4 maggio 2011

Funzione

"Quoi qu'il en soit, Mauss aurait probablement rencontré certaines difficultés à pousser plus avant l'élaboration du système [...]. Mais il ne lui aurait certes pas donné la forme régressive qu'il devait recevoir de Malinowski, pour qui la notion de fonction, conçue par Mauss à l'exemple de l'algèbre, c'est-à-dire impliquant que les valeurs sociales sont connaissables en fonction les unes des autres, se transforme dans le sens d'un empirisme naïf, pour ne plus désigner que le service pratique rendu à la société par ses coutumes et ses institutions. Là où Mauss envisageait un rapport constant entre des phénomènes, où se trouve leur explication, Malinowski se demande seulement à quoi ils servent, pour leur chercher une justification. Cette position du problème anéantit tous les progrès antérieurs, puisqu'elle réintroduit un appareil de postulats sans valeur scientifique".
Parole, dalla lampante chiarezza, di Claude Lévi-Strauss, prese dalla sua Introduction à l'œuvre de Marcel Mauss. Esprimono concetti ben noti e oggi quotidianamente disattesi da folle di ricercatori accanitamente e felicemente impegnati in linguistica e in altre scienze dell'uomo. Apollonio rilegge periodicamente tali parole, per tenerle vive in se medesimo. Per lo stesso uso, le offre ai suoi due lettori. Prima di dire, poniamo, "...il suffisso x ha la funzione di esprimere la persona grammaticale...", e di dirlo senza capire il danno che (si) stanno facendo, si fermino un momento e se le ripetano. Poi, se vogliono, consapevoli della dolorosa ferita all'intelligenza propria e delle cose, vadano pure avanti.

23 aprile 2011

L'antonomasia di una metonimia

"Non ho tirato in ballo il Colle". "Lo scontro con il Colle sarà inevitabile". "Il Colle non potrà rifiutare un appuntamento ad Alfano". "La minaccia di fare esplodere il progetto dell'UE... sta comunque agitando il Colle". "Il Colle chiede correttivi". "...perché non deve essere il Colle a risolvere i problemi della maggioranza". "Il Colle cerca di far capire... che quel testo...". "Il Colle non può fare a meno di far notare...".
Qualche parola di spiegazione per chi, dei cinque lettori di Apollonio, non legge abitualmente la stampa italiana. Agli altri si chiede venia per la corrività delle notazioni.
Il Colle è il modo con cui oggi è d'uso riferirsi a Giorgio Napolitano, presidente della Repubblica in carica. La Presidenza della Repubblica italiana ha sede nel Palazzo del Quirinale. Per metonimia, nella prosa giornalistica italiana il Quirinale fungeva fino a poco tempo fa da riferimento e da designazione del Presidente della Repubblica. Mutatis mutandis, accade lo stesso con la Casa Bianca, per es., o con l'Eliseo. Adesso, il Colle ha largamente sostituito il Quirinale, ridottosi a ricorrere in pezzi di tono più formale. Il Quirinale è un colle, uno dei sette fatidici romani. Per fungere da designazione metonimica di Giorgio Napolitano, quel colle, privato del suo nome proprio, è divenuto il Colle per antonomasia.
È difficile prevedere per quanto tempo il Colle sarà adatto alla bisogna. Di una cosa si può però essere certi. L'espressione cui il Colle cederà prima o poi il passo sarà ancora più perversa.

20 aprile 2011

Raccontar storie

"La 'rivoluzione chomskiana' precede Chomsky. In misura maggiore di quanto i discepoli recenti siano pronti a riconoscere, il lavoro preparatorio è stato fatto dal maestro di Chomsky, il professor Zelig Harris dell'università della Pennsylvania". Lo scriveva George Steiner in un articolo sul New Yorker dei tardi anni Sessanta, se Apollonio non ricorda male. Una prova dell'acutezza di Steiner che, per quanto in un certo senso profano, si dimostrava precocemente consapevole di un'ingiustizia, una delle tante perpetrate dalla memoria umana per malafede e da quel suo prodotto spacciato per oggettivo che si è soliti chiamare storia.
Ed è allora giusto che in reputate storie della disciplina il nome e la figura di Harris ricorrano come segue, in un passo rapidamente esemplare delle tecniche di occultamento e dei modi della damnatio memoriae: "Va citato infine un sottile teorico come Zellig Harris, che ha spinto le tecniche analitiche e classificatorie tanto avanti da illustrarne i limiti, come si vede in quella sintesi che è il volume Methods in Structural Linguistics, dal quale partono sia i tentativi di superamento costituiti dalla grammatica trasformazionale dello stesso Harris, sia la più radicalmente innovativa linea di ricerca aperta dal suo allievo Noam Chomsky". Non una parola di più.
È giusto, si diceva, ma è veramente triste.

14 aprile 2011

Lingua loro (18): Criticità

"Si tratta di capire quali sono le situazioni di criticità...", "...i punti di criticità potrebbero essere...", "...dopo avere determinato le possibili criticità...", "...partendo dai dati e dalle criticità...", "...le eventuali criticità vanno affrontate..." e così via.
Apollonio viene da un breve soggiorno in terra italiana, dove si è trovato letteralmente sommerso da una novità: criticità. Non c'è stata persona di livello che abbia incontrato, ascoltato in radio o visto in tv (intellettuale, politico o altro sfaccendato) che, ovviamente nei contesti adeguati, non abbia fatto largo uso, anzi sfoggio di criticità. Le espressioni "situazioni critiche", "punti critici", "fase critica", a lui ben note e banali, devono essere divenute obsolete - ha concluso rapidamente -, nell'eloquio della gente di mondo.
Ha interrogato in proposito un paio di professori d'università. Anche loro lo avevano appena esposto a innumerevoli ricorrenze di criticità (in poco meno di dieci minuti, una decina). Linguisti, peraltro, e specialisti di italiano.
"Perché non dite più situazioni critiche e dite invece criticità?", ha chiesto loro. La domanda li ha colti di sorpresa. Gli hanno risposto che, fino al quesito "persiano" di Apollonio, "non ci avevano fatto caso", aggiungendo che "deve trattarsi dell'effetto d'una moda". Criticità si sarebbe quindi introdotta inavvertita nelle loro chiacchiere e la moda sarebbe una di quelle di cui ci si fa inconsapevoli portatori: così, con le loro risposte, gli hanno almeno voluto far credere.
Sarà. C'è sempre chi pensa, evidentemente, che "...non sanno quel che fanno" valga come attenuante. Ad Apollonio è sempre parsa un'aggravante, soprattutto in funzione di presunte competenze.
Raggiunto un luogo dove ha potuto farlo, Apollonio ha rapidamente aperto il Battaglia e ci ha naturalmente trovato criticità, attestato, tra virgolette, in un brano del buon don Benedetto (Croce). Nella circostanza, il brano suona gustoso e lo si trascrive qui, senza fare ulteriori controlli, come compare nell'opera lessicografica, per il godimento dei due affezionati lettori: "Non intendo punto, come ho detto, negare al Lombardi né appassionamento né attitudine filosofica, né cultura né studio, ma soltanto, poiché egli è giovane, esortarlo al pensiero esatto e allo scrivere nitido e, insomma, ad accrescere in sé l'interna «criticità» della filosofia, che anch'essa ha continuo bisogno di autogoverno".
Naturalmente, menare scandalo della nascita, nel lessico italiano, di una nuova criticità sarebbe più che sciocco, e patetico ogni lamento in proposito. Ma qui non è questione di una nascita, quasi sempre evento fausto, quanto di un'epidemia, circostanza per se stessa sempre inquietante, anche, se non soprattutto nel dominio dello spirito, per la sua indubbia relazione con la stupidità.
Da tale prospettiva, infatti, nella deriva dalla singolare attestazione crociana alle moderne, più che plurali, corrive, come non sentire coerente col tempo il mutamento di valore di criticità e come non eleggerlo a piccolo emblema di una fase critica in cui l'espressione dei dotti (o dei presunti tali), perso lo stile necessario al discernimento e azzerata ogni attitudine critica, manca proprio di autogoverno?

