Non c'è genere, specie, modo, forma dell'espressione umana che non possa fare da pretesto a una riflessione linguistica, se da pretesto, a bene intendere, le fanno persino le lingue.
17 giugno 2023
31 maggio 2023
Per l'ultima volta, in un'aula universitaria dalla parte della minoranza
Coloro che frequentano questo diario perdoneranno l'anziano Apollonio se, nell'occasione, prova a intrattenerli e a intrattenerle, sempre che lo vogliano, con una nota a suo modo personale. Promette che non la tirerà troppo per le lunghe.
Lo sanno: il suo alter ego bazzica da più di mezzo secolo per le aule universitarie. Da quarantotto anni, lo ha fatto anche e via via soprattutto dalla parte della minoranza.
Così egli definisce, con semplice tratto osservativo, la situazione di chi si dice insegni: modo di esprimersi più corrivo e oltremodo più impegnativo. Gente che abbia qualcosa da insegnare e che sappia farlo ce n'è stata, ce n'è e ce ne sarà sempre poca.
Minoranza vs. maggioranza è invece un semplice criterio di opposizione, realizzato sovente se non di norma come singolare vs. plurale. Ed è testimoniato ed evidente, concreto, tangibile già nel modulo costruttivo e di arredamento degli spazi deputati.
Ci sono tante seggiole, disposte in più file, da una parte; ce n'è solo una, sovente inutilizzata, o ce ne sono poche, dall'altra, e disposte, caso mai, in una fila unica.
A ciò, prima che a ogni altra speculazione teoretica o morale, un osservatore marziano ancorerebbe un'onesta descrizione dei riti che si svolgono in quegli spazi. E, come si sa, sovente anche il più stupido marziano vede le cose della Terra più acutamente di come le veda il terrestre più sveglio.
Ebbene, tornando alla vicenda dell'alter ego di Apollonio, il suo primo ingresso in un'aula universitaria nella collocazione di tendenziale singolarità e di certa minoranza appena descritta avvenne l'undici dicembre 1975, nella precaria veste che gli si addiceva. Lo testimonia irrefragabilmente il documento qui esposto. Senza il suo supporto, dichiara l'alter ego, non avrebbe potuto essere così preciso. Ma, disordinato, tiene una sorta di archivio.
In effetti, la memoria si sarebbe limitata a dirgli genericamente l'anno accademico e se è facile, per lui e per Apollonio, immaginare ancora oggi quanto fosse coinvolto dall'impegno quel non ancora ventitreenne e quanto l'incoscienza tipica dell'età l'abbia non paradossalmente soccorso, allora e nel séguito, può assicurare (ed è certo d'essere creduto) che non ci furono cerimonie nell'occasione, com'era ovvio. Niente ballo del debuttante, insomma.
L'undici dicembre 1975, entrò in aula, fece il suo lavoro e passati i quarantacinque minuti (questo era l'uso) andò via, salutando il centinaio di quasi coetanei e coetanee che se lo erano trovato davanti e che ebbero così ad assistere a ciò che per lui (solo per lui) fu un evento.
Non è successo nulla di diverso oggi, trentuno maggio 2023. L'alter ego di Apollonio è entrato in un'aula universitaria dalla parte della minoranza: per l'ultima volta. Niente cerimonie. Apollonio, solo estraneo, per dire così, presente al rito, c'era e può testimoniarlo: due dozzine di ventenni, da una parte, lui, dall'altra.
Del resto, ad assicurare all'alter ego, tempo fa e a Zurigo, prima un'entrata in scena comme il faut e, dopo venti anni di servizio, un'uscita appunto scenografica e che resterà per sempre cara al cuore fu il suo sincero datore di lavoro elvetico; una gloriosa istituzione cui nulla egli può rimproverare; tanto meno di mancare di garbo e dei correlati modi nei confronti di chi le reca il suo contributo (che nel suo caso specifico non si ardisce pensare sia stato recato ad aumentare quella gloria, piuttosto a non portarvi eccessivo nocumento).
La bella festa fu, ora lo si può dire, una tappa di avvicinamento al traguardo odierno, perché per l'autentica e definitiva ultima volta l'alter ego di Apollonio è entrato in aula dalla parte della minoranza oggi e a Palermo; lì dove, testimonia il documento, l'aveva fatto per la prima volta quasi quarantotto anni or sono.
Come per quel suo lontano debutto oggi è arrivato, ha fatto il suo lavoro e, passato il tempo dovuto, è andato via, salutando la ventina di nipoti ideali che se lo sono trovato davanti e hanno assistito in tal modo a ciò che per lui è stato l'evento cui Apollonio consacra questo frustolo.
Lo fa, si badi bene, per dire come per il suo alter ego si sia trattato di un addio a un mirabile arcano. Ancora oggi, trentuno maggio 2023, l'ormai prossimo settantunenne, nella sua condizione di minoranza, si è sentito infatti quasi coetaneo della maggioranza presente in aula, composta di ventenni.
Come s'è narrato, era stata la medesima cosa la prima volta e allora con buona ragione. Ma così non ha mai smesso di essere nelle centinaia e centinaia di volte comparabili, per quasi cinque decenni e, lo si comprenderà, sempre più miracolosamente.
Fino a oggi, trentuno maggio 2023. Perché oggi l'incantamento che prese l'alter ego di Apollonio l'undici dicembre 1975 di botto è svanito. E con esso i suoi venti anni.
6 maggio 2023
Sommessi commenti sull'Ultra-Moderno (4): Guardoni ed esibizionisti
Nel Moderno, il numero degli esibizionisti era ancora minore, molto minore di quello dei guardoni: a chi capitava di esibirsi, non mancavano certamente i guardoni e poteva trarne un gusto che, dandosi casi diversi, poteva essere ripugnante o una ripugnanza che poteva essere gustosa.
L'Ultra-Moderno è tale anche perché ha rovesciato il rapporto in questione: per quanto i guardoni possono essere aumentati di numero e certamente lo sono, il numero degli esibizionisti è cresciuto oltre ogni limite, anche per via del crollo del pudore, tra le antiche virtù ormai la meno praticata.
Nella temperie ultra-moderna, per un solo guardone, fosse anche uno di quelli che a coltivare la propria inclinazione mettono il massimo impegno, ormai ci sono frotte di esibizionisti. Costoro sono perciò sovente frustrati e insoddisfatti: "Mi esibisco, ma per chi, se nessuno mi guarda?"
Frustrati a tal punto, gli esibizionisti, da essere singolarmente ridotti, con bizzarro corto circuito, a fare i guardoni di se stessi, per un universale trionfo di un ancora più perverso narcisismo.
[Il generale maschile di questo frustolo è naturalmente solo convenzionale e, malgrado oggi si parli tanto di corpo, l'esibizionismo cui ci si riferisce, come d'altra parte il correlato voyeurismo, non ha la materia corporale come oggetto necessario e forse nemmeno come principale.]
10 aprile 2023
Palermo
"La strada adesso era in leggera discesa e si vedeva Palermo vicina completamente al buio. Le sue case basse e serrate erano oppresse dalla smisurata mole dei conventi; di questi ve ne erano diecine, tutti immani, spesso associati in gruppi di due o tre, conventi di uomini e di donne, conventi ricchi e conventi poveri, conventi nobili e conventi plebei, conventi di Gesuiti, di Benedettini, di Francescani, di Cappuccini, di Carmelitani, di Liguorini, di Agostiniani... Smunte cupole dalle curve incerte simili a seni svuotati di latte si alzavano ancora più in alto, ma erano essi, i conventi a conferire alla città la cupezza sua e il suo carattere, il suo decoro e insieme il senso di morte che neppure la frenetica luce siciliana riusciva mai a disperdere. A quell'ora, poi, a notte quasi fatta, essi erano i despoti del panorama [...].
Il coupé appesantito andò più lento, contornò villa Ranchibile, oltrepassò Terrerosse e gli orti di Villafranca, entrò in città per Porta Maqueda. Al caffè Romeres ai Quattro Canti di Campagna gli ufficiali dei reparti di guardia scherzavano e sorbivano granite enormi. Ma fu il solo segno di vita della città: le strade erano deserte, risonanti solo del passo cadenzato delle ronde che andavano passando con le bandoliere bianche incrociate sul petto. Ai lati il basso continuo dei conventi, la Badia del Monte, le Stimmate, i Crociferi, i Teatini, pachidermici, neri come la pece, immersi in un sonno che rassomigliava al nulla":
La letteratura rimane testimonianza autentica dei luoghi, delle genti, delle cose. E dietro le sconce apparenze, grazie forse soltanto alla letteratura, una verità si può solo immaginarla: severo paradosso.
