11 novembre 2011

Lingua loro (24): "i mercati"

"I mercati non credono all'efficacia delle misure adottate dal governo", "I mercati giudicano insufficiente il piano del ministro", "La situazione politica italiana preoccupa i mercati", "I mercati vogliono che a guidare il Paese sia un tecnico" e così via: un'alluvione, un torrente che si è ingrossato e ha straripato e che, come nelle immagini televisive che qualche giorno fa documentavano i guasti subiti dalla città di Giuseppe Mazzini e di Fabrizio De André, si porta via tutto, scorrendo impetuoso e, soprattutto, lercio ben oltre ogni dire.
Sono tutte espressioni sotto le quali stanno soccombendo le ultime e sparute parvenze del sogno moderno della democrazia. Fa da sarcastico scenario alla vicenda proprio quell'Europa che fu la culla in cui celebrati dormienti si fecero propalatori di quel sogno, parendo perciò i più svegli alla luce della ragione, quando in realtà si trattava solo di sonnambuli e, come tali, irresponsabili. 
E sono tutte espressioni che dovrebbero suonare inaccettabili. Linguisticamente inaccettabili, qui si intende, se la lingua non fosse tale da sopportare, meglio, non fosse tale da incoraggiare l'evenienza non solo di ossimori (come "incolori idee verdi") ma anche di altre, numerose e rivelatrici figure. Nel caso specifico, di una metonimia.
Ci si rifletta un momento, sottraendosi ai vorticosi turbini della corrente comunicativa che, in questi giorni, trascina tutto e tutti. Verbi come credere, giudicare, volere, nella loro qualità funzionale di predicati, impongono ai loro soggetti una condizione. La medesima che, a sua volta, impone preoccupare ai suoi oggetti diretti. Coloro che vedono la cosa in termini referenziali dicono che tanto i soggetti dei primi quanto gli oggetti diretti del secondo devono designare esseri umani o altro che, agli esseri umani, sia assimilabile. Mettendola poi dal punto di vista del significato, affermano che tali designazioni devono essere di conseguenza caratterizzate dal tratto semantico 'umano'. 
Cosa valga tale tratto è poi forse difficile da definire. "Considerate se questo è un uomo..." scrisse Primo Levi, che ebbe modo di verificare quanto la questione di cosa fosse 'umano' fosse appunto divenuta indecidibile proprio in quel Moderno che di uomo, umano e umanità aveva sin da subito fatto scialo. 
Espressioni come Il tegame sporco non crede alla perizia dello sguattero, La padella surriscaldata giudica nondimeno il cuoco in buona fede, Il colabrodo vuole che Maria prepari il bollito e Lo stato del sugo preoccupa vivamente la bottiglia producono tuttavia un certo straniamento in chi qui si trova a leggerle e ciò assicura grossolanamente che nella constatazione della restrizione combinatoria di quei verbi qualcosa di solido c'è. Magari non perfettamente espresso da un tratto referenziale e semantico che avrebbe fatto arrabbiare o, piuttosto, sorridere Nietzsche. Ma la linguistica, lo si sa, è quella che è. Come dimostra questo medesimo blog, non è certo disciplina da gente fine o acuta e, di conseguenza, fa come può.
Ciò detto, accade di osservare che, nella comunicazione quotidiana e senza che nessuno se ne dica linguisticamente disturbato, oggi "i mercati credono o non credono", "giudicano bene o male", "vogliono o non vogliono". Capita pure che "i mercati", poverini, "si preoccupino" e poi, sconsolati, "tirino il fiato".  Rilevarlo non è certo fare chissà quale scoperta. La banalità dell'osservazione non deve però farsi pretesto di inconsapevolezza. E la consapevolezza linguistica vuole che da espressioni come le menzionate si concluda univocamente che anche a "i mercati" tocca il tratto referenziale e semantico 'umano'.  Si tratta dello stesso tratto che si attribuisce a la sala quando, appunto per metonimia, si dice che La sala applaude l'oratore, espressione che nessuno prende alla lettera e che, al tempo stesso, nessuno trova straniante.  La sala vale ovviamente per gli esseri umani che essa contiene.  Allo stesso modo, "i mercati" valgono precisamente per gli esseri umani che vi operano. 
Quando li si trova evocati nella comunicazione pubblica, invece, "i mercati" fanno figura d'essere una forza cieca e ineluttabile della natura. In alternativa, e secondo le preferenze dell'enunciatore, d'essere manifestazione dell'onnipotenza di un dio crudele e corrucciato. 
Cumulativamente designata per metonimia, in realtà, "i mercati" sono solo la massa (come tutte le masse, stupida e incontrollabile) di esseri umani presuntamente attenti soprattutto al loro tornaconto. Sono magari esseri umani che manovrano finanze sterminate. Restano tuttavia mortali, soggetti a sbagliarsi, piccoli e miserabili, tanto nel loro insieme, quanto presi uno ad uno. Non diversamente del resto da chi sta scrivendo questo post. E non diversamente dagli esseri umani mortali, soggetti a sbagliarsi, piccoli e miserabili che, sempre per il loro tornaconto, stanno rosicando gli ultimi resti del debito pubblico dei paesi dell'Europa mediterranea e che, magari, sperano di avere di che campare, a spese dei propri figli, dopo qualche decennio passato a prestare la loro opera (eventualmente, a fingere di prestare la loro opera).
Malgrado gli orpelli della rappresentazione, ciò che sta capitando e al cui proposito si tirano costantemente in ballo "i mercati" è 'umano', insomma. Anzi, proprio per gli orpelli della rappresentazione, 'troppo umano'. Di quell'umanità dolente e meschina che una frusta metonimia si incarica malamente di celare, di nobilitare, di concettualizzare. 
Ma cosa altro attendersi da un Moderno nato pieno di slancio e di idee e ormai putrefatto? Già ai tempi del suo ideologico splendore, la metonimia è stata il suo stigma. Da uomo a stato, da opinione pubblica a partito, da borghesia a proletariato, da razza a classe, da società ad azienda, da politica a economia, da reazione a progresso, da bambino a donna, da stampa a televisione, da cultura a rete, da lavoro a rendita, da popolo a gente, a bene comune e, oggi nel caso specifico, a mercati, di quanti fantocci sovente metonimici la metonimia del Moderno ha riempito i suoi discorsi e, con essi, le tappe del suo metaforico cammino di progresso? Per ipocrita decenza? Forse. Più decisivamente, però, perché, in un mondo in apparenza pieno di nomi e dove tutti paiono aspirare ad avere o a farsi un nome, tutto è anonimo e plurale, come "i mercati", e, ad avere veramente un nome menzionabile e che lo dica singolare, nei "mercati" e fuori, non è più rimasto proprio nessuno.

9 novembre 2011

Vive la différence!

"I don't think that cultures have tried systematically or methodically to differentiate themselves from each other. The fact is that for hundreds of thousands of years mankind was not very numerous on the earth; small groups were living in isolation, so that it was only natural that they developed characteristics of their own and became different from each other. It was not something aimed at. Rather, it is the simple result of the conditions which have been prevailing for an extremely long time.
Now, I would not like you to think that this in itself is harmful or that these differences should be overcome. As a matter of fact, differences are extremely fecund. It is only through difference that progress has been made. What threatens us right now is probably what we may call overcommunication - that is, the tendency to know exactly in one point of the world what is going on in all other parts of the world. In order for a culture to be really itself and to produce something, the culture and its members must be convinced of their originality and even, to some extent, of their superiority over the others; it is only under conditions of undercommunication that it can produce anything. We are now threatened with the prospect of our being only consumers, able to consume anything from any point in the world and from every culture, but of losing all originality".
Era il 1978. Ed era Claude Lévi-Strauss (Myth and Meaning).

31 ottobre 2011

Ossimoro, tempi e panini

Oggi che la più aggressiva economia capitalista del mondo è retta da un partito che si dichiara comunista, c'è poco da stupirsi: l'ossimoro è proprio pane quotidiano. Apollonio e i suoi cinque lettori l'hanno già annusato da un po'. Ne capita adesso, sotto l'occhio (e il palato) della mente, un caso che si dirà pure linguisticamente gustoso. 
La declinazione italiana della più nota catena mondiale di alimentazione veloce e di massa, lo spregiato mostro il cui nome si pronuncia con disdegno intorno a ogni desco bennato, lancia in questi giorni una linea "di alta cucina". E già questo, se ne converrà, sa di contraddittorio. 
All'operazione si presta un cuoco celebrato dall'informazione e non nuovo a comportamenti stravaganti. Ne viene fuori per primo un paninazzo non male, battezzato Vivace dagli esperti di comunicazione del gruppo.
L'antifona è chiara. Anche visivamente il nuovo prodotto è presentato con caratteri che sembrano usciti fuori da uno spartito musicale settecentesco (vi si simula persino un inchiostro color seppia, come rincalzo dell'isotopia alimentare). Denominativamente, si proseguirà, pensa subito Apollonio, con qualche altra eterna perla dell'italiano della musica.
Ed è proprio quello che succede. A Vivace fa seguito Adagio. Il che, per la cosa che ci si trova sotto i denti nell'antro in cui si celebrano i riti feroci del fast food per antonomasia, è una felice trovata stilistica e scatena, in implicito, il corto circuito di un autentico ossimoro: "Nel fast food, si mangia Adagio". Si vuol mettere, poi, lo sberleffo ai quei supponenti tartufi (ohibò!) del sedicente slow food e al loro becero affarismo parassitico?
Il gioco (con i suoi vantaggi, per chi lo conduce) continua e si vedrà quali saranno i suoi prossimi esiti onomastici. Difficile che si ricorra a Presto o, ancora peggio, ad Andante (con moto o con brio non basteranno a riscattarlo). Ma c'è da attendersi forse un Allegro e, per chiudere, magari un Fortissimo.

