31 maggio 2011

Semantica e grammatica della natica

"Qualunque cosa se ne dica, la natica non svolge una grande attività nella vita. Non richiede un uso frequente del verbo transitivo. Richiede il verbo medio o intransitivo. Del resto, non chiede assolutamente nulla. In quanto soggetto non ha una grande esistenza. La troviamo preferibilmente descritta nella sua modalità d'essere, se così si può dire. Si parla più volentieri delle sue forme, del suo movimento, delle sue metamorfosi. In breve la natica ha un solo accessorio indispensabile, ed è l'epiteto. Il quale, a dire il vero, non modifica la sua natura. La natica è là, l'attributo la rende sfumata". A supporto di questa gustosa pagina grammaticale, è stato di recente fornito un formidabile apparato di dati testuali, nei mezzi di comunicazione di mezzo mondo. Questi hanno mostrato quanto essa sia veritiera e condivisibile, nei suoi contenuti. Viene da un libro del 1995 di Jean-Luc Hennig, Brève histoire des fesses, nella traduzione che Giancarlo Pavanello ne ha procurato l'anno successivo per il pubblico italiano, sotto il titolo di Breve storia delle natiche.
Sia detto per inciso che, in funzione della linguistica dei corpora (ohibò!), la ratio della cosiddetta grammatica delle costruzioni trova in queste poche righe una sorta di rapida spiegazione, come ne vengono illustrate, per indiretti aspetti, la nozione di ruolo tematico, la classificazione semantica dei verbi e altri importanti concetti oggi correnti in linguistica. Se Apollonio si ferma sul passo, non è certo però per sentenziare sulle natiche promotrici di tante discussioni né per affrontare problemi di teoria linguistica rilevanti come gli evocati.
Anzitutto, dubita infatti di esserne capace. Sono problemi troppo nuovi e pulsanti per le sue sfilacciate corde di uomo anziano e di vecchio strutturalista. Si aggiunga che egli nutre un rispetto, quasi superstizioso, tanto per la natica quanto per la semantica, i cui nomi (quelli veri, intende) non dovrebbero, a suo parere, mai farsi invano.
In secondo luogo, la vigile attenzione dei suoi smaliziati cinque lettori non ha certo bisogno d'essere sollecitata a proposito di nessuna delle due questioni: di natica e di semantica ne sanno sicuramente più di lui. E chi scrive, diceva Italo Calvino, lo fa per un lettore che immagina migliore di lui. Principio cui chi cura questo blog si tiene strettissimo: fosse altrimenti, varrebbe la pena?
E allora, cosa c'è in ballo nel passo, per Apollonio? Solo una minuscola curiosità. E per soddisfarla, chiede soccorso a chi, diversamente da lui, avesse eventualmente il bel libro di Hennig a disposizione nella lingua originale.
La questione è di terminologia comparata e confluisce nell'immenso bacino dei problemi della traduzione. L'"epiteto", dice in italiano il brano, è il solo accessorio grammaticale indispensabile della natica. E a rendere la natica sfumata è l'"attributo". Nel testo francese, c'è da scommettere, "epiteto" suona come "épithète" e "attributo" come "attribut".
In rapporto con la terminologia grammaticale italiana, tanto l'uno quanto l'altro sono tuttavia dei faux amis. Ed è certo una poco simpatica trappola, proprio nel cuore della lingua speciale della disciplina che dice di occuparsi di lingue scientificamente. L'"épithète" francese è infatti l'italiano "attributo": una bella natica. L'"attribut" francese è l'italiano "predicato (nominale)": le sue natiche erano deliziose.
Se fosse come qui si immagina, il traduttore avrebbe forse dovuto essere più attento ai valori grammaticali di ciò che traduceva. Il passo l'avrebbe meritato. Parte del suo gusto, per l'intenditore di natica e di grammatica, sta proprio lì. Insomma, se Apollonio non si sbaglia, tirando come sta facendo a indovinare, la traduzione delle due proposizioni avrebbe dovuto suonare come segue: "In breve la natica ha un solo accessorio indispensabile, ed è l'attributo. Il quale, a dire il vero, non modifica la sua natura. La natica è là, il predicato la rende sfumata" [forse, anche qui, "le dà le sue sfumature"].
C'è bisogno di precisare che il tema è di futile e peregrina pedanteria? Ma se ne leggono di diversi in questo blog? Comunque sia, per avere conferma delle sue ipotesi filologiche, Apollonio chiede soccorso a chi potrà fornirglielo. Come ricompensa, promette (ma senza promettere di mantenere la promessa) di metterlo privatamente a parte di un castissimo aneddoto. Gli accadde di ascoltarlo dalla voce di colui che, incolpevole, lo introdusse (or sono quasi quaranta anni) agli studi linguistici. L'aneddoto ha appunto come tema le natiche. E, confermando l'acuta teoria grammaticale di Hennig, termina proprio con una proposizione con predicato nominale: "Quelle natiche non mi sono nuove".

27 maggio 2011

Parole che parlano (5): Millennio

Ora è una dozzina d'anni, millennio stava sulla bocca di tutti e, se così si può dire, se ne aveva ben donde. Come evento preparatorio, non capita proprio ogni giorno di vedere cambiare tutte insieme le cifre del "contachilometri" con cui l'Occidente calcola arbitrariamente la deriva dal suo incipit cristiano. Non capita ogni giorno di potere, infine, mutare in uno l'ultimo zero di una sequenza di tre, rompendo così l'apparente sospeso incantesimo di un nulla. Come non attendersi allora un po' di infantile eccitazione? Come non giustificarla?
Pian piano, millennio è rientrato nei ranghi. La vieta e triste quotidianità del decennio trascorso l'ha ingoiato. Il problema di molti, dall'inizio del nuovo millennio, è diventato sopravvivere oltre, come si dice, la terza settimana. Chi ha più animo di evocarlo, il millennio? Sulla bocca o sotto la penna di qualche attardato, millennio tuttavia resiste e le sue ricorrenze, fuori della banalità, ne stagliano meglio il profilo sull'orizzonte, così che oggi (pensa Apollonio) se ne può dire profittevolmente.
Proprietà universale delle parole è di avere valori etici e teoretici mutevolissimi e dipendenti strettamente dal punto di vista a partire dal quale esse vengono proferite. Millennio è tra quelle che meglio palesano tale proprietà.
Il punto di vista retrospettivo fa infatti di millennio una parola teoreticamente proba. Combinata al passato, essa è soggetta a verifica. La verifica la rende immediatamente nobile. E anche elegante. Due millenni di storia ha la Chiesa. Laico quanto voglia, chi ne dubiterà? E chi penserà che la sua (eventualmente criticabile) testimonianza non poggi sopra una veneranda permanenza? In funzione del passato, millennio è una bella parola.
Si passi invece adesso al punto di vista prospettivo. Millennio prende subito l'aspetto di un emblema: dati gli insuperabili limiti umani, l'emblema di una millanteria teoretica. E (come fa notare ad Apollonio un cortese sodale) non si tratta certo di un caso: millennio e millanteria rampollano dal medesimo stigma etimologico.
Il millantatore che si pone in bocca o sotto la penna il millennio prospettivo farà ridere, di conseguenza. L'ilarità non deve fare dimenticare però che, coniugata al futuro, millennio è parola eticamente sinistra. E ce ne sono prove lampanti. O ci si è già scordati del tausendjähriges Reich, del Reich millenario della propaganda goebbelsiana?
Altro che millennio, ovviamente. Come si sa retrospettivamente (è la dura legge cui deve sottostare una parte importante della cosiddetta conoscenza umana), tutto durò ancor meno di una generazione. Una miserabile dozzina d'anni. Non c'è quindi migliore prova della millanteria spudorata e ridicola che si accompagna al millennio prospettivo, da commentare eventualmente, imparando da Totò, solo con un "Ma mi faccia il piacere!". Di nuovo, però, la risata si gela. Complici la stupidità e la fulminea velocità del suo contagio, quanto è tragicamente costata la prova che si trattava di una invereconda millanteria?
La replica di una tragedia si presenta di norma come una farsa. Il consolatorio pensiero si deve a Karl Marx, come si sa: un noto specialista del pensiero prospettivo. Quindi sarebbe forse il caso di fare gli scongiuri. In proposito, è già del resto indubitabile che, almeno per un aspetto della questione, Marx come profeta si sbagliava. Ci si riferisce al numero grammaticale. Anche quanto a millennio, la tragedia, replicata, non si realizza infatti come una sola farsa ma come una sterminata serie di gag grotteschi e lillipuziani.