Per sapere di Palermo, restare in poltrona a leggere Il Gattopardo vale ben più di una visita. Anzi, la visita è sconsigliabile a chi non vuole fare la comparsa nella volgare messa in scena di sconce apparenze, oggi corrente.
6 aprile 2023
Linguistica da strapazzo (51): "Mi porta una birra?"
In un abito démodé, seduto a un tavolino del dehors (dehor, nello scritto, ormai per molti e senza scandalo), "Mi porta una birra?" lancia da lontano l'antiquato avventore al cameriere. E questi, di rimando e senza avvicinarsi, sciorina "Vuole una ***, una ***, una ***, una *** o una ***?". Invece di rispondere, dando effetto alla "comanda", ecco l'anziano già perso nel ricordo contrastivo di espressioni del tempo della sua gioventù.
Ora è più di mezzo secolo: la bevanda in questione era oggetto di un consumo alimentare probabilmente ancora minoritario, nel Bel paese. Né a chi la consumava passava allora per la testa di designarla, quando era il caso, se non con un nome comune o, forse meglio, non-proprio: birra. Anche con articolo indeterminativo (che, mai scordarlo, è un numerale): quindi una birra, per via del banale tropo implicitamente metonimico che rende combinabile con la categoria grammaticale del numero un cosiddetto mass noun.
Rientrando nel locale, privo del dato che avrebbe reso perfetta e pertinente la richiesta, "Tre caffé e tre acque frizzanti" grida di conseguenza il cameriere al ragazzo dietro il banco. Quel tipo sarà servito quando saprà e dirà cosa precisamente vuole, proferendo il nome di una marca.
Altri tempi, sotto molteplici aspetti, quelli in cui "Mi porta una birra?" era una bastevole ovvietà. A farle guerra e a sommuovere un'area commerciale e comunicativa che, fin lì, era stata dormiente fu una campagna pubblicitaria fortunatissima.
Il suo pay off divenne un tormentone: "Chiamami Peroni, sarò la tua birra". La campagna contava sul contributo di un'appariscente testimonial, non a caso esageratamente bionda e, per stereotipo, dai palesi tratti germanici (le rosse, le brune erano ancora lontane dall'orizzonte comune).
Ammiccando, dalle labbra della ragazzona sortiva, con l'imperativa richiesta di appello per nome proprio, la dichiarazione di correlata, futura disponibilità: insomma, se non l'attesa di una proposta di matrimonio, almeno quella di una relazione tanto stabile da comportare conoscenza e uso di un nome proprio. Anche se sempre venale, si badi bene, come relazione. Ma c'è commercio che non lo sia? Allusivamente, come poteva esserlo quello che viene detto, per luogo comune, il più antico del mondo. Altri tempi. Poco politicamente corretti e, ciò che è più grave, senza saperlo: lo si era annunciato.
Dare però un nome proprio a qualcosa che un nome ce l'ha già, ma non-proprio (o comune, come si dice tradizionalmente), è impulso umano incoercibile, a determinate condizioni. Altrimenti perché, appena alla luce, anzi, ancor prima di nascere, un bimbo diventerebbe Pietro o Leonardo e una bimba Giulia o Sofia?
Il commercio amplifica a dismisura tale impulso, in tutte le sue faccette e per i suoi trasparenti scopi. Ingigantisce così a dismisura anche il saprofitico numero di esperti, di saggi, di scuole sul branding: non la minore delle sue comiche conseguenze.
Nella sfera dell'alimentazione, per esempio (ma sulla scorta di molte altre), ormai non c'è prodotto la cui menzione non sia investita da un processo di valorizzazione metalinguistica: funzionalmente, questo è quanto la tradizione grammaticale pone sotto l'etichetta di nome proprio (né si può dire che l'etichetta, presa come sempre alla lettera, non abbia provocato e non provochi tra i dotti interminabili discussioni, com'è tipico delle questioni di lana caprina, per dirla con Galilei).
Insomma, mela? Arancia? Patata? Cipolla? Banana? Giammai. Integri ciascuno i nomi propri correlati: Apollonio non vuole che questo suo frustolo sia sospettato di fare pubblicità occulta, fuori dell'esempio stagionato che, come pretesto, gli ha procurato l'avvio.
E Corbezzolo di Roccacannuccia, pardon... Pistacchio di Bronte è un campione del moltiplicarsi o piuttosto della vera e propria inflazione delle denominazioni che si vogliono protette: protette come nomi. Tutti, nelle loro molteplici forme, rappresentano ormai caricaturalmente il fall out dell'esplosione di una (interessata) libido nominandi.
Per ciò che vale (spesso, fuori della metalingua, nulla), un nome proprio costa e si paga. Sono le pratiche del commercio, non c'è bisogno di ribardirlo. Ma come non vedere, antropologicamente, in una libido siffatta la reazione morbosa e parossistica alla ferita che, in una temperie in cui non c'è cosa e non c'è prassi che non sia di massa, procura il sentimento morale di un crudo e universale anonimato?
"E la mia birra?" "Se non mi dice quale..." "Una birra, le ho detto, che mi disseti. Del nome poco mi cale."
31 marzo 2023
Nomi propri e "Zeitgeist"
A contare o ad avere contato una Aurora tra le proprie nonne, non sono oggi in molti e in molte. E qualunque sia il loro numero, sarà certamente inferiore di quello di coloro che hanno una Aurora come nipote.
Aurora, con Giulia e Sofia, è tra i nomi prediletti da genitori e genitrici per le loro (peraltro ormai scarse) bambine e, trattandosi di un nome ancora apertamente parlante (a differenza degli altri di successo), ci sarebbe da chiedersi come mai.
In effetti, questo presente non pare tempo di aurore. È tempo di (spesso inconsapevoli) contraddizioni però e forse le tante Aurore sono appunto tali per antifrasi. Sono le Aurore dell'occaso.
Or sono pochi anni, ossimoro divenne parola di un'atteggiata moda espressiva che, come tutte le mode, è presto tramontata. Ciò non significa che di contraddizioni il tempo non abbia continuato ad abbondare.
Tra i due gruppi menzionati in apertura, Apollonio si iscrive nel primo: una sua nonna faceva Aurora. E Apollonio ha ricordi tenerissimi della fragile e minuta vecchina che frequentò intensamente dalla nascita fino all'adolescenza.
Gliela portò via un'influenza (la "Spaziale", altrimenti detta "Hong Kong"). E avvenne traslocando da un luogo all'altro della Sicilia. Così che, da morta, Aurora A., maritata S., ha finito per stabilirsi, e sono ormai undici lustri, nel camposanto di una cittadina in cui, da viva, abitò solo per diciotto giorni e senza mai lasciare il letto.
A chi ha percorso e percorre il viale di quel cimitero, scorrendo le epigrafi, come capita, la scarna lapide, sin da quando fu posta, non avrà mai detto nulla. Un nome e due date. Uno otto otto sei, uno nove sei otto vi si trova inciso, quanto agli anni.
Cinque anni prima di quel 1886, l'undici gennaio 1881, alla Scala, c'era stata la prima del "Ballo Excelsior":
Loquace testimonianza di qual fosse lo spirito di quel tempo.
Il Secolo
stupido, giunto al suo ultimo quinto, si celebrava come compiuta
realizzazione dell'avvento inarrestabile di sorti sempre più magnifiche e
sempre più progressive. Non c'era contrada che non ne fosse investita e
in cui la relativa luce non fosse nell'atto di sorgere. In cui il tempo
non apparisse come un'aurora.
Anche nella Terranova di pescatori e coltivatori di cotone affacciata sul Canale di Sicilia, dove la luce, abbagliante, non era mai mancata, a dire il vero: ma quella semplice del sole. Persino a Terranova parve dunque appropriato ai sensibili parenti chiamare Aurora una bimba, venuta per giunta alla luce nel giorno del Natale di Roma. Si aggiungeva, ultimogenita, a una nidiata con la quale si era già probabilmente assolto all'esigenza della trasmissione dei nomi di famiglia.