9 aprile 2011

Còlti freschi in libreria...

per i due fedeli lettori di Apollonio, dalle serre di tre editori italiani di cultura.
1) Copertina di Tomaso Montanari, A cosa serve Michelangelo?, Einaudi: "La vicenda del crocifisso cosiddetto «di Michelangelo» acquistato dallo Stato italiano è una metafora perfetta del destino dell'arte del passato nella società italiana contemporanea. Strumentalizzata dal potere politico e religioso, banalizzata dai media e sfruttata dall'Università. La storia dell'arte è ormai una escort di lusso della vita pubblica". "Metafora" ha qui fatto da tema di un paio di post di alcune settimane or sono.
2) Fascetta (rossa) sovrapposta al libro di Alessandro Barbero, Lepanto. La battaglia dei tre imperi, Laterza: "Questo libro lo consiglio a coloro che hanno avuto sempre una certa diffidenza nei confronti dei saggi. Perché si accorgeranno che si sono persi tra le cose migliori mai scritte". Chi firma tale impareggiabile emblema degli attuali fasti della scrittura in lingua italiana? Roberto Saviano.
3) Infine, in epigrafe di Dioniso di Karl Kerényi (Adelphi), per respirare e consolarsi: "Grazie alla reciproca dipendenza del pensiero e della parola appare chiarissimo che le lingue non servono propriamente a esporre la verità già nota, ma piuttosto a scoprire la verità che prima era ignota. La loro diversità non è una diversità di suoni e di segni, ma di visioni del mondo". Parole di Wilhelm von Humboldt.

25 marzo 2011

Parole che parlano (4): Ancóra

Ancora pare l'avverbio temporale italiano del momento e non devono essersene accorti in molti.
Lo è nella versione mesta e avviata alla decrepitezza del poeta e professore milanese Roberto Vecchioni, di quella "Chiamami ancora amore" che è stata di recente incoronata al Festival di Sanremo (se ne è già detto in questo blog) e consacrata da un'esibizione celebrativa alla presenza del Presidente della Repubblica italiana (pour cause?).
Lo è nella versione incosciente (o ironicamente incosciente?) e aperta alla vita del rockettaro reggiano Luciano Ligabue e della sua "Il meglio deve ancora venire", canzonetta della maturità, è vero ed è evidente, ma scritta sulla scia ideale del canto adolescenziale di Domenico Modugno e del suo "Volare oh oh".
Apollonio lo confessa. Sarà anche lui anziano ma, come àncora alla vita, preferisce l'"ancóra" dell'Italia dei Ligabue, attempati scavezzacollo, all'"ancóra" dell'Italia dei Vecchioni, gonfia soltanto di retorici paroloni. E, se potesse, suggerirebbe alle competenti autorità di eleggere "Il meglio deve ancora venire" a inno delle celebrazioni dei centocinquanta anni dell'unità italiana.
A Reggio nell'Emilia, del resto, nacque il tricolore. E fu certo faccenda da scapestrati.

Ecco l'ancóra di Roberto Vecchioni.

Ed ecco l'ancóra di Luciano Ligabue. La città è Barcellona. Lei è la palermitana Isabella Ragonese.

[25 aprile 2011: Informato, per ragioni personali, su quanto succede lungo la via Emilia, un gentile sodale informa a sua volta Apollonio sopra un recente prodotto di Vasco Rossi e lo rende felice dandogli conferma d'avere colto, pur dalla sua isolata Citera, un refolo dell'aria del tempo. Anche Vasco Rossi è infatti venuto fuori con un pezzo centrato su ancóra ("io sono ancora qua", canta) e che, di nuovo, tira in ballo una notte da passare (quella prospettata nella canzone di Ligabue resta comunque, a parere di Apollonio, la più invitante). La prospettiva di Vasco Rossi, che non cela d'essere anziana, anzi ne fa manifesto, si colloca, ironica terza via, tra la pedagogia funerea di Vecchioni e l'evasione semi-incosciente di Ligabue. Per completezza, eccola.]

16 marzo 2011

Etimologia e straniamento...

due prospettive linguistiche sul mondo.
È primavera. L'aria di Crisopoli (così la battezzò Guido Morselli) si impregna dell'olezzo del letame, fertilità che promette di volgersi in letizia. L'odore s'insinua, incongruo, nelle aule universitarie, come nelle vie eleganti del commercio e delle banche. Il naso, profondo, le svela tutte costruite a ridosso di pascoli e stalle, mentre l'occhio, superficiale, si affanna a negarlo.

8 marzo 2011

Lingua loro (17): Traslitterazione

E a proposito di parole e dell'uso che taluno fa delle (supposte) peregrine come raffinato cultore (critico) dell'espressione, non più tardi di ieri l'altro, capita ad Apollonio di leggere un articolo di un filologo della Domenica (del Sole 24 Ore) che della lingua passa per spettacolare funambolo.
Prendendo spunto da una storiella sulle origini mediterranee del Bardo che in Sicilia si racconta da un pezzo, ovviamente ammiccando, e che è servita di recente a insaporire per il lettore una fatica minore dell'infaticabile Andrea Camilleri, l'articolo afferma, tra l'altro, che il nome Shakespeare sarebbe la «traslitterazione inglese» del nome italiano (e siciliano, in particolare) Crollalanza.
Un dettaglio da nulla. Ma uno di quelli in cui, come si sa, abitano in condominio e, di conseguenza, in perenne conflitto il diavolo e il buon Dio. Traslitterazione? "E chi ci accucchia"? Apollonio ci resta "ammammaluccutu".
Di Crollalanza, Shakespeare è al massimo la traduzione. L'inglese non è il russo né il cinese. Con l'italiano condivide pienamente l'alfabeto latino. A essere più precisi, Shakespeare è calco di Crollalanza, un calco (a volere procedere nello scherzo) di direzione conversa a quella dell'italianizzazione di skyscraper come grattacielo.
Ma calco che "radica" di parola è? E chi la conosce? Il filologo? C'è da dubitarne. Per darsi un tono, allora, traslitterazione va più che bene. Fa pensare a traduzione senza condividerne la banalità. Ha l'aria d'essere un dotto termine tecnico. Gettata lì "sanfasò", "all'urbi(g)na" (o, se si preferisce, "a bischero sciolto"), suona meravigliosamente e, se chi legge "si l'ammucca", fa fare un figurone a chi la usa.
Che, di suo, la poverina valga poi «trascrizione di una parola... in un alfabeto diverso da quello originale», al filologo che "la catafutti" pubblicamente, non gliene importa "una emerita minchia".
Apollonio sente già la voce concorde dei suoi due lettori che lo ammonisce. Gli sta dicendo: «Sei una "camurria": pedante, stupido e intollerabile. Perché "murritii" e "ci scassi i cabasisi"? Traslitterazione, calco, traduzione: cosa vuoi che sia. Pei filologi della Domenica, la lingua è "una cajorda", è "una buttanazza". Come tale va trattata. Con la lingua, l'importante è "fari scumazza". L'importante è "cassariarisi" e, "cassariannusi", "annacarsi"».
Tutto vero. "Accuttufatu", Apollonio si tace. Lo ammette: è proprio "un fissa".

Ecco l'articolo.

4 marzo 2011

Lingua loro (16-1): Ancora metafora

"Roccapendente sembra la tenuta di qualche nobile toscano ancora in auge..." "E invece no. O meglio anche sì, ma nella mia testa è metafora dell'università italiana" (Marco Malvaldi, intervistato dal Corriere Fiorentino, il 30 gennaio 2011).
"Ancora una volta Napoli diventa, nel modo più colorito, la metafora dell'Italia" (Corrado Augias, in risposta a un lettore di Repubblica sul tema dei rifiuti napoletani, il 23 dicembre 2010).
Qualche giorno dopo, sullo stesso quotidiano, come puntuale contrappunto, in una vignetta di Bucchi, silhouettes di un bambino e di un adulto, che lo tiene per mano. Il bimbo: "Ma i rifiuti sono un problema?". L'adulto, ineccepibilmente stavolta: "No, una metafora" (l'immagine di questo post dice, del resto, che la battuta era frattanto venuta in mente ad altri).
La questione riguarda anche il francese. Lo lascia intendere il passaggio che segue, da un libro di Amélie Nothomb, comparso nel 1992: "Les gens ne savent rien des métaphores. C'est un mot qui se vend bien, parce qu'il a fière allure. 'Métaphore' : le dernier des illettrés sent que ça vient du grec. Un chic fou, ces étymologies bidons - bidons, vraiment: quand on connaît l'effroyable polysémie de la préposition meta et les neutralités factotum du verbe phero, on devrait, pour être de bonne foi, conclure que le mot 'métaphore' signifie absolument n'importe quoi. D'ailleurs, à entendre l'usage qui en est fait, on arrive à des conclusions identiques" (Hygiène de l'assassin).
È anzi ragionevole supporre, in proposito, che all'italiano il malanno sia giunto proprio dal francese. La circostanza spiegherebbe bene la trouvaille dello scrittore siciliano e l'enfasi entusiasta che a essa destinò la Padovani. Pronunciando il suo fatidico "la Sicilia è metafora del mondo" alla presenza di una giornalista francese, Sciascia si sarà per ciò stesso sognato parigino più di quanto non facesse di solito.
Insomma, l'attuale largo uso di metafora sembra la spia, il dettaglio rivelatore o (come direbbero i suoi amatori) la "metafora" di quella stupidità adeguata al mondo tipica della gente che si suppone (ed è sovente supposta) intelligente. La stupidità che Robert Musil definiva appunto un vero e proprio morbo della cultura.