[A parere di Apollonio, Adagio, il panino, s'intende, è peggio riuscito di Vivace: se i cinque lettori si diranno interessati, seguiranno rapide recensioni degli attesi polloni (niente scandalo: sempre meglio che parlare di libri, di questi tempi)].

25 ottobre 2011

Una legge fondamentale della stupidità

Una gazzetta culturale scrive con enfasi di un libro di cui, periodicamente, passano sulle stampe pubbliche lodi. Il libro enuncia cinque leggi fondamentali della stupidità umana. Libro e leggi sono ritenuti universalmente di sopraffina acutezza. Sulla scorta dell'encomio del libro e del suo autore, la gazzetta invita i suoi lettori (come usa adesso per "fidelizzarli" e farli sentire "partecipi") a proporre anche loro qualche legge della stupidità umana ("stupidità umana", s'osservi, è già un pleonasmo). 
Dalla sua Citera ahimè baudelairiana e per sollevarsi lo spirito, Apollonio partecipa idealmente all'iniziativa, con gioia. Riflessivamente, propone di conseguenza la seguente

Legge fondamentale della stupidità:
È stupido chiunque enunci una legge fondamentale della stupidità (Corollario: Ci si figuri chi ne enuncia cinque).

[In proposito e a chiarimento, è forse opportuno il rinvio al post musiliano che Kublai Kan, nel blog accanto, ha pubblicato il 23 giugno 2009: Apollonio ne raccomanda la consultazione all'esigua schiera dei suoi lettori].


23 ottobre 2011

L'imbroglio di Orwell

Il 1984 è passato da più di un quarto di secolo e ciò che Orwell profetizzava scrivendo il suo libro nell'anno con le ultime due cifre invertite non s'è verificato. Anzi, nel 1984, solo un lustro di vita rimaneva a una delle realizzazioni storiche, tutte molto fragili e contingenti, del suo ideale Big Brother. Dunque Orwell si sbagliava. 
O si sono sbagliati gli interpreti, che, incoraggiati da una certa grossolanità intellettuale dell'autore, dai modi superficiali dell'opera e dal suo titolo infelice, hanno corrivamente preso come profezia la semplice constatazione, sotto forma narrativa, del baco che guasta la vita sociale umana: il conformismo. 
Il guasto del conformismo è permanente e non riparabile. Con esso bisogna semplicemente essere pronti a convivere, augurandosi di essere tanto fortunati da non doverne pagare personalmente un intollerabile prezzo in termini di sofferenze e di dignità, prima di morire lasciandolo a chi, vittima o carnefice, se non vittima e carnefice, seguirà. 
Se, quanto a 1984 e a Orwell, non è vera l'ipotesi che egli medesimo obbedisse in realtà alle regole eternamente imposte dal Newspeak. Proiettava così nel tempo e nella storia e rendeva parodisticamente come contrasto tra new e old ciò che invece c'è sempre stato, c'è e ci sarà: la guerra mossa dal conformismo, con esiti sempre vittoriosi, alla marcatezza della sparuta intelligenza umana. Questa è sempre individuale e capita talvolta che diventi perciò un valore universale, senza farsi mai però norma sociale.
Insomma, possono cambiare i modi e le armi di tale guerra, possono essere più o meno crudeli le sue procedure, può essere più o meno gonfia la folla che s'incarica di combatterla maramaldeggiando, ma 1984 è sempre. 
Non bisognava allora attenderlo per la data fatidica, come il Big Brother conformista ha voluto che si facesse dettando a Orwell il titolo del suo scritto. Sarebbe sciocco credere oggi, quando il conformismo si realizza in modo parossistico e quasi al limite dell'autolesionismo, che, già presa Berlino, passato il 1984 e poi caduti tutti i muri, la si sia scampata bella.

22 ottobre 2011

Linguistica generale e grammatica universale

La linguistica è una bizzarra disciplina sperimentale. Tra le sue stranezze, una delle maggiori consiste nel fatto che il suo discorso si sovrappone al suo oggetto di ricerca e, condividendone la natura,  finisce per esserne parte. Non ci si pensa mai, in effetti, ma più cresce il discorso della linguistica, che è esso stesso lingua, più cresce la base di dati che fanno da oggetto di ricerca della linguistica.
Non va così nel caso di altre discipline sperimentali. Riflettere da biologo sul mondo della vita, scrivere da astronomo su stelle e pianeti sono attività conoscitive che, quando si tratta di scoperte, possono anche avere, come conseguenze, ciò che si può considerare come una crescita nella biosfera o quanto al numero degli astri. Ciò che si sta dicendo del rapporto tra la linguistica e il suo oggetto sottolinea però una circostanza completamente diversa. Ogni volta che qualcuno pensa alla lingua, a una lingua in qualsiasi lingua, ogni volta che qualcuno ne scrive, che scopra o no qualcosa che prima era ignoto, l'universo sperimentale cui il suo studio si consacra cresce proporzionalmente. Infatti egli pensa alla lingua, ne scrive, ne parla con la lingua e producendo testi linguistici.
Da una considerazione del genere discendono parecchie conseguenze, cui accadrà magari di tornare in altre occasioni. Qui piace ad Apollonio sottolinearne solo una, di cui fu cosciente Zellig Harris. Essa è stata celata dallo scientismo di maniera di suoi epigoni e oggi (c'è da pensare con fondamento) è completamente ignorata da praticanti di una scienza immaginaria, che, come diceva Saussure, bisognerebbe anzitutto sapessero ciò che fanno.
La linguistica è un'interiore secrezione della lingua. Tutta insieme e comunque si sviluppi, anche impetuosamente, essa ne è e ne sarà sempre niente di più che un modesto sotto-insieme. Tale sotto-insieme trova però la sua nobiltà e la sua ratio in un prometeico sforzo di autoconsapevolezza.
Insomma, linguistica (quando è veramente linguistica) è solo quella lingua che, provando a divenire appena un po' consapevole, riflette sperimentalmente su se stessa. 
È questa la semplice ragione per cui il sogno humboldtiano (cioè moderno, utopico e egualitario) che la vera linguistica insegue è che ogni forma di espressione umana secerna la sua linguistica, la sua autoconsapevolezza. E che dal concerto delle innumerevoli linguistiche delle lingue, professate da parlanti fattisi linguisti perché divenuti almeno un po' coscienti di competenze altrimenti solo nativamente intuitive, nasca un giorno, per comparazione, una linguistica generale, con l'infinita pazienza e il doveroso scetticismo sempre necessari alla crescita di una conoscenza umana autentica.
La linguistica generale di tale utopia della ponderazione, dell'eguaglianza e del rispetto, se mai ci sarà, sarà ben diversa da tutto ciò che oggi viene prematuramente spacciato, con fretta e grossolanità, come grammatica universale e che non riguarda la lingua degli esseri umani ma, ammesso che la cosa abbia un interesse, il presunto cervello di quell'automa radicalmente scemo concepito, come feticcio d'umanità, dalla limitata fantasia dei suoi inventori.

21 ottobre 2011

La zavorra dell'italiano

Per le scienze italiane, che rischiano di affondare nell'oceano tempestoso delle valutazioni e delle verifiche bibliometriche, l'italiano è una zavorra. Dopo il caso delle scienze esatte e naturali, si apprende da voci autorevoli, ciò vale adesso anche per le morali. Per riuscire a galleggiare come possono, prima lo buttano a mare, l'italiano, e meglio è. 
Resta un modesto problema. Gettata via l'espressione italiana, di una cultura (o di una civiltà), di cui le scienze (non solo le morali) sono forse una non piccola parte, come si farà a dire che è cultura (o civiltà) italiana? 
Lo si dirà forse a partire dall'indirizzo di casa o d'ufficio dei suoi praticanti. O dal loro luogo di nascita. Meglio ancora: dal fatto che, andando a far spese al mercato, chiedono al pizzicagnolo un etto di lonza e che, a sera, gettandosi in poltrona, si lasciano inebetire dai dibattiti dei talk show: in italiano.
Certo, il teatro musicale è arte e, a differenza della scienza, l'arte, lo si sa, è roba poco seria e da perdigiorno. Non c'è del resto espressione più universale della musica. Ci si chieda, però: senza l'italiano ci sarebbe un teatro musicale italiano? Ci sarebbe una delle maggiori glorie nazionali divenute mondiali?
Che, senza una sua propria espressione, una cultura (o una civiltà) non esiste (più) è una di quelle banalità che sarebbe difficile immaginare di dover rammentare a scienziati morali. Eppure pare si debba. Chiamati al capezzale di un malato, quando consigliano di abbandonare l'italiano, costoro svelano di non essere medici e d'essere invece becchini. Da buoni becchini, dichiarano il caso disperato e propongono di risolverlo nel modo più spiccio: seppellendo l'ammalato, tra le chiacchiere dal pizzicagnolo e quelle da talk show. 
Seguendo il facile andazzo, quasi tutti si finge del resto di ignorare che, anche fuori d'Italia e dell'italiano, la vera questione in ballo nelle attuali scienze globali (soprattutto nelle morali) non è la lingua ma la scarsa qualità dei loro praticanti e quella pessima dei loro dozzinali prodotti. Si finge di ignorare poi che le sole cose autenticamente globali sono le sciocchezze. In qualunque lingua siano espresse, infatti, esse restano tali. Meno locale è la loro espressione, però, maggiori sono i guasti che esse producono: irresponsabilmente. E ciò spiega alla perfezione, almeno nelle scienze morali, gli indici altissimi di cui godono nelle valutazioni fondate su criteri bibliometrici. Ineluttabili e incontestabili, ritiene Apollonio, come i rilevamenti sull'ascolto dei talk show, sul numero di visite ai blog e sulle vendite globali delle bevande gassate.