Terranova? Sì, Terranova di Sicilia. Parecchi decenni dopo, nel 1927, la vanagloria di un regime bramoso di antiche nobiltà onomastiche l'avrebbe ribattezzata con un nome ripescato dalla sua storia più antica. Un nome ragionevolmente mai proferito come si decise suonasse e come suona ancora adesso: Gela.
Così che Aurora aveva fatto in tempo a diventare madre ancora a Terranova. Madre anche di un Enea la cui ancora fresca assenza, quando Apollonio la conobbe, la tormentava crudamente, anche per la vana, continua, irragionevole speranza che tale assenza cessasse: per via di un miracolo.
La luce dei tempi radiosi profetizzati negli anni della nascita dell'Aurora da cui discende Apollonio non aveva infatti impedito, anzi c'era il dubbio avesse attivamente preparato prima le carneficine della Grande guerra, quindi nemmeno dopo un trentennio, l'impenetrabile oscurità in cui l'Enea da lei nato si sarebbe definitivamente disperso.
Chi aveva voluto che di Terranova si facesse Gela aveva mandato infatti l'Enea di Aurora a combattere verso un gelido Oriente, da cui, ultimo segno di vita, giunse una cartolina. Poi più nulla.
12 marzo 2023
Indirizzi di metodo, per giovani che non ne necessitano (34): In lotta con il tempo
C'è chi polemizza col proprio tempo gloriandosi d'essere in ritardo e chi illudendosi d'essere in anticipo: attitudini ambedue vane e volgari. Il tempo, proteiforme, accetta sfide solo da chi è tanto idiota da chiamarsene fuori.
3 marzo 2023
Italiano al crepuscolo
È ormai prossima al mezzo secolo l'età media di coloro che, popolando lo Stivale e le Isole, si esprimono e comunicano in italiano.
Stivale e Isole contribuiscono in modo preponderante all'insieme della nazione linguistica italiana. E d'altra parte non c'è area geografica senza progressivo invecchiamento della popolazione e con crescita demografica significativa che abbia l'italiano come lingua corrente.
Nascono sempre meno esseri umani che dalla balia odono "il volgare del sì" e che, crescendo, l'avranno come lingua nativa. E la grande e crescente maggioranza di coloro che l'hanno ricevuto e l'hanno ancora come tale è più vicina alla fine che all'inizio della propria vita.
Fuori d'ogni aspetto speculativo, pare ad Apollonio che ciò basti a qualificare l'italiano come una lingua già avviata a un'agonia (quanto lunga, chi lo sa?) e a dare una tinta crepuscolare a ogni sua epifania: naturalmente anche alla presente.
Ciò non esime dall'impegno a provare a procurare al crepuscolo dell'italiano qualche bagliore significativo. In ogni campo in cui valga la pena darlo, come testimonianza.
Fuori di un presente intrinsecamente effimero, non tutto si fa perché abbia un futuro. E chi ha un grande passato, come è appunto il caso della nazione linguistica italiana, ha un debito da onorare con tale passato. Anche, anzi soprattutto nel momento in cui si fa consapevole del fatto che ciò che fa è già passato e non ha futuro.
21 febbraio 2023
Linguistica da strapazzo (50): "Non siamo più intelligenti degli animali"
Apollonio è lungi dal dichiararsi in disaccordo, per quanto personalmente lo riguarda, e sa bene che "mal comune è mezzo gaudio". Vorrebbe tuttavia segnalare che in casi del genere, al posto della quarta persona grammaticale con valore inclusivo, potrebbe suonare più appropriato l'uso di un'onesta prima singolare.
[Più estesi argomenti nel frustolo Intolleranze (11): 'Noi', in correnti volgarizzazioni della scienza]
11 febbraio 2023
Indirizzi di metodo, per giovani che non ne necessitano (33): Parole e numeri
Si sa da sempre che, con le parole, capita si apra la strada a sciocchezze e imposture. Ma è ormai più che chiaro che i numeri, crescendo senza limiti, consentono oggi di fare altrettanto e forse meglio. Di spararle, insomma, sempre più grosse. Ciò ne spiega il successo in ogni sorta di chiacchiera e soprattutto in quella che correntemente si spaccia per scienza della parola.
5 febbraio 2023
Reliquie (ultra-)moderne
Da qualche tempo, ci si faccia caso, tra morti freschi (di cui certamente dispiace) e morti stagionati (e qui il dispiacere si stempra), non c'è anno, mese, settimana, giorno che non faccia da occasione per una commemorazione. Spesso per più d'una.
Così, pescando a casaccio fra i trapassati letterati e limitandosi alle ricorrenze annuali, nel 2021, tra gli altri, fu la volta dei duecento anni dalla nascita di Gustave Flaubert, dei settecento anni dalla morte di Dante e dei cento dalla nascita di Leonardo Sciascia. Nel 2022, cento anni dalla morte di Giovanni Verga e dalla nascita di Pier Paolo Pasolini, Beppe Fenoglio e Jack Kerouac. L'anno cominciato da poco, cento cinquanta anni dalla morte di Alessandro Manzoni, cinquanta da quella di Carlo Emilio Gadda, cento dalla nascita di Italo Calvino.
La cultura (come definirla altrimenti?) ultra-moderna o, se si preferisce e senza giudizio morale, la cultura della modernità per eccesso di maturazione marcita o putrefatta ha un pantheon pesantemente sovraffollato. Tale è del resto ogni altro istituto materiale e morale della temperie: di tutto, troppo.
Aggravano l'impressione di un parossismo l'inclinazione sentimentale all'enfasi e alla spropositata celebrazione e, in correlazione, l'ideologia bottegaia che, con l'eterna scusa dell'elevazione morale, spinge a montare fiere e festeggiamenti di santi patroni e di sante patrone.
Ammantandosi delle migliori intenzioni, chi ne cura l'organizzazione spera che, andando a spasso tra le bancarelle, sfaccendati e sfaccendate si lascino andare all'acquisto della paccottiglia prodotta ed esposta per l'occasione.
Si è sicuri, per esempio, che grufolare nella corrispondenza privata, si ponga, del povero Italo Calvino (come si è già fatto e pare si continuerà a fare), alimentando così gazzette culturali e simili, sia comportamento molto differente dal profanare tombe di presunte vergini e supposti martiri, traendone molari, malleoli e occipiti da esporre nelle teche degli altari? Fatta la tara di pur molto diverse scale temporali, non potrebbe trattarsi in ambedue i casi di commercio di reliquie?
Di reliquie, non c'è epoca che non abbia le sue e sono comici o malandrini coloro che
pensano simili pratiche tipiche del passato: la natura morale o, se si
preferisce, la morale naturale degli esseri umani non passa. Passano,
questo sì e rapidamente, oggi rapidissimamente, i fenomeni attraverso i quali essa si fa
palese.
23 gennaio 2023
Linguistica candida (64): Noia sincronica e spasso diacronico
La noiosa osservazione
dell’uniformità e del conformismo sincronici (postura, interlocuzione e così via) è temperata dallo spasso che procura, prospetticamente, la consapevolezza diacronica.
Le brache a
vita bassa e le giacche che non coprono il deretano cominciano a fare la stessa impressione che fanno da tempo zazzere, basettoni e pantaloni a zampa d’elefante.
Di postura, di interlocuzione, insomma, ci si
stancherà, prima o poi. Chi lo sa è già oltre quel momento. E sorride fin da adesso di postura, di interlocuzione e di chi ne fa un uso atteggiato e buffonesco.
27 dicembre 2022
A frusto a frusto (135)
Viene il tempo in cui ci si fa consapevoli che di amabile nella propria vita resta solo qualche esito, del tutto accidentale, degli errori commessi. E consola e persino inorgoglisce sapere di non avere mai trascurato di porre un po' di cura nel commetterli.
23 dicembre 2022
"La stranezza" e un'afasia
Sin dall'epoca di Luigi Capuana e poi di Nino Martoglio e, come interpreti, di Angelo Musco e, in tempi più recenti, di Turi Ferro, la varietà siciliana teatrale e poi cinematografica di riferimento è quella della città alle falde dell'Etna; in eventuale difetto o per approssimazione, una delle sudorientali.
