22 settembre 2011

Scherza coi santi...(1): De vulgari eloquentia

"Per isfogar la mente" (se non proprio per ischerzo), si provi a utilizzare schemi procedurali di una linguistica che opera per relazioni e differenze ai fini d'una lettura ingenua e sommaria del De vulgari eloquentia, l'incompiuta operina dantesca che ha apertamente un tema linguistico. La sua struttura di base apparirà subito come composta da due rapporti oppositivi, organizzati in maniera gerarchica.
"Volgare" in opposizione a "grammatica", per adoperare i termini danteschi, è la prima articolazione contrastiva. Essa è al tempo stesso concettuale (i due termini sono idealmente definiti in modo diverso) e sperimentale (si verifica osservativamente che i due termini sono cose diverse). Sotto il primo termine dell'opposizione, si colloca poi un'opposizione ulteriore, di natura stavolta esclusivamente sperimentale. Per ciò che specificamente concerne il trattato e per farla breve, quanto a tale opposizione seconda, da un lato, c'è la marcatezza del termine costituito dalla lingua del "sì", che è appunto il fuoco della trattazione dantesca. Dall'altro, c'è la non-marcatezza del termine costituito cumulativamente dalle lingue d'"oc" e d'"oïl".
Ne segue che la lingua del "sì" è perfettamente delimitata dalla combinazione delle due opposizioni appena esposte. Questo fondamento spiega come mai essa sia vista, al tempo stesso, come oggetto tanto unitario quanto variabile, senza che fra i due aspetti vi sia conflitto. Dante si impegna a esemplificare concretamente le variabili espressioni degli "Ytali, qui sì dicunt". Sotto il segno di una doppia marcatezza, esse sono però variazioni in quanto appunto riconducibili a un'unità definita concettualmente e rilevata sperimentalmente.
L'"odorosa pantera" in cui si realizza l'anima ordinatrice e sistematica di tale varietà sta celata nelle selve intricate delle differenti espressioni, che sono mille e più di mille, a volerle elencare tutte. Dante non lo fa, limitandosi a una rappresentazione di massima della pertinenza culturale: gli interessa (dove si è manifestata) la langue e non la serie infinita delle evenienze della parole.
Per capire l'Italia linguistica e (a dire il vero) non solo la linguistica, e non solo quella di sette secoli fa ma ancora quella di oggi, serve allora veramente poco altro. Dante ne ha fornito quadro e chiave di lettura: für ewig. Una varietà dall'apparente disordine che, per via di un principio ordinatore plastico e processuale con cui interagisce di continuo, è in realtà altamente definita nella complessità dei suoi innumerevoli dettagli. Dante abbandonò la composizione del suo trattato linguistico e l'esposizione della sua ricognizione teorico-sperimentale quando decise di mettere in pratica la sua riflessione nella Commedia
Da lì egli si mosse per la costituzione di un'espressione nazionale: "illustre", "cardinale", "aulica" e "curiale". E in effetti da lì ci si è mossi, come Italiani, tutte le volte che una lingua di qualità, sulle labbra o sotto le penne più diverse, ha avuto modo di proporsi.
Il De vulgari eloquentia ha poco da spartire, di conseguenza, con la plurisecolare e arci-italiana questione della lingua. Ciò non vuol dire che l'opera dantesca non vi sia stata trascinata dentro, come pretesto. Come Antonio Gramsci scrisse con la candida precisione dettatagli dalla sua dichiarata faziosità, la questione della lingua è (stata) principalmente (se non esclusivamente) una contesa politica, in ambiti socio-culturali sovente asfittici. Nelle fasi di tale contesa, diverse fazioni o aspiranti fazioni di un ceto intellettuale collocato ai margini dell'esercizio del potere e sempre in condizione servile si sono disputate una parvenza di egemonia (linguistica). 
Sulla situazione linguistica dell'Italia, così bene definita e descritta nei suoi sommi capi da Dante, i campioni della questione della lingua (da Machiavelli a Pasolini) hanno avuto sempre molto poco da dire. E quel poco che hanno detto, lo hanno detto soprattutto in maniera indiretta. Riportata almeno in parte ai suoi termini linguistici autentici da Graziadio Ascoli, la questione della lingua è stata infatti essenzialmente testimonianza di un disagio nel rapporto tra i ceti intellettuali italiani e la loro nazione e dell'inclinazione di tali ceti a privilegiare, sul tema della lingua, un'attitudine normativa, rabbiosa e sovente, nei fatti, velleitaria e impotente.
Dante osservò il mondo e, con amara simpatia, la sua nazione medesima. Pensò di avere qualcosa da dire, in proposito, ritenendo (magari per errore o per illusione) di avere capito l'uno e l'altra. Non si astenne certo dal giudicarne, a quel punto, e anche con molta durezza. Ma mentre l'attitudine al giudizio e alla durezza non ha mai fatto difetto ai ceti intellettuali italiani, a differenza di Dante, essi hanno sempre trovato la preliminare, modesta e amorevole osservazione del mondo e della loro nazione meno attraente e vantaggiosa del prescrivere direttamente come l'uno e l'altra dovrebbero presentarsi al loro cospetto per guadagnarsi il premio d'uno sdegnoso gradimento.

18 settembre 2011

Lingua loro (23): "il psicodramma"

"Polanski gestisce il set da grande maestro, riesce a far scorrere il psicodramma con naturalezza...". Non è un blogger qualsiasi (come Apollonio) a scriverlo in uno dei tanti post ortograficamente scarrupati che pullulano in rete ma (se non si tratta di un clamoroso caso di omonimia) un importante e ormai anziano scrittore-giornalista. Romano. Insomma, un senatore della repubblica delle lettere nazionali. Lo fa inoltre in una paludata recensione sul contegnoso supplemento culturale di un autorevole quotidiano politico-economico. Oggi. 
Non protestino le vittime, antiche e recenti, della matita rossa e blu di crudeli e inflessibili insegnanti. Tale non fu evidentemente Pier Paolo Pasolini, che da insegnante ebbe tra i banchi l'importante scrittore, se di lui si tratta. O forse fu crudelissimo, Pasolini, confermando il pargolo in un possibile errore di autovalutazione e procurando così materia per uno psicodramma ancora in atto.
La norma (ortografica) è mobile, del resto. Come tutto ciò che è socialmente fondato, c'è chi la fa, chi la brandisce, chi le si adegua (per conformismo e buona creanza), chi la subisce e, più furbo di tutti, chi la interpreta. Facendola talvolta diventare appunto una farsa.


15 settembre 2011

Fratelli d'Italia: dritto e rovesci

Piccolo clamore sulla dichiarazione di un importante esponente della Lega Nord, espressosi davanti ai microfoni delle televisioni al modo che segue: "Immaginate cosa succedesse se passasse la volontà della Sinistra di far cadere il Governo...". 
Memore dei tanti suoi imperdonabili, Apollonio non si scandalizza per gli errori altrui e non lo farà per questo. Certo, esso è veramente gustoso sulla bocca di un uomo pubblico di quella parte politica. La ragione? Proprio quella che una censura normativa, con le sue speciose manifestazioni di disgusto, finirebbe sicuramente per celare.
Per il diabolico gioco di un lapsus, dal suo scivolone sul condizionale il politico padano si trova infatti a essere grammaticalmente affratellato (malgré soi-même, c'è da credere) a connazionali che mai egli terrebbe coscientemente come fratelli (d'Italia): nel caso specifico, i Siciliani.
Nell'isola, i dialetti non conoscono il condizionale e, nell'espressione vernacolare, un congiuntivo imperfetto (succirissi) nell'apodosi di un "periodo ipotetico della possibilità" è la regola. Di riflesso, lo è anche nell'espressione regionale italiana di molti. Come errore, d'accordo, ma come errore domestico.
Insomma, l'errore di grammatica del politico leghista, un vero errore da siciliano, è un omaggio (involontario?) all'unità e un contributo alla coesione nazionale. Infatti, un siciliano non si riconosce forse nel contenuto della dichiarazione ma si riconosce certamente nella sua forma. E con entusiasmo: quelle parole gli dicono infatti che chi le ha proferite abbaia tanto contro i meridionali, forse, ma alfine e malgrado il cognome è anche lui un po' "terrone" e, non si sa come, non si sa perché, fa errori di grammatica che emanano un confortante aroma di casa. Errori solo di grammatica?
Questa, cari i cinque lettori di Apollonio, è l'Italia. La nazione che non ha bisogno d'essere ovunque conforme per essere tale - tanto meno ha (avuto a lungo) bisogno, di conseguenza, d'essere espressa da una norma o da uno stato. La nazione che, allattando sempre molti dritti, ha forse un dritto, di suo, e capita che in tale dritto qualcosa suoni come errore, ma, inestirpabili dal dritto, ha parecchi rovesci, dove, come per l'incanto di una fata o per la fattura d'una strega, l'errore sparisce, non c'è.

[Ecco la registrazione della dichiarazione, eventualmente preceduta da un fastidioso inserto pubblicitario e accompagnata da un commento che, spacciando l'errore per morfologico e lessicale, è più errato dell'errore che biasima.] 