25 maggio 2011

Il Belpaese: 150 anni di storia per antonomasie

Al culmine del Risorgimento, ora è un secolo e mezzo, l'Eroe dei due mondi saluta come monarca italiano il Re galantuomo, incontrandolo nei pressi di un piccolo comune campano. Il secondo era da qualche anno succeduto, sul trono della Città della Mole, al Re tentenna, quello dello Statuto. L'Unità fu tuttavia merito quasi per intero del Tessitore: "...la Chiesa... lo Stato...". Tutto finì con la Breccia di Porta Pia e con il Discorso di Stradella ma la svolta portò dritto allo Scandalo della Banca Romana.
Seguì il Regicidio. Il Re buono cade vittima di un attentato. Di lì a poco, sarebbe morto anche il Cigno di Busseto. Poi, come si sa, la Grande proletaria si mosse alla conquista della Quarta sponda. Sul costume politico nazionale conseguenze gravi ci furono per il lungo permanere al potere del Ministro della malavita.
Col buon pretesto delle Terre irredente, ci si lanciò nella Grande guerra, durante la quale azione fortunata e temeraria fu la Beffa di Buccari. Almeno quanto l'Impresa di Premuda. Alla prima prese parte il Vate: non alla seconda. Finita la guerra, fu tempo della Vittoria mutilata e dei Reduci. Cominciavano a circolare le Squadracce, al soldo degli Agrari. Non erano anni buoni: imperversavano il Manganello e l'Olio di ricino. Finì con una gita: la Marcia su Roma. Il Fascio diventava il Partito e la Milizia s'ingrossava di fascisti della Prima ora. Gli altri: sull'Aventino. La vicenda dello Smemorato di Collegno creava frattanto molto scalpore. Correvano gli anni del Gigante buono e del Mantovano volante. Moriva la Divina. E, col Concordato, di nuovo "...la Chiesa... lo Stato...".
Del Duce, che dire? Un modello, copiato anche all'estero (e che disastro!). Fu il Duce: bastò e, certo, avanzò. Tra le molte calamità del Ventennio, il Gran consiglio, la Battaglia del grano, l'Impero, l'Asse e (che obbrobrio!) la Razza. Infine, la tragica illusione della Guerra lampo.
Dal Balcone e dalla Città eterna, il Duce, lo sloggiò il 25 luglio, seguito amaramente dall'8 settembre: l'Armistizio. E con la Resistenza arrivò il 25 aprile: la Liberazione. E si seppe dell'Olocausto. Sopravvissuto alle Purghe e sottraendosi al Baffone, al suono dell'Internazionale, ritornò in patria il Migliore e fu, di nuovo, il tempo del Partito. Niente Gran consiglio, stavolta, ma il Comitato centrale. Col Referendum, ci si sbarazzò velocemente del Re di maggio. La Costituzione. Ma aprile, come dice il poeta, è il più crudele dei mesi: dopo il 25, miracolo della Vergine, non poteva mancare quindi il 18 aprile: fu il trionfo dello Scudo crociato. La Piazza non sembrò esserne unanimemente felice. E giù botte, allora, con la Celere.
La Benemerita, frattanto, teneva tutto sotto controllo. E mentre, come antonomasia foresta, la Locomotiva umana mieteva allori alle Olimpiadi, il Campionissimo, spopolando in discese, salite e tappe a cronometro, nel Giro e nel Tour si preparava ad avere, anni dopo, una storia che fu giudicata scandalosa con la Dama bianca. Negli autodromi, il Cavallino rampante consolidava intanto la sua leggenda.
La Guerra fredda, sul limite della Cortina di ferro, finiva lentamente nel Disgelo. Il mondo cominciava a schiudersi dopo le tragedie e qui da noi, con il Boom, giunse sul Soglio di Pietro il Papa buono. Di lì a poco, fu l'ora del Centrosinistra. Sotto la guida del Mago, il Sinistro di Dio e il Gigante di Treviglio, nel Campionato, conquistavano più volte lo Scudetto e, quanto alle competizioni del Continente, alzavano al cielo la Coppa, mentre Pel di carota, Casco d'oro, la Tigre di Cremona, la Pantera di Goro e l'Aquila di Ligonchio riempivano gli schermi della TV. Nessuno riusciva tuttavia a spodestare il Reuccio. L'Abatino, ragazzo, vestiva per la prima volta la Maglia azzurra. Vennero alla luce i Giovani. Al Boom segue, mesta, la Congiuntura.
Maturavano il Sessantotto e la Contestazione, lo Studente e l'Operaio: sulle biblioteche parve prevalere il Libretto rosso. Ci furono scontri alla Statale e alla Cattolica e in altre università. Le rivendicazioni nella Fabbrica, toccò all'Avvocato gestirle, nello stesso tempo in cui si curava anche della Madama, o della Fidanzata d'Italia. Fu il tempo delle Stragi. Con quella di Piazza Fontana, cominciò la Strategia della tensione e tutti si chiedevano chi, dietro le quinte, ne fosse il Grande vecchio, chi il Burattinaio. Non si smetteva di discutere dei Servizi deviati.
Ci fu il Divorzio. Qualche anno dopo, addirittura, l'Aborto. Il peso del Palazzo cominciava a diventare intollerabile ma certo nessuno poteva immaginare che, mentre vedeva la luce il Compromesso storico, proprio alla Frezza bianca toccasse una sorte da agnello sacrificale, crudelmente decretata dal Partito armato, nemico (a suo dire) dello Stato imperialista delle Multinazionali.
Basta così? No. La storia continua e arriva, per merito dello Spirito santo (Dio, che antonomasia!), la sorpresa del Papa polacco, mentre s'insedia Ghino di Tacco. Il tormentone riprende: "...la Chiesa... lo Stato...". L'economia ha girato così veloce, nel glorioso decennio del Made in Italy, che ha finito per schizzar via per la Tangente. S'ingigantisce il Debito pubblico. Cade il Muro, compare il Baffetto. Spalleggiata dall'Opinione pubblica, affidata alle Toghe, si apre la caccia al Cinghialone. Regolati definitivamente i conti aperti, settanta anni prima, al Congresso di Livorno, il Partito degli Onesti si inabissa insieme con quello dei Ladri. Compartecipe di ambedue, si inabissa la Balena bianca. La Quercia si secca. Relitti del naufragio, a galla tornano i Democratici, che discutono a lungo della Cosa e poi della Casa comune, e gli Azzurri, che, devoti del Fare, non hanno ovviamente nulla su cui discutere. E si arriva così quasi ai giorni nostri: all'Ulivo, che dà pochi frutti, alla Margherita, che sfiorisce, al Professore e alla Terza età. Si arriva alla Azienda e alla Legalità, alla Manovra e alla Moneta unica, all'Azione umanitaria e al Fine vita, alle Tigri asiatiche e ai PIGS, alle Pari opportunità e alla Par condicio, al Merito e alla Valutazione. Scomparsi i Giovani, rimasti solo gli Anziani (con le loro Badanti), assediati dai Clandestini, dalle Criticità e dai Mercati, davanti a tutti, oggi, inevitabile il Declino.
Oggi. Capita che il Colle non sempre concordi col Cavaliere. Spuntano i Responsabili. Il Senatùr pare di nuovo pronto a saltare il fosso.
Insomma, grazie alla gente di mondo, cui la fantasia non fa mai difetto, il Paese delle antonomasie per antonomasia ovvero, come scrisse il Divino poeta, il Belpaese.

17 maggio 2011

La dama e le "tricoteuses"

La memoria di Apollonio fa ormai sovente cilecca. Delle cose che legge, così egli conserva spesso solo un'essenza, soprattutto se si tratta di letture di non pochi anni fa. Pian piano, il loro succo ha finito per svaporare quasi del tutto. I suoi pochi lettori lo sanno e, se gli sono affezionati, tollereranno che qualcuno dei vapori che, di conseguenza, gli riempiono il capo, per miracoloso contatto virtuale, appanni appena lo schermo del loro computer, prendendo forme momentanee di lettere dell'alfabeto e di parole del dizionario.
Oggi, l'informe nuvoletta trae origine da un aneddoto, francese e settecentesco, di cui ormai Apollonio non saprebbe appunto indicare la fonte, che deve essere però nobilissima e ben nota agli specialisti. L'aneddoto è il seguente.
A letto con un uomo, una bella dama viene colta sul fatto dal suo amante. Costui non si dimostra per nulla felice della circostanza, come è ovvio. Manifesta così tale infelicità con crude parole rivolte all'amata, fedifraga. La situazione è certo imbarazzante per la dama, che si protesta tuttavia innocente, con apparente piena convinzione. A tali proteste d'innocenza, l'ira dell'amante si accende vie più. Non solo lo si fa cornuto ma si pretende addirittura di trattarlo da scemo. Contro le proteste, dice, sta l'evidenza del fatto: lampante. Al che, la dama, gelidamente: "Voi non mi amate più, signore. Infatti, prestate fede più ai vostri occhi che a me".
Come non ammirare la prontezza di spirito della dama? Ancora più ammirevole, tuttavia, è a parere di Apollonio la sua lucida intelligenza delle relazioni pertinenti nella circostanza. Senza tale intelligenza, si tratterebbe solo di una storiella di (simpatica e impunita) faccia tosta ma non (solo) di ciò è appunto questione.
In quelle poche parole c'è infatti più riflessione epistemologica, teoretica ed etica, insomma c'è più problematica esperienza della propria e dell'altrui umanità di quanto non se ne trovi in intere biblioteche.
Non c'è fatto senza relazione con un punto di vista e non c'è punto di vista senza relazione con un fatto, insegna la dama al suo amante, meritevole già solo per la sua stupidità d'esser fatto becco. E non sono infine importanti, per capire e capirsi e per fare tesoro della propria esperienza, né il fatto né il punto di vista, considerati per se stessi, dal momento che la sola proprietà che li qualifica e li rende un fatto e un punto di vista è la relazione che tra essi intercorre e che li crea. Ciò che si chiama amore è proprio una di tali relazioni, capace appunto di togliere valore, se non di far sparire del tutto ciò che eventualmente si vede coi propri occhi. Niente e nessuno quindi è giudicabile su due piedi. Se si vuole poi percorrere la perigliosa via della morale, niente e nessuno è condannabile su due piedi e sul fondamento, instabilissimo, di un'evidenza.
Un'evidenza, anzi, è sempre meno che presunta ed è l'occasione tipica in cui il discernimento viene abbagliato. Un'evidenza va perciò valutata con ancora maggiore ponderazione, alla ricerca del punto di vista in funzione del quale essa si fa evidenza. Solo dopo avere esaurito, come si può umanamente, tale ricerca (che è lunga, faticosa e richiede concentrazione ed equanimità) si può provare flebilmente a dare una descrizione e, se lo impone qualche ragionevole principio di convivenza, un giudizio sul fatto.
Sorridono ancora i pochi lettori di Apollonio? Se lo fanno non sarà certo sui fasti dell'epoca in cui si trovano a vivere, in cui intelligenza e discernimento sono soffocati da opinioni che si vogliono salde pur essendo prive di relazione coi fatti e da fatti spacciati come tali a prescindere dalla loro relazione con un'opinione: evenienza forse ancora più pericolosa della prima, questa seconda, per una convivenza civile.
Del resto, a tagliare corto con l'epoca di quella dama bella e piena di spirito si provvide rapidamente con la lama della ghigliottina, macchina che battezzò emblematicamente la maturità del Moderno. Malgrado ci si illuda del contrario, essa non ha mai smesso di funzionare, da allora, e di assolvere al compito per la quale fu concepita, appunto, dal Moderno: tagliare teste, cioè i soli strumenti coi quali si può sperare di capire qualcosa della condizione umana. Tagliarle tra lo sferruzzare e le ciarle (ormai divenute assordanti) delle tricoteuses.

15 maggio 2011

Bolle d'alea (13): Goethe?

Se la memoria non tradisce Apollonio, fu Goethe a sentenziare che “sono i suoi errori a rendere l'uomo amabile”. Il nebuloso ricordo gli affiora incontrando un annuncio pubblicitario. In cerca di sostegno tra i lettori di un quotidiano economico, se ne è fatta benemerita promotrice un'associazione che mira ad alleviare le sofferenze di bambini gravemente ammalati.
“Facciamo che bastava la tua firma e a me mi esaudivi il mio più grandissimo desiderio?” vi si legge. Lampanti l'imitazione approssimativa della grazia della lingua infantile e il riferimento alla libera invenzione del gioco.
“Bastava... esaudivi”: l'imperfetto è modo dell'irrealtà. Eugenio Coseriu e Riccardo Ambrosini hanno scritto in proposito, ricordando proprio il suo insostituibile sostegno alla finzione della lingua del gioco e, da lì, c'è da credere, agli artifici letterari della finzione narrativa.
Vira dunque il toccante messaggio verso la finzione? E non suona dunque inopportuno? No. Perché sul valore dell'enunciato prevale la forza veridittiva e persuasiva della voce, nel fittizio atto di enunciazione. Questa si vuole amabile, come quella di un bimbo: e quale voce più di quella infantile è d'altra parte capace di verità? Ancora più vera e amabile per due errori di grammatica: “a me mi” e “il più grandissimo”.
Sono errori prototipici, errori che aspirano a essere eterni, come dicono sia la verità coloro che la posseggono. Ne discende che si tratta di errori per nulla possibilisti o relativisti, anzi tendenzialmente assoluti. L'attitudine spirituale è forse vecchiotta e si nutre della nostalgia per la maestra elementare e la sua matita rossa e blu. I potenziali sottoscrittori hanno del resto una certa età, ragionevolmente, e poca simpatia, magari, per errori nuovi e difficili da capire. L'artefice che ha concepito il testo di quell'annuncio ne ha certo tenuto conto.
L'esempio è modesto: Apollonio lo ammette. Flebilmente e dal punto di vista linguistico, esso svela però una trama nascosta, anche dell'adagio di Goethe (se esso è di Goethe). Dice infatti che rendersi amabili con i propri errori pare possibile solo con l'inderogabile soccorso di una grazia come l'infantile o, in sua mancanza, di un artificio. E la grazia, feroce, non ammette errori, come del resto non ne ammette l'artificio umano che, facendo come può le veci della grazia, si è usi chiamare arte. Insomma, di nuovo un paradosso.

10 maggio 2011

Lingua loro (19): Le nozze di "meritocrazia" e "criticità"...

testimoni "assistere a una levata di scudi" e "fornire altra benzina a una protesta".

"Appena qualcuno, timidamente, prova a introdurre elementi di apertura e di meritocrazia si assiste immediatamente a una levata di scudi... A costo di fornire altra benzina a una protesta di cui non condivido lo spirito, vorrei richiamare quattro criticità dei test".
In poche righe, un concentrato di emblemi della chiacchiera della gente di mondo del tempo presente. Lo scritto in cui ricorrono è questo. Dice cose condivisibili? Forse. Ma, sul serio, che importa?

9 maggio 2011

Le luci della ribalta e la torcia

"The moment men begin to care more for education than for religion they begin to care more for ambition than for education. It is no longer a world in which the souls of all are equal before heaven, but a world in which the mind of each is bent on achieving unequal advantage over the other. There begins to be a mere vanity in being educated whether it be self-educated or merely state-educated. Education ought to be a searchlight given to a man to explore everything, but very specially the things most distant from himself. Education tends to be a spotlight; which is centred entirely on himself. Some improvement may be made by turning equally vivid and perhaps vulgar spotlights upon a large number of other people as well. But the only final cure is to turn off the limelight and let him realise the stars".
Non s'inquietino i cinque lettori di Apollonio (saranno diventati cinque, a questo punto?): lo conoscono laico e laico egli rimane, anzi, fin dove può ed è capace, indagatore di quelle attitudini che si mascherano d'altro e sono invece ideologiche, quindi religiose in un senso deteriore. Oggi, la cosiddetta scienza con cui egli ha una qualche dimestichezza ne pullula. La gestione della cosa pubblica, poi, da quando la modernità è cominciata (e sono ormai più di due secoli), ne è interamente intrisa.
Se lo desiderano, nella prima proposizione della citazione che apre questo post, sostituiscano quindi la parola religion con qualsiasi aspetto che, dell'esperienza umana, preferiscono. Per la sostituzione, Apollonio asseconderebbe la sua inclinazione a costruire ipotesi e ragionamenti per opposizioni. Suggerirebbe di conseguenza quel valore cui, per marcatezza, education si oppone. Capisce però che poi non sarebbe forse capace di spiegare cosa qui si potrebbe intendere con tale non-marcatezza. Dichiara di conseguenza che gli basta, per proseguire e per la presente bisogna, qualcosa che valga come l'esperire, nella vita, la propria umanità, al di là di espliciti programmi d'istruzione. Ciò che a un bimbo accade quando, facendone esperienza, crede a una lingua umana e lascia fiducioso che essa si impossessi di lui, ben prima di essere sottoposto in proposito al trattamento che, nelle nostre società, gli destina la scuola. Del resto, cos'è d'altro, la religione, la vera, per un essere umano se non, come la lingua, come l'amore, una delle forme numerose e confidenti di un'esperienza profonda della propria umanità, nell'ipotesi di un legame d'armonia tra il finito e l'infinito?
E dunque, "Nel momento in cui gli uomini cominciano ad avere più cura dell'istruzione che dell'esperire (nella religione, nella lingua, nell'amore...) la propria umanità...": il resto della citazione segue identico. E segue identico, oggi, come rappresentazione, smascheramento e critica dell'attitudine alla santificazione ideologica, nelle pratiche educative, del cosiddetto merito. Tale concetto al momento furoreggia nel ceto intellettuale. Le ripercussioni sono note. Riguardano non solo la gestione delle istituzioni destinate all'istruzione ma anche (e più gravemente) l'atteggiamento morale cui sono invitati gli insegnanti. Costoro sono chiamati a deporre i modi degli educatori: meglio (o peggio), sono chiamati a subordinarli a quelli dei (continuamente valutati) valutatori di un presunto merito. La pretesa è insomma che, proponendo il modello educativo del merito, gli insegnanti insegnino a tutti l'ambizione di fare dell'istruzione eventualmente acquisita un riflettore puntato sul proprio merito, inseguendo con esso i vantaggi assicurati dalla diseguaglianza.
Sembra una novità rivoluzionaria (e come tale viene spacciata) ma è il solito cambiar tutto perché nulla cambi. Della sua istruzione, il ceto intellettuale moderno ha infatti sempre fatto un merito. E ne ha da sempre fatto un riflettore puntato su se medesimo. Dopo "la ragione", dopo "lo spirito", dopo "il partito", dopo una lunga e ben nota teoria di mostri, l'ideologia del merito propone insomma di mettere in scena (forse in modo finalmente farsesco) uno spettacolo cui l'umanità ha già altre volte assistito, subendone gravi danni.
Il merito pare in conclusione l'ennesima ridicola maschera della falsa coscienza dell'intellettuale moderno e del suo antiumanesimo perverso. Non troppo celato, alfine, per chi gli si avvicina, curioso, con la modesta torcia delle domande ispirategli da un pensiero libero e umano. Eventualmente nutrito, quest'ultimo, da un afflato autenticamente religioso, come insegna (e non per paradosso) il caso di Gilbert K. Chesterton. Indirizzato agli educatori, appartiene a lui l'invito, nel contempo dolce e perentorio, a "prendere coscienza delle stelle".

4 maggio 2011

Funzione

"Quoi qu'il en soit, Mauss aurait probablement rencontré certaines difficultés à pousser plus avant l'élaboration du système [...]. Mais il ne lui aurait certes pas donné la forme régressive qu'il devait recevoir de Malinowski, pour qui la notion de fonction, conçue par Mauss à l'exemple de l'algèbre, c'est-à-dire impliquant que les valeurs sociales sont connaissables en fonction les unes des autres, se transforme dans le sens d'un empirisme naïf, pour ne plus désigner que le service pratique rendu à la société par ses coutumes et ses institutions. Là où Mauss envisageait un rapport constant entre des phénomènes, où se trouve leur explication, Malinowski se demande seulement à quoi ils servent, pour leur chercher une justification. Cette position du problème anéantit tous les progrès antérieurs, puisqu'elle réintroduit un appareil de postulats sans valeur scientifique".
Parole, dalla lampante chiarezza, di Claude Lévi-Strauss, prese dalla sua Introduction à l'œuvre de Marcel Mauss. Esprimono concetti ben noti e oggi quotidianamente disattesi da folle di ricercatori accanitamente e felicemente impegnati in linguistica e in altre scienze dell'uomo. Apollonio rilegge periodicamente tali parole, per tenerle vive in se medesimo. Per lo stesso uso, le offre ai suoi due lettori. Prima di dire, poniamo, "...il suffisso x ha la funzione di esprimere la persona grammaticale...", e di dirlo senza capire il danno che (si) stanno facendo, si fermino un momento e se le ripetano. Poi, se vogliono, consapevoli della dolorosa ferita all'intelligenza propria e delle cose, vadano pure avanti.

23 aprile 2011

L'antonomasia di una metonimia

"Non ho tirato in ballo il Colle". "Lo scontro con il Colle sarà inevitabile". "Il Colle non potrà rifiutare un appuntamento ad Alfano". "La minaccia di fare esplodere il progetto dell'UE... sta comunque agitando il Colle". "Il Colle chiede correttivi". "...perché non deve essere il Colle a risolvere i problemi della maggioranza". "Il Colle cerca di far capire... che quel testo...". "Il Colle non può fare a meno di far notare...".
Qualche parola di spiegazione per chi, dei cinque lettori di Apollonio, non legge abitualmente la stampa italiana. Agli altri si chiede venia per la corrività delle notazioni.
Il Colle è il modo con cui oggi è d'uso riferirsi a Giorgio Napolitano, presidente della Repubblica in carica. La Presidenza della Repubblica italiana ha sede nel Palazzo del Quirinale. Per metonimia, nella prosa giornalistica italiana il Quirinale fungeva fino a poco tempo fa da riferimento e da designazione del Presidente della Repubblica. Mutatis mutandis, accade lo stesso con la Casa Bianca, per es., o con l'Eliseo. Adesso, il Colle ha largamente sostituito il Quirinale, ridottosi a ricorrere in pezzi di tono più formale. Il Quirinale è un colle, uno dei sette fatidici romani. Per fungere da designazione metonimica di Giorgio Napolitano, quel colle, privato del suo nome proprio, è divenuto il Colle per antonomasia.
È difficile prevedere per quanto tempo il Colle sarà adatto alla bisogna. Di una cosa si può però essere certi. L'espressione cui il Colle cederà prima o poi il passo sarà ancora più perversa.

20 aprile 2011

Raccontar storie

"La 'rivoluzione chomskiana' precede Chomsky. In misura maggiore di quanto i discepoli recenti siano pronti a riconoscere, il lavoro preparatorio è stato fatto dal maestro di Chomsky, il professor Zelig Harris dell'università della Pennsylvania". Lo scriveva George Steiner in un articolo sul New Yorker dei tardi anni Sessanta, se Apollonio non ricorda male. Una prova dell'acutezza di Steiner che, per quanto in un certo senso profano, si dimostrava precocemente consapevole di un'ingiustizia, una delle tante perpetrate dalla memoria umana per malafede e da quel suo prodotto spacciato per oggettivo che si è soliti chiamare storia.
Ed è allora giusto che in reputate storie della disciplina il nome e la figura di Harris ricorrano come segue, in un passo rapidamente esemplare delle tecniche di occultamento e dei modi della damnatio memoriae: "Va citato infine un sottile teorico come Zellig Harris, che ha spinto le tecniche analitiche e classificatorie tanto avanti da illustrarne i limiti, come si vede in quella sintesi che è il volume Methods in Structural Linguistics, dal quale partono sia i tentativi di superamento costituiti dalla grammatica trasformazionale dello stesso Harris, sia la più radicalmente innovativa linea di ricerca aperta dal suo allievo Noam Chomsky". Non una parola di più.
È giusto, si diceva, ma è veramente triste.

14 aprile 2011

Lingua loro (18): Criticità

"Si tratta di capire quali sono le situazioni di criticità...", "...i punti di criticità potrebbero essere...", "...dopo avere determinato le possibili criticità...", "...partendo dai dati e dalle criticità...", "...le eventuali criticità vanno affrontate..." e così via.
Apollonio viene da un breve soggiorno in terra italiana, dove si è trovato letteralmente sommerso da una novità: criticità. Non c'è stata persona di livello che abbia incontrato, ascoltato in radio o visto in tv (intellettuale, politico o altro sfaccendato) che, ovviamente nei contesti adeguati, non abbia fatto largo uso, anzi sfoggio di criticità. Le espressioni "situazioni critiche", "punti critici", "fase critica", a lui ben note e banali, devono essere divenute obsolete - ha concluso rapidamente -, nell'eloquio della gente di mondo.
Ha interrogato in proposito un paio di professori d'università. Anche loro lo avevano appena esposto a innumerevoli ricorrenze di criticità (in poco meno di dieci minuti, una decina). Linguisti, peraltro, e specialisti di italiano.
"Perché non dite più situazioni critiche e dite invece criticità?", ha chiesto loro. La domanda li ha colti di sorpresa. Gli hanno risposto che, fino al quesito "persiano" di Apollonio, "non ci avevano fatto caso", aggiungendo che "deve trattarsi dell'effetto d'una moda". Criticità si sarebbe quindi introdotta inavvertita nelle loro chiacchiere e la moda sarebbe una di quelle di cui ci si fa inconsapevoli portatori: così, con le loro risposte, gli hanno almeno voluto far credere.
Sarà. C'è sempre chi pensa, evidentemente, che "...non sanno quel che fanno" valga come attenuante. Ad Apollonio è sempre parsa un'aggravante, soprattutto in funzione di presunte competenze.
Raggiunto un luogo dove ha potuto farlo, Apollonio ha rapidamente aperto il Battaglia e ci ha naturalmente trovato criticità, attestato, tra virgolette, in un brano del buon don Benedetto (Croce). Nella circostanza, il brano suona gustoso e lo si trascrive qui, senza fare ulteriori controlli, come compare nell'opera lessicografica, per il godimento dei due affezionati lettori: "Non intendo punto, come ho detto, negare al Lombardi né appassionamento né attitudine filosofica, né cultura né studio, ma soltanto, poiché egli è giovane, esortarlo al pensiero esatto e allo scrivere nitido e, insomma, ad accrescere in sé l'interna «criticità» della filosofia, che anch'essa ha continuo bisogno di autogoverno".
Naturalmente, menare scandalo della nascita, nel lessico italiano, di una nuova criticità sarebbe più che sciocco, e patetico ogni lamento in proposito. Ma qui non è questione di una nascita, quasi sempre evento fausto, quanto di un'epidemia, circostanza per se stessa sempre inquietante, anche, se non soprattutto nel dominio dello spirito, per la sua indubbia relazione con la stupidità.
Da tale prospettiva, infatti, nella deriva dalla singolare attestazione crociana alle moderne, più che plurali, corrive, come non sentire coerente col tempo il mutamento di valore di criticità e come non eleggerlo a piccolo emblema di una fase critica in cui l'espressione dei dotti (o dei presunti tali), perso lo stile necessario al discernimento e azzerata ogni attitudine critica, manca proprio di autogoverno?