È d'impianto orientale anche il siciliano parodico che spesseggia da decenni nella produzione televisiva: esemplare, in proposito, la saga montalbanesca (la televisiva, si ribadisce a scanso di equivoci). Vi si odono accenti caricaturali sfacciatamente iblei: se ne beava il compianto Marcello Perracchio, nei modi e nelle vesti del dottor Pasquano. Non ne era esente il Catarella di Angelo Russo.
Non c'è siciliano che non percepisca le manifestazioni di questa egemonia linguistico-culturale e che, dandosi il caso, non ne soffra, come spettatore, quando, come tutte le egemonie, essa produce approssimazioni e prevaricazioni.
Un girgentano, cervellotico e indolente, non parla come un messinese, 'buddaci', né un palermitano, cupo, torbido, represso, come un catanese, chiassoso e ingravidabalconi. Invece, nella inconsapevolezza
quasi universale dei "continentali", molte violenze alla verisimiglianza sono state e sono ancora perpetrate sugli schermi, grandi e piccoli, dove pare che in Sicilia ci si esprima solo in un modo o, diatopicamente e antropologicamente, a casaccio.
Orbene, due personaggi minori del film "La stranezza" di Roberto Andò sono caratterizzati da disturbi linguistici.
Uno, giovane e scattante, ha un eloquio farfugliato e oscuro: per luogo
comune farsesco, è una sorta di Mercurio e funge in un paio di occasioni
da criptico e ambiguo messaggero. L'altro, di età avanzata e in
carrozzina, è completamente privo della parola, nella finzione
narrativa, forse per via di un pregresso incidente cerebrale che ne ha ridotto anche la capacità di movimento. È l'anziano titolare dell'impresa di pompe funebri cui prestano la loro
opera Nofrio Principato (Picone) e Bastiano Vella (Ficarra). Sposata la
figlia del padrone, Bastiano vive infelice sotto un incombente dominio
del suocero anche la sua vita privata.
Il
personaggio in questione si chiama Calogero Interrante. Calogero è nome di battesimo
tipico del Girgentano: senza essere il patrono del capoluogo, San
Calogero, nero di pelle, vi è oggetto per tradizione di una devozione
particolare. Il cognome non è di fantasia, anche se l'onomastica qui ammicca ovviamente alla farsa. Il
cognome pare parlante, ma fa all'uopo un'innocente violenza
al suo etimo, che con il verbo interrare ha poco da spartire. Il patrimonio italiano è straordinariamente ricco e non mancano gli Interrante. In
Sicilia occidentale.
A interpretare questo Calogero Interrante è Tuccio
Musumeci, il quasi novantenne e bravo attore catanese. Ma non si ha modo di ascoltarne la consueta e rotonda inflessione da devoto di Sant'Agata. La
sceneggiatura gli assegna solo mugugni e grugniti. Un caso? No, si direbbe: una sottile e consapevole scelta di regia. E per Andò, palermitano, forse anche un gustoso piacere personale: mettere sì sulla scena un catanese, ma infine e almeno per una volta muto.
17 dicembre 2022
Bolle d'alea (34): Gracián
"Sapersi risparmiare i dispiaceri. È utile saggezza risparmiarsi i disgusti. La prudenza molti ne schiva: è Lucina della felicità e, per conseguenza, della contentezza. Le notizie odiose né si debbono dare e molto meno ricevere: bisogna serrar la porta a tutt[e], eccetto a quella del rimedio".
Eugenio Mele recò così in italiano queste parole di Baltasar Gracián: "Saberse
escusar pesares. Es cordura provechosa ahorrar de disgustos.
La prudencia evita muchos: es Lucina de la felicidad, y
por esso del contento. Las odiosas nuevas, no darlas, menos
recebirlas: hánseles de vedar las entradas, si no
es la del remedio".
Non c'è mai stato un tempo che non abbia richiesto tale misura e, a conferma, molto l'impone il presente a coloro che (può parere paradosso) aspirano a restare vigili.
Nella consueta occasione del volgere dell'anno, come augurio Apollonio indirizza il viatico di una sana letizia interiore a chi segue con amorevole benevolenza un diario che ha provato e prova a tenersi distante da ciò che ripugna.
25 novembre 2022
Enzensberger
Fotocopie in carta chimica, cucite con ago e filo di cotone, dopo averle bucate con un punteruolo: Apollonio ha ancora precisa memoria della manualità dell'operazione. E annotazione bibliografica ancora acerba, in prima pagina, battuta sulla sua Lettera 22, con il nastro disposto sul rosso. Tra i cumuli di carte, queste rimaste sempre in evidenza. Mai disperse. Pronte a essere riprese. Stasera, purtroppo e ineluttabilmente. Con lui da quanti anni? Più di cinquanta. E certo da tutti quelli di un modesto cammino in direzione di un'irraggiungibile consapevolezza.
21 novembre 2022
Lingua loro (43): "Condizioni meteo avverse"
Condizioni meteo avverse legge stamane Apollonio in una scritta luminosa, mentre imbocca un'autostrada. E per tutto il viaggio sorride, tra uno spruzzo di pioggia e l'altro, pensando al perché a un certo punto il semplice e buon vecchio maltempo, con i suoi sette secoli di storia attestata, non deve essere più parso sufficiente. Alla stupidità, per manifestarsi, servono sempre molte e sempre nuove parole: ama le perifrasi e la lingua corrente non le basta mai.
30 settembre 2022
Come cambiano le lingue (19): "bambino"
"I ricci hanno periodi gestazionali che vanno da 35 a 58 giorni, a seconda della specie, e in genere hanno da 3 a 6 bambini, chiamati maialini. Questa mamma riccio cammina abbastanza lentamente per assicurarsi che i suoi 7 maialini siano in grado di stare al passo con lei": queste parole accompagnano un breve video, diffuso in una rete sociale.
Non si tratta certamente di sede nella quale si chiede alla lingua d'essere accurata, ma proprio per questa ragione e per la sua cruda spontaneità quel testo ha scosso il torpido Apollonio.
Esso testimonia infatti come, nell'italiano di tutti i giorni, bambino ("L'essere umano nell'età compresa tra la nascita e la fanciullezza", scrivono ancora attardati dizionari) si avvii a diventare un iperonimo. Come tale, atto a valere per i piccoli, se non di tutte, di numerose specie, sussumendone le diverse designazioni: maialino ne sarebbe appunto un iponimo. Altri sarebbero puledro, per esempio, agnello o vitello. Forse, è ancora da escludere pulcino, per l'ostacolo concettuale del diverso modo di sviluppo dell'embrione.
Si tratta di indizio della sempre più estesa affermazione del post-umano o forse dell'ultra-umano, nella ideologia della modernità putrefatta? Difficile dirlo.
Mentre la corrente trascina furiosamente gli esseri che si esprimono e vivono nelle culture (che non vuol dire soltanto essere capaci di contare o di fare quanto dispone alla sopravvivenza e, eventualmente, all'ammaestramento) e li confonde appunto con i suoi vortici culturali, vale solo la pena di osservare che smettere di (essere capaci di) distinguere raramente è segnale di un innalzamento del sapere.
25 settembre 2022
Vocabol'aria (20): Rivoluzione (nella lessicografia e altrove)
Una multinazionale americana produttrice, sotto marche diverse, di beni di largo consumo intende promuovere sul mercato nazionale la sua linea di detersivi per lavastoviglie. Si rivolge a un'agenzia di comunicazione. Questa si procura opportune indagini di mercato. Grazie a esse, i pubblicitari sanno che aria tira in proposito. Sanno cosa lamentano dei prodotti disponibili e che prestazioni amerebbero ottenerne quelle che un dì sarebbero state qualificate come massaie (in pubblicità, ma non solo, denominazione passata tra i più rigorosi tabù). L'agenzia propone contenuti e forme della campagna e l'impresa committente li trova di suo gradimento.
Parte la campagna. Gioca per l'ennesima volta sul
luogo comune del cambiamento e della rivoluzione, scegliendo un'adeguata testimonial (non è ineccepibile dire così, ma così si è preso a dire in italiano e la lingua la fa l'uso), in riferimento al gruppo di consumatori e di consumatrici (nel caso specifico, più consumatrici che consumatori, appunto) cui il prodotto si destina e il messaggio si rivolge: il target.