Economia dell'articolo determinativo

Apollonio è abbastanza anziano da ricordare quando la Fiat era, per tutti, la Fiat. E così la Piaggio, la Pirelli, la Montecatini, poi fusasi con la Edison e diventata, celeberrima, la Montedison, la Banca Commerciale Italiana, la Cucirini Cantoni e così via. È insomma abbastanza anziano da ricordare quando l'articolo determinativo, combinato con il nome di una azienda industriale, commerciale o finanziaria, non era ancora un marcatore linguistico del discorso.
Oggi, nella vita di tutti i giorni la Fiat c'è e sopravvive ma non è l'espressione che interpreta la tendenza. Per interpretare la tendenza, si dirà semplicemente Fiat. Un solo esempio. Nel corso di un'intervista televisiva, Fabio Fazio, interprete campione della tendenza: "...l'indotto che lavora per Fiat in Campania..." e, di rimando, Sergio Marchionne: "...se la Fiat dovesse smettere di fare auto a Pomigliano...". E con Fiat, Piaggio, Finmeccanica, Ansaldo, Banca Intesa, Capitalia e così via. Una strage di articoli determinativi. C'erano la Standa e l'Upim. Oggi c'è OVS o Coin. E, nobilissima e dannunziana, la Rinascente si è impercettibilmente trasformata in LaRinascente.
Non c'è da piangerci sopra, ovviamente. Come dice l'intera sua storia, l'articolo determinativo (italiano e romanzo) è un orpello prodotto dalla stupidità dei parlanti, riscattato però dall'intelligenza interiore della lingua. Di conseguenza, come un villano rifatto, porta ancora oggi i segni di questa sua duplicità. Può essere marca di cattivo gusto e volgarità, quando riflette le sue ignobili origini. Può esserlo di eleganza, come effetto del raffinamento del suo uso e della successiva nobilitazione. Capiterà forse di parlarne un'altra volta. 
Non c'è da piangerci ma c'è da pensarci, con i modesti strumenti del grammatico. Cosa significa questa ecatombe? 
La personalizzazione di entità economico-sociali (in sé, non-umane se non disumane) porta la loro denominazione ad assumere tratti meglio marcati da nome proprio. E un nome proprio, la determinazione, la possiede per principio di suo, non ha quindi bisogno di proiettarla fuori di sé ricorrendo all'appoggio di un attrezzo grammaticale. Se, nome proprio, la Fiat aveva insomma sempre bisogno, un tempo, della stampella dell'articolo, per chiarire al mondo d'essere espressione determinata, chi oggi fa tendenza linguistica ritiene bastevole alla bisogna Fiat e ritiene così che dell'articolo determinativo si possa fare a meno.
Chi fa comunicazione si è ovviamente accorto con buon tempismo della tendenza ed è così sembrato determinarla. Funziona sempre in questo modo: chi fiuta l'aria che tirerà e cavalca subito l'onda che monterà, se ne spaccia per promotore. Come tale è in ogni caso ritenuto dagli sciocchi che pensano di accodarsi alla tendenza e invece sono proprio loro ad averla determinata. Solo che, da sciocchi, l'hanno fatto inconsapevolmente. Pecore devote a pecorai che hanno una sola abilità. Assecondarne il cieco movimento facendo mostra di guidarlo.
I prodotti di aziende denominate senza articolo determinativo tendono a farsi anch'essi persone determinate e ad avere nuovi nomi o nomi vecchi privi dell'articolo determinativo. La Vespa è Vespa da gran tempo e non c'è, tendenzialmente, detersivo, yogurt, bibita o caramella, insomma prodotto seriale, di massa e, per sua natura, impersonale che sopporti la compagnia dell'articolo determinativo. Questa suonerebbe, per se stessa, come diminutio di personalità. Coca-Cola e Mulino bianco insegnano. La Ferrero, come la si trova appunto nominata per vezzo linguistico vintage, esibisce però "i princìpi di Ferrero" e dà origine a Kinder, a Nutella ("Fai colazione con Nutella") e al resto di una vasta prole di prodotti privi di articolo. Quanto a Giulietta, per mutare di categoria merceologica, qui se ne è già parlato e molto si potrebbe dire adesso di Jeep: un'intera linea di prodotti che, rigorosamente denominati senza ausilio di articoli determinativi, reificano o, meglio, pretendono di incarnare una faccetta della tendenza.
C'è insomma troppa gratuita e implicita determinazione personale in giro, ci sono troppi nomi propri, cioè troppi (aspiranti) luoghi comuni, perché l'epoca si mostri veramente capace di valutare, differenzialmente, ciò che è proprio, personale e determinato e ciò che non lo è.

11 settembre 2011

Tancredi Obama (o Barack Falconeri)?

"Yes, We Can": Apollonio ebbe un sussulto, quando, or sono tre anni, sentì quel motto come chiave della campagna di Barack Obama per le elezioni presidenziali statunitensi.
Si sa. Chi fa politica ha commerci costanti col noi. Si può dire infatti senza timore di sbagliare che noi sia la parola politica per eccellenza. Appena un noi è proferito, chi l'ha proferito l'ha già buttata in politica. Chi ascolta un noi dovrebbe perciò sapere che il discorso cui partecipa rischia di prendere una certa piega, sovente per lui pericolosa. Di conseguenza, un noi di Obama, un noi del candidato alla presidenza di una nazione la cui legge fondamentale comincia appunto col pronome noi ("We the People of the United States...") non aveva ragione di stupire. 
A mettere in ulteriore allarme Apollonio, però, fu la combinazione con un verbo servile, di modo che quel noi diventava un possiamo. E lo diventava così, in maniera tronca e allusiva, come apparente risposta affermativa a una domanda implicita e imprecisata. Ma possiamo cosa? Egli si chiedeva. 
Si disse però di nuovo che non c'era nulla di cui veramente stupirsi. Come il poeta, usa restare nel vago chi fa politica. Usa alludere. Risponde magari a una domanda che nessuno ha fatto e la sua abilità consiste nel lasciare credere che al contrario quella domanda prema e che, come tutte le domande, imponga che le si dia una risposta. E, come risposta, dice noi e vuole potere; cosa, non importa. Anche perché, a dire il vero, sapere in anticipo cosa si possa non è privilegio umano. E la politica, è stato detto, è l'arte del possibile, in senso limitativo ovviamente. 
Ammesso d'altra parte che si faccia seguire apertamente al servile potere ciò che chi lo pronuncia vorrebbe far seguire all'altro servile, l'implicito volere, non è detto che la precisazione sia proprio la più gradita a tutti coloro che si intende convincere ad imbarcarsi in quel noi. E quando si vuole essere eletti a una carica politica, ciò che segue (o precede implicitamente) possiamo conta veramente poco. Conta invece moltissimo che ci sia tanta gente illusa d'essere inclusa in quel noi e convinta di conseguenza a delegare la propria parola all'io che lo proferisce. A noi, la cosiddetta prima persona plurale, manca infatti proprio il carattere che, nella lingua, fa di qualcosa una prima persona autentica: il contingente possesso della parola, che non è mai plurale.
Complicato? Perché? C'è qualcuno che crede "Yes, we can" un'espressione semplice? Afferma: cosa? Dice noi: chi? E dice potere: cosa? Tutto fumo, niente arrosto. Per chi ama il genere, si può pretendere di avere di meglio?
A comporre la sua interiore sinfonia linguistica di interrogativi, la nota decisiva venne però ad Apollonio da un'ulteriore osservazione. Apprese infatti che "Yes, we can" non era il solo motto della campagna di Obama e che, progredendo verso le elezioni, esso era stato affiancato da altri, tra i quali "The Change We Need"
In apertura, allora, prima persona plurale e verbo servile e, in progressione,  di nuovo prima persona plurale, bisogno e cambiamento. Insomma, mutatis mutandis, parve ad Apollonio di sentire echeggiare, oltre Atlantico, la famigerata sentenza che comincia con un verbo servile alla prima persona plurale e si conclude con "...bisogna che tutto cambi". Una sentenza spacciata per sicilianissima e passata così, miracolosamente e per segmenti, nella bocca di un avvocato nero di Chicago candidato alla presidenza degli Stati Uniti d'America.
Come il proferitore di quella sentenza, costui faceva mostra di impadronirsi della parola in nome di una modalizzazione del noi e proclamava la necessità, per la conservazione, di un cambiamento. Per la conservazione di cosa? Dell'impianto oligarchico che regge "la più grande democrazia del mondo" e, di conseguenza, dell'imponenza globale, forse periclitante, di cui intendono tuttavia continuare a godere le oligarchie, dietro la messa in scena di un esercizio democratico del potere.
Sembrò di conseguenza ad Apollonio che, se per qualche strano disegno della storia costui stava diventando "l'uomo più potente del pianeta", stava forse avviandosi a diventarlo sotto il segno loquace e rivelatore di espressioni simili a quelle  che uno sparuto librino di un vecchio principe siciliano, scritto mezzo secolo prima, aveva messo in bocca a una perfetta rappresentazione del nulla, a Tancredi Falconeri.
Santo Cielo, Barack Obama, il futuro capo della nazione guida dell'Occidente, un nulla?
Quel libro aveva inoltre un succo, in proposito. Diceva che quando, in politica, è il tempo dei nulla, dei Tancredi Falconeri, significa che, per l'oligarchia che li esprime, sono proprio gli ultimi fuochi, che ha decisamente imboccato la via che, pur lentamente, conduce il suo potere verso una ridicola fine: una progressiva impotenza. Ciò non garantisce ovviamente migliore il futuro della società né l'assetto del potere che, preparandosi, si trova già virtualmente in atto.
E dunque Barack Obama, come Tancredi Falconeri, emblema vivente di un ineluttabile declino?
Certo che no, si rispose perentorio Apollonio, forte del coro che si sentiva unanime intorno. Barack Obama concreta speranza dell'Occidente, segno del suo rinnovamento, prova della positiva inesauribilità del modo americano di vivere, cui sarebbe peraltro bene la vita politica e sociale si ispirasse in ogni angolo di questo vecchio mondo.
Mise così a tacere le sue fantasie da anziano linguista e filologo che, a forza di stare sui libri e di badare con accanimento alle parole, crede troppo (o forse solo) a ciò che esse dicono, anche quando nelle intenzioni di chi se le trova in bocca paiono dire altro o negare di dirlo.