27 febbraio 2011

Lingua loro (16): Metafora

Oggi, prima pagina del Sole 24 Ore, a firma di Miguel Gotor, anzi di Michele Gotor: "Ciò ha fatto di questa terra [la Puglia] uno straordinario laboratorio etno-antropologico che rappresenta in scala una pregnante metafora del destino nazionale".
Gotor non è solo. Se lo fosse, la sua sarebbe una scelta di stile personale: rispettabile, come tutte le scelte di stile personali. Non passa giorno invece che la comunicazione, la pubblica come la privata, non conti ricorrenze di metafora del genere esemplarmente rappresentato dal brano in apertura.
Nell'ultimo mese e senza particolare intenzione, Apollonio ne ha raccolto di gustose. Facciano lo stesso, se vogliono, i suoi due lettori. Ne troveranno sulla bocca di accademici frequentatori di salotti televisivi e di uomini politici dal dubbio curriculum culturale, sotto la penna di reputati editorialisti (lo si è appena visto) e di autrici di fortunati romanzi. Insomma ne troveranno nell'espressione della gente di mondo, di quella che le sensibilissime antenne della stupidità socialmente efficace rende protagonista di ogni ineluttabile mutamento, quello linguistico prima di ogni altro. L'uso di metafora, non tanto come riferimento a un generico tropo, ma per dire 'emblema', 'immagine esemplare', non è proprio di ieri. Volenterosi, i dizionari lo registrano da qualche lustro.
Si deve a Corrado Guzzanti, però, la migliore indicazione che, nell'italiano della fine del ventesimo secolo, la parola metafora aveva smesso di scorrere tranquilla nel suo alveo cólto e secolare e, tracimando, era destinata a farsi torbida e a entrare in contatto con gente poco raccomandabile che l'avrebbe messa sul marciapiede a fare marchette. A Rokko Smitherson, opinionista televisivo, uno dei parodistici personaggi inventati dall'attore all'inizio degli anni Novanta, accadeva infatti di esprimersi, ineccepibilmente, così: "Onorevole Brodo, onorevole Brodo, ie voevo dì, er cittadino s'è stufato de portà 'r vasino sott'ar culo der politico, ha capito a sottile matafa?".
Del degrado di metafora, Apollonio crede peraltro di sapere a chi dare la colpa. Senza forse essere la prima, l'attestazione dello stilema che contribuì decisivamente al suo inarrestabile e pervasivo successo in Italia tra la gente di mondo si deve a Leonardo Sciascia, con la complicità di Marcelle Padovani.
Nel 1979, prima in francese, poi in italiano, la corrispondente da Roma del Nouvel Observateur, all'epoca il magazine della sinistra intellettuale francese, pubblica un libro-intervista allo scrittore siciliano. Certamente autorizzata da Sciascia, gli dà il titolo La Sicile comme métaphore, che all'epoca parve (come s'usava dire tra la gente di mondo) molto intrigante.
A fondamento di tale titolo, stanno le parole con cui Sciascia rispondeva a una sua sollecitazione. Mutatis mutandis, ciò che Gotor oggi scrive nel suo editoriale è eco pallida e distorta dell'espressione dello scrittore.
Alla domanda della giornalista se fosse possibile considerarlo ancora uno scrittore siciliano, Sciascia rispondeva: "Sono piuttosto uno scrittore italiano che conosce bene la realtà della Sicilia, e che continua a esser convinto che la Sicilia offre la rappresentazione di tanti problemi, di tante contraddizioni, non solo italiani ma anche europei, al punto da poter costituire la metafora del mondo odierno".
Apollonio lo confessa: non è questa l'ultima delle ragioni che lo inducono a non deporre la sottile diffidenza che fin da ragazzo ha nutrito per Leonardo Sciascia, cui tributa contemporanemente una grande ammirazione. "Le diable est dans les détails", però, e dove si verificherà mai la buonafede di uno scrittore se non in un rispetto accanito e inesausto per le parole?

Leonardo Sciascia colto sul fatto.

20 febbraio 2011

Sanremo 2011


Per assumere un placebo che pacifichi per qualche ora il suo agitato sonno, una nazione in sospetto d'essere decrepita e unita dalla falsa coscienza si vota come al solito a un santo e fa trionfare in un festival di canzonette un professore di greco e di latino in pensione, che per giunta di nome fa Vecchioni e canta, con la rabbia ilare e impotente tipica dell'età, una canzoncina che è una sorta di anti-Volare, piena di velleitarie (di)speranze, di buoni sentimenti e di migliori intenzioni, dal titolo (e dal refrain) piacione ma ("ancora" e "sempre") come può esserlo un de profundis.
È la notizia italiana del giorno. Domani? Non sarà più nulla.

PS. Con i suoi quasi settanta anni, il Vecchioni non sarà per caso il più anziano vincitore del Festival di Sanremo di sempre? Aiutino in proposito Apollonio i suoi due lettori (se lo vogliono) e, per un chiaroscuro, pensino ai Sanremo letterari, agli Strega e ai Campiello e alle loro recenti consacrazioni di ragazzine e ragazzini. Le canzonette? Roba da vecchioni. Stupido di un Apollonio, nella letteratura, vivaddio!, spira il radioso futuro della cultura nazionale.

14 febbraio 2011

Trucioli di critica linguistica (2): San Valentino



Tra le giornate celebrative inventate dalla modernità putrefatta, solo alla festa della mamma si potrà concedere d'essere più stucchevole della festa degli innamorati. Anche in occasioni del genere, guizza tuttavia l'inquietante fiamma dello spirito e se ne fa occasione, salvifica, l'angelica presenza del danaro, segno ammonitore del mercato connaturato con ogni commercio tra gli esseri umani. Ovviamente, di quello dell'eros ma, quando è il caso, anche di quello dell'amore materno. Il mercato più diabolico è infatti quello che fa di tutto per nascondere di esserlo e spaccia a prezzi stracciati buoni sentimenti e migliori intenzioni, merce insomma velenosa e perversa.
Del mercato e del danaro, come è noto, la pubblicità fa letteratura. Come se ne fa mercato, si può fare infatti letteratura di ogni aspetto della vita. E al pari d'ogni altro prodotto dell'attività umana, la letteratura che la pubblicità fa del mercato e del danaro si distribuisce sopra i diversi gradi di una scala di valori. La gran parte della letteratura che secernono i creativi delle agenzie di comunicazione si addensa naturalmente su quelli più bassi, melensi e corrivi. Ma si dirà diversamente di quella che si deve a poeti (il povero Prévert incluso) e romanzieri?
Non è forse questo il caso della campagna 2011 di una multinazionale rappresentata in Italia da un'azienda cioccolatiera che fa tradizionalmente buoni affari per il giorno di San Valentino. O meglio, non è forse questo il caso del pay-off di tale campagna, osservato dalla modesta specola di chi si occupa di lingua.
Esso suona "Chi ama, Baci." e ha l'asseverativa andatura dei proverbi e delle massime di comportamento. L'enfatica menzione del nome del prodotto, Baci, vi lascia occhieggiare la modalità imperativa caratteristica di tal genere di comunicazione. Lo fa in maniera oltremodo accattivante e che suscita una speciale attenzione. La sollecita infatti al livello generale (e quasi irriflesso) della nativa competenza (meta)linguistica dei suoi destinatari.
L'effetto di straniamento è sottile. L'ingenua credenza che, in italiano, nomi e verbi siano sempre ben distinti ne viene sommossa e si rivela (senza che di necessità ce ne sia finale piena consapevolezza) che le parole hanno sì significato e forma ma che ambedue dipendono da valori combinatori e funzionali.
In corpore vili, la spiegazione viene dal creativo di un'agenzia di comunicazione. E a darla, lo ha spinto il danaro di un committente che intende così lucrare ancor meglio sulla stupidità della festa degli innamorati. Apollonio non si sente di escludere che l'uno e l'altro siano non solo epistemicamente ma anche eticamente più commendevoli di molti tra coloro che riempiono di corrività dottrinali i libri che occupano scaffali interi di biblioteche e di librerie.

26 gennaio 2011

Toscano

A vent'anni dalla data fatidica, esce nel 1881 il romanzo I Malavoglia di Giovanni Verga. La "questione della lingua", questa specialità culturale nazionale cucinata dagli intellettuali italiani, per tradizione, secondo ripetitive ricette, aveva appena vissuto (e a suo modo ancora viveva) una delle sue fasi più acute. Connesse, c'erano, per una volta, anche scelte politiche da fare e, nel Moderno, niente rende la gente istruita più audace (o spudorata) del pensiero d'essere importante e utile a qualcosa, in ispecie alla comunità, e di poterle così impartire qualche imprescindibile precetto.
Giovanni Verga, prima a Firenze, poi a Milano, parla come parla e scrive come scrive. Toscano è il cognome della famiglia siciliana di cui narra la favola del suo capolavoro. Realisticamente: nell'isola, Toscano è cognome ricorrente. Ma, in faccia agli intellettuali nazionali e alla loro "questione della lingua", quanta irridente, celata e amara ironia linguistica porta quel nome proprio, dissimulato sotto la 'nciuria Malavoglia?
E un'ironia solo linguistica? Non il mare di Aci Trezza ma quello di Lissa (ed è appunto la Terza guerra d'indipendenza) accade infatti che ingoi il ragazzo Luca, diventato italiano, siciliano di fatto, Toscano di nome.

17 gennaio 2011

"Mi domando che madri avete avuto"

"Dedichiamo questo saggio ai nostri figli. Augurandoci che li aiuti a comprendere che rispettare le regole può essere un buon affare anche per loro".
R. Abravanel e L. D'Agnese, Regole, Garzanti, Milano 2010.

Caro PPP, trovi in questa dedica (e nel libro che la porta) la risposta quanto ai padri. Le madri? Conseguenti: di quelle che comprendono che far figli con tali padri "può essere un buon affare anche per loro".

16 gennaio 2011

Speculazione. Edilizia

Lanciato da una campagna pubblicitaria non da poco e patrocinato da una società culturale che eroe eponimo più illustre non potrebbe avere, esce un quaderno speciale di una rivista di geopolitica. Il fascicolo ha un titolo bruttino e tanto corrivo, ma ad effetto: "Lingua è potere".
Il primo articolo è una sorta di presentazione generale: "La geopolitica delle lingue in poche parole". Il suo incipit suona così: "Aveva ragione lo scrittore portoghese Vergílio Ferreira: la lingua è, in fondo, soprattutto un luogo. Una casa da condividere o una frontiera da attraversare, un ghetto in cui rinchiudersi o un altrove in cui limitarsi a transitare".
Di Ferreira, Apollonio conosce appena il nome. Proprio quell'articolo porta però in epigrafe la traduzione italiana del passo cui il suo incipit farebbe riferimento. Per quanto limitato e su due piedi, un riscontro è possibile.
Sostiene Ferreira, in apertura del passo, che "una lingua è il luogo da cui si vede il mondo e in cui si tracciano i confini del nostro pensare e sentire". Poi continua: "Dalla mia lingua si vede il mare. Dalla mia lingua se ne sente il rumore, come da quella di altri si sentirà il rumore della foresta o il silenzio del deserto. Perciò, la voce del mare è stata quella della nostra inquietudine". A credere a questa citazione (e a credere affidabile la sua traduzione), sembra insomma che Ferreira consideri la lingua anzitutto un punto di vista: "il luogo da cui si vede il mondo...". In ciò, come si sa, egli è in ottima compagnia e non c'è da stupirsi. Da secoli, il punto di vista che vede nella lingua un punto di vista è tanto affascinante quanto producente.
Dare di tale prospettiva una lettura crudamente localista, affermare sul suo presunto fondamento ("aveva ragione lo scrittore portoghese...") che "la lingua è, in fondo, soprattutto un luogo" non sarà allora una speculazione un po' abusiva? Da abusivismo edilizio, pensa Apollonio mentre sfoglia il fascicolo, la cui visione d'insieme - sarà per il potere evocatore della metafora - gli ricorda il colpo d'occhio offerto da coste calabresi o siciliane, quando le operose popolazioni locali, incoraggiate dai periodici condoni, hanno potuto meglio esprimervi il loro genio paesaggistico, col suo aureo principio: ciascuno faccia la prima cosa che gli passa per il capo. Ai desideri di decoro dei committenti ottimamente provvedono in tali casi scienza e stile del geometra e del capomastro.
La trouvaille metaforica deve del resto essere parsa un'acutezza all'autore dell'articolo di apertura. Sul "luogo" attribuito (e forse usurpato) a Ferreira, egli medesimo si è infatti affrettato a costruire "casa", "frontiere", "ghetto" e, per non farsi mancare proprio nulla, pure un "altrove". Cosa, c'è da chiedersi, una lingua non potrebbe infatti mai essere?
Ma già bastano "potere" e "luogo" a gettare Apollonio quasi nello scoramento, quanto al mucchietto di pagine stampate che si trova tra le mani. D'improvviso, intuisce però che è tutto solo uno scherzo. Glielo rivela, benevolo e ammiccante, il titolo della rivista. Non ci aveva mai fatto caso: in anagramma, suona "Smile".
Ripone il fascicolo nello scaffale da cui, curioso, l'aveva tratto, sorride grato e, consolato, corre a prendere il suo aereo.

Superlativi. Relativi

"Putnam, che è forse il più influente filosofo americano vivente, ha scritto questo articolo per il Sole 24 Ore-Domenica...". "Peter Sloterdijk è indubbiamente uno dei maggiori filosofi contemporanei, almeno se consideriamo la sfera continentale...". "Emanuele Severino è uno dei maggiori filosofi contemporanei...". Si potrebbe continuare a lungo con citazioni del genere, pescando naturalmente anche fuori dello stagno della filosofia, di cui si stanno qui solo casualmente rimestando le acque.
Quando la figura di un (presunto) sapiente ha un'epifania che il medium che la rende possibile vuole vendere come consolidata, se ne può stare certi: il superlativo relativo ricorrerà. E così, capita ogni giorno e talvolta più volte al giorno di ascoltare o di leggere "una delle più illustri poetesse", "il maggiore biologo", "l'astrofisico più autorevole", naturalmente "vivente", "contemporaneo", "della modernità", "dello scorso, di questo secolo".
Il presupposto è che l'elargitore del superlativo sia capace di tale giudizio. In faccia a chi lo ascolta o lo legge, egli se ne fa in ogni caso garante. E siccome conosce le regole della buona educazione, officia il rito sempre con sussiego. Adorna infatti il superlativo, sovente, con un'espressione avverbiale. Ne fa iperbole, fingendo di mitigarlo, con un "forse" (le veneri dello stile, lo si sa, sono ritrose). Insinua perplessità facendo mostra di negarle: "indubbiamente".
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Nel 1921, Albert Einstein sbarcava negli Stati Uniti, per la prima volta. Ad accoglierlo acclamazioni e manifestazioni di massa, mai prima sotto tale forma tributate a un uomo di scienza: egli diventava così "Albert Einstein: il maggior fisico vivente". E maturava (o giungeva solo in piena luce) un aspetto del destino, perverso e paradossale, del sapere e della scienza nel Moderno: fare da feticcio di nuove religioni sociali.
Nel corso del Novecento, trassero profitto ideologico da tale perversione sistemi totalitari d'ogni colore. Non ci fu fascismo i cui (presunti) uomini di cultura non fossero "i più grandi X contemporanei". Non ci fu conferenza mondiale (oggi si direbbe globale) cominformista i cui partecipanti, "intellettuali per la pace", non fossero tutti ipso facto insigniti del superlativo. Modesti compositori di versi, coloratori di tele furono così proiettati su Parnasi divenuti frattanto polverosi, magari, ma dai quali poi più nessuno si è mai incaricato di richiamarli, visto che, alla bisogna, possono sempre risultare utili. Anni della modernità matura e delle sue farsesche tragedie.
Oggi, dal feticcio provano a trarre profitto le religioni della modernità putrefatta: totalitaria senza nemmeno volerlo (che è il modo perfetto d'esserlo). Beotamente considerata liberale, anzi, tanto dai suoi cantori (cui basta, a quanto pare, il grado di totalitarismo raggiunto) quanto dai suoi oppositori (che ne desidererebbero uno ancora maggiore).
Il cielo corrusco della stupidità ideologica otto-novecentesca si è così mutato nelle lampanti esigenze bottegaie del merito e del mercato, che, per essersi fatte ragioni di spettacolo, non per questo sono meno ideologiche. Anzi.
Come abito di scena del clown, dell'artista da circo, la forma linguistica del superlativo relativo attribuita dal presentatore al (presunto) sapiente di turno è così trascorsa dalla rappresentazione di una farsesca tragedia alle mille e poi mille repliche di una tragica farsa e le conferenze cominformiste grigio-metallo sono diventate colorati festival dei libri e di ogni branca dello scibile umano: "ed ora, signore e signori, dopo la più celebre contorsionista del Vecchio mondo, si esibirà davanti a voi il più grande trapezista del Nuovo...". Valeva la pena, cari i miei due lettori, di pagare il prezzo del biglietto che si è acquistato per assistere allo spettacolo di questa scalcinata compagnia di guitti di cui accade inoltre, come servi di scena, di fare parte!