È una campagna pubblicitaria. Si può discutere se sia ben fatta o no, come campagna pubblicitaria. Ma si sa, convenzionalmente, che le affermazioni della campagna sul prodotto sono esagerate, iperboliche, che si rivolgono a tutto tranne che alla ragionevolezza del target. All'immaginazione, semmai, alle pulsioni, ai desideri espressi o repressi. Insomma, è ovvio che solo uno sciocco prenderà sul serio tali affermazioni.
È perlomeno un secolo che la réclame funge da espressione e, complessivamente, da indirizzo delle società di massa. E si sa che è "scumazza", come si direbbe alla Camilleri (anche qui, così si usa, per farsi intendere). I suoi contenuti sono ineluttabilmente ciarlataneschi. La voce che li declama necessariamente da imbonitore o da imbonitrice.
Mutatis mutandis, una casa editrice nazionale, dal nome e dal passato prestigiosi, tradizionale produttrice di opere lessicografiche, intende promuovere nella nicchia del suo piccolo mercato la nuova edizione di un dizionario. Non si sa se si rivolge a un'agenzia di comunicazione. Ragionevolmente sì: ormai non c'è impresa che non lo faccia. Ma si ponga che non lo faccia e che la fucina in proposito sia interna all'azienda. Per capire che aria tira intorno alla lingua, alle parole, da qualche tempo, non c'è bisogno di un fiuto raffinato né di grandi indagini e con la casa editrice collabora da anni gente che, in proposito, ha fomentato e cavalcato gli andazzi. I temi linguistici che tirano non hanno bisogno nemmeno d'essere elencati.
Di quello che tira più di tutti, la faccenda dell'espressione del genere grammaticale, si fa fatica persino a immaginare ci sia ancora qualcosa di sensato o di nuovo da dire. E infatti gli e le snob che sul principio ne avevano fatto bandiera, da un po' si sono opportunamente defilati e defilate. Stanno cercando altri temi per brillare in società. Resta in campo, vociante, gente più alla buona, ma non con minori pretese. Del resto, lampante nella manifestazione di tale tema c'è tanta ideologia spicciola: ideologia del cambiamento, di un cambiamento che si invoca come radicale.
Di nuovo, non è questione di sapere quanto siano ragionevoli le correlate istanze (probabilmente lo sono), quanto, in funzione della lingua, siano effettive e sensate le proposte, le aspirazioni, le voglie, le pulsioni (probabilmente non lo sono).
È il dato sociale ad avere rilievo, non ciò che esso contiene o ingenuamente ci si illude (o, ancora più ingenuamente, si teme) contenga. Ed è rilevante il segmento della società che sostanzia il dato sociale, per chi opera sul mercato e vuole naturalmente piazzare un prodotto coerente con l'aria che tira intorno alla lingua e alle parole.
Ebbene, in vista dell'uscita del prodotto in questione, parte una campagna di promozione sulle piattaforme e nei luoghi che si pensa siano i più adeguati a raggiungere un target peraltro dalla facile caratterizzazione: sesso, età, classe sociale, grado di istruzione, professione.
Per rendere commercialmente attraente il prodotto, la campagna chiama in causa il consueto luogo comune della rivoluzione e proclama l'opera rivoluzionaria. Proprio come fa la campagna della multinazionale americana di prodotti di largo consumo con il suo detersivo per lavastoviglie.
"È in arrivo la rivoluzionaria nuova edizione del Vocabolario...", "...un progetto ambizioso e rivoluzionario nella storia plurisecolare della lessicografia..." si
legge un po' dappertutto in questi giorni sulla stampa e in rete. Sono evidenti riflessi di un comunicato aziendale sotto forma di velina promozionale.
Anche di questa campagna, si può discutere se, come tale, sia ben fatta o no. Di essa, dopo qualche tempo, la ditta committente, se committenza c'è stata, capirà se sarà stata efficace o no, al di là del momentaneo spazio conquistato nel corrivo e sempre mutevole panorama della comunicazione. Saprà se, rispetto all'agguerrita concorrenza, che certamente reagirà alla mossa sbardellata, essa avrà inciso sensibilmente sulle vendite o no. Tutta materia, come si vede, della massima serietà.
Non sono seri, ovviamente, i contenuti della campagna: millanterie, fanfaronate, specchietti per le allodole destinati a chi mostra già una buona disposizione a specchiarvisi. Ma c'è chi fa sembiante di prenderli sul serio e, con piglio accademico, si affatica a ribadire al colto pubblico e all'inclita compagnia l'ovvietà della loro inconsistenza.
Apollonio è però certo che si tratti solo di un'utile posa. Il tema è caldo, come si diceva, e con la sua fonte la campagna commerciale lo rinfocola autorevolmente: ottima occasione per ottenerne un vantaggio. Con la "scumazza" di un pubblico contrasto, come si fa andando di bolina, una pur modesta réclame saprofitica, gratuita e di rimbalzo.
4 settembre 2022
A frusto a frusto (134)
Il tormento procurato dagli altri lenisce e perfino annulla quello che ci si procurerebbe da sé, dicono. Ma l'uno è certo, in ogni condizione, l'altro solo eventuale, se ci si disciplina in un eroico eremitaggio. La pelosa consolazione è pertanto truffaldina, se se ne è destinatari. O è la maschera di una morbosa e comune debolezza, se enunciata allo specchio della propria fragile coscienza.
22 agosto 2022
Indirizzi di metodo, per giovani che non ne necessitano (32): Quantità, come parametro rivelatore di qualità
Fin quando a professare e a praticare un'idiozia sono pochi e poche, può capitare che essa circoli per il mondo mascherata da pregiata originalità. Le basta però diventare popolare (destino quasi inevitabile delle idiozie) perché la maschera cada e si palesi ciò che è stata sin dal suo sorgere: un'idiozia.
21 agosto 2022
Lingua nostra (13): Stagionale
È pieno agosto. Un agosto inclemente, come capita d'essere ad agosto. In un modesto e ancora economico bar della città in cui vive (il quartiere è popolare e intensamente popolato da autoctoni), Apollonio beve al banco il caffè di mezza mattinata e morde un cornetto. Escono frattanto dal retrobottega vassoietti con coppie di cannoli, molto graziosi e, si capisce, anche riempiti sul momento. Sono destinati ad altrettante coppie di evidenti forestieri, seduti ai tavolini di una saletta laterale cui Apollonio, entrando, non aveva prestato attenzione.
Alla cassa, c'è la titolare. Una signora non troppo avanti negli anni ma non giovanissima, ovviamente del luogo. Porgendo le monete del suo piccolo conto, Apollonio le mormora: "Certo che cannoli ad agosto...". E lei di rimando (la trascrizione è impressionistica): "E cci pàrunu puru bùani...", più o meno: 'E li trovano persino buoni'.
Fuori di pratiche del mercato del lavoro talvolta nefande (che tuttavia qualcosa dovrebbero pur dire), stagionale è un aggettivo in disuso e non c'è bisogno che Apollonio dica qui ai suoi due lettori quale siano le ragioni del quasi generale abbandono.
Nell'arsa Sicilia, l'erba dei pascoli riappare con l'autunno inoltrato e solo allora le pecore ricominciano a nutrirsene. Solo da allora la qualità del loro latte comincia a migliorare, dopo la magra estiva a base di mangimi secchi. Il latte tocca l'apice della sua bontà in primavera, quando nascono gli agnelli e di erba, nella Sicilia del pascolo, ce n'è in quantità. Di nuovo, c'è bisogno di dire perché?
I dolci siciliani con crema di ricotta di pecora, tale è il cannolo, ma non solo il cannolo, erano e ancora restano d'elezione primaverili. Ne godevano le feste del periodo e, principalmente, la Pasqua. Passato maggio, la loro stagione terminava. Rigorosamente.
Come il suo ingrediente di base, insomma, il cannolo era stagionale e bisognava attendere perlomeno i primi freddi per vederlo riapparire nelle serie pasticcerie siciliane di un tempo, accompagnato dal commento del pasticciere che personalmente assicurava sull'uso di una ricotta che, senza essere ovviamente la migliore, data la stagione, era fresca e veniva da pascoli di nuovo verdi. Al palato e all'olfatto, la differenza era peraltro evidente.
Trasformati in turisti, i forestieri che ne sanno? Sanno del cannolo e nella loro settimana siciliana, di norma estiva, lo cercano tra le molte altre (false) tipicità. La crescente insipienza dei loro ospiti siciliani non li mette sull'avviso.
