26 gennaio 2013

22 gennaio 2013

Farse in due battute (10)





"...e non sei stupido fin quando qualcuno non ti giudica stupido".
"Fosse vero, caro signor mio, fosse vero...".

21 gennaio 2013

"Nella vita degli imperatori..."

"Non è detto che Kublai Kan creda a tutto quel che dice Marco Polo quando gli descrive le città visitate nelle sue ambascerie, ma certo l'imperatore dei tartari continua ad ascoltare il giovane veneziano con più curiosità e attenzione che ogni altro suo messo o esploratore. Nella vita degli imperatori c'è un momento, che segue all'orgoglio per l'ampiezza sterminata dei territori che abbiamo conquistato, alla malinconia e al sollievo di sapere che presto rinunceremo a conoscerli e a comprenderli; un senso come di vuoto che ci prende una sera con l'odore degli elefanti dopo la pioggia e della cenere di sandalo che si raffredda nei bracieri; una vertigine che fa tremare i fiumi e le montagne istoriati sulla fulva groppa dei planisferi, arrotola uno sull'altro i dispacci che ci annunciano il franare degli ultimi eserciti nemici di sconfitta in sconfitta, e scrosta la ceralacca dei sigilli di re mai sentiti nominare che implorano la protezione delle nostre armate avanzanti in cambio di tributi annuali in metalli preziosi, pelli conciate e gusci di testuggine: è il momento disperato in cui si scopre che quest'impero che ci era sembrato la somma di tutte le meraviglie è uno sfacelo senza fine né forma, che la sua corruzione è troppo incancrenita perché il nostro scettro possa mettervi riparo, che il trionfo sui sovrani avversari ci ha fatto eredi della loro lunga rovina. Solo nei resoconti di Marco Polo, Kublai Kan riusciva a discernere, attraverso le muraglie e le torri destinate a crollare, la filigrana d'un disegno così sottile da sfuggire al morso delle termiti".
Le città invisibili s'apre con la negazione d'un passivo senza agente di dire che, idiomaticamente, vale come presa di distanza dell'enunciatore da ciò che sta enunciando: un fenomeno di quella categoria che, nelle grammatiche delle lingue (di norma esotiche) ove passa per manifesta, viene designata come "evidenzialità". 
E s'apre coi due protagonisti, alla pari, alla terza persona, sebbene l'uno preceda l'altro, non solo nell'ordine sintagmatico, ma anche nella gerarchia ipotattica. Kublai Kan funge infatti da soggetto della subordinata di primo grado che ingloba come argomento il pronome cui si attacca la subordinata relativa in cui finalmente Marco Polo compare come soggetto di dire. 
Del resto, la parità dei due sotto il segno della non-persona (la terza fu così acutamente definita da Benveniste) è rivelata subito apparente e il brano, il primo della cornice di quest'opera al tempo stesso asciutta e magnificente, ha anch'esso una cornice, costituita dal primo e dall'ultimo periodo: i due soli caratterizzati dai protagonisti, e nel caso specifico da Kublai Kan, alla terza persona.
Nel cuore, tutto uno scorrere della cosiddetta prima plurale. Sanno i suoi cinque lettori quanto Apollonio non ami il "pronome di vigliaccheria" (definizione di Manganelli) ma eccone una pratica, peraltro nel suo altrove miserabile - e pericoloso - valore inclusivo, eccone una pratica, si diceva, che scioglie quell'odio e mostra come non c'è veramente nulla, nella lingua, che la probità, o meglio quel probo commercio linguistico della falsità rappresentato per antonomasia dalla letteratura, non sia capace di riscattare dalle infamie che quotidianamente se ne fanno.
E nel cuore di questo incipit, con il 'noi' che getta la comune croce dell'umanità su chi legge e su chi scrive, c'è la lampante rivelazione che è sempre la lettura, l'ascolto, è sempre il  "re in ascolto" la prospettiva profonda di Italo Calvino, come la gerarchia ipotattica della preterizione d'esordio ha sottilmente già lasciato intendere.
L'espressione di Calvino come scrittore fu pretesto per la sua espressione come lettore (di se stesso). E non è detto che il lettore Kublai Kan abbia creduto allo scrittore Marco Polo mentre lo ascoltava con curiosità e attenzione. 
Del resto,  è solo occasione per il suo proprio ascolto l'espressione d'un essere umano saggio e consapevole, come istintivamente saggio e consapevole egli pare nel momento in cui viene esplicitamente al mondo e, per dare un segno al suo orecchio della sua esistenza, s'esprime nel pianto.
L'ascolto si esercita dubbioso, se non incredulo, con un'espressione che gli ritorna. Per aprirsi così poi "disperato" alla altrui, con solidale compassione per lo sfacelo, la corruzione, la rovina e l'imbroglio di cui, nascendo, noi si è divenuti orgogliosamente e felicemente eredi.
Noi, cioè lui che l'ascolto della comune espressione appende a una filigrana tanto sottile da far coltivare l'illusione che, ingannando per quanto sia possibile il tempo, essa sfuggirà al morso delle termiti. 

17 gennaio 2013

A frusto a frusto (39)



Nel verso della vita, qualche mobile cesura, qualche cadenzato accento. E inizio e fine come valori forti.

16 gennaio 2013

Allievo

Chissà se Apollonio terrà fede alla promessa strappatagli tempo fa dall'emozione di sapere morto (e d'improvviso) Francesco Orlando. Promise, con l'amara ironia dettatagli dalla luttuosa circostanza, che sarebbe tornato a scriverne. Non perché - come coloro che hanno contribuito a un recente volume di testimonianze e ricordi dell'illustre studioso palermitano - lo avesse frequentato intensamente. Forse proprio per la ragione opposta.
Non è questa ad ogni modo la circostanza. E vedranno i cinque lettori che, alla fine, sarà più lesto, in proposito, il suo alter ego a tirare fuori uno dei suoi soliti scrittarelli con pretesa di saggio.
Qui del resto solo una noticina a margine del menzionato e peraltro benemerito volume che porta quasi ottanta firme (e molte molto illustri) e che nella premessa del giovanissimo curatore, di studi pisani, tiene a informare il lettore che tra i molti titoli di merito di Orlando c'era quello d'essere stato "allievo di Tomasi di Lampedusa, Pizzorusso e Auerbach".
Erich Auerbach muore, in una cittadina statunitense, nel 1957: due anni prima del momento in cui Orlando, dalla natia Palermo, sbarca a Pisa, per intraprendere i suoi studi letterari. Certo, negli anni a venire, Orlando sarebbe divenuto un accanito lettore e un grande estimatore dell'opera di Auerbach. Se ciò bastasse però a dir qualcuno allievo di Auerbach, grande sarebbe il numero di coloro cui, per lode o biasimo, si potrebbe attribuire tale titolo e infinito quello di coloro che potrebbero esser detti allievi, poniamo, di Platone.
Più solida parrebbe la ragione per cui di Orlando si può dire sia stato allievo del francesista Arnaldo Pizzorusso. È indubbio: ci sono di mezzo delle tesi universitarie. Nel suo breve testo commemorativo presente nel volume, Pizzorusso si limita tuttavia a definire Orlando (e proprio tra virgolette) uno "studente d'eccezione". Certo, per elegante discrezione. Ma forse anche perché allievo, come maestro, nell'accademia è, nell'uso predicativo, parola impegnativa, non solo per chi ne è soggetto ma anche per chi ne è complemento.
Resta il caso di Tomasi di Lampedusa e, come sempre quando si tratta del principe siciliano, si entra nel mito. Come la citazione del resto dimostra, allievo è parola che aveva e ha ancora gran corso a Pisa, città accademica per eccellenza, in Italia, e anche per questa ragione luogo eletto da Orlando, in fuga non solo materiale da Palermo, a sua patria ideale. Allievo fu parola certo largamente adottata, come professore d'università, dallo studioso, cui negli scritti capitò (se così si vuol dire) di riferirsi al suo anziano e defunto amico come a un "maestro". 
Chissà però se allievo e maestro sono parole appropriate per dire dell'asimmetrica relazione tra il maturo principe e il ragazzo di belle speranze nella Palermo del Dopoguerra. Chissà se, pur restando nella medesima lingua ma passando attraverso il gergo accademico e i suoi impliciti, non si tratti di traduzioni che praticano senza darlo a vedere il tradimento. Chissà se bastano a dire che per un sofisticato gioco di società, certo per rappresentarsi e forse anche per incoercibile bisogno di esprimersi il primo esibiva davanti al secondo gli esiti, altrimenti solo interiori, della furia di un lettore di mero diletto. E della generosa cattiveria di tale esibizione. Dei trucchi, delle trappole, delle ingenuità reciproche e delle reciproche furbizie. "Bisogna sempre lasciare gli altri nei loro errori", pare fosse il succo dell'attitudine didattica di Lampedusa, come riferì senza celare la sua inquietudine proprio Francesco Orlando. Il topo, anche quando gli sia sopravvissuto, si dirà allora allievo del gatto?
"Suvvia!" - stanno pensando i cinque lettori - "È una delle solite stupide pedanterie. E a qual pro? Cosa vuole questo sciocco organista di Donnafugata? Il concetto è chiaro. Le cose stanno come stanno, perché andarono come andarono: e Francesco Orlando si disse e fu allievo di Lampedusa".
Sarà. Ma trovare le parole giuste per dire le cose è importante tanto quanto trovarle per camuffare o per nascondere le cose. E forse anche per l'aria non troppo solida delle altre due attribuzioni, quell'allievo pare ad Apollonio l'ennesima, minuscola palata di terra destinata a seppellire il cadavere di una peraltro già più volte seppellita verità e di cui, feroce, il Gattopardo, non Giuseppe Tomasi di Lampedusa, si badi bene, ma il Gattopardo sta certo sardonicamente sorridendo.

