22 giugno 2011

Esordi e proporzioni


Se questo è un uomo : 1947 = Il mondo deve sapere : 2006

Il sentiero dei nidi di ragno : 1947 = La solitudine dei numeri primi : 2008

21 giugno 2011

"Commettere questo atto..."

Tre minuti e ventotto secondi: "Non sapevo ancora... [distoglie lo sguardo dall'interlocutore e lo volge a sinistra, poi torna a guardarlo] di essere in grado di... [abbassa gli occhi] commettere questo atto [alza di nuovo lo sguardo] dello scrivere...". Tre minuti e trentaquattro.
Sono più o meno sei secondi di una risposta che Primo Levi dà a Luigi Silori a proposito del suo esordio come scrittore. Fanno parte di un'intervista televisiva trasmessa il 27 settembre 1963. Su queste parole ha richiamato l'attenzione giorni fa Domenico Scarpa, sulla stampa, fermandosi a valutare brevemente quel commettere.
Rivedere l'intervista e attardarsi sul passo è facile, oggi. Si può di conseguenza verificare che la sottolineatura di Scarpa è opportuna. Sul proferimento di quel commettere, Levi ha un attimo di esitazione. Come qualcuno che sta confessando una colpa, smette di guardare negli occhi chi ne ha sollecitato le parole. Abbassa lo sguardo, con un gesto trasparente di pudore, se non di vergogna.
La penna di Levi, scabra, essenziale, precisa, avrebbe certo prodotto il chiaro e immediato scrivere: "Non sapevo ancora di essere in grado di scrivere". Al posto di scrivere, parlando, gli affiora invece sulle labbra un'espressione abnorme: commettere questo atto dello scrivere; prolissa (cinque parole al posto di una), molto marcata e, al tempo stesso, come cautelosa. Che vuol dire? Un paio di preliminari osservazioni grammaticali saranno utili.
Scrivere, come si è visto, è il nocciolo di tutto e la scelta che sarebbe stata piana e non-marcata. Scrivere, nome del verbo, proietta allora anzitutto fuori di sé la sua natura nominale. Lo aiuta per questo l'articolo determinativo. Scrivere diventa così lo scrivere. Evidentemente, l'articolo non basta. Viene fuori di conseguenza un'ulteriore stampella nominale, correlata col fatto che scrivere è un agire. Con atto, quanto era implicito e parzialmente esplicitato dall'articolo diventa così ancora più esplicito. Lo scrivere è diventato a questo punto l'atto dello scrivere. L'atto è stato compiuto, nel caso specifico. Se ne sta appunto parlando: è Se questo è un uomo. È un dato oggettivo della realtà. Lo si può mostrare. Se ne possono prendere le distanze, ma lo si fa rivendicandone al tempo stesso la prossimità all'io che parla. Lo si dota così dell'adeguato aggettivo dimostrativo: questo atto dello scrivere. Resta il fatto che scrivere è in ogni caso e ancora un fare. Lo si è ingabbiato e solidificato in una rigida espressione nominale, provvista di un determinatore (come lo), di un classificatore (come atto), di un modificatore rideterminante (come questo). Che ne è, a questo punto e in un'espressione del genere, della sua natura processuale? Come lasciare che il processo emerga e che se ne possa indicare il soggetto? Soccorre allora l'appoggio di commettere, uno di quei verbi che Maurice Gross definiva appunto "supporto". Esso si presta alla costruzione di molte espressioni. Queste sono però di norma connotate in modo eticamente negativo: commettere uno sbaglio, un illecito, un crimine, un furto, uno stupro, una violenza, un assassinio. Sta qui la radice linguistica della nota di Scarpa, che vede in quel commettere un tratto della "pacata ironia" di Levi. Lo scrittore, secondo il critico, è consapevole e vuol dire non di aver scritto, ma di avere "commesso" Se questo è un uomo: un'opera che, rompendo il silenzio e le convenzioni, graffia positivamente la quieta farisaica coscienza del mondo moderno.
Apollonio concorda. Trova però che quell'espressione dica ancora qualcosa. Con la sua aria dimessa e perversa, essa è soprattutto eufemistica (si pensi all'esemplare commettere atti impuri, innescatore di infinite fantasie adolescenziali, o all'altrettanto esemplare commettere un atto insano per suicidarsi). Come molti eufemismi, commettere questo atto dello scrivere si presenta infatti come un complesso giro di parole che, in fondo, serve a nasconderne la sola che si vuole evitare di proferire bruscamente, nel caso specifico, chiudendola dentro una serie complessa di scatole grammaticali. Adoperati per non evocare, col vero nome, ciò che atterrisce o di cui si ha onta, gli eufemismi finiscono però per sottolinearne l'oscura fascinazione.
Sembra così ad Apollonio che in quel minuscolo passaggio siano emblematicamente e celatamente rappresentate l'ironica tragedia di Levi e la sua musa lacerante, la musa di un uomo condannato a scrivere e che scrisse appunto sempre come uomo e mai come scrittore. Del resto, in quell'intervista, Levi parla da uomo e non da scrittore.
Ci sono scrittori (e sono la maggioranza) che, non si sa come, non si sa perché, finiscono per essere scrittori prima di uomini. L'impressione che danno è di scrivere con e per soddisfazione del proprio sé. Ci sono poi gli uomini e accade a qualcuno d'essere condannato a scrivere. Un uomo che scrive prova anzitutto vergogna di scrivere, come si prova vergogna della propria condanna. Ne prova di più se gli accade di sospettarsi vittima di una fallace impressione, comune in un mondo in cui chi scrive lo fa da scrittore. La fallace impressione di scrivere per e di sé medesimo, quando invece, da implacabile osservatore (se non da scienziato), sta solo provando a chiarirsi, descrivendolo e oggettivandolo nella parola scritta, il mondo come esso gli s'è manifestato: un'esperienza orribile, nuda a Buna-Monowitz, agghindata altrove, e pure l'unica che si ha e che, dunque, bisogna essere capaci di trovare, se non amabile, almeno non detestabile.
Ma solo fino a un certo punto. E sta qui, suggerirebbe infine Apollonio a Domenico Scarpa, il mistero profondissimo delle parole che ha avuto l'acutezza di sottolineare. Abbassa lo sguardo Primo Levi, di fronte al suo interlocutore. Sembra una crisi della timidezza che fa dire a chi l'ha conosciuto quanto fosse delicato e sommesso il suo conversare. Forse lo fa invece (o nel contempo) perché sa che sarà per una volta sfrontato, tanto da dovere ricorrere a un eufemismo, a dire il vero, stilisticamente pesante, per esprimere il nocciolo forse più personale del suo discorso, per dire che molte volte egli ha provato a resistere alla condanna e s'è trattenuto dal commettere l'atto impudico, impuro, insano e, infine, blasfemo, dello scrivere che, infine, ha commesso. Non c'è del resto un solo libro che, lo si sa da migliaia di anni, merita d'essere stato scritto? E chi ne è l'autore?
Dice tutto questo da "impiegato" cui, confessa, piace narrare oralmente la sua picaresca avventura. Ma scrivere? E se fosse un oltracotante dissacrare? Lo dice in un discorso tenuto a casa sua, tra le mani un giocattolo del figlio e alle spalle una modesta libreria; in un discorso che oggi, col senno del poi, suona, per chi lo vuole intendere, come vaticinio terribilmente premonitore.
"Non sapevo ancora di essere in grado di commettere questo atto...". Ventiquattro anni dopo, nei medesimi luoghi, prima di fermarsi sull'impiantito, per i pochi attimi concessi a un uomo che, definitivamente, non dovrà mai più vergognarsi di scriverne, Primo Levi ha forse perfettivamente saputo di esserne stato e, al tempo stesso, di non esserne più stato capace.