Li incoraggiano al contrario interessi commerciali non sempre commendevoli: del resto, se uno sciocco, come è di norma il turista, vuole essere buggerato, come si fa a trattenersi? Ma reso il servizio, in qualcuno serpeggia ancora per fortuna la consapevolezza. E, con essa, la tagliente ironia del non troppo celebre "Bisogna lasciare gli altri nei loro errori", che in una variante popolare suona appunto "E cci pàrunu puru bùani..."
14 agosto 2022
Linguistica candida (63): Incessante riparo al danno incessante
Errori, sciatterie, imprecisioni sono le sorgenti cui attinge il faber, per dirla con Bergson, quando manifesta linguisticamente una disposizione che, considerata la natura dell'essere cui viene attribuita, non ci si può stupire sgorghi (anche. O soprattutto?) da lì.
Più di ogni altro àmbito di ricerca delle discipline morali, il mutamento linguistico ne offre prove: sorgivamente, non di rado errori, sciatterie, imprecisioni. E non dovrebbe esserci studioso del campo minimamente riflessivo esente dalla constatazione e dalla correlata consapevolezza che quanto di sistematico e di regolare è determinabile in tale mutamento, lo è solo perché cade fuori del modesto controllo che gli individui della specie, variamente associati, hanno della loro facoltà espressiva.
Per dirlo con una formula veloce, incessante è lo spassoso e generale riparo che la lingua reca ai danni modesti e inconsapevoli che le procura incessantemente l'umanità.
Malgrado gli esseri umani e soprattutto, tra loro, i dotati di dottrina pensino il contrario, la lingua li padroneggia infatti più di quanto essi padroneggino una lingua o più d'una. E se, in molti aspetti, le lingue in cui si esercitano sono proiezioni di un mirabile sistema, ciò accade non perché, tanto meno affinché, ma sebbene tale sistema si sia variamente incistato nell'umanità.
In fin dei conti nessuno sa né come né come mai.
13 luglio 2022
L'apparir di VERO
NIENTE DI VERO dichiara, come titolo (ed è il caso di dire: alla lettera), la copertina d'una delle opere narrative che sono state in lizza quest'anno per il più rumoroso premio letterario italiano e accredita l'autrice del paradigmatico nome di battesimo di VERONICA.
Sono passati undici anni da quando questa raccolta di impressioni linguistiche ("...parce qu'il me blesse ou me séduit...") segnalava quel radicale mutamento dell'onomastica nazionale che, nel quotidiano commercio degli ipocoristici, aveva decretato il declino, si ponga, di Sandro e Betta e l'ascesa di Ale ed Eli, il deperire di Enzo e Rina e l'affermarsi di Vince e Cate. E di Fede, Vale, Costi, Ferdi, Giuli, Simo, Cami, Marghe, Caro, Dani, Adri e chi più ne ha più ne metta: per chi ha curiosità archeologiche (quanti sono undici anni, nel tempo del web?), ecco il reperto.
Oltre che per vero, quel VERO può quindi pacificamente stare oggi per Vero(nica): ambiguità di cui l'autrice pare si sia detta ben consapevole. Appartiene appunto alla generazione con cui l'andazzo si è definitivamente consolidato.
Dicono le schede editoriali che il libro abbia tema famigliare e sia quindi
almeno in parte un'autobiografia. Apollonio non può darne testimonianza
diretta, ma, sin dall'apparire dell'opera, il paratesto ne ha qualificato la scrittura di una
schiettezza che rasenterebbe la brutalità. La trovata antifrastica del titolo sarebbe quindi ironica, in funzione di enunciazione e di enunciato, nella lettura di VERO tanto come vero (nel libro, non si direbbe la verità), quanto come Vero(nica) (il libro non parlerebbe di Vero(nica)).
Ma l'antifrasi sarebbe ben più gustosa nel secondo caso se il riferimento fosse sì specificamente a Vero(nica) ma in particolare, quanto a funzione, come enunciatrice. In altre parole se, riferendosi con un famigliare ipocoristico al quel nome che nella grafica della copertina lo sovrasta, il titolo dicesse a chi lo intende che lì dentro non c'è proprio 'niente di suo', che quel nome è al massimo un nom de plume o forse solo una falsa attribuzione e che il testo, tutt'altro che anepigrafo, è in realtà adespoto. Insomma, che il libro non è opera della appena sopra menzionata VERO(NICA). Una stregoneria.
Se così fosse, anche solo per tale ragione e al di là di ogni questione sulla qualità dell'enunciato, di cui Apollonio, per insipienza, non ha nulla da dire, Vero(nica), designazione fasulla di una funzione del testo, avrebbe certamente meritato di vincere il premio.
9 luglio 2022
Sommessi commenti sull'Ultra-Moderno (3): Quantità e qualità, nel lascito
Alla ricerca di differenze, nel difficile (e forse perciò spassoso) lavoro di una plausibile caratterizzazione della temperie in cui accade d'essere finiti, eccone ancora una.
Diversamente dalle precedenti, la presente, se mai parlerà alle future (ammesso le future abbiano orecchie per ascoltare: dispongano cioè d'una filologia), non lo farà con le sue espressioni migliori, ma con le deteriori. Non lascerà rare perle, documenti e monumenti di eccezionale forza e delicatezza insieme, ma gigantesche e desolate discariche di residui innumerevoli e, forse, indistruttibili di pratiche umane qualsivoglia: spesso le affatto ignobili.
Il prevalere ideologico, oltre che materiale della quantità sulla qualità a ciò del resto doveva ineluttabilmente condurre e a ciò ha condotto.
Ciò che tutti e tutte, come esseri umani, si sa fare e che consiste più o meno nel vivere (o nel sopravvivere) prevale necessariamente quanto a numero sopra ciò che, per essere fatto, domanda anzitutto un dono modicamente elargito all'umanità, quindi l'amorevole applicazione che coltiva, proteggendolo, quel dono e lo conduce al suo rado fiorire.
Non per i due abituali lettori di questo diario, che lo sanno, ma per chi casualmente ci capitasse, va forse a questo punto precisata ancora una piccola ma cruciale differenza. Riguarda l'attitudine, per dire così, morale da cui questo frustolo sortisce.
Non vi si afferma che ciò che tutti e tutte, in quanto esseri umani, si sa fare, cioè vivere (o sopravvivere), con il suo fall out, non meriti rispetto. Lo merita e, appunto perché universalmente, in modo sacro: fuori di ogni discussione.
Ciò che non merita però è la memoria, cioè la fatica culturale che l'umanità ha sempre naturalmente fatto per estrarre, dall'indistinto flusso quantitativo della sua sopravvivenza, i precari valori qualitativi della sua (sempre discutibile) pertinenza.
Ed è forse per tale ragione che il prevalere ideologico e materiale della quantità sulla qualità, nel lascito, pone a chi riflette sulla temperie una questione nuova e di inaudita gravità.
8 luglio 2022
Lingua loro (42): "Turista etico"
Boia caritatevole, sgherro creanzato, malvivente timorato, stupratore gentile... Le onde dell'inquinato mare della
comunicazione hanno lasciato una loro grassa spuma sulla spiaggia della Citera di Apollonio: turista etico.
E quelli in esordio sono gli ideali nessi che, al suo spirito, si sono subito presentati come comparabili, quando l'occhio è caduto sull'immondizia.
Nella presente temperie, il mondo pare un Egitto biblico. Riceve e attende le piaghe che una divinità evidentemente irata gli destina. Tra queste l'invasione turistica, più rovinosa di quella delle cavallette.
Come torme di locuste, i turisti e le turiste non risparmiano nulla delle aree e delle società che investono. Dal loro passaggio, tutto viene irrimediabilmente guasto e degradato.
Che ci sia un modo "etico" di darsi a tale pratica distruttiva è fola (moral-commerciale) atta a ripulire le coscienze di chi, per fare le sconcezze che fanno tutti e tutte, pretende pure che gli o le si dica che le sta facendo per il bene e nel modo giusto. E, all'uopo, paga il richiesto.
