30 marzo 2013

Farse in due battute (12)



- Muoio...
- Mi dia ascolto: solo se non può farne a meno. Altrimenti, rimandi. Non è proprio il momento.

29 marzo 2013

Libertino, detto Tino, Faussone


È preziosa perla di onomastica letteraria. Si chiama così il protagonista della Chiave a stella di Primo Levi: montatore di storie, oltre che di tralicci, di ponti sospesi e di altre avventurose diavolerie dell'ingegno umano. 
Per le vie velatamente trasparenti di allusione ed etimologia, in tale nome risuona la congiunta menzione di falsità e libertà. Sono valori d'ogni artificio, ivi compreso naturalmente il narrativo. Forse quelli che gli sono più intrinseci. Falsità e libertà: umane. E ambedue incoercibili, ambedue irriverenti, ambedue spalancate sopra usi probi o depravati, ambedue poste, quasi a forzarlo, sul limite della tragicomica finitezza che fa da stoffa della condizione umana. 
L'opera di Levi fa sì la lode dell'operosità, come fu facilmente detto sin dal suo apparire. A partire dal nome proprio del suo protagonista, ammonisce però sulla perenne opinabilità etica di tale operosità e sulla sua continua falsificabilità teoretica. Lo fa senza pedantesca iattanza o moralistica condanna ma con l'aperta simpatia che ispira un uomo, sempre che questo lo sia, almeno libero d'esser falso nella sua forse falsa libertà.


27 marzo 2013

Sommessi commenti sul Moderno (8)

Non la serena e antichissima (se non ancestrale) consapevolezza umana di un incessante divenire ma una sua ideologizzazione è tratto pertinente del Moderno e, forse, fattore determinante della sua putrefazione. Così, ogni moderno cantore del cambiamento ne è in realtà più un astratto ideologo che un saggio esperiente, quando non si tratti (e non è caso raro né esclusivo) di un saccheggiatore della memoria (cioè della cosa più sacra, proprio in funzione dell'esperienza del mutamento) che veste di impersonali pretesti la personale miseria dei propri atti: "Sto devastando un'antica e valorosa bellezza, sì. Ma come diversamente? Non vedi? Tutto sta cambiando".

22 marzo 2013

Linguistica da strapazzo (15): Prestidigitazione

"Col suo visuccio di povero nato per soffrire, per essere sempre messo da parte o picchiato o sfruttato, Mosè mi accarezzava la mano e si rallegrava per me...": di chi è la mano? Che sciocca domanda! Ovviamente è la mano di chi, per parlare di sé in questo passo, dice mi: 'la mia mano'.
"Alba, che mi dava la mano, assistette alla cerimonia funebre. Vide la bara calare nella terra, nel posto provvisorio che avevamo ottenuto...": e qui, di chi è la mano? Domanda ancora più sciocca. Non è la mano  di chi dice mi. È la mano di Alba.
"...mi accarezzava la mano...", "...mi dava la mano...": un pronome di prima persona, una forma verbale e il nesso nominale la mano. E la mano, come per incanto, cambia proprietario.
Esplicitamente e irrevocabilmente: nessuno pensa che nel primo caso la mano sia di Mosè; nessuno pensa che nel secondo non sia di Alba.
Ma una cosa tanto chiara e sulla quale nessuno si sbaglierebbe, dov'è formalmente detta? Accarezzava lascia che tra mi e la mano ci sia una relazione, che dava, invece, recide implacabile, collegando la mano col suo soggetto. I fili ci sono. Ci si inciampa. Solo che sono invisibili.
"E in quelle condizioni venne a cercarmi e mi trovò. lo giacevo nel letto stordita dal male, dalle medicine, e sognavo che qualcuno mi accarezzava una mano...". Chi possiede qui una mano è di nuovo chi dice mi: 'una delle mie mani'.
"...mi accarezzava la mano...", "...mi accarezzava una mano..." sono diverse, certo. Si tratta tuttavia d'una diversità trascurabile. Anche nel primo caso la mano è solo 'una delle mie mani', se chi lo dice (ed è il caso banale) ne possiede più d'una. La determinazione di la mano, come la non-determinazione di una mano, gioca il ruolo, in tali contesti, di variante libera, determinata, eventualmente, solo dal gusto.
L'alternanza dell'articolo non è sempre però una trascurabile variante. Si metta a confronto il "mi dava la mano" di poco sopra con "Fernanda ci aiutava come poteva. Era la prima volta che una donna mi dava una mano per un'impresa alpinistica e questo complicò in un certo senso le cose...". Qui (ed è un bel paradosso) la mano, come referente dell'espressione linguistica, è letteralmente scomparsa. Nel valore corrente dell'espressione dare una mano (che è idiomatica), di mano, a ben vedere, proprio non si tratta. A mano, nel contesto che comporta il verbo dare, basta così cambiare l'articolo per farla diventare un fantasma.
La mano è la mia, la mano non è la mia; la mano c'è, la mano non c'è più. Stupidi giochi di prestigio permessi da una cosa lampante, a viverla, e problematica (se non misteriosa), quando si cerca di capirla e di metterla in chiaro a se stessi e agli altri: la ratio della lingua. Nel caso specifico, sotto forma di lessico-sintassi.

