più che vagamente volgare, per un retrogusto di accigliato e pedantesco moralismo (tipico di chi ha frequentato i buoni licei e le buone università), che in Palombella rossa il protagonista lancia contro la sua intervistatrice: “Ma come parli?!? Come parli?!? Le parole sono importanti! Come parli?!?”. A poche vicende linguistiche pubbliche nazionali, del resto, la combinazione di sortite pedestri e reazioni pedanti non si applica appropriatamente: il caso dei “clandestini” che sbarcano alla luce dei riflettori o del violento sole siciliano non è certo tra i più comici (restando tuttavia tra i più grotteschi).
In quel “clandestini” c’è però una seconda e forse più importante rivelazione (lo si diceva), per cogliere la quale il ricorso a qualcosa di più vero, com’è appunto la letteratura, sembra indispensabile. Alla penna di Joseph Conrad si deve se non il migliore certo il più noto racconto che, senza farne il protagonista (e come d’altra parte si potrebbe?), ruota intorno alla figura di un clandestino autentico: The Secret Sharer. Alla sua prima esperienza di comando, un giovane capitano nasconde in cabina e pericolosamente protegge un coetaneo fuggitivo, ricercato come presunto assassino. Egli scopre progressivamente nel segreto compagno un se stesso allo specchio e solo aiutandolo a salvarsi e a fuggire, consente a quel suo doppio e a se medesimo di accogliere la maturità come “his punishment", e a ciascuno di diventare “a free man, a proud swimmer striking out for a new destiny”.
In questi immigrati irregolari, in questi palesi “clandestini”, gli Italiani, emigranti per generazioni, si vedono allo specchio. Lo rivela quel nome, che pare destinato all’“altro” e dice invece del “sé” di chi lo dà. Sulle coste della Sicilia sta così semplicemente sbarcando, come può (e talvolta, tragicamente, già da cadavere), un doppio dell’Italia o un’Italia allo specchio. Saranno capaci gli Italiani di riconoscere se stessi e i propri doppi in quegli sbarchi e nei “clandestini”? Saranno capaci di aiutare se stessi e i “clandestini” a conquistare le rispettive e reciproche maturità, proiettandole da uomini liberi verso un nuovo destino?