18 aprile 2010

Oggetto con preposizione

Nell'orale dei colti, l'oggetto con preposizione è comune non da oggi. Nello scritto, ad Apollonio, non era invece mai accaduto di registrarne una ricorrenza come quella che sta oggi a p. 49 del supplemento culturale del Sole 24 Ore, sotto la penna di Carla Moreni: "A noi oggi spaventa il titolo, ostico. Ai nazisti, negli anni Trenta, il contenuto, l'originalità della scrittura, l'indipendenza dell'autore rispetto al regime. Di fatto Die Gezeichneten (si pronuncia ghe-zaich-ne-ten) del viennese Franz Schreker, messa al bando come musica 'degenerata' (si pronuncia 'follia-degli-umani') arriva solo oggi in Italia, in prima esecuzione al coraggioso Teatro Massimo di Palermo".
C'è naturalmente, in questa ricorrenza, tutto quello che si trova, di norma, in altre e che funge da condizione adiuvante: il predicato psicologico (spaventare), il pronome personale (noi), su cui s'addensa l'enfasi dell'apertura del nesso. Di specifico, c'è il fatto che il modulo ha la forza di proiettarsi, per ellissi, nel nesso successivo, producendo ai Nazisti: pollone nominale di un rizoma sintattico, che esorbita dal consueto e apre un fronte di crescita per l'oggetto con preposizione in un registro di lingua che più corrivamente snob sarebbe difficile immaginare e che, per questa ragione, registra meglio di ogni altro la tendenza. Tutto avviene fuori dell'influenza di varietà centro-meridionali che invece produce nel sub-standard fenomeni solo in apparenza eguali.
Ad usum di storici della lingua del futuro (se la lingua avrà storici, nel futuro).

12 aprile 2010

"Tutti altoatesini"

Nel momento in cui Apollonio scrive questo post, l'edizione on-line del maggiore quotidiano italiano porta, come principale, il seguente titolo: "Merano, frana sul treno dei pendolari. Nove morti, tutti altoatesini". Fosse successo nei pressi di Tradate (il Cielo ne scampi i tradatesi, naturalmente, come ogni altro essere umano), il Corriere avrebbe sentito il dovere di precisare: "Tutti lombardi?" E se nei pressi di Fara in Sabina, "Tutti laziali?"
Per implicito riferimento, l'infelicissima espressione ricorda la formula in uso in occasione di tragedie foreste: "...tra le vittime non si contano italiani". Ci si commuova, nei tinelli nazionali dove risuonano lingua e dialetti del sì, con un sospiro di sollievo: gli italiani stavolta ci sono ma "tutti altoatesini".

Ultimissime: alle 23.10, "tutti altoatesini" è scomparso dal titolo, come c'era da augurarsi facesse, per carità di patria.

11 aprile 2010

"Quando c'è la nebbia, non si vede"

La particella italiana generalmente detta riflessiva (e, quando non riflessiva, impersonale) è emblema di una sorta di Malström fenomenico. Il gorgo ingoia costruzioni differenti, tutte "colpevoli" però d'essere passate da un collasso funzionale, modularmente diverso, di soggetto e oggetto diretto. Dopo averle ingoiate, sputa in superficie un ambiguo e sparuto relitto: si o, nel caso di soggetto grammaticale diverso dalla terza persona, singolare o plurale, mi, ti, ci, vi, prefissi del verbo, variabili esattamente come le sue desinenze personali. Meglio di come mai potrebbe Apollonio (fioco per lungo silenzio: ma di ciò, forse, un'altra volta), lo illustrano Antonio e Peppino Caponi, in un famoso gag tratto da Totò, Peppino... e la malafemmina, film di Camillo Mastrocinque del 1956:



2 marzo 2010

Traditore. Traduttore?

Nel 1963 Nicolas Ruwet cura in Francia la pubblicazione d'una raccolta di scritti di Roman Jakobson: sono i famosi Essais de linguistique générale, destinati a diventare, con pochi altri, libro di riferimento di un'importante stagione della linguistica moderna (l'ultima, fino a questo momento).
Jakobson si trova a vivere e a insegnare da un ventennio negli Stati Uniti: li ha avventurosamente raggiunti negli anni Quaranta, fuggendo a più riprese e con diverse tappe la marea del totalitarismo politico, dell'antisemitismo, della guerra che sommerge l'Europa. Così, parecchi (forse tutti) gli articoli compresi nella raccolta sono originalmente comparsi in inglese: l'allora giovane curatore belga li traduce in francese.
Tra i saggi tradotti, c'è On linguistic aspects of translation, apparso nel 1959 in un volume miscellaneo consacrato alla traduzione. In originale, ecco la sua conclusione: "If we were to translate into English the traditional formula Traduttore, traditore as 'the translator is a betrayer', we would deprive the Italian rhyming epigram of all its paronomastic value. Hence a cognitive attitude would compel us to change this aphorism into a more explicit statement and to answer the questions: translator of what messages? betrayer of what values?".
Ruwet adatta la conclusione al francese: "S'il nous fallait traduire en français la formule traditionnelle Traduttore, traditore, par 'le traducteur est un traître', nous priverions l'épigramme italienne de sa valeur paronomastique. D'où une attitude cognitive qui nous obligerait à changer cet aphorisme en une proposition plus explicite, et à répondre aux questions: traducteur de quels messages? traître à quelles valeurs?".
Tre anni dopo la pubblicazione francese, gli Essais di Jakobson escono in edizione italiana. È la stagione in cui l'Italia si apre, con entusiasmo ma non senza resistenze, alle novità del movimento battezzato sommariamente strutturalismo, di cui Jakobson è ritenuto un campione. Le traduzioni di linguisti e semiologi spesseggiano. Nei Saggi di linguistica generale, curati da Luigi Heilmann (alle traduzioni collabora Letizia Grassi), non c'è ovviamente ragione che la traduzione assegnata per ipotesi da Jakobson al detto Traduttore, traditore appaia nell'adattamento francese di Ruwet. Del resto, dichiarano esplicitamente curatore e sua collaboratrice, l'edizione italiana è condotta sugli "originali inglesi". La conclusione del saggio sulla traduzione si presenta però come segue: "Se si dovesse tradurre in inglese il detto italiano tradizionale: traduttore, traditore, con 'the translator is a traitor', si toglierebbe all'epigramma il suo valore paronomastico. Di qui un'attitudine conoscitiva che ci obbligherebbe a svolgere questo aforisma in una proposizione più esplicita, e a rispondere a queste domande: traduttore di quali messaggi? traditore di quali valori?".
Apollonio non è naturalmente in grado di escludere che esista una versione inglese del saggio di Jakobson diversa da quella oggi nota e più volte pubblicata dal 1959. Da tale ipotetica versione il curatore italiano e la sua collaboratrice potrebbero avere tratto quel discordante (e peraltro innocuo) traitor.
Non si può tuttavia evitare di pensare, in concorrenza, a una sottile e gustosa ironia del destino. Nella traduzione di un saggio di Jakobson sulla traduzione, evocatore dell'inevitabile tradimento del traduttore, l'infedeltà si spinge fin dove non ci si attenderebbe di trovarla, perché a essere fedeli sarebbe stato per una volta sufficiente (e necessario?) attenersi semplicemente all'originale. Ammesso naturalmente che lo si avesse veramente presente e non lo si stesse ricostruendo a partire dalla traduzione francese.
Jakobson ebbe certamente tra le mani l'edizione italiana dei suoi Saggi. Mai gli sarà caduto l'occhio sulla discordanza di ritorno, innocente per lui ma non per i suoi traduttori italiani? La circostanza l'avrà divertito e ne avrà solleticato lo spirito impagabilmente perverso.

PS. I due lettori di Apollonio non avranno mancato di notare che nel 1966 l'inglese (e francese) cognitive era (ancora) l'italiano conoscitiva. Naturalmente, l'aggettivo cognitivo, in italiano, c'era già da molti secoli ma, tra i "filosofi", non era di moda (notava Tommaseo). Oggi, tra i "filosofi", è invece in auge, sull'onda dell'inglese: lo è tanto da avere oscurato, a sua volta, conoscitivo e da essere divenuto emblema di un andazzo.