9 aprile 2011

Còlti freschi in libreria...

per i due fedeli lettori di Apollonio, dalle serre di tre editori italiani di cultura.
1) Copertina di Tomaso Montanari, A cosa serve Michelangelo?, Einaudi: "La vicenda del crocifisso cosiddetto «di Michelangelo» acquistato dallo Stato italiano è una metafora perfetta del destino dell'arte del passato nella società italiana contemporanea. Strumentalizzata dal potere politico e religioso, banalizzata dai media e sfruttata dall'Università. La storia dell'arte è ormai una escort di lusso della vita pubblica". "Metafora" ha qui fatto da tema di un paio di post di alcune settimane or sono.
2) Fascetta (rossa) sovrapposta al libro di Alessandro Barbero, Lepanto. La battaglia dei tre imperi, Laterza: "Questo libro lo consiglio a coloro che hanno avuto sempre una certa diffidenza nei confronti dei saggi. Perché si accorgeranno che si sono persi tra le cose migliori mai scritte". Chi firma tale impareggiabile emblema degli attuali fasti della scrittura in lingua italiana? Roberto Saviano.
3) Infine, in epigrafe di Dioniso di Karl Kerényi (Adelphi), per respirare e consolarsi: "Grazie alla reciproca dipendenza del pensiero e della parola appare chiarissimo che le lingue non servono propriamente a esporre la verità già nota, ma piuttosto a scoprire la verità che prima era ignota. La loro diversità non è una diversità di suoni e di segni, ma di visioni del mondo". Parole di Wilhelm von Humboldt.

25 marzo 2011

Parole che parlano (4): Ancóra

Ancora pare l'avverbio temporale italiano del momento e non devono essersene accorti in molti.
Lo è nella versione mesta e avviata alla decrepitezza del poeta e professore milanese Roberto Vecchioni, di quella "Chiamami ancora amore" che è stata di recente incoronata al Festival di Sanremo (se ne è già detto in questo blog) e consacrata da un'esibizione celebrativa alla presenza del Presidente della Repubblica italiana (pour cause?).
Lo è nella versione incosciente (o ironicamente incosciente?) e aperta alla vita del rockettaro reggiano Luciano Ligabue e della sua "Il meglio deve ancora venire", canzonetta della maturità, è vero ed è evidente, ma scritta sulla scia ideale del canto adolescenziale di Domenico Modugno e del suo "Volare oh oh".
Apollonio lo confessa. Sarà anche lui anziano ma, come àncora alla vita, preferisce l'"ancóra" dell'Italia dei Ligabue, attempati scavezzacollo, all'"ancóra" dell'Italia dei Vecchioni, gonfia soltanto di retorici paroloni. E, se potesse, suggerirebbe alle competenti autorità di eleggere "Il meglio deve ancora venire" a inno delle celebrazioni dei centocinquanta anni dell'unità italiana.
A Reggio nell'Emilia, del resto, nacque il tricolore. E fu certo faccenda da scapestrati.

Ecco l'ancóra di Roberto Vecchioni.

Ed ecco l'ancóra di Luciano Ligabue. La città è Barcellona. Lei è la palermitana Isabella Ragonese.

[25 aprile 2011: Informato, per ragioni personali, su quanto succede lungo la via Emilia, un gentile sodale informa a sua volta Apollonio sopra un recente prodotto di Vasco Rossi e lo rende felice dandogli conferma d'avere colto, pur dalla sua isolata Citera, un refolo dell'aria del tempo. Anche Vasco Rossi è infatti venuto fuori con un pezzo centrato su ancóra ("io sono ancora qua", canta) e che, di nuovo, tira in ballo una notte da passare (quella prospettata nella canzone di Ligabue resta comunque, a parere di Apollonio, la più invitante). La prospettiva di Vasco Rossi, che non cela d'essere anziana, anzi ne fa manifesto, si colloca, ironica terza via, tra la pedagogia funerea di Vecchioni e l'evasione semi-incosciente di Ligabue. Per completezza, eccola.]

16 marzo 2011

Etimologia e straniamento...

due prospettive linguistiche sul mondo.
È primavera. L'aria di Crisopoli (così la battezzò Guido Morselli) si impregna dell'olezzo del letame, fertilità che promette di volgersi in letizia. L'odore s'insinua, incongruo, nelle aule universitarie, come nelle vie eleganti del commercio e delle banche. Il naso, profondo, le svela tutte costruite a ridosso di pascoli e stalle, mentre l'occhio, superficiale, si affanna a negarlo.

8 marzo 2011

Lingua loro (17): Traslitterazione

E a proposito di parole e dell'uso che taluno fa delle (supposte) peregrine come raffinato cultore (critico) dell'espressione, non più tardi di ieri l'altro, capita ad Apollonio di leggere un articolo di un filologo della Domenica (del Sole 24 Ore) che della lingua passa per spettacolare funambolo.
Prendendo spunto da una storiella sulle origini mediterranee del Bardo che in Sicilia si racconta da un pezzo, ovviamente ammiccando, e che è servita di recente a insaporire per il lettore una fatica minore dell'infaticabile Andrea Camilleri, l'articolo afferma, tra l'altro, che il nome Shakespeare sarebbe la «traslitterazione inglese» del nome italiano (e siciliano, in particolare) Crollalanza.
Un dettaglio da nulla. Ma uno di quelli in cui, come si sa, abitano in condominio e, di conseguenza, in perenne conflitto il diavolo e il buon Dio. Traslitterazione? "E chi ci accucchia"? Apollonio ci resta "ammammaluccutu".
Di Crollalanza, Shakespeare è al massimo la traduzione. L'inglese non è il russo né il cinese. Con l'italiano condivide pienamente l'alfabeto latino. A essere più precisi, Shakespeare è calco di Crollalanza, un calco (a volere procedere nello scherzo) di direzione conversa a quella dell'italianizzazione di skyscraper come grattacielo.
Ma calco che "radica" di parola è? E chi la conosce? Il filologo? C'è da dubitarne. Per darsi un tono, allora, traslitterazione va più che bene. Fa pensare a traduzione senza condividerne la banalità. Ha l'aria d'essere un dotto termine tecnico. Gettata lì "sanfasò", "all'urbi(g)na" (o, se si preferisce, "a bischero sciolto"), suona meravigliosamente e, se chi legge "si l'ammucca", fa fare un figurone a chi la usa.
Che, di suo, la poverina valga poi «trascrizione di una parola... in un alfabeto diverso da quello originale», al filologo che "la catafutti" pubblicamente, non gliene importa "una emerita minchia".
Apollonio sente già la voce concorde dei suoi due lettori che lo ammonisce. Gli sta dicendo: «Sei una "camurria": pedante, stupido e intollerabile. Perché "murritii" e "ci scassi i cabasisi"? Traslitterazione, calco, traduzione: cosa vuoi che sia. Pei filologi della Domenica, la lingua è "una cajorda", è "una buttanazza". Come tale va trattata. Con la lingua, l'importante è "fari scumazza". L'importante è "cassariarisi" e, "cassariannusi", "annacarsi"».
Tutto vero. "Accuttufatu", Apollonio si tace. Lo ammette: è proprio "un fissa".

Ecco l'articolo.

4 marzo 2011

Lingua loro (16-1): Ancora metafora

"Roccapendente sembra la tenuta di qualche nobile toscano ancora in auge..." "E invece no. O meglio anche sì, ma nella mia testa è metafora dell'università italiana" (Marco Malvaldi, intervistato dal Corriere Fiorentino, il 30 gennaio 2011).
"Ancora una volta Napoli diventa, nel modo più colorito, la metafora dell'Italia" (Corrado Augias, in risposta a un lettore di Repubblica sul tema dei rifiuti napoletani, il 23 dicembre 2010).
Qualche giorno dopo, sullo stesso quotidiano, come puntuale contrappunto, in una vignetta di Bucchi, silhouettes di un bambino e di un adulto, che lo tiene per mano. Il bimbo: "Ma i rifiuti sono un problema?". L'adulto, ineccepibilmente stavolta: "No, una metafora" (l'immagine di questo post dice, del resto, che la battuta era frattanto venuta in mente ad altri).
La questione riguarda anche il francese. Lo lascia intendere il passaggio che segue, da un libro di Amélie Nothomb, comparso nel 1992: "Les gens ne savent rien des métaphores. C'est un mot qui se vend bien, parce qu'il a fière allure. 'Métaphore' : le dernier des illettrés sent que ça vient du grec. Un chic fou, ces étymologies bidons - bidons, vraiment: quand on connaît l'effroyable polysémie de la préposition meta et les neutralités factotum du verbe phero, on devrait, pour être de bonne foi, conclure que le mot 'métaphore' signifie absolument n'importe quoi. D'ailleurs, à entendre l'usage qui en est fait, on arrive à des conclusions identiques" (Hygiène de l'assassin).
È anzi ragionevole supporre, in proposito, che all'italiano il malanno sia giunto proprio dal francese. La circostanza spiegherebbe bene la trouvaille dello scrittore siciliano e l'enfasi entusiasta che a essa destinò la Padovani. Pronunciando il suo fatidico "la Sicilia è metafora del mondo" alla presenza di una giornalista francese, Sciascia si sarà per ciò stesso sognato parigino più di quanto non facesse di solito.
Insomma, l'attuale largo uso di metafora sembra la spia, il dettaglio rivelatore o (come direbbero i suoi amatori) la "metafora" di quella stupidità adeguata al mondo tipica della gente che si suppone (ed è sovente supposta) intelligente. La stupidità che Robert Musil definiva appunto un vero e proprio morbo della cultura.