15 gennaio 2013

12 gennaio 2013

Numeri (3): Punti e a capo

Per meno di un'ora.
Sì. Per meno di un'ora.
Hanno capito bene i cinque lettori.
Apollonio ha atteso un volo per meno di un'ora.
Era solo qualche giorno fa. 
Non gli è così mancato il tempo.
Si è appoggiato a una colonna.
Era nella solita e generosa libreria aeroportuale.
Ha letto un libro.
Per intero.
Lento, ha sfogliato le pagine.
Una ad una.
Tra le mani, il più recente prodotto di una penna prodigiosa.
Il tuttomio di Andrea Camilleri.
"Romanzo", si precisa nel frontespizio.
L'opera ha un tratto saliente.
Un tratto saliente di scrittura, qui si intende.
È il punto e a capo.
Anni fa, del punto e a capo, Alessandro Baricco aveva fatto lo stigma del suo stile.
Apollonio ricorda.
Altre letture in altre librerie aeroportuali.
Il punto e a capo, ora, Camilleri lo riprende e lo reinterpreta.
E la sua mano è inconfondibile, nel largo dosaggio del punto e a capo.
Le generazioni a venire si interrogheranno a lungo sulla questione del punto e a capo di Baricco e del punto e a capo di Camilleri.
C'è da crederlo.
Chi ne ha fatto l'uso più accorto?
Arcana è infatti la funzione stilistica del punto e a capo, nella scrittura dei due autori.
Misteriosa, profonda e allusiva è certo la ratio compositiva che ne rende necessaria una sì grande copia.
Apollonio avanza un'ipotesi.
Pagine semibianche, forse simboliche quasi ad ogni riga del precipitare delle loro opere.
Dove?
Verso il profondissimo vuoto del nulla.

[E, come ipotesi non necessariamente alternativa, un "Nome, non me"  di qualche tempo fa.]
  

Cronache dal demo di Colono (8): Da Giobbe a Paperino

Non più sorda, è certo la frustrazione di chi l'ha scritto ad affiorare nel brano di prosa qui raggiungibile. 
L'onda di una rete sociale, con qualche approvazione, ne ha portato la notizia sulla spiaggia di Citera, quasi fosse il relitto di un naufragio. E proprio di un naufragio si tratta: quello di una figura professionale e di un profilo sociale che un dì avrebbero forse permesso (ma Apollonio inclina a escluderlo) che chi se ne vestiva pensasse cose del genere dei propri discenti; gli o le avrebbero tuttavia impedito di manifestarle; e di manifestarle sotto forme di così sconcertante trasparenza, quanto alle fonti, culturalmente condivise, di un immaginario e della lingua che lo esprime.
Da Giobbe a Paperino: per chi appropriatamente la cerca nella malasorte, ecco la sintesi emblematica dell'accademico declino.

7 gennaio 2013

A frusto a frusto (37)



Donde venga agli esseri umani la parola e cosa essa sia, nessuno lo sa. Attendersene un uso probo sarebbe certamente troppo ma muove al riso (mentre atterrisce) vedere come ci se ne serva e la si manipoli senza cautela e responsabilità.

6 gennaio 2013

Farse in due battute (9)

"Gente di riguardo, stasera, e oggettivamente di merito. Vorrei far bella figura. Cerco qualche buon dato quantitativo..."
"E non poteva capitare meglio. Qui, gran rinomanza e qualità assicurate. Qualcosa di tendenza... che so, del Global Warming? O forse... mi lasci indovinare. Professore! Ah, allora ci si potrebbe orientare verso l'Academic Ranking of World Universities...  troppo caro? Capisco. Quanto vuol spendere? Beh, se si tratta solo d'una valutazione comparativa, Le consiglio magari un Impact Factor. Meno impegnativo, più informale. E poi va bene praticamente con tutto: ha preferenze per l'annata? Insomma, dica Lei. Dipende da cosa vuol dare da bere ai Suoi ospiti".

Farse in due battute (8)



"Mi scusi. Un'indicazione, per favore: costì, dove sta la verità?"
"Guardi, è facilissimo. Vede la mia coda di paglia? Bene. La segua fino in fondo".

5 gennaio 2013

Di nuovo, realismo




Basta con le illusioni, diamine! La filosofia, lo si sa, è deboluccia di pensiero ma ci sarà pure qualche fatterello col quale la poverina "può tornare a misurarsi".

