31 ottobre 2026

Linguistica da strapazzo (63): "Che giorno è?"


"Che giorno è?". "Il 31 ottobre 2026", dice il Calendario gregoriano, cioè il sistema di misurazione del tempo oggi più popolare in giro per il mondo. Quello giuliano, risponderebbe "Il 18 ottobre 2026". E risposte diverse si avranno ovviamente dal calendario cinese e, in funzione anche del momento della giornata in cui la domanda è stata posta, da quello ebraico, da quello islamico e così via (Apollonio si astiene dal fare l'erudito di accatto, in proposito: chi vuole si informi da sé). Sistemi di misurazione, ma anche, se non soprattutto, nella vita quotidiana, sistemi di denominazione, qualità che di norma non viene abbastanza messa in luce: la "Rivoluzione di ottobre" fu appunto di novembre. 
"Che giorno è?": l'inghippo sta nell'"è", che non è un "è", sempre ammesso che un "è" qualcosa sia (di ciò, però, caso mai un'altra volta), ma una scorciata espressione superficiale di un'operazione metalinguistica che ha varie manifestazioni, più o meno equivalenti, e tutte riferibili alla funzione onomastica. Difficile? Per nulla. Roba quotidiana.
Ammesso che chi chiede e la persona cui la domanda viene rivolta siano d'accordo sul riferimento di oggi e sul riferimento di qui e di ora, chi risponde "Il 31 ottobre 2026" a "Che giorno è?" assume che tale domanda equivalga a "Con qual nome qui e ora ci si riferisce a oggi?" e proferisce, di norma, un emeronimo, il nome proprio di un giorno. Lo prende da un calendario, macchina pensata appunto per rendere automaticamente condivisa la conoscenza enciclopedica dei nomi di anni, mesi, giorni e così via.  
Dalla parafrasi esplicita "Con qual nome qui e ora ci si riferisce a oggi?", più facilmente si evince infatti che la domanda "Che giorno è?" riguarda un nome proprio, che è perciò metalinguistica e che la risposta lo sarà parimenti. Ma chi ha tempo per essere così pedantemente (e del resto mai sufficientemente) analitico, sopra cose che sono ovvie?
In altre parole, lo scambio discorsivo non verte sull'"essere" (sempre concesso, come si è detto, ma non ammesso che qualcosa l'"essere" sia). Verte sul "chiamare" e il chiamare è una faccenda non tanto di vocabolario, ma appunto di enciclopedia. "Chiamarsi" non è "essere", tuttavia spesso gli somiglia. Attenzione, però. Tutto questo, nella lingua, non si produce in termini assoluti. Si produce in termini di funzione. 


Pertanto, alla domanda "Che giorno è?", "Questo è il tempo di vivere con te" suggerì or sono cinquanta anni come possibile risposta linguistica e non metalinguistica Giulio Rapetti, in arte e adesso non solo in arte, Mogol. La risposta divenne a sua volta un "tormentone" e come tale entrò a far parte, come voce diversa, nell'enciclopedia. 
Qui la si evoca appunto solo per mostrare, con un esempio approssimativo, che, come sempre, nella lingua stanno acquattate differenze che non smettono di darsi solo perché chi si esprime, nel momento in cui si esprime, non è consapevole che ci siano. 
O, detto altrimenti e facendo i gradassi, nella lingua (e quindi nelle lingue, in ciascuna lingua) c'è sempre più Meinung di quanto intende ce ne sia chi meint. Chi ce l'abbia messa, nessuno lo sa. Apollonio immagina laicamente che ci si sia messa da sé per caso, come la vita nel mondo, e che da lì ne sia scaturita la (feroce) necessità. Ma non si nasconde né vuole nascondere ai suoi due benevoli lettori il ben intuibile mistero (e "I giardini di marzo", in ogni caso, gli pare nostalgicamente un bell'udire).

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