11 marzo 2013

Linguistica da strapazzo (14): Conformità della lingua

Non c'è lingua possibile senza conformità né conformità possibile senza lingua, come ben sapeva Ferdinand de Saussure: "La guerre, je vous dis, la guerre!". Già nel necessario rapporto che chi parla instaura con se stesso, la lingua è conforme: non si istituisce per sé, infatti, ma per relazione. Tende a essere conforme, di conseguenza, negli usi sociali più espliciti. 
Conformità non è conformismo, però, e l'acutissimo Barthes mostra forse di non cogliere la differenza quando addita la lingua come "fascista", in una celebre pagina. 
O fa finta di non coglierla per desiderio di spararla grossa e per comprensibile insofferenza verso gli eterni benpensanti: comprensibile ma non ragionevole, visto che non c'è clima nel quale il benpensante non cresca e non si riproduca. Così è accaduto anche sotto le condizioni che Barthes, imponendole alla discussione con quella sortita, s'illudeva fossero definitivamente inospitali al suo sviluppo. E invece...
Meglio allora, con modestia e senza volere scandalizzare nessuno, provare a tenere distinti conformità e conformismo. Conforme per via di relazione, la lingua non è fascista. Può diventarlo in ogni momento, però, se qualcuno s'impadronisce per un po' (per sempre, è impossibile) della sua necessaria conformità per coltivarci dentro la mala pianta del proprio conformismo.
Quanto al piccolo e, grazie al Cielo, innocente orto della linguistica, ciò significa che è meglio stare sempre vigili soprattutto con se stessi, quando si maneggiano, a scopi argomentativi, nozioni critiche come semanticamente accettabile e non-accettabile, pragmaticamente felice o non-felice. Altrimenti si finisce (e quanto sia inquietante, c'è appena bisogno di ricordarlo) per applicare una stella sull'abito di espressioni che hanno solo la colpa di essere inusuali se non d'essere semplicemente ritenute per mero conformismo pericolosa e perturbante minoranza.

A frusto a frusto (52)





Non c'è scampo all'impietosa immagine speculare che ti para davanti la reazione di un cretino.

10 marzo 2013

Numeri (5): Passati i quaranta...



Scomparsa, la mezza età. Come le mezze stagioni.

Linguistica da strapazzo (13): "Noi"



Il noi è cultura allo stato di natura. Il noi è l'eterna, calda, infida, inestricabile, umida giungla umana in cui, mosso pure che sia dalle migliori intenzioni, s'aggira l'io predatore per nutrirsi, insaziabile, o per far strame, crudele, d'ogni io, fosse anche se stesso, gli capiti a tiro.   

9 marzo 2013

A frusto a frusto (51)





E il mondo tocca un livello di falsità altrettanto inquietante quando è fin troppo facile la ricerca di autentici farabutti.

A frusto a frusto (50)





Il mondo tocca un livello inquietante di falsità quando diventa ardua persino la ricerca d'un farabutto autentico.

Caratteri (13)...

o Sommessi commenti sul Moderno (8)



Rifiutandosi di riconoscerne l'essenziale tragedia, della vita non coglie la connaturata comicità: i suoi pensieri galleggiano così, capricciosi, nella fangosa pozzanghera d'una falsa e stucchevole elegia.

8 marzo 2013

Linguistica da strapazzo (12): "Difficiles nugae"

Si è sempre controllato con attenzione e Si è sempre controllati con attenzione sono un'esemplare coppia minima sintattica. Basta commutare la -o con la -i per provocare una catastrofe interpretativa (che è ovviamente effetto d'una catastrofe sintattica) e per passare, quanto a diatesi, dall'attivo al passivo o, forse meglio, dal non-passivo al passivo (non si irrita così l'alter ego secolare di Apollonio, che, come sanno gli intimi, ha la fisima del medio). E per scivolare, quanto ai tempi verbali, dal passato prossimo al presente. Pare poco, per un cambio di vocale?
Il valore impersonale resta costante nelle due proposizioni e, con esso, quel 'noi' funzionale che occhieggia sovente, se non sempre, dietro un impersonale formale. Nel caso del participio terminante in -o, però, è il soggetto (non-specificato) ad aver controllato: "Carne equina nel ragù? Impossibile! Nella nostra ditta si è sempre controllato con attenzione". Nel caso del participio terminante per -i, è il soggetto (sempre non-specificato) a essere controllato: "Mi raccomando, niente liquidi o altre diavolerie nel bagaglio a mano. A Kloten si è sempre controllati con attenzione".
Càpita poi, a ben vedere, che la terminazione in -i, mantenendo costante, quanto al numero, il valore di un arbitrario plurale, possa essere, come maschile, non-marcata quanto al genere: si sa, è questa un'ingiustizia forse riparabile nel lessico ma certo insanabile in morfosintassi. O essere maschile a tutti gli effetti, se posta in opposizione con una possibile -e. "Al concorso di Miss Italia, si è sempre controllate con attenzione" potrebbero magari dire le candidate reginette, servendosi di un impersonale passivo in cui il soggetto non-specificato è ovviamente di genere femminile.
In funzione di numero e genere, non va allo stesso modo con controllato e la sua -o. Anche se può sembrarlo, controllato non è singolare né maschile, come non lo sono parlatosmesso in Si è parlato a lungo di trasformazioni, in proposito, poi d'improvviso si è smesso.
Tra gli apparecchi descrittivi disponibili sul mercato grammaticale, a conoscenza di Apollonio, solo uno, messo di fronte a una minuzia come questa, riesce a trattarla e a trattarne la differenza con accettabile eleganza e a inserirla nel leggero quadro sistematico di evidenti regolarità. Gli altri la ignorano o s'appellano, balbettando metafore di movimenti e simili, a cigolanti ordigni concettuali. O forse pare così ad Apollonio, che è appunto un linguista da strapazzo.   

