14 febbraio 2026

Sic transit...: Togliatti

Ecco l'alter ego di Apollonio in libreria, la maggiore della città in cui vive, e al banco delle informazioni. Dalla parte opposta una persona molto urbana e, con lui, in rapporto di reciproca conoscenza. Di età non ancora sinodale, ma nemmeno da catecumenato, nella funzione. Insomma, millennial. "Cerco un vecchio libro di Giorgio Bocca, Togliatti... ma deve essercene una ristampa recente". "Controllo... Come hai detto che fa il titolo?" (On se tutoie tout le temps maintenant dans les magasins). "Togliatti". Sguardo perplesso e interrogativo. "Togliatti... non sai chi fu?". "Ah sì, scusa... l'amico di Gramsci".
A scanso di equivoci: non se ne sta menando scandalo. E di cosa, poi? È un dato. E di chi, davanti a un dato, si scandalizza, tanto Apollonio, quanto il suo alter ego hanno sempre diffidato: racaille
È invece una seria faccenda di nomi propri, di enciclopedia, di descrizione definita, di antonomasia: tutte cose che alla strana coppia stanno a cuore, come si sa. E di sic transit..., perché non c'è saggio motto che più si fondi sul valore di nome proprio e sulla sua ineluttabile volatilità: "Carneade..." 
C'è soprattutto ironia, infine, di cui la lingua nel tempo è la più grande maestra: "...l'amico di Gramsci" è in proposito impagabile. Lo si riconosca.

12 febbraio 2026

Linguistica da strapazzo (61bis): A(h)I! A(h)I! Ovvero l'inarrestabile ascesa (sintattica) dello strumento...

A un prezioso lettore di questo diario, un frustolo di qualche giorno fa ha ispirato un commento giunto ad Apollonio grazie al suo alter ego. Eccolo, recato in italiano (segue l'originale che, se non si è capito male, è brano di una pubblicazione in corso di stampa. Comunichi il lettore se gradisce che qui si faccia il suo nome e si dica di quale pubblicazione si tratta): "Ci si ricordi che una IA non è neutra, come lo sarebbe per esempio uno strumento di ricerca di un programma di videoscrittura. Una IA è un dispositivo ideologico che rende in effetti concreta un'ideologia grazie alla scelta dei corpora adoperati per il suo apprendimento e grazie agli algoritmi che ne distillano il succo. Orbene, ancor più della Natura, l'ideologia ama passare inosservata e in tal modo parere affatto naturale e al di sopra d'ogni sospetto. Manipolando unità semiologiche, le chatbot le consentono dunque di mimetizzarsi, imponendo come evidente quanto viene propinato" (Rappelons qu'une IA n'est pas neutre, comme le serait par exemple un outil de recherche sur traitement de texte: c'est un appareil idéologique. Elle concrétise en effet une idéologie par la sélection de ses corpus d'apprenstissage comme par le algorithmes qui les distillent. Or, plus encore que la Nature, l'idéologie aime à se cacher, et pour cela, à sembler toute naturelle, au-dessus de tout soupçon. En manipulant des unités sémiotiques, les chatbots lui permettent alors de se dissimuler tout en imposant ses évidences). 
Niente di più semplice. E niente che si possa dire meglio. Chi lo ha scritto (e Apollonio gli è grato) dispone dello sguardo critico e avvertito messo a disposizione da discipline che ad Apollonio piacerebbe qualificare umane più che umanistiche. Sono le discipline costruite intorno al concetto di pertinenza e la pertinenza è, al tempo stesso, riconoscimento di un limite e ricerca di un metodo per trarne partito: ecco perché umane. 
Ci si sente ridicoli, meglio, sconsolatamente ridicoli a doverlo ricordare: il tutto autentico (ammesso sia concepibile) è fuori portata. Non c'è niente di tutto ciò che umanamente si spaccia per tutto cui non soggiaccia una scelta. Che sia scelta inconsapevole o consapevole, in fin dei conti poco importa, perché non c'è scelta cui non si correlino un'etica e una teoretica. E con l'una e con l'altra, i relativi metodi. Buoni o cattivi. Sempre da scrutinare, come gli eventuali risultati, con attitudine critica, cioè di discernimento. E un "Funziona!" non basta.

[Ricevuto il consenso dall'autore: il passo viene da François Rastier, "L'essor de la philosophie artificielle", Degrés, fascicolo 205-206, di prossima pubblicazione.]

7 febbraio 2026

Indirizzi di metodo, per giovani che non ne necessitano (47): "Il mondo, io lo vedo così"

Dire, in piena coscienza, "Il mondo, io lo vedo così" è segno di non temere la fatica del confronto né il peso della dimostrazione, sempre per ipotesi, che quel modo di vederlo non sia irragionevole e che per qualcuno valga la pena condividerlo, facendone eventualmente anche il suo. 
L'indiscutibile "Il mondo è così", in qualsivoglia modo se ne ponga il fondamento, è al contrario patente emblema di una pigrizia quasi sempre vigliacca e perciò spesso incline a una caso mai delegata violenza. Non c'è da stupirsi di conseguenza se lo si ode da tante bocche.

3 febbraio 2026

Cronache dal demo di Colono (76): Jakobson a Niscemi, ovvero: "frana", metafora e metonimia


Nei giorni scorsi, una frana è (metaforicamente) franata sopra le cronache, che ne sono state momentaneamente riempite. Ma la frana in questione, spettacolare per il pubblico e drammatica per chi ne subisce un danno, è solo una tra le tante in una terra che, tra rilievi e corsi d'acqua, è letteralmente disposta a franare. A ciò l'hanno destinata caratteristiche fisiche e rapporti tra ambiente e comunità che vi hanno vissuto e vi vivono. 
Dell'Italia fisica, quella frana, una per tutte, può dunque essere considerata una sineddoche. Lo è in effetti anche quanto alla cittadina di Niscemi. Come sineddoche, rientra tra i casi di metonimia. Niscemi frana, la parte; l'Italia fisica, il tutto, frana.
Non c'è bisogno che si dica, tuttavia, che frana e il derivato franare hanno da gran tempo sviluppato un valore connotativo e metaforico: dal fisico al morale, non c'è àmbito in cui un degrado, una rovina non possa essere metaforicamente qualificato come una frana. 
A tale valore attinge naturalmente l'acuta vignetta che pubblica oggi un quotidiano nazionale (e che Apollonio trova in rete). Vi si esprime (si osservi il genere del participio) una figurina che tratti appena abbozzati, ma loquaci, rendono facilmente identificabile. Non è Niscemi, ovviamente. È il tutto in cui Niscemi si trova iscritta. E non strettamente il tutto fisico, ma anche e forse soprattutto il tutto politico. L'Italia, come nazione e, proiettivamente, come stato, o chi la rappresenta è seduta sopra una frana da cui sta per essere travolta. La frana è qui una metafora, ma poggia, come dice l'immagine, collaborando con il testo, sopra la già esposta metonimia. Anzi, la amplifica.
Attenzione però, perché a questo punto a Niscemi (e dintorni) appare lo spettro di Roman Jakobson e viene il bello. La metafora (operando sulla somiglianza) qualifica il simbolismo della poesia, la metonimia (operando sulla contiguità) qualifica il realismo della prosa, sentenziò con provocatoria acutezza il "filologo russo", inventore di strumenti indispensabili per chi vuole fare della linguistica una disciplina autenticamente critica (cioè capace di discernimento). Che una vignetta proceda per metafora è allora ovvio. È un oggetto artistico (e umoristico): sta indubitabilmente sotto il segno della poesia, attività nella quale il Made in Italy si è specializzato da secoli.
Sotto la poesia della metafora, c'è tuttavia, prosastica, la metonimia. Sotto la frana, ci sono le frane. E, considerato appunto il favore che, nella nazione, gode la poesia sulla prosa ("...poeti, santi e navigatori..."), c'è il rischio (o la certezza?) che la frana metaforica frani non solo sopra la frana fisica di Niscemi, metonimica, ma anche sulla totalità delle frane fisiche, finendo, come capita spesso e ancora una volta, per nasconderle.

2 febbraio 2026

Linguistica da strapazzo (62): ...e genuinamente stupida

Robert Musil attribuì varie qualificazioni a Dummheit, 'stupidità', quando ne fece oggetto di una conferenza, tenuta nella Vienna di un tragico 1937. Si servì di aggettivi, con funzione sintattica di attributi, e a essi affidò l'espressione della sua cruciale distinzione in proposito. Ne sortì una distinzione non tra concetti, ma tra "Eigenschaften", che vale 'qualità, caratteristiche', ma anche 'tratti', nel caso giustappunto 'distintivi'. 
Attenzione. Rivolgendo il suo sguardo sulla stupidità, Musil non si propose di differenziarla da ciò che stupidità non è o non sarebbe, comunque lo o la si voglia chiamare. Non definì ciò che sarebbe la sostanza della stupidità contro ciò che sarebbe la sostanza del suo contrario. E non mise di conseguenza un sostantivo contro un sostantivo. 
Da qualche secolo, di fare ciò si sono creduti capaci in tanti (e, a dire il vero, ci si crede capaci tutti e tutte). Ne è prova l'esistenza in proposito di una letteratura (moderna) ampia e celebrata, anche perché, a frequentarla e celebrarla, si dice siano i e le sagaci. C'è sul tema un figurato apologo di Dino Risi, che è definitivo e che ci si asterrà dal ripetere.   
Musil diede al contrario la stupidità come intuitivamente assodata (per gli esseri umani, d'altra parte, lo è come la mortalità) e avanzò l'idea che al suo interno si possa tuttavia distinguere: atto che, com'è noto, è presupposto indispensabile a ogni ipotesi di conoscenza. Una prospettiva siffatta rende il suo coraggioso tentativo un'eccezione, se non un caso unico. 
E dunque a suo modo di vedere, da un lato, c'è una stupidità "ehrliche", 'onesta', "«helle»", 'luminosa', "schlichte", 'semplice', "echte", 'pura' (qui basteranno questi attributi), dall'altro c'è una stupidità paradossalmente "intelligente" (così, graficamente, tanto in tedesco, quanto in italiano) e "höhere", 'superiore' (non sfugga che si tratta di un comparativo) o 'sostenuta', capita di leggere in traduzione.
Non si sta qui a riassumere il pensiero di Musil e a ripetere le fattispecie che egli fornisce dell'una e dell'altra stupidità. Forse questo diario lo ha approssimativamente fatto in altre occasioni: con il presente, i suoi frustoli superano le dodici centinaia e non si pretenderà da Apollonio che tenga memoria di tutti. Chi vuole può d'altra parte documentarsi ricorrendo direttamente alla fonte che è stata più di una volta recata in italiano. 
Qui, come s'è dichiarato in apertura, l'accento è posto sopra il metodo e sul procedere per opposizioni, che ha un correlato sintattico e categoriale (o quanto a parte del discorso): aggettivi con funzione di attributi. Sono qualia, ma non impressionistici né soggettivi. 
Riesce a determinarli in tale guisa la linguistica ed è forse unica a farlo tra le discipline che si occupano degli esseri umani, cioè, come si diceva un tempo, dello spirito. In effetti, della linguistica, genuinamente stupido è, anzitutto e per natura, l'oggetto. Genuinamente stupidi sono i metodi. Genuinamente stupida può persino provare a essere la teoria, quando, con fatica, si riesce a tenerla con i piedi per terra e a non sostenerla fino al livello di stupidità superiore.

29 gennaio 2026

Linguistica da strapazzo (61): A(h)I! A(h)I! Ovvero l'inarrestabile ascesa (sintattica) dello strumento...

Il modo con cui recenti sviluppi della tecnologia sono recepiti dall'opinione pubblica e da non poche menti considerate pensose è conforme a uno schema ideologico che si direbbe ancestrale e che la lingua, come sempre succede, rivela a uno sguardo critico, nel momento stesso in cui lo cela all'insipienza e alla malafede. 
In effetti, nulla di più sciocco o di più acuto può essere concepito di quello che può essere ed è detto: questo frustolo, quanto a imbecillità, ne è una dimostrazione.
Ma, davanti alla prima testa fracassata, "Guarda cosa ha fatto la clava..." avrà esclamato (oltre che pensato) colui che si fece forte della relativa tecnologia. E senza andare tanto indietro, con l'obbligo di affidarsi alla fantasia, ecco banalità come "...è stato investito da un'auto" o come "Una bomba ne ha ucciso quaranta". Si vuol dire che non sono rappresentazioni inappuntabili dell'accaduto?
E, fuori del cruento, "L'aereo ci mette solo un'ora", "Questo detersivo li lava alla perfezione",  "Ecco i fori fatti dal trapano" e così via, ad libitum. Un indirizzo espressivo con un grande passato, certo, ma via via diventato sempre più pervasivo e vero (se così si vuol dire) da quando il telaio meccanico divenne il feticcio della nuova religione e la tela di un pensiero conseguente ha cominciato a essere tessuta con sempre maggiore efficacia. A tagliare un bel po' di teste che si ritenne fosse il caso che smettessero di pensare fu una macchina che - c'era ancora un po' di ingenua onestà onomastica - prese il nome di chi appunto la elesse e delegò nel compito: la "guigliottina"...
Ebbene, con l'IA (o AI) si è ulteriormente e, pare, enormemente esteso lo spettro di occasioni descrivibili da una proposizione (vera) in cui, sotto la funzione di soggetto, si nasconde, obliquamente, uno strumento. Meglio, un ordigno. Tanto obliquamente e tanto ben celato che, come si diceva, c'è un sacco di gente che giura, in fede sua, che si tratta di un soggetto con tutti i crismi del caso: EGLI o ELLA, come costringe a dire la lingua di Dante, affetta dal genere (grammaticale). O, meglio, IT, in una lingua in cui si può schivare la spinosa questione, gettandola nell'impersonale che, come si sa, del genere fa bellamente a meno, da buon feticcio. 
Ne sortisce, a ben vedere, una ideologia sempre più perfetta per la confezione di qualsivoglia imbroglio. E hai voglia di dire che si è (finalmente) nel post-umano. Un imbroglio, anche quando è inconsapevole o viene consapevolmente affidato a un ordigno, è esemplarmente umano. Anzi, umano all'eccesso. Troppo umano, da sempre (il sempre umano, ci si intenda appunto). 
"Una testa fracassata? È stata la clava, diamine!"; "Quaranta o quattrocentomila morti? Noi? Quando mai... la bomba!"... A(h)I! A(h)I! Cosa capita già e capiterà sempre più spesso di udire, come normali imbecilli. Tragico, si dirà. No, comico. E proprio perciò molto più grave. I grandi guai, ci si può riflettere anche senza il bastone dell'IA, nascono di norma dal ridicolo.

[Con questo, sono 1200.]

24 gennaio 2026

Lingua loro (57): "Non era mai successo" (e Primo Levi)

Ogni volta che, come commento di un evento qualsiasi che si pretende abbia colto impreparati, ad Apollonio accade di udire "Non era mai successo" e rischia così di esserne avvelenato, come antidoto gli si presentano allo spirito l'immagine di Primo Levi e la ragionevolezza pratica dei suoi pacati ragionamenti. 
Apollonio ha quindi finito per chiedersi il perché di un'associazione che potrebbe parere bizzarra. E condivide qui con i suoi due lettori ciò che ne ha da tempo strologato interiormente, per darsene una ragione.  A partire dal "mai", che è una faccenda di filologia.
"Mai" apre infatti la strada a qualche interrogazione. E se ciò che 'è successo' (un po' di pazienza, ci si verrà) fosse successo fuori dei tempi le cui vicende sono note a chi si esprime con tale perentorietà?
In "Non era mai successo", qual è in altre parole la precisa portata storico-filologica di quel "mai"? È il "mai" di una memoria singolare o singolarmente collettiva? Una memoria dotata di quali strumenti, che si spinge indietro fino a quale data e che spazia per quali luoghi? Ecco appunto: una questione, come si diceva, di filologia.
Ma si ammetta pure che sia un "mai" con qualche fondamento filologico (che non sarà ovviamente quello di cui si è ingenuamente portati a fargli credito e che sta al di là d'ogni capacità umana). Si ammetta pure, correlativamente, che non sia un "mai" meramente figurato e iperbolico, per dire l'"io non me ne ricordo" acquattato regolarmente dietro il gonfio, collettivo e dilatato 'noi non ce ne ricordiamo". Resta il fatto che quel "mai" sta a definire la portata di una predicazione al cosiddetto trapassato prossimo, corredata da una negazione: "non era... successo". E qui si va oltre la filologia.
Un trapassato prossimo è costruito sopra un punto di riferimento temporale interno al testo, per quanto implicito. Combinato con la negazione, quanto ad aspetto, tale punto di riferimento consiste in un perfetto: è un 'è successo', come si è già detto di passaggio. Nella virtualità effettiva della sua espressione, si tratta di un'affermazione. Insomma, il negativo "Non era mai successo" contiene positivamente un 'è successo'. E sopra ciò vale allora la pena che ci si fermi a riflettere.
Anzitutto, un'ovvietà: se 'è successo', 'poteva succedere'. Un banale modale corrode fino all'osso qualsiasi "mai": c'è perlomeno il caso da considerare. Ma più gravemente di quanto non si creda, perché, in un discorso siffatto, forse vale la pena di uscire dalla vieta logica, cascame aristotelico, del passaggio dalla potenza all'atto, che pare connaturata espressivamente con quel 'poteva'. 
Ciò che è in atto è ciò che si è in grado di percepire come effettivo. E ciò che si suppone sia solo o ancora (indefinitamente) in potenza e non in atto potrebbe in realtà trovarsi solo in uno stato di latenza, in funzione dell'osservatore e del suo punto di vista.
Considerato il ruolo che hanno in proposito osservatore e punto di osservazione, ci sono infatti regolarmente, da un lato, ciò che è patente, dall'altro, ciò che è latente. Capita poi, di tanto in tanto, che il latente si faccia patente, sotto determinate condizioni, per poi tornare latente, quando intervengono condizioni di osservazione meno favorevoli. Ecco che si è appunto giunti alla lezione teoretica e morale di Primo Levi.
"Auschwitz? Non era mai successo!". C'è anzitutto una nota considerazione: se è successo, potrebbe nuovamente succedere, avvertì Primo Levi. Ma il suo ragionamento si presta a essere esteso al passato: in effetti, chi assicura che non sia già successo? Semplicemente, non ci se n'era accorti. Non ci si era fatto caso. E l'Europa del cuore del Novecento, con il suo clima tempestoso, ha soltanto fornito condizioni di osservazione migliori (per dire così), rendendo meno probabile che l'accaduto passasse nel trascurabile (come in effetti sta tornando...).
Ciò che vi accadde, insomma, ragionevolmente era già accaduto, persino molte volte, ma rimanendo in uno stato di latenza, in funzione del punto di vista. Un evento qualsiasi che si pretende abbia colto impreparati mette in questione non solo il futuro, come invitò a pensare Levi e, si direbbe, elementarmente, ma anche il passato, perché in questione vengono finalmente punto di vista e condizioni di osservazione. Sono l'uno e le altre, eventualmente, a non avere fin lì raggiunto l'appropriato stato di maturazione. Succede di tutto, davanti agli occhi umani, senza che tale tutto divenga per ciò stesso pertinente.
Fuori di ogni parametro banalmente temporale e di conseguenza filologico, "Non era mai successo" è dunque soltanto una cruda ammissione di non essere stati capaci di osservare accuratamente quanto sarebbe stato osservabile, da un opportuno punto di vista. L'ammissione di avere scambiato il patente e limitato con l'osservabile e meno limitato. L'ammissione di essersi fatti cogliere ingenuamente in fallo da un'irruzione, imprevista, di un elemento del campo sterminato di una insipienza a quel punto spesso irreparabile.
Spacciata da giustificazione, a séguito di un evento qualsiasi che si pretende colga impreparati, "non era mai successo" è, conclusivamente, solo un ipocrita tentativo di non confessarsi stupidi e, dandosi il caso, colpevoli.

22 gennaio 2026

Cronache dal demo di Colono (75): "...devasta la costa ionica"

Il mare
, Il ciclone...: aggiungano i due lettori di questo diario il soggetto che preferiscono a quanto dice il titolo, lacunosamente. La cronaca di questi giorni dà ampia possibilità di scelta.
Della costa ionica siciliana, soprattutto della più settentrionale, Apollonio sa qualcosa, per osservazione diretta, da settanta anni. E in settanta anni, quella parte di mondo, si dica da Messina all'antichissima Naxos, visita dopo visita, l'ha vista mutare. Molto. 
L'habitat era diffuso e gli insediamenti umani che la punteggiavano intensamente, ci si riferisce ai marini, si tenevano opportunamente discosti dal mare, fuori di poche eccezioni, per accidente riparate dalla natura. Dunque, lunghe e larghe spiagge e, ben distanti dalla battigia, niente case di abitazione. Modesti rimessaggi, piccoli edifici di servizio, magazzini per il deposito degli attrezzi da pesca o per lo stoccaggio di prodotti agricoli. E muri a protezione di numerosi "giardini". 
Non c'era lungomare che non fosse la spiaggia medesima. Al suo culmine, un modesto e stretto camminamento, in terra-sabbia battuta, permetteva di spostarsi da un luogo all'altro, per imboccare una delle stradine perpendicolari che, dopo un centinaio di metri e talvolta di più, sboccavano sulla strada principale, che correva ovviamente parallela alla costa. La "Consolare Valeria", questo l'odonimo, Apollonio non sa quanto storicamente ragionevole e giustificato.
Lungo tale via e non in faccia al mare, si svolgeva la vita delle piccole cittadine e si trovava la teoria degli edifici principali, pubblici e privati. A monte, qualche parallela, chiusa tra la riva di un torrente e quella di un altro, bastava di norma a contenere le comunità.
Non è più così, naturalmente. Né Apollonio sta qui a lamentare la fine di quello stato. Sa che, legato com'è nella sua mente all'infanzia, all'adolescenza, alla giovinezza non può che parergli mirabile, per irreparabile difetto del punto di vista. Se, sine ira et studio, si cerca tuttavia il tratto pertinente del cambiamento, non si fa fatica a individuarlo. Consiste in una sfida al mare.
Sulle spiagge, restringendole severamente, si è ovunque gettato l'asfalto di un lungomare e il lungomare ha fatto da miccia per l'esplosione della correlata speculazione edilizia. Hanno cominciato a guardare il mare da presso e con aria di sfida comunità che un tempo, vivendo spesso in parte di mare e in parte di terra, al mare davano le spalle. Era un segno di rispetto. Il rispetto di chi, conoscendolo, se ne teneva con cautela a distanza di sicurezza. Ma cos'è diventato a un certo punto il mare, per quelle comunità che pure pretendono di viverne, se non una grande piscina per turisti e villeggianti?
Un lampante accecamento della ragione che suppone giochino sulla stessa scala tempi umani e della natura: "In cinquanta anni, mai visto niente di simile!". Come non ridere di sortite del genere? A tale riduzione domestica e bottegaia, prima o poi accade però di essere apertamente smascherata. 
Di tanto in tanto (e adesso, pare, anche con buone ragioni e qualche maggiore frequenza) Poseidone fa Poseidone e Eolo, per incarico di Zeus, fa Eolo, come dicevano miti e credenze ben più ragionevoli delle folli opinioni di chi ha preteso e si è bambinescamente illuso che non esistano. Capita così che i due malnati (e, sulla scala umana, immortali) devastino, come dicono le cronache e le gazzette, i bordi della piscina degli sciocchi mortali. È nella loro incoercibile natura. Quasi sempre e solo, devastano in altre parole le devastazioni già prodotte dall'improntitudine umana. Le materiali, presto ripristinate e, se possibile, rese anche più devastanti. Le morali, come la stupidità che le sostiene, irreparabili. 
Se si avesse solo un po' di sale in zucca, la volgare e rapace improntitudine dei mortali dovrebbe dunque figurare come soggetto del titolo di questo frustolo. A essa e non a Poseidone o a Eolo va infatti fatto carico dei danni che oggi si lamentano in coro con autentica spudoratezza.

20 gennaio 2026

Discente esemplare


Discente esemplare è chi ha la buona educazione di illudere una persona con pretesa di insegnare che non sta perdendo il suo tempo.   

15 gennaio 2026

Eco: dieci (e lode)

Tra poco, saranno passati dieci anni esatti dalla morte di Umberto Eco. E prima che si scateni la bagarre, una minuzia a partire da un paio di minuzie che probabilmente non circoleranno nelle relative celebrazioni. E una considerazione correlata.
Or sono dieci anni, appunto per il triste evento, il glottologo Massimo Pittau, già molto anziano e frattanto scomparso, affidò alla rete un suo ricordo di Umberto Eco. 
Nel 1958, Pittau aveva recensito Il problema estetico in San Tommaso, il libro che, come suo primo, Eco aveva pubblicato, ventiquattrenne, nel 1956. Lo aveva tratto dalla tesi di laurea. Storico medioevista della filosofia per formazione accademica, Eco s'era laureato a Torino con Luigi Pareyson, filosofo cattolico maestro di una scuola ricca di talenti. 
La recensione di Pittau era comparsa su "Humanitas", rivista di cultura cattolica: "ricordo chiaramente - scrive Pittau nel 2016 - che dell'opera recensita di Umberto Eco io parlai bene, molto bene; e ciò feci per la ragione che se lo meritava appieno. Tra l'altro ricordo che era così ampia e a[p]profondita la conoscenza che Umberto Eco dimostrava della filosofia di San Tommaso e di quella medioevale in generale, che mi convinsi che egli fosse un «ecclesiastico». Solamente dopo, quando egli mi scrisse per ringraziarmi della bella recensione che avevo fatto della sua opera, venni a sapere che in realtà egli era un «laico» come me" [qui, caso mai interessasse, il resto].
Fin da ragazzo, com'è noto, Eco s'era vivamente impegnato nel movimento cattolico giovanile. "Responsabilità di una coltura [sic] cristiana" è il titolo del suo primo articolo a stampa, ospitato nel 1951 da La voce alessandrina, settimanale diocesano della sua Alessandria (anni fa ne scrissero le gazzette). 
Eco, nemmeno ventenne, vi sollecitava "le élites, formate cristianamente e culturalmente... [a non] vegetare... [ma a] trovare un punto di contatto e di intesa con la parte migliore della nostra gioventù... [partecipe] della cultura moderna... [con] quei giovani che si proclamano i corifei di verbi nuovi". Perché - proseguiva - la loro "sarà una cultura ammalata ma è quella del nostro tempo e l'ignorarla non è solo mancanza di carità, ma anche un poco superbia, perché in essa potremo trovare tanti spunti di verità e tanti accenti di sincerità che serviranno a migliorarci".
Tolta l'enfasi sul "cristianamente" e cassato l'attributo "ammalata", non si può dire che la successiva, luminosa carriera intellettuale di Eco non avrebbe sviluppato tratti di un programma siffatto, come paradossale terapia di svecchiamento per la cultura nazionale.
Eco avrebbe d'altra parte raccontato spiritosamente, parecchi anni dopo, che era stata la stretta familiarità con l'opera dell'Aquinate (ragione della lode di Pittau, come si è visto) ad allontanarlo in modo radicale e definitivo dalla professione di un credo religioso: di nuovo, un paradosso.
Una forma mentis e un'attitudine spirituale sono tuttavia ben più profonde e resistenti dell'adesione a una religione o del suo eventuale abbandono. E chierico, una qualificazione antica, ma validissima come caratterizzazione morale della figura di Eco, aiuta a trascendere o a neutralizzare l'opposizione tra ciò che Pittau credette nel 1958 che Eco fosse e ciò che, in realtà, Eco era allora e fu per il resto della sua vita, come credente o no.
Umberto Eco fu in effetti un chierico. E mai depose tale profonda natura, nel solco di una tradizione radicata appunto nel Medioevo latino e, di conseguenza, nei tempi di una Europa culturalmente oltre-nazionale.
Nel Novecento, tale tradizione produsse una nuova vampata (l'ultima?). Lo testimoniò anche la fortuna del francese clerc, nel lessico intellettuale internazionale. E, quanto alla nazione di espressione italiana, Eco è stato in effetti un esponente autentico di tale tradizione, che oggi pare dispersa. 
Umberto Eco è stato in effetti l'ultimo "loico e chierico grande", per usare parole di Dante, di cui l'Italia, come nazione linguistica, abbia potuto menare vanto.

4 gennaio 2026

Linguistica al volo (2): "Attacco / Blitz Usa" e "catturato / preso Maduro"


Rapporti sintagmatici e rapporti paradigmatici, asse della combinazione e asse della selezione in piena evidenza. Una costruzione identica che varia, in modo parafrastico, per commutazione di elementi lessicali largamente sinonimi, con funzione di predicato (attacco e blitzcatturato e preso). 
Una loquace illustrazione, d'altra parte, della diversità dei rapporti che corrono tra l'elemento con funzione argomentale, un nome proprio nei due casi (Usa e Maduro) e l'elemento con funzione predicativa, che in una clausola è un nome (attacco e blitz), nell'altra un participio (detto passato, nella corrente terminologia grammaticale: catturato e preso). Della predicazione manifestata da attacco e blitz, Usa è infatti il soggetto: la diatesi della clausola è pertanto attiva (e assoluta, si può aggiungere). Di quella manifestata da catturato e preso, Maduro è l'oggetto diretto: la diatesi della clausola è pertanto media. 
Ne segue che, rispetto ad attacco e a blitz, il nome proprio Usa funge superficialmente da attributo: equivale insomma a un aggettivo (di relazione), per es. statunitense ('attacco', 'blitz statunitense'). E il collegamento, nella brevità 'telegrafica' tipica del titolo di una gazzetta, è ottenuto per giustapposizione con ellissi di un elemento superficiale congiuntivo, come sarebbe una preposizione: '...degli Usa', '...da parte degli Usa'.
Non c'è ellissi invece per l'espressione del collegamento tra i participi catturato o preso e Maduro, garantito compositivamente dall'accordo per numero e genere. E la clausola è nel suo insieme un classico costrutto participiale. 
L'ellissi, caso mai, riguarda la manifestazione del soggetto di questa seconda predicazione, ma non si può dire propriamente che una ellissi ci sia, dal momento che, contestualmente e al di là della esplicitazione delle forme, è chiaro che chi ha 'catturato' o 'preso Maduro' è chi fa da soggetto della prima clausola. Si è insomma di fronte a un classico caso di anafora.
La denotazione - lo si è detto in esordio - non muta e si è pertanto parlato di un buon rapporto parafrastico, tra i due titoli. Varia forse la connotazione. Se catturato e preso si equivalgono (sempre che preso abbia un oggetto diretto per cui è appropriato il tratto [+ umano] o forse e più genericamente [+ animato]), hanno connotazioni sufficientemente diverse attacco e blitz e non soltanto perché il secondo è un prestito, anche se ormai largamente stagionato. 
Di blitz, "rapida operazione militare o di polizia effettuata con estrema precisione e senza preavviso", il primo supplemento del Battaglia dà un'attestazione del 1945, sotto la penna di Vittorini, ma c'è da scommettere che non ne manchino esempi in scritti (giornalistici) che precedono quella data. 
Nel 1942 Migliorini aveva d'altra parte curato di inserire Blitzkrieg tra le parole nuove del suo arricchimento del Panzini: "il nuovo tipo di guerra iniziato dalla Germania (1939, campagna di Polonia)". Ed è appena il caso di notare di passaggio come la storia non lesini la sua feroce ironia al povero lavoro dei lessicografi (e ci sarà allora da preoccuparsi?). 
Ma sta appunto in ciò la differenza connotativa tra blitz e attacco ed è una differenza di aspetto. Diversamente da attacco, neutro o polivalente quanto all'aspetto, blitz è infatti aoristico, verrebbe fatto di dire, estendendo sperimentalmente la categoria grammaticale, di norma riservata al verbo, anche al nome, nel momento in cui esso funge da predicato. Perfettivo è invece l'aspetto della seconda clausola e il participio (catturato o preso), piuttosto che passato, andrebbe appunto qualificato come perfetto, con terminologia più adeguata. 

[E un pensiero alle care memorie di Ripio, di Maurice e di Carol.]