19 ottobre 2011

Ready-made

Presto al mattino, in aeroporto. Arrivatovi chissà come, chissà da dove, un piccione si aggira ballonzolando tra le sale e i gates. Veste grigio e modesto, come molti degli esseri umani che gli corrono attorno. Il gioco costerà forse ad Apollonio la piccola buona considerazione di cui godeva presso qualche raffinato amatore della parola, ma come trattenersi dal rivelare l'affiorare del nativo pensiero che si tratti appunto di un piccione viaggiatore?

15 ottobre 2011

Sommessi commenti sul Moderno (2)





Si cominciò mozzando la testa a qualcuno. Fu presto chiaro che si sarebbe finito col perderla tutti.

12 ottobre 2011

Vocabol'aria (2): "opinionista"

"Oltre a giocare a calcio, io non so fare altro. Mi metto a fare l'opinionista?  Non so parlare, non so dire niente. Ogni tanto dico una stronzata...". Fino a ieri, il calciatore Antonio Cassano non era una figura pubblica per la quale Apollonio stravedesse. Non per via delle "cassanate" ma a causa dell'aria truce e da bullo che si metteva per farle e che, diversamente da come ritenevano i soloni che lo criticavano e che ne criticavano il comportamento per presunto eccesso di naturalezza, lo rendeva invece soprattutto inautentico. 
Si vedeva del resto ch'era cresciuto in un ambiente in cui l'inautenticità signoreggia. Un ambiente in cui tra il "farci" e l'"esserci" non c'è proprio partita. Dove o "ci fai" o, in sostanza, non ci sei, non esisti. Proprio come nell'accademia o tra gli intellettuali, varianti ripulite (e sovente malamente ripulite) della cosiddetta "Bari vecchia" (i cui abitanti spera Apollonio non si tengano troppo offesi dal paragone).
Antonio Cassano deve essere pian piano maturato, però. Annunciando ieri al mondo che, nel giro di un triennio, si ritirerà dai campi di gioco, all'intervistatore che gli chiedeva se, appese al chiodo le scarpette, l'addio avrebbe riguardato l'intero mondo che ruota intorno al pallone, ha risposto più o meno come qui in incipit si è provato a ripetere, fidando nella memoria.
Come la palla che Cassano ha sempre bravamente preso a calci, facendo l'unica cosa che dichiara con ragione di saper fare, la verità è rotonda. Lo sosteneva Parmenide di Elea. Opposta alla verità, diceva, c'è la doxa: l'opinione. E con l'opinione, i professionisti dell'opinione: gli opinionisti. 
A lui che ha naturali e ingenui commerci con la verità nelle sue sferiche forme, afferma Cassano, l'opinione proprio non si addice e non gli si addice, di conseguenza, la professione che prende origine dall'opinione.
 Per le vie misteriosissime della civiltà (che sono lungi dal coincidere con quelle di una sedicente cultura), lo spirito dell'antica Grecia d'Occidente, italiota o siceliota che essa fosse, si riverbera con splendore nei modi calcistici e concettuali del calciatore, anche se il mare su cui si riflettono è diverso. Era il Tirreno per Parmenide e Zenone. Per Cassano è l'Adriatico. 
Vedranno però, i cinque lettori di Apollonio. I diabolici mestatori della pubblica opinione l'avranno vinta anche questa volta. Riusciranno a guastare anche lo spirito eleate di Antonio Cassano di Bari. E da calciatore vero e, qualcuno dice, geniale e da uomo consapevole di dire "stronzate", ne faranno uno di quegli aspiranti caporali che di "stronzate" vivono: un povero e falso opinionista.

11 ottobre 2011

Bolle d'alea (14): Flaubert



Apollonio tape de temps en temps sur le clavier de son ordinateur et Gustave Flaubert, d'un sourire sardonique, ne manque jamais de lui chuchoter dans l'oreille: "Est-ce que le bon Dieu l'a jamais dite, son opinion?".

8 ottobre 2011

La servitù volontaria

Sotto il sole, veramente niente di nuovo. Passano i secoli e, come già altre volte, il Discours sur la servitude volontaire torna in circolo per opera e ad uso di fanatici. È il destino paradossale dell'intelligenza. Quando per avventura la si vede, non si dice prevalere, ma anche solo diffondersi, si tratta sempre d'una illusione. Esattamente in quel momento, infatti, s'apre sotto i suoi piedi il baratro della più cocente e autolesionistica sconfitta. 
Nelle parole di Étienne de la Boétie, con l'incoscienza del gioco, l'intelligenza si manifestò. Così facendo, essa si consegnò inerme nelle mani della più cruda stupidità, la sola e vera tirannide che tiene il mondo in pugno, da sempre. Secolo dopo secolo, questa ha dunque potuto usare il Discours e ancora oggi prova a usarlo, per armare, con pretesa di brillantezza, i suoi servi volontari. 
Il sorriso amaro e preoccupato di Michel de Montaigne l'aveva ben previsto, dell'opera del giovane amico. Essendosi espresso, questi finì però per attirare anche Montaigne, come si sa, nel gorgo dell'espressione. 
Esprimersi è un vizio assurdo. Lo si contrae più facilmente frequentando, anche per semplice lettura, le cattive compagnie. Ed è certo la peggiore delle sciocchezze. Se non bisogna concludere, con un sorriso altrettanto amaro ma ancora più compassionevole, che un'intelligenza che si esprime è solo la seducente e ingannevole maschera che indossa, per far meglio le sue vittime, la più laida stupidità.

7 ottobre 2011

Undici e, per giunta, straniere

Colta al volo, in una libreria aeroportuale. Explicit del fervorino al lettore che, come nota biografica, occupa un'aletta della sopraccoperta del libro di un autore che va oggi per la maggiore ed è pubblicato da un editore di livello: "...i suoi libri sono tradotti in undici lingue straniere".

Del fine dicitore

"Quella di Tranströmer è una poesia potente e dotata di viva complessità, ma anche decisamente comunicativa". Il modulo stilistico è tipico della prosa critica contemporanea. Ne è anzi una sorta di riconoscibile birignao. 
Il pronome, che funge da soggetto, fa da catafora del nome del predicato, di modo che la comprensione resta sospesa ("quella di Tranströmer... cosa?") e, quando giunge finalmente lo scioglimento ("...è una poesia... Ah!"), il calcolo funzionale ha da ingranare la retromarcia ("la poesia di Tranströmer, allora") per riprendere dal principio. 
È questione di millesimi di secondo, naturalmente, ma il risultato è un va' e vieni che, come inutile orpello, ingarbuglia forme e funzioni lungo la linea del tempo.
A paragone si metta la semplice ed elegante linearità di "La poesia di Tranströmer è potente e dotata di viva complessità...". Così si sarebbe egualmente detto tutto ciò che (a quanto pare) si voleva dire, col vantaggio di non esibire un'enfasi che ha il poeta svedese recentemente laureato come pretesto e, come tema autentico, lo stile del fine dicitore che oggi ne tesse l'elogio.

26 settembre 2011

"Il nostro maggiore filologo"...

...non importa proprio chi sia.  Un feticcio. Come dice l'immagine, un'anonima figurina rossa che, come stereotipa rappresentazione di giubilo, sta più in alto di altre anonime figurine grigie.
Importa però, come dato linguistico, che, un paio di giorni fa, qualcuno venisse così definito nella pagina d'un medium destinato al consumo culturale. 
Del superlativo relativo, si è già detto. Non accade mai che a un giornalista capiti di incontrare un filologo qualsiasi. Non si vuol dire uno che se la sfanga come può, che è diventato professore, come si diceva un dì, ope legis, ma anche solo uno che, onestamente, fa il suo lavoro, senza infamia e senza lode. Un filologo di mezza classifica che gioca, pardon!, insegna in un'università provinciale e ha scritto libri che stanno a prendere polvere in qualche biblioteca minore. Un filologo non da zona retrocessione ma neppure da scudetto o da Champions League. Giammai. Sempre il primo. Sempre il maggiore.
Si è detto, in qualche maniera e tra le righe, anche del pronome personale che soggiace all'aggettivo possessivo. S'immagini però ancora una piccola interlocuzione ideale con chi ha concepito quel "nostro" e l'ha poi scritto.

Scusi, ha detto "nostro"? "Noi" chi? "Nostro" nel senso inclusivo 'di voi, che leggete, e di noi, cioè dell'io che scrive'? E, mi perdoni, chi l'ha autorizzato a emettere un giudizio del genere a nome di chi legge? Non sta per caso volgarmente approfittando del suo momentaneo possesso della parola per arrogarsi il diritto di parlare anche a nome di chi la legge? E le pare opportuno, oltre che educato? O intende invece "nostro" nel senso non-inclusivo di 'noi, cioè dell'io che scrive, ma non chi legge'? E, mi perdoni di nuovo, suppone che, a chi legge, un "nostro" del genere importi? Non c'è una certa improntitudine nel suo modo di condursi per iscritto? Se il "nostro" è il suo, perché non se lo tiene per sé, come decenza vorrebbe? Perché, incontinente, me lo schizza addosso?

Insomma, "il nostro maggiore filologo" è a suo modo un bel concentrato espressivo dell'andazzo intellettuale, il cui emblema è la graduatoria, anzi, come si dice adesso, il ranking. Il ranking "de noantri". "Noantri", si badi bene, è infatti il valore globale del momento: "We...". Ma di ciò, eventualmente, un'altra volta.
Se questo post esiste, del resto, non è per ribadire cose già dette o per lamentare piccoli e ineluttabili malanni. È invece per testimoniare come la lingua sia sempre meravigliosa e come capiti che anche le quattro stupide parole in intestazione possano parlare al cuore di chi le legge, se sa leggerle, dicendo cose diverse da quelle che forse intendeva dire la povera anima che le ha scritte.
Basta giocare un po' con le parti del discorso e quindi con la sintassi del gruppo nominale. "Maggiore" può essere un nome, come "tenente" o "capitano". E "filologo", a quel punto, può fungere da apposizione del nome "maggiore". "Il nostro maggiore filologo" cambia completamente di fisionomia e, deponendo i modi imbonitori e stucchevoli, diventa espressione seria e onesta, da prendere come una pacifica constatazione di fatto. Non di un feticcio (come, a ben vedere, sono sempre "i nostri maggiori qualsiasicosa") ma di un fatto. Di quale fatto?
Durante la Grande guerra, nell'esercito austriaco, Leo Spitzer, giovane talento della romanistica di lingua tedesca, comandava uno dei gruppi incaricati di sottoporre a censura le lettere che ai prigionieri italiani, internati nei campi, era consentito di inviare a casa, per dare notizie di sé e per richiedere, come soccorso, piccoli beni di conforto: guerre orribili, come tutte le guerre, eppure, anche qui, guerre d'altri tempi.
Dall'esperienza, Spitzer trasse materiali e conoscenze che, negli anni del dopoguerra, gli permisero di scrivere libri di linguistica italiana importanti e tremendi. Libri che combinano mirabilmente dottrina e ironia e che gli avrebbero assicurato fama imperitura, presso chi ama l'espressione umana e, in particolare, l'espressione umana quando si veste delle forme italiane. Di forme italiane di qualsiasi genere.
Apollonio ricorda male forse, ma, come ufficiale a capo di uno dei gruppi di censura, Spitzer doveva coprire il grado di maggiore. Eccolo dunque apparire l'amabile fantasma del "maggiore filologo" o (perché proprio non importa) del "capitano filologo" o del "tenente filologo" cui Apollonio, con timida deferenza, potrebbe volere dire che è il suo. O "il nostro", ma naturalmente solo dopo aver chiesto il permesso ai suoi cinque lettori.

[Sono giusto passate due settimane che, dopo "il nostro maggiore filologo", capita di incontrare  sulle medesime pagine anche "il nostro maggiore poeta". "Oh Captain! My Captain! Our fearful trip...".] 

25 settembre 2011

Bollettino ortografico (1): "leggittimato"

"Chi è più leggittimato a raccontarci la verità del cinema?"

Il Sole 24 Ore Domenica - 25 settembre 2011, n. 262, p. 27, come sottotitolo redazionale di un pezzo dal titolo "Fenomenologia del critico",  qualificato come "Elzeviro" (cioè "articolo di fondo della pagina letteraria di un giornale, generalmente di argomento culturale, di critica, di saggistica, o anche con prose d’arte...").  Argomento per un bel dibattito, sul medesimo giornale: un elzeviro con un sottotitolo del genere va considerato un segno dell'ineluttabile declino italiano? O, con un po' più di impegno e  ritardando il pensionamento di qualche correttore di bozze, ce la si può ancora fare, considerate le risorse italiane di grande nazione industriale?

[Una nuova rubrica? Chi lo sa. Piuttosto l'ipotesi d'un modesto periodico omaggio a una perduta figura professionale (o a una vocazione) che già i tempi presenti ci dicono quanto fosse importante come depositaria dell'autentico valore di un'intera civiltà dello scrivere: il correttore di bozze. Apollonio ha da raccontare, in proposito, una piccola vicenda occorsa al suo alter ego secolare. L'ha già narrata? Forse sì. Se è così, lo perdonino i più fedeli dei suoi cinque lettori. È vecchio e un po' svanito. Ma se di ripetizione si tratta, sarà di giovamento. In breve, la storia è questa. Per simpatica offerta di un premuroso sodale, capitò che, anni fa, appunto l'alter ego di Apollonio pubblicasse un libro con una casa editrice, piccola ma allora volenterosamente rampante, che (lo scoprì quando il volume era già nelle librerie) come misura di risparmio non prevedeva una revisione professionale delle bozze di stampa. La precauzione finanziaria non impedì naturalmente alla casa editrice di fallire lo stesso in meno di un decennio, lasciando dietro di sé quella sottile bava di minuscole nefandezze che con poca spesa avrebbe potuto, esse sì, risparmiare all'umanità. Tra le quali, appunto la seguente. Nel file destinato alla stampa, quel testone dell'autore aveva improvvidamente depositato, insieme con molti altri, il mostro ortografico "un'intento normativo". Con Apollonio, egli ammette senza pudore che cose del genere non gli capitano di rado: i suoi manoscritti sono pieni di oltraggi alla buona educazione. Ma tra gli spropositi ortografici, il genere appena menzionato è il suo, involontariamente, preferito. L'evenienza del caso si presentava poi gustosissima, con quell'attributo "normativo" a sottolineare la castroneria, come sarcastico sberleffo. Ebbene, del fatto si accorse quando, esattamente a pagina 19 del libro stampato,  il mostro, se lo ritrovò intatto davanti, sua fedele immagine allo specchio che l'intervento salvifico di nessun correttore di bozze aveva, con un rapido ed elegante tocco di penna, mascherato. E dunque se de te fabula..., sapere chi veramente giochi qui e altrove da seconda persona resta questione aperta].

23 settembre 2011

La soglia dell'insuperabile

Si viene a sapere, e lo si viene a sapere dubitativamente (come si deve tra persone serie), che ci sarebbe qualcosa (se di qualcosa si tratta: pare di sì) che, a stare alle rilevazioni di cui si è capaci, viaggerebbe più veloce della luce. 
Ottima occasione per sbattere la scienza (anzi la Scienza) in prima pagina: "Superata la velocità della luce". 
Nella costruzione participiale di una formulazione del genere prospera rigogliosa la compiuta perfettività d'un passivo e di conseguenza, implicito, un soggetto. Il neutrino, certo. Ma nel non-detto chi non ode riecheggiare, parassitico, il trionfalismo dei presunti successi umani, quello esemplificato appunto un dì da "Superata la velocità del suono"? Dietro il neutrino, dalla massa incerta, l'uomo, insomma. Anzi, l'Uomo.
Umano, troppo umano: ecco la soglia dell'insuperabile.

22 settembre 2011

Scherza coi santi...(1): De vulgari eloquentia

"Per isfogar la mente" (se non proprio per ischerzo), si provi a utilizzare schemi procedurali di una linguistica che opera per relazioni e differenze ai fini d'una lettura ingenua e sommaria del De vulgari eloquentia, l'incompiuta operina dantesca che ha apertamente un tema linguistico. La sua struttura di base apparirà subito come composta da due rapporti oppositivi, organizzati in maniera gerarchica.
"Volgare" in opposizione a "grammatica", per adoperare i termini danteschi, è la prima articolazione contrastiva. Essa è al tempo stesso concettuale (i due termini sono idealmente definiti in modo diverso) e sperimentale (si verifica osservativamente che i due termini sono cose diverse). Sotto il primo termine dell'opposizione, si colloca poi un'opposizione ulteriore, di natura stavolta esclusivamente sperimentale. Per ciò che specificamente concerne il trattato e per farla breve, quanto a tale opposizione seconda, da un lato, c'è la marcatezza del termine costituito dalla lingua del "sì", che è appunto il fuoco della trattazione dantesca. Dall'altro, c'è la non-marcatezza del termine costituito cumulativamente dalle lingue d'"oc" e d'"oïl".
Ne segue che la lingua del "sì" è perfettamente delimitata dalla combinazione delle due opposizioni appena esposte. Questo fondamento spiega come mai essa sia vista, al tempo stesso, come oggetto tanto unitario quanto variabile, senza che fra i due aspetti vi sia conflitto. Dante si impegna a esemplificare concretamente le variabili espressioni degli "Ytali, qui sì dicunt". Sotto il segno di una doppia marcatezza, esse sono però variazioni in quanto appunto riconducibili a un'unità definita concettualmente e rilevata sperimentalmente.
L'"odorosa pantera" in cui si realizza l'anima ordinatrice e sistematica di tale varietà sta celata nelle selve intricate delle differenti espressioni, che sono mille e più di mille, a volerle elencare tutte. Dante non lo fa, limitandosi a una rappresentazione di massima della pertinenza culturale: gli interessa (dove si è manifestata) la langue e non la serie infinita delle evenienze della parole.
Per capire l'Italia linguistica e (a dire il vero) non solo la linguistica, e non solo quella di sette secoli fa ma ancora quella di oggi, serve allora veramente poco altro. Dante ne ha fornito quadro e chiave di lettura: für ewig. Una varietà dall'apparente disordine che, per via di un principio ordinatore plastico e processuale con cui interagisce di continuo, è in realtà altamente definita nella complessità dei suoi innumerevoli dettagli. Dante abbandonò la composizione del suo trattato linguistico e l'esposizione della sua ricognizione teorico-sperimentale quando decise di mettere in pratica la sua riflessione nella Commedia. 
Da lì egli si mosse per la costituzione di un'espressione nazionale: "illustre", "cardinale", "aulica" e "curiale". E in effetti da lì ci si è mossi, come Italiani, tutte le volte che una lingua di qualità, sulle labbra o sotto le penne più diverse, ha avuto modo di proporsi.
Il De vulgari eloquentia ha poco da spartire, di conseguenza, con la plurisecolare e arci-italiana questione della lingua. Ciò non vuol dire che l'opera dantesca non vi sia stata trascinata dentro, come pretesto. Come Antonio Gramsci scrisse con la candida precisione dettatagli dalla sua dichiarata faziosità, la questione della lingua è (stata) principalmente (se non esclusivamente) una contesa politica, in ambiti socio-culturali sovente asfittici. Nelle fasi di tale contesa, diverse fazioni o aspiranti fazioni di un ceto intellettuale collocato ai margini dell'esercizio del potere e sempre in condizione servile si sono disputate una parvenza di egemonia (linguistica). 
Sulla situazione linguistica dell'Italia, così bene definita e descritta nei suoi sommi capi da Dante, i campioni della questione della lingua (da Machiavelli a Pasolini) hanno avuto sempre molto poco da dire. E quel poco che hanno detto, lo hanno detto soprattutto in maniera indiretta. Riportata almeno in parte ai suoi termini linguistici autentici da Graziadio Ascoli, la questione della lingua è stata infatti essenzialmente testimonianza di un disagio nel rapporto tra i ceti intellettuali italiani e la loro nazione e dell'inclinazione di tali ceti a privilegiare, sul tema della lingua, un'attitudine normativa, rabbiosa e sovente, nei fatti, velleitaria e impotente.
Dante osservò il mondo e, con amara simpatia, la sua nazione medesima. Pensò di avere qualcosa da dire, in proposito, ritenendo (magari per errore o per illusione) di avere capito l'uno e l'altra. Non si astenne certo dal giudicarne, a quel punto, e anche con molta durezza. Ma mentre l'attitudine al giudizio e alla durezza non ha mai fatto difetto ai ceti intellettuali italiani, a differenza di Dante, essi hanno sempre trovato la preliminare, modesta e amorevole osservazione del mondo e della loro nazione meno attraente e vantaggiosa del prescrivere direttamente come l'uno e l'altra dovrebbero presentarsi al loro cospetto per guadagnarsi il premio d'uno sdegnoso gradimento.

18 settembre 2011

Lingua loro (23): "il psicodramma"

"Polanski gestisce il set da grande maestro, riesce a far scorrere il psicodramma con naturalezza...". Non è un blogger qualsiasi (come Apollonio) a scriverlo in uno dei tanti post ortograficamente scarrupati che pullulano in rete ma (se non si tratta di un clamoroso caso di omonimia) un importante e ormai anziano scrittore-giornalista. Romano. Insomma, un senatore della repubblica delle lettere nazionali. Lo fa inoltre in una paludata recensione sul contegnoso supplemento culturale di un autorevole quotidiano politico-economico. Oggi. 
Non protestino le vittime, antiche e recenti, della matita rossa e blu di crudeli e inflessibili insegnanti. Tale non fu evidentemente Pier Paolo Pasolini, che da insegnante ebbe tra i banchi l'importante scrittore, se di lui si tratta. O forse fu crudelissimo, Pasolini, confermando il pargolo in un possibile errore di autovalutazione e procurando così materia per uno psicodramma ancora in atto.
La norma (ortografica) è mobile, del resto. Come tutto ciò che è socialmente fondato, c'è chi la fa, chi la brandisce, chi le si adegua (per conformismo e buona creanza), chi la subisce e, più furbo di tutti, chi la interpreta. Facendola talvolta diventare appunto una farsa.


15 settembre 2011

Fratelli d'Italia: dritto e rovesci

Piccolo clamore sulla dichiarazione di un importante esponente della Lega Nord, espressosi davanti ai microfoni delle televisioni al modo che segue: "Immaginate cosa succedesse se passasse la volontà della Sinistra di far cadere il Governo...". 
Memore dei tanti suoi imperdonabili, Apollonio non si scandalizza per gli errori altrui e non lo farà per questo. Certo, esso è veramente gustoso sulla bocca di un uomo pubblico di quella parte politica. La ragione? Proprio quella che una censura normativa, con le sue speciose manifestazioni di disgusto, finirebbe sicuramente per celare.
Per il diabolico gioco di un lapsus, dal suo scivolone sul condizionale il politico padano si trova infatti a essere grammaticalmente affratellato (malgré soi-même, c'è da credere) a connazionali che mai egli terrebbe coscientemente come fratelli (d'Italia): nel caso specifico, i Siciliani.
Nell'isola, i dialetti non conoscono il condizionale e, nell'espressione vernacolare, un congiuntivo imperfetto (succirissi) nell'apodosi di un "periodo ipotetico della possibilità" è la regola. Di riflesso, lo è anche nell'espressione regionale italiana di molti. Come errore, d'accordo, ma come errore domestico.
Insomma, l'errore di grammatica del politico leghista, un vero errore da siciliano, è un omaggio (involontario?) all'unità e un contributo alla coesione nazionale. Infatti, un siciliano non si riconosce forse nel contenuto della dichiarazione ma si riconosce certamente nella sua forma. E con entusiasmo: quelle parole gli dicono infatti che chi le ha proferite abbaia tanto contro i meridionali, forse, ma alfine e malgrado il cognome è anche lui un po' "terrone" e, non si sa come, non si sa perché, fa errori di grammatica che emanano un confortante aroma di casa. Errori solo di grammatica?
Questa, cari i cinque lettori di Apollonio, è l'Italia. La nazione che non ha bisogno d'essere ovunque conforme per essere tale - tanto meno ha (avuto a lungo) bisogno, di conseguenza, d'essere espressa da una norma o da uno stato. La nazione che, allattando sempre molti dritti, ha forse un dritto, di suo, e capita che in tale dritto qualcosa suoni come errore, ma, inestirpabili dal dritto, ha parecchi rovesci, dove, come per l'incanto di una fata o per la fattura d'una strega, l'errore sparisce, non c'è.

[Ecco la registrazione della dichiarazione, eventualmente preceduta da un fastidioso inserto pubblicitario e accompagnata da un commento che, spacciando l'errore per morfologico e lessicale, è più errato dell'errore che biasima.] 



Economia dell'articolo determinativo

Apollonio è abbastanza anziano da ricordare quando la Fiat era, per tutti, la Fiat. E così la Piaggio, la Pirelli, la Montecatini, poi fusasi con la Edison e diventata, celeberrima, la Montedison, la Banca Commerciale Italiana, la Cucirini Cantoni e così via. È insomma abbastanza anziano da ricordare quando l'articolo determinativo, combinato con il nome di una azienda industriale, commerciale o finanziaria, non era ancora un marcatore linguistico del discorso.
Oggi, nella vita di tutti i giorni la Fiat c'è e sopravvive ma non è l'espressione che interpreta la tendenza. Per interpretare la tendenza, si dirà semplicemente Fiat. Un solo esempio. Nel corso di un'intervista televisiva, Fabio Fazio, interprete campione della tendenza: "...l'indotto che lavora per Fiat in Campania..." e, di rimando, Sergio Marchionne: "...se la Fiat dovesse smettere di fare auto a Pomigliano...". E con Fiat, Piaggio, Finmeccanica, Ansaldo, Banca Intesa, Capitalia e così via. Una strage di articoli determinativi. C'erano la Standa e l'Upim. Oggi c'è OVS o Coin. E, nobilissima e dannunziana, la Rinascente si è impercettibilmente trasformata in LaRinascente.
Non c'è da piangerci sopra, ovviamente. Come dice l'intera sua storia, l'articolo determinativo (italiano e romanzo) è un orpello prodotto dalla stupidità dei parlanti, riscattato però dall'intelligenza interiore della lingua. Di conseguenza, come un villano rifatto, porta ancora oggi i segni di questa sua duplicità. Può essere marca di cattivo gusto e volgarità, quando riflette le sue ignobili origini. Può esserlo di eleganza, come effetto del raffinamento del suo uso e della successiva nobilitazione. Capiterà forse di parlarne un'altra volta. 
Non c'è da piangerci ma c'è da pensarci, con i modesti strumenti del grammatico. Cosa significa questa ecatombe? 
La personalizzazione di entità economico-sociali (in sé, non-umane se non disumane) porta la loro denominazione ad assumere tratti meglio marcati da nome proprio. E un nome proprio, la determinazione, la possiede per principio di suo, non ha quindi bisogno di proiettarla fuori di sé ricorrendo all'appoggio di un attrezzo grammaticale. Se, nome proprio, la Fiat aveva insomma sempre bisogno, un tempo, della stampella dell'articolo, per chiarire al mondo d'essere espressione determinata, chi oggi fa tendenza linguistica ritiene bastevole alla bisogna Fiat e ritiene così che dell'articolo determinativo si possa fare a meno.
Chi fa comunicazione si è ovviamente accorto con buon tempismo della tendenza ed è così sembrato determinarla. Funziona sempre in questo modo: chi fiuta l'aria che tirerà e cavalca subito l'onda che monterà, se ne spaccia per promotore. Come tale è in ogni caso ritenuto dagli sciocchi che pensano di accodarsi alla tendenza e invece sono proprio loro ad averla determinata. Solo che, da sciocchi, l'hanno fatto inconsapevolmente. Pecore devote a pecorai che hanno una sola abilità. Assecondarne il cieco movimento facendo mostra di guidarlo.
I prodotti di aziende denominate senza articolo determinativo tendono a farsi anch'essi persone determinate e ad avere nuovi nomi o nomi vecchi privi dell'articolo determinativo. La Vespa è Vespa da gran tempo e non c'è, tendenzialmente, detersivo, yogurt, bibita o caramella, insomma prodotto seriale, di massa e, per sua natura, impersonale che sopporti la compagnia dell'articolo determinativo. Questa suonerebbe, per se stessa, come diminutio di personalità. Coca-Cola e Mulino bianco insegnano. La Ferrero, come la si trova appunto nominata per vezzo linguistico vintage, esibisce però "i princìpi di Ferrero" e dà origine a Kinder, a Nutella ("Fai colazione con Nutella") e al resto di una vasta prole di prodotti privi di articolo. Quanto a Giulietta, per mutare di categoria merceologica, qui se ne è già parlato e molto si potrebbe dire adesso di Jeep: un'intera linea di prodotti che, rigorosamente denominati senza ausilio di articoli determinativi, reificano o, meglio, pretendono di incarnare una faccetta della tendenza.
C'è insomma troppa gratuita e implicita determinazione personale in giro, ci sono troppi nomi propri, cioè troppi (aspiranti) luoghi comuni, perché l'epoca si mostri veramente capace di valutare, differenzialmente, ciò che è proprio, personale e determinato e ciò che non lo è.

11 settembre 2011

Tancredi Obama (o Barack Falconeri)?

"Yes, We Can": Apollonio ebbe un sussulto, quando, or sono tre anni, sentì quel motto come chiave della campagna di Barack Obama per le elezioni presidenziali statunitensi.
Si sa. Chi fa politica ha commerci costanti col noi. Si può dire infatti senza timore di sbagliare che noi sia la parola politica per eccellenza. Appena un noi è proferito, chi l'ha proferito l'ha già buttata in politica. Chi ascolta un noi dovrebbe perciò sapere che il discorso cui partecipa rischia di prendere una certa piega, sovente per lui pericolosa. Di conseguenza, un noi di Obama, un noi del candidato alla presidenza di una nazione la cui legge fondamentale comincia appunto col pronome noi ("We the People of the United States...") non aveva ragione di stupire. 
A mettere in ulteriore allarme Apollonio, però, fu la combinazione con un verbo servile, di modo che quel noi diventava un possiamo. E lo diventava così, in maniera tronca e allusiva, come apparente risposta affermativa a una domanda implicita e imprecisata. Ma possiamo cosa? Egli si chiedeva. 
Si disse però di nuovo che non c'era nulla di cui veramente stupirsi. Come il poeta, usa restare nel vago chi fa politica. Usa alludere. Risponde magari a una domanda che nessuno ha fatto e la sua abilità consiste nel lasciare credere che al contrario quella domanda prema e che, come tutte le domande, imponga che le si dia una risposta. E, come risposta, dice noi e vuole potere; cosa, non importa. Anche perché, a dire il vero, sapere in anticipo cosa si possa non è privilegio umano. E la politica, è stato detto, è l'arte del possibile, in senso limitativo ovviamente. 
Ammesso d'altra parte che si faccia seguire apertamente al servile potere ciò che chi lo pronuncia vorrebbe far seguire all'altro servile, l'implicito volere, non è detto che la precisazione sia proprio la più gradita a tutti coloro che si intende convincere ad imbarcarsi in quel noi. E quando si vuole essere eletti a una carica politica, ciò che segue (o precede implicitamente) possiamo conta veramente poco. Conta invece moltissimo che ci sia tanta gente illusa d'essere inclusa in quel noi e convinta di conseguenza a delegare la propria parola all'io che lo proferisce. A noi, la cosiddetta prima persona plurale, manca infatti proprio il carattere che, nella lingua, fa di qualcosa una prima persona autentica: il contingente possesso della parola, che non è mai plurale.
Complicato? Perché? C'è qualcuno che crede "Yes, we can" un'espressione semplice? Afferma: cosa? Dice noi: chi? E dice potere: cosa? Tutto fumo, niente arrosto. Per chi ama il genere, si può pretendere di avere di meglio?
A comporre la sua interiore sinfonia linguistica di interrogativi, la nota decisiva venne però ad Apollonio da un'ulteriore osservazione. Apprese infatti che "Yes, we can" non era il solo motto della campagna di Obama e che, progredendo verso le elezioni, esso era stato affiancato da altri, tra i quali "The Change We Need". 
In apertura, allora, prima persona plurale e verbo servile e, in progressione,  di nuovo prima persona plurale, bisogno e cambiamento. Insomma, mutatis mutandis, parve ad Apollonio di sentire echeggiare, oltre Atlantico, la famigerata sentenza che comincia con un verbo servile alla prima persona plurale e si conclude con "...bisogna che tutto cambi". Una sentenza spacciata per sicilianissima e passata così, miracolosamente e per segmenti, nella bocca di un avvocato nero di Chicago candidato alla presidenza degli Stati Uniti d'America.
Come il proferitore di quella sentenza, costui faceva mostra di impadronirsi della parola in nome di una modalizzazione del noi e proclamava la necessità, per la conservazione, di un cambiamento. Per la conservazione di cosa? Dell'impianto oligarchico che regge "la più grande democrazia del mondo" e, di conseguenza, dell'imponenza globale, forse periclitante, di cui intendono tuttavia continuare a godere le oligarchie, dietro la messa in scena di un esercizio democratico del potere.
Sembrò di conseguenza ad Apollonio che, se per qualche strano disegno della storia costui stava diventando "l'uomo più potente del pianeta", stava forse avviandosi a diventarlo sotto il segno loquace e rivelatore di espressioni simili a quelle  che uno sparuto librino di un vecchio principe siciliano, scritto mezzo secolo prima, aveva messo in bocca a una perfetta rappresentazione del nulla, a Tancredi Falconeri.
Santo Cielo, Barack Obama, il futuro capo della nazione guida dell'Occidente, un nulla?
Quel libro aveva inoltre un succo, in proposito. Diceva che quando, in politica, è il tempo dei nulla, dei Tancredi Falconeri, significa che, per l'oligarchia che li esprime, sono proprio gli ultimi fuochi, che ha decisamente imboccato la via che, pur lentamente, conduce il suo potere verso una ridicola fine: una progressiva impotenza. Ciò non garantisce ovviamente migliore il futuro della società né l'assetto del potere che, preparandosi, si trova già virtualmente in atto.
E dunque Barack Obama, come Tancredi Falconeri, emblema vivente di un ineluttabile declino?
Certo che no, si rispose perentorio Apollonio, forte del coro che si sentiva unanime intorno. Barack Obama concreta speranza dell'Occidente, segno del suo rinnovamento, prova della positiva inesauribilità del modo americano di vivere, cui sarebbe peraltro bene la vita politica e sociale si ispirasse in ogni angolo di questo vecchio mondo.
Mise così a tacere le sue fantasie da anziano linguista e filologo che, a forza di stare sui libri e di badare con accanimento alle parole, crede troppo (o forse solo) a ciò che esse dicono, anche quando nelle intenzioni di chi se le trova in bocca paiono dire altro o negare di dirlo.

[Concepito tre anni fa, questo post esce intempestivo, quando di tutto ciò non cale più a nessuno. Ma, or sono tre anni, l'andazzo era l'andazzo, come si diceva. E, secondo la nota osservazione del Sacchetti, chi può pretendere di andare contro l'andazzo? Certo, non Apollonio che di politica se ne intende quanto se ne intende di teologia e, in proposito, azzardò solo un timido "Nome, non me!" il 12 novembre 2008.
Oggi molto clamore è cessato e quasi tutti i comici entusiasmi di allora si sono spenti (una ricerca negli archivi dei quotidiani di questa allegra provincia dell'impero assicura a chi la fa risate gustose). Apollonio che, come molta gente di lettere, non è un cuor di leone teme ancora tuttavia che questo post stia lo stesso gravemente disattendendo l'insegnamento di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, a parere del quale "bisogna sempre lasciare gli altri nei loro errori".]

8 settembre 2011

Soggetto, oggetto, complemento di compagnia

Uno dei cinque lettori di Apollonio ha eletto il post del 21 dicembre 2010 come suo preferito, tra i quasi duecentotrenta di questo blog. Ad Apollonio risulta sia anche il più letto. Merito di Denis Diderot. Il post è costruito intorno a un bel passo tratto da una sua lettera e, a dire il vero, quel passo aveva inizialmente attratto l'attenzione di Apollonio per ragioni che nel post, a suo modo fortunato, non sono neppure sfiorate. E qui si rivela così che buonumore o malumore che lo invitano a pigiare sui tasti con sfoghi di valore ineguale non sono poi sempre quelli che tali sfoghi mettono in primo piano e che, insomma, di pretesto in pretesto si finisce sovente per approdare su spiagge forse diverse da quelle prefigurate dalla modesta fantasia del nocchiero e determinate invece da venti, onde e correnti che attraversano i testi.
Cosa si trovò allora di rilevante in quelle righe di Diderot e si tacque? Se ne rilegga l'inizio: "Avec vous je sens, j'aime, j'écoute, je regarde, je caresse. J'ai une sorte d'existence que je préfère à toute autre". 
L'amore, come si sa, ispira sempre prose trite e, in primo piano, c'è una bella infilata di quei verbi che si potrebbero banalmente trovare nella trita prosa epistolare di qualsiasi innamorato: sento, amo, ascolto, guardo, carezzo. 
Quando compaiono in tale prosa, verbi del genere lo fanno però nel loro uso transitivo: ti sento, ti amo, ti ascolto, ti guardo, ti carezzo... e sono felice. Non sotto la penna di Diderot. Sta qui, in questo minuto scarto grammaticale, l'innesco dell'arcana magia del passo. 
Diderot costruisce una serie di proposizioni con verbi nel loro uso assoluto, privi della reggenza del prevedibile oggetto diretto. Proietta invece in un complemento di compagnia quella seconda persona che avrebbe corrivamente fatto da oggetto e cui qui ci si riferirà per semplicità come a un tu. In apparenza, porta via tale tu dal nucleo delle relazioni fondamentali della proposizione. Ciò gli permette però di assegnare naturalmente al complemento che lo coinvolge l'enfasi dell'inizio, senza ridondanze, riprese pronominali o contorsioni grammaticali. Non, come direbbero tutti, io ti amo..., ma con te io amo... Il mutamento pare minimo, la differenza è enorme.
Anzitutto, la compagnia del tu si presenta così come condizione contestuale per il verificarsi medesimo di sentimenti e azioni dell'io: insomma, per "une sorte d'existence" dell'io che è la da lui preferita. Non un io soggetto, poniamo, di carezzare, e un tu oggetto. Invece un tu come contesto determinante del carezzare dell'io. Un tu senza il quale il carezzare dell'io non si darebbe e senza il quale, di conseguenza, l'io sarebbe privo dell'esperienza di carezzare. Mirabile, veritiero e svelatore indizio della natura reciproca se non simmetrica dell'esperienza erotica. Non solo dell'erotica, naturalmente, ma dell'erotica per elezione. La carezza, che carezza chi la riceve, carezza al tempo stesso chi la fa. Chi è carezzato permette a chi carezza di carezzarsi. Ci potrebbe essere più chiara determinazione di cosa sia carezzare? Molto meglio degli umani, i gatti lo sanno e beati si concedono alle carezze, donano a chi li carezza, con il loro piacere d'essere carezzati, il piacere della loro carezzabilità. Nel dire meno, c'è dunque un significare di più che non è tuttavia il solo significare di più. 
In effetti, il tu come condizione d'esistenza del sentire, dell'amare, dell'ascoltare, del guardare, del carezzare dell'io, nella vaghezza caratteristica dell'uso assoluto, non restringe le correlate capacità dell'io ad un solo oggetto. Le apre, invece, verso il mondo. La relazione tu-io si presenta di conseguenza non come limite ma come possibilità, non come costrizione ma come libertà. Dalla fedele condizione della compagnia di un tu viene all'io la possibilità di esperire e di fare, senza che l'oggetto dell'esperienza e dell'azione sia pregiudizialmente ristretto.
Ma cos'è infine quasi sempre un complemento di compagnia? Secondo diverse modalità di messa in scena, Al calare del sole Maria ed io giocavamo a dama,  Al calare del sole io giocavo a dama con Maria e Al calare del sole Maria giocava a dama con me sono parafrasi. Un complemento di compagnia capita dunque corrisponda a un elemento di un soggetto coordinato, solo appena camuffato, per ragioni (come si diceva) di messa in scena. 
Diderot pare dunque indirizzare alla sua bella proposizioni che lo vedono come unico soggetto di quei verbi graziosi e banali. In realtà, in un gioco che si fa appunto in compagnia, la sua bella ne è soggetto al pari di lui e, nella solidarietà, gode dei medesimi privilegi che concede. Il passo lo dice in modo sottile e allusivo: e il gusto dell'amore non sta nell'intesa che rende possibile l'allusione?
Ma (e sta forse qui la trovata intelligente che, incantando l'ammirato Apollonio, l'ha deciso a pigiare sui tasti) questo comune sentire, amare, ascoltare, guardare, carezzare non è volgarmente espresso in riferimento all'osceno noi che ci si propina a ogni piè sospinto, tra poveri scemi e inverecondi cialtroni. Il tu e l'io vivono la compagnia di una comune esperienza senza perdersi nell'indistinto imbroglio del noi. Sono insieme e ciascuno è se stesso/a: l'unica vera condizione dell'amore e (lo si dica, finalmente) del piacere dell'amore.
C'è insomma in quelle poche parole, lessicalmente corrive e sintatticamente strane, un intero modo di concepire la vita umana e, in essa, la relazione che lega gli esseri. Ci sono tutta la passione, tutta la libertà e tutto il rispetto che richiede la vita comune,  anche la solo sognata, come fu il caso di quella di Louise-Henriette e Denis. 
Passione, libertà e rispetto non vi sono però sbandierati con proclami: tutti, anche i più stupidi, siamo capaci di farlo a proclami e più cresce il volume dei proclami più cresce il sospetto che si tratti di spudorate menzogne. Vi sono invece incarnati nella lingua, nel tessuto nascosto della sintassi, dove solo le cose vere vivono e le relazioni e le differenze si svelano per quello che sono.
In quelle poche parole e in quel complemento di compagnia che, combinandosi con un soggetto, sta al posto di un oggetto, c'è allora tutto questo, col molto altro che si potrebbe dire a questo punto, in faccia ai tanti falsi illuministi, e che si tace per non annoiare.
C'è o, forse, solo Apollonio Discolo ce lo vede, oscillando pericolosamente, come dice l'anagramma del suo nome, tra Apollo e Dioniso.

6 settembre 2011

Frivolezza

Colta al volo nella traduzione italiana di un saggio recente, di buon successo internazionale: "Alcune famiglie nobili ingaggiavano dei tutori per le loro figlie, ma la maggior parte di questi insegnava materie frivole, come in epoca vittoriana: italiano, musica e un po' di aritmetica per la gestione domestica".
La compagnia (musica, aritmetica per la gestione domestica) non potrebbe essere più deliziosa e, in onore di Lorenzo da Ponte, il Cielo voglia ancora conservare a questa lingua non comune il carattere che la rende insostituibile tra le lingue del mondo: la sua femminile, amabile, irritante, profonda frivolezza.

"V'ingannai, ma fu l'inganno / Disinganno ai vostri amanti, / Che più saggi omai saranno, / Che faran quel ch'io vorrò. / Qua le destre, siete sposi, / Abbracciatevi e tacete, / Tutti quattro ora ridete, / Ch'io già risi e riderò".

2 settembre 2011

Vocabol'aria (1): "incaprettare"

"Legare per le zampe come un capretto [...]. Nel gergo mafioso, uccidere una persona legandole mani e piedi dietro la schiena con una corda che passa intorno al collo, in modo che la vittima, con qualsiasi piccolo movimento, si strangoli da sé".
L'immagine è cruda e Apollonio se ne scusa. Ha dalla sua, d'altra parte, la freddezza della scienza lessicografica. È quanto scrive, alla voce, il Supplemento 2004 del Grande dizionario della lingua italiana, fondato da Salvatore Battaglia.
Sulla scena internazionale come sulla nazionale, almeno dalla famigerata data del settembre 2001, tanto sui temi delle libertà civili quanto, più di recente, su quelli dell'economia, è tutta una serie di scomposti tentativi di muoversi che, per un verso o per l'altro, corrispondono a passi verso un progressivo strangolamento.
Nessuno lo fa ma c'è da chiedersi se la perversa combinazione di piccoli movimenti convulsi e contraddittori e di crescente senso di soffocamento non sia già bastevole prova che paesi occidentali e Italia in particolare siano nell'incomoda condizione dell'incaprettato. 

31 agosto 2011

"La Cina è vicina"

Quasi mezzo secolo fa, stava scritto sui muri, eventualmente in caratteri rossi: speranza e minaccia. Oggi, non c'è più bisogno di scriverlo, tanto meno sui muri e in caratteri rossi. Sulla via della piena realizzazione della minaccia, si è già verificato, come sempre, quanto fosse infondata la speranza.

[In immagini, da Marco Bellocchio alla pubblicità di una nota marca di caffè.]

30 agosto 2011

Lo sguardo della critica

Lo sguardo di chi vuole discernere, lo sguardo della critica e di una linguistica critica (ma non pedantesca) è ingenuo, per definizione. Se a qualcuno può sembrare impertinente è soprattutto perché esso non ha assoluti.
Non li ha non perché coltivi un facile culto per un abborracciato relativo ma perché va sempre a caccia di ciò che fonda l'apparenza dell'assoluto come l'apparenza del relativo. Va sempre a caccia, in altre parole, di ciò che in sistemi di relazioni costituisce la pertinenza e determina valori processuali.
Ciò facendo, entra costantemente in conflitto con abiti intellettuali e con contesti materiali ispirati da velleità di assoluto o da rese al relativo. Questi paiono tra loro contrastanti ma si rivelano, alla prova delle pertinenze, intimamente solidali, come lo sono le due facce di una medaglia: la faccia relativa e la faccia assoluta della (dotta) stupidità.

[L'immagine: Marcus Parisini, Sguardo di scimpanzè (1997), dalla rete]

27 agosto 2011

Lingua nostra (3): "americanata"

"Azione da americano; per lo più scherz., riferito a cosa o a impresa eccentrica, sorprendente, esagerata e talvolta un po' pacchiana, in base all'immagine stereotipata dei modi e delle manifestazioni in uso negli Stati Uniti d'America". Così il Vocabolario Treccani on-line.
Americanata era ancora frequente nella Citera provincialissima dell'infanzia e dell'adolescenza di Apollonio: "Quel film? Un'americanata"; "Non fare americanate"; "Un'americanata di matrimonio".
Dentro americanata, come connotazioni, c'erano ironia, sprezzatura, presa di distanza dall'enfasi, irrisione del tronfio, di ciò che è stucchevole e per giunta in modo melenso, diffidenza verso l'esagerazione, avversione al troppo e così via. Il luogo comune che stava sotto americanata, perché di un luogo comune si tratta, nutriva così una sorta di misura e d'eleganza, che esercitava il suo giudizio, ovviamente, ben oltre le americanate americane: Joseph Goebbels (come chiariscono belle pagine di Viktor Klemperer) era un maestro di americanate.
Oggi, americanata è quasi scomparso dall'uso. Perché? Perché non ci sono più in giro americanate?
Per la ragione opposta, sospetta Apollonio. Perché la parte di Goebbels ha vinto. Sì, la parte di Goebbels, che non era il nazismo ma il progressivo e inarrestabile marcire di tutte le belle intenzioni della modernità, l'era irragionevole di ogni sorta d'intenzione.
Non c'è espressione pubblica che non sia allora un'autentica americanata, si tratti di notizia di un evento naturale (annunciato o avvenuto), di partita di pallone, d'inchiesta giudiziaria, di messa in scena di un'opera lirica, di presentazione di un libro, di visita in un ospedale, di bollettino medico o di guerra, di chiacchiera sotto l'ombrellone di una (presunta) personalità. E poi, come si è già detto in questo blog, "il più grande filosofo vivente...", "la rivoluzionaria ipotesi scientifica..." e così via. E il minimalismo, di cui il post precedente, con quella sua designazione da Newspeak, cos'è appunto se non una mera americanata?
Tracimando dalla vita pubblica, l'americanata dilaga ormai largamente nella vita privata e nelle sue espressioni. Basta sentirsi raccontare da chiunque (la stagione è propizia) le piccole gioie o i modesti incidenti delle sue vacanze, anche trascorse sul balcone di casa. I godimenti sono estasi, i guai degni di Giobbe (anche se vissuti con pazienza molto minore).
Nuotando in americanate rese ancora più gonfie da rappresentazioni che sono americanate, nessuno s'accorge più della loro esistenza.
Questo post è forse esso medesimo un'americanata, nel suo piccolo. E per concluderlo, sgonfiandolo, lo spillo d'un invito pedante: sulla vicenda, infatti, sarebbe forse il caso riflettessero, per la sua portata teorica, storici delle lingue e acuti osservatori del rapporto tra cose e parole, nelle prospettive tanto semasiologica quanto onomasiologica. Pare ci siano parole che escono dall'uso non per lo scomparire della cosa ma per il suo crescere, come un'americanata, oltre ogni limite e ogni misura di gusto.

19 agosto 2011

Minimalismi

Natura umana? Ma quando mai! Il diabolico artefatto di un apprendista stregone, che genera la tortura post-moderna d'inestinguibili suonerie telefoniche, è l'archetipo formale e l'orizzonte espressivo del minimalismo. Di ogni minimalismo.
Insomma, un eccesso di cultura (ma cultura?) designato fraudolentemente come natura, secondo il modello del Newspeak. Certo, dentro i minimalismi, nessuna traccia della natura. Che, quanto all'uomo, esiste. Eccome se esiste! Ed è appunto designata dall'ossimoro che apre e chiude questo post: natura umana.

16 agosto 2011

Cuore di padre

"Interventi antipatici su temi futili": così un rampollo di Apollonio, non a caso impegnato nella comunicazione, definisce, sorridendo sardonico, i post del blog del suo genitore, tra la divertita ilarità dei pochi commensali.
Mai definizione di questo blog fu più appropriata e meglio espressa. Ammirato e quasi invidioso che non sia sua, Apollonio medita di concederle il rango di epigrafe.
Frattanto, tenero cuore di padre, ne gongola. Vi riconosce infatti la parola d'un Apollonide autentico. Capace appunto di un intervento antipatico sopra un tema futile.

Lingua loro (22): Naturale

Una metropoli dell'Italia insulare. A un tiro di schioppo, che meraviglia!, "Riserva naturale...". Periodici cartelli, sul percorso, ne informano i visitatori.
Sulla breve via che, dal tracciato principale, conduce al mare, in piazzole riarse, sacchetti della spesa colmi di suppellettile da picnic impacchettata con cura e lasciati a marcire e a lacerarsi, per l'opera di qualche bestia, sotto il sole; resti di fuochi e poi fittissime costellazioni, autentiche miriadi di fazzolettini, accartocciati. Qui e là, qualche preservativo: "usato", per citare il secondino archivista che ne restituisce, soddisfatto ma con qualche cautela, un esemplare a Jake Blues, al momento del di lui momentaneo congedo dalle carceri dello stato dell'Illinois.
Quando si giunge finalmente tra gli scogli, talvolta opportunamente celati tra gli anfratti, contenitori e confezioni di vari generi di conforto, yogurt, merendine, patatine, e bottiglie di bevande d'ogni tipo, quelle in vetro eventualmente frantumate.
Come un Fantozzi lì condotto dal ragionier Filini dell'occasione, Apollonio fa il bagno, prende il sole e se ne va meditando sulla natura umana e sulla sua locale declinazione.
Menare scandalo? Che conformistica sciocchezza! Tutto ciò che accade nel mondo ha le sue buone ragioni per accadere. E inoltre quello che ci si trova a vivere, non bisogna mai dimenticarlo, è il migliore dei mondi possibile. E dunque?
Gli abituali frequentatori della "Riserva naturale", pensa, sono evidentemente a pieno titolo parte della fauna protetta, insieme con la stanziale. Di conseguenza, nel loro ambiente naturale, si comportano in modo per loro naturale. E chi oserà contestarne il diritto? Portar via una bottiglia di plastica da lì, sottrarre il segno di qualche trascorso pasto o di qualche trascorsa copula (appunto, attività naturali esemplari dei viventi, come insegnano, tra l'altro, ben note trasmissioni televisive) significherebbe avere in spregio la natura. Significherebbe modificare il delicato equilibrio di un contesto naturale, che si offre invece così nel suo pieno e intatto rigoglio all'osservatore. Questi ha da essere delicatissimo, con le sue osservazioni, per non turbarlo. Altro che impancarsi a censore! Censore di che? Della natura (umana)?
Apollonio è quindi grato al suo ragionier Filini: "ragioniere", appunto, non senza ragione. Con l'occasione banale di un banale bagno a due passi da una banalissima metropoli dell'Italia insulare, è inciampato in una particolare piega dell'eterna questione umana della natura. Per un momento, ha intuito il contatto tra Dio e la parola. Ha colto una balenante deroga all'arbitrarietà del segno, un'evenienza preziosa e per una volta trasparente di motivazione. Come invitano a fare tutti coloro che se ne intendono, ha colto il "senso". Il mitico "senso", se non della vita e del suo modesto essere nel cosmo, almeno di naturale. Chiude gli occhi e, per quanto lo consentono gli scomodi scogli, riposa, beato.