5 marzo 2013

A frusto a frusto (48)




Che noia, che tristezza e, soprattutto, che volgarità è allegare cause o scopi alle proprie sciocchezze.

3 marzo 2013

Farse in due battute (11)*





"Guardi... Lei non mi deve delle scuse..."
"Ma mi ha preso alla lettera? Suvvia! Era solo per dire."

* [Non-fiction]


2 marzo 2013

A frusto a frusto (47)


Ironica e impersonale compassione dell'umano destino: l'infelice che vince paga sempre la sua vittoria con la cecità. Non vede così quanto l'infelice che perde, nella dolce sospensione che s'accompagna al quieto abbandono della disfatta, ne compianga le future, ineluttabili e certo più crude pene. 

1 marzo 2013

Numeri (4): Bibliografie





Un elenco di riferimenti bibliografici capita si gonfi proporzionalmente alla brama che nessuno, sul tema, possa esibirne uno più turgido.

Caratteri (12)




Come esaltatore di disgusto, nel dubbio non ne susciti già a sufficienza, sfoggia appena può un affettato rispetto delle forme.

Sommessi commenti sul Moderno (7)




Lo si sa per sempre rinnovata prova: alle idee di libertà, di eguaglianza, di rispetto è precluso il buon fine. In un sorridente silenzio interiore, tocca perciò tenerle per sacre e, forse, ineffabili. E, come si fa con l'amore, porle al riparo almeno lì dagli esiti spregevoli di cui, al pari appunto dell'amore, capita siano regolarmente fatte pretesto. 

A frusto a frusto (46)




Per chi s'interroga sulla misura di ciò che fa, la riprovazione d'un cretino è rassicurante quanto inquietante è l'approvazione d'un ipocrita. 

27 febbraio 2013

A frusto a frusto (45)



Ingannare l'ingenuità infantile illudendosi di farla franca è ridicola ingenuità della supponenza adulta.

26 febbraio 2013

Linguistica da strapazzo (11): "E"

"In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio, e il Verbo era Dio". Riflettere un momento su questo celebre incipit è quanto basta a chi è curioso di sapere cosa vale e in italiano e cosa vale ciò che, per funzione, corrisponde a e in idiomi apparentati. Sì, e: la congiunzione, come la si definisce, di coordinazione. 
Basta infatti egli si chieda non solo dove e compare in quel passo d'apertura del Vangelo di Giovanni ma anche dove non compare, cercando d'intendere il valore di tale opposizione. L'opposizione qualifica tanto il dato positivo quanto il negativo. Il valore del negativo giganteggia, per la sua chiarezza, e getta la sua luce su quello del positivo: miseria della filologia e del culto ontologico del dato attestato. 
E non ricorre in principio. Una volta che si sia principiato, per e la via è spianata.
Nel Big Bang di un'espressione, in altre parole, e, forse, in quello dell'espressione, e non c'è. E se e c'è, il Big Bang è simulato o, se è un Big Bang, è un Big Bang che simula di non esserlo. 
Una e è insomma sempre marca d'una ripresa. È marca, al massimo, di un nuovo inizio ma non dell'inizio. Così capita che una e d'apertura (come sovente se ne trovano) possa alludere a un precedente indefinito e arcano o a uno ben noto e definito, almeno per convenzione. Fare, insomma, poesia, anche a buon mercato, o valere come ammiccamento per chi, della storia, conosce già le puntate precedenti e funzionalmente omologhe. 
Perché e coordina, si dice, ma appunto solo ciò che è reciprocamente coordinabile ed è rispettosa delle differenze funzionali né mai potrebbe passarci sopra. E non crea, aggiunge un anello e fa catena.
Modesta, servile, dignitosamente umana. Odiosamente umana. 

24 febbraio 2013

A frusto a frusto (44)



Cosa c'è di più odioso ed esecrabile della spudoratezza? Eppure, accompagnata dall'abbandono di sé, diventa complice espressione di confidenza, aspra talvolta, talaltra dolce: di rado, miracolosamente, insieme. Tocca a quel punto all'eccezione dell'intelligenza riscattarla, rinnovandola senza guastarla, dalla rapida noia dell'abitudine.

23 febbraio 2013

A frusto a frusto (43)





A redimere la vanagloria di sconsiderate (e sovente involontarie) generosità interviene sempre, moralmente salvifica, l'ingratitudine.

21 febbraio 2013

Anagramma


L'incidente d'un tweet ed ecco apparire, quasi a casaccio, la lampante evidenza d'una banalità. Tra gli omofoni cielo celo, solo il primo, ovviamente, vanta celio come anagramma ma per puro effetto di norma ortografica. La realtà di una relazione anagrammatica è assoluta, dunque, ma è relativo o, meglio, convenzionale il fondamento di tale realtà, come lo è, naturalmente, ogni scrittura.
Per atto dovuto.

20 febbraio 2013

Letto






È ragione di fierezza sapere che il luogo che il luogo comune associa all'italiano è il letto, scenario in cui, come può e persino alla sua fine, la vita umana offre il meglio di sé. 

16 febbraio 2013

Cronache dal demo di Colono (11): Sanremo





Il politicamente corretto non farà mai le veci del garbo e della buona educazione né una sussiegosa sufficienza intellettuale avrà mai la grazia della cultura e della canzone popolare.  

Lingua loro (28): "Messa in mora"

Rapita dal caldo e sicuro ricetto della lingua di specialità in cui, talvolta per secoli, ha prosperato tranquilla, a un'espressione può capitare di tutto. Se suona bene (e motivo del rapimento è sovente proprio il fatto che sia sembrata carina a chi l'ha orecchiata), la si può trovare adoperata anche per valori molto lontani dai suoi d'origine, se non affatto opposti. E la nominalizzazione messa in mora, anzi, nell'orale, messimmora pare suoni benissimo tra le labbra e sotto le penne di chi, dell'uso giusto della lingua, se ne intende e se ne serve come (quasi) sinonimo di abbandono (più o meno lungo), di sospensione: "Oggi assistiamo a una messa in mora d'ogni riflessione sul tema...".
La lingua è benevola, però, e non ha mai messo in mora nessuno; al massimo, col suo candore maligno, mette a nudo il cretino, ma solo nelle more della sua ineluttabile prevalenza.

15 febbraio 2013

A frusto a frusto (42)



Parossistico e implacabile divenire del permanente: per mettere in scena l'incessante replica del medesimo spettacolo, al mondo tocca adeguarsi col periodico avvicendamento, tra l'altro, dell'intero cast delle sue marionette.

11 febbraio 2013

Cronache dal demo di Colono (10): Della verità del dettaglio



Il filmato procura a chi sa intenderla prova tangibile del mutamento dei tempi cui la reboante notizia della conferenza stampa di Padre Lombardi fa esplicativo riferimento. La prova è lampante. Il valore espressivo (e comunicativo) è sistematico, proprio per via della sua toccante modestia, della sua apparente impertinenza.
È la bottiglia di plastica d'acqua minerale che compare sul tavolo, sulla destra dell'oratore. E, con la bottiglia, quel candido bicchiere di plastica, rovesciato, a incappucciarla.
Oggetti qualsiasi, oggi, per gente qualsiasi dalle vite qualsiasi. Sacri feticci di un'epoca che ha perfezionato con un egualitarismo al ribasso un gran sogno della modernità: l'eguaglianza tra gli esseri umani.
Quella bottiglia da mezzo litro e quel patetico bicchiere stanno lì a qualificare, in funzione di ossimoro, una sede un tempo tanto augusta, se non proprio santa: la sede per antonomasia della trascendenza dall'umano.
Stanno lì, invece, come, identici, stanno sul tavolo dove si consuma, in un mondo di finti ricchi produttori principalmente se non esclusivamente di rifiuti, la volgare pausa pranzo di ogni supponente poveraccio che, inebetito, guarda alla TV Padre Lombardi commentare e spiegare l'abdicazione di un papa: un evento ben più raro della morte di un papa, già di suo, come si sa, proverbialmente rara.

7 febbraio 2013

Lingua loro (27): "Avere un impatto"

Frustolo esclusivamente documentario, il presente. Il momento priva di opportunità qualsiasi commento. Quanto a salire in politica come "il termine", dirne sarebbe qui pedantesco. Di "termine", gli usi sono interminati, anche tra gli specialisti e per affettazione. Saggio tacerne.

6 febbraio 2013

A frusto a frusto (41)



Ciò che più si ama, ciò cui più si tiene (forse perché nebulosa ratio d'un accidentale esserci stato) è l'esito di errori iterati, di incoercibili debolezze.

5 febbraio 2013

Cronache dal demo di Colono (9): Fabio Fazio





Fabio Fazio è una coppia minima.








Coppia minima? YouTube

A frusto a frusto (40)





Atti miserabili come estrema resistenza all'implacabile evidenza della propria miserabilità.

Linguistica da strapazzo (10): Asterisco

Quasi tutto il valore (e il sapore) della ricerca linguistica consiste nella capacità metodica di cogliere con precisa sottigliezza i modi sistematici con cui, smarcandosi dal non-marcato, il marcato sta temerariamente sospeso, per mera ipotetica differenza, sopra il baratro vertiginoso dell'impossibile.  

26 gennaio 2013

22 gennaio 2013

Farse in due battute (10)





"...e non sei stupido fin quando qualcuno non ti giudica stupido".
"Fosse vero, caro signor mio, fosse vero...".

21 gennaio 2013

"Nella vita degli imperatori..."