19 giugno 2011

Trucioli di critica linguistica (3): "Lines è"

Il nome che un prodotto industriale porta entrando nel mercato è importante. C'è bisogno che lo si dica? Succede allora che un assorbente intimo sia battezzato come (Lines) è: un nome che più minimalista e, tuttavia, più parlante non si potrebbe. Perché?
Di assorbenti, Apollonio non è un esperto: in nessun senso. A credere ai messaggi espliciti veicolati dagli annunci, pare però che, dalla prospettiva soggettiva di chi davanti ai banchi di un supermercato fa una scelta di acquisto, principali virtù di un assorbente siano che averlo addosso deve essere (quasi) come non averlo, dal punto di vista di un'autocoscienza fisica, e, dal punto di vista di un'autocoscienza morale, che ci si senta sicure che la funzione sia assolta al meglio.
Se le cose stanno così, come tutte le situazioni in cui competono, se non confliggono, due princìpi (è il modello dell'ironia tragica), anche la situazione dell'assorbente è pronta a trasformarsi in racconto, non tragico naturalmente, per evidenti esigenze comunicative e commerciali, ma a lieto fine.
Di un assorbente si mette di conseguenza sempre in scena la trasfigurazione mistica. Esso ha da smettere d'essere un corpo estraneo aggiunto al corpo di chi lo indossa (cioè un assorbente) e ha da avvicinarsi il più possibile allo stato di un organo di tale corpo, funzionante al meglio senza dar segni di sé: è il destino cui del resto lo inviano la sua intimità e il suo stigma riparatorio e terapeutico.
Se questa rapida analisi coglie qualcosa di vero, tutti gli annunci merceologicamente comparabili raccontano allora la battaglia infinita che l'assorbente combatte per essere funzionalmente un assorbente processuale, proiettabile come participio presente, un assorbente però che, per paradosso, non è ontologicamente classificabile come un assorbente, non è cioè una cosa definita da un sostantivo. P
er modernità tecnologica (lo testimonia l'annuncio), l
'assorbente (Lines) è si vende come soluzione finale del dramma: "C'era una volta l'assorbente, adesso è... E poi è il più assorbente che c'è".
Con cosa tutto ciò sia eventualmente ancora correlato sarebbe forse corrivo dire, a questo punto, e, trattandosi di genere, uno di quei temi di cui oggi si chiacchiera a dismisura, i suoi cinque lettori ne esonereranno Apollonio. A insistere, gli sfuggirebbe senz'altro prima o poi l'espressione "gentil sesso", così poco politicamente corretta.
Lo esonereranno inoltre perché, se frequentano questo blog, sanno che egli è solo un vecchio amatore di lingua e grammatica e, se si è avventurato per contrade tanto pericolose, non è perché del genere gli cale ma perché gli preme soprattutto di quell'
è. Terza persona del presente indicativo del verbo essere e nome proprio commerciale di un prodotto.
Molta della fortuna del prodotto è infatti affidata alla trasparenza di quell'espressione. Essa attraversa la lingua senza avere rispetto delle tradizionali partizioni
tra nomi e verbi, poi tra nomi propri e comuni, infine tra parole lessicali e parole grammaticali, parole-contenuto e parole-funzione, le prime dense di significato, le seconde prive, le prime piene, le seconde vuote (o svuotate, come si dice, per grammaticalizzazione). E sono binari sui quali continua a filare la linguistica, non solo l'eterna e bonariamente normativa, lentamente, ma anche, oggi in apparenza velocissima, la scientificamente supponente, quella che di "rivoluzioni" ne fa almeno un paio ogni lustro.
Ecco appunto apparire qualcosa che pretende di stare sull'ambiguo crinale che divide essere e non-essere e che si trova come designazione e nome proprio una forma del verbo essere: non l'infinito, il nome del verbo, ma una forma coniugata e al tempo stesso massimamente non-temporale e non-personale.
Sotto lo statuto anch'esso ambiguo di denominazione e di parte di una proposizione: Lines è sta infatti sullo sfondo contrastivo naturale di è Lines. Un verbo tutto essenza e niente funzione? Un nome tutto funzione e niente essenza? Un verbo che come nome dice appunto su quale crinale di decidibile ambiguità sta l'oggetto che designa, assolvendo egregiamente e con plasticità alla sua funzione: "torna al suo posto e non si deforma".
All'analisi razionale delle lingue che ne fanno fenomeno, l'essere (poi divenuto dei filosofi), se è come l'essere italiano, è infatti proprio un plastico nulla. Ovunque esso ricorre, una forma ausiliaria che dà ricetto a proprietà predicative che non sono le proprie. In effetti, di proprietà di esistenza, in essere, non ce n'è alcuna e quell'è è una sorta di assorbente di valori impliciti ed altrui: nomen omen, l'apoteosi del fare denominativo, al tempo stesso, mistico e razionale, lessicale, anzi enciclopedico e sintattico. Ecco come, attraverso un nome (ma, appunto, è un nome?), nasce una cosa. Pardon! Una non-cosa.

Per chi non lo conoscesse, questo è
l'annuncio.

16 giugno 2011

Variare, mutare

Capitava anni fa (oggi un po' meno, i tempi sono mutati) di leggere scritti di studiosi entusiasti dei propri metodi che annunciavano, impavidamente, di avere visto mutare la lingua, nel corso delle loro esplorazioni, quando invece, come capita a chiunque vi presti un po' di attenzione, l'avevano soltanto vista variare. A questi esploratori superbi, il Marco Polo delle Città invisibili avrebbe certo replicato che all'uomo è al massimo dato di cogliere le lingue mutate. La differenza c'è ed è enorme.
Se Marco Polo ha torto, il linguista che si occupa di diacronia è, in prospettiva, una figura faustianamente inquietante e soffia uno spirito diabolico nella linguistica diacronica.
Se, come Apollonio inclina a pensare, Marco Polo ha ragione, il linguista che osserva la lingua attraverso il tempo (e Apollonio medesimo quando sovente lo fa) è un buonuomo che ha le simpatiche fattezze di quell'ashkenazita della mitica Chelmo al quale fu raccontato (secondo la storiella raccolta da Ferruccio Fölkel) che i corvi campano più di duecento anni e che, curioso, ingenuo e un po' sciocco, come forse deve essere ogni uomo di scienza, ne catturò uno per vedere se la notizia fosse vera.

12 giugno 2011

Lingua loro (20): Ossimoro

Ossimoro, scrivono Nocentini e Parenti nel loro Etimologico (Milano, 2010), è "un prestito moderno dal greco antico" ed è un nome fatto a partire da un aggettivo "comp[osto] dei due agg[ettivi] di sign[ificato] opposto oxýs nel sign[ificato] di 'acuto, penetrante' e mōrós 'stolto, sprovveduto', assunto come campione di una figura retorica formata da due significati contrastanti". Ne è celebre esempio l'apostrofe che Alfred Hitchcock pare rivolgesse a una delle sue attrici giustamente preferite: hot ice Grace.
"Mercato e ossimori" si legge oggi nell'occhiello dell'articolo di spalla, sulla prima pagina di un quotidiano economico. E Apollonio pensa che nelle piazze finanziarie, per la gioia di sfaccendati poeti e perversi amatori della lingua, si sia cominciato a fare negotium di un otium e si sia così cominciato, per lucida follia, a quotare, a vendere e a comprare concordia discors, eloquente silenzio, sprezzante simpatia e simili differenze.
Invece, legge nel testo: "Le richieste della Commissione europea hanno appena imposto all'Italia, come priorità, oltre al taglio del debito pubblico, il ritorno alla crescita economica. Ma tagli al debito e stimoli per la crescita, insieme, appaiono in verità un ossimoro, nella cui tenaglia si dibatte non solo l'Italia, ma molti paesi dell'Ocse". Insomma, un passo che avrebbe un dì potuto suonare pacificamente come "...tagli al debito e stimoli per la crescita... appaiono in verità misure contraddittorie [o in contraddizione, contrastanti, in conflitto]". E qui la parafrasi di Apollonio si ferma, perché la figura che segue nel passo, la "tenaglia" dell'ossimoro in cui si dibatterebbe l'Italia, l'ha gettato nel buio sconforto di un'illuminante ilarità e, di conseguenza, l'ha fatto scoppiare, come sempre, in una risata dolceamara, sommessamente omerica.
Per carità, come sempre nella lingua, niente di grave o di cui menare scandalo: ossimoro pare stia diventando una metafora, una di quelle che, alla prosa di chi se ne serve, dà un tono di raffinatezza. Si sa, però, come le metafore siano delicate e pronte a usurarsi: il caso di tenaglia è illuminante. E si sa (e qui se ne è detto qualche mese fa) cosa sia accaduto, e da tempo, proprio a metafora. C'è da temere allora che, senza che nulla lo lasciasse prevedere, sulla via della salvifica perdizione e dell'onorevole degrado, il povero ossimoro sia già stato indirizzato a farle compagnia.
Ossimoro corre insomma il rischio di smettere d'essere un ossimoro e anche nel suo caso, come dappertutto e a dispetto dell'etimologia, pare sia prevedibile che l'acutezza arretri e, inarrestabile, prevalga il cretino.

10 giugno 2011

Ma quando la luna non si vede...

è saggio pensare che non ci sia?
Non tutte le notti è possibile contemplare la luna: i giovani innamorati lo sanno. L'ipotesi che vada via dal cielo, e finisca, poniamo, in un pozzo, ha degnissimo e suggestivo valore euristico. Lo esplorò, per es., il poeta Lucio Piccolo di Calanovella e (non lo si afferma per celia) nessuno sa se un giorno si scoprirà che aveva ragione.
Nell'attesa ci si accontenta di ipotesi meno concettualmente impegnative e si pensa più crudamente che, in certe notti, la luna non si vede perché mutano le condizioni che la rendono osservabile a occhio nudo. Il suo porsi in relazione con il sole e con la terra fa sì che essa appaia o sparisca, senza che sia necessario pensare che sia andata via o che si sia dissolta, per poi ricomporsi con la sua nuova fase.
Oggi pensare che le cose stanno così è facile. Prove sperimentali che, pur nella loro semplicità, sono più complesse e affidabili della banale osservazione degli innamorati sono lì a dimostrarlo.
A dire il vero, però, se lo si trova ragionevole è per una consapevolezza epistemologica che precede e fonda l'esigenza euristica d'ogni prova e l'approntamento degli strumenti tecnici e metodologici di cui si sono dotate le moderne scienze sperimentali.
Si tratta, in fondo, di un semplice criterio di buon senso. La quieta coscienza del ruolo decisivo che le condizioni di osservazione hanno nella determinazione dei fenomeni. Questi (non lo si dovrebbe mai dimenticare) sono etimologicamente proprio le cose che appaiono, che si manifestano, che si lasciano vedere. E che, esattamente come appaiono, possono - la luna l'insegna - scomparire, finendo nell'oscuro pozzo - Lucio Piccolo aveva ragione - in cui giacciono le interminate domande umane prive di una risposta.