3 gennaio 2013

Linguistica da strapazzo (9): Giovanni Rana e la cosiddetta apposizione

"Sono Giovanni Rana, proprio quello dei tortellini...": comincia così un piccolo film che, con la paciosa enfasi del caso e la necessaria presenza di qualche matterello, i consulenti d'immagine dell'industriale veneto dell'alimentazione hanno concepito, a scopi di comunicazione commerciale, come celebrazione del suo successo. 
Nel film si racconta quanta strada Giovanni Rana abbia dovuto percorrere, quanto abbia dovuto lavorare per potersi permettere di dire, nella prima scena di quel film, "Sono Giovanni Rana, proprio quello dei tortellini..." e non "Sono il fornaio, il pastaio, l'industriale, il commendatore all'Ordine del Merito della Repubblica italiana, il cavaliere del lavoro Giovanni Rana", espressioni che gli saranno state senza dubbio necessarie e gli saranno venute naturali in altri momenti, in altre occasioni della sua vita.
Perché hanno un bel dire i grammatici che, come "proprio quello dei tortellini", il fornaio, il pastaio, l'industriale, il commendatore all'Ordine del Merito della Repubblica italiana, il cavaliere del lavoro, messi lì a precedere il nome proprio Giovanni Rana, ne sarebbero semplici apposizioni; hanno un bel dire che il nocciolo delle relative ed eventuali espressioni complesse starebbe in ogni caso nel nome proprio. La misura del successo di Giovanni Rana è data infatti con esattezza dal fatto che, nell'occasione, egli possa, se non debba dire "Sono Giovanni Rana, proprio quello dei tortellini...", senza far ricorso a nomi comuni preposti al suo proprio. Se tali presunte apposizioni ricorressero, oscurerebbero il nome proprio e svilirebbero di conseguenza chi se ne veste: il caso lo mostra in modo lampante.
Questa evidenza comunicativa ha del resto una corrispondenza precisa nel sistema funzionale della lingua, cui la nozione di apposizione non rende giustizia, se riferita ai casi di il pastaio Giovanni Rana o di il ministro Corrado Passera. Tali nessi sono infatti integralmente costruiti intorno ai nomi comuni pastaio e ministro, che vi fungono da veri e propri nuclei della composizione. Pastaio e ministro sono dunque lungi dal giocarvi il ruolo di supplementi descrittivi giustapposti al nome proprio, per condivisione di riferimento, come potrebbe lasciar credere la nozione di apposizione che viene loro applicata corrivamente. È al contrario il nome proprio che, sorta di attributo onomastico, viene loro riferito ('il pastaio (che si chiama) Giovanni Rana', 'il ministro (che ha nome) Corrado Passera') e che impone all'insieme la presenza di un articolo determinativo, come capita del resto anche nel caso di altre modificazioni qualificative e di altre specificazioni. 
Pastaio e ministro ne risultano così tanto determinati dall'articolo quanto specificati dal nome proprio: altro che banali apposizioni! Nel caso di il pastaio Giovanni Rana o di il ministro Corrado Passera, banale e, a volerla dir tutta, nemmeno indispensabile, come modificazione supplementare del nesso, potrà risultare, il nome proprio, non la presunta apposizione.
Si capisce così quanto impegno abbia dovuto mettere Giovanni Rana per fare salire il suo semplice nome proprio su per la china delle gerarchie di un'espressione come il fornaio Giovanni Rana. Si capisce come egli possa parlare di un lungo viaggio illustrando la circostanza di un nome proprio, il suo, passato da attributo del nome comune fornaio (come di ogni altro nome comune, fosse anche cavaliere del lavoro) a nocciolo d'una espressione assoluta che ha la sua persona come riferimento. 
Un percorso che (se è lecito approfittare grossolanamente dell'occasione per un riferimento di benevola ironia) ha semplicemente condotto Giovanni Rana a diventare ciò che, da quando è nato, egli è, passando attraverso ciò che, da quando è nato, è il suo nome.

2 gennaio 2013

Farse in due battute (7)


"Ah! L'illustre figura morale... La grande statura intellettuale... L'indimenticabile insegnamento... Il lascito imprescindibile..."
"Giovanotto, che il mio funerale paia la metro in un'ora di punta non l'autorizza. Stia discosto e smetta, per cortesia, di commemorarmi".

1 gennaio 2013

Farse in due battute (6)




"...stanotte, per strada, mi si avvicina un tipo losco. Circospetto, mi fa: «Le interessa un anno nuovo di zecca?»"
"E tu l'hai comprato..."

31 dicembre 2012

Nomen, non me (11)



NOTTE DI SAN SILVESTRO
STRASVELTI TEDI, SONNO

[L'invenzione di un anagramma è giustappunto una scoperta]

30 dicembre 2012

Liquidi del diluvio

Modernità, società, pensiero, vicende collettive e vite individuali: tutto è uniformemente liquido, oggi, secondo la fortunata immagine scaturita dalla fantasia di Zygmunt Bauman e da qualche anno divenuta di gran moda, tra la gente di mondo. 
Devono esser divenuti liquidi anche molti cervelli. Per quanto Apollonio ne sappia, non circola altrettanto infatti la necessaria, correlata e più che evidente conclusione. E non si pretende nemmeno che tale circolazione sia critica. Basterebbe fosse anche solo  piattamente e pacificamente descrittiva. 
A giro d'orizzonte, c'è solo liquido? È allora chiaro che, già da un pezzo, deve essere in corso una delle periodiche repliche del diluvio universale. 
Non si sa se, anche questa volta, le acque limacciose si ritireranno e se la relativa fanghiglia si prosciugherà. Al momento, anche nella speranzosa e indispensabile ipotesi di una salvezza di forme dell'umana intelligenza, il solo rifugio è la piccola arca dove, in attesa di tempi migliori, si trova raccolto, almeno per modestissimi esemplari e in modo precariamente sistematico, quanto si è potuto della bella e ricca varietà dei metodi e delle idee, nei loro stati differenti: solidi, liquidi, gassosi secondo pertinenza e opportunità.
Fuori dell'arca, l'andazzo si compiace invece grandemente dell'alluvione. I più furbi e spregiudicati vi sguazzano:  suppongono ovviamente di essere anche capaci di cavalcarne l'onda. Si fidano di quella loro naturale inaffondabilità sulla quale la decenza non permette qui si insista. 
Come campione ed esemplare dell'attitudine, ecco farsi avanti una grande multinazionale. Essa opera appunto nel settore dei liquidi e, data la contingenza favorevole, vuole lucrarvi globalmente più di quanto già non faccia. Col suo principale prodotto (se non torbido, certo oscuro), si propone così di fornire al diluvio corrente e futuro prossimo una quantità crescente di materia prima:

A frusto a frusto (36)





A oggi, pare che il mondo finisca quasi due volte al secondo, per qualcuno, ma che con frequenza maggiore, per qualcuno, esso cominci.

29 dicembre 2012

Farse in due battute (5)





"Aspetti... Guardi quanti bei perché ho da offrire".
"Grazie ma già m'è bastato il come".

27 dicembre 2012

Cronache dal demo di Colono (7): L'Ascensione di Natale

"...descendit ad inferos, tertia die resurrexit a mortuis, ascendit ad cælos, sedet ad dexteram Dei Patris omnipotentis, inde venturus est iudicare vivos et mortuos".