5 luglio 2022
Linguistica candida (62): "Linguiste" e "locuteur"
Esprimersi linguisticamente è disporre di un'enorme quantità di conoscenze. Condurre tali conoscenze verso la consapevolezza e attivarle nella direzione di una coscienza linguistica la più ampia possibile è (o dovrebbe essere) il compito della linguistica.
Come osservanza e come disciplina, questa instaura lingua e lingue come suoi oggetti, nel momento stesso in cui il suo sguardo le inquadra con metodo e prova appunto a farsene consapevole.
Non c'è linguista migliore del locuteur, quando, come locuteur, egli si ascolta e prende coscienza che il suo lavoro di scoperta non è altro che attenzione e tensione a una consapevolezza trascendentale. È insomma il tentativo di sapere ciò che fa non solo da linguiste, ma anche e soprattutto da locuteur: ciò che fa egli stesso, come, da locuteur, ha fatto, fa, farà ogni altro essere umano, in mille e mille guise diverse.
13 giugno 2022
Intolleranze (13): "Pescato"
Apollonio non ha in gran pregio la ristorazione pubblica. Forse l'ha affatto in uggia, fuori naturalmente del caso in cui essa si presenta come modesta e benemerita resa di un servizio a chi viaggia e, in genere, a chi non può disporre per qualche ragione di una cucina privata.
Mangiare è rito il cui ufficio, come quello d'ogni altro rito (ivi inclusa la preghiera), soffre naturalmente della solitudine, ma privatezza non è in contrasto con pluralità e ci sono anzi riti alla cui buona riuscita privatezza e (contenuta) pluralità di partecipi sono indispensabili: ridondante specificare quali. Intorno alla ristorazione pubblica, è poi cresciuto da parecchi anni un discorso tanto sbardellato da non celare, nemmeno al più sprovveduto allocco, che di mistificazione si tratta. E ciò non ha certo attenuato le riserve di Apollonio.
Nominalizzazione di un participio perfetto, (il) pescato è divenuta parola tipica del discorso gastronomico, ai vari livelli in cui esso viene proposto: dai menù ai saggi di ermeneutica. Quanto a riferimento, include comodamente tutto quanto, provenendo dal mare, fa da materia prima dell'alimentazione.
La storia di pescato come sostantivo pare tuttavia abbastanza recente: c'è ragione di credere che sia apparso nella seconda metà del secolo scorso; più precisamente in quegli anni Sessanta in cui vedette sensibili al mutamento linguistico segnalarono con prontezza una fase critica (e a loro dire poco commendevole, anche se ineluttabile) dello sviluppo della lingua nazionale.
Il modello è ovviamente antico: (il) raccolto, (il) prodotto. Ma (e qui non si può che riconoscere il fiuto di quelle vedette) ha in effetti trovato modo di proliferare in un registro burocratico-economico-commerciale, cui generalizzazioni e astrazioni del genere fanno ovviamente gran comodo: (il) fatturato, (il) ricavato, (il) venduto, (l')invenduto, (l')immagazzinato, (l')inesitato, (il) ceduto, (l')acquisito e così via. Come al solito, in questione non è la plausibilità del tipo nella lingua di specialità. Rivelatore è invece il suo tracimarne e il suo inquinante sversarsi, per dirla con un neologismo, in un diverso bacino.
Ecco appunto: ogni volta che, nel contesto della ristorazione pubblica e nel discorso che la concerne, Apollonio ode o legge (il) pescato percepisce il tanfo di una contaminazione. Non un buon viatico per accostarsi con i giusti sentimenti al piatto che si pretenderebbe di mettere per lui sulla tavola.
4 giugno 2022
Linguistica da strapazzo (49): "non fare pipì ai cani", come dato
L'opera poetica del gruppo musicale milanese Elio e le storie tese testimonia una vena compositiva d'ironia facile e stucchevole. Forse per tale ragione e in virtù della collocazione geo- e sociolinguistica dei suoi componenti, essa è sensibile alle
dinamiche espressive e comunicative di tendenza e in via di popolarizzazione. Ha già quasi dieci anni un loro "ma poi scendi a pisciare i miei cani", interessante attestazione, per dire così, letteraria di un non tradizionale costrutto di pisciare sintatticamente transitivo e semanticamente causativo.
Tanto negli usi propri, quanto nei figurati, pisciare era sì presente in costrutti transitivi (e lo si trova attestato perlomeno sin dal Trecento), ma sempre con il soggetto come 'pisciatore', che è appunto quanto vale il soggetto nell'uso intransitivo. Chi pisciava, capitava pisciasse sangue o "un'autobiografia mirabolante" come qualificazioni dell'oggetto interno del predicato, o capitava pisciasse il letto o le braghe, come oggetti intrisi dal getto. Non è né l'uno né l'altro il caso di i miei cani dell'attestazione. Sintatticamente (e, è sempre il caso di ribadirlo a profani e chierici, la sintassi ha ragioni che la semantica non conosce), in questa costruzione il nesso nominale in questione funge da appropriato e mero oggetto diretto: "I miei cani, li hai pisciati?".
Penetrato
dal basso e ripreso, sul principio, in un registro che eventualmente si
atteggiava appunto a scherzoso, tale uso ha via via perso la sua
connotazione e fuori d'ogni ricerca d'effetto, in un registro informale,
capita da un po' di cogliere sulle labbra di parlanti per nulla
incompetenti dello standard "Sempronio è giù che piscia il cane".
Testimonianza affatto diretta, d'altra parte, del proliferare nei
contesti urbani italiani della specie del cinofilo (sarà qui consentito
l'uso del maschile come genere non marcato), crescita ormai fuori di
ogni controllo, con evidenti casi di degrado di equilibri ambientali
cittadini.
A quel punto, il più poteva considerarsi fatto, in funzione dell'immagine a corredo di questo frustolo. Essa circolava qualche tempo fa in un popolare gruppo pubblico di una popolarissima rete sociale. L'onda di tale oceano l'ha portata sulla spiaggia della Citera di Apollonio. Un buon pretesto per manifestare ancora una volta la futilità di questo diario. Ma sarà necessario? Ridondante è forse anche una precisazione: nel contesto da cui proviene, l'immagine era esposta come testimonianza di un errore. Si inscriveva idealmente in uno specifico filone "social". Ancora fino a qualche tempo fa, tale filone era arricchito con regolarità anche dalle istantanee di graffiti o biglietti irrispettosi di qualche norma grammaticale tratte da pedanti visitatori di pubbliche latrine. Tra costoro si contavano persino reputati accademici, cui deporre il proprio habitus severo ripugnava e forse ancora ripugna anche (o forse soprattutto) nell'esercizio o a contorno delle funzioni corporali.
Nel caso in questione, le funzioni corporali sono di altra specie, come si vede, e quanto testimoniato dalla foto non è qui considerato in rapporto a una norma; non passa insomma come errore.
Non si nega che quanto si legge si allontani in modo patente da ciò che è ancora consueto. Ma è ottima l'occasione per alludere alla differenza tra normale e normativo, talvolta negletta anche da chi capita pretenda di ispirarsi al Coseriu di un celebre e problematico saggio (a margine: era e resta complicato, anche se può fare comodo, ricondurre Ferdinand de Saussure a categorie aristoteliche; ci tentò il linguista rumeno o, forse più precisamente, moldavo per nascita, italiano per formazione culturale e scientifica, argentino e spagnolo al sorgere della fama e finalmente tedesco nella sua consacrazione).
La patente devianza di "Non fare pipì ai cani" è quindi chiamata in causa qui per ciò che essa svela o lascia intuire della grammatica normale e non per ciò che essa infrange della grammatica normativa.
E, a volere essere ancora più attenti e analitici, c'è da precisare che, prima di dichiarare tale devianza un dato, va considerata la possibilità che si tratti di mera evenienza della parole. In quanto tale, un accidente filologico, privo di valore linguistico: insomma, una aplografia. In tal senso, Non fare pipì ai cani sarebbe pari pari un Non fare fare pipì ai cani da cui un vero e proprio guasto meccanico ("una svista spiegabilissima") avrebbe espulso un fare. Tutto qui: cioè, per il linguista, nulla.