"Ingrata patria..."

Il topos di una patria matrigna, che non celebra il figlio meritevole e anzi lo scaccia e lo perseguita rimonta all'antichità classica ed è proverbialmente riflesso (come si sa) nei Vangeli: "Nemo propheta...". Da lì è percolato nella cultura italiana, ricevendone in alcuni casi un lustro spinto fino all'antonomasia. L'opera e la vita di Dante ne sono paradigma, quelle di Ugo Foscolo (per citare un caso più prossimo) parziale riflesso.
Del topos si è però oggi impadronita la comunicazione di massa e a un brufoloso ragazzetto, poniamo, della nobile e antica città di Apollosa, bastano una borsa Erasmus e un paio di mesi all'Università di Nizza per prendere subito gli accenti accorati dell'esule i cui meriti l'ingrata patria spregia, accenti amplificati da chi, piazzatogli un microfono davanti la bocca o un taccuino sotto gli occhi, ne raccoglie l'importante testimonianza. E nulla si dice di quando la testimonianza è di "una geniale ricercatrice nell'avanzatissimo laboratorio" o di "un manager giovane e creativo dell'importante multinazionale". Ma che ci si vuol fare? L'Italia produce cervelli in quantità e, ragionevolmente, più di quanti non ne necessiti un paese di furbi. Di conseguenza, da sempre, li esporta. In Italia, c'è sempre stata penuria non di materia grigia ma di materie prime e non c'è condominio che non alberghi qualche Galileo.
Del resto, va detto, oggi non mancano in proposito i maestri. Non mancano gli augusti esempi di gente importante che, amareggiata, si dice delusa della patria e del suo andazzo senza nemmeno essere mai stata costretta a espatriare. Anzi, talvolta percorrendo in patria spettacolari cursus honorum, coprendovi alte cariche e ruoli di guide culturali e delle anime.
Così che, quando si ascoltano certe sortite, verrebbe fatto di chiedere: "Ma, mi scusi, stando in sella, dalla sua privilegiata specola non s'era accorto di nulla? E se, come dice e siam d'accordo, l'Italia è ridotta in uno stato pietoso, considerato lo spropositato numero di luminose presidenze da lei coperte, non sarà forse anche per sua responsabilità? Insomma, quando maturavano i tempi del disastro, quando ci si preparava a lasciarci in mutande, lei dov'era?".
Il mood, venato d'indignazione, che Apollonio chiamerebbe appunto "Ingrata patria...", è così diventato fenomeno di massa. Chi non pretende che le sue qualità siano socialmente sottostimate, che il suo benemerito lavoro per il bene comune sia (stato) gettato al vento e che la colpa sia "degli altri" e del degrado dei tempi? Non c'è presuntuoso docente che non l'abbia pensato e non lo pensi. Sono atteggiamenti umani tanto ordinari quanto meschini, che un po' di modestia, un po' d'ironia basterebbero a venare di un sorriso. E siccome la gente istruita è il target d'elezione dell'industria culturale, questa ha subito approfittato della frustrazione dilagante e del mood "Ingrata patria..." per fare cassetta. C'è sentimento poco commendevole di cui la modernità putrefatta non ne fa?
Balzano così ai primi posti delle classifiche delle vendite libri esemplari, sdegnosi e corrucciati, che ai medesimi sentimenti invitano i lettori. Portano titoli che dicono dell'indignazione dei loro autori e suonano come severe reprimende. Qui di seguito, come antidoto al veleno delle sue proprie frustrazioni e come sorridente omaggio alla sua patria, che mai ha pensato gli sia stata ingrata, fosse anche solo per il dono di una lingua bella e non comune, Apollonio prova a riportarli ai possibili valori di una quieta quotidianità discorsiva.
Non è il paese che sognavo: "...ci scusi, siamo mortificati. Ce lo restituisca pure. Si proverà a far meglio al suo prossimo risveglio".
Togliamo il disturbo: "...ma no, cosa dite? Non sia mai. Delle personcine tanto gradevoli e garbate! Anche se, sì, in effetti, veramente si sarebbe già fatto un po' tardi".
E, celebrato con l'occasione di una fausta ricorrenza con pompe ufficiali, anche un film.
Noi credevamo: "...e siccome si è trovato che vi sbagliavate, sarebbe forse il caso, per una volta, di chiedere scusa e di uscire dalla comune".

8 giugno 2011

Monitorare le criticità territoriali

Questa superba infilata di vibrazioni della punta della lingua che, mentre il velo pendulo si alza e si abbassa, vellica più volte e sensualmente gli alveoli di chi la proferisce e per correlate esplosioni di alcune plosive dentali e di un'affricata palatale, ne fa tremare, ove presente, il cervello nel momento stesso in cui un soffio leggero gli accarezza le papille laterali e le corde vocali si serrano ripetutamente per poi rilassarsi (puf!) è attestata. Apollonio lo giura. Del resto, per aver prova che non mente, basta Google.
Per amplificare il godimento proprio e, in virtù dei celebri neuroni-specchio, del o della partner, se ne immagina adeguatissimo il ripetuto proferimento ad alta voce durante l'amplesso: "Oh sì... monitorare le criticità territoriali, monitorare le criticità territoriali, monitorare le criticità territor.... ahhhh".
Ma, perdonino Apollonio i suoi cinque lettori per la sua inadeguatezza alla lingua del tempo, dietro il suo fulgore formale e la sua dimostrabile funzionalità erotica, "monitorare le criticità territoriali" che vuol dire? E possono disporgliene benevoli una parafrasi?

La linea editoriale di questo blog, severa e, lo si concede volentieri, anche un po' bacchettona (ne ha avuto prova qualche gentile ma forse un po' intemperante commentatore), impedisce che questo post disponga, come gli altri, di un'immagine adeguata: ciascuno se la figuri secondo i suoi gusti e la sua fantasia.

La libertà di subordinare, la schiavitù di coordinare

Subordinazione e coordinazione: modelli generali per la composizione dei testi. Nei testi esse si mescolano variamente. La prevalenza dell'una o dell'altra fa però differenze, che chi legge o ascolta non tarda a percepire, non necessariamente in modo consapevole.
La subordinazione ricorre in testi in cui prevale l'aspetto argomentativo. Sono testi spesso centrati sulla terza persona, che Benveniste giustamente chiamava "non-persona". La composizione delle proposizioni è affidata alla trasparenza di rapporti interpretabili e interpretati: causali, temporali, finali e così via (secondo la terminologia semantica tradizionalmente in uso). La si trova di conseguenza preferita in certi tipi di testi scritti o in un parlato fortemente organizzato.
La coordinazione ricorre in testi, scritti o parlati, in cui prevalgono aspetti emotivi o conativi. Sono testi sovente centrati sull'"io" o sul "tu", che non badano a rendere linguisticamente trasparente la ratio compositiva delle proposizioni. Si affidano quasi per intero alla semplice e irrinunciabile caratterizzazione dei rapporti imposta dalla linearità dell'espressione, dal fatto che, senza che ci si possa fare nulla, nell'espressione linguistica (proprio come nella vita) qualcosa vien prima e qualcosa dopo. La coordinazione dà a tali testi un'apparenza di maggiore sveltezza. Alla sua più semplice organizzazione di superficie non di rado corrisponde però un'ambiguità profonda.
Un facile esempio. In Esce Pio e io entro le due brevi proposizioni sono coordinate e solo l'ordine ne struttura il rapporto non solo formale ma anche interpretativo (come sempre nella lingua). Così com'è ordinata e messa in relazione con costrutti paralleli con subordinazione, la loro composizione per coordinazione potrebbe valere almeno come Quando esce Pio, io entro; come Poiché esce Pio, io entro; come Se esce Pio, io entro; o ancora come Pio esce affinché io entri. In tutti questi casi, ci sono espliciti operatori compositivi (rappresentati dalle cosiddette congiunzioni subordinative) che rendono la costruzione meglio interpretabile. Il prezzo che si paga alla chiarezza è la complessità della subordinazione sintattica.
Cosa dice allora questa banale osservazione a chi voglia intenderla? Dice una cosa inattesa e, all'apparenza, paradossale. La subordinazione è un modo per ribellarsi ordinatamente e, certo, come si può nei limiti umani alla più pesante dittatura cui obbedisce l'espressione: la dittatura del tempo. La subordinazione può aprire un piccolo spiraglio di libertà e rendere meno costrittivo quell'ordine che, invece, la coordinazione accetta come suo rigido parametro: Io entro, perché esce Pio; Io entro, se esce Pio; Io entro, quando esce Pio.
Lo si è detto: l'apparenza è di un paradosso. La gerarchia che la subordinazione domanda rende l'espressione più creativa e la subordinazione è, di conseguenza, più libera perché più responsabile e disciplinata della coordinazione.
Non è forse un caso allora che epoche o figure di pensatori e di scrittori che hanno prestato molta attenzione alla libertà (in ogni senso immaginabile) siano stati guidati dalla loro espressione verso forme sintattiche altamente gerarchiche e ricche di subordinazioni.
Come non deve essere un caso che un'epoca come la moderna, in cui (malgrado le apparenze) la libertà è rimasta a cuore a pochi sempre più sparuti, le sue menzioni sono state sovente menzogne e i suoi valori hanno avuto margini sempre più angusti, un'epoca come la moderna, si diceva, abbia visto un progressivo (ohibò) e sempre più largo imporsi testuale della coordinazione. Fino ai limiti della comunicazione d'oggi che, seguendo modelli totalitari che si fa mostra di spregiare, ma solo perché li si è frattanto perfezionati, mira, da un lato, a innalzare a dismisura il feticcio di qualche niente spacciato per "io" e, dall'altro e correlativamente, a ottenere obbedienti comportamenti irriflessi da miriadi di instupiditi "tu".