[E ancora, sempre attingendo alla stessa fonte, inesauribile nella produzione di imbonitorie stucchevolezze onorifiche e dei relativi superlativi relativi, il 20 marzo 2011: "Certo, quando aveva due anni Putnam se ne stava sulle ginocchia di Pirandello (che era amico del padre, grande traduttore); da studente era amico di Chomsky; da giovane conversava con Einstein, Gödel e Carnap; e a trent'anni era già nella storia della matematica, avendo contribuito alla soluzione di uno dei famosi «problemi di Hilbert». Queste sono cose che aiutano: non sorprenderà allora che Putnam sia divenuto poi uno dei maggiori filosofi contemporanei"].

11 gennaio 2011

Nomen, non me! (10)

Piccola rassegna della stampa quotidiana italiana. Si procede, com'è d'uso, da sinistra a destra ma (ognun lo sa e i linguisti d'oggi dovrebbero meglio di altri) si tratta di un continuum in una logica, letteralmente, fuzzy.

Forse, agli abitanti del Bel paese non è inutile sapere che...
Da qui, fottono itali

I lettori? Sono veramente rimasti in pochi.
Taluni

I suoi sostenitori? Eletta schiera, ogni mattina danno il loro obolo in brodo di giuggiole.
Club 'Bea pirla'

La notizia lievita, se la si è ben manipolata. Orsù...
...mpastala!

Esce ogni giorno, ma nessuno se ne accorge tranne gli opportuni strumenti.
Sisma leggero

Ah! L'eleganza superiore della buona operosa borghesia lombarda.
Sorridere al celare

Son bravi a cambiare il pelo ma...
L'eco dà soliti lai

Verità e falsità.
Lì, le girano

Te l'avevo detto. Leggerlo è da ovini, infatti...
Or beli

Esiti perversi di misteriose pratiche celtiche o per opposizione a quelli romani "da poltrona"?
Ani da pala

[L'invenzione di un anagramma è giustappunto una scoperta]

3 gennaio 2011

Giocare d'anticipo

Ad Apollonio passano per il capo delle sciocchezze, si diceva in chiusura del post precedente. Giunge puntuale una conferma. Lo invita a prenderne atto, di qua da Chiasso, un premuroso sodale. Dall'estate del 2009 a quella del 2010, alcuni nuovi topoi stilistici di telecronisti e giornalisti sportivi italiani avevano fatto l'oggetto di tre post di questo blog. Oggi, sul più venduto quotidiano italiano, il medesimo tema merita addirittura una civetta in prima pagina e poi non uno ma due corposi articoli nella sezione sportiva. Non c'è che dire e Apollonio deve ammetterlo. La prova è schiacciante: per il capo gli passano, e anticipatamente, proprio delle sciocchezze.

Apollonio un, due, tre. E uno dei due articoli comparsi oggi sul più venduto quotidiano italiano.

31 dicembre 2010

Ordine dei nomi (e cognomi), di nuovo

Anche ad Apollonio, nella sua vita secolare, accade talvolta di sedere a tavola con gente importante e di livello. Non molti anni fa, a cena, il ministro italiano dell'istruzione a cavaliere tra i due millenni intrattiene, come sa, i commensali. Narra dell'impressione che gli hanno fatto, percorrendo, nella sua nuova funzione, il Sancta Sanctorum dell'augusto palazzo, i ritratti dei suoi predecessori che l'adornano: su ciascuno una targhetta, a declinare le generalità del raffigurato secondo l'ordine anagrafico cognome-nome.
E qui la memoria di Apollonio, oggi, si confonde. Ricorda vagamente di un riferito raccapriccio del ministro. Del racconto d'una sua disposizione per un rinnovamento delle targhette e per l'instaurazione dell'ordine nome-cognome, meno grigio, meno burocratico-militaresco. Disposizione, disse quella sera il ministro, giunta felicemente al bersaglio? Fallita? Oggi, Apollonio non può darne affidabile testimonianza.
Prima d'arrivare a quel punto, infatti, egli s'era già colpevolmente distratto. I suoi pensieri avevano cominciato ad esercitarsi con una litania interiore di nomi, recitati proprio nell'ordine che dispiaceva al ministro, da sempre, del resto, meritevole alfiere di progresso, nell'istruzione.
Berlinguer Luigi... Malfatti Franco Maria... Falcucci Franca... Gui Luigi... e (fuori del sostegno di consapevoli personali esperienze) Moro Aldo... Bottai Giuseppe... De Ruggiero Guido... Omodeo Adolfo... Gonnella Guido... Sella Quintino... Croce Benedetto... Amari Michele... Bonghi Ruggiero... De Sanctis Francesco...
Fu tuttavia come un mantra. O forse fu colpa del vino (di pessima qualità: di questo è più che certo). Certo, bevendo e compitando tacitamente la sua litania, parve così ad Apollonio che gli si illuminasse improvvisa la ratio profonda di quell'ordine cognome-nome che il ministro raccontava di avere messo a repentaglio, dalla sua prospettiva generosa e politicamente corretta.
Gli parve di capire che le vecchie targhette miravano ad ammonire la massima e transeunte autorità dell'istruzione italiana, a spasso in quel luogo di potere. Un giorno, tale autorità lo sapeva, sarebbe stata onorata di un ritratto lì, sui muri del ministero. Le targhette la informavano però che, negli anni a venire, per la severa impassibilità dell'istituzione, il suo nome, quanto si voglia illustre e personale, non sarebbe stato declinato diversamente da come esso un dì aveva risuonato all'appello mattutino del maestro della sua prima classe elementare, nel primo suo incontro pubblico, da bambino, con la maestà dell'istruzione: "Amari Michele", "Presente", "Bonghi Ruggiero", "Presente", "Bottai Giuseppe", "Presente", "Croce Benedetto", "Presente", "De Mauro Tullio", "Presente".
Ma Apollonio si peritò di dirlo di fronte a tutta quella gente importante e di interrompere il flusso delle parole dispensate nell'occasione dalla brillante autorevolezza del ministro. E se oggi, fine dell'anno, lo svela qui è solo per far sorridere i suoi due lettori di una delle tante sciocchezze che gli son passate e continuano a passargli per il capo e per dire loro di fare attenzione ai vini cattivi.

29 dicembre 2010

Je n'accuse pas

"«Sentimenti sovversivi», dietro lo j'accuse c'è una storia d'amore": un articolo con questo titolo inaugura la collaborazione al Corriere del Veneto d'un recente vincitore del Premio Strega. Bel battesimo.
Da oltre cento anni,
l'espressione francese j'accuse, a séguito di un celebre editoriale di Émile Zola che la portava come titolo, è diventata un sostantivo ed è perciò combinabile con un articolo.
P
er il titolista del Corriere del Veneto (in ricca compagnia: basta una veloce ricerca nel Web per accertarsene), a tale sostantivo, per via della consonante che l'apre, tocca lo quale appropriata forma di articolo determinativo. Naturalmente, c'è chi la pensa e si comporta in modo diverso: "Il j'accuse di Julian Assange / «Negli USA sarei ucciso come Oswald»".
A chi, osservandoli, fa la storia dei variabili usi linguistici (e ortografici) italiani, impassibile come ha da essere, spetta solo il compito di prenderne opportuna nota.
Apollonio (che ha i suoi gusti, naturalmente, e le sue preferenze) gli segnala il minuscolo caso, sperando gli serva per arricchire la sua documentazione.
Vindici e risentiti restauratori di presunte norme, così come entusiasti lodatori delle libertà dell'uso, sono caldamente pregati di astenersi.