Che non si tratti di una aplografia è, si badi bene, già un'ipotesi: questo è del resto il permanente statuto dell'operare del linguista, in ciò comparabile con il parlante quando si esprime. Solo dopo che si sia fatta tale ipotesi e la si sia accettata come fondamento dell'argomentazione, si può assegnare a Non fare pipì ai cani il valore di dato linguistico. Lo si ribadisce: valore da verificare in funzione di ciò che è normalmente costruito e potrebbe essergli idealmente sostituito e non di ciò che è normativamente prescritto e dovrebbe comparire al suo posto. Si faccia attenzione alla differenza tra i modali: potrebbe, da un lato, dovrebbe dall'altro.
Sotto il segno di quel potrebbe, Non fare fare pipì ai cani e Non fare pipì ai cani si configurano pertanto come varianti formali, con relazioni funzionali diversamente rappresentate nei due casi, l'uno più, l'altro meno analitico. E se il più analitico è ovviamente di scarso interesse, è il meno analitico, con la sua stringatezza formale, paradossale rivelatore di un processo di mutamento in atto nella manifestazione di valori funzionali. Lo si diceva: tutto quanto è in proposito contenuto (e palesato) da Non fare fare pipì ai cani sarebbe infatti presente, per ipotesi, nella variante ridotta, tanto per l'intenzione comunicativa di chi lo ha scritto, quanto per chi, interpretandolo, se ne rivela capace (comunque lo consideri, dalla prospettiva normativa: diversamente, non si avrebbe nemmeno ragione di esibirlo come un errore).
Ecco allora venire in chiaro la proporzione che soggiace alla forma scorciata. Nello standard, c'è una relazione di parafrasi morfosintattica tra pisciare, in un costrutto intransitivo, e fare pipì. "Fra le tue gambe precocemente intirizzite dal lavoro, razzoleranno come pollame i tuoi figlioli piagnucolosi, laceri e sporchi; se li prenderai su un poco, ti piscieranno sopra i calzoni rattoppati", scriveva Aldo Palazzeschi e, con una sfumatura affettuosa forse non adatta al tenore del passo ma quanto al resto dalla perfetta equivalenza, nulla impedirebbe di leggervi un "...faranno pipì...".
Per analogia, nel nuovo standard, la relazione è stata estesa anche al costrutto transitivo in cui ricorre pisciare, ormai diffuso e testimoniato, come si diceva, ben oltre il testo di Elio e le storie tese che è servito a introdurre il frustolo. Così, divenuto plausibile "Scendo e piscio il cane", altrettanto sta accadendo a "Scendo e faccio pipì al cane", con uno scivolamento funzionale dell'oggetto diretto verso la relazione di oggetto indiretto, lungi dall'essere inatteso, in un processo del genere.
A chi pensasse che la faccenda si risolva a colpi di "giusto" e di "sbagliato", di cosa si deve dire e cosa non si deve dire, di cosa urta o non urta ogni sorta di permalosa sensibilità e giudicasse già questo modesto e sommario frustolo un ammasso di fumosi arzigogoli, Apollonio può solo dire "È la linguistica, bellezza!".
18 maggio 2022
Linguistica candida (61): Facoltà, esperienza, comportamento
In modo inscindibilmente combinato, la lingua è facoltà della specie, esperienza individuale e comportamento sociale e non c'è momento del suo continuo processo in cui i tre aspetti non siano in correlazione.
A fatica e con accanita applicazione, si può tentare di rendere sperimentalmente osservabile ciascun aspetto. Necessita all'uopo la continua messa a punto di procedure appropriate. Appropriate soprattutto perché coscienti di produrre, ben che vada, ipotesi di astrazioni sempre imperfette e non depurabili.
Non c'è comportamento linguistico che non rifletta esperienza e facoltà di lingua; non c'è facoltà di lingua che non sia verificata da esperienze e comportamenti linguistici; non c'è esperienza che, sul fondamento della facoltà di lingua, non si faccia patente in un comportamento e non vi si determini. Facoltà, esperienza e comportamento non saranno mai attingibili allo stato puro.
Forse è questa la sola solida acquisizione delle molte erranze di una disciplina che da due secoli prova a nascere e, ripetutamente, muore in culla, venendo rapidamente sostituita da una delle repliche partorite dal sempre rinnovato connubio, quanto alla lingua, di credenze e luoghi comuni millenari.
8 maggio 2022
Sommessi commenti sull'Ultra-Moderno (2): Futuro senza filologia
Quasi generale negli ultimi trenta anni è stata l'illusione che, contando per l'umanità solo il futuro, ci si fosse liberati per sempre del passato. A proposito del primo, si fanno previsioni e vaticini; del secondo invece, con fatica, si fa storia. Tra le altre diversità, sperimentalmente verificabili, sono due modalità discorsive che hanno anche una radicale differenza di attendibilità.
Caso mai ce ne fosse stato bisogno, il presente si sta incaricando di mostrare quanto sciocca fosse quella illusione, quanto passato ci sia appunto nel presente, in ogni presente, e quanto tale passato decida il futuro. Senza scienza del passato, parlare del futuro, da ipotesi (cosa che è sempre), si fa mero vaniloquio.
Per gli esseri umani, lo si sa bene, profetare è pulsione incoercibile, proprio come lo è interpretare. Profeti ed ermeneuti si somigliano, anche perché hanno sempre qualcosa da dire. A moderare ambedue le pulsioni, a ricondurle a una ragionevolezza sempre precaria, dovrebbe provvedere la consapevolezza del passato procurata dalla conoscenza della storia. Ma tale conoscenza non si consegue senza pratica metodologica di rigorosa filologia.
21 marzo 2022
"Si definisce gattopardismo..."
"Si definisce gattopardismo l'atteggiamento di chi finge di sostenere le innovazioni, ponendosi in realtà l'obiettivo di mantenere lo statu quo e conservare i propri privilegi. La parola deriva dal titolo del romanzo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, «il [sic] Gattopardo» che a sua volta prende spunto dallo stemma della famiglia protagonista raffigurante questo felino. Le ragioni per le quali il sostantivo gattopardismo (come anche l'aggettivo gattopardesco) ha assunto tale significato risiedono nel comportamento del principe Fabrizio personaggio principale del romanzo, attento a mantenere inalterata la condizione agiata del proprio ceto, pur mostrando di appoggiare i cambiamenti politico-sociali in atto in Sicilia durante il Risorgimento italiano".
La fonte è autorevole. Parla in rete una casa editrice che da decenni fornisce solide opere di riferimento alla nazione italiana. È infatti l'account di Zanichelli editore (@Zanichelli_ed). Con un thread di tre tweet del 16 marzo 2022, regala questa perla di cultura a chi lo segue nella rete sociale. E, a partire da "Le ragioni per le quali...", con pretesa di fondamento filologico, procura per la famiglia lessicale una bella e chiara motivazione, se non si vuole dire l'etimo concettuale.
La sortita è accidentalmente passata sotto gli occhi di un Apollonio che ancora ne sorride. Lo fa meno il suo un dì pugnace alter ego, intento a progettare in proposito uno dei suoi interventi vanamente vindici, non si vuole dire della verità (quella, c'è umano che sa cosa sia?), ma appunto della molto più modesta filologia. Sbollita la rabbia, però, alzerà le spalle anche lui, lascerà perdere e tornerà alle sue letture, come don Ciccio Tumeo ai suoi cani e alla sua modesta vita di organista dell'oscura Donnafugata.
Qui non ci si scorda del motto di Giuseppe Tomasi di Lampedusa (se ne disse testimone il compianto Francesco Orlando): "Bisogna lasciare sempre gli altri nei loro errori". Soprattutto se si tratta di "altri" autorevoli, come @Zanichelli_ed (ci si permette di aggiungere). E poi lo si sa: Il Gattopardo è forse l'opera del Novecento letterario italiano di cui più si è detto e scritto senza averla mai letta e, in ogni caso, sul fondamento di luoghi comuni, oltre che vieti, velenosi. A più di sessanta anni dalla pubblicazione, eccone un lampante esempio.
"For the happy few", basterà allora segnalare soltanto (e tra il molto
altro) che quasi sul
principio del romanzo quel personaggio che il "comportamento" (ovviamente
narrativo) mostrebbe "attento a mantenere inalterata la condizione
agiata del proprio ceto" è moralmente descritto così: "il povero Principe Fabrizio viveva in perpetuo
scontento pur sotto il cipiglio zeusiano e stava a contemplare la rovina
del proprio ceto e del proprio patrimonio senza avere nessuna attività
ed ancora minor voglia di porvi riparo".
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