6 giugno 2011

3 giugno 2011

Habemus papam (1)

Esordendo con Io sono un autarchico e facendogli seguire il proverbiale Ecce Bombo, or sono quasi quaranta anni, Nanni Moretti, nel personaggio di Michele Apicella, si dichiarò immediatamente come autore di un'opera autobiografica. Si dichiarò allo stesso tempo come anamorfosi, per i nati nel Dopoguerra, della grande impronta autobiografista che, per i nati nel Dopoguerra precedente, Federico Fellini stava lasciando sul cinema italiano della seconda metà del Novecento.
Il latino è la lingua di Roma, della Chiesa cattolica e (trattandosi di Moretti, come si vedrà) anche dell'italianissimo liceo classico. Dopo il multifattoriale ecce, sempre con valenza religiosa, il latino torna nel titolo di un suo film con Habemus papam, che dell'autobiografia per parole e immagini di Moretti è ancora un nuovo capitolo. Come attore, Moretti vi recita con la sua solita dizione perentoria. Tale dizione pare discendere direttamente dai chiari caratteri delle epigrafi imperiali latine che spesseggiano nella sua città. Nella dizione di Moretti attore e nel suo nitore epigrafico certo risuona (o occhieggia) la figura professionale del padre, professore universitario di epigrafia. Analiticamente, il padre è di conseguenza presente nell'intera carriera dell'attore Moretti. Non è così in quella di Moretti autore e regista, anche nel caso di questo suo ultimo film.
In Habemus papam, il papa (mancato), interpretato da Michel Piccoli, e l'analista (mancato anch'esso, a ben vedere), interpretato dal medesimo Moretti, sono le due facce del medesimo personaggio autobiografico: è facile mostrarlo. La loro coincidenza nei luoghi è momentanea e si verifica in una scena, con le due poltrone contrapposte, in cui è come se papa e analista si guardassero allo specchio. Il libero vagabondare dell'uno coincide poi temporalmente con la costrizione in Vaticano dell'altro: ed è un paradosso rivelatore. Il papa finisce infatti nella famiglia dell'analista e si integra nel contesto teatrale di una compagnia di attori, in cui anche morfologicamente vale da rappresentazione di un'ironica autocoscienza registica, applicata (se Apollonio non si sbaglia: è in viaggio e certi controlli non gli sono agevoli) al Gabbiano. L'analista si trova nel contempo a fare ironicamente il papa in Vaticano. E come papa con la sua chiesa, organizza un torneo di volley. La decisione pre-finale dei cardinali di riportare a casa il papa fuggito coincide diegeticamente con il dissolversi della figura dell'analista nella narrazione: il conclave smette di prestargli attenzione e, di colpo, come era apparso, l'analista scompare.
Per effetto dell'ironia (si badi bene, non dell'autoironia: dell'ironia) che vi è inderogabilmente iscritta, il megalomane narcisismo di Nanni Moretti è, come sempre, l'aspetto più delizioso dell'ossimoro che ne costituisce la cifra stilistica: dopo l'Homo della gioventù, con la moderazione della maturità, il Papa. Tale cifra ne fa autore amabilmente odioso o, se si vuole, odiosamente amabile. Attraverso la lente di un narcisismo ironicamente megalomane, Moretti continua a raccontare il suo esperire la vita. Di cosa, nella vita di Moretti, racconta allora Habemus papam? Semplice: della sua esperienza come animatore e leader del movimento di protesta dei cosiddetti "girotondi".
All'epoca, forse Moretti e certo più d'uno tra i suoi importanti sodali (influente come un cardinale) devono aver prospettato a Moretti l'idea di prendere sul serio la testa di quel movimento, di farsene papa. In altre parole, di istituzionalizzare l'esito bizzarro e momentaneo della sua vanità e del rombo che tale vanità aveva fatto sentire sui media e sulla comunicazione sociale.
Com'è noto, dal diventare guida di quel movimento (e forse dal movimento medesimo) Moretti si è rigorosamente ritratto: vanitoso e megalomane, sì, ma certo tutt'altro che scemo. Si ritrae dall'assumere la carica a cui sarebbe stato chiamato da Dio (ohibò!) il papa del suo film: "Non sono io la guida di cui voi avete bisogno", dice alla folla.
Habemus papam racconta allora come mai e spiega il perché di quella scelta. Dice che, per accettare certi pesi, bisogna anzitutto esser modesti. E, come si è detto, Moretti non è modesto. Perché lui (e lo sa: gli è stato detto e non da Dio) è il più bravo di tutti. E, in fondo, il migliore spregia la folla osannante che nutre la sua vanità. E se ne ritrae. La spregia però amabilmente, per ossimoro. Come nella rinuncia e nel ritrarsi c'è l'ossimoro che prova il suo essere il migliore.
Della forma che l'eterno ossimoro italiano ha preso nel ceto borghese della Roma tardonovecentesca, Moretti è così un'autentica figura emblematica. Ed è una delle ragioni non secondarie per le quali i Francesi lo amano tanto. Li conferma della giustezza di loro secolari (pre)giudizi: nel caso specifico, forse, il celato giganteggiare della figura materna nella storia e nella cultura di una nazione apparentemente maschilista.
La signora Agata Apicella nei Moretti, professoressa di lettere nei licei classici, deve avere nutrito con abbondanza l'ego del piccolo Nanni, se ancora oggi esso inclina alla bulimia, e al bimbo, meglio, al Bombo non deve avere mai fatto soffrire "un deficit di accudimento".

31 maggio 2011

Semantica e grammatica della natica

"Qualunque cosa se ne dica, la natica non svolge una grande attività nella vita. Non richiede un uso frequente del verbo transitivo. Richiede il verbo medio o intransitivo. Del resto, non chiede assolutamente nulla. In quanto soggetto non ha una grande esistenza. La troviamo preferibilmente descritta nella sua modalità d'essere, se così si può dire. Si parla più volentieri delle sue forme, del suo movimento, delle sue metamorfosi. In breve la natica ha un solo accessorio indispensabile, ed è l'epiteto. Il quale, a dire il vero, non modifica la sua natura. La natica è là, l'attributo la rende sfumata". A supporto di questa gustosa pagina grammaticale, è stato di recente fornito un formidabile apparato di dati testuali, nei mezzi di comunicazione di mezzo mondo. Questi hanno mostrato quanto essa sia veritiera e condivisibile, nei suoi contenuti. Viene da un libro del 1995 di Jean-Luc Hennig, Brève histoire des fesses, nella traduzione che Giancarlo Pavanello ne ha procurato l'anno successivo per il pubblico italiano, sotto il titolo di Breve storia delle natiche.
Sia detto per inciso che, in funzione della linguistica dei corpora (ohibò!), la ratio della cosiddetta grammatica delle costruzioni trova in queste poche righe una sorta di rapida spiegazione, come ne vengono illustrate, per indiretti aspetti, la nozione di ruolo tematico, la classificazione semantica dei verbi e altri importanti concetti oggi correnti in linguistica. Se Apollonio si ferma sul passo, non è certo però per sentenziare sulle natiche promotrici di tante discussioni né per affrontare problemi di teoria linguistica rilevanti come gli evocati.
Anzitutto, dubita infatti di esserne capace. Sono problemi troppo nuovi e pulsanti per le sue sfilacciate corde di uomo anziano e di vecchio strutturalista. Si aggiunga che egli nutre un rispetto, quasi superstizioso, tanto per la natica quanto per la semantica, i cui nomi (quelli veri, intende) non dovrebbero, a suo parere, mai farsi invano.
In secondo luogo, la vigile attenzione dei suoi smaliziati cinque lettori non ha certo bisogno d'essere sollecitata a proposito di nessuna delle due questioni: di natica e di semantica ne sanno sicuramente più di lui. E chi scrive, diceva Italo Calvino, lo fa per un lettore che immagina migliore di lui. Principio cui chi cura questo blog si tiene strettissimo: fosse altrimenti, varrebbe la pena?
E allora, cosa c'è in ballo nel passo, per Apollonio? Solo una minuscola curiosità. E per soddisfarla, chiede soccorso a chi, diversamente da lui, avesse eventualmente il bel libro di Hennig a disposizione nella lingua originale.
La questione è di terminologia comparata e confluisce nell'immenso bacino dei problemi della traduzione. L'"epiteto", dice in italiano il brano, è il solo accessorio grammaticale indispensabile della natica. E a rendere la natica sfumata è l'"attributo". Nel testo francese, c'è da scommettere, "epiteto" suona come "épithète" e "attributo" come "attribut".
In rapporto con la terminologia grammaticale italiana, tanto l'uno quanto l'altro sono tuttavia dei faux amis. Ed è certo una poco simpatica trappola, proprio nel cuore della lingua speciale della disciplina che dice di occuparsi di lingue scientificamente. L'"épithète" francese è infatti l'italiano "attributo": una bella natica. L'"attribut" francese è l'italiano "predicato (nominale)": le sue natiche erano deliziose.
Se fosse come qui si immagina, il traduttore avrebbe forse dovuto essere più attento ai valori grammaticali di ciò che traduceva. Il passo l'avrebbe meritato. Parte del suo gusto, per l'intenditore di natica e di grammatica, sta proprio lì. Insomma, se Apollonio non si sbaglia, tirando come sta facendo a indovinare, la traduzione delle due proposizioni avrebbe dovuto suonare come segue: "In breve la natica ha un solo accessorio indispensabile, ed è l'attributo. Il quale, a dire il vero, non modifica la sua natura. La natica è là, il predicato la rende sfumata" [forse, anche qui, "le dà le sue sfumature"].
C'è bisogno di precisare che il tema è di futile e peregrina pedanteria? Ma se ne leggono di diversi in questo blog? Comunque sia, per avere conferma delle sue ipotesi filologiche, Apollonio chiede soccorso a chi potrà fornirglielo. Come ricompensa, promette (ma senza promettere di mantenere la promessa) di metterlo privatamente a parte di un castissimo aneddoto. Gli accadde di ascoltarlo dalla voce di colui che, incolpevole, lo introdusse (or sono quasi quaranta anni) agli studi linguistici. L'aneddoto ha appunto come tema le natiche. E, confermando l'acuta teoria grammaticale di Hennig, termina proprio con una proposizione con predicato nominale: "Quelle natiche non mi sono nuove".

27 maggio 2011

Parole che parlano (5): Millennio

Ora è una dozzina d'anni, millennio stava sulla bocca di tutti e, se così si può dire, se ne aveva ben donde. Come evento preparatorio, non capita proprio ogni giorno di vedere cambiare tutte insieme le cifre del "contachilometri" con cui l'Occidente calcola arbitrariamente la deriva dal suo incipit cristiano. Non capita ogni giorno di potere, infine, mutare in uno l'ultimo zero di una sequenza di tre, rompendo così l'apparente sospeso incantesimo di un nulla. Come non attendersi allora un po' di infantile eccitazione? Come non giustificarla?
Pian piano, millennio è rientrato nei ranghi. La vieta e triste quotidianità del decennio trascorso l'ha ingoiato. Il problema di molti, dall'inizio del nuovo millennio, è diventato sopravvivere oltre, come si dice, la terza settimana. Chi ha più animo di evocarlo, il millennio? Sulla bocca o sotto la penna di qualche attardato, millennio tuttavia resiste e le sue ricorrenze, fuori della banalità, ne stagliano meglio il profilo sull'orizzonte, così che oggi (pensa Apollonio) se ne può dire profittevolmente.
Proprietà universale delle parole è di avere valori etici e teoretici mutevolissimi e dipendenti strettamente dal punto di vista a partire dal quale esse vengono proferite. Millennio è tra quelle che meglio palesano tale proprietà.
Il punto di vista retrospettivo fa infatti di millennio una parola teoreticamente proba. Combinata al passato, essa è soggetta a verifica. La verifica la rende immediatamente nobile. E anche elegante. Due millenni di storia ha la Chiesa. Laico quanto voglia, chi ne dubiterà? E chi penserà che la sua (eventualmente criticabile) testimonianza non poggi sopra una veneranda permanenza? In funzione del passato, millennio è una bella parola.
Si passi invece adesso al punto di vista prospettivo. Millennio prende subito l'aspetto di un emblema: dati gli insuperabili limiti umani, l'emblema di una millanteria teoretica. E (come fa notare ad Apollonio un cortese sodale) non si tratta certo di un caso: millennio e millanteria rampollano dal medesimo stigma etimologico.
Il millantatore che si pone in bocca o sotto la penna il millennio prospettivo farà ridere, di conseguenza. L'ilarità non deve fare dimenticare però che, coniugata al futuro, millennio è parola eticamente sinistra. E ce ne sono prove lampanti. O ci si è già scordati del tausendjähriges Reich, del Reich millenario della propaganda goebbelsiana?
Altro che millennio, ovviamente. Come si sa retrospettivamente (è la dura legge cui deve sottostare una parte importante della cosiddetta conoscenza umana), tutto durò ancor meno di una generazione. Una miserabile dozzina d'anni. Non c'è quindi migliore prova della millanteria spudorata e ridicola che si accompagna al millennio prospettivo, da commentare eventualmente, imparando da Totò, solo con un "Ma mi faccia il piacere!". Di nuovo, però, la risata si gela. Complici la stupidità e la fulminea velocità del suo contagio, quanto è tragicamente costata la prova che si trattava di una invereconda millanteria?
La replica di una tragedia si presenta di norma come una farsa. Il consolatorio pensiero si deve a Karl Marx, come si sa: un noto specialista del pensiero prospettivo. Quindi sarebbe forse il caso di fare gli scongiuri. In proposito, è già del resto indubitabile che, almeno per un aspetto della questione, Marx come profeta si sbagliava. Ci si riferisce al numero grammaticale. Anche quanto a millennio, la tragedia, replicata, non si realizza infatti come una sola farsa ma come una sterminata serie di gag grotteschi e lillipuziani.

