26 ottobre 2026

Linguistica candida (88): "Che cosa vuol dire?" e "A che cosa serve?"

"Che cosa vuol dire?" e "A che cosa serve?" sono le due domande con cui chiunque, quando capita, rivolge il suo pensiero alla lingua. Sono gli stigmi di un'ermeneutica teleologica che si pretende 'naturale' ed è invece tanto più ideologica, quanto più è ingenua, diffusa e diffusamente e ingenuamente praticata.
Ci faccia caso chi s'interroga sullo statuto disciplinare della linguistica: sono le due domande che ispirano una gran parte della ricerca che si pretende scientifica ed è invece orientata dal più piatto senso comune, spesso in modo impudicamente patente o solo modicamente velato.
"...montrer au linguiste ce qu’il fait", scriveva in privato Ferdinand de Saussure ad Antoine Meillet sul principio del 1894. Pochi passi in avanti nel corso della prima parte del Novecento, molti passi indietro in séguito, per un programma che, secondo il ginevrino, se fosse divenuto impegno pubblico, avrebbe comportato un lavoro immenso. Egli se ne sottrasse, d'altra parte, dichiarandosene addirittura "dégoûté". 
E c'è da seguirne l'esempio, con la necessaria modestia e il consapevole senso della misura. Provare a liberare l'accostamento alla lingua dalla permanente inondazione di quelle domande del senso comune, con i loro mille e mille mascheramenti dottrinali, è irragionevole come pensare di svuotare il mare con un cucchiaio. Se qualcosa in proposito si fa, lo si fa come un otium privato, in quanto tale privo di disgusto e dispensatore di piacere.

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