22 febbraio 2010

L'italiano al telefono

Più di 20000 pagine di trascrizioni di conversazioni telefoniche: a Citera giunge la notizia. Che si aggiungono al numero imprecisato, ma certo astronomico, di quelle raccolte negli ultimi decenni. Un corpus sterminato, un'impresa titanica di accertamento linguistico cui si è consacrata una parte importante dell'apparato dello stato, peraltro (e qui sta l'aspetto delizioso) senza intenzione. Le vie della Provvidenza sono veramente infinite. Lo dice un grande nume nazionale: lassù c'è certamente qualcuno che si occupa dei miseri e quindi delle discipline miserelle, come appunto la linguistica (italiana), che mai avrebbe avuto addetti e strumenti adeguati alla bisogna.
Apollonio non sa quanto tale corpus serva alla ricerca delle verità processuali (c'è chi dice moltissimo e chi l'esatto opposto, pare, sostenendo che servono soprattutto ai giornali). Per lo sviluppo della ricerca di una lingua al telefono, esso è risorsa che è difficile pensare abbia pari al mondo. Nell'ancora favolosa Cina, forse, potrebbe esserci qualcosa di comparabile: lì tutto, pare, sia sotto controllo, anche la rete: ma trascritto?
Ammesso naturalmente che ci sia qualcuno capace di gestirlo scientificamente, il dono grazioso e provvidenziale di quelle pagine, e non ci anneghi, sommerso dalla sovrabbondanza. In ogni caso, le premesse perché l'italiano diventi, almeno in qualcosa, la prima lingua al mondo ci sono tutte. Sarebbe un peccato sciuparle: orsù, linguisti italiani, con solerzia, è l'ora di produrre al competente ministero le adeguate richieste di finanziamento, spiegando che, in condizioni come quelle del ricercatore (e del ricercato) italiano, oggi, non c'è nessuno.

19 febbraio 2010

"L'italiano una lingua in coma": un punto di vista

Un giorno, a Ginevra, Ferdinand scrisse un appunto che diceva quanto segue. Per uscire dal circolo vizioso in cui si trovano da sempre i discorsi sulla lingua (nessuno escluso), è indispensabile sostituire, una volta per tutte, la discussione dei «fatti» (scrisse proprio così, usando le virgolette) con quella dei punti di vista, perché "non c'è la minima traccia di fatto linguistico, la minima possibilità di cogliere o di determinare un fatto linguistico fuori dell'adozione preliminare di un punto di vista".
L'articolo di Paola Mastrocola "L'italiano una lingua in coma", oggi sulla Stampa (nel giornale in edicola, pare, addirittura in prima pagina), parla di lingua. Di professione insegnante e scrittrice, l'autrice vi illustra il lamentevole stato in cui versa la didattica linguistica nelle istituzioni scolastiche italiane: come darle torto? Del resto, geremiadi di tenore comparabile sono comuni in ogni epoca. Diventano ancora più comuni in quelle critiche (la presente pare tale) e soprattutto sotto la penna dei titolari di matita rossa e blu, cui spetta d'elezione additare la decadenza dei costumi (linguistici). Il pezzo propone del resto anche misure per fare fronte allo stato della calamità culturale che descrive e, anche lì, poco da dire: chi non approverebbe una scuola che volesse insegnare di più, anche più grammatica, a chi la frequenta appunto per imparare?
Un dubbio, a dire il vero, qui resterebbe. Di insegnare più grammatica fuori delle ore canoniche di lezione, secondo la Mastrocola, si dovrebbero far carico "i giovani precari disponibili". Ora accade che, nei loro studi superiori, la grammatica non è stata insegnata neanche a costoro (né alla stragrande maggioranza dei loro colleghi con posto fisso). C'è da chiedersi se tanti di loro passerebbero il test linguistico di ingresso che la Mastrocola propone per gli studenti che s'iscrivono alle superiori. Per carità di patria e per tenersi al tono edificante (e in fondo corporativo) dello scritto, tale dubbio può però essere qui messo a tacere.
Quando la Mastrocola, in un passaggio decisivo, scrive però "vorrei timidamente avvertire che ci sarebbe un problemino da risolvere con urgenza: il fatto che i ragazzi hanno di fatto perduto la conoscenza della lingua italiana" (i corsivi sono di Apollonio), la questione del rapporto tra "fatto" e punto di vista si presenta in tutta la sua evidenza.
Come sanno i suoi due lettori, Apollonio vive nella sua Citera e del mondo poco sa. Dal poco che sa, però, il fatto non gli risulta. Non gli risulta che i giovani italiani siano diventati d'improvviso alloglotti e che, invece della lingua neolatina che sta in bocca ai loro genitori, parlino e scrivano inglese o cantonese, poniamo. Tanto meno gli risulta che siano tornati all'espressione dialettale dei loro bisnonni (magari fosse così! Si potrebbe snobisticamente dire, per certi aspetti).
Cosa significa allora che la Mastrocola dica che è un fatto che di fatto i ragazzi hanno perduto la conoscenza della lingua italiana? Significa che si esprimono in un italiano scolasticamente inadeguato, in un italiano che non è tale dal suo punto di vista di professoressa. L'articolo non sta parlando di un fatto, dunque, tanto meno lo sta descrivendo. Sta parlando di un punto di vista (da cui l'esistenza del presunto fatto dipende) e lo sta illustrando con l'appoggio di un'evidenza spacciata per assoluta, perché non ne è reso chiaro l'implicito punto di vista.
Ci si occupi della prassi e non delle prediche. Non condividono il punto di vista della professoressa attori sociali numerosi e rilevanti: tutti i mezzi di comunicazione di massa, per es., che per rivolgersi ai giovani si esprimono ovviamente in italiano (non in cantonese né in dialetto; qualche volta, è vero, in inglese) e in un italiano che è condiviso, per necessario presupposto comunicativo. Si pensi alla pubblicità (e di conseguenza a giornali, televisioni ecc., che ne sono semplici emanazioni): chi getterebbe tanti soldi, per non farsi capire? Sarebbe allora interessante sapere se, per la Mastrocola, di fatto, non sia italiana neanche l'espressione dei media e di tutto il complesso sociale ed economico che i media rappresentano, quando si rivolgono ai "ragazzi".
Un esempio: ad Apollonio viene sovente fatto di pensare che chi scrive sulla Stampa di Torino non conosce l'italiano e sogna di suggerire, conseguentemente, corsi di recupero linguistico per redattori e collaboratori. La consapevolezza che si tratta di un punto di vista tuttavia lo trattiene dallo scrivere una tale grossolanità, moderandola nell'affermazione di gusto personale che, sulla Stampa, non si scrive in italiano come lui amerebbe si scrivesse, cioè seguendo quel costume e quelle norme di comportamento che egli ritiene adeguate a una scrittura giornalistica di qualità.
E così appare d'improvviso che la questione del rapporto tra "fatto" e punto di vista conduce a domande di una certa rilevanza non solo teoretica, ma anche operativa, anche morale. La Mastrocola vende il suo punto di vista come fatto; lo rende così assoluto, da poter concludere che bisogna "restituire ai giovani l'ancora prezioso e insostituibile dono della parola", quasi che i giovani italiani fossero d'improvviso divenuti tutti afasici (non sarà per caso la scuola a esser divenuta sorda?). Fa ciò certamente per il bene di tutti: i professori fan sempre tutto per il bene di tutti. È sicura però, e con lei si è tutti sicuri che l'italiano che lei immagina tale sia quello che garantisce non si abbiano difficoltà non tanto all'università (che sempre scuola è) ma "nella vita tout court..."?
A parte il fatto che a leggere articoli di notisti di grido del suo stesso giornale non parrebbe (i due lettori di Apollonio ne avranno memoria), non bisogna dimenticare che i "ragazzi" non conosceranno l'italiano (come vuole la Mastrocola) ma scemi non sono. Sentono parlare i loro insegnanti e i loro genitori, sentono la TV e (talvolta) leggono i (loro) giornali. Insomma, come "i bambini" del film di Vittorio De Sica, "ci guardano": per imitazione o per contrasto, fanno ciò che vedono fare, anche linguisticamente. I "ragazzi" sono diagnosi e prognosi della società adulta: le dicono da subito ciò che essa è e, in anticipo, ciò che essa sarà sul fondamento di ciò che è.
E d'altra parte, ammesso e non concesso che l'italiano cui pensa la Mastrocola sia indispensabile per avere successo nella vita, è sicura lei, si è tutti sicuri che, anche per insegnare l'italiano che a lei piace (che non è forse lo stesso che piace ad Apollonio), non sia anzitutto pedagogicamente necessario considerare, ascoltare e conoscere (con l'amorevolezza che richiede la passione per lo studio) non solo l'esplicito punto di vista di una professoressa che scrive articoli sui giornali ma anche, e per democrazia, quello implicito dei "ragazzi"?
Forse, costoro considerano italiano, il loro italiano, ciò che hanno sulla bocca e chissà come considerano ("una lingua in coma"?) la lingua che (di tanto in tanto) insegnano i loro professori, visto che la società che sta loro intorno parla la loro, di lingua, e parla poco o per nulla quella che la scuola pretende o si ricorda talvolta di avere.
Insegnare la grammatica, dice poi la Mastrocola. Ma quale? Quell'incomprensibile e astruso miscuglio di tautologie che neanche chi insegna capisce, tanto meno ama, con le quali si pretenderebbe di surrogare la pratica delle buone letture, delle buone conversazioni, della riflessione interiore sulla propria espressione? E poi, qualunque grammatica si voglia insegnare, per saperlo fare, bisogna anzitutto avere compreso che la grammatica è sempre comparativa: contiene sempre punti di vista da confrontare. Ciò varrebbe forse la pena d'insegnare, se lo si sapesse fare, per capire, prima di impancarsi a professori, la propria, di grammatica, e quella dei "ragazzi": perché anche l'espressione dei "ragazzi" ha una rigorosissima grammatica. Molti insegnanti lo ignorano, dal momento che non hanno mai studiato veramente grammatica né sanno cosa sia.
Non lo scopre certo Apollonio: insegnare è mestiere difficilissimo, ma non per le ragioni che normalmente adducono i sindacati degli insegnanti. Lo è perché mette continuamente chi lo pratica a repentaglio, incoraggiandolo, col possesso della matita rossa e blu, a diventare un ridicolo trombone, a prestare fede ai palloni che gli si gonfiano in capo, a credere di conseguenza all'esistenza dei "fatti", a prendere facili scorciatoie normative.
All'inizio del secolo scorso, Ferdinand era un professore di linguistica in un'università di provincia, teneva i suoi corsi e prendeva le sue note segrete (quella da cui si è partiti, la si conosce solo da pochi anni). Niente "fatti" senza punto di vista, pensava. Estremo degrado del relativismo culturale? Infelice e nichilista paradosso di un uomo fallito professionalmente e personalmente? No. Modesta misura di buon senso, spillo che fa esplodere i palloni pieni d'aria di cui la testa di tutti è incessantemente riempita, quella dei colti e competenti non meno (Apollonio direbbe di più) di quella degli incolti e incompetenti.
Mai trascurare i matti e i falliti. Anche della vita pulsante e quotidiana della società, oltre che dell'altro mondo, vedono cose che i savi di successo non vedono.

PS. Nel "compitino" in classe della Mastrocola, sotto la ripetizione di fatto lo stupido e arcigno Aristarco che, ingabbiato e impotente, ruggisce mal represso in Apollonio avrebbe messo due segni rossi.

5 febbraio 2010

Quinto Orazio Flacco e l'inviato speciale

"U frat d'Carmela". "Se ne devono andare, se non siete in grado voi, lassate fare a nui". "Menamooo!". "Porta un niro". "Tutta l'Africa 'sta cca'". "Vulimm' ca spariscono". "Noi siamo monnezza, mo basta". "Spingimm! Spingimm!". "Nun vulimm chiacchiere". "Risolvete la situazione in due ore o li lassat ind'e mani nostr".
Piccoli lacerti espressivi pseudo-dialettali: un mese fa, facevano effetto di verità e colore locale nel servizio dell'inviato speciale d'uno dei maggiori giornali nazionali, in occasione della fiammata xenofoba di Rosarno, centro agricolo della Calabria meridionale.
Piccoli, ma già così pieni di luoghi comuni: non quanto al significato, come si pensa di norma accada coi luoghi comuni, ma quanto al significante, che (lo capì Ferdinand de Saussure - e pochi altri dopo di lui) è anch'esso pensiero, né più né meno del significato. Ne viene fuori un'immagine linguistica che con Rosarno ha poco da spartire: un meridionalese generico, con grossolani tratti apulo-campani come marche prevalenti.
La dialettologia non è disciplina che si studia sui quotidiani, naturalmente, ma i quotidiani pretendono d'essere specchi fedeli della realtà e sono sempre i dettagli a rivelare inconfutabilmente l'autenticità di una persona o di un'istituzione, perché la verità, come ognuno sa, sta nel dettaglio. Il falso dialetto rende dunque fondato il sospetto che l'intero servizio abbia poco da spartire con Rosarno e con gli incresciosi fatti che vi si sono svolti; che, insomma, a Rosarno, l'inviato non ci sia mai stato. Ciò non significa naturalmente che, a spese del suo giornale, egli non vi abbia eventualmente riscaldato il letto di un albergo per una notte e non vi abbia consumato a colazione un cappuccino e una brioche, dettando poi al suo giornale un pezzo intriso dei luoghi comuni che il suo occhio e il suo orecchio lo hanno abilitato rapidamente a percepire.
Coelum non animum mutant qui trans mare currunt ammoniva saggiamente Orazio, del resto, e l'antica massima pare trovare ancora piena applicazione alla vicenda tutta moderna e tutta culturale dell'inviato speciale.

31 gennaio 2010

Il glottologo e l'antropologia comparata

"Mentre in Toscana l'ostentazione delle proprie ricchezze e del proprio stato sociale elevato è considerata un valore negativo e guardata persino con sospetto, in Sicilia è un comportamento legittimo e naturale ed ha una valutazione positiva: la diversità del costume si manifesta come diversità di significato [di mafia, nelle due aree linguistiche]" (Alberto Nocentini, Camorra e ma(f)fia, Archivio Glottologico Italiano (2009), 1, p. 86).

30 gennaio 2010

Funzione poetica

La serata è già andata troppo per le lunghe: il libro è interessante ma coloro cui se n'è affidata la presentazione sono stati prolissi. Apollonio tra loro: ha detto inoltre cose piatte e colme di ovvietà. Scrutate dalla cattedra, le facce degli intervenuti al rito sono quelle di chi, passate due ore, è pur sempre disposto al martirio: eroico esercizio della pazienza cui accostuma l'accademia? Torna ancora la parola ad Apollonio e rischia, a detta di chi la elargisce, di non essere la conclusiva: altre, più conclusive, si riservano di procrastinare la conclusione, minacciose. "Buon Cielo, aiutami tu", pensa Apollonio mentre gli si consegna l'incombenza. "Fa' ch'io trovi un modo di porre fine al piccolo strazio di questa brava gente". Dal principio dell'incontro tra giuristi e linguisti (tra i secondi, lui), gli frulla insistente per il capo il verso "Dal dì che nozze e tribunali ed are..." e non sa il perché dell'affiorare lì, dal naufragio delle sue letture liceali, di tale relitto: forse il perché è troppo evidente? Comunque sia, gli si aggrappa per non affondare. Per farne cosa, però? Buono per giuristi e religiosi: ma i linguisti? A nozze, nel verso, per valori formali si può fare equivalere lingue, tuttavia. Proviamo, si dice. "Dal dì che lingue e tribunali ed are...: basta questo verso del Foscolo...". Nessuno fa una piega. Forse per la stanchezza. O forse per pietà, solidarietà, gratitudine. Non importa se consapevole o inconsapevole. "Miglior conclusione..." gli fa da eco. Missione compiuta: contenti i linguisti, e più contenti i giuristi. La paracitazione consente a tutti, esausti, di abbandonare l'aula: "Vero è ben, Pindemonte! Anche la Speme, ultima dea, fugge i simposi".

24 gennaio 2010

"Me Tarzan you Jane"?

A spasso per librerie aeroportuali:
"Che cosa fa di un uomo un "vero" uomo?"
Vito Mancuso, La vita autentica

15 gennaio 2010

Parole che parlano (3): Stimare

Dal Web: "Haiti: almeno 50.000 vittime stimate". Da parte di chi la gestisce e solo adesso, benevolo, la elargisce, per far cassetta con lo scalpore, la stima giunge ancora una volta troppo tardi per gli abitanti di Haiti in questione, a quanto pare.

Che tempo fa?

Il tempo: un dì, tema di conversazione futile e inconcludente per eccellenza, il più neutro che ci fosse, da evocare quando si voleva esser sicuri di non urtare la suscettibilità di nessuno: in molte lingue, le descrizioni dei suoi eventi non sono appunto sintatticamente impersonali? Questione da mettere sul tappeto perciò, quando si intendeva intrattenersi con chicchessia, parlando in realtà proprio di nulla e mettendo solo a frutto così la funzione che Roman Jakobson chiamò fàtica.
Ebbene, ci avranno fatto già caso i due vigili lettori di Apollonio, il tempo è divenuto negli ultimi decenni (e oggi fragorosamente) uno dei soggetti più vivi e presenti nella comunicazione, e non solo in quella che si svolge sugli ascensori condominiali. Nugoli di scienziati l'hanno eletto a centro dei propri interessi. Uomini politici di rilievo mondiale costruiscono le loro fortune e ricevono premi cospicui e attestati di stima universale mostrando di preoccuparsene molto. Conferenze internazionali gli sono continuamente dedicate, con contenziosi sterminati e contestate firme di trattati, poi sottoposti all'approvazione di assemblee politiche nazionali e sceverati, in tutte le loro pieghe, dagli organi di stampa e dall'opinione pubblica più avvertita, che nel frattempo si tiene al corrente senza distrazioni su bollettini meteo che, più di quelli di guerra nei tempi delle guerre, lanciano allarmi a ripetizione e turbano i sogni già agitati della fetta grassa dell'umanità. Pioverà? Non pioverà? E se nevicherà, sarà troppo o mai abbastanza? Quanto estremo sarà il fenomeno atmosferico? Da quanto tempo, in luglio, non faceva tanto caldo? E quante migliaia di vittime si dovranno attribuire a tale picco? O alla violenza degli elementi?
Il tempo: insomma, uno dei temi più presenti del presente, e dei più caldi, anche nella vita quotidiana. Ad affrontarlo a cuor leggero si rischia di ferire, come con la religione, risentite suscettibilità, convinzioni radicate, credo profondi. Apollonio non esagera: gli è accaduto qualche tempo fa di essere in proposito giustamente ripreso da una studentessa, per un esempio linguistico costruito con improvvida e scherzosa spensieratezza a partire dai fiocchi di neve che si vedevano scendere di là dai vetri della finestra dell'aula. E ha chiesto scusa, perché il tempo è appunto adesso marca del presente, tema sensibile, su cui si sono addensati (dire perché sarebbe facile ed è quindi inutile) i nembi tempestosi dei sensi di colpa umani più ancestrali, come di quelli più estemporanei: con l'incombenza dell'ineluttabile punizione. Tanto più tremenda perché appunto, attraverso il tempo e come dice la sintassi delle lingue, impersonale: cielo senza dei, cieco boia, con una saetta, di un autolesionismo umano che continua a gonfiarsi smisuratamente e sembra perciò sempre più prossimo ad esplodere.
Apollonio pregusta perciò già il giorno (non lontano, c'è da pensare) in cui lascerà questo mondo, trasferendo la sua anima sui Campi Elisi, mai turbati da tempeste, nell'eterna ed immutabile mitezza del clima: lì, che egli senta discutere del tempo è improbabile. Ma non è solo ciò a rendergli desiderabile quel giorno. A caccia di autografi sui libri che, nell'ora di quel passaggio, l'accompagneranno moralmente, pregusta ancora di più l'incontro con anime grandi dei tempi che furono e con qualche buon sodale frettoloso e già prematuramente trasmigrato. È certo: curiosi ma supponenti, molti gli chiederanno: "E dicci, stupida recluta dal numero alto, qual è oggi la principale ambascia del mondo? Quali pensieri agitano il consorzio umano da cui vieni? Di cosa mai si discute lassù, tra i momentaneamente vivi?". "Del tempo", risponderà allora Apollonio a quegli spiriti accarezzati dai freschi zefiri elisei: e sogghignerà, sicuro di lasciarli, lui, quel dì, stupefatti.

13 gennaio 2010

Eccellenti insegnamenti

Un giovane finanziere cinese dona 8.888.888 dollari americani alla Yale School of Management. In quella istituzione accademica statunitense, arrivato pochi anni prima dalla patria Università del Popolo, egli ha conseguito due master nel 2002. Tre anni più tardi ha dato avvio al fondo Hillhouse Capital Management, che oggi dirige e gestisce e i cui profitti gli hanno permesso, in breve tempo, di fare quella donazione da Paperone.
Notizie che Apollonio trova sulla stampa. Dagli articoli che ne riferiscono deborda l'ammirazione tanto per il gesto munifico quanto per il sistema accademico ed educativo in cui è esso maturato e che lo ha reso possibile. Al suo modello, le istituzioni che provvedono all'istruzione superiore in tutto il mondo dovrebbero ispirarsi. Negli stessi scritti infatti s'alza la complementare riprovazione per quei sistemi che renderebbero impossibili tali miracolose evenienze, non perseguendo (come farebbe invece l'università americana) l'eccellenza e il merito: ovvio e non implicito, in proposito, il riferimento alla derelitta università italiana, da redimere quasi per intero.
Apollonio è solo un autodidatta. Non sa cosa si insegna nelle scuole di eccellenza. Dubita tuttavia che vi si insegni ciò che gli ammirati articoli che egli ha letto pare vogliano lasciare credere: cioè che il danaro cresca spontaneamente sui rami degli alberi e che quindi il grande merito di chi ne fa tanto sia di sapere in quale Eden ciò si verifica.
A credere alla stampa, del resto, sembra non si debbano al fortunato giovanotto invenzioni, scoperte, avanzamenti della conoscenza tali da far pensare che la tanta ricchezza che ha sì velocemente accumulata e che gli ha consentito l'obolo sesquipedale, se è arrivata alle sue tasche, non sia venuta via, come di norma accade, da quelle di altri. Anzi, come sempre succede quando il denaro è veramente tanto, dalle povere tasche di molti altri: con ogni probabilità, e per vie neppure troppo indirette, messi a lavorare proprio in Cina per lui e per i profitti del suo fondo.
Il dono alla Yale School of Management è quindi riconoscimento e grata ricompensa per l'istituzione che gli ha insegnato i mezzi più efficaci ad operare simili trasferimenti, per designare i quali il lessico comune delle modeste lingue umane dispone di crude parole, già certamente affacciatesi allo spirito acuto dei due lettori di Apollonio.
Insomma, ne sortisce una vicenda da autentico anti-Robin Hood, perfetta illustrazione della Neolingua, che chiama dono ciò che è ben altro e che cantori del mondo che verrà, illuminati (o forse solo abbagliati dal sinistro riverbero dell'oro?), vorrebbero stesse a fondamento espressivo (quindi teoretico, oltre che morale) della più alta istituzione educativa dell'erigenda società globale.

12 gennaio 2010

Ah! le bricoleur du dimanche...

"Todo el mundo conoce la figura de De Saussure en su faceta de creador del estructuralismo lingüístico. Pero son muchos menos los que saben que él fue de profesión indoeuropeísta, disciplina a la que hizo aportaciones de trascendencia. Hombre no demasiado prolífico, no demasiado constante, fue más propenso a abrir caminos nuevos que a recorrerlos hasta el final" (Francisco Villar, Los indoeuropeos y los orígenes de Europa, Editorial Gredos, Madrid 1996, p. 200).

31 dicembre 2009

Schivare il genere

In italiano, schivare il genere, ove il genere è (divenuto) materia sensibile, non è facile: ma non è impossibile. Tentarci è dunque doveroso, se si ha a cuore (come si dovrebbe) la correttezza politica dell'espressione. Sotto si mostra, a prova e suggerimento per chi ne avesse eventuale interesse, come si sarebbe potuto farlo per una vicenda recente, qui presa a pretesto.
Il caso è esemplare, perché estremo per qualche suo non marginale aspetto. Solo a poche righe di distanza o, oralmente, nello stesso discorso, chi ne ha riferito è incappato infatti (e Apollonio è lungi dal credere che ciò sia accaduto per malcelata tartuferia) in buffe alternanze d'articolo (il o la?), in cangianti designazioni (gli amici o le amiche?) in accordi mutevoli (è stato interrogato o è stata interrogata dal giudice?). Sodali di Apollonio particolarmente vigili (e così si schiva il genere anche qui) l'avranno certo notato e ne serberanno vivida memoria. Comunque sia, ecco come si sarebbe potuto riassumere il complesso garbuglio, non attribuendo a un genere determinato nessuna delle personae coinvolte e quindi mantenendo al proposito immacolata e politicamente correttissima la propria prosa.
Ad uso di benpensanti plaudenti e voraci di scritti e spettacoli stomacanti, monta traboccante (così s'espresse grande e abruzzese ierofante) "vil canizza gazzettante". Strombazza che, simili a delinquenti e qual sicofanti, agenti, anzi, per precisione, piedipiatti militari insistentemente postulanti, complici confidenti turpi e vociferanti, avrebbero accertato e propalato, video-incontrovertibilmente, storia triste e scottante, fin lì latente, di eminente politicante, dirigente e pubblicamente dominante (ormai tuttavia declinante, auto-flagellante e languente in convento), privatamente debole e intemperante, poco lungimirante e per nulla raziocinante, cliente di amanti bivalenti, mestieranti e aberranti, che semi-demente pagherebbe, insieme con stupefacenti, in gran contanti. Gaudenti? Dolenti? Felici? Infelici? Non si sa. Certo, tutt'altro che fini ed eleganti, anzi proprio disavvenenti e niente affatto galanti. Però, come sembrerebbe evidente, per l'utente, sebbene convivente con coniuge piacente, molto piccanti, attraenti ed eccitanti, forse perché perturbanti, erranti e transeunti. In possibile nesso, accade inoltre urente incidente, malauguratamente con conseguente non più vivente: indagano inquirenti zelanti e valenti. Morale: "Sic transit gloria mundi" e, in ispecie,"concupiscentia eius".

28 dicembre 2009

Parole che parlano (2): Agguato

Chi subisce un'aggressione non è necessariamente vittima di un agguato. Eventualmente solo potenziale, un agguato è un'aggressione dai modi particolari di insidia e di tranello. Un buon sinonimo di agguato è imboscata: trasparente. È il caso di ricordare simili banalità a chi padroneggia un italiano anche solo approssimativo? No.
Cosa significa allora il fatto che agguato ricorra bellamente al posto di aggressione non solo in discorsi pubblici (sarebbe nulla: si sa che sono sempre approssimati per eccesso) ma anche in conversazioni private? Perché lamenta d'essere stato oggetto di un agguato chi, in modo più generico e non necessariamente meno grave, è stato aggredito?
Rolando vittima dei Mori, ispirati da Gano: ecco cosa fa agguato. Istituisce un eroe e un anti-eroe. E con una più grave riprovazione per l'anti-eroe, fellone, mette nel racconto del fatto il carico d'una supplementare compassione per l'eroe, magnanimo fin sul baratro di un'esiziale ingenuità.

23 dicembre 2009

Bolle d'alea (11): Tennyson

"For nothing worthy proving can be proven / nor yet disproven: wherefore thou be wise, / cleave ever to the sunnier side of the doubt / and cling to Faith beyond the forms of Faith".
Una fede di là dalle forme è fede nel dubbio. Forse abbagliato dalla luminosità dell'aria della sua soleggiata Citera, Apollonio legge così questi versi di Alfred Tennyson, poeta laureato. E così li gira ai suoi lettori, come messaggio coerente con la stagione. Godano di fede nel dubbio e di buona disposizione d'animo. Sono ricchezze umane modeste ma, tra le morali, è dubbio che ce ne siano di più preziose.

19 dicembre 2009

Ordini dei nomi (e cognomi)

Muore un vecchio giornalista. La rubrica dei necrologi del quotidiano per cui scriveva si gonfia di bei nomi della stampa, in maggioranza uomini. Fra loro, alcuni associano una donna alla loro partecipazione al lutto: ragionevolmente la moglie, la compagna (designazione che fa tanto vecchia politica, però) o, forse, la fidanzata (come s'usa dire oggi, per far mostra di leggerezza). L'ordine con cui le coppie nominano se stesse è vario e di un certo valore, suppone Apollonio, per chi si interessa della lingua, della cultura e della società italiane contemporanee e delle loro stratificazioni e tendenze, perché (come al solito) poco è più rilevante di un dettaglio.
Sotto il segno dell'esibizionismo neoperbenista, che vuole al primo posto le donne, a qualsiasi costo, c'è da un lato, piccolo-borghese, la "norma a rovescio": Elisa e Massimo Gramellini si stringono... C'è dall'altro, radical-chic, "la norma? La si fa nuova noi": Alice Oxman e Furio Colombo si uniscono...
Sotto il segno invece dello stile veteroliberale, che sa che talvolta passano avanti gli uomini, c'è da un lato, funzional-paritario, l'"ogni cosa al suo posto, un posto per ogni cosa": Enzo Bettiza e Laura Laurenzi abbracciano... C'è, dall'altro, il conservatore "il classico non passa mai": Carlo e Daniela Rossella partecipano...
Ciò detto, pensino i due lettori di Apollonio quanto tempo si risparmia a leggere i necrologi invece degli articoli dettati da tante firme prestigiose e quanto sia utile a intendere il mondo d'oggidì il quadrato del vecchio filosofo bizantino Michele Psello (cui la modesta applicazione di Apollonio malamente s'ispira).

28 novembre 2009

"Ne dites pas à ma mère...


















...que je suis dans l'université. Elle me croit pianiste dans un bordel".

Fiorello: a Sanremo mai
Fiorello dice no a Sanremo. Quest'anno se lo si intende in veste di ospite, per sempre se lo si volesse conduttore del Festival. Lo spiega lui stesso agli studenti della Cattolica di Milano. "Non è il mio mestiere. Voglio stare da solo sul palco, sono un egocentrico".

La Stampa, sabato 28 novembre 2009, p. 37 ("Cultura & Spettacoli": appunto).
[A Jacques Séguéla il merito della felice espressione, qui presa a prestito con una piccola variazione].

22 novembre 2009

Babele

La storia è nota ma vale la pena di rifletterci un po', per provare a capire quante cose può raccontare.
Dio crea separando e opponendo: si potrebbe diversamente? Solo il caos è globale. Distratto, il caso specifico dell'espressione umana doveva essergli sfuggito, nel corso dei celebri sei giorni e per qualche seguente settimana. E così, eguale per tutti, la lingua era rimasta chiaramente creazione incompiuta, anche perciò foriera di intraprese umane stupide e deliranti. Tale dovette presentarsi al creatore l'abbozzo della famosa torre: prima costruzione a cui fondamento stava l'idea del mattone. Decise quindi di benedire quella genia che egli medesimo, dandole una sola parola, aveva fatta sconsiderata e ne perfezionò per quanto possibile la natura con la confusione delle lingue. Pose così anche lì il solo seme fruttuoso per un'eventuale intelligenza umana: il seme della differenza comparabile e della percezione del limite. Troppo tardi, però.
Le cose erano infatti andate già avanti. L'imperfezione creativa della parola stupida e eguale per tutti aveva avuto tempo di sedimentarsi e di lasciare così il suo veleno nel fondo dell'animo umano. Di lei si alimenta il sogno violento e nichilista di indistinzione, il cupio dissolvi che attraversa la storia intera dell'umanità, tanto nella forma dell'assoluta separatezza di un idioma, quanto in quella della sua assoluta prevalenza e affermazione, equivalente all'assoluta prevalenza e affermazione di un solo punto di vista, che l'essere eventualmente quello giusto o il più efficace non salva dagli effetti rovinosi della stupidità.

8 novembre 2009

La reazione chomskiana

"From now on I will consider a language to be a set (finite or infinite) of sentences, each finite in length and constructed out of a finite set of elements. All natural languages in their spoken or written form are languages in this sense, since each natural language has a finite number of phonemes (or letters in its alphabet) and each sentence is representable as a finite sequence of these phonemes (or letters), though there are infinitely many sentences".
È un celebre passo in apertura di Syntactic Structures di Noam Chomsky e, per le discipline che hanno per oggetto l'espressione umana, un'auto-ribadita sentenza di reclusione.
Per una scienza autentica, la natura del suo oggetto è sempre altamente problematica, se non misteriosa. In proposito, la linguistica è caso particolarmente malavventurato. Una ricca tradizione le fornisce infatti un modo comodo e facile per aggirare il cruciale problema: l'ipostasi del luogo comune grammaticale (questione che fu vivamente presente a Ferdinand de Saussure e, purtroppo, a pochi altri dopo di lui).
La natura di lingue e linguaggio viene così aprioristicamente determinata e i fantasmi metalinguistici della grammatica diventano gli enti elementari che qualificano e costituiscono l'oggetto di indagine.
Lingue e linguaggio? Fatti di un insieme finito di elementi, indefinitamente combinabili. L'immagine emblematica? Naturalmente i fonemi, ridotti per rivelatrice comparazione al formato concettuale delle lettere dell'alfabeto. Nella versione chomskiana di tale erronea banalità, resta da stabilire come tali elementi si combinano, in modo infinito, e il muro di mattoni che imprigiona da sempre la scienza dell'espressione umana è così ancora una volta innalzato, dietro la vanteria d'avere in tal modo dato vita a una svolta epistemologica epocale.
Ma dove stanno i mattoni prima di stare nelle composizioni, dove i fonemi (e le parole) prima di stare nei discorsi? Ci sono parti, nell'attività espressiva umana, che esistono prima dei sistemi in cui analiticamente le si rileva? E non è l'integrazione in tali sistemi (e solo essa) a renderle parti analiticamente rilevabili?
Lettere e alfabeto sono oggetti comodi, come molti altri prodotti dell'ingegno umano, pigro e utilitario. Prenderli, per pregiudizio ontologico, come le collezioni degli enti elementari dell'espressione umana, così peraltro caratterizzandola, significa consegnarsi (consapevolmente?) a un imbroglio e abbandonarsi a un'erranza. Significa far finta di occuparsi di lingue (e linguaggio) per continuare invece a fare ciò che la più cieca e retriva dottrina grammaticale fa da millenni: parlare di se medesima, avvitandosi su se stessa all'infinito.
Poche righe, come si vede. Passarono per eversive e sembrarono subito alla moda: un nuovo andazzo, ben accetto perché era ed è compatibile con antichi pregiudizi e persistenti luoghi comuni, sotto le spoglie up to date sempre necessarie al mantenimento d'ogni ideologia (scientificamente) reazionaria.
Poche righe bastevoli für ewig a caratterizzare come corrivo un programma che chi le concepì e le scrisse e i suoi innumerevoli epigoni pretesero e continuano a pretendere rivoluzionario, proposto perciò col contorno d'incessanti contorsioni e complicazioni: apparente inquietudine, fin qui servita a nascondere la cruda nudità di idee passatiste e, da sempre in materia di linguaggio, sovrane.