25 maggio 2011

Il Belpaese: 150 anni di storia per antonomasie

Al culmine del Risorgimento, ora è un secolo e mezzo, l'Eroe dei due mondi saluta come monarca italiano il Re galantuomo, incontrandolo nei pressi di un piccolo comune campano. Il secondo era da qualche anno succeduto, sul trono della Città della Mole, al Re tentenna, quello dello Statuto. L'Unità fu tuttavia merito quasi per intero del Tessitore: "...la Chiesa... lo Stato...". Tutto finì con la Breccia di Porta Pia e con il Discorso di Stradella ma la svolta portò dritto allo Scandalo della Banca Romana.
Seguì il Regicidio. Il Re buono cade vittima di un attentato. Di lì a poco, sarebbe morto anche il Cigno di Busseto. Poi, come si sa, la Grande proletaria si mosse alla conquista della Quarta sponda. Sul costume politico nazionale conseguenze gravi ci furono per il lungo permanere al potere del Ministro della malavita.
Col buon pretesto delle Terre irredente, ci si lanciò nella Grande guerra, durante la quale azione fortunata e temeraria fu la Beffa di Buccari. Almeno quanto l'Impresa di Premuda. Alla prima prese parte il Vate: non alla seconda. Finita la guerra, fu tempo della Vittoria mutilata e dei Reduci. Cominciavano a circolare le Squadracce, al soldo degli Agrari. Non erano anni buoni: imperversavano il Manganello e l'Olio di ricino. Finì con una gita: la Marcia su Roma. Il Fascio diventava il Partito e la Milizia s'ingrossava di fascisti della Prima ora. Gli altri: sull'Aventino. La vicenda dello Smemorato di Collegno creava frattanto molto scalpore. Correvano gli anni del Gigante buono e del Mantovano volante. Moriva la Divina. E, col Concordato, di nuovo "...la Chiesa... lo Stato...".
Del Duce, che dire? Un modello, copiato anche all'estero (e che disastro!). Fu il Duce: bastò e, certo, avanzò. Tra le molte calamità del Ventennio, il Gran consiglio, la Battaglia del grano, l'Impero, l'Asse e (che obbrobrio!) la Razza. Infine, la tragica illusione della Guerra lampo.
Dal Balcone e dalla Città eterna, il Duce, lo sloggiò il 25 luglio, seguito amaramente dall'8 settembre: l'Armistizio. E con la Resistenza arrivò il 25 aprile: la Liberazione. E si seppe dell'Olocausto. Sopravvissuto alle Purghe e sottraendosi al Baffone, al suono dell'Internazionale, ritornò in patria il Migliore e fu, di nuovo, il tempo del Partito. Niente Gran consiglio, stavolta, ma il Comitato centrale. Col Referendum, ci si sbarazzò velocemente del Re di maggio. La Costituzione. Ma aprile, come dice il poeta, è il più crudele dei mesi: dopo il 25, miracolo della Vergine, non poteva mancare quindi il 18 aprile: fu il trionfo dello Scudo crociato. La Piazza non sembrò esserne unanimemente felice. E giù botte, allora, con la Celere.
La Benemerita, frattanto, teneva tutto sotto controllo. E mentre, come antonomasia foresta, la Locomotiva umana mieteva allori alle Olimpiadi, il Campionissimo, spopolando in discese, salite e tappe a cronometro, nel Giro e nel Tour si preparava ad avere, anni dopo, una storia che fu giudicata scandalosa con la Dama bianca. Negli autodromi, il Cavallino rampante consolidava intanto la sua leggenda.
La Guerra fredda, sul limite della Cortina di ferro, finiva lentamente nel Disgelo. Il mondo cominciava a schiudersi dopo le tragedie e qui da noi, con il Boom, giunse sul Soglio di Pietro il Papa buono. Di lì a poco, fu l'ora del Centrosinistra. Sotto la guida del Mago, il Sinistro di Dio e il Gigante di Treviglio, nel Campionato, conquistavano più volte lo Scudetto e, quanto alle competizioni del Continente, alzavano al cielo la Coppa, mentre Pel di carota, Casco d'oro, la Tigre di Cremona, la Pantera di Goro e l'Aquila di Ligonchio riempivano gli schermi della TV. Nessuno riusciva tuttavia a spodestare il Reuccio. L'Abatino, ragazzo, vestiva per la prima volta la Maglia azzurra. Vennero alla luce i Giovani. Al Boom segue, mesta, la Congiuntura.
Maturavano il Sessantotto e la Contestazione, lo Studente e l'Operaio: sulle biblioteche parve prevalere il Libretto rosso. Ci furono scontri alla Statale e alla Cattolica e in altre università. Le rivendicazioni nella Fabbrica, toccò all'Avvocato gestirle, nello stesso tempo in cui si curava anche della Madama, o della Fidanzata d'Italia. Fu il tempo delle Stragi. Con quella di Piazza Fontana, cominciò la Strategia della tensione e tutti si chiedevano chi, dietro le quinte, ne fosse il Grande vecchio, chi il Burattinaio. Non si smetteva di discutere dei Servizi deviati.
Ci fu il Divorzio. Qualche anno dopo, addirittura, l'Aborto. Il peso del Palazzo cominciava a diventare intollerabile ma certo nessuno poteva immaginare che, mentre vedeva la luce il Compromesso storico, proprio alla Frezza bianca toccasse una sorte da agnello sacrificale, crudelmente decretata dal Partito armato, nemico (a suo dire) dello Stato imperialista delle Multinazionali.
Basta così? No. La storia continua e arriva, per merito dello Spirito santo (Dio, che antonomasia!), la sorpresa del Papa polacco, mentre s'insedia Ghino di Tacco. Il tormentone riprende: "...la Chiesa... lo Stato...". L'economia ha girato così veloce, nel glorioso decennio del Made in Italy, che ha finito per schizzar via per la Tangente. S'ingigantisce il Debito pubblico. Cade il Muro, compare il Baffetto. Spalleggiata dall'Opinione pubblica, affidata alle Toghe, si apre la caccia al Cinghialone. Regolati definitivamente i conti aperti, settanta anni prima, al Congresso di Livorno, il Partito degli Onesti si inabissa insieme con quello dei Ladri. Compartecipe di ambedue, si inabissa la Balena bianca. La Quercia si secca. Relitti del naufragio, a galla tornano i Democratici, che discutono a lungo della Cosa e poi della Casa comune, e gli Azzurri, che, devoti del Fare, non hanno ovviamente nulla su cui discutere. E si arriva così quasi ai giorni nostri: all'Ulivo, che dà pochi frutti, alla Margherita, che sfiorisce, al Professore e alla Terza età. Si arriva alla Azienda e alla Legalità, alla Manovra e alla Moneta unica, all'Azione umanitaria e al Fine vita, alle Tigri asiatiche e ai PIGS, alle Pari opportunità e alla Par condicio, al Merito e alla Valutazione. Scomparsi i Giovani, rimasti solo gli Anziani (con le loro Badanti), assediati dai Clandestini, dalle Criticità e dai Mercati, davanti a tutti, oggi, inevitabile il Declino.
Oggi. Capita che il Colle non sempre concordi col Cavaliere. Spuntano i Responsabili. Il Senatùr pare di nuovo pronto a saltare il fosso.
Insomma, grazie alla gente di mondo, cui la fantasia non fa mai difetto, il Paese delle antonomasie per antonomasia ovvero, come scrisse il Divino poeta, il Belpaese.

17 maggio 2011

La dama e le "tricoteuses"

La memoria di Apollonio fa ormai sovente cilecca. Delle cose che legge, così egli conserva spesso solo un'essenza, soprattutto se si tratta di letture di non pochi anni fa. Pian piano, il loro succo ha finito per svaporare quasi del tutto. I suoi pochi lettori lo sanno e, se gli sono affezionati, tollereranno che qualcuno dei vapori che, di conseguenza, gli riempiono il capo, per miracoloso contatto virtuale, appanni appena lo schermo del loro computer, prendendo forme momentanee di lettere dell'alfabeto e di parole del dizionario.
Oggi, l'informe nuvoletta trae origine da un aneddoto, francese e settecentesco, di cui ormai Apollonio non saprebbe appunto indicare la fonte, che deve essere però nobilissima e ben nota agli specialisti. L'aneddoto è il seguente.
A letto con un uomo, una bella dama viene colta sul fatto dal suo amante. Costui non si dimostra per nulla felice della circostanza, come è ovvio. Manifesta così tale infelicità con crude parole rivolte all'amata, fedifraga. La situazione è certo imbarazzante per la dama, che si protesta tuttavia innocente, con apparente piena convinzione. A tali proteste d'innocenza, l'ira dell'amante si accende vie più. Non solo lo si fa cornuto ma si pretende addirittura di trattarlo da scemo. Contro le proteste, dice, sta l'evidenza del fatto: lampante. Al che, la dama, gelidamente: "Voi non mi amate più, signore. Infatti, prestate fede più ai vostri occhi che a me".
Come non ammirare la prontezza di spirito della dama? Ancora più ammirevole, tuttavia, è a parere di Apollonio la sua lucida intelligenza delle relazioni pertinenti nella circostanza. Senza tale intelligenza, si tratterebbe solo di una storiella di (simpatica e impunita) faccia tosta ma non (solo) di ciò è appunto questione.
In quelle poche parole c'è infatti più riflessione epistemologica, teoretica ed etica, insomma c'è più problematica esperienza della propria e dell'altrui umanità di quanto non se ne trovi in intere biblioteche.
Non c'è fatto senza relazione con un punto di vista e non c'è punto di vista senza relazione con un fatto, insegna la dama al suo amante, meritevole già solo per la sua stupidità d'esser fatto becco. E non sono infine importanti, per capire e capirsi e per fare tesoro della propria esperienza, né il fatto né il punto di vista, considerati per se stessi, dal momento che la sola proprietà che li qualifica e li rende un fatto e un punto di vista è la relazione che tra essi intercorre e che li crea. Ciò che si chiama amore è proprio una di tali relazioni, capace appunto di togliere valore, se non di far sparire del tutto ciò che eventualmente si vede coi propri occhi. Niente e nessuno quindi è giudicabile su due piedi. Se si vuole poi percorrere la perigliosa via della morale, niente e nessuno è condannabile su due piedi e sul fondamento, instabilissimo, di un'evidenza.
Un'evidenza, anzi, è sempre meno che presunta ed è l'occasione tipica in cui il discernimento viene abbagliato. Un'evidenza va perciò valutata con ancora maggiore ponderazione, alla ricerca del punto di vista in funzione del quale essa si fa evidenza. Solo dopo avere esaurito, come si può umanamente, tale ricerca (che è lunga, faticosa e richiede concentrazione ed equanimità) si può provare flebilmente a dare una descrizione e, se lo impone qualche ragionevole principio di convivenza, un giudizio sul fatto.
Sorridono ancora i pochi lettori di Apollonio? Se lo fanno non sarà certo sui fasti dell'epoca in cui si trovano a vivere, in cui intelligenza e discernimento sono soffocati da opinioni che si vogliono salde pur essendo prive di relazione coi fatti e da fatti spacciati come tali a prescindere dalla loro relazione con un'opinione: evenienza forse ancora più pericolosa della prima, questa seconda, per una convivenza civile.
Del resto, a tagliare corto con l'epoca di quella dama bella e piena di spirito si provvide rapidamente con la lama della ghigliottina, macchina che battezzò emblematicamente la maturità del Moderno. Malgrado ci si illuda del contrario, essa non ha mai smesso di funzionare, da allora, e di assolvere al compito per la quale fu concepita, appunto, dal Moderno: tagliare teste, cioè i soli strumenti coi quali si può sperare di capire qualcosa della condizione umana. Tagliarle tra lo sferruzzare e le ciarle (ormai divenute assordanti) delle tricoteuses.

15 maggio 2011

Bolle d'alea (13): Goethe?

Se la memoria non tradisce Apollonio, fu Goethe a sentenziare che “sono i suoi errori a rendere l'uomo amabile”. Il nebuloso ricordo gli affiora incontrando un annuncio pubblicitario. In cerca di sostegno tra i lettori di un quotidiano economico, se ne è fatta benemerita promotrice un'associazione che mira ad alleviare le sofferenze di bambini gravemente ammalati.
“Facciamo che bastava la tua firma e a me mi esaudivi il mio più grandissimo desiderio?” vi si legge. Lampanti l'imitazione approssimativa della grazia della lingua infantile e il riferimento alla libera invenzione del gioco.
“Bastava... esaudivi”: l'imperfetto è modo dell'irrealtà. Eugenio Coseriu e Riccardo Ambrosini hanno scritto in proposito, ricordando proprio il suo insostituibile sostegno alla finzione della lingua del gioco e, da lì, c'è da credere, agli artifici letterari della finzione narrativa.
Vira dunque il toccante messaggio verso la finzione? E non suona dunque inopportuno? No. Perché sul valore dell'enunciato prevale la forza veridittiva e persuasiva della voce, nel fittizio atto di enunciazione. Questa si vuole amabile, come quella di un bimbo: e quale voce più di quella infantile è d'altra parte capace di verità? Ancora più vera e amabile per due errori di grammatica: “a me mi” e “il più grandissimo”.
Sono errori prototipici, errori che aspirano a essere eterni, come dicono sia la verità coloro che la posseggono. Ne discende che si tratta di errori per nulla possibilisti o relativisti, anzi tendenzialmente assoluti. L'attitudine spirituale è forse vecchiotta e si nutre della nostalgia per la maestra elementare e la sua matita rossa e blu. I potenziali sottoscrittori hanno del resto una certa età, ragionevolmente, e poca simpatia, magari, per errori nuovi e difficili da capire. L'artefice che ha concepito il testo di quell'annuncio ne ha certo tenuto conto.
L'esempio è modesto: Apollonio lo ammette. Flebilmente e dal punto di vista linguistico, esso svela però una trama nascosta, anche dell'adagio di Goethe (se esso è di Goethe). Dice infatti che rendersi amabili con i propri errori pare possibile solo con l'inderogabile soccorso di una grazia come l'infantile o, in sua mancanza, di un artificio. E la grazia, feroce, non ammette errori, come del resto non ne ammette l'artificio umano che, facendo come può le veci della grazia, si è usi chiamare arte. Insomma, di nuovo un paradosso.

10 maggio 2011

Lingua loro (19): Le nozze di "meritocrazia" e "criticità"...

testimoni "assistere a una levata di scudi" e "fornire altra benzina a una protesta".

"Appena qualcuno, timidamente, prova a introdurre elementi di apertura e di meritocrazia si assiste immediatamente a una levata di scudi... A costo di fornire altra benzina a una protesta di cui non condivido lo spirito, vorrei richiamare quattro criticità dei test".
In poche righe, un concentrato di emblemi della chiacchiera della gente di mondo del tempo presente. Lo scritto in cui ricorrono è questo. Dice cose condivisibili? Forse. Ma, sul serio, che importa?

9 maggio 2011

Le luci della ribalta e la torcia

"The moment men begin to care more for education than for religion they begin to care more for ambition than for education. It is no longer a world in which the souls of all are equal before heaven, but a world in which the mind of each is bent on achieving unequal advantage over the other. There begins to be a mere vanity in being educated whether it be self-educated or merely state-educated. Education ought to be a searchlight given to a man to explore everything, but very specially the things most distant from himself. Education tends to be a spotlight; which is centred entirely on himself. Some improvement may be made by turning equally vivid and perhaps vulgar spotlights upon a large number of other people as well. But the only final cure is to turn off the limelight and let him realise the stars".
Non s'inquietino i cinque lettori di Apollonio (saranno diventati cinque, a questo punto?): lo conoscono laico e laico egli rimane, anzi, fin dove può ed è capace, indagatore di quelle attitudini che si mascherano d'altro e sono invece ideologiche, quindi religiose in un senso deteriore. Oggi, la cosiddetta scienza con cui egli ha una qualche dimestichezza ne pullula. La gestione della cosa pubblica, poi, da quando la modernità è cominciata (e sono ormai più di due secoli), ne è interamente intrisa.
Se lo desiderano, nella prima proposizione della citazione che apre questo post, sostituiscano quindi la parola religion con qualsiasi aspetto che, dell'esperienza umana, preferiscono. Per la sostituzione, Apollonio asseconderebbe la sua inclinazione a costruire ipotesi e ragionamenti per opposizioni. Suggerirebbe di conseguenza quel valore cui, per marcatezza, education si oppone. Capisce però che poi non sarebbe forse capace di spiegare cosa qui si potrebbe intendere con tale non-marcatezza. Dichiara di conseguenza che gli basta, per proseguire e per la presente bisogna, qualcosa che valga come l'esperire, nella vita, la propria umanità, al di là di espliciti programmi d'istruzione. Ciò che a un bimbo accade quando, facendone esperienza, crede a una lingua umana e lascia fiducioso che essa si impossessi di lui, ben prima di essere sottoposto in proposito al trattamento che, nelle nostre società, gli destina la scuola. Del resto, cos'è d'altro, la religione, la vera, per un essere umano se non, come la lingua, come l'amore, una delle forme numerose e confidenti di un'esperienza profonda della propria umanità, nell'ipotesi di un legame d'armonia tra il finito e l'infinito?
E dunque, "Nel momento in cui gli uomini cominciano ad avere più cura dell'istruzione che dell'esperire (nella religione, nella lingua, nell'amore...) la propria umanità...": il resto della citazione segue identico. E segue identico, oggi, come rappresentazione, smascheramento e critica dell'attitudine alla santificazione ideologica, nelle pratiche educative, del cosiddetto merito. Tale concetto al momento furoreggia nel ceto intellettuale. Le ripercussioni sono note. Riguardano non solo la gestione delle istituzioni destinate all'istruzione ma anche (e più gravemente) l'atteggiamento morale cui sono invitati gli insegnanti. Costoro sono chiamati a deporre i modi degli educatori: meglio (o peggio), sono chiamati a subordinarli a quelli dei (continuamente valutati) valutatori di un presunto merito. La pretesa è insomma che, proponendo il modello educativo del merito, gli insegnanti insegnino a tutti l'ambizione di fare dell'istruzione eventualmente acquisita un riflettore puntato sul proprio merito, inseguendo con esso i vantaggi assicurati dalla diseguaglianza.
Sembra una novità rivoluzionaria (e come tale viene spacciata) ma è il solito cambiar tutto perché nulla cambi. Della sua istruzione, il ceto intellettuale moderno ha infatti sempre fatto un merito. E ne ha da sempre fatto un riflettore puntato su se medesimo. Dopo "la ragione", dopo "lo spirito", dopo "il partito", dopo una lunga e ben nota teoria di mostri, l'ideologia del merito propone insomma di mettere in scena (forse in modo finalmente farsesco) uno spettacolo cui l'umanità ha già altre volte assistito, subendone gravi danni.
Il merito pare in conclusione l'ennesima ridicola maschera della falsa coscienza dell'intellettuale moderno e del suo antiumanesimo perverso. Non troppo celato, alfine, per chi gli si avvicina, curioso, con la modesta torcia delle domande ispirategli da un pensiero libero e umano. Eventualmente nutrito, quest'ultimo, da un afflato autenticamente religioso, come insegna (e non per paradosso) il caso di Gilbert K. Chesterton. Indirizzato agli educatori, appartiene a lui l'invito, nel contempo dolce e perentorio, a "prendere coscienza delle stelle".

4 maggio 2011

Funzione

"Quoi qu'il en soit, Mauss aurait probablement rencontré certaines difficultés à pousser plus avant l'élaboration du système [...]. Mais il ne lui aurait certes pas donné la forme régressive qu'il devait recevoir de Malinowski, pour qui la notion de fonction, conçue par Mauss à l'exemple de l'algèbre, c'est-à-dire impliquant que les valeurs sociales sont connaissables en fonction les unes des autres, se transforme dans le sens d'un empirisme naïf, pour ne plus désigner que le service pratique rendu à la société par ses coutumes et ses institutions. Là où Mauss envisageait un rapport constant entre des phénomènes, où se trouve leur explication, Malinowski se demande seulement à quoi ils servent, pour leur chercher une justification. Cette position du problème anéantit tous les progrès antérieurs, puisqu'elle réintroduit un appareil de postulats sans valeur scientifique".
Parole, dalla lampante chiarezza, di Claude Lévi-Strauss, prese dalla sua Introduction à l'œuvre de Marcel Mauss. Esprimono concetti ben noti e oggi quotidianamente disattesi da folle di ricercatori accanitamente e felicemente impegnati in linguistica e in altre scienze dell'uomo. Apollonio rilegge periodicamente tali parole, per tenerle vive in se medesimo. Per lo stesso uso, le offre ai suoi due lettori. Prima di dire, poniamo, "...il suffisso x ha la funzione di esprimere la persona grammaticale...", e di dirlo senza capire il danno che (si) stanno facendo, si fermino un momento e se le ripetano. Poi, se vogliono, consapevoli della dolorosa ferita all'intelligenza propria e delle cose, vadano pure avanti.

23 aprile 2011

L'antonomasia di una metonimia

"Non ho tirato in ballo il Colle". "Lo scontro con il Colle sarà inevitabile". "Il Colle non potrà rifiutare un appuntamento ad Alfano". "La minaccia di fare esplodere il progetto dell'UE... sta comunque agitando il Colle". "Il Colle chiede correttivi". "...perché non deve essere il Colle a risolvere i problemi della maggioranza". "Il Colle cerca di far capire... che quel testo...". "Il Colle non può fare a meno di far notare...".
Qualche parola di spiegazione per chi, dei cinque lettori di Apollonio, non legge abitualmente la stampa italiana. Agli altri si chiede venia per la corrività delle notazioni.
Il Colle è il modo con cui oggi è d'uso riferirsi a Giorgio Napolitano, presidente della Repubblica in carica. La Presidenza della Repubblica italiana ha sede nel Palazzo del Quirinale. Per metonimia, nella prosa giornalistica italiana il Quirinale fungeva fino a poco tempo fa da riferimento e da designazione del Presidente della Repubblica. Mutatis mutandis, accade lo stesso con la Casa Bianca, per es., o con l'Eliseo. Adesso, il Colle ha largamente sostituito il Quirinale, ridottosi a ricorrere in pezzi di tono più formale. Il Quirinale è un colle, uno dei sette fatidici romani. Per fungere da designazione metonimica di Giorgio Napolitano, quel colle, privato del suo nome proprio, è divenuto il Colle per antonomasia.
È difficile prevedere per quanto tempo il Colle sarà adatto alla bisogna. Di una cosa si può però essere certi. L'espressione cui il Colle cederà prima o poi il passo sarà ancora più perversa.

20 aprile 2011

Raccontar storie

"La 'rivoluzione chomskiana' precede Chomsky. In misura maggiore di quanto i discepoli recenti siano pronti a riconoscere, il lavoro preparatorio è stato fatto dal maestro di Chomsky, il professor Zelig Harris dell'università della Pennsylvania". Lo scriveva George Steiner in un articolo sul New Yorker dei tardi anni Sessanta, se Apollonio non ricorda male. Una prova dell'acutezza di Steiner che, per quanto in un certo senso profano, si dimostrava precocemente consapevole di un'ingiustizia, una delle tante perpetrate dalla memoria umana per malafede e da quel suo prodotto spacciato per oggettivo che si è soliti chiamare storia.
Ed è allora giusto che in reputate storie della disciplina il nome e la figura di Harris ricorrano come segue, in un passo rapidamente esemplare delle tecniche di occultamento e dei modi della damnatio memoriae: "Va citato infine un sottile teorico come Zellig Harris, che ha spinto le tecniche analitiche e classificatorie tanto avanti da illustrarne i limiti, come si vede in quella sintesi che è il volume Methods in Structural Linguistics, dal quale partono sia i tentativi di superamento costituiti dalla grammatica trasformazionale dello stesso Harris, sia la più radicalmente innovativa linea di ricerca aperta dal suo allievo Noam Chomsky". Non una parola di più.
È giusto, si diceva, ma è veramente triste.

14 aprile 2011

Lingua loro (18): Criticità

"Si tratta di capire quali sono le situazioni di criticità...", "...i punti di criticità potrebbero essere...", "...dopo avere determinato le possibili criticità...", "...partendo dai dati e dalle criticità...", "...le eventuali criticità vanno affrontate..." e così via.
Apollonio viene da un breve soggiorno in terra italiana, dove si è trovato letteralmente sommerso da una novità: criticità. Non c'è stata persona di livello che abbia incontrato, ascoltato in radio o visto in tv (intellettuale, politico o altro sfaccendato) che, ovviamente nei contesti adeguati, non abbia fatto largo uso, anzi sfoggio di criticità. Le espressioni "situazioni critiche", "punti critici", "fase critica", a lui ben note e banali, devono essere divenute obsolete - ha concluso rapidamente -, nell'eloquio della gente di mondo.
Ha interrogato in proposito un paio di professori d'università. Anche loro lo avevano appena esposto a innumerevoli ricorrenze di criticità (in poco meno di dieci minuti, una decina). Linguisti, peraltro, e specialisti di italiano.
"Perché non dite più situazioni critiche e dite invece criticità?", ha chiesto loro. La domanda li ha colti di sorpresa. Gli hanno risposto che, fino al quesito "persiano" di Apollonio, "non ci avevano fatto caso", aggiungendo che "deve trattarsi dell'effetto d'una moda". Criticità si sarebbe quindi introdotta inavvertita nelle loro chiacchiere e la moda sarebbe una di quelle di cui ci si fa inconsapevoli portatori: così, con le loro risposte, gli hanno almeno voluto far credere.
Sarà. C'è sempre chi pensa, evidentemente, che "...non sanno quel che fanno" valga come attenuante. Ad Apollonio è sempre parsa un'aggravante, soprattutto in funzione di presunte competenze.
Raggiunto un luogo dove ha potuto farlo, Apollonio ha rapidamente aperto il Battaglia e ci ha naturalmente trovato criticità, attestato, tra virgolette, in un brano del buon don Benedetto (Croce). Nella circostanza, il brano suona gustoso e lo si trascrive qui, senza fare ulteriori controlli, come compare nell'opera lessicografica, per il godimento dei due affezionati lettori: "Non intendo punto, come ho detto, negare al Lombardi né appassionamento né attitudine filosofica, né cultura né studio, ma soltanto, poiché egli è giovane, esortarlo al pensiero esatto e allo scrivere nitido e, insomma, ad accrescere in sé l'interna «criticità» della filosofia, che anch'essa ha continuo bisogno di autogoverno".
Naturalmente, menare scandalo della nascita, nel lessico italiano, di una nuova criticità sarebbe più che sciocco, e patetico ogni lamento in proposito. Ma qui non è questione di una nascita, quasi sempre evento fausto, quanto di un'epidemia, circostanza per se stessa sempre inquietante, anche, se non soprattutto nel dominio dello spirito, per la sua indubbia relazione con la stupidità.
Da tale prospettiva, infatti, nella deriva dalla singolare attestazione crociana alle moderne, più che plurali, corrive, come non sentire coerente col tempo il mutamento di valore di criticità e come non eleggerlo a piccolo emblema di una fase critica in cui l'espressione dei dotti (o dei presunti tali), perso lo stile necessario al discernimento e azzerata ogni attitudine critica, manca proprio di autogoverno?

9 aprile 2011

Còlti freschi in libreria...

per i due fedeli lettori di Apollonio, dalle serre di tre editori italiani di cultura.
1) Copertina di Tomaso Montanari, A cosa serve Michelangelo?, Einaudi: "La vicenda del crocifisso cosiddetto «di Michelangelo» acquistato dallo Stato italiano è una metafora perfetta del destino dell'arte del passato nella società italiana contemporanea. Strumentalizzata dal potere politico e religioso, banalizzata dai media e sfruttata dall'Università. La storia dell'arte è ormai una escort di lusso della vita pubblica". "Metafora" ha qui fatto da tema di un paio di post di alcune settimane or sono.
2) Fascetta (rossa) sovrapposta al libro di Alessandro Barbero, Lepanto. La battaglia dei tre imperi, Laterza: "Questo libro lo consiglio a coloro che hanno avuto sempre una certa diffidenza nei confronti dei saggi. Perché si accorgeranno che si sono persi tra le cose migliori mai scritte". Chi firma tale impareggiabile emblema degli attuali fasti della scrittura in lingua italiana? Roberto Saviano.
3) Infine, in epigrafe di Dioniso di Karl Kerényi (Adelphi), per respirare e consolarsi: "Grazie alla reciproca dipendenza del pensiero e della parola appare chiarissimo che le lingue non servono propriamente a esporre la verità già nota, ma piuttosto a scoprire la verità che prima era ignota. La loro diversità non è una diversità di suoni e di segni, ma di visioni del mondo". Parole di Wilhelm von Humboldt.