[Concepito tre anni fa, questo post esce intempestivo, quando di tutto ciò non cale più a nessuno. Ma, or sono tre anni, l'andazzo era l'andazzo, come si diceva. E, secondo la nota osservazione del Sacchetti, chi può pretendere di andare contro l'andazzo? Certo, non Apollonio che di politica se ne intende quanto se ne intende di teologia e, in proposito, azzardò solo un timido "Nome, non me!" il 12 novembre 2008.
Oggi molto clamore è cessato e quasi tutti i comici entusiasmi di allora si sono spenti (una ricerca negli archivi dei quotidiani di questa allegra provincia dell'impero assicura a chi la fa risate gustose). Apollonio che, come molta gente di lettere, non è un cuor di leone teme ancora tuttavia che questo post stia lo stesso gravemente disattendendo l'insegnamento di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, a parere del quale "bisogna sempre lasciare gli altri nei loro errori".]

8 settembre 2011

Soggetto, oggetto, complemento di compagnia

Uno dei cinque lettori di Apollonio ha eletto il post del 21 dicembre 2010 come suo preferito, tra i quasi duecentotrenta di questo blog. Ad Apollonio risulta sia anche il più letto. Merito di Denis Diderot. Il post è costruito intorno a un bel passo tratto da una sua lettera e, a dire il vero, quel passo aveva inizialmente attratto l'attenzione di Apollonio per ragioni che nel post, a suo modo fortunato, non sono neppure sfiorate. E qui si rivela così che buonumore o malumore che lo invitano a pigiare sui tasti con sfoghi di valore ineguale non sono poi sempre quelli che tali sfoghi mettono in primo piano e che, insomma, di pretesto in pretesto si finisce sovente per approdare su spiagge forse diverse da quelle prefigurate dalla modesta fantasia del nocchiero e determinate invece da venti, onde e correnti che attraversano i testi.
Cosa si trovò allora di rilevante in quelle righe di Diderot e si tacque? Se ne rilegga l'inizio: "Avec vous je sens, j'aime, j'écoute, je regarde, je caresse. J'ai une sorte d'existence que je préfère à toute autre". 
L'amore, come si sa, ispira sempre prose trite e, in primo piano, c'è una bella infilata di quei verbi che si potrebbero banalmente trovare nella trita prosa epistolare di qualsiasi innamorato: sento, amo, ascolto, guardo, carezzo
Quando compaiono in tale prosa, verbi del genere lo fanno però nel loro uso transitivo: ti sento, ti amo, ti ascolto, ti guardo, ti carezzo... e sono felice. Non sotto la penna di Diderot. Sta qui, in questo minuto scarto grammaticale, l'innesco dell'arcana magia del passo. 
Diderot costruisce una serie di proposizioni con verbi nel loro uso assoluto, privi della reggenza del prevedibile oggetto diretto. Proietta invece in un complemento di compagnia quella seconda persona che avrebbe corrivamente fatto da oggetto e cui qui ci si riferirà per semplicità come a un tu. In apparenza, porta via tale tu dal nucleo delle relazioni fondamentali della proposizione. Ciò gli permette però di assegnare naturalmente al complemento che lo coinvolge l'enfasi dell'inizio, senza ridondanze, riprese pronominali o contorsioni grammaticali. Non, come direbbero tutti, io ti amo..., ma con te io amo... Il mutamento pare minimo, la differenza è enorme.
Anzitutto, la compagnia del tu si presenta così come condizione contestuale per il verificarsi medesimo di sentimenti e azioni dell'io: insomma, per "une sorte d'existence" dell'io che è la da lui preferita. Non un io soggetto, poniamo, di carezzare, e un tu oggetto. Invece un tu come contesto determinante del carezzare dell'io. Un tu senza il quale il carezzare dell'io non si darebbe e senza il quale, di conseguenza, l'io sarebbe privo dell'esperienza di carezzare. Mirabile, veritiero e svelatore indizio della natura reciproca se non simmetrica dell'esperienza erotica. Non solo dell'erotica, naturalmente, ma dell'erotica per elezione. La carezza, che carezza chi la riceve, carezza al tempo stesso chi la fa. Chi è carezzato permette a chi carezza di carezzarsi. Ci potrebbe essere più chiara determinazione di cosa sia carezzare? Molto meglio degli umani, i gatti lo sanno e beati si concedono alle carezze, donano a chi li carezza, con il loro piacere d'essere carezzati, il piacere della loro carezzabilità. Nel dire meno, c'è dunque un significare di più che non è tuttavia il solo significare di più. 
In effetti, il tu come condizione d'esistenza del sentire, dell'amare, dell'ascoltare, del guardare, del carezzare dell'io, nella vaghezza caratteristica dell'uso assoluto, non restringe le correlate capacità dell'io ad un solo oggetto. Le apre, invece, verso il mondo. La relazione tu-io si presenta di conseguenza non come limite ma come possibilità, non come costrizione ma come libertà. Dalla fedele condizione della compagnia di un tu viene all'io la possibilità di esperire e di fare, senza che l'oggetto dell'esperienza e dell'azione sia pregiudizialmente ristretto.
Ma cos'è infine quasi sempre un complemento di compagnia? Secondo diverse modalità di messa in scena, Al calare del sole Maria ed io giocavamo a damaAl calare del sole io giocavo a dama con Maria e Al calare del sole Maria giocava a dama con me sono parafrasi. Un complemento di compagnia capita dunque corrisponda a un elemento di un soggetto coordinato, solo appena camuffato, per ragioni (come si diceva) di messa in scena. 
Diderot pare dunque indirizzare alla sua bella proposizioni che lo vedono come unico soggetto di quei verbi graziosi e banali. In realtà, in un gioco che si fa appunto in compagnia, la sua bella ne è soggetto al pari di lui e, nella solidarietà, gode dei medesimi privilegi che concede. Il passo lo dice in modo sottile e allusivo: e il gusto dell'amore non sta nell'intesa che rende possibile l'allusione?
Ma (e sta forse qui la trovata intelligente che, incantando l'ammirato Apollonio, l'ha deciso a pigiare sui tasti) questo comune sentire, amare, ascoltare, guardare, carezzare non è volgarmente espresso in riferimento all'osceno noi che ci si propina a ogni piè sospinto, tra poveri scemi e inverecondi cialtroni. Il tu e l'io vivono la compagnia di una comune esperienza senza perdersi nell'indistinto imbroglio del noi. Sono insieme e ciascuno è se stesso/a: l'unica vera condizione dell'amore e (lo si dica, finalmente) del piacere dell'amore.
C'è insomma in quelle poche parole, lessicalmente corrive e sintatticamente strane, un intero modo di concepire la vita umana e, in essa, la relazione che lega gli esseri. Ci sono tutta la passione, tutta la libertà e tutto il rispetto che richiede la vita comune,  anche la solo sognata, come fu il caso di quella di Louise-Henriette e Denis. 
Passione, libertà e rispetto non vi sono però sbandierati con proclami: tutti, anche i più stupidi, siamo capaci di farlo a proclami e più cresce il volume dei proclami più cresce il sospetto che si tratti di spudorate menzogne. Vi sono invece incarnati nella lingua, nel tessuto nascosto della sintassi, dove solo le cose vere vivono e le relazioni e le differenze si svelano per quello che sono.
In quelle poche parole e in quel complemento di compagnia che, combinandosi con un soggetto, sta al posto di un oggetto, c'è allora tutto questo, col molto altro che si potrebbe dire a questo punto, in faccia ai tanti falsi illuministi, e che si tace per non annoiare.
C'è o, forse, solo Apollonio Discolo ce lo vede, oscillando pericolosamente, come dice l'anagramma del suo nome, tra Apollo e Dioniso.

6 settembre 2011

Frivolezza

Colta al volo nella traduzione italiana di un saggio recente, di buon successo internazionale: "Alcune famiglie nobili ingaggiavano dei tutori per le loro figlie, ma la maggior parte di questi insegnava materie frivole, come in epoca vittoriana: italiano, musica e un po' di aritmetica per la gestione domestica".
La compagnia (musica, aritmetica per la gestione domestica) non potrebbe essere più deliziosa e, in onore di Lorenzo da Ponte, il Cielo voglia ancora conservare a questa lingua non comune il carattere che la rende insostituibile tra le lingue del mondo: la sua femminile, amabile, irritante, profonda frivolezza.

"V'ingannai, ma fu l'inganno / Disinganno ai vostri amanti, / Che più saggi omai saranno, / Che faran quel ch'io vorrò. / Qua le destre, siete sposi, / Abbracciatevi e tacete, / Tutti quattro ora ridete, / Ch'io già risi e riderò".

2 settembre 2011

Vocabol'aria (1): "incaprettare"

"Legare per le zampe come un capretto [...]. Nel gergo mafioso, uccidere una persona legandole mani e piedi dietro la schiena con una corda che passa intorno al collo, in modo che la vittima, con qualsiasi piccolo movimento, si strangoli da sé".
L'immagine è cruda e Apollonio se ne scusa. Ha dalla sua, d'altra parte, la freddezza della scienza lessicografica. È quanto scrive, alla voce, il Supplemento 2004 del Grande dizionario della lingua italiana, fondato da Salvatore Battaglia.
Sulla scena internazionale come sulla nazionale, almeno dalla famigerata data del settembre 2001, tanto sui temi delle libertà civili quanto, più di recente, su quelli dell'economia, è tutta una serie di scomposti tentativi di muoversi che, per un verso o per l'altro, corrispondono a passi verso un progressivo strangolamento.
Nessuno lo fa ma c'è da chiedersi se la perversa combinazione di piccoli movimenti convulsi e contraddittori e di crescente senso di soffocamento non sia già bastevole prova che paesi occidentali e Italia in particolare siano nell'incomoda condizione dell'incaprettato. 

31 agosto 2011

"La Cina è vicina"

Quasi mezzo secolo fa, stava scritto sui muri, eventualmente in caratteri rossi: speranza e minaccia. Oggi, non c'è più bisogno di scriverlo, tanto meno sui muri e in caratteri rossi. Sulla via della piena realizzazione della minaccia, si è già verificato, come sempre, quanto fosse infondata la speranza.

[In immagini, da Marco Bellocchio alla pubblicità di una nota marca di caffè.]

30 agosto 2011

Lo sguardo della critica

Lo sguardo di chi vuole discernere, lo sguardo della critica e di una linguistica critica (ma non pedantesca) è ingenuo, per definizione. Se a qualcuno può sembrare impertinente è soprattutto perché esso non ha assoluti.
Non li ha non perché coltivi un facile culto per un abborracciato relativo ma perché va sempre a caccia di ciò che fonda l'apparenza dell'assoluto come l'apparenza del relativo. Va sempre a caccia, in altre parole, di ciò che in sistemi di relazioni costituisce la pertinenza e determina valori processuali.
Ciò facendo, entra costantemente in conflitto con abiti intellettuali e con contesti materiali ispirati da velleità di assoluto o da rese al relativo. Questi paiono tra loro contrastanti ma si rivelano, alla prova delle pertinenze, intimamente solidali, come lo sono le due facce di una medaglia: la faccia relativa e la faccia assoluta della (dotta) stupidità.

[L'immagine: Marcus Parisini, Sguardo di scimpanzè (1997), dalla rete]

27 agosto 2011

Lingua nostra (3): "americanata"

"Azione da americano; per lo più scherz., riferito a cosa o a impresa eccentrica, sorprendente, esagerata e talvolta un po' pacchiana, in base all'immagine stereotipata dei modi e delle manifestazioni in uso negli Stati Uniti d'America". Così il Vocabolario Treccani on-line.
Americanata era ancora frequente nella Citera provincialissima dell'infanzia e dell'adolescenza di Apollonio: "Quel film? Un'americanata"; "Non fare americanate"; "Un'americanata di matrimonio".
Dentro americanata, come connotazioni, c'erano ironia, sprezzatura, presa di distanza dall'enfasi, irrisione del tronfio, di ciò che è stucchevole e per giunta in modo melenso, diffidenza verso l'esagerazione, avversione al troppo e così via. Il luogo comune che stava sotto americanata, perché di un luogo comune si tratta, nutriva così una sorta di misura e d'eleganza, che esercitava il suo giudizio, ovviamente, ben oltre le americanate americane: Joseph Goebbels (come chiariscono belle pagine di Viktor Klemperer) era un maestro di americanate.
Oggi, americanata è quasi scomparso dall'uso. Perché? Perché non ci sono più in giro americanate?
Per la ragione opposta, sospetta Apollonio. Perché la parte di Goebbels ha vinto. Sì, la parte di Goebbels, che non era il nazismo ma il progressivo e inarrestabile marcire di tutte le belle intenzioni della modernità, l'era irragionevole di ogni sorta d'intenzione.
Non c'è espressione pubblica che non sia allora un'autentica americanata, si tratti di notizia di un evento naturale (annunciato o avvenuto), di partita di pallone, d'inchiesta giudiziaria, di messa in scena di un'opera lirica, di presentazione di un libro, di visita in un ospedale, di bollettino medico o di guerra, di chiacchiera sotto l'ombrellone di una (presunta) personalità. E poi, come si è già detto in questo blog, "il più grande filosofo vivente...", "la rivoluzionaria ipotesi scientifica..." e così via. E il minimalismo, di cui il post precedente, con quella sua designazione da Newspeak, cos'è appunto se non una mera americanata?
Tracimando dalla vita pubblica, l'americanata dilaga ormai largamente nella vita privata e nelle sue espressioni. Basta sentirsi raccontare da chiunque (la stagione è propizia) le piccole gioie o i modesti incidenti delle sue vacanze, anche trascorse sul balcone di casa. I godimenti sono estasi, i guai degni di Giobbe (anche se vissuti con pazienza molto minore).
Nuotando in americanate rese ancora più gonfie da rappresentazioni che sono americanate, nessuno s'accorge più della loro esistenza.
Questo post è forse esso medesimo un'americanata, nel suo piccolo. E per concluderlo, sgonfiandolo, lo spillo d'un invito pedante: sulla vicenda, infatti, sarebbe forse il caso riflettessero, per la sua portata teorica, storici delle lingue e acuti osservatori del rapporto tra cose e parole, nelle prospettive tanto semasiologica quanto onomasiologica. Pare ci siano parole che escono dall'uso non per lo scomparire della cosa ma per il suo crescere, come un'americanata, oltre ogni limite e ogni misura di gusto.

19 agosto 2011

Minimalismi

Natura umana? Ma quando mai! Il diabolico artefatto di un apprendista stregone, che genera la tortura post-moderna d'inestinguibili suonerie telefoniche, è l'archetipo formale e l'orizzonte espressivo del minimalismo. Di ogni minimalismo.
Insomma, un eccesso di cultura (ma cultura?) designato fraudolentemente come natura, secondo il modello del Newspeak. Certo, dentro i minimalismi, nessuna traccia della natura. Che, quanto all'uomo, esiste. Eccome se esiste! Ed è appunto designata dall'ossimoro che apre e chiude questo post: natura umana.

16 agosto 2011

Cuore di padre

"Interventi antipatici su temi futili": così un rampollo di Apollonio, non a caso impegnato nella comunicazione, definisce, sorridendo sardonico, i post del blog del suo genitore, tra la divertita ilarità dei pochi commensali.
Mai definizione di questo blog fu più appropriata e meglio espressa. Ammirato e quasi invidioso che non sia sua, Apollonio medita di concederle il rango di epigrafe.
Frattanto, tenero cuore di padre, ne gongola. Vi riconosce infatti la parola d'un Apollonide autentico. Capace appunto di un intervento antipatico sopra un tema futile.

Lingua loro (22): Naturale

Una metropoli dell'Italia insulare. A un tiro di schioppo, che meraviglia!, "Riserva naturale...". Periodici cartelli, sul percorso, ne informano i visitatori.
Sulla breve via che, dal tracciato principale, conduce al mare, in piazzole riarse, sacchetti della spesa colmi di suppellettile da picnic impacchettata con cura e lasciati a marcire e a lacerarsi, per l'opera di qualche bestia, sotto il sole; resti di fuochi e poi fittissime costellazioni, autentiche miriadi di fazzolettini, accartocciati. Qui e là, qualche preservativo: "usato", per citare il secondino archivista che ne restituisce, soddisfatto ma con qualche cautela, un esemplare a Jake Blues, al momento del di lui momentaneo congedo dalle carceri dello stato dell'Illinois.
Quando si giunge finalmente tra gli scogli, talvolta opportunamente celati tra gli anfratti, contenitori e confezioni di vari generi di conforto, yogurt, merendine, patatine, e bottiglie di bevande d'ogni tipo, quelle in vetro eventualmente frantumate.
Come un Fantozzi lì condotto dal ragionier Filini dell'occasione, Apollonio fa il bagno, prende il sole e se ne va meditando sulla natura umana e sulla sua locale declinazione.
Menare scandalo? Che conformistica sciocchezza! Tutto ciò che accade nel mondo ha le sue buone ragioni per accadere. E inoltre quello che ci si trova a vivere, non bisogna mai dimenticarlo, è il migliore dei mondi possibile. E dunque?
Gli abituali frequentatori della "Riserva naturale", pensa, sono evidentemente a pieno titolo parte della fauna protetta, insieme con la stanziale. Di conseguenza, nel loro ambiente naturale, si comportano in modo per loro naturale. E chi oserà contestarne il diritto? Portar via una bottiglia di plastica da lì, sottrarre il segno di qualche trascorso pasto o di qualche trascorsa copula (appunto, attività naturali esemplari dei viventi, come insegnano, tra l'altro, ben note trasmissioni televisive) significherebbe avere in spregio la natura. Significherebbe modificare il delicato equilibrio di un contesto naturale, che si offre invece così nel suo pieno e intatto rigoglio all'osservatore. Questi ha da essere delicatissimo, con le sue osservazioni, per non turbarlo. Altro che impancarsi a censore! Censore di che? Della natura (umana)?
Apollonio è quindi grato al suo ragionier Filini: "ragioniere", appunto, non senza ragione. Con l'occasione banale di un banale bagno a due passi da una banalissima metropoli dell'Italia insulare, è inciampato in una particolare piega dell'eterna questione umana della natura. Per un momento, ha intuito il contatto tra Dio e la parola. Ha colto una balenante deroga all'arbitrarietà del segno, un'evenienza preziosa e per una volta trasparente di motivazione. Come invitano a fare tutti coloro che se ne intendono, ha colto il "senso". Il mitico "senso", se non della vita e del suo modesto essere nel cosmo, almeno di naturale. Chiude gli occhi e, per quanto lo consentono gli scomodi scogli, riposa, beato.

14 agosto 2011

E-pistola

Sulla stampa, qualche settimana fa, riappare e-pistola come possibile concorrente, tutta nazionale, di e-mail.
Doveva correre l'ultimo o il penultimo anno del secolo scorso e Apollonio la suggeriva, proprio per la bisogna, al presidente dell'Accademia della Crusca dell'epoca.
In giro per le università dell'Europa continentale, questi informava i numerosi commensali di una cena turicense di un suo prossimo impegno: il coordinamento, presso l'Accademia, d'una importante riunione convocata per decidere, con adeguata ponderazione, cosa fare con le nuove parole della marea di anglismi informatici allora montante, tra cui appunto e-mail.
Il suggerimento (ma c'è bisogno di precisarlo?) inclinava verso il faceto. Apollonio pare però abbia un particolare difetto comunicativo, tra i molti altri caratteriali (appunto, Discolo). Dice cose per lui ridicole con aria serissima e cose per lui serie come fossero facezie. Così gli si rimprovera coralmente da quando era ragazzo da chi non crede inoltre che egli lo faccia senza malizia e intenzione. Come un idiota, resta infatti stupefatto dagli esiti che vede di solito seguire ai suoi discorsi.
Quello fu proprio un caso. Invece di scoppiare nell'attesa risata, infatti, l'illustre ospite prese a quel punto un'aria pensierosa e disse che avrebbe avanzato la proposta nell'imminente occasione. È fuori discussione che, quella sera, egli mostrasse di concedere attenzione ad Apollonio, con signorile e benevolente cortesia, pensandolo serio e appassionato alla questione, perché ingannato dal menzionato difetto. L'uscita gli sarà subito parsa, in realtà, sbardellata e degna d'uno stolto.
A riprova, il fatto che, da allora, di e-pistola si sia sentito parlare, grazie al Cielo, solo molto sporadicamente e solo come segno del fatto che non manca mai un "pistòla" che spara una sciocchezza, con pretesa di far dello spirito con le parole.
Come tale si manifestò allora Apollonio, infelicemente. E, con questo post, col blog intero, come "pistòla" egli si manifesta ancora oggi. Anzi, per essere più precisi come e-"pistòla". Ha infatti una nuova proposta da fare. Accanto a e-pìstola col valore di e-mail, si dia corso anche a un e-pistòla, come designazione di chi, con mezzi elettronici e in rete, rende palese la sua stupidità.

9 agosto 2011

Finire (1)

Un'estate fresca e piovosa. "Ma la pioggia finirà?" è capitato di sentire chiedere sotto ombrelloni dalla mutata destinazione. Domanda straniante, dato il contesto, che nello spirito di Apollonio porta a galla lontane riflessioni sulla sintassi della fine. Qui, un brandello. Capiterà di pescarne altri. La fine è un tema sempre affascinante e, visto l'inusuale silenzio, si può stare certi che qualcuno si sarà chiesto se, per caso, Apollonio non l'avesse finalmente piantata. Non ancora, risponde questo post sulla fine. Non ancora.
"La pioggia finisce", allora. Una proposizione semplicissima. Un nome, come soggetto, un verbo intransitivo, come predicato. Lo stesso schema di "La pioggia crepita". L'una e l'altra corredate in parallelo, a mo' di elementari parafrasi, da nessi nominali altrettanto semplici: "La fine della pioggia", "Il crepito della pioggia", coi predicati non più verbali a fungere da nocciolo nominale e il soggetto non più soggetto a fungere da complemento.
Come succede allora che a "La pioggia finisce" corrisponde bene "Finisce di piovere", mentre a "La pioggia crepita" non è banalmente accostabile "Crepita di piovere"?
Dietro il medesimo schema grammaticale di superficie si celano circuiterie funzionali differenti, di cui si coglie di preferenza l'aspetto interpretativo (o semantico, come si preferisce qualificarlo), considerandolo per ciò stesso il fondamentale.
In "La pioggia finisce", incapsulata dentro l'involucro di un nome e di un nome che fa da soggetto, la funzione predicativa di "la pioggia" estende tuttavia la sua portata all'intera proposizione. Lungi dall'essere il predicato principale dell'insieme, il verbo "finisce" ne è solo un ausiliare aspettuale. In altri termini, "la pioggia", predicazione principale della proposizione, vi è considerata dal punto di vista del suo cessare: "La pioggia finisce" corrisponde appunto a "Finisce di piovere".
Anche nel soggetto di "La pioggia crepita" c'è, incapsulata in un nesso nominale, una funzione predicativa; c'è, se si vuol dire così, "il piovere". Questa volta, tale predicazione vi è però come costretta. Con l'intero suo involucro nominale come specifico carattere, si presta così a venire determinata dalla predicazione del verbo "crepita", che è la principale dell'insieme.
Aspetti e rapporti superficiali identici, insomma, ma dipendenze funzionali molto differenti. È la lingua. Nel caso specifico, non è, ovviamente, la lingua in sé ma la lingua nella declinazione che le danno l'italiano e molti altri idiomi apparentati, così attenti (a ciò che pare) alla fine e al principio da destinarvi specifici artifizi di facile articolazione grammaticale.
Nessuno può escludere che altre ipotetiche declinazioni abbiano fatto, facciano o faranno del "crepito", come di altre sonorità legate al cadere della pioggia, una modalità da affidare a una funzione ausiliaria, leggera come impone sempre la sintassi, al pari del "finire" italiano.
Nessuno può escludere d'altra parte che, anche in italiano, uno spirito bizzarro, fosse solo per il gusto di provocare uno straniante cortocircuito giocando con le relazioni nascoste delle proposizioni, abbracciato alla sua bella tra le lenzuola, non se ne sia già uscito o non se ne esca con un insinuante "Ascolta... crepita di piovere".

14 luglio 2011

Lingua loro (21): Ancora ossimoro

Facile prevederlo. Passato un mese dal Mercati e ossimori sull'organo della Confindustria, ieri ossimoro era di nuovo sulla prima pagina di un autorevole quotidiano: La fiera dell'ossimoro in quattro paradossi suona il titolo di un articolo di cui Apollonio crede di poter condividere lo spirito. Meno, la lettera.
Come si è già osservato appunto un mese fa, per dire che qualcosa è criticabile per via di interne contraddizioni e per dire, di conseguenza, che quel qualcosa non piace, ossimoro piace. A dire ossimoro, a scriverlo, con un'attitudine di sufficienza intellettuale, di malcelata degnazione, se non proprio di disgusto (come è forse il caso di questa sua nuova evenienza), si passa per molto intelligenti e per molto chic.
Consapevole che, a quelle qui provviste dalla sua povera fantasia, la realtà ne aggiungerà, per il divertimento dei suoi cinque lettori, di ben migliori e che presto si arriverà a "botte piena e moglie ubriaca è l'ossimoro per eccellenza", ad uso dei volenterosi, Apollonio suggerisce allora tre ulteriori possibili applicazioni di ossimoro nella comunicazione, per la descrizione di aspetti della vita civile di tutti i giorni.
1) Lodare dalle colonne di un giornale la pace, la tranquillità, la solitudine di un'isola.
2) Schierarsi con tutto il peso della propria autorevolezza per il sì al blocco del nucleare, assicurando ai propri collaboratori gli accettabili venti gradi sul luogo di lavoro ("Vuoi mettere? Poverini, con quest'afa!").
3) Dar voce alle proteste contro le degradanti condizioni di vita dei Centri di accoglienza che montano, vibrate, da ceti composti da un cospicuo numero (milioni?) di possessori di case al mare (o in montagna), vuote per undici mesi l'anno.
Da quando si è cominciato a dare notizia di noi, gli esseri umani, come ognuno sa, si è contraddittori. Forse perché contraddittoria è la nostra natura culturale. O cultura naturale?
D'altra parte, per sfiorare i temi dell'articolo che fa da pretesto a questo post, ci si destina a vivere solo in virtù dell'inconsapevole certezza d'essere destinati alla morte. Così che, privato delle benevole illusioni, anche il gesto nobilissimo e spontaneo di nutrire un bimbo, una delle cose più dolci e consolanti che ci siano, sarebbe una sorta, anzi la prima forma di accanimento terapeutico, a prestar fede già al saggio Teognide.
La modernità ha però vivamente accentuato la contraddizione umana. L'ha resa parossistica e la sottolinea pubblicamente in ogni istante. Implacabile, con l'invenzione di un lezioso eufemismo che serve solo, oggi, a far fare bella figura a chi lo usa, la lingua ne rende testimonianza. In queste condizioni e per la contingente stupidità coltivata, la miserevole fortuna di ossimoro e il suo provvido degrado sono dunque per qualche anno assicurati.

12 luglio 2011

Baleno

“Considérée à n'importe quel point de vue, la langue ne consiste pas en un ensemble de valeurs positives et absolues mais dans un ensemble de valeurs négatives ou de valeurs relatives n'ayant d'existence que par le fait de leur opposition”.
Tra gli appunti di Ferdinand de Saussure ritrovati or sono tre lustri, il passaggio non rivela idee che non si sapeva gli appartenessero.
Vi si trova però la sua concezione dell'espressione umana esposta fuori delle molte mediazioni attraverso le quali è stato divulgato il suo pensiero (o quello attribuitogli).
Si vede così uscire proprio dalla sua penna, dal tratto nervoso e aforistico, la semplicissima idea che la lingua, "considérée à n'importe quel point de vue", s'istituisce come negatività relazionale e oppositiva. E, vale la pena di aggiungere, per questo suo carattere essa è elementarmente esemplare dell'insieme di tutto ciò che è umano, di cui nulla è comprensibile se si scambiano per sostanze le apparenze proiettate dalle relazioni oppositive.
Sono parole che fanno subito chiarezza come, intorno a sé, la fa per un attimo un baleno, spentosi il quale la consueta oscurità, densa e impenetrabile, riafferma il suo naturale e incontestabile diritto a regnare immutabile.

10 luglio 2011

"Queste povere cose care" e l'ontologia

"C'è una peculiare sicurezza degli oggetti: loro non ci lasceranno mai, saremo noi a lasciarli; loro sono morti, ma, paradossalmente, ci sopravviveranno, parleranno di noi a chi li avrà ereditati. Per questo il collezionismo è una partita ingaggiata con la morte": sentenza di un moderno filosofo, che, casualmente, Apollonio trova citata con enfasi e qui riporta (se ne scusa) ma solo di seconda mano.
Morti? Mai stati vivi, pensa. Dureranno, se del caso, più di chi vivendo li ha resi vivi, gli "oggetti". Perdendosi quella relazione, non le sopravviveranno certamente. E ammesso che durino, diventeranno "oggetti" diversi, per via di una nuova relazione. Perché sarebbe necessaria altrimenti la filologia? E perché ci si sarebbe inventati la filosofia?
Gli viene in mente, a questo punto, che qualcosa, in proposito, deve avere già letto. E non ieri. Qualcosa di più alla buona, certo, ma di non meno significativo.
Sì. Arrendendosi dopo anni di resistenza al demone della scrittura, e sul limitare della fine della sua vita, sul rapporto tra vita e morte umane e vita e morte delle cose, un uomo ha in effetti scritto quanto segue: "Poté volgere la testa a sinistra: a fianco di Monte Pellegrino si vedeva la spaccatura nella cerchia dei monti, e più lontano i due colli ai piedi dei quali era la sua casa; irraggiungibile com'era questa gli sembrava lontanissima; ripensò al proprio osservatorio, ai cannocchiali destinati ormai a decenni di polvere; al povero Padre Pirrone che era polvere anche lui; ai quadri dei feudi, alle bertucce del parato, al grande letto di rame nel quale era morta la sua Stelluccia; a tutte queste cose che adesso gli sembravano umili anche se preziose, a questi intrecci di metallo, a queste trame di fili, a queste tele ricoperte di terre e di succhi d'erbe che erano tenute in vita da lui, che fra poco sarebbero piombate, incolpevoli, in un limbo fatto di abbandono e di oblio; il cuore gli si strinse, dimenticò la propria agonia pensando all'imminente fine di queste povere cose care".
"...tenute in vita da lui...". Nella testa di Apollonio si accende allora il dibattito: da una parte, parla suadente il filosofo, cultore di ontologie e bramoso di trovare negli enti confortanti rassicurazioni sul permanere della sua testimonianza; dall'altra, quell'uomo fattosi scrittore, convinto, pare, che muoia proprio tutto, che tutto abbia veramente fine. E per dirimere almeno sul momento la questione, fuori delle astrattezze, per Apollonio, non può che intervenire la sua banale, personale esperienza di vita: gli succede sempre così.
Da qualche anno, egli assiste infatti impotente alla lenta morte di "povere cose", di "oggetti", come pare appunto li chiami il filosofo. Con una certa scostante freddezza, a dire il vero, e come se i soli commerci avuti con essi fossero stati per lui quelli che lo vedono "soggetto" (trascendentale?).
Altro che sopravvivere, gli "oggetti", agli esseri umani. Apollonio ha già visto morire per esempio degli aghi da lana. Con essi, cinquanta anni fa capitava gli fossero confezionati, proprio per lui e pezzi unici, caldi maglioni e cuffie da notte. Ha già visto morire, col tombolo, gli uncinetti. Vede morire camicie da notte ordinarie e belle sottane, lenzuola ricamate, fini tovaglie da tavola, bei serviti da caffè. Mentre scrive, muore pezzo dopo pezzo la modesta mobilia di una casa zingaresca che ha finto per decenni di non esserlo. Di una casa che è stata, in realtà, diciannove case diverse. Una casa che ha percorso in lungo e in largo la Sicilia, lasciando dietro di sé tante povere cose, vittime incolpevoli della mancanza di spazio sul camion che, periodicamente, veniva a portare via tutto. Meglio, tutto ciò che poteva. Mai dimenticherà la dolorosissima morte, per fuoco, di annate e annate del "Corriere dei Piccoli" che (e lo sapeva mentre ne faceva collezione) giammai avrebbe potuto portare con sé.
Oggi, però, le povere cose che ha elencato e molte altre muoiono in begli occhi cerulei ogni giorno più spenti. Muoiono in una memoria che pian piano se ne va e in cui, irragionevoli (o ragionevolissime?), resistono intatte "Davanti San Guido", "Sant'Ambrogio", "Il sabato del villaggio", ben recitate, come da una bimba davanti ai parenti per un'antica festa di Natale.
Apollonio vede insomma morire povere cose nel doloroso e disperato abbandono di sé di una estrema vecchiezza che è vita già oltre la vita. Di più, della sua esperienza, Apollonio non può dire: i suoi pochi lettori lo perdoneranno.
Il pensiero del filosofo e il suo gioco di prestigio (una morte che non è morte perché non è mai vita e, di conseguenza, una sopravvivenza fasulla) gli paiono brillanti e riscuotono la sua ammirazione sincera: sono certamente tali da assicurare a chi le espone gustosi successi mondani, tra dame ed accademici.
La vita semplicissima di una donna qualsiasi ricorda però ad Apollonio che una relazione presta esistenza agli "oggetti" presentati invece dal filosofo come fossero superbi d'autonoma essenza. Gli dice al contempo che la stessa relazione, nella direzione conversa, ha sostanziato quella vita modesta. Gli "oggetti" di cui parla, vorrebbe dire al filosofo, siano umani o ultra-umani, non sono appunto mai disumani. Infine e sempre, essi sono quindi solo "povere cose".
Povere cose che, nel caso che Apollonio esperisce, una ad una, sono già uscite, stanno uscendo dalla loro vita. Si sta infatti spegnendo la relazione che ha prestato cara esistenza a essi e a quel caro essere umano.
Tra il filosofo degli "oggetti" e l'uomo delle "povere cose", conclude Apollonio tra sé, il secondo merita allora d'essere ascoltato con maggiore attenzione del primo. Perché il secondo si approssima, con minore difetto e senza vanitosa intelligenza, alla misteriosa verità che mette in relazione la povera vita umana e la vita delle sue povere cose.

A margine del tema, esattamente due anni fa, ad Apollonio era già accaduto di scrivere qualcosa. Evidentemente, il caldo estivo gli rende il peso delle ontologie meno tollerabile. È del resto noto che le ontologie si combinano meglio coi climi (culturali) rigidi.

7 luglio 2011

"...quante mai furon fiacole e lumiere"

"Fra mille colpi il Tartaro una volta / colse a duo mani in fronte il re d'Algiere; / che gli fece veder girare in volta / quante mai furon fiacole e lumiere". Il Furioso conta più di mille e duecento costruzioni causative e con verbi di percezione. L'estate scorsa, Apollonio si è deliziato raccogliendo tutte quelle che gli è riuscito di individuare. Il numero è rimarchevole, tanto come valore assoluto quanto come valore relativo. E ad Apollonio, che si è chiesto come mai, o forse e più facilmente al suo sparuto alter ego secolare, capiterà forse una volta o l'altra di scrivere qualcosa in proposito.
Di tutte le ricorrenze pertinenti, però, quella qui citata in apertura è certo una delle più notevoli. Dal punto di vista sintattico e costruttivo, la proposizione che ne sortisce si articola infatti su tre diversi strati predicativi, rappresentati dalla sequenza compatta di tre verbi differenti: "fece veder girare".
"Fiacole e lumiere" girano. È Rodomonte che le vede girare. E a fargliele vedere girare è Mandricardo. In un reboante e comico duello (che ha ovviamente in una donna, la bella e volubile Doralice, la sua ragione) "il Tartaro" è infatti riuscito ad assestare al "re d'Algiere" un gran colpo sulla fronte.
Osservando il fenomeno compositivo, limpido e al tempo stesso complesso (minuscola sineddoche linguistica del poema ariostesco), la fredda attenzione dell'analista non può fare a meno di sciogliersi però in un sorriso personale e intenerito.
In quei versi, in quelli che li circondano, percepisce (lo scuseranno i filologi) la scena archetipica cui, magari senza saperlo, si sono ispirati i disegnatori dei mille cartoon che ne hanno (diversamente?) deliziato l'infanzia secondonovecentesca.

6 luglio 2011

Il "gattopardo" che non c'è

"Nelle parole del principe, gattopardo appare in accezione positiva e non in quella che poi si è prontamente fissata nel vocabolario comune: 'chi si adatta a novità politiche e sociali per mantenere i propri anteriori privilegi'. Non era questo il senso cui pensavano l'autore e il protagonista del romanzo".
Si legge così in un articolo dal titolo Gattopardo non gattopardesco, a firma di una personalità della cultura italiana che non potrebbe essere più nota e autorevole, nel panorama degli studi filologici e linguistici. L'articolo è comparso in un importante supplemento culturale lo scorso 26 giugno, con uno scopo soprattutto servile: presentare l'ormai consueta iniziativa di abbinamento settimanale di un libro con un quotidiano. Una circostanza proprio occasionale e cui certo nessuno chiede severità di accostamento o novità ermeneutiche. Correttezza di informazione sì, però. Tanto più che il tema è delicato e, malgrado lo strepitoso successo o forse anche per esso, è ancora scabroso evidentemente per la cultura italiana il libro con cui si inaugura l'iniziativa: Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa.
Della scabrosità dà già testimonianza il titolo dell'articolo, ragionevolmente redazionale, che, si direbbe, "mette le mani avanti". Intorno al libro e su di esso sono cresciuti infatti, sin dal suo apparire, molti luoghi comuni e, anche nel ristretto dibattito critico tra specialisti, molte idee prevenute hanno da cinque decenni imperversato. Ne dà testimonianza ancora maggiore una sintesi dell'articolo che, nella versione a stampa, compare al centro della seconda colonna, in grassetto: "Nelle intenzioni di Tomasi la parola che dava il titolo al romanzo aveva un'accezione positiva. Solo più avanti divenne sinonimo di trasformismo". Dell'articolo, tale sintesi riprende appunto le parole che si sono menzionate in apertura. Dice che sono le topiche e come tali qui le si tratterà.
Nella loro aspirazione a parere equilibrate o riequilibratrici, esse si pretendono rispettose del testo e, al tempo stesso, in evidente sintesi dialettica, del luogo comune: "Non fu dunque senza buone ragioni la scelta collettiva…": collettiva? Non sarà per caso il solito fantasma dell'egemonia? Sotto il segno della correttezza politica che (anche a scapito della ricerca della verità) pare debba oggi ispirare ogni parola che si pronuncia, esse sembrano infine contenersi in un'affermazione anodina e, quanto al contenuto, presentata come indiscutibile.
Invece non è così. Lo rivela un dettaglio tanto minuscolo quanto significativo. Come un sintomo che ovviamente sfugge al controllo di chi lo manifesta, come la febbre, esso dice d'una continuità. Dice che l'effetto irritativo del Gattopardo sugli intellettuali italiani persiste ancora dopo più di cinquanta anni e che esso è ragionevolmente ineliminabile, per via di una profondissima incompatibilità. Dice ancora che passano pure gli anni, ma, anche rispetto al Gattopardo e alla sua interpretazione, nell'Italia moderna (che è nata sotto tale segno) è sempre pronta l'epifania di un "se vogliamo che tutto rimanga com'è, bisogna che tutto cambi". Sono le parole di cui l'opera in questione è divenuta fortunatissima vittima. E sono quelle immancabilmente ricordate nella testatina della pagina in cui l'articolo compare. Rassicurante ammiccamento al lettore cui la pubblicazione si rivolge, ritenuto, per principio, già ideologicamente orientato quanto al Gattopardo? O, ancora più sottilmente, lapsus rivelatore di ciò che veramente vale la pagina?
Per la determinazione del dettaglio che qui si vuole discutere, si torni allora alla citazione di apertura: "Nelle parole del principe, gattopardo appare in accezione positiva e non in quella che poi si è prontamente fissata nel vocabolario comune... Non era questo il senso cui pensavano l'autore e il protagonista del romanzo". Queste espressioni, lo si è detto, riassumono e rappresentano l'intero articolo. Ciò che lasciano intendere del Gattopardo è tuttavia inesatto.
Nel romanzo di Lampedusa non si dà mai un valore positivo a gattopardo. Non gli se ne dà, a dire il vero, neppure uno negativo. E ciò per una ragione semplicissima. Nel Gattopardo, la parola gattopardo non c'è. Agli increduli, basterà l'invito a un obiettivo e personale controllo.
Nel Gattopardo, dove gattopardo non ricorre mai, ricorrono invece Gattopardo, una ventina di volte, inclusa la ricorrenza del titolo, e un paio di volte il suo plurale, Gattopardi. Sempre con iniziale maiuscola: qualcosa ciò vorrà pur dire.
Se qualcuno legge allora tale Gattopardo come se esso fosse gattopardo saranno pure fatti suoi, sarà ovviamente libero di farlo, ma sarà lecito osservare che la sua lettura lascia almeno un po' a desiderare. Non è proprio una procedura commendevole, in nessun ambito delle attività umane, l'introduzione in un documento, per qualsiasi ragione o scopo, di qualcosa che il documento non contiene e che finisce per nascondere ciò che esso contiene.
Che cosa valga Gattopardo nel romanzo Il Gattopardo è poi questione spinosissima. Antonomasia? Allegoria? Talvolta l'una, talvolta l'altra, ragionevolmente, e sempre intinte nella vena amara di una sardonica ironia: la vera vena che dilaga nel cuore profondo del Gattopardo. Certo, non una banale metafora.
Comunque sia, son quasi quaranta anni che Apollonio, da quel tonto che egli è, torna sui passi del romanzo e sulla sua struttura complessiva e, a proposito di Gattopardo, non smette di farsi domande. Non vuole certo tediare i pochi lettori del blog, però, con le sue speculazioni. Se vogliono, possono provare a scoprire da se medesimi i valori di Gattopardo, dimenticando i luoghi comuni e mettendosi a leggere il romanzo con accanimento e attenzione.
Qui, per farla breve e per comodità, ci si può pure accordare, se vogliono, sopra un'interpretazione minimalista. Si può dire cioè che Gattopardo vale semplicemente da designazione figurata del maggiore personaggio romanzesco: Fabrizio Corbera principe di Salina. Apollonio tiene a precisarlo: non è così, nel romanzo. O almeno non è compiutamente così. Ma qui, appunto, non importa di queste sottigliezze. Anche se le cose stessero semplicemente come si sta prospettando, anche se Gattopardo valesse per figura Fabrizio Salina, leggere Gattopardo come gattopardo resterebbe molto discutibile. Perché? Un esempio comparativo lo chiarirà.
Da un secolo e mezzo, in un italiano di livello, con perpetua, nome comune, ci si riferisce a quella donna di servizio, di norma un'attempata zitella, cui un sacerdote affida (ormai, forse, bisognerebbe dire "affidava") la cura della sua vita pratica e privata, per meglio dedicarsi all'amministrazione della pubblica e spirituale. Si tratta di un caso di antonomasia, uno dei più noti nell'italiano moderno. Se perpetua come nome è passato a significare ciò che significa, la ragione sta nel fatto che Alessandro Manzoni battezzò col nome proprio di Perpetua il personaggio minore del suo romanzo che si prendeva cura di Don Abbondio e della sua canonica: "serva affezionata e fedele, che sapeva ubbidire e comandare, secondo l’occasione". La ragione dell'antonomasia sta in questo fatto testuale, inoppugnabilmente. Ciò non significa però minimamente che Alessandro Manzoni e il suo romanzo portino la responsabilità della nascita del perpetua nome comune antonomastico. Non significa neppure che il nome comune antonomastico conti qualcosa, tanto negativamente quanto positivamente, per chi volesse eventualmente intendere cosa ci stia a fare nel romanzo il nome proprio Perpetua, portato dal personaggio.
È del resto ovvio che, nei Promessi sposi, perpetua come nome comune non ricorre mai (vi ricorre invece come normale aggettivo). È ovvio che, per parlare appunto dell'attempata zitella con cui Don Abbondio condivideva le sue ambasce quotidiane, Manzoni non si serva mai di espressioni come era una perpetua o la perpetua di Don Abbondio. Nei processi linguistici come in ogni dove, l'effetto non può precedere la causa e lo scrittore milanese, con la sua invenzione onomastica, ha dato l'innesco al processo antonomastico ma questo si è sviluppato fuori della sua opera, che non ne è minimamente toccata. Manzoni, lo si diceva, non è certo stato il primo utente dell'antonomasia germogliata dalla sua parola, tanto meno ne è stato il propagatore o l'avversario. Perpetua, nel romanzo di Manzoni, è sempre nome proprio e, come nome proprio, ricorre appunto sempre con l'iniziale maiuscola. Insomma, Perpetua nei Promessi sposi non vuol minimamente dire perpetua e, ammesso che Perpetua valga qualcosa di particolare nell'opera manzoniana, si sarà tutti d'accordo sul fatto che sarebbe delirante adoperare, anche solo per contrapporlo, il valore del nome comune perpetua per capire il Perpetua dei Promessi sposi. Nessuno, c'è del resto da scommettere, ha mai pensato o scritto che Manzoni abbia non si dice licenziato ma anche solo per un momento concepito una riga della sua opera in cui un perpetua antonomastico con iniziale minuscola potesse opportunamente ricorrere.
Come mai allora fior di critici e di filologi da cinquanta anni e ancora oggi pretendono non solo di leggere gattopardo dove c'è scritto Gattopardo ma anche e, ancora più velenosamente, di interpretare Gattopardo come se esso fosse gattopardo o avesse qualcosa da spartire con gattopardo? Come mai si ostinano a mescolare i discorsi sull'antonomasia di cui abusano intellettuali (e) politicanti col doveroso discorso sul dato testuale, anche solo per fare sembiante di provare a distinguerli, dopo averli loro medesimi ingarbugliati e resi irriconoscibili? L'antonomasia gattopardo è nata come processo secondario, fuori del testo, dopo l'uscita e il gran successo del romanzo di Lampedusa, peraltro morto prima della pubblicazione della sua opera. Essa è già il frutto di una lettura: giusta o sbagliata, non è il caso di chiederselo qui, ma di una lettura e di un'interpretazione in ogni caso opinabili.
Parlare di gattopardo (e di gattopardi) a proposito del romanzo di Lampedusa è dunque molto discutibile, perché, esattamente come non ci sono nei Promessi sposi né il significato né il significante del nome comune perpetua, il significato e il significante del nome comune gattopardo nel Gattopardo non ci sono. E non perché non ci se li voglia trovare ma perché semplicemente e definitivamente essi non possono esserci, né adoperati negativamente né adoperati positivamente. Ci sono invece quelli di Gattopardo e giacciono ancora lì misteriosi ed arcani, infischiandosene di luoghi comuni e di letture "intellettuali", prevenute e ideologiche.
Lo si è detto sul principio. Si sta qui discutendo di un'inezia, presente in uno scritto comparso per la più occasionale delle circostanze e nella meno formale delle sedi. Ma forse proprio per il carattere tanto casuale e peregrino, per una volta la questione di fondo del Gattopardo e della sua "fortuna" si stagliano con la più chiara nettezza. Lasciare intendere, sotto qualsiasi forma, che la parola gattopardo si trovi nel Gattopardo è ancora una volta e sempre un modo di occultare il vero. E di accreditare il falso. È insomma, come scriveva presago Lampedusa, "una nuova palata di terra venuta a cadere sul tumulo della verità".

5 luglio 2011

Ipocoristico! (Supplemento)

davvero ganzo, dice Ale

Recita così un grande manifesto con cui, in questi giorni, un operatore telefonico internazionale lancia, nella Svizzera italiana, un abbonamento destinato ai giovani sotto i 27 anni.

Da comparare, per es., con "M'era compagno il figlio giovinetto / d'un di que' capi un po' pericolosi, / di quel tal Sandro, autor di un romanzetto / ove si tratta di promessi sposi..."

3 luglio 2011

Ipocoristico!

Presto al mattino, la zia Nora, accompagnata dallo zio Enzo, quando lo zio Enzo non era per mare, andava a fare acquisti al mercato. Si fermava dal signor Menico, che teneva un banchetto di frutta e verdura, e, non tutti i giorni, da Berto, il macellaio. Non perché fosse bigotta, ma per misura tanto pia quanto dietetica (diceva), non passava venerdì che non facesse visita al giovane Tano. Scaricato il frutto di una nottata di lavoro dalla sua barca, questi lo metteva in bella mostra, sulla banchina del porto, in un paio di cassette. Ai suoi ragazzi, Tonio e Cettina, il venerdì di magro non sempre era gradito ma, ancora prima di farsi adulti, la sua domestica ritualità era divenuta amabile. Esperienza del resto comune anche ai loro coetanei e compagni di giochi, Vanni e Tilde, figli dei vicini di casa Renzo e Rina, e ai loro cugini Sandro e Betta, che venivano spesso a trovarli. La questione non riguardava né Cesco né Lando né Baldo, ragazzacci di strada e occasionali membri della brigata. Non perché i loro genitori Saro e Nilla inclinassero verso un'educazione laica ma perché alla dieta di magro, loro, si tenevano tutti i giorni della settimana...
Cinquanta anni dopo, nella stessa città, come ogni venerdì sera, Gabri ed Ele stanno preparandosi ad uscire. Il loro primogenito, Ale, e Fede, la minore, hanno già finito di cenare. A metterli a letto penserà Giuli, la baby-sitter, che ha appena suonato alla porta. La moto di Vale, il ragazzo che l'ha accompagnata e verrà a riprenderla al loro ritorno, si allontana rombando. Squilla il telefono. È Franci. Dice che col marito Ferdi li aspetta per le ventuno davanti alla pizzeria. Alla compagnia è previsto si aggiungano, ma solo dopo la pizza, anche Marghi e Robi. La loro bimba, Sabri, ha fatto le bizze e hanno durato fatica a convincerla a trasferirsi per la notte dai nonni, i molto giovanili Sigi e Stefi. Tutti insieme andranno a concludere la tranquilla serata, facendo due chiacchiere e bevendo un drink, sulla terrazza dell'attico di Simo e Samu...

Sui vezzeggiativi italiani di nomi propri che contano più di due sillabe si è abbattuto, da un paio di decenni, un cataclisma. I loro connotati ne sono usciti profondamente mutati, non a casaccio però e in modo regolare e sistematico. Come Apollonio, i suoi cinque lettori sono certo stati e sono giornalmente testimoni della tendenziale variazione.
Nei capoversi che aprono questo post si è provato a ricordare, in modo si spera naturale, alcuni termini fenomenici della questione, se non a renderli più evidenti di come non siano stati, nella memoria di chi ha ormai una certa età, e non siano oggi nella vita di tutti i giorni.
Il vecchio sistema, d'impronta ragionevolmente indigena, vigeva da secoli e aveva diversi modi di realizzarsi. Nell'unico sul quale si è qui fermata l'attenzione, il fuoco stava sulla sillaba accentata del nome di base o, eventualmente, solo sul suo nucleo vocalico. Il vezzeggiativo (o, come dicono i linguisti, l'ipocoristico) si produceva andando da lì in avanti, verso la fine del nome proprio: (Eleo)Nora, (Vinc)Enzo, (Do)Menico, (An)Tonio, (Gae)Tano, (Con)Cettina, (Ales)Sandro, (Elisa)Betta, (Gio)Vanni, (Ma)Tilde, (Lo)Renzo, (Cate)Rina, (Fran)Cesco, (Or)Lando, (Ro)Berto, (Teo)Baldo, (Rin)Aldo, (Ro)Sar(i)o, (Petro)Nilla.
Ai vecchi modi di produzione degli ipocoristici, da qualche tempo se n'è aggiunto uno nuovo. Questo prende la prima sillaba del nome di partenza e, ove necessario, vi ritrae l'accento. L'enfasi si colloca di conseguenza sul principio del nome. Alla prima sillaba, divenuta regolarmente tonica, fa seguire la seconda (o un suo vestigio), il cui nucleo vocalico può chiudersi e divenire, tendenzialmente, una [i]. Tutti gli esempi che qui si citano hanno risuonato nelle orecchie di Apollonio, insieme con molti altri: Gabri(ele), Ele(onora), Ale(ssio o -ssandro), Fede(rica), Edo(ardo), Margh-i (-erita), Rob-i (-erto), Vale(ntino o -rio), Franc-i (-esca), Ferdi(nando), Sabri(na), Sigi(smondo), Stef-i (-ania), Simo(na), Samu(ele), Tizi(ana), Giuli(ana).
Come innesco del cataclisma, è anche possibile abbia agito un soggiacente e prestigioso modello germanico. La ritrazione dell'accento (che è fenomeno inusuale nel dominio neolatino) ne sarebbe importante indizio. Potrebbe trattarsi tuttavia di processo secondario.
Certo, il successo del nuovo sistema e il deperire di alcuni modi dell'antico paiono al momento fuori discussione. E con il successo, non manca nella novità il tanfo di una più che sospetta ed ecumenica stupidità, che attraversa ceti e ideologie, livelli culturali e identità geografiche: un autentico fenomeno nazionale di cretineria montante e irriflessa.
Ma, nella lingua, ci vogliono più di un paio di decenni perché i giochi siano fatti e, il giorno che essi fossero fatti a favore del nuovo, nessuno sentirebbe più quel tanfo e, per i (fortunati?) testimoni, tutto profumerebbe ancora una volta come i nomi, le parole, le cose del buon tempo andato. Sì, amabile sodale, anche l'odioso "Cami, smetti di disturbare i signori" che a un'insopportabile marmocchia che scorrazza maleducata tra i tavoli della pizzeria rivolge Maddi, la sua amorevole mamma, ancora più odiosa e insopportabile, mentre discute con l'amica Manu della Simo, accanto al marito Andre, che sgranocchiando patate fritte guarda sullo schermo di una gigantesca e silenziosa TV l'ultima impresa di Vale.

1 luglio 2011

Evergreen

C'è chi pensa che il movimento ecologista internazionale produca oggi solo pensieri opachi e che il sonno della ragione possa così generare il mostro di sussulti violenti e incontrollati. In altre parole: Colorless green ideas sleep furiously.

30 giugno 2011

Il primo sorso affascina, il secondo...

Gentile sodale, in questi crudi giorni della nuova estate, con gli Amici della domenica pronti a dar nuova prova d'essere ormai di bocca buona, provveda pure a slittare il badge e (come il mite Oblomov) sopporti con mansuetudine: si sta solo tentando di introdurLe un problema grosso come una casa. Dopo la cinquina, giovedì prossimo (Befana estiva), qualcuno farà tombola.


23 giugno 2011

Dall'ultimo banco, il buon Nando (2)

Cinquantotto secondi di una lezione di Leonardo Sciascia, un maestro siciliano, giustamente celebrato e oggi, ancor più giustamente, molto rimpianto.
Il buon Nando arrivava in età scolare proprio negli anni in cui il giovane maestro prendeva stabile servizio nel Parnaso intellettuale nazionale.
Seduto sul banco dell'ultima fila, solitario e ben più che un po' scemo, Nando ne ha ascoltato l'insegnamento e ne ha ripetuto la classe infinite volte. S'è applicato, non si è distratto, ha letto i libri. Niente da fare: sempre bocciato.
Così, a proposito di quei cinquantotto secondi, per timidezza ha rimandato giù, anno dopo anno, una domanda che gli arrivava sulle labbra, certamente cretina: "E va bene, signor maestro, Lei, si vede da come parla, è tanto intelligente: come potrebbe non avere ragione? Le idee, è vero, muovono il mondo. Ma è proprio certo che, umanamente e un po' a casaccio, non lo facciano sovente nella direzione del baratro?"

Corso di scrittura

Ancora col tragico pretesto di Primo Levi (e, sullo sfondo, di Fëdor Dostoevskij, naturalmente), il ridicolo d'oggi, per violento chiaroscuro.
Sul fondamento di qualità innate, Auschwitz (dove scrivere era impossibile) fu la sua paradossale scuola di scrittura: efficacia enorme, esiti memorabili. Strano che a didatti e pedagoghi della penna non sia ancora venuto in mente di proporne un'edizione a dispense, da vendere in allegato a un quotidiano.
Apollonio ne suggerisce il marchio: Io Häftling.

22 giugno 2011

Esordi e proporzioni


Se questo è un uomo : 1947 = Il mondo deve sapere : 2006

Il sentiero dei nidi di ragno : 1947 = La solitudine dei numeri primi : 2008