Unicuique suum, a ciascuno il suo, avrebbe forse commentato Leonardo Sciascia, sulla base di altissime autorità morali.  E nel suo è ovviamente incluso anche l'immaginario ideologico e culturale che chiarisce, fondamentalmente, il natalizio "Saliamo". Appropriato a inserire una nota di scanzonato controcanto è allora Woody Allen (citato qui secondo memoria dall'edizione italiana del suo delizioso Manhattan): "Tu ti credi Dio!" "Beh, a qualche modello dovrò pure ispirarmi...". 
Si tratta di "agenda", etimologicamente, di cose da fare. La coerenza programmatica dell'odierno "Saliamo" è in tal senso verificata dal ricordo del "Rimontiamo" di un anno fa (sul quale un ormai vecchio frustolo). L'isotopia narrativa ascensionale era addirittura percepibile dal principio, si apprende. E il pensiero va grato al fine scopritore dell'anagramma, conoscitore (a quanto pare) di arcane vie della parola vera.
Anche fuor d'anagramma, d'altra parte, nomen, omen. Di (Sue) altezze si tratta: palesemente. Così e anche in funzione di un posizionamento contrastivo, che fosse questione di 'ascendere' è sempre stato indubbio. E si intende come si possa pretendere, sempre in "agenda", che, ove Egli non 'ascendesse' dopo aver già quasi redento "i nostri peccati", si finirebbe (per opposizione concettuale soggiacente) nel mare tempestoso d'uno tsunami. Abbandonate le altezze, in tale pelago 'si affonderebbe' o 'si andrebbe alla deriva'. Di 'restare a galla', come comunità, non si par capaci e, quanto a 'remare', non c'è mai qualcuno che non lo faccia 'contro', nella male assortita accolta nazionale.
Qualcuno ha già detto (pare ad Apollonio di avere sentito dalla lontana Citera) che "rimette tutto nelle Sue mani".
Certo, procurando per voto l'eventuale perfezionamento dell'ascensione, c'è da mettere in conto che ci si consegnerà a un'ascesi, cioè all'esercizio di molti fioretti e sacrifici. Insomma, ci si voterà (è puro accidente polisemico) all'ascesi di un'ascensione (è puro accidente formale).
Buon Dio, per accidenti, è più veridica la Cabala delle laiche scienze dell'economia, della politica e degli etimi? Da avere i brividi o, in alternativa, da morir dal ridere.
Apollonio ha già detto di sospettarlo. La lingua, impietosa, parla chi la parla e non c'è forse nulla di più divertente, magari stuzzicandola un po', del sentirla impietosamente parlare chi la parla, soprattutto in pubblico. Come egli fa qui (e lo sa bene) temerariamente o come altri fa, con ponderatezza e serietà, su Twitter e altrove.

26 dicembre 2012

Note per una fenomenologia del punto esclamativo

Il punto esclamativo ha un'aria da manganello espressivo. Poco da stupirsi, di conseguenza, se esso si sia associato, come emblema, a momenti non troppo fausti dell'espressione pubblica italiana, nell'ultimo secolo, marcati appunto da un uso indegno del manganello. Nell'epoca in questione, del punto esclamativo si fece abuso. 
Come segno d'interpunzione, esso non è del resto mai stato troppo fine: sempre in riferimento alla medesima epoca, non c'è bisogno di ricordare Gadda e il suo Eros e Priapo per intendere come l'area evocativa del punto esclamativo comprendesse anche altro, allora. Di nuovo, con pretesto di un largo impiego, c'è da dire; ma con lecito sospetto, stavolta, di millanteria. Nel campo semantico, evocazioni frequenti, più che come affermazioni positive di valore, si prestano infatti a essere perlomeno interpretate come manifestazioni di insicurezza. 
Forse esemplare in proposito il famigerato "Vincere! E vinceremo!", proferito (c'è da scommetterci) sotto l'influenza della speranza (se non della convinzione) che dall'evocazione all'atto non si sarebbe mai passati; che alla prova non si sarebbe mai arrivati; che, insomma, i semplici punti esclamativi sarebbero stati sufficienti a ingravidare la storia. Si vide poi, tragicamente, che la speranza era stata vana, la convinzione rovinosa e che, a esibire punti esclamativi, si corre il grave rischio che qualcuno voglia poi verificarne tenuta e fondatezza.
Oggi, grazie al Cielo, il clima è molto mutato. E, sotto tutti i rispetti, non c'è che da rallegrarsene. Ciò non significa però che il punto esclamativo non continui a vivere i suoi fasti: rilevante indizio del fatto che in esso si cela forse un tratto dell'incoercibile volgarità umana. Tale tratto coglie poi le occasioni più diverse, per venire alla luce, al di là degli accidenti storici. 
Il punto esclamativo ha infatti occupato spazi nuovi. Anzitutto, molti contesti espressivi privati, oltre ai pubblici soliti (in politica) o rinnovati (nella comunicazione pubblicitaria). Di conseguenza, esso gode forse nella scrittura d'oggi del massimo corso nella sua storia secolare. Per usura sociale del punto fermo, lo si lo adopera sovente e in modo reiterato per marcare una sorta di definitiva perentorietà di quanto si esprime per iscritto. 
Si è giunti al punto che persino la chiusura di una banalissima lettera elettronica vede ricorrere l'un tempo improbabilissimo (anche perché sentito come oltraggioso) "Saluti!". 
L'aria del tempo induce a escludere che, come certo è accaduto un dì, chi usa con larghezza il punto esclamativo abbia un Priapo nell'orizzonte di riferimento della propria identità. Si tratti di donne o di uomini e prescindendo quindi dal genere, sembra piuttosto che tale orizzonte contenga una Petronilla. 
Per coloro che felici ragioni d'età rendono in proposito ignari si dirà che si tratta della protagonista, col marito Arcibaldo, di una vecchia striscia americana, onomasticamente adattata all'Italia e a lungo presente sul Corriere dei Piccoli. La memoria infantile inganna forse Apollonio. Gli pare però di ricordare che proprio a Petronilla (e al suo autoritarismo volto al meglio, vano e volgare) il caustico e preveggente autore della striscia avesse assegnato l'attributo caratterizzante di un matterello. 
Come dire, ancora una volta, di un punto esclamativo. Valuti chi legge, sotto questa nuova fattispecie, quanto ignobile, quanto ridicolo.

Farse in due battute (4)






"Il pieno di felicità senza piombo, per cortesia".
"Esaurita".

Farse in due battute (3)


"E guardi su quello scaffale: Per te, il mio amore. Proprio ciò che cerca. Anche la confezione non è niente male. No?"
"Sì. Ma mi faccia dare un'occhiata alle date di scadenza: Da vendere entro il...? Da consumare entro il...?".

25 dicembre 2012

Bigotti

"Se avessi avuto paura di sputtanarmi, avrei fatto il bancario": lo dice la grande foto di un attor comico d'oggi, quello che, come strumento principale della sua arte di far ridere, tiene stabile l'aria stralunata del mezzo matto e del disadattato, forse anche per opposizione a un nome e cognome che più comuni non si potrebbe. 
Qualche giorno fa, col suo motto, la foto si è parata davanti ad Apollonio, a spasso per la più grande libreria d'Italia che (come le sue minori repliche di cui, in catena, l'Italia è costellata) tiene alle pareti immagini gigantesche di personaggi proposti come beati o eroi della cultura lì in vendita al popolo che vi conviene e lo fa, evidentemente, per edificarsi. 
Per via di tali immagini, quei luoghi di un commercio laico e venale prendono infatti un'aria da basilica o somigliano, se si preferisce, alle grandi sale in cui un dì si celebravano i congressi dei partiti unici delle ormai perente e cosiddette democrazie popolari (i pochi lettori di Apollonio ne avranno memoria).
Ed è così che la disarmante corrività del motto riferito in esordio trova la sua ragion d'essere. O l'ha trovata nell'animo di Apollonio, sempre orientato a ipotizzare sistemi che con le loro relazioni danno valore a cose ed espressioni e sempre pronto a riconoscere al mondo, come esso appare, la sua fondamentale onestà comunicativa. 
Per trasmettere i valori d'una cultura bigotta, certamente meno probo, più inquietante e ingannevole sarebbe stato l'attribuire a quella figura del finto santo matto l'innegabile verità del contrario di ciò che gli si fa affermare. Oggi, chi non ha paura di sputtanarsi fa il bancario infatti e il rischio è che, a far gli attori comici, siano rimasti solo i baciapile.  

22 dicembre 2012

Farse in due battute (2)





"Mi piace molto questo istante... "
"E guardi... è double-face: può indossarlo come adesso o, se preferisce, come mai più".

Farse in due battute (1)


"Ascolti... mi consiglia un rimorso o un rimpianto?" 
"Ma s'immagini... Qui, non Le si chiede di scegliere. Per la stessa spesa, sarà servito di ambedue".

[Alla riverita memoria di Achille Campanile]

A frusto a frusto (35)



È sciocco guastare un dono prezioso ma meno di quanto non sia sciocco farlo a chi lo guasterà.

21 dicembre 2012

Numeri (2): Giallisti



Il numero degli aspiranti eredi di Simenon che riempiono oggi con le loro opere seriali gli scaffali delle librerie è eguale a quello delle donne, diecimila, che Simenon medesimo, gran frequentatore appunto di bordelli, pretendeva d'avere amato.

19 dicembre 2012

Numeri (1): Cultori del bon mot


Come questo frustolo medesimo contribuisce a illustrare, il bon mot ha oggi un numero di cultori che tende pericolosamente a coincidere con quello degli sciocchi.

[Alla riverita memoria di Ennio Flaiano]

18 dicembre 2012

Bolle d'alea (17): Picabia

"Le bonheur pour moi, c'est de ne commander à personne et de ne pas être commandé".

È già l'ottava volta che Apollonio si appresta a vedere, al Cielo piacendo, la fine dell'anno in compagnia dei suoi cinque lettori. È la settima che egli prova a regalar loro, nell'occasione, un pensiero beneaugurante. Questa volta è l'augurio che chi legge questo blog goda certo della sopra definita felicità ma soprattutto che, non solo nell'anno che viene ma in ogni momento della sua vita futura, ne faccia propria la definizione.
Qui essa è assegnata a Francis Picabia solo in virtù del ricordo (fallace?) della nota di accompagnamento d'una esposizione. A Picabia non si attaglia male, del resto. Non fosse sua, resterebbe in ogni caso degnamente attribuita.

10 dicembre 2012

Trucioli di critica linguistica (8): Ancora Volkswagen

Inaugurato criticamente da Tacito, il millenario rapporto tra l'Urbe, come sineddoche dell'Italia, e la Germania s'arricchisce oggi d'un nuovo brandello. Si tratta della recentissima campagna pubblicitaria della solita grande casa automobilistica tedesca, destinata, c'è da credere, solo al mercato italiano: 


Per capire cosa dice la nuova campagna italiana della Volkswagen, è utile cogliere, quasi fosse la chiave che apre la porta di un sistema di relazioni espressive e comunicative, la fugacissima combinazione tra l'immagine e la formula "protezione sottoscocca", come ricorre in questo annuncio. 
La pubblicità, come si sa, vende illusioni. Al momento, pare però che agli Italiani, illusioni, non se ne possano proprio più vendere. Sono, e consapevoli, in brache di tela. E visto che, con gli "esigenti" Tedeschi, è in arrivo l'atteso e canonico calcio, una "protezione sottoscocca" è indispensabile.
Un sarcastico "W il calcio", col celebre simbolo della casa automobilistica al posto della semplice vu doppia, è del resto l'espressione riassuntiva sotto la quale viaggia l'intera campagna. E, come segnala ad Apollonio un sodale, essa compare iscritta, a conclusione dell'annuncio, in una stilizzata area di rigore.
Malgrado la "protezione sottoscocca", è del resto chiaro che si tratta di una presa per i fondelli per niente metaforica, anzi letterale. E, correlativamente, di un'Urbe e d'una nazione che, ridicolmente (e masochisticamente?) patite del calcio, sono ridotte alle pezze al culo e alle marchette: "...questo è marketing...". Con arrogante sprezzo del pericolo, ecco ciò che sembra vogliano dire tanto il committente quanto l'agenzia.
Hanno evidentemente molta e ben riposta fiducia nella capacità italiana di mettere sempre sul ridere le proprie disgrazie (anche un po' carognescamente, se è necessario) e sulla grande risorsa nazionale del "ma guarda che s'ha da fa' pe' campa'". Il rischio, insomma, è stato certo sociologicamente ben calcolato, dal punto di vista della resa commerciale:




Sbaglierebbe chi credesse, tuttavia, che suoni così e con tali crude note il fischio finale dell'eterna partita.

29 novembre 2012

Còlte (fresche?) in libreria

Scusino Apollonio i suoi cinque lettori. Da un po' mancava dai luoghi ed è quasi certo che l'afrore (per dirla con una parola di Caproni) di cui questo frustolo si fa ingenuo annusatore ha già da tempo investito il loro olfatto.
"Al centro di questo romanzo misterioso e potente..." esperisce Apollonio, or sono un paio di giorni, sulla quarta di copertina d'un libro esposto nel solito bazar di un aeroporto nazionale. 
Il tempo di riporre l'opera al suo posto e l'esperienza si arricchisce d'una nuova ricorrenza: "Un romanzo potente, venduto in tutto il mondo, già un fenomeno editoriale in Inghilterra, che racconta una guerra segreta e sconosciuta...". 
Si è frattanto dotato d'un quotidiano: il volo s'approssima e ha da rimediare come può alla contingente e improvvida mancanza d'energia del suo Kindle. Ed eccolo esposto al "Raffinata. Potente. Coraggiosa." che sta in cima a una pagina, mirata per intero alla promozione del volume col quale debutta la solita iniziativa di abbinamento libro-quotidiano.
In potente olezza l'andazzo, conclude. E allontana il suo naso, con moderato disgusto.

28 novembre 2012

Linguistica da strapazzo (8): The Left Periphery

La linguistica ci doveva finire, prima o poi, in una periferia sinistra. 
La metafora può essere una mala pianta che, una volta insediatasi in un'area concettuale, vi cresce incontrollata fino a dare i frutti più perversi. Cresce, la metafora, anche dove ce la si dovrebbe attendere meno, secondo certi epistemologi parrucconi: nel discorso e nell'argomentazione scientifica (o nei sedicenti tali). 
Se Apollonio non ricorda male, un Quintiliano che se ne intendeva (e chissà se consapevole di star imbastendo anche lui una metafora localista) diceva del resto che non c'è parola che, al fondo, non sia metafora.
E con la metafora localista, le teorie sintattiche fiorite nella modernità, prima nella matura, oggi nella putrefatta, ci sono andate giù pesanti, sin dal principio. Mancanza di fantasia? Forse. Kantismo d'accatto? Perché no. Ma perché andare a ficcarsi nel vicolo cieco dello spazio quando, disponibile all'inquadramento e all'analisi dell'espressione umana, c'è, c'è stato sempre, sempre ci sarà lo scorrere o il gorgo del tempo?
Così, ciò che, semplicemente, precede ha finito per essere pensato "a sinistra", ciò che segue "a destra": si badi bene, nella cruda e ipotetica prospettiva, prefigurata come assoluta, di chi guarda. E chi, con tutta la supponente serietà dello scienziato, propone tale prospettiva (e la mima anche coi gesti, quando parla) come fosse, per intrinseca natura, quella propria della lingua non si rende nemmeno più conto di tributare in tal modo un omaggio a un feticcio: la coattiva proiezione della fondamentale oralità della lingua nello scritto: più precisamente in una tra le diverse modalità dello scritto, nelle contingenze culturali d'una civiltà specifica e delle sue specifiche espressioni linguistiche.
Da lì e dalla sottesa e inconsapevole ipoteca ideologica di teorie che (anche con più d'un filo di feroce e involontaria autoironia) si pretendono universaliste, è venuto fuori tutto e di tutto: i movimenti, le tracce, i siti di atterraggio, le salite, le discese, gli scranni vuoti e i pieni, il configurazionale e il non-configurazionale. 
Insomma, da una metafora e quasi solo da una metafora è sortita armata di tutto punto una linguistica che, se è arrivata adesso in periferia (e, tra le discipline che si occupano dell'uomo, in una periferia squallida e sinistra) è forse perché, a forza di passare appunto di ramo in ramo, è andata e sta continuando ad andare raminga e, per falsa o vera etimologia, anche e ineluttabilmente a ramengo.

22 novembre 2012

A frusto a frusto (33)



Si è già ceduto a una prospettiva totalitaria quando si diviene incapaci di sentire come sia sempre una gran fortuna essere sottovalutati dal nemico e, talvolta, anche un gran vantaggio.

21 novembre 2012

Sommessi commenti sul Moderno (6)

Proprio in faccia al Musée d'Orsay sta il Musée national de la Légion d'honneur et des ordres de chevalerie. 
Da un lato, il tempio di un'arte moderna che ha fatto dell'intelligenza una continua provocazione. E c'è anche riuscita, pensa Apollonio, che le è molto affezionato. Dall'altro la parata di simboli di un merito che, tra militarismo e dittature, eterno ancien régime e accademie d'ogni ordine, puzza della più ufficiale stupidità del potere. O profuma, per irriverente contrasto, degli spiriti acuti di Ariosto, Cervantes, Calvino.
Da un lato, innumerevoli aspiranti visitatori fanno una coda più volte contorta, punteggiata da ombrelli variopinti. Dall'altro, non un'anima. L'accesso all'ampio portone è immediato e i portieri quasi ringraziano il raro ospite d'essere apparso.
L'arte ha vinto. Anche nei numeri, ha finalmente vinto l'intelligenza. O no?

20 novembre 2012

Scavare? E perché?

In certe serate solitarie e davanti alla consolazione di una calda bevanda, il suo sparuto alter ego mondano dice ad Apollonio, per passatempo, dei fasti accademici d'oggidì. 
Il racconto si fa allora summa d'altri racconti raccolti dalla voce di colleghi di nazioni diverse. Apollonio ascolta incantato ma non riesce a perdersi, come forse anche lui dovrebbe per far felice il narratore, dietro la fantasmagorica meraviglia dei dettagli: tutti meritevoli della massima cura, della massima attenzione. Cura e attenzione che, appunto, ricevono. Ovunque. Per andazzo globale. E perché "o si fa così o si muore".
Per una delle sue solite associazioni prive di disciplina, quello spirito malnato si rappresenta invece con l'aiuto d'una riassuntiva scena allegorica quanto apprende. Pretende di coglierne così il sistema d'insieme. 
Gli si para allora davanti l'eletta schiera transnazionale impegnata, dove più, dove meno ma sempre in modo parossistico, a scavare la fossa in cui, completata che sia appena l'opera, proprio quell'andazzo globale curerà di piombarla con una piccola spinta, prima di seppellirla viva. E come, tra la folla, si danno da fare gli zelanti, spronando i più pigri a scavare anche loro! Qualcosa, gli zelanti, devono aver capito ma son convinti che la fossa non a loro toccherà, ma agli altri.
Apollonio evita però di mettere a parte di tale immagine incongrua il suo alter ego. Rispetta il suo sonno. Meglio che, bevuto il suo tè, vada a letto, dice lui, incosciente. E sogni, abbracciato al suo Wilhelm von Humboldt di peluche.

13 novembre 2012

Caratteri (11)






Si spregia tanto da non resistere all'impulso di correggere chi, certo sbagliando, capita pure l'apprezzi.

10 novembre 2012

"The best...

is yet to come".  Vuole inquietare?
"Dans ses écrits, un sage Italien / Dit que le mieux est l’ennemi du bien; / Non qu’on ne puisse augmenter en prudence, / En bonté d’âme, en talents, en science; / Cherchons le mieux sur ces chapitres-là ; / Partout ailleurs évitons la chimère". 
Non è de Maistre: ça va sans dire! È Voltaire (La Bégueule). Più liberal di così, da tre secoli in qua, non si può.

9 novembre 2012

Cronache dal demo di Colono (6): Dagli Stati Uniti, nessuna reazione

Dagli Stati Uniti, nessuna reazione. 
Così si può commentare, per rapido riassunto e da Colono, il rito celebrato tre giorni fa in quelle contrade e di cui, per qualche ora, si sono saturate le cronache di tutto il mondo.
E non si può non amare la lingua e (con Leopardi e Calvino) la sua esatta vaghezza, quando ci si rende conto, con un attimo di riflessione, che tale commento, in virtù di reazione, può stare sulla bocca degli uni, a testimoniarne il profondo sconforto ("anche lì, stato ormai comatoso"), o su quella degli altri, a manifestarne il lieto sollievo ("i nemici del progresso non hanno prevalso").
Chi di politica s'intende s'affannerà a dire se più fondato è lo sconforto o il sollievo. 
La lingua, vuol solo annotare Apollonio (la cui testa è come al solito a Citera), riesce sempre a tacere loquace. Forse perché, al pari del buon Dio di cui una volta disse Gustave Flaubert, non si cura né mai s'è curata di dire la sua opinione.

8 novembre 2012

Linguistica

Pare talvolta ad Apollonio che molto del millenario vaneggiare di una disciplina mai matura, quella in cui le sue fatue parole cadono come stille in un mare di insensatezze, alcune pur amate e persino irrinunciabili, rimonti alla presuntuosa credenza che l'uomo abbia la lingua, quando è invece evidente, a chi s'accosti al mistero con modestia e senza pregiudizio, che l'uomo è la lingua.

6 novembre 2012

Linguistica da strapazzo (7): Tutti a Praga

I cinque lettori di Apollonio ricorderanno quel film di De Palma, la deliziosa prima parte del quale fa il verso, naturalmente mutatis mutandis, ad Alfred Hitchcock. Ha per titolo Mission: impossible. La storia che racconta comincia a Praga.
E comincia a Praga - che già a dirlo, come si sa, mette i brividi - la faccenda che turba il buon Nando. O almeno vi ricomincia alla grande nel più maturo momento della linguistica moderna. Lui non può saperlo. Non c'era (più). 
"Produit de l'activité humaine, la langue partage avec cette activité le caractère de finalité. Lorsqu'on analyse le langage comme expression ou comme communication, l'intention du sujet parlant est l'explication qui se présente le plus aisément et qui est la plus naturelle. Aussi doit-on, dans l'analyse linguistique, prendre égard au point de vue de la fonction. De ce point de vue, la langue est un système de moyens d'expression appropriés à un but".
1929. È l'esordio delle Thèses présentées au Premier Congrès des philologues slaves: un monumentale documento della millenaria attenzione che gli esseri umani hanno dedicato alla lingua. E uno scritto che inaugurava un modo nuovo, razionale, scientifico di accostarsi a tale tema. Colmo, e fino all'orlo, fino a traboccarne, della più vieta ideologia. 
Si sarebbe dovuto dire: invece? E perché? La scienza è, per definizione, un punto di vista. Quando smette di sentirsi tale, quando smette di dirlo, e di dirlo apertamente e con onestà a tutti, quando, nel mondo, si spaccia per oggettiva, diventa religione, che sarebbe già non troppo male, una volta fatta la tara del noto corollario sull'oppio. O diventa (e non necessariamente in alternativa) una delle tante furfanterie di cui la storia umana è piena, sotto tutti i cieli e in ogni epoca. E di cui, di conseguenza, si sarebbe sciocchi a lamentarsi. Ma ancora più sciocchi a crederci, però, come oggi si inclina a fare in ogni ambiente.
Il Circolo linguistico praghese contava più di un illustre membro. Ma come si fa a non pensare che il mandante di quelle parole, chiunque le abbia materialmente scritte, non sia stato Roman Jakobson? Lo studioso più geniale che il Novecento abbia regalato alla disciplina.
Possibile? Sì. Perché la genialità, come cosa umana, non sempre (anzi quasi mai) è disgiunta dall'attitudine all'imbroglio. E se poi lo scopo è piacere, se è sedurre, diventa difficile capire dove termina il genio e dove comincia l'imbroglio. Anzi diventa impossibile, perché c'è godimento, talvolta nemmeno troppo sottile, anche nell'essere imbrogliati e nel vedere condurre genialmente al suo buon esito un imbroglio.
E quello imbastito dall'esordio delle Tesi di Praga, non si può dire certo che in linguistica non sia stato un imbroglio fortunato. Fortunatissimo.

"Prodotto dell'attività umana...": ne è sicuro, signor Jakobson? Lei c'era? 
"...ne condivide il carattere di finalità": ma perché? Lo vede, lei, un fine in tale attività, in questa favola insensata raccontata da un idiota e piena di furia e di rumore? 
"...l'intenzione del soggetto parlante...": l'intenzione? L'interpretazione dell'intenzione. Anzi, la divinazione dell'intenzione. O lei legge nel pensiero? 
"...si presenta come la più facile e la più naturale": di conseguenza, a parte tutto il resto, quella di cui maggiormente si dovrebbe diffidare, a tenere presente la ponderata esperienza della scienza, oltre che del diritto, per esempio, e, soprattutto, del buon senso. 
"...considerare il punto di vista della funzione": cosa intende con funzione? Me lo spiega con chiarezza? La lingua è come un ombrello? Ce l'ho perché mi serve? Me la son fatta a mia immagine e somiglianza? E come succede allora che io non capisco, non capisco ancora, forse non capirò mai come funziona? Ho detto funziona? Che ha da spartire questo funziona con la sua funzione? Lo so: lei sa bene che non sono la stessa cosa. Non è come quegli sciocchi dei suoi finti epigoni. Ma perché allora non me lo dice? Perché mi tratta da scemo? 
"...sistema di mezzi di espressione appropriati a uno scopo": sì, sistema. Ma mezzi? E di nuovo, scopo? Scopo, mi dice appunto il sistema, è sempre lo scopo di qualcuno e se è di qualcosa, è del qualcuno che ha concepito quel qualcosa. Nando è cretino ma, come capita ai cretini (e più spesso di quanto non sembri), ha ragione. Che mi sta dicendo, allora, signor Jakobson? Non sta per caso approfittando lestamente del fatto che la lingua, coi nomi, permette di fare credere autonoma l'esistenza di cose, come uno scopo, che esistono solo in funzione d'una relazione con un soggetto? Lo so: lei e Husserl vi davate del tu, ma, appunto, mi dice chi è allora il soggetto del suo scopo? Senza, e se non mi spiega che diavolo gli passa per il capo, a quel soggetto, qui, della lingua, si rischia di non capire proprio nulla, facendo sembiante per giunta di capire tutto. Si rende conto del guaio in cui sta mettendo la sua disciplina?
Insomma, bella storia. E ben raccontata, la sua: signor Jakobson. Sa chi mi par di intravedere dietro la sua figura e dietro il modo con cui lei immagina la linguistica? Mi pare di intravedere quel famoso barone che diceva d'essersi salvato dalle sabbie mobili in cui gli era capitato di cadere prendendosi per i capelli e così sollevandosi. Conosce, no? 
D'altra parte, la capisco. Il successo è il successo. E detta come lei l'ha detta, la faccenda della lingua risulta consolante, per la mia e per tutte le altre comparabili nullità che vanno in giro. Lei lo sa, come le nullità si finirà per intenderla. Si finirà per intenderla in un modo che mette me, come ciascuno, al centro del mondo, o almeno del mondo della lingua. Che illude me, come ciascuno, di sapere cosa faccio quando lo faccio. Che dice a me, come a ciascuno: guarda dentro te stesso cosa vuoi, dove vuoi andare, capirai ciò che fai. E se non sai cosa vuoi, perché capita, fai finta di saperlo: la spiegazione di ciò che fai funziona comunque. Funziona sempre. Funziona anche con gli altri: basta che tu immagini quale sia il loro scopo (magari convincendoli che il loro scopo era quello che tu hai immaginato) e il gioco sarà fatto. Il giocattolo è meraviglioso. Vuole che non si sia tutti d'accordo nell'adoperarlo? A lei, del resto, che è un genio, dell'altrui nullità e del modo cretino con cui si adopererà quel giocattolo, signor Jakobson, cosa importa?

Jakobson era appunto un genio e, come dimostra la sua sterminata e illuminante attività di ricerca, sapeva imbastire magnifiche fole. E rivelatrici, appunto, di quel sistema: forse ben al di là dei suoi scopi da genio, ammesso che ci sia dato di immaginarli, gli scopi della sua espressione. Sarebbe forse il caso, tuttavia, che chi non è un genio si astenesse dal riproporre ancora e come proprie (o, peggio, come vere) simili fole, a proposito dell'espressione umana (e non solo dell'umana). Grazie, Nando.

Ah! Apollonio quasi se ne scordava e, del resto, ne è a ogni modo consapevole. A Praga, Mission: impossible:

5 novembre 2012

Dall'ultimo banco, il buon Nando (3)

Riappare il buon Nando. Ne hanno memoria i cinque lettori di Apollonio? Sì, proprio lui: lo scolaro, per dir così, meno brillante della classe. La natura non l'ha destinato alle scuole di eccellenza. A dire il vero, nemmeno la società. E ciò, francamente e considerato il suo delizioso candore, non potrà essere considerata la peggiore delle sue disgrazie.
Qualche giorno fa, il buon Nando chiama Apollonio. Non riesce ad andare oltre, gli dice, le prime pagine del libro, uno qualsiasi, a esser precisi, che gli han dato da leggere per preparare l'esame di linguistica. Da cui, scemo com'è, pensa subito Apollonio, certamente uscirà ancora una volta bocciato.
Quelle pagine, non le capisce, protesta Nando al telefono. E se non le capisce, come fa ad andare avanti? Gli compita un passaggio, lui pretende, cruciale: "...il linguaggio è la facoltà di associare il contenuto all'espressione allo scopo di manifestarlo". Ripete: "...allo scopo di manifestarlo... E che ne so io dell'intenzione di...?" E qui si ferma. 
Dall'auricolare, Apollonio quasi sente le poche e arrugginite rotelle del cervello di Nando che, muovendosi a fatica, stridono: un gemito che invoca pietà. "...di... ...di... E di chi? Guarda: - a quel punto la sua voce è un fiato flebile - di chi sia lo scopo non c'è scritto, nel libro. Come faccio allora a saperlo? M'ero immaginato di poterlo chiedere: 'Scusi, la sento parlare, perdoni l'impudenza, lo so che son fatti suoi, ma lei, il suo contenuto, quando lo associa all'espressione, lo fa con lo scopo di manifestarlo? È proprio sicuro? Non è che per caso, associandolo, lei voglia fare altro? Sa, se ne sentono tante in giro, di gente che, con gli scopi più turpi, capita associ i suoi contenuti alle espressioni contro natura, persino, si figuri, per celarli...'".
"Ma dai! Smettila, Nando" gli ha risposto Apollonio, infastidito "Sei proprio scemo. M'hai letto meno di una riga. Vedrai che, andando avanti, te lo si dice di chi è lo scopo e così, volendo, saprai a chi chiedere. E poi, quando mai s'è visto che bisogna andare in giro a verificare se risponde a verità ciò che scrivono i manuali universitari delle discipline morali... Fattene una ragione. Se c'è scritto che lo scopo è di manifestarlo, il contenuto, quando lo si associa all'espressione, sarà così. Chi scrive i libri, di linguistica poi, sa bene ciò che fa. Impara a ripetere quanto c'è scritto e basta: vedrai che stavolta ce la fai a passare l'esame".
"Ma qui, proprio sotto, oltre che di un 'figlio maschio del fratello del padre di X', che io proprio non conosco (anzi, me lo presenti, se lo conosci tu?) e che, dicono, sarebbe un contenuto (a me, a dire il vero, pare anche un'espressione), a parte un tale sconosciuto, ti dicevo, non si parla che di api. Che dici? Cosa mi consigli? Provo a prenderne una e, sotto minaccia di non lasciarla andar via, la interrogo? Magari me lo confesserà, qual è il suo scopo: 'Ebbene sì, al contrario delle mie compagne che lo fanno per scopi che la decenza mi impedisce anche solo di evocare, io sono un'ape perbene e danzo al ben costumato fine di manifestarlo, il mio contenuto'..."     
Apollonio, sconsolato, interrompe a quel punto la comunicazione: con Nando, e con la sua espressione da bestia, non riesce mai ad avere la meglio.

4 novembre 2012

Linguistica da strapazzo (6): Scopi bestiali

Concedere ad altre specie viventi capacità comunicative teleonomicamente ordinate, dopo averne ipotizzata una, e fondamentale, per la specie umana, capacità meritevoli inoltre di essere indagate, passa già per gran segno di apertura mentale della scienza. Umana.
Ad Apollonio non pare segno di apertura. Gli pare al contrario segno di grettezza: tratto caratteristico della specie, a giudicare dagli esponenti (lui medesimo incluso, ovviamente) che gli è capitato fin qui di esperire.
Se non ci fosse grettezza, non di capacità (e attività) comunicative si parlerebbe per altri esseri viventi ma di capacità (e attività) espressive. Sarebbe un'ipotesi almeno meglio rispettosa: rispettosa anche, se non soprattutto degli esseri umani medesimi, qui s'intende. 
Se non ci fosse grettezza, disumanandosi nei limiti del possibile, di tali capacità e delle connesse attività si cercherebbero le pertinenze. 
Forse c'è solo il caos. Forse nemmeno il caos c'è. L'ipotesi, relativa a tali possibilità e che non le esclude, mettendole come si può solo alla prova, è che però il vivente (solo il vivente?), esprimendosi, visto che pare lo faccia, lo faccia secondo sistema: per relazioni; per differenze. 
Scopo di tale sistema? Altrettanto misterioso e insondabile della sua eventuale causa. Che tanfo d'umano sale d'altra parte da simili categorie, che non smettono di spesseggiare nelle cosiddette scienze umane e oggi sempre più (per via del connubio di un neuro- e di un bio-) lo fanno ridicolmente anche altrove. Causa? Scopo? Per favore, si aprano le finestre!  
Solo uno spirito gretto può allora pensare, a conferma del pre-giudizio di esseri ritenuti in ogni caso inferiori, che tali pertinenze siano dettate dagli scopi comunicativi, comunque tali scopi siano concepiti. Solo uno spirito gretto può del resto condursi a vedere nella lingua e in ogni altra forma il vivente si esprima un affare di scopi. 
Scopi che sono peraltro solo quelli che una limitata fantasia concede di immaginare a chi li concepisce e, con la pretesa di averne così capito l'ipotetica espressione, li attribuisce ad altri: bestie incluse e perciò equiparate agli sciocchi esseri umani, senza certo averlo mai meritato né autorizzato.

3 novembre 2012

Linguistica da strapazzo (5): Supplemento al panino

Agli o alle amanti del genere e a quelli e quelle che, come Edipo prima di farsi edotto di se medesimo, danno credito a ciò che l'occhio esteriore concede loro di vedere, magari interesserà osservare che non solo Due birre da solo è grigio ma anche, e il più delle volte, è salutare, santo e benedetto. Rosso o blu, signora maestra? Faccio bene o faccio male, esimio accademico? 
Sì: Due birre da solo è salutare, santo e benedetto. Lo è forse meno di due passi in montagna, due bracciate fino alla boa o trenta pagine di Musil ma incomparabilmente più di due occhi maliziosi o di cento, mille, un milione di mani plaudenti. 
Infatti, Due occhi maliziosi è pernicioso, soprattutto se sono occhi incoscienti di essere falsi, e Un milione di mani plaudenti è vano, senza che per questo si faccia sembiante di non capire che può essere molto, molto comodo e che quindi, finché l'onda tiene a galla, è oltremodo fortunato.  
Insomma, come ad Apollonio, nella sua giovinezza, diceva un dolente e macerato più anziano amico, nella lingua, nelle lingue, categorie d'ogni sorta (e quindi nomi, verbi, e numeri, generi, persone) hanno sì fenotipi, ma come effetti di relazioni con "criptotipi". 
I primi (per es. maschile e femminile o singolare e plurale) ingannevolmente evidenti (ed evidentemente ingannevoli), aggiunge oggi Apollonio in virtù della sua piccola esperienza. I secondi (né maschile né femminile: neutro? Né singolare né plurale) da scoprire, con la rigorosa fantasia imposta da un sistema di differenze e di combinazioni: come, nel caso specifico, dice il circuito della concordanza, quale dato (si osservi) negativo. 
E non si tratta dell'approssimazione di continua ma di discrete marcatezze, in cui si è o non si è; meglio e più sovente, si appare o non si appare. Ne sortisce un maschile, un singolare solo paradossalmente fenomenici. Che si manifestano come tali solo proprio in quanto né il maschile né il singolare sono positivamente pertinenti, perché è la predicazione che soggiace a quei nomi a valere come determinatrice di accordo e non, coi loro tratti di numero e di genere, i nomi medesimi, superficiali vestigia della predicazione.
Ecco presentato, per rapidi tratti e sotto le futili forme di Due birre da solo è grigio e di Due occhi maliziosi è pernicioso, lo sciocco e ancora più futile tentativo di capirsi. Di un Apollonio, evidentemente, mezzo ubriaco. Ubriaco del tutto, dirà chi lo legge.

31 ottobre 2012

A futura memoria: c-entrare

"Ma ascolti, avvocato, cosa c'entra quanto sta dicendo col fatto in discussione?" "Può c-entrare".
S'è camuffato un dettaglio ma il resto è autentico. E lo si segnala qui a futura memoria, con una data d'attestazione, perché colto in un contesto della massima pubblicità (se non ufficialità).
Il Cielo ci guardi (lo si è detto più volte) dal menarne scandalo (ne siano avvertiti i cinque lettori). Che c'entra, anzi  'che ci azzecca' lo scandalo con l'espressione umana e con il suo incessante mutamento? Magari l'innovazione naufragherà. Non è da poco, infatti, il numero di equilibri (certo, micro-equilibri) funzionali su cui essa passa sopra come un mezzo pesante. Magari no. In ogni caso, oggi è così. 
Nell'epifenomenica giovinezza d'Apollonio capitava di sentire dire che la rivoluzione non è certo un pranzo di gala. Ed era forse sbagliato come giudizio, quanto alle rivoluzioni politiche: quelle che un acuto austriaco (o tedesco? La memoria di Apollonio fa difetto), e non il solito Gattopardo, disse che si fanno sempre coi mezzi di chi le subisce.
Con il cambiamento linguistico però è proprio così. È tutto fuorché un pranzo di gala, anche se i suoi Sedara capita ci arrivino vestiti con quel malconcepito frac girgentano che, salendo per le scale del palazzo di Donnafugata, fece più impressione a Don Fabrizio, quale segno dei tempi mutati, dello sbarco dei Mille a Marsala.