L'uno e l'altro

21 dicembre 2010

Bolle d'alea (12): Diderot

Il 13 ottobre 1759, Denis Diderot scrive a Louise-Henriette, detta Sophie, Volland: "Avec vous je sens, j'aime, j'écoute, je regarde, je caresse. J'ai une sorte d'existence que je préfère à toute autre. Si vous me serrez dans vos bras, je jouis d'un bonheur au-delà duquel je n'en conçois point. Il y a quatre ans que vous me parûtes belle, aujourd'hui je vous trouve plus belle encore. C'est la magie de la constance, la plus difficile et la plus rare de nos vertus".
Sentire, amare, ascoltare, guardare, carezzare, essere stretto tra le sue braccia: chiunque sia stata Louise-Henriette per Denis (e si sa bene chi fu), per chi legge quelle parole, Sophie, nome tanto pudicamente loquace, è allegoria della vita, quando questa diviene saggia.
La si trova bella, nel momento in cui la si conosce. Trovarla ancora più bella, anno dopo anno e quando gli anni cominciano a crescere da soli e, con essi, la chiara percezione che fuori di un tempo ormai divenuto nemico non c'è più tempo se non per il desiderio morboso che presto giunga un non-tempo, trovarla ancora più bella, Sophie come la vita, è effetto di una virtù: la costanza. La costanza di vivere.
Il momento è ciclicamente propizio ai voti. Ed ecco l'augurio che Apollonio fa ai suoi due costanti lettori e a se stesso: nutrire la forte virtù che consente di mettere a tacere la voglia di concedersi al non-tempo. E di trovare ancora bella, anzi ancora più bella, Sophie, la vita.

20 dicembre 2010

Upside-down

Noam Chomsky ha di recente concesso una lunga intervista alla Rete 2 della Radio della Svizzera Italiana: su temi politici. Perché anche questa modesta tribuna? Perché "il metodo nell’analisi linguistica e nel decriptaggio della politica e della propaganda è in sostanza lo stesso".
Ilare e al tempo stesso sconsolato, Apollonio non sa dire se, più che adontarsene, dovrebbe preoccuparsene chiunque abbia un po' di sale in zucca: come incessantemente si ripete, si tratta infatti, oggi, del "più celebre degli intellettuali a livello mondiale".
Sarebbe ad ogni modo il caso che se ne preoccupasse chi fa il linguista: ammesso e non concesso che tale professione sia compatibile col sale in zucca (come si è ricordato in un post di qualche mese fa, Antoine Meillet, per es., si pronunciò per l'incompatibilità).
All'andazzo della disciplina (e del mondo accademico in cui la disciplina vivacchia), Chomsky si è rivelato ben adeguato: lo si sa bene ormai da un cinquantennio. Non sarà però perché, come ogni altro essere umano ma attingendo personalmente il sublime, per dote innata egli è ricorsivamente ed infinitamente scemo?

L'intervista (e l'immagine).

28 novembre 2010

Concordanze

"[...] anche lui «scenderà» in politica e la sua non sarà un «ingresso» ma una «discesa»": così a p. 16 di un librino ancora caldo di tipografia, dal titolo Sulla lingua del tempo presente, preso al volo dagli scaffali d'una libreria di aeroporto (ohibò!) sul farsi del giorno e prima che Apollonio si rendesse conto, ad apertura del quotidiano che teneva sotto il braccio, che esso era tempestivamente già segnalato da opportuna recensione elogiativa.
Per gli amatori della lingua, come si suppone siano i due affezionati lettori di Apollonio, l'inusuale modulo d'accordo per genere è l'aspetto di maggiore interesse delle complessive cinquantotto pagine. Lo si offre qui a un'eventuale modesta riflessione stilistica e grammaticale, come semplice dato.

16 novembre 2010

Trucioli di critica linguistica (1): "Io sono Giulietta"



Da un enorme manifesto, in aeroporto, Uma Thurman guarda intensa chi passa: sullo sfondo ma al centro, un'auto italiana, d'una marca tradizionalmente sportiva. Tutto il resto sta sullo scuro: un'assenza di colori da lutto. L'attrice è però immagine di un candore perverso (come ognuno sa) e l'auto è bianca. Le luci posteriori sono vivamente rosse come le labbra in primo piano, rosse d'un sangue vivo e pronte ad aprirsi per dire, a grossi caratteri: "Io sono Giulietta e sono fatta della stessa materia di cui sono fatti i sogni".
Il riferimento è corrivo e, a partire dalla metà del Novecento, consolidato nella cultura popolare italiana. Del resto, la marca automobilistica ha Romeo come parte del suo nome. Quasi sessanta anni fa, apparve dunque Giulietta, come nome di un fortunato modello, che risuona esplosivo nella memoria degli Italiani, però, non solo per il menzionato carattere sportivo e perché fu un'auto simbolo del cosiddetto boom economico.
Capitava infatti fosse l'auto d'elezione, al Nord, di caserecce, ma non per questo meno sanguinarie, bande di gangster. Ricorreva di conseguenza nella cronaca nera, in appassionanti racconti di inseguimenti e conflitti a fuoco. Imbottita di tritolo, poi, un'auto con quel nome fu, al Sud, lo strumento di un subdolo e sanguinoso attentato: il primo del genere di matrice mafiosa (come poi si sarebbe preso a dire). Un'auto, insomma, con molte storie da raccontare, anche tragiche e intrise di rosso.
Con naturalezza, di conseguenza, può trovarsi impersonata da una testimonial che ha avuto ruoli in pellicole paradigmaticamente sanguinolente. Anglosassone, certo, ma nel caso specifico apparente interprete, in quanto Giulietta, di una favola di ambiente veronese e, per eccellenza, italiano: sostanziata, proprio in quanto italiana, di apparenza.
Per straniante contatto, del resto, la dichiarazione di identità s'intreccia con la celebre sortita di un personaggio che fa Prospero di nome ma sta nella tempesta e sopra un'isola fantastica, tra i poli italiani di Napoli e Milano. Di fatto e non di nome, non s'immagina forse così il potenziale acquirente di quell'auto sportiva? Titolare di una tempestosa prosperità, nel caso marcato e vagamente malavitoso, o di una prosperità nella tempesta, nel caso non-marcato di un'evasione benpensante.
Non s'indigni a questo punto il lettore del volgare saccheggio, a scopi mercantili (e qui, parassiticamente, di commento), da uno dei più preziosi tesori dell'ingegno. Non c'è perla di tale ingegno che la stupidità non possa far sua in un attimo. La colpa è sempre dell'ingegno, che si picca di proferire pubblico verbo. Lo fa perché si affida all'idiozia che, evidentemente, lo rode dal di dentro come un tarlo. Concessosi l'ingegno alla sua propria idiozia contrastiva, non c'è da stupirsi se dentro le sue mura, a quel punto inutilmente turrite, cominci inarrestabile a montare l'idiozia del mondo, per il principio dei vasi detti (non a caso) comunicanti.
Ma qui, appunto, di ciò, che importa? Importa invece che il pretesto di quel testo (e del presente), il topico in funzione del quale essi si ordinano, sia appunto quell'auto italiana. Essa è simbolo paradigmatico della commedia dell'apparire sociale, certo, ma anche, in quanto italiana, di dubbia affidabilità e di precario funzionamento meccanico. La temperie (o la tempesta) vuole, poi, che abbia a farsi strada, per opposizione, in un segmento del mercato internazionale saldamente presidiato da auto sportive tedesche. Anche queste convogliano valori di apparenza, naturalmente. Per etica protestante, li scontano tutti, però, col prevalente stigma di una meccanica solidità, della promessa di una persistenza non ultra-umana ma disumana.
Su tale campo, l'auto sportiva italiana non può competere, quanto almeno all'immaginario (per il resto, chi lo sa?). Come pregi, ha però dalla sua i suoi difetti. È transeunte? E non è transeunte il fascino? È effimera? E non è forse tanto più oltracotante quanto più effimera la bellezza?
Come la carne umana, che è apparenza fatta dei sogni di chi l'accarezza, l'auto italiana è destinata velocemente a decadere, a sfasciarsi. Il disumano rigore di un'etica protestante è nitore negli annunci pubblicitari delle auto tedesche concorrenti. Ma quel nitore è agghiacciante. A esso si oppone l'eccitante e incerto chiaroscuro (e più scuro che chiaro) di un'attitudine morale controriformisticamente post-moderna.
Meglio, ci dice quel manifesto, il sangue e la perdizione; meglio il gusto dolciastro o amarognolo di dubbie moralità che si riscattano nella consapevolezza dell'essere sogni, ombre pronte a svanire. Meglio restare, irriverenti ma modesti, nel sacro recinto del limite. Ebbri di piacere per una meccanica, come l'umana, imprecisa e precaria, meglio ascoltare l'ammonimento morale che ne sortisce: un'auto che sia anche un memento mori.
"Senza cuore" - conclude del resto perentorio il manifesto: ed è una macchina che parla - "saremmo solo macchine". Non immortali, come dicono di sé (e sono autentiche venditrici di fumo morale) le auto tedesche. Ancora meno che umani, invece, perché "senza cuore" nel culto della finitura: privi soprattutto del riscatto che assicurano la finitezza e la morte.

14 novembre 2010

Dans le miroir

"Nul autre romancier de langue espagnole - écrit Ignacio Ramonet de Mario Vargas Llosa, à qui il consacre un article dans le numéro de novembre 2010 du Monde diplomatique - ne possède comme lui l'art de captiver le lecteur, de le ferrer dès les premières lignes et de le plonger dans des trames haletantes où les intrigues se succèdent, pleines de passions, d'humour, de cruauté et d'érotisme". À coté, il y a la carrière d'intellectuel engagé dans la politique du prix Nobel 2010. Jusqu'à la fin des années Soixante et en tant que membre d'"une géneration de talentueux jeunes écrivains - Gabriel García Marquez, Julio Cortázar, Carlos Fuentes... tous de gauche", comme le rappelle Ramonet avec obstination, Vargas Llosa milita à gauche; mieux, à l'extrême gauche, à l'appui des guérillas latino-américaines et de leur lutte armée. Puis, soudainement, il fit une conversion vers la droite, devenant un "agitateur ultralibéral", qui récemment, par exemple, "a légitimé l'invasion de l'Irak en 2003 et justifié le coup d'État de juin 2009 en Honduras".
La clôture de l'article de Ramonet est savoureuse. Elle reporte verbatim des propos émis par l'écrivain péruvien au sujet de Louis-Ferdinand Céline. Parmi d'autres "personnages peu estimables qui sont cependant d'extraordinaires écrivains", d'après Vargas Llosa, l'auteur de Voyage au bout de la nuit fut "un extraordinaire romancier" mais aussi "un personnage répugnant".
Le problème reste, toutefois, et la trouvaille conclusive de Ramonet n'aide pas à le résoudre. Au contraire, elle le pose encore une fois de façon aiguë. Que l'on trouve répugnant qui nous est semblable quand il a changé de camp, finalement, c'est très facile. Ce qui est difficile, c'est de comprendre que, par ce changement, il n'est devenu qu'un miroir révélateur. Ce qui est difficile, c'est d'admettre qu'on aurait déjà dû le trouver répugnant quand il était carrément comme nous-mêmes, quand il était des nôtres et professait les mêmes idées que nous. Ce qui est difficile, c'est de se trouver, en lui, répugnant.

26 ottobre 2010

Miliardo

Circa dieci anni fa, nell'espressione pubblica italiana, miliardo quasi sparì dall'uso. Per convenzione sociale, naturalmente. Era l'epoca dell'adesione dell'Italia all'euro. Non è trascorso gran tempo: i due lettori di Apollonio, qui chiamati a testimoni, non possono essersene già scordati. Tutti quelli che fino a pochi giorni prima, in lire, parlavano di miliardi, eccoli lì compunti a computare solo milioni. Per garbo, certo. Non per la ragione che, in euro, non si potesse ancora e sempre arrivare a miliardi. Ma miliardo era, appunto, uscito dall'uso linguistico pubblico costumato. Miliardo c'era sempre ed era concepibile anche in funzione dell'euro, ma non faceva fine dirlo. Si sarebbe data l'impressione che nulla era mutato e non era quella l'impressione che si voleva dare, appunto.
Oggi miliardo è tornato in gran pompa: ne siano di nuovo testimoni gli affezionati lettori. Sono bastati dieci anni e, come moderatore degli usi linguistici, l'euro si è già slabbrato e consunto. Li vedi, adesso, quelli che dicono miliardi, come arrotano le lingue quando calcolano in euro, senza più freni né pudori.
Di economia, Apollonio non capisce un'acca ma teme non si tratti di buon segno. Il ritorno di miliardo nell'espressione pubblica italiana, gli pare, non revoca certo in dubbio che la faccenda dell'euro sia stato un buon affare ma induce ancora di più a chiedersi per chi.

Vuotare il mare dell'espressione

A un'ora e in una luce incerta, sul treno verso un aeroporto. A giro di sguardo, siamo in cinque nella carrozza, tre uomini, due donne. Nessuno giovane, nessuno vecchio. Fradici: fuori piove a dirotto e arrivare in stazione non è stato facile. Accanto al proprio piccolo bagaglio d'ordinanza, ciascuno sta chiuso nel suo cappotto e nei suoi pensieri, che, si vede e quasi si sente, non devono essere lieti. Pensieri che sono ovviamente lingua. Interiore. Ma, per il linguista e per la sua presunta esperienza euristica, cos'avrebbe di meno dell'esteriore l'interiore che ininterrotta fluisce nella carrozza di questo treno come, in questo momento e da tempo immemorabile, ovunque nel mondo ci sia o ci sia stato un essere umano?
Che americanata l'idea (ma tale la si può definire? O fola e imbroglio?) di un'astratta infinitezza, se confrontata col mare reale dell'umana espressione: concreto, finito (come potrebbe essere altrimenti? Umano, s'è detto). E pure, a immaginare di afferrarlo in un pensiero, interminato.
Che insensato e infantile programma ha da millenni chi dice di occuparsi della lingua, se pretende neppure soltanto di capire tale mare ma addirittura di spiegarlo. Se si illude, per far ciò, di riuscire a vuotarlo coi paiolini bucati di un'arcigna dottrina filologica e di un risibile armamentario grammaticale.

20 ottobre 2010

Da Lc. 9, 60

Come i suoi due affezionati lettori sanno, ormai da qualche anno Apollonio ha eletto a dimora, sempre più esclusiva, una Citera interiore ma per nulla solitaria. Tiene lontano da essa, come può ma con cura, il suo povero affaccendarsi medesimo, oltre che l'altrui, la cui eco gli giunge fievole ma non tanto da non rendergli palese che, non solo nella sua disciplina ma nell'insieme di fenomeni sociali e culturali che riguarda la lingua (e l'italiano in particolare), c'è un rinnovato agitarsi.
Accade periodicamente: un tempo l'agitarsi che aveva a pretesto la lingua (e l'italiano in particolare) aveva cadenze che superavano la brevità di una normale vita umana. Nell'epoca presente, quella che gli piace definire modernità putrefatta, succede a ritmi più serrati, tanto che, nell'arco di sua vita fin qui trascorso, Apollonio ha potuto farne più di un'esperienza: sono anche effetti collaterali del prolungarsi (quanto di valore?) di un sempre più largo e generale permanere delle esistenze, tra le quali la sua medesima.
Gente pensosa ha ricominciato ad agitarsi intorno alla lingua, dunque, ed è tutto un fiorire di iniziative, in cui c'è chi dice come, con la lingua, dovrebbe andare e invece, a suo parere, non va; c'è chi va a caccia di cariatidi disciplinari eleggendole a feticci di presunte restaurazioni di antichi valori; c'è chi continua a fare l'insignificante nulla che ha sempre fatto, verniciandolo (con l'aiuto di interessati complici) della qualificazione di nuovo (o novo, come per memoria ascoliana verrebbe fatto di scrivere), certo del potere di ulteriore inebetimento che l'evocazione di tale disgraziato aggettivo ha sempre esercitato sulle menti già sciocche.
Un formicolare che, Apollonio non sa perché, nella sua laica memoria risveglia il ricordo di catechismi infantili, con quella tremenda sentenza, di cui già allora si chiedeva ragione e di cui solo adesso, rovesciandola, ha l'impressione di intuire (ma solo appena) il valore, pacificandosi con il mondo se non con se stesso: "Lascia i morti disseppellire i loro morti".

13 ottobre 2010

À la mode de Bouvard et Pécuchet

Syntaxe: Studia come le parole si combinano fra loro quando si uniscono per produrre testi, orali e scritti. Moyenne, diathèse: Mancante in italiano [...]. Attraverso la forma media è [...] possibile, all'interno della coniugazione verbale, indicare una più intensa partecipazione del soggetto all'azione. Finales, propositions: Indicano con quale fine viene compiuta o verso quale obiettivo tende l'azione espressa nella proposizione reggente.
Il s'agit de quelques passages tirés de grammaires italiennes réputées et très répandues. À l'instar de Gustave Flaubert, on les a simplement mis sous la forme qu'ils auraient en tant qu'entrées exemplaires d'un dictionnaire des idées linguistiques reçues, sans les changer d'une virgule et comme échantillon d'un travail qui mériterait bien d'être mené jusqu'au bout.
Les références ne sont pas importantes, ici. L'une grammaire vaut l'autre et même le choix de l'italien, ce n'est qu'un prétexte. Il n'est pas même dit qu'il soit le prétexte le meilleur. Dans les grammaires, toutefois, l'accent ne tombe pas sur la langue mais sur la métalangue. N'importe quelle langue, même l'italien, si déjà soumise au traitement des grammairiens, et l'italien l'a largement été, est donc appropriée à la besogne. En effet, peut-on imaginer une grammaire d'une langue quelconque où une proposition appelée finale n'indique pas con quale fine viene compiuta o verso quale obiettivo tende l'azione espressa nella proposizione reggente?
D'ailleurs, on n'a pas cité ces exemples typiques d'une prose grammaticale pour les censurer ni pour dire, par rapport à la langue qui leur donne l'occasion d'exister, qu'il s'agit d'affirmations incorrectes ou bien fautives. La grammaire est le missel d'un rite qui se réalise en soi même. Elle n'est pas soumise à la preuve. Sa Stimmung dépasse toute question de correction car, à vrai dire, elle fonde la correction même. Elle est la source de toute pensée grammatically correct.
Vox populi, vox Dei est l'une des deux épigraphes qui introduisent le Dictionnaire des idées reçues et, parmi les voix par lesquelles la civilisation occidentale s'exprime, celles des grammaires et des grammairiens ne manquent pas de "popularité" et, donc, de "divinité". D'où l'hypothèse que, comme on l'a toujours conçue et comme on ne peut que la concevoir, la grammaire n'est à vrai dire qu'un dictionnaire déguisé: un dictionnaire d'idées reçues. L'hypothèse pourrait peut-être contribuer à éclaircir quelques aspects d'un mystère véritable: l'inefficacité de la linguistique. Contre la grammaire, fatras d'indéracinables idées reçues, les efforts de toute intelligence raisonnable sont vains. Deux siècles de linguistique prétendue scientifique le démontrent de manière irréfutable et, d'ailleurs, Ferdinand de Saussure l'avait bien prévu.
À l'Université de Montpellier, début 2011, avec toute la gravité nécessaire, un synédrion de grammairiens francophones va se poser la question "comment peut-on écrire une grammaire?" "Mais à la mode de Bouvard et Pécuchet - c'est la réponse que Apollonio, d'un esprit solidaire et fraternel, veut leur proposer, en tant que modeste suggestion -. Sous des formes toujours variées, ne l'avez-vous pas fait jusqu'à présent? Soyez tranquilles, chers et aimables collègues: vous continuerez à le faire".

10 ottobre 2010

Futuro

Il passato è svanito. Averne consapevolezza è sempre stato faticoso, del resto.
Il presente è disgustoso. Le sue prassi sono certo più facili di quelle imposte dalla consapevolezza del passato. Sono però tutt'altro che esenti da rischi e responsabilità.
Agli uomini pubblici non rimane dunque che il futuro. Parlarne, facendo sembiante di frequentarlo come fosse il cortile di casa, è agevolissimo, non comporta responsabilità di sorta ed è privo di controindicazioni, se non per l'intelligenza propria e di chi ascolta. Ma di quella, com'è noto, e grazie al cielo, non importa niente a nessuno: ciò è garanzia, nei rarissimi attimi in cui balugina, della sua autenticità.
I due lettori di Apollonio l'hanno di certo già notato: futuro è la parola del momento. Il futuro ha insomma un grande presente e, tra le ragioni del suo presente successo, c'è anche, in chi lo nomina (il numero fa ormai legione), il desiderio di obliterare così il ricordo di passati imbarazzanti e neanche troppo remoti.
Ora, le grammatiche scrivono che il futuro è un tempo e i loro propalatori, creduloni, come tale l'impartiscono alle anime innocenti che sono loro affidate, quando ci riescono (ormai sempre più di rado).
Invece, nella lingua, prima di essere un tempo, il futuro è un modo. Se gli capita (come gli capita) di fare il tempo, glielo consente appunto la sua natura di modo.
Così non fosse, non sarebbe possibile allontanarsi dalle frotte di ciarlatani che oggi e sempre abusano di futuro e del futuro con il solo breve commento che, accompagnato da una scrollata di spalle, meritano i loro vuoti discorsi: "Sarà...".

11 settembre 2010

"Carnalivaru o cu ci va appressu"?

"Il mondo in balia di un idiota" è il titolo dell'articolo di spalla che oggi, 11 settembre 2010, compare sulla prima pagina di un importante quotidiano italiano. Lo firma il direttore. L'idiota (è appena il caso di dirlo) è quel religioso americano amante, a suo dire, dei roghi.
A margine delle dichiarazioni di intenti del pastore, dell'articolo dell'illuminato direttore e di tutto l'assordante e caotico rumore che intorno a quelle dichiarazioni è stato fatto, nessun commento è migliore, a parere di Apollonio, di quello fornito dalla saggezza popolare espressa in un tradizionale detto siciliano: "Cu è chiù fissa, Carnalivaru o cu ci va appressu?" [Chi è più stupido, Carnevale o chi gli va dietro?].
Il mondo in balia di un idiota? Quando mai! Come sempre, il mondo in balia degli innumerevoli stupidi che stanno nel codazzo di un idiota, anche solo per atteggiarsi facilmente a critici, e che amplificano con le proprie idiozie l'eco delle sue, altrimenti insignificanti, sovente per calcolo sconsiderato di interessi meschini.

3 settembre 2010

Frammento di un breviario d'osservanza

Quanto alla conoscenza, il limite destinerebbe l'uomo a una sola, negativa certezza: quella dell'ignoranza e dell'errore.
In ogni àmbito sperimentale, all'apparire di uno spirito orientato alla scepsi può seguire il formarsi, teoretico e metodologico, di una scienza. Si sta naturalmente dicendo di una vera scienza, non delle parodie, tanto più grottesche quanto più benavventurate, che ne usurpano il nome, in ogni campo dell'umana esperienza.
Lo spirito zetetico della scienza ha come bersaglio ogni assoluto, anche l'estremo: la certezza dell'ignoranza e dell'errore. Teorie e metodi della scienza mettono alla frusta, aleatoriamente (di più non si potrebbe), tale certezza.
Ne segue che, in funzione della conoscenza, con la scienza l'uomo aspira a privarsi anche della sua ultima giustificazione morale, del sicuro riparo procuratogli dalla sua naturale destinazione all'ignoranza e all'errore. Più si riduce l'ombra pietosa di tale riparo, più cresce la luce della responsabilità: cresce, in principio, verso l'infinito. E la luce, cruda e impietosa, svela che a portare la responsabilità è un essere che ha nel limite il suo stigma e, se di salute si tratta, forse la sua sola salute.
Il paradosso è lancinante ed è la condizione d'esistenza di una conoscenza saggia e, per quanto si può, cosciente: fuori della violenza ipocrita e dell'efficace imbroglio che si impadroniscono sovente di intraprese che si dicono scientifiche, rendendole false sin dai loro primi vagiti.
Una scienza che vende certezze, colpevolmente priva della consapevolezza d'essere invece chiamata a incalzare la certezza fino al suo estremo ridotto, una scienza reticente quanto al paradosso da cui prende origine e che inflessibilmente la determina, una scienza imbonitrice e consolatoria è impostura, lo si sappia. Gonfiandosi e insuperbendo, l'impostura diventa troppo umana. Può muovere perciò chi la smaschera a una sdegnosa rabbia.
Se le accade di diventare troppo umana, tuttavia, è perché l'impostura è semplicemente umana, in fondo. È faccetta inalienabile e rivelatrice di ciò che è proprio dell'uomo: la povertà di spirito che gli impone d'affaccendarsi, senza requie. A chi la scorge (e oggi non ne mancano occasioni), la scienza come impostura può solo ispirare, dunque, la riflessiva e amara simpatia, la compassione solidale ma non complice che si destina al ciurmatore colto sul fatto.
Un esempio recente, che sfiora pericolosamente la linguistica, e la sua momentanea conclusione.

2 agosto 2010

Lubrificare il mutamento



Con un po' d'olio, il meccanismo del mutamento (linguistico) si muove meglio, sarebbe il caso di commentare. E si sta movendo all'unisono chi guarda, ascolta e legge questo annuncio (che passa oggi in televisione) e, giustamente, non ci trova nulla di strano: la pubblicità asseconda le tendenze, quelle linguistiche prima di tutte le altre e chi la guarda si guarda allo specchio. Chi, invece, nota qualcosa non s'impanchi a censore, per carità, ma goda del piccolo spettacolo, condita sineddoche (con altra facile associazione figurata) del grandioso e inesausto movimento della lingua.