27 febbraio 2011

Lingua loro (16): Metafora

Oggi, prima pagina del Sole 24 Ore, a firma di Miguel Gotor, anzi di Michele Gotor: "Ciò ha fatto di questa terra [la Puglia] uno straordinario laboratorio etno-antropologico che rappresenta in scala una pregnante metafora del destino nazionale".
Gotor non è solo. Se lo fosse, la sua sarebbe una scelta di stile personale: rispettabile, come tutte le scelte di stile personali. Non passa giorno invece che la comunicazione, la pubblica come la privata, non conti ricorrenze di metafora del genere esemplarmente rappresentato dal brano in apertura.
Nell'ultimo mese e senza particolare intenzione, Apollonio ne ha raccolto di gustose. Facciano lo stesso, se vogliono, i suoi due lettori. Ne troveranno sulla bocca di accademici frequentatori di salotti televisivi e di uomini politici dal dubbio curriculum culturale, sotto la penna di reputati editorialisti (lo si è appena visto) e di autrici di fortunati romanzi. Insomma ne troveranno nell'espressione della gente di mondo, di quella che le sensibilissime antenne della stupidità socialmente efficace rende protagonista di ogni ineluttabile mutamento, quello linguistico prima di ogni altro. L'uso di metafora, non tanto come riferimento a un generico tropo, ma per dire 'emblema', 'immagine esemplare', non è proprio di ieri. Volenterosi, i dizionari lo registrano da qualche lustro.
Si deve a Corrado Guzzanti, però, la migliore indicazione che, nell'italiano della fine del ventesimo secolo, la parola metafora aveva smesso di scorrere tranquilla nel suo alveo cólto e secolare e, tracimando, era destinata a farsi torbida e a entrare in contatto con gente poco raccomandabile che l'avrebbe messa sul marciapiede a fare marchette. A Rokko Smitherson, opinionista televisivo, uno dei parodistici personaggi inventati dall'attore all'inizio degli anni Novanta, accadeva infatti di esprimersi, ineccepibilmente, così: "Onorevole Brodo, onorevole Brodo, ie voevo dì, er cittadino s'è stufato de portà 'r vasino sott'ar culo der politico, ha capito a sottile matafa?".
Del degrado di metafora, Apollonio crede peraltro di sapere a chi dare la colpa. Senza forse essere la prima, l'attestazione dello stilema che contribuì decisivamente al suo inarrestabile e pervasivo successo in Italia tra la gente di mondo si deve a Leonardo Sciascia, con la complicità di Marcelle Padovani.
Nel 1979, prima in francese, poi in italiano, la corrispondente da Roma del Nouvel Observateur, all'epoca il magazine della sinistra intellettuale francese, pubblica un libro-intervista allo scrittore siciliano. Certamente autorizzata da Sciascia, gli dà il titolo La Sicile comme métaphore, che all'epoca parve (come s'usava dire tra la gente di mondo) molto intrigante.
A fondamento di tale titolo, stanno le parole con cui Sciascia rispondeva a una sua sollecitazione. Mutatis mutandis, ciò che Gotor oggi scrive nel suo editoriale è eco pallida e distorta dell'espressione dello scrittore.
Alla domanda della giornalista se fosse possibile considerarlo ancora uno scrittore siciliano, Sciascia rispondeva: "Sono piuttosto uno scrittore italiano che conosce bene la realtà della Sicilia, e che continua a esser convinto che la Sicilia offre la rappresentazione di tanti problemi, di tante contraddizioni, non solo italiani ma anche europei, al punto da poter costituire la metafora del mondo odierno".
Apollonio lo confessa: non è questa l'ultima delle ragioni che lo inducono a non deporre la sottile diffidenza che fin da ragazzo ha nutrito per Leonardo Sciascia, cui tributa contemporanemente una grande ammirazione. "Le diable est dans les détails", però, e dove si verificherà mai la buonafede di uno scrittore se non in un rispetto accanito e inesausto per le parole?

Leonardo Sciascia colto sul fatto.

20 febbraio 2011

Sanremo 2011


Per assumere un placebo che pacifichi per qualche ora il suo agitato sonno, una nazione in sospetto d'essere decrepita e unita dalla falsa coscienza si vota come al solito a un santo e fa trionfare in un festival di canzonette un professore di greco e di latino in pensione, che per giunta di nome fa Vecchioni e canta, con la rabbia ilare e impotente tipica dell'età, una canzoncina che è una sorta di anti-Volare, piena di velleitarie (di)speranze, di buoni sentimenti e di migliori intenzioni, dal titolo (e dal refrain) piacione ma ("ancora" e "sempre") come può esserlo un de profundis.
È la notizia italiana del giorno. Domani? Non sarà più nulla.

PS. Con i suoi quasi settanta anni, il Vecchioni non sarà per caso il più anziano vincitore del Festival di Sanremo di sempre? Aiutino in proposito Apollonio i suoi due lettori (se lo vogliono) e, per un chiaroscuro, pensino ai Sanremo letterari, agli Strega e ai Campiello e alle loro recenti consacrazioni di ragazzine e ragazzini. Le canzonette? Roba da vecchioni. Stupido di un Apollonio, nella letteratura, vivaddio!, spira il radioso futuro della cultura nazionale.

14 febbraio 2011

Trucioli di critica linguistica (2): San Valentino



Tra le giornate celebrative inventate dalla modernità putrefatta, solo alla festa della mamma si potrà concedere d'essere più stucchevole della festa degli innamorati. Anche in occasioni del genere, guizza tuttavia l'inquietante fiamma dello spirito e se ne fa occasione, salvifica, l'angelica presenza del danaro, segno ammonitore del mercato connaturato con ogni commercio tra gli esseri umani. Ovviamente, di quello dell'eros ma, quando è il caso, anche di quello dell'amore materno. Il mercato più diabolico è infatti quello che fa di tutto per nascondere di esserlo e spaccia a prezzi stracciati buoni sentimenti e migliori intenzioni, merce insomma velenosa e perversa.
Del mercato e del danaro, come è noto, la pubblicità fa letteratura. Come se ne fa mercato, si può fare infatti letteratura di ogni aspetto della vita. E al pari d'ogni altro prodotto dell'attività umana, la letteratura che la pubblicità fa del mercato e del danaro si distribuisce sopra i diversi gradi di una scala di valori. La gran parte della letteratura che secernono i creativi delle agenzie di comunicazione si addensa naturalmente su quelli più bassi, melensi e corrivi. Ma si dirà diversamente di quella che si deve a poeti (il povero Prévert incluso) e romanzieri?
Non è forse questo il caso della campagna 2011 di una multinazionale rappresentata in Italia da un'azienda cioccolatiera che fa tradizionalmente buoni affari per il giorno di San Valentino. O meglio, non è forse questo il caso del pay-off di tale campagna, osservato dalla modesta specola di chi si occupa di lingua.
Esso suona "Chi ama, Baci." e ha l'asseverativa andatura dei proverbi e delle massime di comportamento. L'enfatica menzione del nome del prodotto, Baci, vi lascia occhieggiare la modalità imperativa caratteristica di tal genere di comunicazione. Lo fa in maniera oltremodo accattivante e che suscita una speciale attenzione. La sollecita infatti al livello generale (e quasi irriflesso) della nativa competenza (meta)linguistica dei suoi destinatari.
L'effetto di straniamento è sottile. L'ingenua credenza che, in italiano, nomi e verbi siano sempre ben distinti ne viene sommossa e si rivela (senza che di necessità ce ne sia finale piena consapevolezza) che le parole hanno sì significato e forma ma che ambedue dipendono da valori combinatori e funzionali.
In corpore vili, la spiegazione viene dal creativo di un'agenzia di comunicazione. E a darla, lo ha spinto il danaro di un committente che intende così lucrare ancor meglio sulla stupidità della festa degli innamorati. Apollonio non si sente di escludere che l'uno e l'altro siano non solo epistemicamente ma anche eticamente più commendevoli di molti tra coloro che riempiono di corrività dottrinali i libri che occupano scaffali interi di biblioteche e di librerie.

26 gennaio 2011

Toscano

A vent'anni dalla data fatidica, esce nel 1881 il romanzo I Malavoglia di Giovanni Verga. La "questione della lingua", questa specialità culturale nazionale cucinata dagli intellettuali italiani, per tradizione, secondo ripetitive ricette, aveva appena vissuto (e a suo modo ancora viveva) una delle sue fasi più acute. Connesse, c'erano, per una volta, anche scelte politiche da fare e, nel Moderno, niente rende la gente istruita più audace (o spudorata) del pensiero d'essere importante e utile a qualcosa, in ispecie alla comunità, e di poterle così impartire qualche imprescindibile precetto.
Giovanni Verga, prima a Firenze, poi a Milano, parla come parla e scrive come scrive. Toscano è il cognome della famiglia siciliana di cui narra la favola del suo capolavoro. Realisticamente: nell'isola, Toscano è cognome ricorrente. Ma, in faccia agli intellettuali nazionali e alla loro "questione della lingua", quanta irridente, celata e amara ironia linguistica porta quel nome proprio, dissimulato sotto la 'nciuria Malavoglia?
E un'ironia solo linguistica? Non il mare di Aci Trezza ma quello di Lissa (ed è appunto la Terza guerra d'indipendenza) accade infatti che ingoi il ragazzo Luca, diventato italiano, siciliano di fatto, Toscano di nome.

17 gennaio 2011

"Mi domando che madri avete avuto"

"Dedichiamo questo saggio ai nostri figli. Augurandoci che li aiuti a comprendere che rispettare le regole può essere un buon affare anche per loro".
R. Abravanel e L. D'Agnese, Regole, Garzanti, Milano 2010.

Caro PPP, trovi in questa dedica (e nel libro che la porta) la risposta quanto ai padri. Le madri? Conseguenti: di quelle che comprendono che far figli con tali padri "può essere un buon affare anche per loro".

16 gennaio 2011

Speculazione. Edilizia

Lanciato da una campagna pubblicitaria non da poco e patrocinato da una società culturale che eroe eponimo più illustre non potrebbe avere, esce un quaderno speciale di una rivista di geopolitica. Il fascicolo ha un titolo bruttino e tanto corrivo, ma ad effetto: "Lingua è potere".
Il primo articolo è una sorta di presentazione generale: "La geopolitica delle lingue in poche parole". Il suo incipit suona così: "Aveva ragione lo scrittore portoghese Vergílio Ferreira: la lingua è, in fondo, soprattutto un luogo. Una casa da condividere o una frontiera da attraversare, un ghetto in cui rinchiudersi o un altrove in cui limitarsi a transitare".
Di Ferreira, Apollonio conosce appena il nome. Proprio quell'articolo porta però in epigrafe la traduzione italiana del passo cui il suo incipit farebbe riferimento. Per quanto limitato e su due piedi, un riscontro è possibile.
Sostiene Ferreira, in apertura del passo, che "una lingua è il luogo da cui si vede il mondo e in cui si tracciano i confini del nostro pensare e sentire". Poi continua: "Dalla mia lingua si vede il mare. Dalla mia lingua se ne sente il rumore, come da quella di altri si sentirà il rumore della foresta o il silenzio del deserto. Perciò, la voce del mare è stata quella della nostra inquietudine". A credere a questa citazione (e a credere affidabile la sua traduzione), sembra insomma che Ferreira consideri la lingua anzitutto un punto di vista: "il luogo da cui si vede il mondo...". In ciò, come si sa, egli è in ottima compagnia e non c'è da stupirsi. Da secoli, il punto di vista che vede nella lingua un punto di vista è tanto affascinante quanto producente.
Dare di tale prospettiva una lettura crudamente localista, affermare sul suo presunto fondamento ("aveva ragione lo scrittore portoghese...") che "la lingua è, in fondo, soprattutto un luogo" non sarà allora una speculazione un po' abusiva? Da abusivismo edilizio, pensa Apollonio mentre sfoglia il fascicolo, la cui visione d'insieme - sarà per il potere evocatore della metafora - gli ricorda il colpo d'occhio offerto da coste calabresi o siciliane, quando le operose popolazioni locali, incoraggiate dai periodici condoni, hanno potuto meglio esprimervi il loro genio paesaggistico, col suo aureo principio: ciascuno faccia la prima cosa che gli passa per il capo. Ai desideri di decoro dei committenti ottimamente provvedono in tali casi scienza e stile del geometra e del capomastro.
La trouvaille metaforica deve del resto essere parsa un'acutezza all'autore dell'articolo di apertura. Sul "luogo" attribuito (e forse usurpato) a Ferreira, egli medesimo si è infatti affrettato a costruire "casa", "frontiere", "ghetto" e, per non farsi mancare proprio nulla, pure un "altrove". Cosa, c'è da chiedersi, una lingua non potrebbe infatti mai essere?
Ma già bastano "potere" e "luogo" a gettare Apollonio quasi nello scoramento, quanto al mucchietto di pagine stampate che si trova tra le mani. D'improvviso, intuisce però che è tutto solo uno scherzo. Glielo rivela, benevolo e ammiccante, il titolo della rivista. Non ci aveva mai fatto caso: in anagramma, suona "Smile".
Ripone il fascicolo nello scaffale da cui, curioso, l'aveva tratto, sorride grato e, consolato, corre a prendere il suo aereo.

Superlativi. Relativi

"Putnam, che è forse il più influente filosofo americano vivente, ha scritto questo articolo per il Sole 24 Ore-Domenica...". "Peter Sloterdijk è indubbiamente uno dei maggiori filosofi contemporanei, almeno se consideriamo la sfera continentale...". "Emanuele Severino è uno dei maggiori filosofi contemporanei...". Si potrebbe continuare a lungo con citazioni del genere, pescando naturalmente anche fuori dello stagno della filosofia, di cui si stanno qui solo casualmente rimestando le acque.
Quando la figura di un (presunto) sapiente ha un'epifania che il medium che la rende possibile vuole vendere come consolidata, se ne può stare certi: il superlativo relativo ricorrerà. E così, capita ogni giorno e talvolta più volte al giorno di ascoltare o di leggere "una delle più illustri poetesse", "il maggiore biologo", "l'astrofisico più autorevole", naturalmente "vivente", "contemporaneo", "della modernità", "dello scorso, di questo secolo".
Il presupposto è che l'elargitore del superlativo sia capace di tale giudizio. In faccia a chi lo ascolta o lo legge, egli se ne fa in ogni caso garante. E siccome conosce le regole della buona educazione, officia il rito sempre con sussiego. Adorna infatti il superlativo, sovente, con un'espressione avverbiale. Ne fa iperbole, fingendo di mitigarlo, con un "forse" (le veneri dello stile, lo si sa, sono ritrose). Insinua perplessità facendo mostra di negarle: "indubbiamente".
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Nel 1921, Albert Einstein sbarcava negli Stati Uniti, per la prima volta. Ad accoglierlo acclamazioni e manifestazioni di massa, mai prima sotto tale forma tributate a un uomo di scienza: egli diventava così "Albert Einstein: il maggior fisico vivente". E maturava (o giungeva solo in piena luce) un aspetto del destino, perverso e paradossale, del sapere e della scienza nel Moderno: fare da feticcio di nuove religioni sociali.
Nel corso del Novecento, trassero profitto ideologico da tale perversione sistemi totalitari d'ogni colore. Non ci fu fascismo i cui (presunti) uomini di cultura non fossero "i più grandi X contemporanei". Non ci fu conferenza mondiale (oggi si direbbe globale) cominformista i cui partecipanti, "intellettuali per la pace", non fossero tutti ipso facto insigniti del superlativo. Modesti compositori di versi, coloratori di tele furono così proiettati su Parnasi divenuti frattanto polverosi, magari, ma dai quali poi più nessuno si è mai incaricato di richiamarli, visto che, alla bisogna, possono sempre risultare utili. Anni della modernità matura e delle sue farsesche tragedie.
Oggi, dal feticcio provano a trarre profitto le religioni della modernità putrefatta: totalitaria senza nemmeno volerlo (che è il modo perfetto d'esserlo). Beotamente considerata liberale, anzi, tanto dai suoi cantori (cui basta, a quanto pare, il grado di totalitarismo raggiunto) quanto dai suoi oppositori (che ne desidererebbero uno ancora maggiore).
Il cielo corrusco della stupidità ideologica otto-novecentesca si è così mutato nelle lampanti esigenze bottegaie del merito e del mercato, che, per essersi fatte ragioni di spettacolo, non per questo sono meno ideologiche. Anzi.
Come abito di scena del clown, dell'artista da circo, la forma linguistica del superlativo relativo attribuita dal presentatore al (presunto) sapiente di turno è così trascorsa dalla rappresentazione di una farsesca tragedia alle mille e poi mille repliche di una tragica farsa e le conferenze cominformiste grigio-metallo sono diventate colorati festival dei libri e di ogni branca dello scibile umano: "ed ora, signore e signori, dopo la più celebre contorsionista del Vecchio mondo, si esibirà davanti a voi il più grande trapezista del Nuovo...". Valeva la pena, cari i miei due lettori, di pagare il prezzo del biglietto che si è acquistato per assistere allo spettacolo di questa scalcinata compagnia di guitti di cui accade inoltre, come servi di scena, di fare parte!

[E ancora, sempre attingendo alla stessa fonte, inesauribile nella produzione di imbonitorie stucchevolezze onorifiche e dei relativi superlativi relativi, il 20 marzo 2011: "Certo, quando aveva due anni Putnam se ne stava sulle ginocchia di Pirandello (che era amico del padre, grande traduttore); da studente era amico di Chomsky; da giovane conversava con Einstein, Gödel e Carnap; e a trent'anni era già nella storia della matematica, avendo contribuito alla soluzione di uno dei famosi «problemi di Hilbert». Queste sono cose che aiutano: non sorprenderà allora che Putnam sia divenuto poi uno dei maggiori filosofi contemporanei"].

11 gennaio 2011

Nomen, non me! (10)

Piccola rassegna della stampa quotidiana italiana. Si procede, com'è d'uso, da sinistra a destra ma (ognun lo sa e i linguisti d'oggi dovrebbero meglio di altri) si tratta di un continuum in una logica, letteralmente, fuzzy.

Forse, agli abitanti del Bel paese non è inutile sapere che...
Da qui, fottono itali

I lettori? Sono veramente rimasti in pochi.
Taluni

I suoi sostenitori? Eletta schiera, ogni mattina danno il loro obolo in brodo di giuggiole.
Club 'Bea pirla'

La notizia lievita, se la si è ben manipolata. Orsù...
...mpastala!

Esce ogni giorno, ma nessuno se ne accorge tranne gli opportuni strumenti.
Sisma leggero

Ah! L'eleganza superiore della buona operosa borghesia lombarda.
Sorridere al celare

Son bravi a cambiare il pelo ma...
L'eco dà soliti lai

Verità e falsità.
Lì, le girano

Te l'avevo detto. Leggerlo è da ovini, infatti...
Or beli

Esiti perversi di misteriose pratiche celtiche o per opposizione a quelli romani "da poltrona"?
Ani da pala

[L'invenzione di un anagramma è giustappunto una scoperta]

3 gennaio 2011

Giocare d'anticipo

Ad Apollonio passano per il capo delle sciocchezze, si diceva in chiusura del post precedente. Giunge puntuale una conferma. Lo invita a prenderne atto, di qua da Chiasso, un premuroso sodale. Dall'estate del 2009 a quella del 2010, alcuni nuovi topoi stilistici di telecronisti e giornalisti sportivi italiani avevano fatto l'oggetto di tre post di questo blog. Oggi, sul più venduto quotidiano italiano, il medesimo tema merita addirittura una civetta in prima pagina e poi non uno ma due corposi articoli nella sezione sportiva. Non c'è che dire e Apollonio deve ammetterlo. La prova è schiacciante: per il capo gli passano, e anticipatamente, proprio delle sciocchezze.

Apollonio un, due, tre. E uno dei due articoli comparsi oggi sul più venduto quotidiano italiano.

31 dicembre 2010

Ordine dei nomi (e cognomi), di nuovo

Anche ad Apollonio, nella sua vita secolare, accade talvolta di sedere a tavola con gente importante e di livello. Non molti anni fa, a cena, il ministro italiano dell'istruzione a cavaliere tra i due millenni intrattiene, come sa, i commensali. Narra dell'impressione che gli hanno fatto, percorrendo, nella sua nuova funzione, il Sancta Sanctorum dell'augusto palazzo, i ritratti dei suoi predecessori che l'adornano: su ciascuno una targhetta, a declinare le generalità del raffigurato secondo l'ordine anagrafico cognome-nome.
E qui la memoria di Apollonio, oggi, si confonde. Ricorda vagamente di un riferito raccapriccio del ministro. Del racconto d'una sua disposizione per un rinnovamento delle targhette e per l'instaurazione dell'ordine nome-cognome, meno grigio, meno burocratico-militaresco. Disposizione, disse quella sera il ministro, giunta felicemente al bersaglio? Fallita? Oggi, Apollonio non può darne affidabile testimonianza.
Prima d'arrivare a quel punto, infatti, egli s'era già colpevolmente distratto. I suoi pensieri avevano cominciato ad esercitarsi con una litania interiore di nomi, recitati proprio nell'ordine che dispiaceva al ministro, da sempre, del resto, meritevole alfiere di progresso, nell'istruzione.
Berlinguer Luigi... Malfatti Franco Maria... Falcucci Franca... Gui Luigi... e (fuori del sostegno di consapevoli personali esperienze) Moro Aldo... Bottai Giuseppe... De Ruggiero Guido... Omodeo Adolfo... Gonnella Guido... Sella Quintino... Croce Benedetto... Amari Michele... Bonghi Ruggiero... De Sanctis Francesco...
Fu tuttavia come un mantra. O forse fu colpa del vino (di pessima qualità: di questo è più che certo). Certo, bevendo e compitando tacitamente la sua litania, parve così ad Apollonio che gli si illuminasse improvvisa la ratio profonda di quell'ordine cognome-nome che il ministro raccontava di avere messo a repentaglio, dalla sua prospettiva generosa e politicamente corretta.
Gli parve di capire che le vecchie targhette miravano ad ammonire la massima e transeunte autorità dell'istruzione italiana, a spasso in quel luogo di potere. Un giorno, tale autorità lo sapeva, sarebbe stata onorata di un ritratto lì, sui muri del ministero. Le targhette la informavano però che, negli anni a venire, per la severa impassibilità dell'istituzione, il suo nome, quanto si voglia illustre e personale, non sarebbe stato declinato diversamente da come esso un dì aveva risuonato all'appello mattutino del maestro della sua prima classe elementare, nel primo suo incontro pubblico, da bambino, con la maestà dell'istruzione: "Amari Michele", "Presente", "Bonghi Ruggiero", "Presente", "Bottai Giuseppe", "Presente", "Croce Benedetto", "Presente", "De Mauro Tullio", "Presente".
Ma Apollonio si peritò di dirlo di fronte a tutta quella gente importante e di interrompere il flusso delle parole dispensate nell'occasione dalla brillante autorevolezza del ministro. E se oggi, fine dell'anno, lo svela qui è solo per far sorridere i suoi due lettori di una delle tante sciocchezze che gli son passate e continuano a passargli per il capo e per dire loro di fare attenzione ai vini cattivi.

29 dicembre 2010

Je n'accuse pas

"«Sentimenti sovversivi», dietro lo j'accuse c'è una storia d'amore": un articolo con questo titolo inaugura la collaborazione al Corriere del Veneto d'un recente vincitore del Premio Strega. Bel battesimo.
Da oltre cento anni,
l'espressione francese j'accuse, a séguito di un celebre editoriale di Émile Zola che la portava come titolo, è diventata un sostantivo ed è perciò combinabile con un articolo.
P
er il titolista del Corriere del Veneto (in ricca compagnia: basta una veloce ricerca nel Web per accertarsene), a tale sostantivo, per via della consonante che l'apre, tocca lo quale appropriata forma di articolo determinativo. Naturalmente, c'è chi la pensa e si comporta in modo diverso: "Il j'accuse di Julian Assange / «Negli USA sarei ucciso come Oswald»".
A chi, osservandoli, fa la storia dei variabili usi linguistici (e ortografici) italiani, impassibile come ha da essere, spetta solo il compito di prenderne opportuna nota.
Apollonio (che ha i suoi gusti, naturalmente, e le sue preferenze) gli segnala il minuscolo caso, sperando gli serva per arricchire la sua documentazione.
Vindici e risentiti restauratori di presunte norme, così come entusiasti lodatori delle libertà dell'uso, sono caldamente pregati di astenersi.

L'uno e l'altro

21 dicembre 2010

Bolle d'alea (12): Diderot

Il 13 ottobre 1759, Denis Diderot scrive a Louise-Henriette, detta Sophie, Volland: "Avec vous je sens, j'aime, j'écoute, je regarde, je caresse. J'ai une sorte d'existence que je préfère à toute autre. Si vous me serrez dans vos bras, je jouis d'un bonheur au-delà duquel je n'en conçois point. Il y a quatre ans que vous me parûtes belle, aujourd'hui je vous trouve plus belle encore. C'est la magie de la constance, la plus difficile et la plus rare de nos vertus".
Sentire, amare, ascoltare, guardare, carezzare, essere stretto tra le sue braccia: chiunque sia stata Louise-Henriette per Denis (e si sa bene chi fu), per chi legge quelle parole, Sophie, nome tanto pudicamente loquace, è allegoria della vita, quando questa diviene saggia.
La si trova bella, nel momento in cui la si conosce. Trovarla ancora più bella, anno dopo anno e quando gli anni cominciano a crescere da soli e, con essi, la chiara percezione che fuori di un tempo ormai divenuto nemico non c'è più tempo se non per il desiderio morboso che presto giunga un non-tempo, trovarla ancora più bella, Sophie come la vita, è effetto di una virtù: la costanza. La costanza di vivere.
Il momento è ciclicamente propizio ai voti. Ed ecco l'augurio che Apollonio fa ai suoi due costanti lettori e a se stesso: nutrire la forte virtù che consente di mettere a tacere la voglia di concedersi al non-tempo. E di trovare ancora bella, anzi ancora più bella, Sophie, la vita.

20 dicembre 2010

Upside-down

Noam Chomsky ha di recente concesso una lunga intervista alla Rete 2 della Radio della Svizzera Italiana: su temi politici. Perché anche questa modesta tribuna? Perché "il metodo nell’analisi linguistica e nel decriptaggio della politica e della propaganda è in sostanza lo stesso".
Ilare e al tempo stesso sconsolato, Apollonio non sa dire se, più che adontarsene, dovrebbe preoccuparsene chiunque abbia un po' di sale in zucca: come incessantemente si ripete, si tratta infatti, oggi, del "più celebre degli intellettuali a livello mondiale".
Sarebbe ad ogni modo il caso che se ne preoccupasse chi fa il linguista: ammesso e non concesso che tale professione sia compatibile col sale in zucca (come si è ricordato in un post di qualche mese fa, Antoine Meillet, per es., si pronunciò per l'incompatibilità).
All'andazzo della disciplina (e del mondo accademico in cui la disciplina vivacchia), Chomsky si è rivelato ben adeguato: lo si sa bene ormai da un cinquantennio. Non sarà però perché, come ogni altro essere umano ma attingendo personalmente il sublime, per dote innata egli è ricorsivamente ed infinitamente scemo?

L'intervista (e l'immagine).