"Non è detto che Kublai Kan creda a tutto quel che dice Marco Polo quando gli descrive le città visitate nelle sue ambascerie, ma certo l'imperatore dei tartari continua ad ascoltare il giovane veneziano con più curiosità e attenzione che ogni altro suo messo o esploratore. Nella vita degli imperatori c'è un momento, che segue all'orgoglio per l'ampiezza sterminata dei territori che abbiamo conquistato, alla malinconia e al sollievo di sapere che presto rinunceremo a conoscerli e a comprenderli; un senso come di vuoto che ci prende una sera con l'odore degli elefanti dopo la pioggia e della cenere di sandalo che si raffredda nei bracieri; una vertigine che fa tremare i fiumi e le montagne istoriati sulla fulva groppa dei planisferi, arrotola uno sull'altro i dispacci che ci annunciano il franare degli ultimi eserciti nemici di sconfitta in sconfitta, e scrosta la ceralacca dei sigilli di re mai sentiti nominare che implorano la protezione delle nostre armate avanzanti in cambio di tributi annuali in metalli preziosi, pelli conciate e gusci di testuggine: è il momento disperato in cui si scopre che quest'impero che ci era sembrato la somma di tutte le meraviglie è uno sfacelo senza fine né forma, che la sua corruzione è troppo incancrenita perché il nostro scettro possa mettervi riparo, che il trionfo sui sovrani avversari ci ha fatto eredi della loro lunga rovina. Solo nei resoconti di Marco Polo, Kublai Kan riusciva a discernere, attraverso le muraglie e le torri destinate a crollare, la filigrana d'un disegno così sottile da sfuggire al morso delle termiti".
Le città invisibili s'apre con la negazione d'un passivo senza agente di dire che, idiomaticamente, vale come presa di distanza dell'enunciatore da ciò che sta enunciando: un fenomeno di quella categoria che, nelle grammatiche delle lingue (di norma esotiche) ove passa per manifesta, viene designata come "evidenzialità". 
E s'apre coi due protagonisti, alla pari, alla terza persona, sebbene l'uno preceda l'altro, non solo nell'ordine sintagmatico, ma anche nella gerarchia ipotattica. Kublai Kan funge infatti da soggetto della subordinata di primo grado che ingloba come argomento il pronome cui si attacca la subordinata relativa in cui finalmente Marco Polo compare come soggetto di dire
Del resto, la parità dei due sotto il segno della non-persona (la terza fu così acutamente definita da Benveniste) è rivelata subito apparente e il brano, il primo della cornice di quest'opera al tempo stesso asciutta e magnificente, ha anch'esso una cornice, costituita dal primo e dall'ultimo periodo: i due soli caratterizzati dai protagonisti, e nel caso specifico da Kublai Kan, alla terza persona.
Nel cuore, tutto uno scorrere della cosiddetta prima plurale. Sanno i suoi cinque lettori quanto Apollonio non ami il "pronome di vigliaccheria" (definizione di Manganelli) ma eccone una pratica, peraltro nel suo altrove miserabile - e pericoloso - valore inclusivo, eccone una pratica, si diceva, che scioglie quell'odio e mostra come non c'è veramente nulla, nella lingua, che la probità, o meglio quel probo commercio linguistico della falsità rappresentato per antonomasia dalla letteratura, non sia capace di riscattare dalle infamie che quotidianamente se ne fanno.
E nel cuore di questo incipit, con il 'noi' che getta la comune croce dell'umanità su chi legge e su chi scrive, c'è la lampante rivelazione che è sempre la lettura, l'ascolto, è sempre il  "re in ascolto" la prospettiva profonda di Italo Calvino, come la gerarchia ipotattica della preterizione d'esordio ha sottilmente già lasciato intendere.
L'espressione di Calvino come scrittore fu pretesto per la sua espressione come lettore (di se stesso). E non è detto che il lettore Kublai Kan abbia creduto allo scrittore Marco Polo mentre lo ascoltava con curiosità e attenzione. 
Del resto,  è solo occasione per il suo proprio ascolto l'espressione d'un essere umano saggio e consapevole, come istintivamente saggio e consapevole egli pare nel momento in cui viene esplicitamente al mondo e, per dare un segno al suo orecchio della sua esistenza, s'esprime nel pianto.
L'ascolto si esercita dubbioso, se non incredulo, con un'espressione che gli ritorna. Per aprirsi così poi "disperato" alla altrui, con solidale compassione per lo sfacelo, la corruzione, la rovina e l'imbroglio di cui, nascendo, noi si è divenuti orgogliosamente e felicemente eredi.
Noi, cioè lui che l'ascolto della comune espressione appende a una filigrana tanto sottile da far coltivare l'illusione che, ingannando per quanto sia possibile il tempo, essa sfuggirà al morso delle termiti. 

17 gennaio 2013

A frusto a frusto (39)



Nel verso della vita, qualche mobile cesura, qualche cadenzato accento. E inizio e fine come valori forti.

16 gennaio 2013

Allievo

Chissà se Apollonio terrà fede alla promessa strappatagli tempo fa dall'emozione di sapere morto (e d'improvviso) Francesco Orlando. Promise, con l'amara ironia dettatagli dalla luttuosa circostanza, che sarebbe tornato a scriverne. Non perché - come coloro che hanno contribuito a un recente volume di testimonianze e ricordi dell'illustre studioso palermitano - lo avesse frequentato intensamente. Forse proprio per la ragione opposta.
Non è questa ad ogni modo la circostanza. E vedranno i cinque lettori che, alla fine, sarà più lesto, in proposito, il suo alter ego a tirare fuori uno dei suoi soliti scrittarelli con pretesa di saggio.
Qui del resto solo una noticina a margine del menzionato e peraltro benemerito volume che porta quasi ottanta firme (e molte molto illustri) e che nella premessa del giovanissimo curatore, di studi pisani, tiene a informare il lettore che tra i molti titoli di merito di Orlando c'era quello d'essere stato "allievo di Tomasi di Lampedusa, Pizzorusso e Auerbach".
Erich Auerbach muore, in una cittadina statunitense, nel 1957: due anni prima del momento in cui Orlando, dalla natia Palermo, sbarca a Pisa, per intraprendere i suoi studi letterari. Certo, negli anni a venire, Orlando sarebbe divenuto un accanito lettore e un grande estimatore dell'opera di Auerbach. Se ciò bastasse però a dir qualcuno allievo di Auerbach, grande sarebbe il numero di coloro cui, per lode o biasimo, si potrebbe attribuire tale titolo e infinito quello di coloro che potrebbero esser detti allievi, poniamo, di Platone.
Più solida parrebbe la ragione per cui di Orlando si può dire sia stato allievo del francesista Arnaldo Pizzorusso. È indubbio: ci sono di mezzo delle tesi universitarie. Nel suo breve testo commemorativo presente nel volume, Pizzorusso si limita tuttavia a definire Orlando (e proprio tra virgolette) uno "studente d'eccezione". Certo, per elegante discrezione. Ma forse anche perché allievo, come maestro, nell'accademia è, nell'uso predicativo, parola impegnativa, non solo per chi ne è soggetto ma anche per chi ne è complemento.
Resta il caso di Tomasi di Lampedusa e, come sempre quando si tratta del principe siciliano, si entra nel mito. Come la citazione del resto dimostra, allievo è parola che aveva e ha ancora gran corso a Pisa, città accademica per eccellenza, in Italia, e anche per questa ragione luogo eletto da Orlando, in fuga non solo materiale da Palermo, a sua patria ideale. Allievo fu parola certo largamente adottata, come professore d'università, dallo studioso, cui negli scritti capitò (se così si vuol dire) di riferirsi al suo anziano e defunto amico come a un "maestro". 
Chissà però se allievo e maestro sono parole appropriate per dire dell'asimmetrica relazione tra il maturo principe e il ragazzo di belle speranze nella Palermo del Dopoguerra. Chissà se, pur restando nella medesima lingua ma passando attraverso il gergo accademico e i suoi impliciti, non si tratti di traduzioni che praticano senza darlo a vedere il tradimento. Chissà se bastano a dire che per un sofisticato gioco di società, certo per rappresentarsi e forse anche per incoercibile bisogno di esprimersi il primo esibiva davanti al secondo gli esiti, altrimenti solo interiori, della furia di un lettore di mero diletto. E della generosa cattiveria di tale esibizione. Dei trucchi, delle trappole, delle ingenuità reciproche e delle reciproche furbizie. "Bisogna sempre lasciare gli altri nei loro errori", pare fosse il succo dell'attitudine didattica di Lampedusa, come riferì senza celare la sua inquietudine proprio Francesco Orlando. Il topo, anche quando gli sia sopravvissuto, si dirà allora allievo del gatto?
"Suvvia!" - stanno pensando i cinque lettori - "È una delle solite stupide pedanterie. E a qual pro? Cosa vuole questo sciocco organista di Donnafugata? Il concetto è chiaro. Le cose stanno come stanno, perché andarono come andarono: e Francesco Orlando si disse e fu allievo di Lampedusa".
Sarà. Ma trovare le parole giuste per dire le cose è importante tanto quanto trovarle per camuffare o per nascondere le cose. E forse anche per l'aria non troppo solida delle altre due attribuzioni, quell'allievo pare ad Apollonio l'ennesima, minuscola palata di terra destinata a seppellire il cadavere di una peraltro già più volte seppellita verità e di cui, feroce, il Gattopardo, non Giuseppe Tomasi di Lampedusa, si badi bene, ma il Gattopardo sta certo sardonicamente sorridendo.

15 gennaio 2013

12 gennaio 2013

Numeri (3): Punti e a capo

Per meno di un'ora.
Sì. Per meno di un'ora.
Hanno capito bene i cinque lettori.
Apollonio ha atteso un volo per meno di un'ora.
Era solo qualche giorno fa. 
Non gli è così mancato il tempo.
Si è appoggiato a una colonna.
Era nella solita e generosa libreria aeroportuale.
Ha letto un libro.
Per intero.
Lento, ha sfogliato le pagine.
Una ad una.
Tra le mani, il più recente prodotto di una penna prodigiosa.
Il tuttomio di Andrea Camilleri.
"Romanzo", si precisa nel frontespizio.
L'opera ha un tratto saliente.
Un tratto saliente di scrittura, qui si intende.
È il punto e a capo.
Anni fa, del punto e a capo, Alessandro Baricco aveva fatto lo stigma del suo stile.
Apollonio ricorda.
Altre letture in altre librerie aeroportuali.
Il punto e a capo, ora, Camilleri lo riprende e lo reinterpreta.
E la sua mano è inconfondibile, nel largo dosaggio del punto e a capo.
Le generazioni a venire si interrogheranno a lungo sulla questione del punto e a capo di Baricco e del punto e a capo di Camilleri.
C'è da crederlo.
Chi ne ha fatto l'uso più accorto?
Arcana è infatti la funzione stilistica del punto e a capo, nella scrittura dei due autori.
Misteriosa, profonda e allusiva è certo la ratio compositiva che ne rende necessaria una sì grande copia.
Apollonio avanza un'ipotesi.
Pagine semibianche, forse simboliche quasi ad ogni riga del precipitare delle loro opere.
Dove?
Verso il profondissimo vuoto del nulla.

[E, come ipotesi non necessariamente alternativa, un "Nome, non me"  di qualche tempo fa.]
  

Cronache dal demo di Colono (8): Da Giobbe a Paperino

Non più sorda, è certo la frustrazione di chi l'ha scritto ad affiorare nel brano di prosa qui raggiungibile
L'onda di una rete sociale, con qualche approvazione, ne ha portato la notizia sulla spiaggia di Citera, quasi fosse il relitto di un naufragio. E proprio di un naufragio si tratta: quello di una figura professionale e di un profilo sociale che un dì avrebbero forse permesso (ma Apollonio inclina a escluderlo) che chi se ne vestiva pensasse cose del genere dei propri discenti; gli o le avrebbero tuttavia impedito di manifestarle; e di manifestarle sotto forme di così sconcertante trasparenza, quanto alle fonti, culturalmente condivise, di un immaginario e della lingua che lo esprime.
Da Giobbe a Paperino: per chi appropriatamente la cerca nella malasorte, ecco la sintesi emblematica dell'accademico declino.

7 gennaio 2013

A frusto a frusto (37)



Donde venga agli esseri umani la parola e cosa essa sia, nessuno lo sa. Attendersene un uso probo sarebbe certamente troppo ma muove al riso (mentre atterrisce) vedere come ci se ne serva e la si manipoli senza cautela e responsabilità.

6 gennaio 2013

Farse in due battute (9)

"Gente di riguardo, stasera, e oggettivamente di merito. Vorrei far bella figura. Cerco qualche buon dato quantitativo..."
"E non poteva capitare meglio. Qui, gran rinomanza e qualità assicurate. Qualcosa di tendenza... che so, del Global Warming? O forse... mi lasci indovinare. Professore! Ah, allora ci si potrebbe orientare verso l'Academic Ranking of World Universities...  troppo caro? Capisco. Quanto vuol spendere? Beh, se si tratta solo d'una valutazione comparativa, Le consiglio magari un Impact Factor. Meno impegnativo, più informale. E poi va bene praticamente con tutto: ha preferenze per l'annata? Insomma, dica Lei. Dipende da cosa vuol dare da bere ai Suoi ospiti".

Farse in due battute (8)



"Mi scusi. Un'indicazione, per favore: costì, dove sta la verità?"
"Guardi, è facilissimo. Vede la mia coda di paglia? Bene. La segua fino in fondo".

5 gennaio 2013

Di nuovo, realismo




Basta con le illusioni, diamine! La filosofia, lo si sa, è deboluccia di pensiero ma ci sarà pure qualche fatterello col quale la poverina "può tornare a misurarsi".

3 gennaio 2013

Linguistica da strapazzo (9): Giovanni Rana e la cosiddetta apposizione

"Sono Giovanni Rana, proprio quello dei tortellini...": comincia così un piccolo film che, con la paciosa enfasi del caso e la necessaria presenza di qualche matterello, i consulenti d'immagine dell'industriale veneto dell'alimentazione hanno concepito, a scopi di comunicazione commerciale, come celebrazione del suo successo. 
Nel film si racconta quanta strada Giovanni Rana abbia dovuto percorrere, quanto abbia dovuto lavorare per potersi permettere di dire, nella prima scena di quel film, "Sono Giovanni Rana, proprio quello dei tortellini..." e non "Sono il fornaio, il pastaio, l'industriale, il commendatore all'Ordine del Merito della Repubblica italiana, il cavaliere del lavoro Giovanni Rana", espressioni che gli saranno state senza dubbio necessarie e gli saranno venute naturali in altri momenti, in altre occasioni della sua vita.
Perché hanno un bel dire i grammatici che, come "proprio quello dei tortellini", il fornaio, il pastaio, l'industriale, il commendatore all'Ordine del Merito della Repubblica italiana, il cavaliere del lavoro, messi lì a precedere il nome proprio Giovanni Rana, ne sarebbero semplici apposizioni; hanno un bel dire che il nocciolo delle relative ed eventuali espressioni complesse starebbe in ogni caso nel nome proprio. La misura del successo di Giovanni Rana è data infatti con esattezza dal fatto che, nell'occasione, egli possa, se non debba dire "Sono Giovanni Rana, proprio quello dei tortellini...", senza far ricorso a nomi comuni preposti al suo proprio. Se tali presunte apposizioni ricorressero, oscurerebbero il nome proprio e svilirebbero di conseguenza chi se ne veste: il caso lo mostra in modo lampante.
Questa evidenza comunicativa ha del resto una corrispondenza precisa nel sistema funzionale della lingua, cui la nozione di apposizione non rende giustizia, se riferita ai casi di il pastaio Giovanni Rana o di il ministro Corrado Passera. Tali nessi sono infatti integralmente costruiti intorno ai nomi comuni pastaio e ministro, che vi fungono da veri e propri nuclei della composizione. Pastaio e ministro sono dunque lungi dal giocarvi il ruolo di supplementi descrittivi giustapposti al nome proprio, per condivisione di riferimento, come potrebbe lasciar credere la nozione di apposizione che viene loro applicata corrivamente. È al contrario il nome proprio che, sorta di attributo onomastico, viene loro riferito ('il pastaio (che si chiama) Giovanni Rana', 'il ministro (che ha nome) Corrado Passera') e che impone all'insieme la presenza di un articolo determinativo, come capita del resto anche nel caso di altre modificazioni qualificative e di altre specificazioni. 
Pastaio e ministro ne risultano così tanto determinati dall'articolo quanto specificati dal nome proprio: altro che banali apposizioni! Nel caso di il pastaio Giovanni Rana o di il ministro Corrado Passera, banale e, a volerla dir tutta, nemmeno indispensabile, come modificazione supplementare del nesso, potrà risultare, il nome proprio, non la presunta apposizione.
Si capisce così quanto impegno abbia dovuto mettere Giovanni Rana per fare salire il suo semplice nome proprio su per la china delle gerarchie di un'espressione come il fornaio Giovanni Rana. Si capisce come egli possa parlare di un lungo viaggio illustrando la circostanza di un nome proprio, il suo, passato da attributo del nome comune fornaio (come di ogni altro nome comune, fosse anche cavaliere del lavoro) a nocciolo d'una espressione assoluta che ha la sua persona come riferimento. 
Un percorso che (se è lecito approfittare grossolanamente dell'occasione per un riferimento di benevola ironia) ha semplicemente condotto Giovanni Rana a diventare ciò che, da quando è nato, egli è, passando attraverso ciò che, da quando è nato, è il suo nome.

2 gennaio 2013

Farse in due battute (7)


"Ah! L'illustre figura morale... La grande statura intellettuale... L'indimenticabile insegnamento... Il lascito imprescindibile..."
"Giovanotto, che il mio funerale paia la metro in un'ora di punta non l'autorizza. Stia discosto e smetta, per cortesia, di commemorarmi".

1 gennaio 2013

Farse in due battute (6)




"...stanotte, per strada, mi si avvicina un tipo losco. Circospetto, mi fa: «Le interessa un anno nuovo di zecca?»"
"E tu l'hai comprato..."

31 dicembre 2012

Nomen, non me (11)



NOTTE DI SAN SILVESTRO
STRASVELTI TEDI, SONNO

[L'invenzione di un anagramma è giustappunto una scoperta]

30 dicembre 2012

Liquidi del diluvio

Modernità, società, pensiero, vicende collettive e vite individuali: tutto è uniformemente liquido, oggi, secondo la fortunata immagine scaturita dalla fantasia di Zygmunt Bauman e da qualche anno divenuta di gran moda, tra la gente di mondo. 
Devono esser divenuti liquidi anche molti cervelli. Per quanto Apollonio ne sappia, non circola altrettanto infatti la necessaria, correlata e più che evidente conclusione. E non si pretende nemmeno che tale circolazione sia critica. Basterebbe fosse anche solo  piattamente e pacificamente descrittiva. 
A giro d'orizzonte, c'è solo liquido? È allora chiaro che, già da un pezzo, deve essere in corso una delle periodiche repliche del diluvio universale. 
Non si sa se, anche questa volta, le acque limacciose si ritireranno e se la relativa fanghiglia si prosciugherà. Al momento, anche nella speranzosa e indispensabile ipotesi di una salvezza di forme dell'umana intelligenza, il solo rifugio è la piccola arca dove, in attesa di tempi migliori, si trova raccolto, almeno per modestissimi esemplari e in modo precariamente sistematico, quanto si è potuto della bella e ricca varietà dei metodi e delle idee, nei loro stati differenti: solidi, liquidi, gassosi secondo pertinenza e opportunità.
Fuori dell'arca, l'andazzo si compiace invece grandemente dell'alluvione. I più furbi e spregiudicati vi sguazzano:  suppongono ovviamente di essere anche capaci di cavalcarne l'onda. Si fidano di quella loro naturale inaffondabilità sulla quale la decenza non permette qui si insista. 
Come campione ed esemplare dell'attitudine, ecco farsi avanti una grande multinazionale. Essa opera appunto nel settore dei liquidi e, data la contingenza favorevole, vuole lucrarvi globalmente più di quanto già non faccia. Col suo principale prodotto (se non torbido, certo oscuro), si propone così di fornire al diluvio corrente e futuro prossimo una quantità crescente di materia prima: