27 febbraio 2011

Lingua loro (16): Metafora

Oggi, prima pagina del Sole 24 Ore, a firma di Miguel Gotor, anzi di Michele Gotor: "Ciò ha fatto di questa terra [la Puglia] uno straordinario laboratorio etno-antropologico che rappresenta in scala una pregnante metafora del destino nazionale".
Gotor non è solo. Se lo fosse, la sua sarebbe una scelta di stile personale: rispettabile, come tutte le scelte di stile personali. Non passa giorno invece che la comunicazione, la pubblica come la privata, non conti ricorrenze di metafora del genere esemplarmente rappresentato dal brano in apertura.
Nell'ultimo mese e senza particolare intenzione, Apollonio ne ha raccolto di gustose. Facciano lo stesso, se vogliono, i suoi due lettori. Ne troveranno sulla bocca di accademici frequentatori di salotti televisivi e di uomini politici dal dubbio curriculum culturale, sotto la penna di reputati editorialisti (lo si è appena visto) e di autrici di fortunati romanzi. Insomma ne troveranno nell'espressione della gente di mondo, di quella che le sensibilissime antenne della stupidità socialmente efficace rende protagonista di ogni ineluttabile mutamento, quello linguistico prima di ogni altro. L'uso di metafora, non tanto come riferimento a un generico tropo, ma per dire 'emblema', 'immagine esemplare', non è proprio di ieri. Volenterosi, i dizionari lo registrano da qualche lustro.
Si deve a Corrado Guzzanti, però, la migliore indicazione che, nell'italiano della fine del ventesimo secolo, la parola metafora aveva smesso di scorrere tranquilla nel suo alveo cólto e secolare e, tracimando, era destinata a farsi torbida e a entrare in contatto con gente poco raccomandabile che l'avrebbe messa sul marciapiede a fare marchette. A Rokko Smitherson, opinionista televisivo, uno dei parodistici personaggi inventati dall'attore all'inizio degli anni Novanta, accadeva infatti di esprimersi, ineccepibilmente, così: "Onorevole Brodo, onorevole Brodo, ie voevo dì, er cittadino s'è stufato de portà 'r vasino sott'ar culo der politico, ha capito a sottile matafa?".
Del degrado di metafora, Apollonio crede peraltro di sapere a chi dare la colpa. Senza forse essere la prima, l'attestazione dello stilema che contribuì decisivamente al suo inarrestabile e pervasivo successo in Italia tra la gente di mondo si deve a Leonardo Sciascia, con la complicità di Marcelle Padovani.
Nel 1979, prima in francese, poi in italiano, la corrispondente da Roma del Nouvel Observateur, all'epoca il magazine della sinistra intellettuale francese, pubblica un libro-intervista allo scrittore siciliano. Certamente autorizzata da Sciascia, gli dà il titolo La Sicile comme métaphore, che all'epoca parve (come s'usava dire tra la gente di mondo) molto intrigante.
A fondamento di tale titolo, stanno le parole con cui Sciascia rispondeva a una sua sollecitazione. Mutatis mutandis, ciò che Gotor oggi scrive nel suo editoriale è eco pallida e distorta dell'espressione dello scrittore.
Alla domanda della giornalista se fosse possibile considerarlo ancora uno scrittore siciliano, Sciascia rispondeva: "Sono piuttosto uno scrittore italiano che conosce bene la realtà della Sicilia, e che continua a esser convinto che la Sicilia offre la rappresentazione di tanti problemi, di tante contraddizioni, non solo italiani ma anche europei, al punto da poter costituire la metafora del mondo odierno".
Apollonio lo confessa: non è questa l'ultima delle ragioni che lo inducono a non deporre la sottile diffidenza che fin da ragazzo ha nutrito per Leonardo Sciascia, cui tributa contemporanemente una grande ammirazione. "Le diable est dans les détails", però, e dove si verificherà mai la buonafede di uno scrittore se non in un rispetto accanito e inesausto per le parole?

Leonardo Sciascia colto sul fatto.

20 febbraio 2011

Sanremo 2011


Per assumere un placebo che pacifichi per qualche ora il suo agitato sonno, una nazione in sospetto d'essere decrepita e unita dalla falsa coscienza si vota come al solito a un santo e fa trionfare in un festival di canzonette un professore di greco e di latino in pensione, che per giunta di nome fa Vecchioni e canta, con la rabbia ilare e impotente tipica dell'età, una canzoncina che è una sorta di anti-Volare, piena di velleitarie (di)speranze, di buoni sentimenti e di migliori intenzioni, dal titolo (e dal refrain) piacione ma ("ancora" e "sempre") come può esserlo un de profundis.
È la notizia italiana del giorno. Domani? Non sarà più nulla.

PS. Con i suoi quasi settanta anni, il Vecchioni non sarà per caso il più anziano vincitore del Festival di Sanremo di sempre? Aiutino in proposito Apollonio i suoi due lettori (se lo vogliono) e, per un chiaroscuro, pensino ai Sanremo letterari, agli Strega e ai Campiello e alle loro recenti consacrazioni di ragazzine e ragazzini. Le canzonette? Roba da vecchioni. Stupido di un Apollonio, nella letteratura, vivaddio!, spira il radioso futuro della cultura nazionale.

14 febbraio 2011

Trucioli di critica linguistica (2): San Valentino



Tra le giornate celebrative inventate dalla modernità putrefatta, solo alla festa della mamma si potrà concedere d'essere più stucchevole della festa degli innamorati. Anche in occasioni del genere, guizza tuttavia l'inquietante fiamma dello spirito e se ne fa occasione, salvifica, l'angelica presenza del danaro, segno ammonitore del mercato connaturato con ogni commercio tra gli esseri umani. Ovviamente, di quello dell'eros ma, quando è il caso, anche di quello dell'amore materno. Il mercato più diabolico è infatti quello che fa di tutto per nascondere di esserlo e spaccia a prezzi stracciati buoni sentimenti e migliori intenzioni, merce insomma velenosa e perversa.
Del mercato e del danaro, come è noto, la pubblicità fa letteratura. Come se ne fa mercato, si può fare infatti letteratura di ogni aspetto della vita. E al pari d'ogni altro prodotto dell'attività umana, la letteratura che la pubblicità fa del mercato e del danaro si distribuisce sopra i diversi gradi di una scala di valori. La gran parte della letteratura che secernono i creativi delle agenzie di comunicazione si addensa naturalmente su quelli più bassi, melensi e corrivi. Ma si dirà diversamente di quella che si deve a poeti (il povero Prévert incluso) e romanzieri?
Non è forse questo il caso della campagna 2011 di una multinazionale rappresentata in Italia da un'azienda cioccolatiera che fa tradizionalmente buoni affari per il giorno di San Valentino. O meglio, non è forse questo il caso del pay-off di tale campagna, osservato dalla modesta specola di chi si occupa di lingua.
Esso suona "Chi ama, Baci." e ha l'asseverativa andatura dei proverbi e delle massime di comportamento. L'enfatica menzione del nome del prodotto, Baci, vi lascia occhieggiare la modalità imperativa caratteristica di tal genere di comunicazione. Lo fa in maniera oltremodo accattivante e che suscita una speciale attenzione. La sollecita infatti al livello generale (e quasi irriflesso) della nativa competenza (meta)linguistica dei suoi destinatari.
L'effetto di straniamento è sottile. L'ingenua credenza che, in italiano, nomi e verbi siano sempre ben distinti ne viene sommossa e si rivela (senza che di necessità ce ne sia finale piena consapevolezza) che le parole hanno sì significato e forma ma che ambedue dipendono da valori combinatori e funzionali.
In corpore vili, la spiegazione viene dal creativo di un'agenzia di comunicazione. E a darla, lo ha spinto il danaro di un committente che intende così lucrare ancor meglio sulla stupidità della festa degli innamorati. Apollonio non si sente di escludere che l'uno e l'altro siano non solo epistemicamente ma anche eticamente più commendevoli di molti tra coloro che riempiono di corrività dottrinali i libri che occupano scaffali interi di biblioteche e di librerie.

26 gennaio 2011

Toscano

A vent'anni dalla data fatidica, esce nel 1881 il romanzo I Malavoglia di Giovanni Verga. La "questione della lingua", questa specialità culturale nazionale cucinata dagli intellettuali italiani, per tradizione, secondo ripetitive ricette, aveva appena vissuto (e a suo modo ancora viveva) una delle sue fasi più acute. Connesse, c'erano, per una volta, anche scelte politiche da fare e, nel Moderno, niente rende la gente istruita più audace (o spudorata) del pensiero d'essere importante e utile a qualcosa, in ispecie alla comunità, e di poterle così impartire qualche imprescindibile precetto.
Giovanni Verga, prima a Firenze, poi a Milano, parla come parla e scrive come scrive. Toscano è il cognome della famiglia siciliana di cui narra la favola del suo capolavoro. Realisticamente: nell'isola, Toscano è cognome ricorrente. Ma, in faccia agli intellettuali nazionali e alla loro "questione della lingua", quanta irridente, celata e amara ironia linguistica porta quel nome proprio, dissimulato sotto la 'nciuria Malavoglia?
E un'ironia solo linguistica? Non il mare di Aci Trezza ma quello di Lissa (ed è appunto la Terza guerra d'indipendenza) accade infatti che ingoi il ragazzo Luca, diventato italiano, siciliano di fatto, Toscano di nome.

17 gennaio 2011

"Mi domando che madri avete avuto"

"Dedichiamo questo saggio ai nostri figli. Augurandoci che li aiuti a comprendere che rispettare le regole può essere un buon affare anche per loro".
R. Abravanel e L. D'Agnese, Regole, Garzanti, Milano 2010.

Caro PPP, trovi in questa dedica (e nel libro che la porta) la risposta quanto ai padri. Le madri? Conseguenti: di quelle che comprendono che far figli con tali padri "può essere un buon affare anche per loro".

16 gennaio 2011

Speculazione. Edilizia

Lanciato da una campagna pubblicitaria non da poco e patrocinato da una società culturale che eroe eponimo più illustre non potrebbe avere, esce un quaderno speciale di una rivista di geopolitica. Il fascicolo ha un titolo bruttino e tanto corrivo, ma ad effetto: "Lingua è potere".
Il primo articolo è una sorta di presentazione generale: "La geopolitica delle lingue in poche parole". Il suo incipit suona così: "Aveva ragione lo scrittore portoghese Vergílio Ferreira: la lingua è, in fondo, soprattutto un luogo. Una casa da condividere o una frontiera da attraversare, un ghetto in cui rinchiudersi o un altrove in cui limitarsi a transitare".
Di Ferreira, Apollonio conosce appena il nome. Proprio quell'articolo porta però in epigrafe la traduzione italiana del passo cui il suo incipit farebbe riferimento. Per quanto limitato e su due piedi, un riscontro è possibile.
Sostiene Ferreira, in apertura del passo, che "una lingua è il luogo da cui si vede il mondo e in cui si tracciano i confini del nostro pensare e sentire". Poi continua: "Dalla mia lingua si vede il mare. Dalla mia lingua se ne sente il rumore, come da quella di altri si sentirà il rumore della foresta o il silenzio del deserto. Perciò, la voce del mare è stata quella della nostra inquietudine". A credere a questa citazione (e a credere affidabile la sua traduzione), sembra insomma che Ferreira consideri la lingua anzitutto un punto di vista: "il luogo da cui si vede il mondo...". In ciò, come si sa, egli è in ottima compagnia e non c'è da stupirsi. Da secoli, il punto di vista che vede nella lingua un punto di vista è tanto affascinante quanto producente.
Dare di tale prospettiva una lettura crudamente localista, affermare sul suo presunto fondamento ("aveva ragione lo scrittore portoghese...") che "la lingua è, in fondo, soprattutto un luogo" non sarà allora una speculazione un po' abusiva? Da abusivismo edilizio, pensa Apollonio mentre sfoglia il fascicolo, la cui visione d'insieme - sarà per il potere evocatore della metafora - gli ricorda il colpo d'occhio offerto da coste calabresi o siciliane, quando le operose popolazioni locali, incoraggiate dai periodici condoni, hanno potuto meglio esprimervi il loro genio paesaggistico, col suo aureo principio: ciascuno faccia la prima cosa che gli passa per il capo. Ai desideri di decoro dei committenti ottimamente provvedono in tali casi scienza e stile del geometra e del capomastro.
La trouvaille metaforica deve del resto essere parsa un'acutezza all'autore dell'articolo di apertura. Sul "luogo" attribuito (e forse usurpato) a Ferreira, egli medesimo si è infatti affrettato a costruire "casa", "frontiere", "ghetto" e, per non farsi mancare proprio nulla, pure un "altrove". Cosa, c'è da chiedersi, una lingua non potrebbe infatti mai essere?
Ma già bastano "potere" e "luogo" a gettare Apollonio quasi nello scoramento, quanto al mucchietto di pagine stampate che si trova tra le mani. D'improvviso, intuisce però che è tutto solo uno scherzo. Glielo rivela, benevolo e ammiccante, il titolo della rivista. Non ci aveva mai fatto caso: in anagramma, suona "Smile".
Ripone il fascicolo nello scaffale da cui, curioso, l'aveva tratto, sorride grato e, consolato, corre a prendere il suo aereo.

Superlativi. Relativi

"Putnam, che è forse il più influente filosofo americano vivente, ha scritto questo articolo per il Sole 24 Ore-Domenica...". "Peter Sloterdijk è indubbiamente uno dei maggiori filosofi contemporanei, almeno se consideriamo la sfera continentale...". "Emanuele Severino è uno dei maggiori filosofi contemporanei...". Si potrebbe continuare a lungo con citazioni del genere, pescando naturalmente anche fuori dello stagno della filosofia, di cui si stanno qui solo casualmente rimestando le acque.
Quando la figura di un (presunto) sapiente ha un'epifania che il medium che la rende possibile vuole vendere come consolidata, se ne può stare certi: il superlativo relativo ricorrerà. E così, capita ogni giorno e talvolta più volte al giorno di ascoltare o di leggere "una delle più illustri poetesse", "il maggiore biologo", "l'astrofisico più autorevole", naturalmente "vivente", "contemporaneo", "della modernità", "dello scorso, di questo secolo".
Il presupposto è che l'elargitore del superlativo sia capace di tale giudizio. In faccia a chi lo ascolta o lo legge, egli se ne fa in ogni caso garante. E siccome conosce le regole della buona educazione, officia il rito sempre con sussiego. Adorna infatti il superlativo, sovente, con un'espressione avverbiale. Ne fa iperbole, fingendo di mitigarlo, con un "forse" (le veneri dello stile, lo si sa, sono ritrose). Insinua perplessità facendo mostra di negarle: "indubbiamente".
---
Nel 1921, Albert Einstein sbarcava negli Stati Uniti, per la prima volta. Ad accoglierlo acclamazioni e manifestazioni di massa, mai prima sotto tale forma tributate a un uomo di scienza: egli diventava così "Albert Einstein: il maggior fisico vivente". E maturava (o giungeva solo in piena luce) un aspetto del destino, perverso e paradossale, del sapere e della scienza nel Moderno: fare da feticcio di nuove religioni sociali.
Nel corso del Novecento, trassero profitto ideologico da tale perversione sistemi totalitari d'ogni colore. Non ci fu fascismo i cui (presunti) uomini di cultura non fossero "i più grandi X contemporanei". Non ci fu conferenza mondiale (oggi si direbbe globale) cominformista i cui partecipanti, "intellettuali per la pace", non fossero tutti ipso facto insigniti del superlativo. Modesti compositori di versi, coloratori di tele furono così proiettati su Parnasi divenuti frattanto polverosi, magari, ma dai quali poi più nessuno si è mai incaricato di richiamarli, visto che, alla bisogna, possono sempre risultare utili. Anni della modernità matura e delle sue farsesche tragedie.
Oggi, dal feticcio provano a trarre profitto le religioni della modernità putrefatta: totalitaria senza nemmeno volerlo (che è il modo perfetto d'esserlo). Beotamente considerata liberale, anzi, tanto dai suoi cantori (cui basta, a quanto pare, il grado di totalitarismo raggiunto) quanto dai suoi oppositori (che ne desidererebbero uno ancora maggiore).
Il cielo corrusco della stupidità ideologica otto-novecentesca si è così mutato nelle lampanti esigenze bottegaie del merito e del mercato, che, per essersi fatte ragioni di spettacolo, non per questo sono meno ideologiche. Anzi.
Come abito di scena del clown, dell'artista da circo, la forma linguistica del superlativo relativo attribuita dal presentatore al (presunto) sapiente di turno è così trascorsa dalla rappresentazione di una farsesca tragedia alle mille e poi mille repliche di una tragica farsa e le conferenze cominformiste grigio-metallo sono diventate colorati festival dei libri e di ogni branca dello scibile umano: "ed ora, signore e signori, dopo la più celebre contorsionista del Vecchio mondo, si esibirà davanti a voi il più grande trapezista del Nuovo...". Valeva la pena, cari i miei due lettori, di pagare il prezzo del biglietto che si è acquistato per assistere allo spettacolo di questa scalcinata compagnia di guitti di cui accade inoltre, come servi di scena, di fare parte!

[E ancora, sempre attingendo alla stessa fonte, inesauribile nella produzione di imbonitorie stucchevolezze onorifiche e dei relativi superlativi relativi, il 20 marzo 2011: "Certo, quando aveva due anni Putnam se ne stava sulle ginocchia di Pirandello (che era amico del padre, grande traduttore); da studente era amico di Chomsky; da giovane conversava con Einstein, Gödel e Carnap; e a trent'anni era già nella storia della matematica, avendo contribuito alla soluzione di uno dei famosi «problemi di Hilbert». Queste sono cose che aiutano: non sorprenderà allora che Putnam sia divenuto poi uno dei maggiori filosofi contemporanei"].

11 gennaio 2011

Nomen, non me! (10)

Piccola rassegna della stampa quotidiana italiana. Si procede, com'è d'uso, da sinistra a destra ma (ognun lo sa e i linguisti d'oggi dovrebbero meglio di altri) si tratta di un continuum in una logica, letteralmente, fuzzy.

Forse, agli abitanti del Bel paese non è inutile sapere che...
Da qui, fottono itali

I lettori? Sono veramente rimasti in pochi.
Taluni

I suoi sostenitori? Eletta schiera, ogni mattina danno il loro obolo in brodo di giuggiole.
Club 'Bea pirla'

La notizia lievita, se la si è ben manipolata. Orsù...
...mpastala!

Esce ogni giorno, ma nessuno se ne accorge tranne gli opportuni strumenti.
Sisma leggero

Ah! L'eleganza superiore della buona operosa borghesia lombarda.
Sorridere al celare

Son bravi a cambiare il pelo ma...
L'eco dà soliti lai

Verità e falsità.
Lì, le girano

Te l'avevo detto. Leggerlo è da ovini, infatti...
Or beli

Esiti perversi di misteriose pratiche celtiche o per opposizione a quelli romani "da poltrona"?
Ani da pala

[L'invenzione di un anagramma è giustappunto una scoperta]

3 gennaio 2011

Giocare d'anticipo

Ad Apollonio passano per il capo delle sciocchezze, si diceva in chiusura del post precedente. Giunge puntuale una conferma. Lo invita a prenderne atto, di qua da Chiasso, un premuroso sodale. Dall'estate del 2009 a quella del 2010, alcuni nuovi topoi stilistici di telecronisti e giornalisti sportivi italiani avevano fatto l'oggetto di tre post di questo blog. Oggi, sul più venduto quotidiano italiano, il medesimo tema merita addirittura una civetta in prima pagina e poi non uno ma due corposi articoli nella sezione sportiva. Non c'è che dire e Apollonio deve ammetterlo. La prova è schiacciante: per il capo gli passano, e anticipatamente, proprio delle sciocchezze.

Apollonio un, due, tre. E uno dei due articoli comparsi oggi sul più venduto quotidiano italiano.

31 dicembre 2010

Ordine dei nomi (e cognomi), di nuovo

Anche ad Apollonio, nella sua vita secolare, accade talvolta di sedere a tavola con gente importante e di livello. Non molti anni fa, a cena, il ministro italiano dell'istruzione a cavaliere tra i due millenni intrattiene, come sa, i commensali. Narra dell'impressione che gli hanno fatto, percorrendo, nella sua nuova funzione, il Sancta Sanctorum dell'augusto palazzo, i ritratti dei suoi predecessori che l'adornano: su ciascuno una targhetta, a declinare le generalità del raffigurato secondo l'ordine anagrafico cognome-nome.
E qui la memoria di Apollonio, oggi, si confonde. Ricorda vagamente di un riferito raccapriccio del ministro. Del racconto d'una sua disposizione per un rinnovamento delle targhette e per l'instaurazione dell'ordine nome-cognome, meno grigio, meno burocratico-militaresco. Disposizione, disse quella sera il ministro, giunta felicemente al bersaglio? Fallita? Oggi, Apollonio non può darne affidabile testimonianza.
Prima d'arrivare a quel punto, infatti, egli s'era già colpevolmente distratto. I suoi pensieri avevano cominciato ad esercitarsi con una litania interiore di nomi, recitati proprio nell'ordine che dispiaceva al ministro, da sempre, del resto, meritevole alfiere di progresso, nell'istruzione.
Berlinguer Luigi... Malfatti Franco Maria... Falcucci Franca... Gui Luigi... e (fuori del sostegno di consapevoli personali esperienze) Moro Aldo... Bottai Giuseppe... De Ruggiero Guido... Omodeo Adolfo... Gonnella Guido... Sella Quintino... Croce Benedetto... Amari Michele... Bonghi Ruggiero... De Sanctis Francesco...
Fu tuttavia come un mantra. O forse fu colpa del vino (di pessima qualità: di questo è più che certo). Certo, bevendo e compitando tacitamente la sua litania, parve così ad Apollonio che gli si illuminasse improvvisa la ratio profonda di quell'ordine cognome-nome che il ministro raccontava di avere messo a repentaglio, dalla sua prospettiva generosa e politicamente corretta.
Gli parve di capire che le vecchie targhette miravano ad ammonire la massima e transeunte autorità dell'istruzione italiana, a spasso in quel luogo di potere. Un giorno, tale autorità lo sapeva, sarebbe stata onorata di un ritratto lì, sui muri del ministero. Le targhette la informavano però che, negli anni a venire, per la severa impassibilità dell'istituzione, il suo nome, quanto si voglia illustre e personale, non sarebbe stato declinato diversamente da come esso un dì aveva risuonato all'appello mattutino del maestro della sua prima classe elementare, nel primo suo incontro pubblico, da bambino, con la maestà dell'istruzione: "Amari Michele", "Presente", "Bonghi Ruggiero", "Presente", "Bottai Giuseppe", "Presente", "Croce Benedetto", "Presente", "De Mauro Tullio", "Presente".
Ma Apollonio si peritò di dirlo di fronte a tutta quella gente importante e di interrompere il flusso delle parole dispensate nell'occasione dalla brillante autorevolezza del ministro. E se oggi, fine dell'anno, lo svela qui è solo per far sorridere i suoi due lettori di una delle tante sciocchezze che gli son passate e continuano a passargli per il capo e per dire loro di fare attenzione ai vini cattivi.

29 dicembre 2010

Je n'accuse pas

"«Sentimenti sovversivi», dietro lo j'accuse c'è una storia d'amore": un articolo con questo titolo inaugura la collaborazione al Corriere del Veneto d'un recente vincitore del Premio Strega. Bel battesimo.
Da oltre cento anni,
l'espressione francese j'accuse, a séguito di un celebre editoriale di Émile Zola che la portava come titolo, è diventata un sostantivo ed è perciò combinabile con un articolo.
P
er il titolista del Corriere del Veneto (in ricca compagnia: basta una veloce ricerca nel Web per accertarsene), a tale sostantivo, per via della consonante che l'apre, tocca lo quale appropriata forma di articolo determinativo. Naturalmente, c'è chi la pensa e si comporta in modo diverso: "Il j'accuse di Julian Assange / «Negli USA sarei ucciso come Oswald»".
A chi, osservandoli, fa la storia dei variabili usi linguistici (e ortografici) italiani, impassibile come ha da essere, spetta solo il compito di prenderne opportuna nota.
Apollonio (che ha i suoi gusti, naturalmente, e le sue preferenze) gli segnala il minuscolo caso, sperando gli serva per arricchire la sua documentazione.
Vindici e risentiti restauratori di presunte norme, così come entusiasti lodatori delle libertà dell'uso, sono caldamente pregati di astenersi.

L'uno e l'altro

21 dicembre 2010

Bolle d'alea (12): Diderot

Il 13 ottobre 1759, Denis Diderot scrive a Louise-Henriette, detta Sophie, Volland: "Avec vous je sens, j'aime, j'écoute, je regarde, je caresse. J'ai une sorte d'existence que je préfère à toute autre. Si vous me serrez dans vos bras, je jouis d'un bonheur au-delà duquel je n'en conçois point. Il y a quatre ans que vous me parûtes belle, aujourd'hui je vous trouve plus belle encore. C'est la magie de la constance, la plus difficile et la plus rare de nos vertus".
Sentire, amare, ascoltare, guardare, carezzare, essere stretto tra le sue braccia: chiunque sia stata Louise-Henriette per Denis (e si sa bene chi fu), per chi legge quelle parole, Sophie, nome tanto pudicamente loquace, è allegoria della vita, quando questa diviene saggia.
La si trova bella, nel momento in cui la si conosce. Trovarla ancora più bella, anno dopo anno e quando gli anni cominciano a crescere da soli e, con essi, la chiara percezione che fuori di un tempo ormai divenuto nemico non c'è più tempo se non per il desiderio morboso che presto giunga un non-tempo, trovarla ancora più bella, Sophie come la vita, è effetto di una virtù: la costanza. La costanza di vivere.
Il momento è ciclicamente propizio ai voti. Ed ecco l'augurio che Apollonio fa ai suoi due costanti lettori e a se stesso: nutrire la forte virtù che consente di mettere a tacere la voglia di concedersi al non-tempo. E di trovare ancora bella, anzi ancora più bella, Sophie, la vita.

20 dicembre 2010

Upside-down

Noam Chomsky ha di recente concesso una lunga intervista alla Rete 2 della Radio della Svizzera Italiana: su temi politici. Perché anche questa modesta tribuna? Perché "il metodo nell’analisi linguistica e nel decriptaggio della politica e della propaganda è in sostanza lo stesso".
Ilare e al tempo stesso sconsolato, Apollonio non sa dire se, più che adontarsene, dovrebbe preoccuparsene chiunque abbia un po' di sale in zucca: come incessantemente si ripete, si tratta infatti, oggi, del "più celebre degli intellettuali a livello mondiale".
Sarebbe ad ogni modo il caso che se ne preoccupasse chi fa il linguista: ammesso e non concesso che tale professione sia compatibile col sale in zucca (come si è ricordato in un post di qualche mese fa, Antoine Meillet, per es., si pronunciò per l'incompatibilità).
All'andazzo della disciplina (e del mondo accademico in cui la disciplina vivacchia), Chomsky si è rivelato ben adeguato: lo si sa bene ormai da un cinquantennio. Non sarà però perché, come ogni altro essere umano ma attingendo personalmente il sublime, per dote innata egli è ricorsivamente ed infinitamente scemo?

L'intervista (e l'immagine).

28 novembre 2010

Concordanze

"[...] anche lui «scenderà» in politica e la sua non sarà un «ingresso» ma una «discesa»": così a p. 16 di un librino ancora caldo di tipografia, dal titolo Sulla lingua del tempo presente, preso al volo dagli scaffali d'una libreria di aeroporto (ohibò!) sul farsi del giorno e prima che Apollonio si rendesse conto, ad apertura del quotidiano che teneva sotto il braccio, che esso era tempestivamente già segnalato da opportuna recensione elogiativa.
Per gli amatori della lingua, come si suppone siano i due affezionati lettori di Apollonio, l'inusuale modulo d'accordo per genere è l'aspetto di maggiore interesse delle complessive cinquantotto pagine. Lo si offre qui a un'eventuale modesta riflessione stilistica e grammaticale, come semplice dato.

16 novembre 2010

Trucioli di critica linguistica (1): "Io sono Giulietta"



Da un enorme manifesto, in aeroporto, Uma Thurman guarda intensa chi passa: sullo sfondo ma al centro, un'auto italiana, d'una marca tradizionalmente sportiva. Tutto il resto sta sullo scuro: un'assenza di colori da lutto. L'attrice è però immagine di un candore perverso (come ognuno sa) e l'auto è bianca. Le luci posteriori sono vivamente rosse come le labbra in primo piano, rosse d'un sangue vivo e pronte ad aprirsi per dire, a grossi caratteri: "Io sono Giulietta e sono fatta della stessa materia di cui sono fatti i sogni".
Il riferimento è corrivo e, a partire dalla metà del Novecento, consolidato nella cultura popolare italiana. Del resto, la marca automobilistica ha Romeo come parte del suo nome. Quasi sessanta anni fa, apparve dunque Giulietta, come nome di un fortunato modello, che risuona esplosivo nella memoria degli Italiani, però, non solo per il menzionato carattere sportivo e perché fu un'auto simbolo del cosiddetto boom economico.
Capitava infatti fosse l'auto d'elezione, al Nord, di caserecce, ma non per questo meno sanguinarie, bande di gangster. Ricorreva di conseguenza nella cronaca nera, in appassionanti racconti di inseguimenti e conflitti a fuoco. Imbottita di tritolo, poi, un'auto con quel nome fu, al Sud, lo strumento di un subdolo e sanguinoso attentato: il primo del genere di matrice mafiosa (come poi si sarebbe preso a dire). Un'auto, insomma, con molte storie da raccontare, anche tragiche e intrise di rosso.
Con naturalezza, di conseguenza, può trovarsi impersonata da una testimonial che ha avuto ruoli in pellicole paradigmaticamente sanguinolente. Anglosassone, certo, ma nel caso specifico apparente interprete, in quanto Giulietta, di una favola di ambiente veronese e, per eccellenza, italiano: sostanziata, proprio in quanto italiana, di apparenza.
Per straniante contatto, del resto, la dichiarazione di identità s'intreccia con la celebre sortita di un personaggio che fa Prospero di nome ma sta nella tempesta e sopra un'isola fantastica, tra i poli italiani di Napoli e Milano. Di fatto e non di nome, non s'immagina forse così il potenziale acquirente di quell'auto sportiva? Titolare di una tempestosa prosperità, nel caso marcato e vagamente malavitoso, o di una prosperità nella tempesta, nel caso non-marcato di un'evasione benpensante.
Non s'indigni a questo punto il lettore del volgare saccheggio, a scopi mercantili (e qui, parassiticamente, di commento), da uno dei più preziosi tesori dell'ingegno. Non c'è perla di tale ingegno che la stupidità non possa far sua in un attimo. La colpa è sempre dell'ingegno, che si picca di proferire pubblico verbo. Lo fa perché si affida all'idiozia che, evidentemente, lo rode dal di dentro come un tarlo. Concessosi l'ingegno alla sua propria idiozia contrastiva, non c'è da stupirsi se dentro le sue mura, a quel punto inutilmente turrite, cominci inarrestabile a montare l'idiozia del mondo, per il principio dei vasi detti (non a caso) comunicanti.
Ma qui, appunto, di ciò, che importa? Importa invece che il pretesto di quel testo (e del presente), il topico in funzione del quale essi si ordinano, sia appunto quell'auto italiana. Essa è simbolo paradigmatico della commedia dell'apparire sociale, certo, ma anche, in quanto italiana, di dubbia affidabilità e di precario funzionamento meccanico. La temperie (o la tempesta) vuole, poi, che abbia a farsi strada, per opposizione, in un segmento del mercato internazionale saldamente presidiato da auto sportive tedesche. Anche queste convogliano valori di apparenza, naturalmente. Per etica protestante, li scontano tutti, però, col prevalente stigma di una meccanica solidità, della promessa di una persistenza non ultra-umana ma disumana.
Su tale campo, l'auto sportiva italiana non può competere, quanto almeno all'immaginario (per il resto, chi lo sa?). Come pregi, ha però dalla sua i suoi difetti. È transeunte? E non è transeunte il fascino? È effimera? E non è forse tanto più oltracotante quanto più effimera la bellezza?
Come la carne umana, che è apparenza fatta dei sogni di chi l'accarezza, l'auto italiana è destinata velocemente a decadere, a sfasciarsi. Il disumano rigore di un'etica protestante è nitore negli annunci pubblicitari delle auto tedesche concorrenti. Ma quel nitore è agghiacciante. A esso si oppone l'eccitante e incerto chiaroscuro (e più scuro che chiaro) di un'attitudine morale controriformisticamente post-moderna.
Meglio, ci dice quel manifesto, il sangue e la perdizione; meglio il gusto dolciastro o amarognolo di dubbie moralità che si riscattano nella consapevolezza dell'essere sogni, ombre pronte a svanire. Meglio restare, irriverenti ma modesti, nel sacro recinto del limite. Ebbri di piacere per una meccanica, come l'umana, imprecisa e precaria, meglio ascoltare l'ammonimento morale che ne sortisce: un'auto che sia anche un memento mori.
"Senza cuore" - conclude del resto perentorio il manifesto: ed è una macchina che parla - "saremmo solo macchine". Non immortali, come dicono di sé (e sono autentiche venditrici di fumo morale) le auto tedesche. Ancora meno che umani, invece, perché "senza cuore" nel culto della finitura: privi soprattutto del riscatto che assicurano la finitezza e la morte.

14 novembre 2010

Dans le miroir

"Nul autre romancier de langue espagnole - écrit Ignacio Ramonet de Mario Vargas Llosa, à qui il consacre un article dans le numéro de novembre 2010 du Monde diplomatique - ne possède comme lui l'art de captiver le lecteur, de le ferrer dès les premières lignes et de le plonger dans des trames haletantes où les intrigues se succèdent, pleines de passions, d'humour, de cruauté et d'érotisme". À coté, il y a la carrière d'intellectuel engagé dans la politique du prix Nobel 2010. Jusqu'à la fin des années Soixante et en tant que membre d'"une géneration de talentueux jeunes écrivains - Gabriel García Marquez, Julio Cortázar, Carlos Fuentes... tous de gauche", comme le rappelle Ramonet avec obstination, Vargas Llosa milita à gauche; mieux, à l'extrême gauche, à l'appui des guérillas latino-américaines et de leur lutte armée. Puis, soudainement, il fit une conversion vers la droite, devenant un "agitateur ultralibéral", qui récemment, par exemple, "a légitimé l'invasion de l'Irak en 2003 et justifié le coup d'État de juin 2009 en Honduras".
La clôture de l'article de Ramonet est savoureuse. Elle reporte verbatim des propos émis par l'écrivain péruvien au sujet de Louis-Ferdinand Céline. Parmi d'autres "personnages peu estimables qui sont cependant d'extraordinaires écrivains", d'après Vargas Llosa, l'auteur de Voyage au bout de la nuit fut "un extraordinaire romancier" mais aussi "un personnage répugnant".
Le problème reste, toutefois, et la trouvaille conclusive de Ramonet n'aide pas à le résoudre. Au contraire, elle le pose encore une fois de façon aiguë. Que l'on trouve répugnant qui nous est semblable quand il a changé de camp, finalement, c'est très facile. Ce qui est difficile, c'est de comprendre que, par ce changement, il n'est devenu qu'un miroir révélateur. Ce qui est difficile, c'est d'admettre qu'on aurait déjà dû le trouver répugnant quand il était carrément comme nous-mêmes, quand il était des nôtres et professait les mêmes idées que nous. Ce qui est difficile, c'est de se trouver, en lui, répugnant.

26 ottobre 2010

Miliardo

Circa dieci anni fa, nell'espressione pubblica italiana, miliardo quasi sparì dall'uso. Per convenzione sociale, naturalmente. Era l'epoca dell'adesione dell'Italia all'euro. Non è trascorso gran tempo: i due lettori di Apollonio, qui chiamati a testimoni, non possono essersene già scordati. Tutti quelli che fino a pochi giorni prima, in lire, parlavano di miliardi, eccoli lì compunti a computare solo milioni. Per garbo, certo. Non per la ragione che, in euro, non si potesse ancora e sempre arrivare a miliardi. Ma miliardo era, appunto, uscito dall'uso linguistico pubblico costumato. Miliardo c'era sempre ed era concepibile anche in funzione dell'euro, ma non faceva fine dirlo. Si sarebbe data l'impressione che nulla era mutato e non era quella l'impressione che si voleva dare, appunto.
Oggi miliardo è tornato in gran pompa: ne siano di nuovo testimoni gli affezionati lettori. Sono bastati dieci anni e, come moderatore degli usi linguistici, l'euro si è già slabbrato e consunto. Li vedi, adesso, quelli che dicono miliardi, come arrotano le lingue quando calcolano in euro, senza più freni né pudori.
Di economia, Apollonio non capisce un'acca ma teme non si tratti di buon segno. Il ritorno di miliardo nell'espressione pubblica italiana, gli pare, non revoca certo in dubbio che la faccenda dell'euro sia stato un buon affare ma induce ancora di più a chiedersi per chi.

Vuotare il mare dell'espressione

A un'ora e in una luce incerta, sul treno verso un aeroporto. A giro di sguardo, siamo in cinque nella carrozza, tre uomini, due donne. Nessuno giovane, nessuno vecchio. Fradici: fuori piove a dirotto e arrivare in stazione non è stato facile. Accanto al proprio piccolo bagaglio d'ordinanza, ciascuno sta chiuso nel suo cappotto e nei suoi pensieri, che, si vede e quasi si sente, non devono essere lieti. Pensieri che sono ovviamente lingua. Interiore. Ma, per il linguista e per la sua presunta esperienza euristica, cos'avrebbe di meno dell'esteriore l'interiore che ininterrotta fluisce nella carrozza di questo treno come, in questo momento e da tempo immemorabile, ovunque nel mondo ci sia o ci sia stato un essere umano?
Che americanata l'idea (ma tale la si può definire? O fola e imbroglio?) di un'astratta infinitezza, se confrontata col mare reale dell'umana espressione: concreto, finito (come potrebbe essere altrimenti? Umano, s'è detto). E pure, a immaginare di afferrarlo in un pensiero, interminato.
Che insensato e infantile programma ha da millenni chi dice di occuparsi della lingua, se pretende neppure soltanto di capire tale mare ma addirittura di spiegarlo. Se si illude, per far ciò, di riuscire a vuotarlo coi paiolini bucati di un'arcigna dottrina filologica e di un risibile armamentario grammaticale.

20 ottobre 2010

Da Lc. 9, 60

Come i suoi due affezionati lettori sanno, ormai da qualche anno Apollonio ha eletto a dimora, sempre più esclusiva, una Citera interiore ma per nulla solitaria. Tiene lontano da essa, come può ma con cura, il suo povero affaccendarsi medesimo, oltre che l'altrui, la cui eco gli giunge fievole ma non tanto da non rendergli palese che, non solo nella sua disciplina ma nell'insieme di fenomeni sociali e culturali che riguarda la lingua (e l'italiano in particolare), c'è un rinnovato agitarsi.
Accade periodicamente: un tempo l'agitarsi che aveva a pretesto la lingua (e l'italiano in particolare) aveva cadenze che superavano la brevità di una normale vita umana. Nell'epoca presente, quella che gli piace definire modernità putrefatta, succede a ritmi più serrati, tanto che, nell'arco di sua vita fin qui trascorso, Apollonio ha potuto farne più di un'esperienza: sono anche effetti collaterali del prolungarsi (quanto di valore?) di un sempre più largo e generale permanere delle esistenze, tra le quali la sua medesima.
Gente pensosa ha ricominciato ad agitarsi intorno alla lingua, dunque, ed è tutto un fiorire di iniziative, in cui c'è chi dice come, con la lingua, dovrebbe andare e invece, a suo parere, non va; c'è chi va a caccia di cariatidi disciplinari eleggendole a feticci di presunte restaurazioni di antichi valori; c'è chi continua a fare l'insignificante nulla che ha sempre fatto, verniciandolo (con l'aiuto di interessati complici) della qualificazione di nuovo (o novo, come per memoria ascoliana verrebbe fatto di scrivere), certo del potere di ulteriore inebetimento che l'evocazione di tale disgraziato aggettivo ha sempre esercitato sulle menti già sciocche.
Un formicolare che, Apollonio non sa perché, nella sua laica memoria risveglia il ricordo di catechismi infantili, con quella tremenda sentenza, di cui già allora si chiedeva ragione e di cui solo adesso, rovesciandola, ha l'impressione di intuire (ma solo appena) il valore, pacificandosi con il mondo se non con se stesso: "Lascia i morti disseppellire i loro morti".

13 ottobre 2010

À la mode de Bouvard et Pécuchet

Syntaxe: Studia come le parole si combinano fra loro quando si uniscono per produrre testi, orali e scritti. Moyenne, diathèse: Mancante in italiano [...]. Attraverso la forma media è [...] possibile, all'interno della coniugazione verbale, indicare una più intensa partecipazione del soggetto all'azione. Finales, propositions: Indicano con quale fine viene compiuta o verso quale obiettivo tende l'azione espressa nella proposizione reggente.
Il s'agit de quelques passages tirés de grammaires italiennes réputées et très répandues. À l'instar de Gustave Flaubert, on les a simplement mis sous la forme qu'ils auraient en tant qu'entrées exemplaires d'un dictionnaire des idées linguistiques reçues, sans les changer d'une virgule et comme échantillon d'un travail qui mériterait bien d'être mené jusqu'au bout.
Les références ne sont pas importantes, ici. L'une grammaire vaut l'autre et même le choix de l'italien, ce n'est qu'un prétexte. Il n'est pas même dit qu'il soit le prétexte le meilleur. Dans les grammaires, toutefois, l'accent ne tombe pas sur la langue mais sur la métalangue. N'importe quelle langue, même l'italien, si déjà soumise au traitement des grammairiens, et l'italien l'a largement été, est donc appropriée à la besogne. En effet, peut-on imaginer une grammaire d'une langue quelconque où une proposition appelée finale n'indique pas con quale fine viene compiuta o verso quale obiettivo tende l'azione espressa nella proposizione reggente?
D'ailleurs, on n'a pas cité ces exemples typiques d'une prose grammaticale pour les censurer ni pour dire, par rapport à la langue qui leur donne l'occasion d'exister, qu'il s'agit d'affirmations incorrectes ou bien fautives. La grammaire est le missel d'un rite qui se réalise en soi même. Elle n'est pas soumise à la preuve. Sa Stimmung dépasse toute question de correction car, à vrai dire, elle fonde la correction même. Elle est la source de toute pensée grammatically correct.
Vox populi, vox Dei est l'une des deux épigraphes qui introduisent le Dictionnaire des idées reçues et, parmi les voix par lesquelles la civilisation occidentale s'exprime, celles des grammaires et des grammairiens ne manquent pas de "popularité" et, donc, de "divinité". D'où l'hypothèse que, comme on l'a toujours conçue et comme on ne peut que la concevoir, la grammaire n'est à vrai dire qu'un dictionnaire déguisé: un dictionnaire d'idées reçues. L'hypothèse pourrait peut-être contribuer à éclaircir quelques aspects d'un mystère véritable: l'inefficacité de la linguistique. Contre la grammaire, fatras d'indéracinables idées reçues, les efforts de toute intelligence raisonnable sont vains. Deux siècles de linguistique prétendue scientifique le démontrent de manière irréfutable et, d'ailleurs, Ferdinand de Saussure l'avait bien prévu.
À l'Université de Montpellier, début 2011, avec toute la gravité nécessaire, un synédrion de grammairiens francophones va se poser la question "comment peut-on écrire une grammaire?" "Mais à la mode de Bouvard et Pécuchet - c'est la réponse que Apollonio, d'un esprit solidaire et fraternel, veut leur proposer, en tant que modeste suggestion -. Sous des formes toujours variées, ne l'avez-vous pas fait jusqu'à présent? Soyez tranquilles, chers et aimables collègues: vous continuerez à le faire".

10 ottobre 2010

Futuro

Il passato è svanito. Averne consapevolezza è sempre stato faticoso, del resto.
Il presente è disgustoso. Le sue prassi sono certo più facili di quelle imposte dalla consapevolezza del passato. Sono però tutt'altro che esenti da rischi e responsabilità.
Agli uomini pubblici non rimane dunque che il futuro. Parlarne, facendo sembiante di frequentarlo come fosse il cortile di casa, è agevolissimo, non comporta responsabilità di sorta ed è privo di controindicazioni, se non per l'intelligenza propria e di chi ascolta. Ma di quella, com'è noto, e grazie al cielo, non importa niente a nessuno: ciò è garanzia, nei rarissimi attimi in cui balugina, della sua autenticità.
I due lettori di Apollonio l'hanno di certo già notato: futuro è la parola del momento. Il futuro ha insomma un grande presente e, tra le ragioni del suo presente successo, c'è anche, in chi lo nomina (il numero fa ormai legione), il desiderio di obliterare così il ricordo di passati imbarazzanti e neanche troppo remoti.
Ora, le grammatiche scrivono che il futuro è un tempo e i loro propalatori, creduloni, come tale l'impartiscono alle anime innocenti che sono loro affidate, quando ci riescono (ormai sempre più di rado).
Invece, nella lingua, prima di essere un tempo, il futuro è un modo. Se gli capita (come gli capita) di fare il tempo, glielo consente appunto la sua natura di modo.
Così non fosse, non sarebbe possibile allontanarsi dalle frotte di ciarlatani che oggi e sempre abusano di futuro e del futuro con il solo breve commento che, accompagnato da una scrollata di spalle, meritano i loro vuoti discorsi: "Sarà...".

11 settembre 2010

"Carnalivaru o cu ci va appressu"?

"Il mondo in balia di un idiota" è il titolo dell'articolo di spalla che oggi, 11 settembre 2010, compare sulla prima pagina di un importante quotidiano italiano. Lo firma il direttore. L'idiota (è appena il caso di dirlo) è quel religioso americano amante, a suo dire, dei roghi.
A margine delle dichiarazioni di intenti del pastore, dell'articolo dell'illuminato direttore e di tutto l'assordante e caotico rumore che intorno a quelle dichiarazioni è stato fatto, nessun commento è migliore, a parere di Apollonio, di quello fornito dalla saggezza popolare espressa in un tradizionale detto siciliano: "Cu è chiù fissa, Carnalivaru o cu ci va appressu?" [Chi è più stupido, Carnevale o chi gli va dietro?].
Il mondo in balia di un idiota? Quando mai! Come sempre, il mondo in balia degli innumerevoli stupidi che stanno nel codazzo di un idiota, anche solo per atteggiarsi facilmente a critici, e che amplificano con le proprie idiozie l'eco delle sue, altrimenti insignificanti, sovente per calcolo sconsiderato di interessi meschini.

3 settembre 2010

Frammento di un breviario d'osservanza

Quanto alla conoscenza, il limite destinerebbe l'uomo a una sola, negativa certezza: quella dell'ignoranza e dell'errore.
In ogni àmbito sperimentale, all'apparire di uno spirito orientato alla scepsi può seguire il formarsi, teoretico e metodologico, di una scienza. Si sta naturalmente dicendo di una vera scienza, non delle parodie, tanto più grottesche quanto più benavventurate, che ne usurpano il nome, in ogni campo dell'umana esperienza.
Lo spirito zetetico della scienza ha come bersaglio ogni assoluto, anche l'estremo: la certezza dell'ignoranza e dell'errore. Teorie e metodi della scienza mettono alla frusta, aleatoriamente (di più non si potrebbe), tale certezza.
Ne segue che, in funzione della conoscenza, con la scienza l'uomo aspira a privarsi anche della sua ultima giustificazione morale, del sicuro riparo procuratogli dalla sua naturale destinazione all'ignoranza e all'errore. Più si riduce l'ombra pietosa di tale riparo, più cresce la luce della responsabilità: cresce, in principio, verso l'infinito. E la luce, cruda e impietosa, svela che a portare la responsabilità è un essere che ha nel limite il suo stigma e, se di salute si tratta, forse la sua sola salute.
Il paradosso è lancinante ed è la condizione d'esistenza di una conoscenza saggia e, per quanto si può, cosciente: fuori della violenza ipocrita e dell'efficace imbroglio che si impadroniscono sovente di intraprese che si dicono scientifiche, rendendole false sin dai loro primi vagiti.
Una scienza che vende certezze, colpevolmente priva della consapevolezza d'essere invece chiamata a incalzare la certezza fino al suo estremo ridotto, una scienza reticente quanto al paradosso da cui prende origine e che inflessibilmente la determina, una scienza imbonitrice e consolatoria è impostura, lo si sappia. Gonfiandosi e insuperbendo, l'impostura diventa troppo umana. Può muovere perciò chi la smaschera a una sdegnosa rabbia.
Se le accade di diventare troppo umana, tuttavia, è perché l'impostura è semplicemente umana, in fondo. È faccetta inalienabile e rivelatrice di ciò che è proprio dell'uomo: la povertà di spirito che gli impone d'affaccendarsi, senza requie. A chi la scorge (e oggi non ne mancano occasioni), la scienza come impostura può solo ispirare, dunque, la riflessiva e amara simpatia, la compassione solidale ma non complice che si destina al ciurmatore colto sul fatto.
Un esempio recente, che sfiora pericolosamente la linguistica, e la sua momentanea conclusione.

2 agosto 2010

Lubrificare il mutamento



Con un po' d'olio, il meccanismo del mutamento (linguistico) si muove meglio, sarebbe il caso di commentare. E si sta movendo all'unisono chi guarda, ascolta e legge questo annuncio (che passa oggi in televisione) e, giustamente, non ci trova nulla di strano: la pubblicità asseconda le tendenze, quelle linguistiche prima di tutte le altre e chi la guarda si guarda allo specchio. Chi, invece, nota qualcosa non s'impanchi a censore, per carità, ma goda del piccolo spettacolo, condita sineddoche (con altra facile associazione figurata) del grandioso e inesausto movimento della lingua.

12 luglio 2010

Lingua nel pallone (3): Scolio ai Mondiali 2010

Terzino (destro o sinistro), centromediano (metodista) e poi stopper e libero, ala (destra o sinistra), mezzala (destra o sinistra), centroavanti: amati ruoli del gioco del calcio dei tempi della giovinezza di Apollonio, dove siete finiti mai? Quale erebo alberga oggi le vostre misere spoglie linguistiche, rivelatesi mortali? Sopravvissuto alla catastrofe è solo portiere e sarà soltanto per l'opera benemerita di uno scoliaste, se domani resterà ancora interpretabile "Una vita da mediano".

10 luglio 2010

Scomparire

"È scomparso improvvisamente questa notte nella sua abitazione di Pisa Francesco Orlando": così il blog del Maggio musicale fiorentino, lo scorso 22 giugno. Ma (vien fatto di chiedere) siete sicuri? E avete provato a guardare dentro l'armadio o sotto il divano?
Si badi bene: la morte di Orlando ha molto colpito Apollonio e, quando sarà passata l'emozione, di lui (comparso nel mondo e andato via come un personaggio letterario) gli accadrà forse di parlare ancora. Del resto, per un morto, c'è mai stato nulla di più onorevole di un funerale che lo rivela e scioglie così in una risata la tragicità della vita?
La lingua ha poi le sue ragioni che quelle del cuore non possono oscurare. Con la puntigliosa determinazione locale, l'espressione dell'anonimo autore del "coccodrillo" ha messo a nudo il carattere di corrivo eufemismo di scomparire. Lo si sa: tra le persone a modo e di livello, morire è cosa che non si fa e quando a qualcuno magari sfugge inopinatamente di morire, per mascherare l'atto inelegante, benevoli sodali non gli attribuiscono una morte ma una scomparsa. Così, a proposito di Orlando, si sarebbero appunto espressi l'ambasciatore Tancredi Falconeri e la di lui consorte, Angelica.

16 giugno 2010

Copy? Quel diavolo di Denis!

Dal finestrino di un autobus, un manifesto fa l'occhiolino a Apollonio, che, catturato, ne cattura al volo il messaggio: "Se il mio Breil potesse parlare". È questione, a quanto pare, del bijou della splendida ragazza nella foto: un bijou indiscret o che, a credere all'annuncio, amerebbe diventarlo.
Vecchio impenitente libertino di un Denis Diderot! C'è sovente il tuo riconoscibile zampino nelle imprese moralmente più dubbie. Oggi che di Encyclopédie non vuol più saperne nessuno e che, tra il plauso dei peggiori bigotti, i più imbiancati sepolcri si spacciano per illuministi, sono felice di vedere che, freelance, sbarchi il lunario come copywriter e ti fai pagare per raccontare storielle inventate quasi trecento anni fa.

12 giugno 2010

Laudator temporis acti

"Multa senem circumveniunt incommoda, vel quod / quaerit et inventis miser abstinet ac timet uti, / vel quod res omnis timide gelideque ministrat, / dilator, spe longus, iners, avidusque futuri, / difficilis, querulus, laudator temporis acti / se puero, castigator censorque minorum" (Molti incomodi assediano il vecchio: cerca qualcosa ma, meschino, si astiene da ciò che trova e teme di farne uso, fa ogni cosa timidamente e freddamente, rimanda, spera lungamente, sta inerte, è avido di futuro, difficile, lamentoso, loda il tempo andato, quando era un fanciullo, fustiga e censura i giovani).
È (di nuovo) Orazio e un celebre passaggio dell'Ars poetica. Apollonio se lo ripete, come tacita e laica orazione, appena gli vien voglia di pensare (e, il Cielo non voglia, anche solo di accennare) alla decadenza del presente (e, siccome è vecchio, la voglia gli viene spesso).
Usa Orazio per scacciare la tentazione di imboccare la scorciatoia che la vita apre alla pigrizia dei vecchi: e lui pigro è sempre stato, vecchio, appunto, quando meno se l'aspettava, è diventato. E sta lì, sempre in procinto di prendere la via che conduce al baratro della rinuncia a capire. Non a condannare e a indignarsi né a giustificare e ad approvare: a tali attitudini ha volentieri rinunciato da gran tempo, non appena ha capito che sono quelle tipiche dei pigri di tutte le età. Chi non vuole fare lo sforzo di capire, condanna, s'indigna o, conversamente, approva e giustifica. Provare a capire è del resto la cosa che, al mondo, richiede la fatica maggiore e rende di meno: roba che si può fare solo per diletto, giammai per mestiere. Si passerebbe giustamente per matti. Bisogna quindi essere comprensivi con chi condanna e s'indigna, giustifica e approva: è gente che, come sa e può, cioè pigramente e cercando di scansare la fatica, lavora. E bisogna capire i vecchi, allora, quando, comprensibilmente, se mai l'hanno fatto, smettono di provare a capire e, in rapporto al presente, cominciano a condannare e a indignarsi. E a lodare il tempo che fu.
Cosa che Apollonio tenta di non fare (e che Orazio, come diceva, l'aiuta a non fare) anche perché lasciarsi andare alla lode del tempo andato e al correlativo dispregio per il presente finirebbe per confliggere con qualche sua personale e radicata convinzione sulla decadenza.
Egli è fortemente convinto infatti che la decadenza sia tra le poche cose al mondo che non decadono mai. Essa è permanente. C'è sempre stata. La pensa così non tanto perché Shakespeare non sapeva il greco e Omero non sapeva l'inglese, come ricordava Ennio Flaiano a chi gli faceva notare i guasti culturali e l'ignoranza del suo tempo: lo stesso che, essendo andato, oggi si sente lodare spesso. Quanto perché essere è niente di più e niente di meno di decadere. Sei? Pensa Apollonio. Allora non ci son santi: decadi.
Ne segue (sempre a parere di Apollonio) che non c'è tempo andato che non sia decaduto esattamente come decade il presente.
Questa è la premessa di fatto. Si venga adesso all'effetto percettivo. I giovani d'ogni epoca non s'accorgono in genere della decadenza del loro tempo. Perché? Perché essi decadono alla sua stessa velocità e al suo stesso modo. Si tratta insomma di puro effetto relativistico. Essi stanno sul vettore del loro tempo, ne fanno pienamente parte, quindi fanno parte della sua decadenza, del suo essere.
Rispetto al tempo, i vecchi, invece, perdono velocità, provano a inseguirlo, arrancano, cadono, si rialzano ma quello se n'è già andato. In loro, nasce quindi la percezione soggettiva del decadimento del tempo che vivono, in funzione della memoria di quello che hanno vissuto, col quale, da giovani, decadevano ovviamente in perfetta sintonia e della cui decadenza, quindi, non hanno serbato alcuna memoria. Non c'è mai stato, non c'è, mai ci sarà quindi un presente che non sia decadimento per i vecchi che lo vivono e che, semplicemente, non capiscono di esser stati loro medesimi, festosamente inconsapevoli, ad avere accompagnato il mondo sulla soglia di quel baratro che vedono improvvisamente spalarcarsi davanti ai suoi piedi, davanti ai loro medesimi piedi.
Tutto là. Del resto, è naturale che sia così. La perdita di velocità del vecchio è anticipo del suo definitivo fermarsi, del suo uscire dalla decadenza e dall'essere: un'uscita che mette fine a quella disarmonia, a quella cacofonia e la sposta verso altri lamenti, verso altre querimonie: in eterno.

9 giugno 2010

Dogmi

Un'amica lettrice richiama l'attenzione di Apollonio sopra un articolo di Angelo Panebianco, comparso sul Corriere della Sera di un paio di giorni fa. I pericoli che "scienza" e "scienziati" corrono nella temperie presente e quelli, congiunti, che fanno correre al prossimo (che si tratti di altri "scienziati" o no) vi sono pacatamente discussi, nelle loro ragioni tanto contingenti quanto permanenti.
Tra le contingenti e tipiche della modernità marcia, il contatto con un'opinione pubblica che, ormai orfana di Dio e dei preti anche quando va alla messa ogni domenica, è sempre alla spasmodica caccia di predicatori consolatori o apocalittici (tra i quali, in prima fila da qualche tempo gli studiosi del clima).
Tra le permanenti, il dogmatismo (cui è dedicata l'enfasi del titolo) di chi, tra gli "scienziati", si comporta come se avesse ragione per principio, stando sull'onda dell'andazzo, che, padrone della società, non risparmia certo laboratori e biblioteche: anzi.
La conclusione del pezzo è divertente, poi, con la vicenda delle mucillagini adriatiche di tempo fa e dell'unico esperto, tra i molti intervistati in tv e subito pronti a tromboneggiarne spiegazioni, che risponde: "Non so. Il fenomeno è complesso. Devo studiarlo". Per tale risposta, egli si merita oggi la lode di affidabile e saggio studioso da parte di Panebianco e non diversamente l'avrebbe pensata Leonardo Sciascia. Non tutti avranno ancora memoria del fatto che, chiamato a dire la sua, come grande esperto di cose siciliane, su una delle peggiori stagioni palermitane di crude mattanze, quella degli inizi degli anni Ottanta, Sciascia rispose: "Non si capisce", lasciando tutti di stucco.
Grazie perciò all'amica lettrice della segnalazione: tutto condivisibile. Facilmente. Troppo facilmente?
Nel fondo dolceamaro dello spirito di Apollonio, a lettura conchiusa, resta infatti un'insoddisfazione. La sua legnosa testa è rósa da uno di quei tarli che egli trova (ma forse si illude) salutari per una anche minima circolazione interna di pensieri diversi dai soliti.
Ma sì, che lo si dica apertamente. Malgrado paia che critichi duramente e faccia il burbero, Panebianco, con la "scienza" è fin troppo benevolo; è fin troppo condiscendente. Verso essa ha l'attitudine tipica del chierico di una moderna religione. Un'attitudine intelligente, certo, ma su cui pende sempre un'implacabile condanna: quella di abbassare il capo, di sospendere, a un certo punto, la critica e di sottomettersi speranzosi alla fede nelle sorti magnifiche e progressive, delle quali alla "scienza" (ora che tutto il resto è crollato e non solo i sogni moderni ma anche i presunti rimedi a tali sogni si sono rivelati incubi) è rimasta la massima e messianica parte. La condanna ha poi un'aggravante. Fede e speranza non si possono perdere, tanto meno pubblicamente: "Però l'errore dogmatico è, col tempo, rimediabile. Data la natura antidogmatica della scienza, il dogmatismo che talora pervade scuole e settori scientifici resta fondamentalmente un corpo estraneo. Non dipende dalla scienza ma dalle debolezze umane degli scienziati. Prima o poi, è l'attività scientifica stessa, nel suo procedere, a sviluppare gli anticorpi e a sconfiggere il dogmatismo...": con un altro dogmatismo, visto che, come ogni altra prassi umana, ne produce di continuo? O è blasfemo chiederlo, perché la "scienza" è per principio l'eccezione e va, per ciò stesso, santificata? E ciò che Panebianco ci racconta, consolante, della differenza tra "scienza" e "debolezze umane degli scienziati", ciò che, come esperto, ci dice delle mucillagini del dogmatismo, che resterebbe in ogni caso "estraneo" alla "scienza", priva (per grazia di chi?) dei miserabili difetti umani, non lo si è mille volte sentito raccontare, pari pari, da un pulpito? Basta sostituire "peccato" a "dogmatismo", "religiosi" a "scienziati" e "chiesa" a "scienza" e si vedrà che Panebianco, da buon chierico, sta in sostanza facendo il solito fervorino edificante: il vostro "scienziato" (come il vostro parroco) è solo un pover'uomo vanesio e conformista, quindi dogmatico alla bisogna, ma la "scienza" che egli serve sublima queste miserie, corregge i suoi umani errori: la "scienza" è la "Scienza".
No. Diversamente dall'uomo saggio e pensoso che dice di avere ammirato (e che solo per caso, di professione, fa lo "scienziato"), con questo scritto Panebianco non ci ha detto: "Bah! non so. Il caso della scienza e del dogmatismo è complesso. Devo studiarlo". E mille e più di mille, cara amica lettrice, sono i travestimenti sotto cui viaggiano i pensieri dogmatici.

3 giugno 2010

Pace (e guerra)

Questa foto circola in rete. "Pacifisti, di ritorno a Istanbul": è più o meno la glossa che le riservano i mezzi di informazione che la pubblicano. Il riferimento è ai tragici fatti accaduti un paio di giorni fa, nelle acque di Gaza, che hanno visto morire una decina di esseri umani. Valeva evidentemente la pena morissero perché, ridendo, si alzassero due dita aperte in segno di vittoria. Vittoria su cosa?
Niente di nuovo, naturalmente. Pace e guerra (come amore, odio, solidarietà etc.) sono tra le parole che si prestano meglio a ogni mistificazione e non c'è stata epoca in cui a qualcuno non è venuto in mente di mettere in guardia gli esseri umani da tale loro capacità trasformistica (che dell'espressione umana è risorsa e bellezza). Mettere in guardia inutilmente: è ovvio. Talvolta vestiti da agnelli, talaltra da lupi, gli esseri umani sono ciò che sono: la loro espressione, i loro ghigni, i loro gesti ne celano la natura. Celandola, ne rivelano sempre però il turpe celamento.

25 maggio 2010

Transgender

"Cambridge: imbarazzo per l'errore ortografico sulla porta dell'ateneo": è il titolo di un pezzo che compare nell'edizione in rete del solito grande quotidiano nazionale. Vi si racconta di un'epigrafe greca in cui inopinatamente compare una lettera dell'alfabeto latino (sopra è riprodotto il dettaglio).
La prosa fa naturalmente della spiritosa ironia sull'incidente occorso alla nobile istituzione culturale e nel sommario si legge "Gaffe Cambridge: storpiato Aristotele... Sulla porta dell'ateneo l'errore in una frase del filosofo: anziché la sigma greca la esse latina".
L'epoca è propizia alle mutevolezze di genere, se non proprio alle sue indeterminatezze, come ognun sa. Sigma era neutro in greco ed è arrivato come maschile in italiano. Se il grande quotidiano nazionale, come del resto Wikipedia, sotto la spinta profonda di un implicito "lettera", l'assegna al femminile, il sigma deve esser frattanto passato da Casablanca. Sarà stato per rendersi più accetto ai tempi.
Incertezze quanto al genere, peraltro, deve averne tradizionalmente suscitate. Alla voce sigma, per es., il Battaglia annota: "sm. e f.". Tutte le attestazioni che dà, tuttavia, paiono maschili. Per maschile, del resto, lo trattano le buone vecchie grammatiche greche, se la memoria dei suoi tremendi anni ginnasiali non tradisce Apollonio, che (come sanno i suoi due lettori) è sempre ben disposto alle innovazioni ma, ancora come allora, inguaribilmente affezionato al delta.

Ultimissime: Alle 20 la pagina risulta ritirata dal sito del grande quotidiano nazionale: eccesso di zelo? Ipercorrettismo? Gli amatori ne trovano trasparente traccia, però, grazie al motore di ricerca ivi messo a disposizione, cercando "sigma".

18 aprile 2010

Oggetto con preposizione

Nell'orale dei colti, l'oggetto con preposizione è comune non da oggi. Nello scritto, ad Apollonio, non era invece mai accaduto di registrarne una ricorrenza come quella che sta oggi a p. 49 del supplemento culturale del Sole 24 Ore, sotto la penna di Carla Moreni: "A noi oggi spaventa il titolo, ostico. Ai nazisti, negli anni Trenta, il contenuto, l'originalità della scrittura, l'indipendenza dell'autore rispetto al regime. Di fatto Die Gezeichneten (si pronuncia ghe-zaich-ne-ten) del viennese Franz Schreker, messa al bando come musica 'degenerata' (si pronuncia 'follia-degli-umani') arriva solo oggi in Italia, in prima esecuzione al coraggioso Teatro Massimo di Palermo".
C'è naturalmente, in questa ricorrenza, tutto quello che si trova, di norma, in altre e che funge da condizione adiuvante: il predicato psicologico (spaventare), il pronome personale (noi), su cui s'addensa l'enfasi dell'apertura del nesso. Di specifico, c'è il fatto che il modulo ha la forza di proiettarsi, per ellissi, nel nesso successivo, producendo ai Nazisti: pollone nominale di un rizoma sintattico, che esorbita dal consueto e apre un fronte di crescita per l'oggetto con preposizione in un registro di lingua che più corrivamente snob sarebbe difficile immaginare e che, per questa ragione, registra meglio di ogni altro la tendenza. Tutto avviene fuori dell'influenza di varietà centro-meridionali che invece produce nel sub-standard fenomeni solo in apparenza eguali.
Ad usum di storici della lingua del futuro (se la lingua avrà storici, nel futuro).

12 aprile 2010

"Tutti altoatesini"

Nel momento in cui Apollonio scrive questo post, l'edizione on-line del maggiore quotidiano italiano porta, come principale, il seguente titolo: "Merano, frana sul treno dei pendolari. Nove morti, tutti altoatesini". Fosse successo nei pressi di Tradate (il Cielo ne scampi i tradatesi, naturalmente, come ogni altro essere umano), il Corriere avrebbe sentito il dovere di precisare: "Tutti lombardi?" E se nei pressi di Fara in Sabina, "Tutti laziali?"
Per implicito riferimento, l'infelicissima espressione ricorda la formula in uso in occasione di tragedie foreste: "...tra le vittime non si contano italiani". Ci si commuova, nei tinelli nazionali dove risuonano lingua e dialetti del sì, con un sospiro di sollievo: gli italiani stavolta ci sono ma "tutti altoatesini".

Ultimissime: alle 23.10, "tutti altoatesini" è scomparso dal titolo, come c'era da augurarsi facesse, per carità di patria.

11 aprile 2010

"Quando c'è la nebbia, non si vede"

La particella italiana generalmente detta riflessiva (e, quando non riflessiva, impersonale) è emblema di una sorta di Malström fenomenico. Il gorgo ingoia costruzioni differenti, tutte "colpevoli" però d'essere passate da un collasso funzionale, modularmente diverso, di soggetto e oggetto diretto. Dopo averle ingoiate, sputa in superficie un ambiguo e sparuto relitto: si o, nel caso di soggetto grammaticale diverso dalla terza persona, singolare o plurale, mi, ti, ci, vi, prefissi del verbo, variabili esattamente come le sue desinenze personali. Meglio di come mai potrebbe Apollonio (fioco per lungo silenzio: ma di ciò, forse, un'altra volta), lo illustrano Antonio e Peppino Caponi, in un famoso gag tratto da Totò, Peppino... e la malafemmina, film di Camillo Mastrocinque del 1956: