Appare in ogni dove. Non dà prova così della propria laboriosità? Del proprio valore? Per nulla. Mostra semplicemente ciò che è: una malerba, una persona infestante.
21 giugno 2021
20 giugno 2021
Sopra un "tardivo approdo alla cattedra"
"Non ho mai pensato che il tardivo approdo alla cattedra del professor Umberto Eco, all'età di quarantatré anni, per quanto paradossale, possa avere costituito per lui un problema": così un importante amico di Umberto Eco scrive dell'amico, in un libro comparso qualche tempo fa. È un pensiero affettuoso ed è certo un ricordo degno di fede. Ma perché qualificare come "tardivo" quell'approdo?
Si parla della prima metà degli anni Settanta del secolo scorso e, allora, professore universitario voleva dire professore ordinario. Di professori universitari a pieno titolo non ce n'erano altri: gli altri erano "incaricati interni" o "esterni" e, al massimo, "stabilizzati". Eco prestava già la sua opera all'università da alcuni anni, appunto come incaricato.
C'era certo chi arrivava alla cattedra prima dei quaranta anni: ma ciò accadeva raramente. Rarissimamente, c'era chi ci arrivava persino molto prima. Meno raramente, c'era chi ci arrivava dopo i quaranta anni e, talvolta, molto dopo. A occhio, si può dire insomma che, per un fresco ordinario, un'età di circa quaranta anni, l'età cioè in cui Eco fu innalzato alla cattedra, era tutto fuorché tarda. E che se a Eco accadde così, si può dire che nel suo caso si rimase nella norma.
Si obietterà però che fuori della norma era Umberto Eco. Ed è vero, verissimo. Si continuerà dicendo che a una personalità eccezionale come la sua il massimo riconoscimento accademico andasse tributato prima. E anche con ciò non si può non concordare. È del resto quanto il vecchio amico di Eco oggi vuole lasciare intendere.
Ma di ciò che oggi si sente come vero, perché lo è umanamente, la storia se ne impipa. E c'è allora da fare una precisazione storica, perché forse di certe condizioni sociali di un tempo nemmeno troppo lontano si è già persa la memoria e c'è chi pensa che il mondo sia sempre andato come pare che vada oggi.
Si era agli ultimi fuochi, ma allora, la società contava ancora un certo numero di "corpi separati", per usare una metafora politico-diplomatica. Anche quanto all'area umanistica, l'università era ancora largamente un "corpo separato". Di cosa avvenisse all'interno delle sue mura, l'università era chiamata a rendere il minimo conto. Di cosa avvenisse fuori delle sue mura, non si può dire se ne infischiasse (non lo ha mai fatto), poteva però rimanergli a lungo indifferente. Talvolta, indifferente per sempre. Successo e fama mondani erano appunto mondani. Dentro le abbazie accademiche, ne giungeva certamente l'eco, ma spesso poco ci si badava. Talvolta, se ci si badava, era perché lo si riteneva un fastidioso rumore di fondo.
Fosse bene, fosse male che in linea di massima all'università si procedesse così non è qui in discussione. Ma non avere sempre come parametro il presente (o il senno del poi) e avere idea di come le cose andassero in passato può essere utile.
Del resto, a dire quanto Umberto Eco fosse consapevole del modo con cui funzionavano l'università e i suoi cosiddetti concorsi sta il suo Trattato di semiotica generale. È la sua opera più accademica e certamente la più barbosa e fu pubblicata, come si doveva, in correlazione con la sua cooptazione nell'allora ancora ristretto sinedrio dei professori universitari di ruolo.
10 giugno 2021
9 giugno 2021
La scuola
La scuola non è una famiglia, non è un'azienda, non è un'opera pia, non è una palestra, non è un ambulatorio, non è un movimento politico, non è un viaggio organizzato, non è il divano di un analista, non è un ciclo di podcast, non è una dottrina né un'esperienza pedagogica, non è un talk show, non è un parlamento né un consiglio comunale, non è una trasmissione culturale televisiva, non è un luogo né un sito d'incontri, non è un gruppo Whatsapp, non è la corsia di un ospedale, non è un party, non è un caso di studio psicologico, non è una rete radiofonica, non è uno stadio, non è un'audience, non è un'indagine sociologica, non è una comunità di ascolto né di recupero, non è un palcoscenico per scrittrici e scrittori rampanti, non è un portale, non è una discoteca, non è il supplemento culturale di un quotidiano, non è un'assemblea, non è una piazza, non è un cinema né un teatro, non è un circolo, non è una platea per predicatori e predicatrici morali, non è una società sportiva, non è un atelier, non è una rete sociale, non è un luogo di culto, non è un giornale né un blog, non è un pulpito, non è il target di una campagna di comunicazione, non è una tribuna, non è una loggia, non è un mercato, non è un villaggio-vacanze, non è una onlus né un'associazione di volontariato, non è un festival culturale, non è una cantina.
La scuola è la scuola o, meglio, lo era.
Oggi la scuola è invece tutte queste cose e certamente parecchie altre. La si continua ancora a chiamare scuola per la nota inerzia delle parole. Ma in questo presente la scuola è qualsiasi cosa si voglia. O, diversamente detto, non c'è cosa che, una volta o l'altra, in un modo o nell'altro, non capiti che qualcuno dica che la scuola sia, continuando a chiamarla scuola.
A chi chiedesse come mai, Apollonio risponderebbe, con semplicità: perché non è più la scuola.
31 maggio 2021
La peste
L'immagine che sta in fondo a questo frustolo circola da un paio di giorni nelle reti sociali. Si tratta di una classe, Apollonio non sa di quale scuola, di quale ordine e grado. Studenti e studentesse di tale classe si sono messi e messe in posa, com'è manifesto, per rappresentarsi nell'atto di leggere un libro, lo stesso libro.
È ragionevole che determinazione o perlomeno coordinazione della rappresentazione siano da attribuire a un o a una docente. E c'è da ritenere che lo scatto sia del o della docente e che sia opera sua il successivo invio della foto a chi, dirigendo una nota manifestazione culturale, l'ha poi resa pubblica.
E l'ha fatto, dicendo di avere frattanto ricevuto immagini simili anche da altre "scolaresche", a corredo di una campagna di promozione di quella manifestazione. La campagna ha appunto comportato un'operazione benemerita: la distribuzione gratuita, presso un certo numero di scuole, di alcune migliaia di copie del libro nella cui lettura quei e quelle giovani simulano di essere immersi e immerse, singolarmente o a gruppi di due.
Il libro, si apprende, è La peste di Albert Camus e Apollonio non può trattenersi dal pensare che, anche con le migliori intenzioni, anche a palese fin di bene, lo scrittore francese e la sua opera non meritino di trovarsi coinvolti in siffatte ritualità e, soprattutto, nella correlata messa in scena pubblica.
Fare circolare, dandole enfasi, un'immagine in cui ragazzi e ragazze tengono aperto tutti e tutte lo stesso libro, quasi si trattasse di un testo autorevolmente, se non autoritariamente raccomandato, e si rappresentano nell'atto di una sua improbabile lettura, può forse corrispondere bene a illustrare lo zelo del o della loro docente e il suo desiderio di costruirsi qualche giustificabile merito, può forse fare apparire "etiche" (come si usa dire oggi) le pratiche comunicative di un'encomiabile intrapresa che della cultura, si badi bene, fa tuttavia e in ogni caso commercio.
Ma, pur come minuscola evenienza di un clima morale e civile, la riduzione della figura di Camus e del suo romanzo che inevitabilmente si accompagna a un simile e pur momentaneo allestimento pare ad Apollonio un autentico rovesciamento dei valori che scrittore e romanzo testimoniarono, in un'epoca di tragiche contrapposizioni e di dolorose battaglie, e continuano ancora a testimoniare, per una prassi della solidarietà umana capace di sentire tuttavia come sacra e inviolabile la libertà individuale.
Non c'era posa in Camus (Apollonio, probabilmente illuso, continua a pensarlo), non c'era invito a fare di un libro, tanto meno di uno dei suoi, il pretesto di un rito per una rappresentazione collettiva, anche modestissima. A ragazzi e ragazze, nei fatti e non a parole, è forse quello che oggi bisognerebbe anzitutto fare intendere:
29 maggio 2021
Indirizzi di metodo, per giovani che non ne necessitano (27)
Qual è il limite oltre il quale la ricerca di un'affermazione personale diventa sciocca manifestazione di vanità? Impossibile saperlo. Nell'incertezza, niente esibizioni, in proposito, di una volontà determinata, proclamazioni del proprio valore, fasti per i traguardi raggiunti. Non c'è merito che valga, umanamente, il dono d'una lieve disposizione naturale semmai baciata dal caso.
26 maggio 2021
Etimi a gogò
Innumerevoli ambulanti percorrono da qualche tempo in lungo e in largo il villaggio della comunicazione pubblica, vendendo, talvolta come articolo principale, talaltra come prodotto complementare, un'epilinguistica liquida composta principalmente di etimologie, affidabili o fantasiose poco importa.
Si sbaglierebbe a menarne scandalo. L'idea che tutto ciò che è reale sia razionale fu certo effetto di un delirio da cui il pensiero si spera sia guarito. Forse solo per ottimismo, pare tuttavia ancora praticabile ad Apollonio l'ipotesi che, come osservatori consapevoli, si possano cogliere nella realtà correlazioni di un qualche interesse conoscitivo. E il florido commercio di etimi dice che c'è nella temperie una nevrotica sete di senso.
L'ignaro pubblico che patisce di tale sete acquista da quegli ambulanti quanto ritiene possa dargli ristoro. Del resto, con le loro etimologie, costoro vendono alla loro clientela l'illusione di penetrare qualche arcano di un'espressione, spesso proprio la sua, la cui mancanza di motivazione è sentita come intollerabile e angosciosa.
Un etimo, in virtù del suo stesso etimo, procura a chi se lo beve la momentanea ebbrezza di credere di sapere cosa diavolo stia dicendo o pensando. Di toccare finalmente quel suolo di certezze in cui la parola è vera: corrisponde cioè senza residui alla cosa. Meglio, in cui la cosa stessa è la parola e la parola stessa la cosa.
Smania comprensibile presso gente alla buona, considerato che anche chierici reputatissimi di tutte le chiese e di tutte le ideologie ne sono stati e ne sono ancora preda.
24 maggio 2021
Måneskin e funzione poetica
Ciò che va soprattutto osservato, ora che una platea internazionale ha decretato l'eventualità di un successo oltre i confini nazionali dei Måneskin, è che l'italiano s'è accreditato come lingua compatibile con le sonorità e il ritmo del rock.
Almeno per una serata, ovviamente. Diranno il tempo, la stoffa e il futuro della band, simpatica ad Apollonio non fosse altro che la per la fresca età dei suoi quattro componenti, se questo momentaneo risultato si consoliderà, per quello che potrà, naturalmente, o se resterà effimero, come tanti altri inesplicabili exploit nel mondo dello show business, per definizione al tempo stesso luminosissimo ed evanescente.
I Måneskin "spaccano", per servirsi di un'espressione corrente. Ciò significa che all'accreditamento dell'italiano nell'occasione ha certamente contribuito la loro presenza scenica. Anzitutto quella del loro frontman, come si dice adesso, ma anche quelle dell'altra e degli altri componenti del gruppo.
Con quanto dicono i loro corpi sul palcoscenico, tutti interpretano in modo al tempo stesso topico e personale movenze che quanto ai protagonisti della scena del rock internazionale sono tipiche ormai da ben più di mezzo secolo e rendono riconoscibili i quattro ventenni anche a un pubblico che, anagraficamente, ha l'età dei loro nonni e delle loro nonne.
"Rock and roll never dies" è divenuta nell'occasione del trionfo la loro peraltro non nuova divisa e, anche con riferimento al loro sound, al loro stile musicale (al di là di ogni giudizio qualitativo), in tale posizionamento ultra-generazionale, più che inter-generazionale, sta con ogni ragionevolezza un importante fondamento del loro trionfo sanremese, propiziato da un pubblico ben avanti con gli anni, come è quello della manifestazione canora nazionale. Un pubblico anziano, ma sensibile al ricordo nostalgico d'essere stato giovane e, almeno a musica, inquieto, se non ribellista. Proprio come il rock è per definizione.
A Rotterdam e sugli schermi di molta Europa, poche sere fa i Måneskin sono andati ben oltre il loro bacino linguistico, tuttavia. Ed è ovvio che le parole in italiano e il correlato "messaggio" della loro canzone, "Zitti e buoni", non possono averli aiutati o, se lo hanno fatto, lo hanno fatto molto poco.
L'accreditamento dell'italiano come lingua compatibile col rock sopra quel palcoscenico non deve essere quindi avvenuto in riferimento al significato, forse nemmeno in riferimento al senso, se non in un senso che di semantico non ha quasi nulla.
Deve essersi trattato soprattutto d'una compatibilità locutiva e di un "recitar cantando", per dire così, che il frontman dei Måneskin ha reso strettamente funzionale al tessuto musicale del pezzo (quale che sia la sua qualità), confutando nei fatti e in quattro minuti il luogo comune globale che in italiano si possano cantare solo opere liriche e canzoni d'amore. Insomma, mera funzione poetica.
Di rimbalzo, c'è forse da chiedersi se ciò non sia vero, per intendere cosa valga il successo dei Måneskin, anche nello stagno dell'italofonia e se quindi spiegare, a proposito di "Zitti e buoni", "cosa vuole dire il poeta" non sia solo l'ennesimo esercizio di quell'inguaribile morbo ermeneutico che in Italia si contrae regolarmente a scuola e che colpisce le migliori intelligenze.
È rock, quello dei Måneskin. Come ha perfettamente inteso, per una serata, un pubblico internazionale, cosa si vuole dicano le parole della loro canzone se non che è rock?
Metamorfosi taorminesi
Fu nell'ottavo secolo a. C. che i Calcidesi sbarcarono a Naxos e vi fondarono la prima colonia greca di Sicilia. Dall'alto di quella che non molto tempo dopo, fattasi anch'essa siceliota, sarebbe divenuta Tauromenio e poi Taormina, i Siculi videro arrivare certamente quegli immigrati. Chissà se li considerarono regolari. Certo è che, presto, anche Taormina si grecizzò. A tal punto da pretendere (in concorrenza con Siracusa) di avere dato i natali, secoli dopo, a Timèo, il più importante storico di quella ondata migratoria, tanto decisiva per l'antica civiltà del meridione della penisola italiana (dettο dai civilissimi colonizzatori Μεγάλη Ἑλλάς e dai Romani Magna Græcia) e della maggiore isola del Mediterraneo (Σικελία, per i Greci, o Τρινακρία).
Certo, è passato tanto tempo da allora. Non si può pretendere che nella ridente Taormina qualcuno tenga oggi memoria della lingua di quegli antichi immigrati, come però pare si sia fatto (e con onore) ancora fino a qualche tempo fa. Non c'erano però i festival culturali e di conseguenza la cultura languiva, poverina. Ora no. Ora fiorisce e se ne coglie, per esempio, questa graziosa corolla:
La si trova da qualche giorno nella rete. Fa bella mostra di sé nella presentazione della manifestazione che vi è a un certo punto nominata: una manifestazione consacrata, dicono, "alle belle lettere" (se fosse alle "brutte", non si osa immaginare cosa capiterebbe di leggere...).
Ah! Apollonio dimenticava: saputo di quel "morphos, forma", a loro attribuito, pare che gli aspri spiriti degli antichi colonizzatori, vivi anche dopo quasi tre millenni, abbiano raccolto le loro povere cose e, montati sulle navi, abbiano volto le prue lontano dalla Sicilia, dichiarando che, se con i Siculi di un tempo non era spiacevole intrattenere commerci, con Siciliani e Siciliane di adesso e con i loro festival culturali, loro, non vogliono avere proprio nulla da spartire e che, in ogni caso, non sanno proprio da dove diavolo questa ridicola barbarie sortisca. Inutili i tentativi di fermarli e di sottrarli alla convinzione che ormai, in quell'isola disgraziata, fatte salve le chiacchiere, sia tutto perduto.
[L'immagine in testa a questo frustolo: https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=33066815]
5 maggio 2021
A frusto a frusto (130)
L'insipienza è vorace e non c'è idea che, buona o cattiva che sia, crescendo in forza e popolarità, non la ingrassi.
16 aprile 2021
A frusto a frusto (129)
Il presuntuoso sogno di essere capaci di cambiare il mondo si è mutato, ed era peraltro ovvio avvenisse, nel fosco incubo di essere addirittura in grado di mandarlo in malora.
[l'immagine: Paul Klee, Siesta della sfinge]
7 aprile 2021
Leggere tanto, poco, nulla
Capita ad Apollonio di intercettare, ormai quasi solo virtualmente, gente che non solo legge, ma dice di sé di leggere molto e se ne vanta. Fin qui, nulla di male. Dopo l'invidia, la vanità è forse il tratto umano più diffuso e, rispetto all'invidia, più ridicolo ma meno ripugnante.
Accade però che chi si magnifica così accompagni talvolta la manifestazione di vanagloria con note di disprezzo per chi non legge o legge poco (o, si dice, male): campione, quest'ultimo, di una forma d'umanità deteriore, meritevole di scherno e di derisione, degno d'una discriminazione ideale. La reale? Potrebbe seguire. Perché no? Non manca chi ipotizza in proposito limitazioni all'espressione o al godimento di diritti di cittadinanza: esagerazioni, naturalmente, ma, come sempre le esagerazioni, rivelatrici di modi di pensare e di attitudini forse soltanto momentaneamente repressi.
Qualche pagina, nella sua vita, Apollonio l'ha letta. Osa dire perciò di non essere completamente digiuno, nel campo. Giusto quel po' che gli è bastato per trarne vaghe cognizioni, forse mere impressioni.
Ebbene, nei pochi libri che ha avuto sotto gli occhi, non gli è sembrato di trovare sostanziali incoraggiamenti a disprezzare chi non legge. Gli è al contrario parso che, in un modo o nell'altro, i libri che ha letto dicano che c'è un fondo insopprimibile di umanità che fa tutti e tutte simili: che abbiano letto tanto, poco o niente. Umanità né buona né cattiva. Umanità senza qualificazioni.
I libri letti da Apollonio saranno certamente solo una piccola parte di quelli letti da coloro che dicono di sé di leggere tanto e che ritengono di conseguenza che leggere tanto, da un lato, o leggere poco o nulla, dall'altro, basti come criterio a qualificare positivamente o negativamente gli esseri umani.
E la soluzione di ciò che pare misterioso ad Apollonio deve stare lì. Tra i tanti libri letti da costoro e i pochi capitati sotto i suoi occhi, ci saranno di certo quelli che giustificano e incoraggiano quel loro modo di condursi che egli non comprende semplicemente perché ha letto poco ed è ignorante.
6 marzo 2021
Sommessi commenti sul Moderno (29): Dell'esperimento
Or sono quattro secoli, l’esperimento
inaugurò una nuova fase della storia, che
non si sbaglierebbe a definire evo sperimentale. L'esperimento fu
rito non solo
teoretico, ma anche etico e come tale
esso è stato ideologizzato. L'ideologia dell'esperimento ha caratterizzato l’evo tanto
nelle sue grandezze, quanto
nelle sue miserie, e ne ha determinato lo sviluppo.
In questo sviluppo, come comprese precisamente Primo Levi, ci fu Auschwitz. Il toponimo Auschwitz è qui adoperato (com’è ormai uso) in chiave tanto metonimica, quanto antonomastica. Da un lato, il luogo per ciò che vi accadde e, per sineddoche, ciò che vi accadde come parte di un tutto. Dall’altro, ciò che vi accadde come evenienza esemplare. Esemplare fu anche Hiroshima, in correlazione temporalmente stretta, oltre che sistematica con Auschwitz. Hiroshima è un altro toponimo, nell'uso appena descritto, che combina antonomasia e metonimia.
In questo sviluppo, come comprese precisamente Primo Levi, ci fu Auschwitz. Il toponimo Auschwitz è qui adoperato (com’è ormai uso) in chiave tanto metonimica, quanto antonomastica. Da un lato, il luogo per ciò che vi accadde e, per sineddoche, ciò che vi accadde come parte di un tutto. Dall’altro, ciò che vi accadde come evenienza esemplare. Esemplare fu anche Hiroshima, in correlazione temporalmente stretta, oltre che sistematica con Auschwitz. Hiroshima è un altro toponimo, nell'uso appena descritto, che combina antonomasia e metonimia.
Auschwitz e Hiroshima furono traguardi per l’evo sperimentale, proprio in quanto furono esperimenti. Non importa
chiedersi se tali mete furono toccate programmaticamente, perché era proprio lì che l'ideologia dell'esperimento intendeva arrivare, o perché occorsero come accidenti dell'evo sperimentale: pertinente è infatti che tali mete siano state attinte. Se lo sono state, vuole infatti dire non tanto che, banalmente, esse fossero mete potenziali, quanto che fossero latenti, pronte a farsi patenti, come sono divenute, quando ce n'è stata occasione.
Una volta toccati quei traguardi, caso mai prima
ci fossero stati dubbi, divenne lecito escludere sul fondamento di lampante evidenza che, con la modernità, l’umanità o, meglio, quella parte di essa che se n'è arrogata la guida, avesse cominciato a procedere verso una maggiore ragionevolezza.
Fu invece chiaro che, sotto pretesa di razionalità, l'evo mirava diritto verso forme di non ragionevolezza estreme e parossistiche, con riflessi reiterati se non permanenti di intolleranza, di violenza e di prevaricazione, oltre che di manifesta stupidità.
Fu invece chiaro che, sotto pretesa di razionalità, l'evo mirava diritto verso forme di non ragionevolezza estreme e parossistiche, con riflessi reiterati se non permanenti di intolleranza, di violenza e di prevaricazione, oltre che di manifesta stupidità.
Non è escluso, al proposito, l'ambito socio-culturale della scienza, pertinente tanto nell'esperimento di Auschwitz, quanto in quello di Hiroshima. Anche, se non soprattutto, nell'affermazione di presunte buone pratiche e di migliori principi, divenne ancora più chiaro che tabe insopprimibile dell'evo moderno e sperimentale è non potere volere (il) bene, senza fare (il) male.
Ragionevole sarebbe stato, fin dal principio, non prendere l'esperimento come rito dal valore assoluto, da mettere all'opera a qualsiasi costo. Ragionevole sarebbe stato relativizzare anche l'esperimento, come si disse di avere fatto o di dovere fare per ogni altro precedente rito. Ragionevole sarebbe stato farvi convergere ogni sguardo critico atto a determinarne le eventuali pertinenze. E ciò non solo e non tanto da una prospettiva etica, come adesso sentimentalmente capita di sentire affermare, ma anche e soprattutto da una prospettiva teoretica. Non c'è conoscenza che discenda da una sola fonte né che dipenda assolutamente da uno specifico metodo, perché metodo è anzitutto una ragionevole messa in discussione dell'unicità della via.
In tal senso, è palesemente stupido mettere in atto esperimenti in àmbiti morali, come la tempra e, si vorrebbe dire, la natura umana. Per i loro caratteri, essi si prestano male ai modelli di esperimento concepiti senza ragionevolezza. Da un lato, in proposito se non si sa già tutto, si sa abbastanza. Dall'altro, di quanto si sa non si è ancora fatto abbastanza tesoro (né è ragionevole che ciò mai accadrà) e la ricerca di nuovi presunti dati (ma "dati"?) serve a coprire, in chi li cerca, l’inettitudine a lavorare con quelli di cui si dispone, se non cose ben peggiori.
Ragionevole sarebbe stato, fin dal principio, non prendere l'esperimento come rito dal valore assoluto, da mettere all'opera a qualsiasi costo. Ragionevole sarebbe stato relativizzare anche l'esperimento, come si disse di avere fatto o di dovere fare per ogni altro precedente rito. Ragionevole sarebbe stato farvi convergere ogni sguardo critico atto a determinarne le eventuali pertinenze. E ciò non solo e non tanto da una prospettiva etica, come adesso sentimentalmente capita di sentire affermare, ma anche e soprattutto da una prospettiva teoretica. Non c'è conoscenza che discenda da una sola fonte né che dipenda assolutamente da uno specifico metodo, perché metodo è anzitutto una ragionevole messa in discussione dell'unicità della via.
In tal senso, è palesemente stupido mettere in atto esperimenti in àmbiti morali, come la tempra e, si vorrebbe dire, la natura umana. Per i loro caratteri, essi si prestano male ai modelli di esperimento concepiti senza ragionevolezza. Da un lato, in proposito se non si sa già tutto, si sa abbastanza. Dall'altro, di quanto si sa non si è ancora fatto abbastanza tesoro (né è ragionevole che ciò mai accadrà) e la ricerca di nuovi presunti dati (ma "dati"?) serve a coprire, in chi li cerca, l’inettitudine a lavorare con quelli di cui si dispone, se non cose ben peggiori.
8 febbraio 2021
Cronache dal demo di Colono (67): Senso del dovere, morbo del potere
La proliferazione delle autorità pubbliche ingigantisce il numero di coloro che si sentono in dovere di prendere provvedimenti. E c'è più di un sospetto che, presso molti e molte, il sentimento di tale dovere sia in essenza solo una perversa manifestazione di un esercizio morboso del potere.
14 gennaio 2021
A frusto a frusto (128)
Chi dà pubblica espressione al proprio odio non lo sa. Ciò che, manifestandosi, rende crudamente palese è la sua impudicizia. O forse lo sa e, appunto da impudico, poco gli importa.
25 dicembre 2020
Linguistica candida (56): Luce dietro il vetro
Non millanta competenze chi coltiva con consapevolezza un interesse autentico per la lingua e ne fa oggetto di studio e di osservazione. Se ha atteso per molti decenni e con passione al compito, rivendica al massimo una lunga e strenua fedeltà. Non troppo differente da quella di una mosca che, attratta dalla luce scorta al di là di un vetro, non cessa di andare contro la superficie impenetrabile.
20 dicembre 2020
Bolle d'alea (30): Charles Nodier
"La faculté de prévoir l'avenir dans un certain ordre d'événements est fort indépendante, en effet, de révélations, de visions et de magie. Elle s'appartient à quiconque est doué d'une profonde sensibilité, d'un jugement droit, et d'une longue aptitude à l'observation. La raison du phénomène saute aux yeux. C'est que l'avenir est un passé qui recommence".
Charles Nodier, nel suo incompiuto M. Cazotte, detta queste parole rivelatrici. E ovvie, come sono sempre le rivelatrici, quando, sorgendo dall'esperienza di vita, la prendono a tema. Scoprono infatti ciò che è sotto gli occhi di ciascuno, ma diviene lampante solo nel momento gli si indirizza uno sguardo autentico. E, non c'è quasi bisogno di dirlo, ciò succede di rado.
Sono giorni in cui ritualmente si guarda al futuro e questo incostante diario giunge così al suo sedicesimo giro annuale. Forte della consapevolezza procuratagli dalle parole di Nodier, augura quindi a chi gli si accosta e lo segue con benevolente curiosità che la porzione di passato che si appresta appunto a ricominciare sia tra le fauste e liete e che la speranza, come sempre dovrebbe, si nutra di memoria.
16 dicembre 2020
Emulsioni culturali
Questo fermo-immagine e il testo che l'accompagna sono un mirabile esempio di una circostanza frequentissima nello stato presente della cultura nazionale (ma non solo della nazionale). Mostrano quanto può essere definito alla lettera un'emulsione culturale.
Un'emulsione è "una miscela", recita la relativa voce del Vocabolario on-line dell'Istituto dell'Enciclopedia Italiana, "costituita dalla dispersione di goccioline di un liquido (fase dispersa o discontinua) in un altro (fase disperdente o continua) nel quale sono insolubili o quasi".
Nel caso specifico, la fase dispersa è costituita da Primo Levi e (non si può qui non concedere) dal saggio che ne fa oggetto e dall'autore di tale saggio: poniamo si tratti di olio, per traslato.
La fase disperdente è invece costituita da Striscia la notizia, la popolare trasmissione comico-satirica da cui è tratto il fermo-immagine, e più generalmente dalla società di comunicazione che la produce e la manda in onda e dal medium che la include e la rende possibile: per continuare con il traslato, l'acqua.
L'emulsione è un miscuglio ottenuto meccanicamente, una miscela eterogenea che si stabilizza momentaneamente, come si sa. A quanto pare, nel caso in questione, ciò si è verificato qualche sera fa per il pubblico televisivo. Con grande sbattimento, l'olio si è mescolato con l'acqua.
La benemerita casa editrice del saggio (essa fu, com'è appena il caso di ricordare, ispirata, voluta e animata un dì ormai lontano da Leonardo Sciascia, ma molto deve essere mutata) ha a questo punto pensato di tenere ulteriormente stabile l'emulsione, cioè la dispersione di Levi, Beccaria e del suo saggio in Striscia la notizia e nel resto che si è detto. Lo ha fatto con la comunicazione qui esposta, destinata a una rete sociale, con enfasi.
Con il fermo-immagine e con il testo di accompagnamento, il tweet riprende e rilancia in effetti il momento in cui l'emulsione si è prodotta, per il pubblico che l'avesse perso. In altre parole, per un'utenza diversa ma che si ritiene evidentemente comparabile con quella originale, esso continua a sbattere il miscuglio di modo che l'olio e l'acqua con cui è caducamente composto non si separino, come ineluttabilmente finiranno per fare.
Intrugli siffatti non sono nuovi, nella temperie. Si producono di continuo sotto il pretesto che sono fatti per il bene, per la maggior gloria delle patrie lettere e per un incalcolabile numero di altre nobilissime ragioni.
Apollonio non ne dubita, non ne mena scandalo né se ne dice nauseato. Evita comunque di avvicinarli troppo ai suoi organi dell'odorato e del gusto. Osserva e descrive, Apollonio, come al solito. E continua a seguire le orme di chi, proprio come Primo Levi, non smise mai di fare differenze (qui, in proposito, un piccolo scritto del suo alter ego).
9 dicembre 2020
Linguistica da strapazzo (46): "Può una spesa cambiare il mondo?"
I suoi due lettori lo sanno: gli riesce difficile fare l'una delle due cose senza associarla all'altra, in quest'ordine o nell'inverso. Il sorriso e il suo modesto contorno sono così tornati e diversamente da quel recente passato la pigrizia di Apollonio viene stavolta vinta dal desiderio di condividerli.
Ebbene, l'impianto discorsivo con cui la campagna si sviluppa è dialogicamente bipartito. In modo ovviamente artefatto, conta una domanda, esposta qui nel titolo e nella prima immagine, e una risposta affermativa. Eccola:
L'indeterminato una spesa è il fuoco tematico del messaggio: designa quanto esso indirizza i suoi destinatari a fare. L'attributo buona interviene a qualificarlo e sta lì il valore della replica. In funzione di tale attributo la modalità si trasforma da interrogativa in asseverativa, come dice inoltre il punto fermo conclusivo.
Si faccia attenzione. A potere cambiare il mondo non è una spesa qualsiasi, ma una spesa qualificabile come buona. L'attributo ha valore restrittivo e non descrittivo. Così direbbe chi padroneggia il gergo metalinguistico, senza avere perciò nessun particolare vantaggio nel cogliere intuitivamente la cruciale differenza, come appunto fa qualsiasi parlante.
Del ricorso nel messaggio alla lampante sottigliezza non c'è d'altra parte da stupirsi: avvicinandosi le feste, la campagna invita a spendere, ma non come e dove capita. La spesa, dice, va fatta "buona". E "buona" è proprio lì dove il committente del messaggio espone e vende la sua buona merce. Lo spiegano gli annunci ed è un'ovvietà, in questo tipo di testi, sulla quale non vale la pena di insistere.
Vale al contrario la pena di ricordare che l'aggettivo buono ha un larghissimo spettro di usi e che, nell'area coperta da tali usi, il confine tra materiale e morale praticamente non esiste. "Buona" può essere una pietanza, una circostanza, un'azione, una persona. E tutto ciò, spesso, secondo una catena metonimica: buono o buona è quanto o chi fa (del) bene. La spesa è qui considerata processualmente: è, in altre parole, un'azione e buono o buona è chi fa buone azioni. Questa plasticità o, se si vuole essere più crudi, questa ambiguità fa agio. Qui come quasi sempre. Si sarebbe tentati di dire: nel discorso pubblico, sempre.
Lungi dal collocarsi invariabilmente tra gli atti neutri, se non moralmente negativi del comportamento di una persona (si parlava un tempo in proposito di "consumismo"), la spesa può essere una buona azione e chi fa una buona spesa è (o può sentirsi) buono o buona. Il messaggio si appella alla sua bontà, meglio alla sua volontà d'essere o di apparire buono o buona. Al di là della bontà dell'azione singolare. La bontà della spesa ha infatti ben altra portata: "può cambiare il mondo". Se la spesa è il tema, è questo il rema (per servirsi ancora di una terminologia disciplinare) di domanda e correlata affermazione.
Ecco allora qualificata la porzione della popolazione che l'azienda vuole che si consideri la sua clientela d'elezione. È gente che si vede, si immagina, si prefigura non solo come buona e incline a fare buone azioni, secondo una consolidata tradizione religiosa nazionale, ma anche come potenziale soggetto di un cambiamento del mondo. Un cambiamento che, venendo da gente buona, è naturale che sia per il meglio e un mondo che, con metonimia visuale, sta per intero nel suo carrello.
Ed ecco detto correlativamente quale sia il bacino ideologico o, forse meglio, al giorno d'oggi mistico-sentimentale nel quale si muovono questi clienti ideali. Nei punti-vendita di quella azienda, ciò che acquistano, mentre gettano nel loro carrello biscotti per la colazione, carta igienica, salmone norvegese e croccantini per il cane o per il gatto, è (ohibò!) il potere di cambiare il mondo per il meglio: il più grande sogno della Modernità. Un sogno che più di una volta è parso e ancora oggi pare prendere, pur sotto forme diverse, l'aspetto di un incubo. Ma tant'è.
Ora, è superfluo che Apollonio dica a chi sta leggendo questo frustolo di quale tradizione moderna sia estrema e ormai unica rilevante erede, nell'arena pubblica nazionale, la grande azienda italiana della distribuzione organizzata secondo il modello cooperativo che parla attraverso i messaggi qui in questione. Una tradizione univocamente e integralmente volta a cambiare il mondo per il meglio.
Altrettanto inutile è forse ricordare come, proprio da parte di quella tradizione, per il cambiamento del mondo si siano sul principio immaginate come necessarie e ineluttabili azioni collettive di norma politicamente orientate e, dandosi il caso, anche violente: le cosiddette rivoluzioni. O ricordare ancora come, tramontata quell'epoca che si può oggi dire eroica, senza che si abbandonasse la prospettiva politico-sociale per cambiare il mondo, si fosse successivamente venuti all'idea di riforme da realizzare pacificamente, conquistando con procedure dette democratiche un largo consenso, grazie alla delega della rappresentanza espressa con il voto.
Non è da ieri però che la Modernità si è putrefatta e si sono fatte correlativamente liquide le sue tradizioni, non escluse le politiche. Nella putrefazione moderna lo spazio delle rivoluzioni è ormai occupato per intero dalle tecnologie. Nei loro diversi campi, ne fanno perlomeno una per semestre.
Quanto poi al voto, come alla rappresentanza politica e alla relativa delega a riformare, non ci vuole molto a osservare come, nell'universale liquidità o, forse, nel liquame, siano tutte cose ridotte al ruolo di giochi vacui. A costi di produzione contenuti, vista la scadente qualità dei protagonisti, e quindi diversamente da quanto accade con i giochi dichiaratamente sportivi, se ne serve la comunicazione pubblica, cioè un attore economico-sociale ormai imponente, nelle sue forme tradizionali e non. Con le cangianti figurine di tali giochi, con le loro baruffe, vere o simulate che siano, con gli echi chiassosi che esse provocano in una piazza virtuale frequentata da ogni sorta di scalmanati e scalmanate virtuali si alimenta infatti il suo flusso diluviale.
Insomma, la grande azienda italiana della distribuzione organizzata secondo il modello cooperativo, estrema e ormai unica rilevante erede di una grande tradizione moderna volta al cambiamento, offre a buoni e buone un tempo e un'occasione di intervento: quelli della spesa. E offre anche uno spazio: quello dei propri punti-vendita. Beninteso, finché costoro avranno qualche danaro in tasca, condizione che potrebbe peraltro cambiare, e rapidamente.
Un buon acquisto o un acquisto buono al posto del voto, al posto della rivoluzione. E visti gli scarsi e deludenti risultati dei precedenti, c'è persino il rischio che il modo di cambiare il mondo che si vorrebbe nuovo si riveli (ohibò!) quello "buono". Finalmente.
Una prospettiva bottegaia, dirà qualche incontentabile. Innegabilmente, ben a proposito. Ma, al punto in cui si è, come escludere che, come si fa per ogni altra cosa, per cambiare il mondo, per averne uno migliore, senza faticare o mettersi in prove che oggi si direbbero estreme, basti comprarlo?
27 novembre 2020
Linguistica candida (55): In barba a Occam
A chi l'osserva con devota attenzione, la lingua dice di se stessa come funziona. Invece, per discettare di suoi caratteri talvolta peregrini, pretendendo addirittura di spiegarli, molta linguistica, con perversa, onirica e crescente ostinazione, fantastica di enti di ogni specie, detti un tempo soprattutto semantici e grammaticali, oggi cognitivi. E sono tanti ormai tali enti che, per tagliarli via, al celebre rasoio si guasterebbe il filo.
23 novembre 2020
Cronache dal demo di Colono (66): I monopattini ultra-moderni
Migliaia e migliaia di monopattini hanno cominciato a scorrazzare da qualche tempo nelle città. A bordo non ci sono bambini o bambine e le persone adulte che se ne servono non hanno nemmeno l'aria di chi cerca giustificazioni per farlo. Anzi.
È l'andazzo e a sostegno di un andazzo una propaganda ideologica non fa mai difetto. Le ragioni di tale propaganda sono a dire il vero le più bislacche, ma non c'è da stupirsene. Tutto ciò che è reale, è stato autorevolmente detto, è razionale (quasi sempre a cose fatte: ma è un dettaglio). Forse, va tuttavia aggiunto che, se si rovista con un po' di senso critico nel reale, vi si scovano un sacco di cose che, benché razionali, sono irresistibilmente comiche. Sarà il caso dei monopattini che qui si diranno ultra-moderni e del loro uso? Oggetti razionalmente comici o comicamente razionali, disposti a un uso che, razionalissimo, fa in effetti morire dal ridere.
Perché ultra-moderni? Perché i monopattini di cui si sta dicendo non procedono a forza di gambe, come ancora quelli a questo punto da considerare pre-ultra-moderni e bambineschi. A muoverli è un motore elettrico alimentato da una batteria. Poco sa Apollonio della produzione di tale batteria. Ancora meno di come, esauritasi dopo molte ricariche, la si smaltisce. Sospetta che ambedue le procedure siano perlomeno delicate dal punto di vista ambientale.
Ma non si vuole stare qui a sottilizzare sopra questioni che poco o nulla si padroneggiano. Il succo di questo frustolo non ne dipende e ciò che con esso si vuole dire è lampante. Diversamente da quanto accadeva con i monopattini pre-ultra-moderni e bambineschi, con i monopattini ultra-moderni ci si scarrozza chiome al vento senza sudare. In questo sta il loro valore: come bambini, sì, ma, proprio in quanto non più bambini, niente sforzi, per carità.
La combinazione dice cosa sono i monopattini ultra-moderni, da elementi dell'espressione sistematica della temperie, e spiega socio-antropologicamente il correlato andazzo.
I monopattini ultra-moderni (o, che è lo stesso, della modernità putrefatta) sono un sintomo ulteriore e loquacissimo dell'infantilismo senile di una società e forse di una civiltà. Sono insomma, ancora una volta, una disarmante manifestazione di rimbambimento.
19 novembre 2020
17 novembre 2020
Echi di Eco
"La semiotica ha a che fare con qualsiasi cosa possa essere ASSUNTA come segno. È segno ogni cosa che possa essere assunto come un sostituto significante di qualcosa d'altro. Questo qualcosa d'altro non deve necessariamente esistere, né deve sussistere di fatto nel momento in cui il segno sta in luogo di esso. In tal senso, la semiotica, in principio, è la disciplina che studia tutto ciò che può essere usato per mentire".
Sono celebri e sovente citate parole di Umberto Eco, tratte dalla pag. 17 del suo Trattato di semiotica generale (Bompiani, Milano 1975; maiuscolo e corsivo, si precisa, sono nell'originale).
Non si ha qui titolo per dire se esse, a loro volta, mentano o dicano il vero, anche perché ragionevole è il sospetto che, proprio al loro riguardo, l'alternativa non si ponga e che, anche se paiono teoria, siano narrazione. Bella, efficace, seducente narrazione, va detto.
Utile è invece osservare il modo con cui, grazie a esse, Eco propone non di delimitare né di determinare, ma di qualificare lo sterminato, si direbbe appunto ecumenico campo di intervento di cui si proclama proprio in quegli anni letteralmente guardiano ("gatekeeper", disse nel 1974, in chiusura del primo congresso della Associazione internazionale di studi semiotici). Lo fa tirando in ballo la menzogna, con un effetto superficiale di straniante anticonformismo. Per correlazione ineluttabile, a essere però chiamata in causa è così la verità. E la brillante sortita appare allora parlante manifestazione di una forma mentis e del conio che l'ha prodotta: da quel conio è sortito il pensiero di Eco.
Uno sguardo che lentamente si allontana ne individua i tratti portanti e comincia così a intendere chi sia stato e cosa abbia rappresentato Umberto Eco nella secolare tradizione della cultura (nazionale).
L'epilinguistica ferroviaria d'un dì, oggi
Origine del linguaggio, etimologie sempre rivelatrici (e talvolta peregrine), dubbi ed errori grammaticali. Nei compartimenti dei treni, quando ancora i treni avevano compartimenti, era impossibile non si producesse un effimero salotto e non si intrecciassero conversazioni, soprattutto durante i lunghi spostamenti. Se un viaggiatore, con altri frammenti di vita, lasciava trapelare un interesse per la lingua, si poteva stare certi che, nella chiacchierata, uno di quei tre temi si sarebbe imposto. Spesso più d'uno.
Sono proprio i temi sotto i quali, in un modo o nell'altro e a diversi livelli di (pretesa) specializzazione, ricade oggi una buona fetta di ciò che circola pubblicamente come linguistica: dubbi ed errori grammaticali, etimologie sempre rivelatrici (e talvolta peregrine), origine del linguaggio.
9 novembre 2020
Onomastica letteraria (1): Palomarcovaldo
Con candida attenzione, vale la pena di osservare che l'ultima sillaba di Palomar è la prima di Marcovaldo. Senza sognare subito che chissà cosa voglia dire. Senza cominciare a specularci sopra. Ma con il consapevole dubbio che non si tratti di un accidente e che ciò che inoppugnabilmente si osserva manifesti, come variata iterazione in un sistema complesso, tanto una relazione, quanto una differenza. Con la parola di Italo Calvino e con le sfide che essa lancia a chi la legge, così forse andrebbe sempre fatto.
28 ottobre 2020
A frusto a frusto (126)
C'è senza dubbio un morbo dal quale si diviene rigorosamente immuni aggregandosi a un gregge: la ragionevolezza.
2 ottobre 2020
16 settembre 2020
Divulgazione
Il guaio della cosiddetta divulgazione è che, poi, c'è sempre qualcuno che si mette a divulgare ulteriormente quel poco che vi ha per avventura afferrato. E ancora, chi non si perita di divulgare il già doppiamente divulgato e così via, senza limiti.
Non c'è pertanto delicato pensiero di cui chi divulga s'impadronisca che, lungo una siffatta traiettoria verso il basso, precipitando a cascata, divulgazione dopo divulgazione, non piombi inarrestabilmente nella brulicante palude delle infinite volgarità.
15 settembre 2020
Cronache dal demo di Colono (65): "Domani"
È nato oggi, apprende Apollonio, un nuovo quotidiano, la cui testata recita Domani: c'è da credere intenda così corrispondere nel miglior modo allo spirito del tempo.
Lampante che la fantasia dell'onomaturgo sia stata in proposito riflessivamente ottativa. Lo stato in cui versa oggi la stampa in Italia induce infatti a chiedersi quale domani e quale dopodomani avrà Domani.
Ma dietro la scelta di un nome a ben vedere tanto impegnativo non sarà certo mancata la relativa e preliminare indagine di mercato.
Tutti parlanti indizi insomma che, stanca ormai del presente stato di se stessa e della sua rappresentazione giornalistica, la nazione o perlomeno quella parte della nazione che la pubblicazione immagina come proprio pubblico ideale vuole soprattutto leggere oroscopi.
10 settembre 2020
23 agosto 2020
I cabasisi di Salvo Montalbano
Come ogni officina, anche quella dell'alter ego di Apollonio ha un banco di prova. Riccardino, l'estremo prodotto della penna di Andrea Camilleri (estremo, al momento), sta lì, con altra roba, in attesa di un'occasione che forse non verrà mai. Apollonio lo sfila dalla pila e comincia a scorrerlo. In fondo a pagina 12, "I cabasisi a Montalbano gli principiarono a firriari tanto vorticosamenti che si scantò di decollari da un momento all'autro". Legge e non riesce ad andare oltre. Gli si mette di traverso non un pensiero definito, ma una sorta di immagine fantasmatica. Nella figura, riconosce un Luigi Pirandello ideale nei tratti e dall'attitudine severa.
I due lettori di questo diario lo sanno: chi lo detta è un tipo strambo e strambe e cervellotiche sono spesso le sue associazioni di idee. Stavolta, però, l'appena riferita epifania interiore non si può dire sia effetto di tale bizzarria spirituale. L'uscita dell'ultimo episodio della serie del commissario Montalbano è stata annunciata a più riprese durante l'anno che è trascorso dal giorno della morte del suo creatore e, negli ultimi mesi, cioè alla vigilia di un'estate di ombrelloni domestici e di letture da spiaggia caserecce, è stata accompagnata da un'intensa campagna promozionale. Di tale campagna, Luigi Pirandello è stato proposto come testimonial virtuale e il suo nome vi è stato evocato senza risparmio, non solo per le arcinote ragioni di congruenza geografica. "Autore", "personaggio" e altri connessi luoghi comuni ne hanno in effetti annobilito oltremodo gli accenti.
Che dunque alla lettura di "I cabasisi a Montalbano gli principiarono a firriari tanto vorticosamenti che si scantò di decollari da un momento all'autro" lo spirito di un Apollonio qualsivoglia possa popolarsi fantasmaticamente dell'ombra di un severo Luigi Pirandello e che tale ombra gli imponga di non procedere oltre "ci può stare" (come oggi pare si debba dire per riferirsi a ciò che è prevedibile). Ma non è tutto.
Che dunque alla lettura di "I cabasisi a Montalbano gli principiarono a firriari tanto vorticosamenti che si scantò di decollari da un momento all'autro" lo spirito di un Apollonio qualsivoglia possa popolarsi fantasmaticamente dell'ombra di un severo Luigi Pirandello e che tale ombra gli imponga di non procedere oltre "ci può stare" (come oggi pare si debba dire per riferirsi a ciò che è prevedibile). Ma non è tutto.
Sbigottito, Apollonio ha appena finito di rileggere "I cabasisi a Montalbano gli principiarono a firriari tanto vorticosamenti che si scantò di decollari da un momento all'autro" che, sempre nella sua visione interiore, un'altra figura emerge lentamente alle spalle di Pirandello: lo spettro di Leonardo Sciascia. Anche lui gli intima l'alt.
Di nuovo, albergare fantasie incongrue è certo difetto, se non colpa di Apollonio, ma chi non ammetterebbe in tal caso l'esistenza di attenuanti? Tra le mani ha un libro dalla copertina blu di Prussia, copertina che fa da inconfondibile marchio di una collana, "La memoria" e, con tale collana, di una casa editrice, per una metonimia giustificatissima dai dati di vendita. E non fu Leonardo Sciascia ad animare nascita, infanzia e prima giovinezza di quella casa editrice e a volervi specificamente quella collana? Non fu Sciascia a battezzare la collana con un nome tanto impegnativo? Non c'è o non potrebbe esserci ancora oggi l'ombra di Sciascia nascosta sotto il risvolto di copertina di ogni libro che la fa crescere di numero?
E poi Racalmuto e, oggi, Porto Empedocle, ambedue a due passi da Agrigento, anzi, dalla Girgenti, appunto, di Pirandello. Calliope getta un passo e ne tocca una delle tre, sciogliendovi cera della sua tavoletta, a beneficio dei locali aedi, pronti a rimodellarla. Saranno contigue di conseguenza Vigata e Regalpetra, fatte della medesima cera. Apollonio le ha sempre viste non tanto lontanissime, quanto incommensurabili, ma sarà lui lettore tardo e privo di penetrazione, incapace di intendere che per un Racine, per uno Stendhal, c'è un Rabelais.
Fatto sta che lo spettro di Sciascia, risentito, come Sciascia fu peraltro in vita, s'unisce a quello severo di Pirandello e i due non si muovono. Trattengono ancora Apollonio sopra quella frase. Gli ingiungono di compitarla: "I ca-ba-si-si a Mon-tal-ba-no gli prin-ci-pia-ro-no a fir-ria-ri tan-to vor-ti-co-sa-men-ti che si scan-tò di de-col-la-ri da un mo-men-to al-l'au-tro".
Da lì, da un esercizio tanto improbabile e gratuito, d'improvviso, non un'illuminazione, ma l'oscura finestra di un dubbio.
Nella fine figura del turbinoso girare dei coglioni di Salvo Montalbano, nel correlato e aereo tropo del suo conseguente timore di sollevarsi finalmente in volo ci sarà, bene o male, bello o no, il quid artistico e letterario dell'opera di un Andrea Camilleri mai troppo rimpianto? È questo che, ostacolandogli pervicacemente il cammino con il loro corruccio, le due vane larve, i due sdegnosi lemuri vogliono che Apollonio intenda?
Da lì, da un esercizio tanto improbabile e gratuito, d'improvviso, non un'illuminazione, ma l'oscura finestra di un dubbio.
Nella fine figura del turbinoso girare dei coglioni di Salvo Montalbano, nel correlato e aereo tropo del suo conseguente timore di sollevarsi finalmente in volo ci sarà, bene o male, bello o no, il quid artistico e letterario dell'opera di un Andrea Camilleri mai troppo rimpianto? È questo che, ostacolandogli pervicacemente il cammino con il loro corruccio, le due vane larve, i due sdegnosi lemuri vogliono che Apollonio intenda?
17 agosto 2020
Del dato
L'immagine che illustra questo frustolo circola da un po' nelle reti sociali: è un meme. Apollonio non sa dire chi l'abbia concepita né chi l'abbia realizzata. A ondate, la vede diffusa o, come usa dire adesso, condivisa da gente che, non solo in quelle sedi, si presenta al mondo come dedita alle scienze, meglio, alla Scienza.
Diffusa e condivisa con una buona intenzione: criticare le attitudini qualificate, secondo le varie terminologie, come cospirazioniste, complottiste, dietrologiche che nel discorso pubblico dell'Evo moderno non sono mai mancate (ce ne sono state di tragicamente celebri) e che oggi spesseggiano, amplificate appunto dalle reti sociali e dai fenomeni culturali connessi.
C'è da chiedersi tuttavia se, pur per uno scopo che si vuole nobile, sia il caso di propalare e di ribadire con tale immagine la sesquipedale sciocchezza che ἐν ἀρχῇ ci siano i dati: veri e propri feticci dell'attuale temperie culturale.
Come sa chiunque pratichi con qualche consapevolezza una scienza (e per tale ragione è difficile si presenti come chierico di alcunché, tanto meno della Scienza), non c'è infatti dato che non sia un costrutto complesso, che non sia, in altre parole, il punto di arrivo di un meditato percorso di conoscenza e, se si vuole, di complessiva saggezza.
Di "dato", insomma, non c'è nulla per gli esseri umani e tutto, proprio tutto deve essere faticosamente, oltre che precariamente, preso e compreso; tutto va sempre discutibilmente conquistato.
Credere che, fuori del lavorio umano che lo produce, della pena che costa, delle complesse implicazioni teoretiche ed etiche, dei contenuti culturali che porta con sé, miracolosamente il dato ci sia non è in sostanza diverso dal prestare fede a una qualsivoglia scalcagnata teoria cospirazionista. Dietro la pretesa di serietà, potrebbe essere persino più pericoloso.
Una persona ragionevole (non si vuol dire semplicemente una persona di scienza) dovrebbe in ogni caso guardarsi bene dal diffondere, anche solo per allusione, tuttavia in modo in ogni caso volgare, una balla di tali dimensioni. Ed è un peccato che alle fanfaluche delle dietrologie si finisca così per contrapporre, come modello, una sorta di credo.
Diffusa e condivisa con una buona intenzione: criticare le attitudini qualificate, secondo le varie terminologie, come cospirazioniste, complottiste, dietrologiche che nel discorso pubblico dell'Evo moderno non sono mai mancate (ce ne sono state di tragicamente celebri) e che oggi spesseggiano, amplificate appunto dalle reti sociali e dai fenomeni culturali connessi.
C'è da chiedersi tuttavia se, pur per uno scopo che si vuole nobile, sia il caso di propalare e di ribadire con tale immagine la sesquipedale sciocchezza che ἐν ἀρχῇ ci siano i dati: veri e propri feticci dell'attuale temperie culturale.
Come sa chiunque pratichi con qualche consapevolezza una scienza (e per tale ragione è difficile si presenti come chierico di alcunché, tanto meno della Scienza), non c'è infatti dato che non sia un costrutto complesso, che non sia, in altre parole, il punto di arrivo di un meditato percorso di conoscenza e, se si vuole, di complessiva saggezza.
Di "dato", insomma, non c'è nulla per gli esseri umani e tutto, proprio tutto deve essere faticosamente, oltre che precariamente, preso e compreso; tutto va sempre discutibilmente conquistato.
Credere che, fuori del lavorio umano che lo produce, della pena che costa, delle complesse implicazioni teoretiche ed etiche, dei contenuti culturali che porta con sé, miracolosamente il dato ci sia non è in sostanza diverso dal prestare fede a una qualsivoglia scalcagnata teoria cospirazionista. Dietro la pretesa di serietà, potrebbe essere persino più pericoloso.
Una persona ragionevole (non si vuol dire semplicemente una persona di scienza) dovrebbe in ogni caso guardarsi bene dal diffondere, anche solo per allusione, tuttavia in modo in ogni caso volgare, una balla di tali dimensioni. Ed è un peccato che alle fanfaluche delle dietrologie si finisca così per contrapporre, come modello, una sorta di credo.
14 agosto 2020
Bolle d'alea (29): Flaubert
"Un temps viendra où l'on ne cherchera plus le bonheur - ce qui ne sera pas un progrès, mais l'humanité sera plus tranquille" scrive Gustave Flaubert domenica 18 dicembre 1859 a Mademoiselle Leroyer de Chantepie. Evidentemente, quel tempo non è ancora venuto e in quel futuro risiede una delle illusioni nutrite anche da chi, come lo scrittore francese, trovò nella precisa espressione della disillusione la sua eroica grandezza.
Dubitando che in realtà non si tratti proprio di progresso, più tranquillità e meno ricerca della felicità paiono tuttavia ad Apollonio due disposizioni d'animo augurabili oggi e il modesto indice temporale di tale augurio ha qui valore proprio e, come sineddoche, figurato.
10 agosto 2020
Indirizzi di metodo, per giovani che non ne necessitano (26): Assoluto, relativo, pertinente
Lo sguardo critico, lo sguardo di chi discerne è sempre nuovo. La novità lo fa giudicare insolente da coloro che credono nell'assoluto e ingenuo da coloro per cui tutto è relativo.
Lo sguardo critico non è invece né insolente né ingenuo, anche perché è l'unico cui è chiara l'elegante esigenza di un metodo.
Con metodo, esso va a caccia di ciò che è pertinente, al di là di ciò che molti credono assoluto e di ciò che altrettanti si contentano di dire relativo. Individuando ciò che è pertinente, prova in altre parole a determinare cosa c'è di diverso dove nulla pare esserlo e cosa di eguale dove nulla pare esserlo.
Alla ricerca della pertinenza pone ostacoli non solo teoretici, ma anche etici tanto chi crede all'assoluto, quanto chi si arrende al relativo. E tra i primi risultati procurati dallo sguardo critico metodologicamente orientato c'è la scoperta della pertinente relazione che, dietro differenze fenomeniche, rende reciprocamente solidali chierici dell'assoluto e araldi del relativo.
4 agosto 2020
Per chi si scrive? Una risposta, poco nota, di Leonardo Sciascia (e una, ben nota, di Italo Calvino)
"Lo scaffale ipotetico" è un piccolo saggio del 1967 di Italo Calvino. A sollecitarne la composizione era stata un'inchiesta "aperta da Gian Carlo Ferretti sul tema: Per chi si scrive un romanzo? Per chi si scrive una poesia?" e ospitata dal settimanale Rinascita, il periodico politico-culturale fondato nel 1944 da Palmiro Togliatti (difficile immaginare, per una pubblicazione, un nome più aderente al programma di conciliazione delle diverse anime della cultura nazionale perseguito dal suo fondatore; Rinascita finì nella pressa della storia quarantacinque anni dopo la sua fondazione e vi fu definitivamente stritolato nel 1991).
Dal tema dell'inchiesta che gli aveva sollecitato un intervento, Calvino prese d'altra parte a prestito un nuovo titolo per il suo scritto, quando nel 1980 lo ripubblicò. E così il saggio comparve come "Per chi si scrive? (Lo scaffale ipotetico)" nella raccolta Una pietra sopra. Discorsi di letteratura e società. In tale sede Apollonio (o il suo alter ego) lo lesse or sono appunto quattro decenni e da quel momento si fece cosciente e convinto di un'idea che vi è prospettata: "se si presuppone un lettore meno colto dello scrittore e si assume verso di lui un'attitudine pedagogica, divulgativa, rassicuratrice, non si fa che confermare il dislivello [culturale tra colti e incolti]; ogni tentativo d'edulcorare la situazione con palliativi (una letteratura «popolare») è un passo indietro, non un passo avanti. La letteratura non è la scuola; la letteratura deve presupporre un pubblico più colto, più colto di quanto non sia lo scrittore [il corsivo è di Calvino]; che questo pubblico esista o no non importa. Lo scrittore parla a un lettore che ne sa più di lui, si finge un se stesso che ne sa di più di quel che lui sa, per parlare a qualcuno che ne sa di più ancora".
Non mancherà occasione ad Apollonio (o forse, e meglio, al suo alter ego) di tornare su tale idea, dicendo come essa sia pertinente per comprendere e collocare opportunamente non solo recenti fenomeni letterari come il caso Camilleri, ma anche, al di là della letteratura e dei suoi aspetti squisitamente bellettristici, a intendere la natura ideologicamente regressiva, se non apertamente reazionaria di una grande quantità dell'attuale diffusione a stampa o in rete di testi d'impianto, si dice, saggistico e con pretese di divulgazione.
Sugli stessi temi, suona anche oggi pertinentissima la risposta che Leonardo Sciascia diede per altri versi alla medesima inchiesta. Essa comparve proprio nel fascicolo di Rinascita (anno XXIV, n. 46, novembre 1967) in cui Calvino aveva proposta la sua. Molto più breve e molto meno ideologicamente sofisticato di quello di Calvino, lo scritto di Sciascia è anche molto meno noto e ha un titolo, "Tra impegno e disimpegno", che oggi sa di tappo e forse non gli rende giustizia. Sciascia non lo ripropose nelle sue raccolte saggistiche ed è assente dalle successive edizioni delle sue opere. Per quanto Apollonio ne sappia, non è quindi mai stato ripubblicato. Gli pare quindi di rendere un servizio ai suoi due lettori, riproponendolo qui nella sua interezza.
Sciascia scrisse così: "Ho cominciato a scrivere in tempi di impegno; continuo a scrivere in tempi di disimpegno. Non ho tenuto conto dell'impegno (com'era inteso); e non tengo conto del disimpegno (com'è inteso). O dell'impegno del disimpegno, del disimpegno dell'impegno del disimpegno, e così via.
Guardando alla società italiana nel suo insieme (e dico società in senso del tutto approssimativo) e a quello che in questa società accade da venti anni, da cento, da quattrocento, mi sentivo inutile ai tempi dell'impegno e mi sento inutile in questi tempi di disimpegno. Non ho mai scritto, dunque, pensando a una società pronta ad accogliere i miei libri o a respingerli; e tanto meno pensando a una classe pronta ad accoglierli e a un'altra pronta a respingerli. D'altra parte, non ho mai scritto per me stesso: quello che scrivo è importante per me soltanto per il fatto che lo comunico agli altri; cioè per il fatto che quello che vengo a conoscere o a riconoscere scrivendo appunto lo conosco o lo riconosco nel circuito della comunicazione.
Ma chi sono questi altri coi quali comunico (o mi illudo di comunicare, poiché un margine pirandelliano c'è sempre in tutto quello che faccio, in tutto quello cui credo)?
È difficile rispondere indicando categorie, tipi, ambienti. Posso solo dire: sono persone che conosco.
Non il lettore-consumatore, dunque, ma il lettore-interlocutore. Un lettore individualizzato al massimo, direi, e col quale sono riuscito a stabilire un rapporto, molto somigliante all'amicizia, sulla base del senso comune (non dico buon senso per le implicazioni qualunquistiche che ha da noi l'espressione) [i corsivi sono di Sciascia].
E avendo raggiunto un numero piuttosto ingente di lettori-amici (cosa piuttosto difficile in un paese come il nostro), potrei anche essere soddisfatto e sicuro. E invece non sono né soddisfatto né sicuro. Questa vasta cerchia di lettori altro non è che l'allargamento della rosa manzoniana dei venticinque. E perciò come don Abbondio resto a dire: ci vuol altro, ci vuol altro, ci vuol altro; appunto perché quel che ci vuole quasi non si vede più e a tentare di mutare la situazione, il rapporto, si scivola nel peggio.
A perdere il lettore della qualità dei venticinque del Manzoni, altro non si trova che il lettore consumatore, cioè il lettore invisibile. Qui, dico, oggi. E ne vale la pena?"
Ci si intenda, c'è sempre stato da qualche secolo chi ha pensato di sì, volgarmente convinto del fatto che lettrici e lettori ideali siano ebeti e insipienti. In altre parole, c'è sempre stato chi, spacciandosi per popolare con lampante falsa coscienza, ha pensato valesse la pena, scrivendo, di ordire i facili imbrogli dell'imbonitore.
Qualcosa è però cambiato, dai tempi di Calvino e di Sciascia, tutto sommato recenti. Oggi pare non ci sia quasi più nessuno che, chiedendosi "per chi scrivo?", abbia pensieri simili ai loro. Che non ci sia quasi nessuno disposto a sottoscrivere in piena coscienza la perentoria e moralmente temeraria dichiarazione che Leonardo Sciascia, spavaldo davanti alla morte, affidò a Georges Bernanos, nell'epigrafe del suo estremo (e tragico) A futura memoria (se la memoria avrà un futuro): "Preferisco perdere dei lettori, piuttosto che ingannarli".
2 agosto 2020
Linguistica candida (53): "it's none of your business"
Nel rumoroso cortile della comunicazione pubblica nazionale è esplosa in questi giorni una furibonda baruffa. Pretesto, più che ragione, ne sono stati i modi con cui nello scritto italiano, in alcune circostanze, ci si potrebbe (c'è chi opina, ci si dovrebbe) esimere da quell'espressione di un genere grammaticale che la lingua di Dante impone a chi se ne serve.
Ad Apollonio è così tornato in mente un passo di Roman Jakobson. Lo si legge nel suo scritto più sapiriano, consacrato del resto a Franz Boas. Dalla scuola di Boas Edward Sapir era appunto uscito. Il passo contiene una delle più affilate e celebri sortite di Jakobson: "Thus the true difference between languages is not in what may or may not be expressed but in what must or must not be conveyed by the speakers". E sapiriana ne è la spiritosa illustrazione (oltre che frutto diretto e palese dell'Erlebnis del linguista russo trapiantato negli Stati Uniti): "If a Russian says: Ja napisal prijateliu 'I wrote a friend', the distinction between the definiteness and indefiniteness of reference ('the' vs. 'a') finds no expression, whereas the completion of the letter is expressed by the verbal aspect, and the sex of the friend by the masculine gender. Since in Russian these concepts are grammatical, they cannot be omitted in communication, whereas after the English utterance «I wrote a friend», interrogations whether the letter has been finished and whether it was addressed to a boy-friend or to a girl-friend, can be followed by the abrupt reply - «it's none of your business»".
15 luglio 2020
Le occasioni di ridere... (4)
non vanno mai sprecate. Eccone una:
Ci si intenda: sono cose che capitano.
A quanto pare, la topica sta tuttavia lì da tre anni (chi vuole può leggere qui il resto). E nessuno ha messo sull'avviso l'autrice e il portale france culture (sic!). Portale (i due lettori di Apollonio certamente lo sanno) che spalleggia in rete l'un dì mitica stazione radiofonica culturale dell'emittente pubblica francese. Quando si dice il declino...
Del resto, a stare a non fare niente, cosa si vuole che succeda? Ineluttabile che prima o poi si vada se faire voir chez les Grecs.
28 giugno 2020
Sommessi commenti sul Moderno (28): Chiesa ovunque
Ci sono state epoche, che sono state dette bigotte, e luoghi, che sono stati considerati asfittici, in cui per ascoltare chi diceva come ci si dovesse comportare bisognava andare in chiesa.
Adesso, in qualsiasi luogo, basta esporsi, come destinatario o come destinataria, a qualsivoglia forma di comunicazione: privata e pubblica, scritta e orale, digitale e analogica, artistica e no.
Dappertutto, c'è la certezza di incappare in chi detta precetti e lancia anatemi, prescrive e stigmatizza, s'indigna e grida allo scandalo, giudica e manda.
La predica morale, con le connesse deprecazioni, è il genere che caratterizza la temperie ed è tale sua corriva volgarità a dire che le sue innumerevoli evenienze non possono avere il solo tratto che le riscatterebbe, come del resto ha fatto in altri momenti: una rigorosa qualità letteraria.
Si può anche predicare bene, infatti, ma per farlo niente è più superfluo di nutrire buoni sentimenti e migliori intenzioni.
Insomma, ennesima sineddoche del suo ridicolo fallimento morale, il Moderno ha fatto maldestramente deserto delle belle chiese per liquefarsi, graveolente, in un tempo in cui chiesa, e chiesa qualunque è ovunque.
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