26 ottobre 2009

"Il est trop intelligent..."

Puntuale, arriva con l'autunno la stagione dei convegni. "Noi andiamo a *** per il convegno di *** " informano Apollonio, gentili, alcuni giovani conoscenti: "Andate, andate...".

Mentre li congeda, per una delle involontarie oblique associazioni che affliggono i pensieri degli anziani, si riaffaccia alla sua memoria un motto di Antoine Meillet. Gli giunse anni fa per tradizione orale.
Meillet aveva appena allontanato dagli studi linguistici un giovane promettente, a lui forse poco gradito, sconsigliandogli di proseguirli. Per giustificarsi, del benavventurato (o malcapitato) pare così dicesse: "Il est trop intelligent: il ne serait pas à l'aise parmi mes collègues".

"...e, mi raccomando, salutate per me la bella e felicissima città".

18 ottobre 2009

"L'influenza A é una normale influenza"

Strilla così da un annuncio pubblicitario che compare in questi giorni sui quotidiani italiani il povero Topo Gigio (povero ma, a quanto pare, ben remunerato: et pour cause).
E sotto, caso mai ci fossero dubbi su chi muove e fa parlare il simpatico pupazzo, si precisa: "é un'iniziativa congiunta" del Dipartimento per l'informazione e l'editoria della Presidenza del Consiglio dei ministri - Palazzo Chigi e del Ministero del Lavoro, della Salute e delle Politiche sociali.
Lo stridulo sorcio assoldato come sicario per una strage di stato dell'ortografia? Pagato a peso d'oro per dare il cattivo esempio linguistico? Per nulla. Piuttosto per celebrare l'apoteosi della genialità comunicativa dei persuasori occulti al servizio delle istituzioni, che (come i loro committenti) ne sanno una più del diavolo e mandano messaggi per via subliminale.
Con raffinata sottigliezza infatti mettono così l'accento sul fatto che il morbo non è grave ma che il suo attacco è già acuto.

L'annuncio, come compare nell'opuscolo ufficiale

14 ottobre 2009

Assoluto

"What fetters the mind and benumbs the spirit is ever the dogged acceptance of absolutes": parole di Edward Sapir, che non smettono di essere valide quando ciò che viene preso per assoluto è l'esito della prassi sociale popolarmente designata, da qualche secolo, come scienza.
Lungi dall'esser tale, si tratta piuttosto di nuova forma - neppure troppo sofisticata - dell'eterno rinascere dell'idra del conformismo, che signoreggia subdola in laboratori ed università (oltre che nelle redazioni dei giornali, nelle case di produzione di spettacoli, nei circoli e nei partiti politici) esattamente come tra seminaristi e tricoteuses.
Sempre ridicolo, il conformismo, ma non perciò meno pericoloso, per la buffa combinazione (colta da sempre nella tragedia e grandiosamente nelle tragedie della storia recente) che del peggio dei conformisti fa proprio ciò per cui essi sono comiche e grottesche marionette, meritevoli al massimo (anche da parte delle loro vittime) di sorridente scherno.
Sempre stupido, il conformismo, senza riguardo ai pulpiti da cui esso viene propagato: vi tuoni, per appropriazione che più indebita non potrebbe essere, la parola di un dio, anzi di Dio, o quella di un merito laico, di una competenza disciplinare solo presunta. Irrimediabilmente umani, merito e competenza sono infatti miserabili, se tromboneggiano e non sanno riscattarsi sorridendo anzitutto e dolceamaramente di se stessi e della propria relativa nullità.

4 ottobre 2009

«L'opposition au darwinisme s'est évaporée...»

Anthropologue, membre de l'Académie française, «parfois qualifié de 'Darwin des sciences sociales'», c'est René Girard qui l'affirme, dans une de ses interventions publiées dans le Monde des livres, au sujet du naturaliste anglais.
Girard ajoute: «...un peu comme si on voulait s'opposer à Newton ou à Einstein dans leur domaine. La première fois que je l'ai lu [Darwin], l'attitude était totalement différente. Il y avait encore une possibilité d'antidarwinisme réelle. Ce n'est plus le cas aujourd'hui, que l'on soit croyant ou pas: Jean-Paul II n'a-t-il pas dit qu'il voyait dans le darwinisme 'plus qu'une hypothèse'?».
Rien d'étonnant, à vrai dire. Un pape peut-il s'exprimer différemment? Tout ce qu'il imagine juste est par principe plus qu'une hypothèse. Parfois, c'est un dogme.
L'opposition au darwinisme s'est-elle finalement évaporée? Un pape (et quel pape!) a-t-il pu le définir comme plus qu'une hypothèse? Voilà des preuves écrasantes que le darwinisme dont l'immortel Girard parle n'a rien à faire avec la science.
Si une idée a une valeur quelconque, dans la science, c'est qu'elle ne peut jamais devenir un dogme: et il faudrait se demander sérieusement pourquoi au contraire le darwinisme a une nette tendance à le devenir. La valeur scientifique d'une idée réside dans sa nature de défi, qui réclame des objections. Et elle meurt, en tant qu'idée scientifique, si elle cesse de les provoquer.
Bref, une idée scientifique doit sa valeur à son éternel statut de simple hypothèse: elle peut se présenter parfois et temporairement comme la meilleure hypothèse, jamais comme plus qu'une hypothèse.

1 ottobre 2009

Dall'ultimo banco, il buon Nando (1)

"Possiamo dire che il linguaggio è la facoltà di associare il contenuto all'espressione allo scopo di manifestarlo". Professoreggia così oggi il docente di linguistica dalla sua prestigiosa cattedra, in una delle sue prime lezioni.
Seduto all'ultimo banco, ponendo la massima attenzione a non farsi notare troppo, perché è sempre stato l'ultimo della classe, il buon Nando lo ascolta.
Del resto, ciò che il professore sta dicendo è quanto sta testualmente scritto sul principio del suo manuale: un manuale fondamentale. E su quello bisognerà studiare, per passare l'esame: Nando lo sa.
Se io mi prefiggo lo scopo di manifestare uno specifico contenuto - pensa però Nando - non posso che possedere già tale contenuto e possederlo consapevolmente. E come faccio a sapere che lo possiedo, se esso è ancora contenuto senza espressione e l'espressione devo ancora trovargliela? Come me lo sono detto, quel contenuto? Come do contenuto alla mia intenzione?
Ma - continua a pensare Nando - io sono solo l'ultimo della classe e sono anche un po' scemo. Che sto a chiedermi?
Per essere diventato professore, il professore, ai suoi tempi, sarà certo stato il primo della classe e se dice così, lo dice perché sa ciò che dice. Significa che ai primi della classe e ai professori capita così: hanno nella testa contenuti. E lo sanno. E viene loro voglia di vestirli di un'espressione, per manifestarli magari ai poveri cristi come me.
Agli ultimi della classe, invece, i contenuti vengono sempre associati ad espressioni e le espressioni associate a contenuti. Ed è chiaramente per questa ragione - conclude - che sono gli ultimi della classe: e io con loro.
Abbassa ancor di più la testa, il buon Nando, e continua ad ascoltare il professore: "...questa definizione può essere illustrata con esempi di diversa natura..."

[Ancora una nuova rubrica - se Apollonio ce la fa -, dedicata non solo ai manuali di linguistica ma, in genere, a chi sta in cattedra]

30 settembre 2009

La domenica del villaggio

Apollonio non ha visto il film Baarìa di Peppuccio Tornatore (Bagheria, 27 marzo 1956, secondo Wikipedia): capitasse e ne valesse la pena, ne dirà. Nella sua Citera, ne legge però gli elogi in "Quando l'Italia intera si chiamava «Baarìa»", sulla prima pagina del Sole 24 Ore dello scorso 27 settembre, a firma di Gianni Riotta (Palermo, 12 gennaio 1954, secondo la medesima fonte), direttore dell'organo di stampa della Confindustria. Elogi sperticati? Forse, ma con una puntura di spillo, che illustra l'Italia dei campanili (linguistici), e non solo essa, a chi è capace d'intenderla.
Naturalmente, come minuscolo dettaglio, la puntura è impercettibile ai più. Invece, è essa a dare il tono all'edificante articolessa. A suo modo, sottotraccia, la mette anche un po' in salvo dall'onda straripante della retorica. "...faremo il bene tutte le volte che lavoreremo per «Baarìa», la comunità...", vi si legge, per esempio.
"«Baarìa», il villaggio di Bagheria nei pressi di Palermo", scrive infatti a un certo punto il palermitano Riotta, lodando il film del bagherese Tornatore, in un passaggio innocentemente referenziale, all'apparenza. Urta invece così la sensibilità d'ogni bagherese bennato, che (come certo Tornatore: il film ne sarà testimonianza) considera Palermo un informe agglomerato urbano (verso il quale, eventualmente, "si scende") cresciuto irragionevolmente ai margini della sua (un dì?) ridente città. Baarìa, ombelico del mondo, un villaggio nei pressi di Palermo? Velenoso oltraggio di uno di quei volgari borgatari di palermitani.
Per chi lo intende, il particolare svela allora che, sulla scena nazionale, l'articolo è, più convenientemente, un gattopardesco ammiccamento alla Tancredi Falconeri: "mio prode amico", "Di voi... Crispi mi ha detto un gran bene". Tancredi Falconeri, il fortunato ed abile nipote di Don Fabrizio, quello che gli dice, con enfasi, "Saluti, zione, tornerò col tricolore" e che, fatta l'Italia, colloca la sua brillante carriera politica alla sinistra estrema della destra più moderata: c'è una posizione migliore per confezionare edificanti predicozzi domenicali?
Insomma, Sainte-Beuve, caro Proust, aveva ragione ma à rebours: tenerne presente la lezione, serve a leggere ciò che scrivono i giornali, oltre che naturalmente a intendere la letteratura e il cinema. E il buon Principe di Lampedusa, che stava sulla sua scia, della Sicilia e dell'Italia aveva del resto capito tutto.

28 settembre 2009

Bolle d'alea (10): Braque, Jakobson

"Je ne crois pas aux choses, mais aux relations entre les choses": sono parole di Georges Braque. Roman Jakobson le fece proprie in un suo scritto e, a quanto pare, esse erano non di rado presenti sulle sue labbra. Marcano una stagione culturale ormai perenta? Una ragione di più per ricordarle.

24 settembre 2009

Lingue globali

Meravigliose forme dell'espressione umana oggi condannate (loro malgrado) a venir lodate, in un'epoca d'utilitarismo dalla vista cortissima, per essere state, nel contempo, lingue di feroci schiavisti, di famelici eversori di antiche civiltà, di equipaggi di implacabili cannoniere, diventando così lingue parlate (e sarebbe un merito?) in tutti i continenti.
Globale? Dovrebbe suonare insulto, se detto di una lingua e se la vita umana singolare e quella collettiva, che prende il nome di storia, non fossero l'ammasso di violenze inespiate e di deliranti irrazionalità di cui un barbaro non privo d'ingegno disse un dì "a tale told by an idiot, full of sound and fury, signifying nothing".
Per dirlo, si espresse appunto in un idioma che sarebbe divenuto globale e che, nelle sue parole, era ed è rimasto cosa completamente diversa: come ogni lingua, personale e, al tempo stesso e per questa ragione, universale.

19 settembre 2009

Linguistica delle particelle

Per Adamo, resistere a Eva era impossibile: in parallelo, Per Adamo, la resistenza a Eva era impossibile.
Procedendo, il parallelismo cessa, tuttavia: Sì, hai ragione, resisterle gli era impossibile è di nuovo impeccabile (sarà lecito dirlo? Il cielo non ne voglia ad Apollonio).
Non è impeccabile invece *Sì, hai ragione, la resistenzale gli era impossibile (e come escludere un coinvolgimento anche in questa minuzia di un ironico cielo?).
Banale quanto si voglia, l'osservazione getta un minuscolo raggio di luce radente sulla questione della natura morfosintattica delle particelle personali atone italiane (e romanze). Mera morfologia verbale. Come molta altra morfologia, determinata da determinabili interdipendenze sintattiche, naturalmente, ma mera morfologia verbale.

16 settembre 2009

Parole che parlano (1): Glottologia

Graziadio Isaia Ascoli, padre degli studi linguistici moderni in Italia, battezzò così nell'Ottocento la sua disciplina.
Per renderla indubitabilmente e per sempre sua, Ascoli fece l'originale: le diede un nome nuovo. Bisognava reggere il confronto con la millenaria nobiltà di "filologia" e, da parvenu accademico, fece in modo che tale nome paresse quello di un'antica dottrina. "Linguistica"? Troppo semplice e banale.
L'esito fu di palese cattivo gusto. E tale permane. Ha un insopprimibile nonsoché di comico involontario. Sa di pleonastico orpello ed è sempre a rischio di ridondanza.

12 settembre 2009

"Berlusconi fa l'ottimista"

...è il titolo di un articolo comparso su un quotidiano pochi giorni fa, nelle pagine dedicate allo sport. Si parla quindi del presidente di una società calcistica: per i lettori, ciò sia garanzia della distante serietà di questo post. Apollonio non è d'improvviso ammattito e non li sta piombando nell'ennesima noiosa riproposta del tema di discussione più inconcludente e corrivo che l'Italia abbia procurato a se medesima e ai suoi osservatori esterni negli ultimi sessanta anni.
Il costrutto testimoniato da quel titolo pare perfettamente identico, dal punto di vista formale, a quello esemplificato da Alessandro Del Piero fa il calciatore, Valentino Rossi fa il motociclista, Sofia Scicolone fa l'attrice, Andrea Bocelli fa il cantante e così via.
Interpretativamente, Berlusconi fa l'ottimista è tuttavia molto differente da questi esempi e parallelo, invece, a Vittorio Sgarbi fa lo sciupafemmine, Eugenio Scalfari fa il filosofo, Maria Grazia Cucinotta fa la primadonna: 'si atteggia a...', 'si comporta come se fosse...' e non 'esercita la professione di...', 'lavora come...'.
Simpatica curiosità dell'italiano, lingua di imbroglioni e di poeti (senza necessaria disgiunzione tra le due categorie) e quindi atta a mettere alla frusta chi, impettito, fa il linguista e si trova davanti due costruzioni che paiono perfettamente identiche, quanto alla forma, con interpretazioni che, messe a contatto, stridono e possono ispirare maliziose considerazioni culturali e complici sorrisi.
Facile pensare, infatti, che un italiano, per professione, faccia il falegname, il poliziotto, l'avvocato, il medico, il professore esattamente come, mettendo in opera un atteggiamento (che nulla garantisce sia autentico), fa il villano, il sordo e, di nuovo, il professore o il poliziotto. Facile immaginare che un italiano faccia il presidente del consiglio dei ministri, il magistrato o il giornalista come fa il damerino, l'uomo di mondo, il cascamorto, l'esperto di politica internazionale, cioè rappresentandosi, come un guitto, nel gioco sociale.
La differenza interpretativa pone peraltro questioni che non si possono facilmente liquidare come fossero effetti di fattori lessicali e lo si è già intravisto. Ci sono professori, infatti, che come altra gentaglia fanno i professori e ce ne sono altri che, grazie al cielo, salvano l'immagine della categoria (sempre a rischio di risultare odiosa) e hanno attitudini diverse e migliori.
È chiaro d'altra parte che specifici elementi lessicali possono volta per volta indirizzare verso il mestiere, e qualificare una costruzione che si è altrove proposto di chiamare Negotium, o verso l'atteggiamento, nella parallela e distinta costruzione Habitus. Non c'è nome, però, che in un opportuno contesto (non necessariamente scherzoso) non si presti a comparire nel costrutto Habitus.
È un tipico luogo comune pensare di un abitante di Napoli che sia sempre pronto a fare il filosofo: sarà stato questo il caso di Benedetto Croce? Conversamente, col continuo proliferare di nuove professionalità (non s'usa dire così?) e di modi fantasiosi di designare le vecchie, ci si sentirebbe di escludere che una ragazza domani possa fare la minimalista di professione? Per il momento, questo è certo, in Italia e fuori, c'è chi s'accontenta di trarre modesto profitto dall'Habitus.
Del resto, un padre cui la figlia nel primo dopoguerra avesse detto di voler fare la velina avrebbe avuto dubbi sulla sua sanità mentale; oggi, felice, l'accompagna ai provini. A nessuno viene più in mente che chi fa il cafone possa farlo in modo onesto ed onorato come mestiere. E tra i musicisti di un'orchestra c'è chi, per mestiere, fa il trombone e chi fa il violino, mentre tra gli accademici c'è chi fa il trombone e chi fa il leccapiedi: per mestiere? Di più: per vocazione.
Le differenze formali tra i costrutti Habitus e Negotium, però, ci sono e la disparità interpretativa non è il solo carattere che li opporrebbe, mentre tutto il resto li renderebbe identici: la fondamentale serietà della civiltà italiana (del lavoro) è dunque solida, anche se latente, e, per quanto periclitante, l'immagine nazionale può essere ritenuta salva.
Far venire fuori tali differenze, intendere cioè la loro sintassi, i processi attraverso i quali essi si fanno e di cui le diverse interpretazioni sono solo manifestazioni, è affare di una disciplina sperimentale come è la linguistica e quindi domanda che si creino opportune condizioni di osservazione.
Si fa così in tutte le procedure scientifiche, quando si costruisce un esperimento che mira a determinare esattamente i caratteri sistematici di un fenomeno. Capiterà forse di parlarne in una prossima occasione.
La certosina attività di creazione di condizioni di osservazione appropriate agli esperimenti è gran parte dell'impegno professionale del linguista e gli fornisce, inoltre, grandi ragioni di divertimento: certo, l'impegno e il divertimento di chi fa il linguista, non di chi fa il linguista. Beh, insomma, ci si è intesi, di chi, linguista, c'è e non ci fa.

2 settembre 2009

"I luoghi della traduzione"

Si svolgerà tra poche settimane a Verona l'annuale congresso della Società di Linguistica Italiana sul tema "I luoghi della traduzione": il valore metaforico di luoghi nel nesso è lampante (peraltro esso è ampiamente argomentato nella presentazione del convegno). La metafora localista, in linguistica, ha spalle larghe e tradizioni più che illustri: può sopportare bene la nuova estensione.
Del resto, traduzione è anch'essa creazione su base metaforica localista (e non si dovrà dire la medesima cosa di metafora?). La coscienza che con traduzione si stia maneggiando una metafora è naturalmente sbiadita. Si può quindi dire che, come il collo (della bottiglia) e la gamba (del tavolo), la traduzione (linguistica) sia una catacresi.
Combinare tuttavia una metafora localista con una catacresi localista produce una bizzarra reazione: sono gli scherzi della lingua, che è sempre combinazione (cioè sintassi) e mette sempre a rischio gli esseri umani di far figura da apprendisti stregoni.
La metafora di luoghi smaschera, per così dire, la catacresi di traduzione. Traduzione ne viene come riportata al suo grado zero e, per il contraccolpo, anche l'interpretazione di luoghi torna alla sua non-marcatezza. I luoghi della traduzione: la maionese impazzisce; tutto torna alla sua piatta normalità; tutto ridiventa d'improvviso stupidamente luminoso.
L'effetto interpretativo, con la sua ambiguità, è spettacolare e c'è da credere che chi ha proposto un titolo del genere per un congresso di studiosi della lingua abbia le doti di finezza e di umorismo che si attribuiscono di norma ai poeti (e che non dovrebbero ovviamente mancare ai linguisti).
"La tradotta che parte da Torino / a Milano non si ferma più / ma la va diretta al Piave, / ma la va diretta al Piave" cantavano gli Alpini, parlando appunto dei tragici luoghi di epocali traduzioni.
"Il luogo della mia traduzione? Auschwitz", avrebbe forse risposto Primo Levi a chi l'avesse interrogato in proposito, subito dopo il suo ritorno. Ohibò! la nuova Babele, la sede dell'infernale confusione delle lingue. Il cerchio si chiude.
Che la stupidità luminosa del grado zero, in linguistica, sia più rivelatrice dell'intelligente metafora?

1 settembre 2009

Piccoli, periodici malanni

Chi ha amore per la lingua ha da subire, come ogni povero cristo, dei piccoli periodici malanni. Glieli impone il fortunato stare a questo mondo, naturalmente, e il ciclico ripresentarsi, a questo mondo, delle tirate pedanti dei Soloni o pedestri degli Antisoloni, ormai sempre più spesso post-accademici e intrufolati nelle pieghe delle comunicazioni di massa. Per entrare coi loro libri in modeste classifiche di vendita, costoro prendono la parola in nome della cosa più silenziosa che ci sia, la lingua, e, col pretesto e vestendosi d'autorità, pretendono di dire cosa in proposito va fatto o non va fatto: complici oggi case editrici un tempo illustri e recensori compiacenti, perché chiaramente venduti all'andazzo.
In questi mesi, per es., pare vada di moda cavalcare la tigre e proclamare la libera uscita per usi che sono già intrinsecamente liberi e che se ne impipano (per dirla con Manzoni) della dotta riprovazione o della demagogica approvazione di chicchessia. Silenziosi come sono e come sono gli eventi naturali, essi domanderebbero forse all'intelligenza solo d'essere conosciuti, amorevolmente interrogati, ove possibile, spiegati.
Ma ai Soloni e agli Antisoloni, del silenzio della lingua e del suo farsi, cosa importa? Non sono uomini, sono caporali. Sanno come ci si comporta in società, con caporalesca finezza, strombazzano precetti o antiprecetti e provano a trarne anche il massimo profitto, facendone cassetta.
Parrucconi vestiti sempre all'ultima moda, si mettono così alla testa della rivolta delle lingue "giuste e vere" contro le presunte "finte e sbagliate", "sbagliate" anche per la pretesa d'essere corrette. E non capiscono che l'unica lingua finta e scorretta è quella in cui loro medesimi scrivono; e forse, per il linguista, per chi ha veramente amore per la lingua, nemmeno quella, perché il suo genio impersonale si fa beffe dell'interessata furbizia di coloro che pensano di abusarne e ne sono invece implacabilmente smascherati.
Piccoli, periodici malanni: finché si starà a questo mondo, passeranno. Poi, li si passerà ad altri.

Lingua nel pallone (2): Ancora su "attaccare la profondità"


Per le vie brevi, una lettrice che si dichiara lontana dall'attuale gergo degli appassionati del gioco del calcio, curiosa, chiede lumi ad Apollonio quanto alle espressioni che figurano nel post precedente. Ecco dunque qualche glossa approssimativa, pronta per un ideale dizionario dell'effimero.
Prendere in mano la squadra (più correttamente ed in origine, prendere per mano la squadra): fungere da punto di riferimento, in campo (ma anche fuori del campo), per i compagni di gioco; soprattutto nei momenti critici, guidarli, come un adulto fa con i bimbi, verso obiettivi che parrebbero loro difficilmente raggiungibili e portarli a conseguirli (talvolta in modo insperato).
Giocare tra le linee: detto di calciatore che opera tra il centrocampo e l'attacco, essere capace di trovare spazi di gioco non coperti dalle tattiche difensive degli avversari nella propria area di competenza del campo.
Attaccare la profondità: avere la capacità e la propensione ad andare, con o senza possesso della palla, verso il fondo della parte del campo di pertinenza degli avversari (e quindi anche verso la porta), penetrandone perpendicolarmente le linee difensive.
Cercare il triangolo: passare il pallone a un compagno, scattando immediatamente verso una posizione avanzata, suggerendogli così col proprio movimento un rapido e successivo passaggio che, col primitivo e col movimento senza palla, completa sul campo l'ideale figura di un triangolo. Per un comportamento del genere, ma in una prospettiva più generale, si adopera anche l'espressione dettare (a qualcuno) il passaggio.
Vedere la porta: avere una particolare attitudine al tiro verso la porta avversaria, da posizioni varie e con rilevanti percentuali di buon esito.
Apollonio passa tuttavia la palla a chi, dei suoi due lettori, potrà e vorrà apportare a queste modeste glosse correzioni e aggiunte migliorative.