27 luglio 2024

Presi al volo (2): Dove va il sistema italiano della determinazione nominale?

Il primo luglio del corrente anno, alle 7.15, Apollonio si è posto all'ascolto della trasmissione Prima Pagina di Rai Radio 3, come fa non tutti i giorni, ma abitualmente. A condurla, per la settimana allora incipiente, Marta Serafini, giornalista del Corriere della sera.
Apollonio è attratto dal continuo farsi della lingua, come sanno i due lettori di questo diario, e ha un debole, di conseguenza, per i mutamenti, non solo per i perenti e ormai solidificati, ma anche per quelli in atto. Per tale ragione, è stato rapidamente conquistato dall'eloquio della conduttrice, testimone al massimo grado autorevole di un corrente sviluppo nella sintassi della determinazione del nesso nominale in italiano. Mai Apollonio aveva udito un(a) parlante tanto (inconsapevolmente) foriere del processo.
Come verificherà chi legge, dalla voce di Serafini ad Apollonio stava accadendo infatti di ascoltare con impressionante regolarità costrutti come, per esempio, mi sono segnata quelli che sono stati gli approfondimenti fatti da alcuni siti o fa il punto su quello che è lo stato del volontariato in Italia al posto di mi sono segnata gli approfondimenti fatti da alcuni siti o fa il punto sullo stato del volontariato in Italia.
In anni passati, l'alter ego di Apollonio ha dedicato qualche attenzione alla tendenza a un simile sviluppo nel sistema della determinazione e ha provato a considerarla in relazione con un processo millenario (chi avesse interesse trova qui e qui esiti di tale attenzione: nel secondo, breve e divulgativo, trova anche un'attestazione scritta di non piccola risonanza).
La registrazione della puntata della menzionata trasmissione sul portale RaiPlay Sound ha consentito ad Apollonio, in un momento successivo, di raccogliere le ricorrenze pertinenti. Un'attività da esemplare perdigiorno.
Trascritte alla buona ma al meglio che si è saputo, sono (o dovrebbero essere) tutte quelle fiorite sulle labbra di Serafini, si pensi, nei soli ottanta minuti della sua prima conduzione, per i primi quaranta minuti nella lettura dei quotidiani, per i successivi, nel dialogo al telefono con ascoltatrici e ascoltatori. Una ricognizione delle registrazioni dell'intera settimana potrebbe fornire altro ricco e interessante materiale e non è escluso che Apollonio non si metta a raccoglierlo, al prezzo di qualche ora di noioso impegno. Le notizie che ne procurano l'occasione, già vecchie di un mese, non sono in effetti tali da costituire collateralmente uno spasso.
Nei casi presentati in questo frustolo, si noteranno incongruenze di genere e numero grammaticali. Non sono errori della trascrizione, ma testimoniano sospensioni o aggiustamenti, comprensibili, nel corso dell'eloquio. Ciascuna ricorrenza è inoltre seguita dall'indicazione del minuto in cui il brano trascritto ha inizio nella registrazione. È un indirizzo approssimativo, ma aiuterà chi eventualmente volesse verificare il dato a risparmiare tempo.
Sono inezie, si dirà: giustamente. Ma chissà che un giorno non vengano utili e che non faccia piacere disporne a chi si diletterà di diacronia linguistica. In fondo, mutatis mutandis, questi lacerti non sono diversi dai fortunosi reperti che hanno consentito alla disciplina di intravedere dove stesse andando o dove già fosse andato il latino, sotto la copertura di un durevole e secolare canone linguistico. E anche tra perdigiorno, anzi, soprattutto tra perdigiorno, procurare al futuro utili inezie è tratto di solidale e speranzosa umanità.

soprattutto anche in relazione a quelli che saranno poi appunto gli sviluppi dei risultati del secondo turno (0:03)

l’intervento del leader della France insoumise appunto in quella che è stata anche la… il messaggio alla piazza, place de la République a Parigi ieri sera (0:05)


questa era la descrizione di quelle che sono state le reazioni degli avversari (0:06)


il rimando a quella che è ancora l’incertezza sebbene insomma le analisi diano, insomma, sottolineano questa avanzata (0:07)


ricorda insomma quella che è stata la mossa all’indomani delle elezioni europee del presidente Macron (0:10)


e poi ricorda anche quelle che sono insomma le… punta su, punta il dito su… sul programma di governo (0:10)


vediamo anche quelle che sono le reazioni ovviamente per quanto riguarda l’Italia (0:11)


perché vediamo quelle che sono le reazioni di Meloni (0:11)


ma soprattutto poi di quelle che sono le principali cariche all’interno della Commissione europea (0:12)


all’indomani dei risultati di questo primo turno… anche quelli che sono i riassestamenti a livello politico sull’Italia (0:14)


poi veniamo alla… anche a quelli che sono poi e riprendiamo un tema che è… un dibattito che è in corso da giorni su… che parte poi dall’inchiesta di Fanpage appunto su quelli che sono le… che insomma hanno fatto emergere anche i… le contraddizioni all’interno di Fratelli d’Italia (0:15)


ha mostrato anche comportamenti contrari anche a quelli che sono comportamenti razzisti antisemiti (0:16)


parole che sottolineano quelle che sono… che sono elementi che riemergono sia con le elezioni in Francia ma anche con l’avanzata della destra in Francia ma anche con il dibattito italiano (0:18)


denunciano quelle che sono le difficoltà incontrate… le molestie incontrate durante… durante il corteo (0:23)


fa il punto su quello che è lo stato del volontariato in Italia (0:24)


è un tema importante anche alla luce di quelle poi che sono le difficoltà sociali tutte… insomma tutte italiane (0:26)


questo è un tema insomma particolarmente importante il fabbisogno di manodopera in particolare in Piemonte […] lo riprendo anche alla luce di quello che è stato in un settore diverso sicuramente… ma è quello dell’agricoltura (0:28)


la Stampa ricorda anche quelle che sono le tre vittime nel Canton Ticino (0:33)


un ennesimo caso di disastro naturale legato appunto a quelle che sono le… a quello che è appunto il cambia… gli effetti del cambiamento, del cambiamento climatico (0:35)


mi ero… mi sono segnata quelli che sono stati gli approfondimenti fatti da alcuni siti (0:35)


nei giorni scorsi c’è stato insomma l’anniversario, quello che è considerato l’anniversario di quella che è la fondazione dello stato islamico (0:35)


e ricorda quello che è stato il primo messaggio registrato… mandato in rete a… messaggio audio diffuso on line il 29 giugno (0:36)


rischiamo di dover raccontare di nuovo anche alla luce di quella che è la radicalizzazione del dibattito a cui abbiamo assistito (0:37)


anche alla luce delle elezioni ma anche di quelli che sono i conflitti… i conflitti in particolare in Medio Oriente (0:37)


e si fa riferimento appunto a quelle che sono state le difficoltà durante… durante il dibattito (0:40)


riguarda anche quelle che insomma sono le posizioni che devono essere prese dalle persone più vicine (0:43)


si teme… insomma quelle che saranno poi gli sviluppi delle prossime settimane (0:44)


avrà un’influenza in quella che sarà la formazione del governo europeo (0:53)


sono parole che sono come dire colpiscono proprio al cuore di quella che è… esattamente come poi leggere (0:55)


al di là della politica al di là appunto di quelli che sono gli equilibri politici (0:57)


per la difesa di quelle che sono i meccanismi (1:00)


l’Europa resta garante di quello che è il funzionamento appunto democratico (1:00)


per evitare che gli orrori appunto di quelli che di quello che era stata la Seconda guerra mondiale di quello che era stato il nazismo (1:01)


la lotta al cambiamento climatico l’integrazione appunto a quello che è uno dei temi su cui l’Europa deve fare più fronte unito  (1:02)


decide di sacrificare appunto quelle che sono le diverse voci le diverse sfumature (1:05)


ma non penso solo poi a quello che è stato il Fascismo… penso anche a quello che è stato a quello che sono stati i venti anni di Berlusconi (1:05)


dopo di che credo anche che bisogna fare una riflessione però su quelle che è l’inclusività il pluralismo la tenuta eccetera (1:07)


è necessario un ragionamento su quelle che sono poi appunto le... i poteri (1:13)


quindi da capire quelle che sono anche gli sviluppi futuri (1:21)

20 luglio 2024

Sommessi commenti sull'Ultra-Moderno (6): Mestiere della lingua e macchine, umano e troppo umano

Per il sempre più irrisorio costo di produzione del necessario supporto materiale, le memorie elettroniche hanno avuto una crescita gigantesca. Sono cresciuti correlativamente gli strumenti atti a rovistarvi con fulminea rapidità e a farci calcoli. Memorie e strumenti, si badi bene, messi a punto da esseri umani, a partire dalle loro capacità e dalle loro conoscenze: macchine e strumenti umani all'eccesso, troppo umani.
Tali strumenti sono sempre meglio "istruiti" allo scopo (le virgolette sono d'obbligo a segnalare la metafora: nessuno lo fa), ma non vanno oltre naturalmente ciò che può fare una macchina, capace solo di correre sulla superficie delle cose. E di cose, va detto, che sono state stoccate alla bell'e meglio, senza alcun criterio di immagazzinamento (inutile all'uopo perdere tempo, se lo strumento di ricerca mette solo qualche nano-secondo in più a trovare) o con criteri di immagazzinamento più vecchi del cucco, nel caso di aree specifiche del comportamento e dell'esperienza umana, come è la lingua. 
Così che, immagine comicamente apocalittica, Dioniso il Trace o l'Apollonio di cui questo diario usurpa il nome si trovano a fornire concetti e categorie a elaborazioni che, presto, saranno proposte come quantistiche: bizzarra e putrefatta apoteosi delle parti del discorso e delle viete etichette categoriali con cui, da più di due millenni, si fa grammatica.  
In funzione dei risultati e venendo al presunto sodo: qualitativamente, quanto fa una macchina è molto meno di quanto possa fare il più stupido essere umano, capace appunto di cogliere (anche inconsapevolmente) complesse relazioni tra forme e funzioni (con fuorviante e pericolosa grossolanità spiritualista, c'è chi dice "il senso"); quantitativamente, è però molto più di quanto possa fare il più performante essere umano. 
A leggere l'intera Comédie humaine, poniamo, per tirarne qualche cosa che gli pare linguisticamente, cioè funzionalmente, significativo, un pover'uomo metterà umanamente mesi, se non anni. Non le sofisticate diavolerie specialistiche, ma il più sciocco e popolare programma di ricerca, troppo umano, ci metterà pochi secondi. 
Il dato che ne sarà stato estratto (e che quindi è in realtà un "preso") sarà allora lo stesso? Nemmeno per sogno, ovviamente. E non si può dire lo sia sotto nessuna prospettiva scientifica che si rispetti e che valga la pena di considerare valida epistemologicamente. 
Da un lato, esso sarà parte di una Erlebnis, di una esperienza formativa: sarà insomma un costrutto e come tale sarà qualitativamente utilizzato da chi l'ha preso e costruito; sarà un dato (o un preso) umano. Dall'altro, sarà invece un oggetto inerte, opaco, una mera quantità, tirata fuori, per chi se ne serve, dal gigantesco nulla di conoscenza consentito dall'uso dello strumento: fondato meccanicamente sopra una cieca utilizzazione strumentale di luoghi comuni concettuali, sarà insomma un dato (o un preso) umano all'eccesso, troppo umano.
Si tratta, come sempre, di una scelta. E non c'è stupirsi quanto a  quella che si sta facendo e sarà fatta anche in funzione di caratteri che definiscono gli esseri umani, come è appunto la lingua, se si considera la via imboccata da questa civiltà ormai secoli or sono, quando intraprese la via del troppo umano. 
Già gli artigiani e in tempi che ormai possono essere considerati remoti furono infatti posti davanti al secco dilemma tra morire di fame o diventare sostituibili, come via via sempre più superflue appendici di un telaio o di un tornio meccanico: troppo umani. Non è diverso ciò che sta succedendo nella produzione delle attività e delle discipline che un tempo si definivano morali. 
A chi stima che quella che si prospetta nella pratica del mestiere della lingua non sia scienza, in nessuno dei valori possibili della nozione, ma una sua parodia, resta il compito di dare fin quando si potrà una testimonianza, con la sorridente e consapevole illusione di una eventuale resipiscenza: ci sono infatti errori che provocano danni irreparabili, lungo vie di devastazioni irreversibili.
Tratto umano, forma, nel più alto valore della nozione, con cui gli esseri umani si esprimono e si rivolgono gli uni agli altri, la lingua, proprio nella sua essenza meccanica, cioè nei modi del suo funzionamento, è inaccessibile alle macchine e quello che le macchine ne tirano fuori, a grandi numeri, chissà cos'è. Ragionevolmente, scorie in sterminate quantità, come è tipico e caratteristico appunto delle procedure umane in eccesso: delle procedure troppo umane.

17 luglio 2024

Cronache dal demo di Colono (70): Malpensa

Ad Apollonio, sia chiaro, le intitolazioni a persone di vie, monumenti, istituzioni, infrastrutture e ogni altro di pubblico non sono mai parse operazioni probe. 
Anche quando la persona è la migliore si possa immaginare e altrettanto si possa dire dell'intenzione di onorarla, l'atto gli sa sempre di mistificatorio. Pensa che ai suoi esiti, semplicemente, ci si abitui e che l'abitudine al nome obliteri l'omaggio. 
Passa agli storici, eventualmente, il compito di riesumarlo e di dirne il come e il perché, illustrando così lo spirito dell'epoca in cui l'omaggio viene reso più dei meriti (o dei demeriti) che lo giustificherebbero, quanto alla persona. 
Umberto I, per esempio, è un nome che, da più di un secolo, spesseggia nell'odonomastica italiana. "Il Re buono" o "il Re mitraglia"? La vittima di Gaetano Bresci o, correlativamente, colui che aveva concesso titoli e onori a Fiorenzo Bava Beccaris per avere represso con sanguinosa ferocia i moti di Milano della primavera del 1898?
E del Vincenzo Magliocco, al cui nome la sua città natale tributa l'onore di una via, chi ricorda che si distinse per l'uso di armi chimiche nel corso della Guerra di Etiopia? Checché ne pensino le attuali ideologie, niente è più opinabile del merito, perché niente è più soggetto a un punto di vista.
Di recente, lo stagno della politica e della comunicazione nazionali sono stati agitati, come si sa, dalla intitolazione dell'aeroporto fin qui detto (di) Malpensa. Un atto pubblico molto controverso. Andata come sia, c'è da ritenere che, del Silvio Berlusconi cui si è così inteso rendere omaggio, a breve nessuno ricorderà fatti e misfatti e Silvio Berlusconi, come deve, diverrà pienamente un nome, privo di significato. 
D'altra parte, su ben altro livello, c'è già un aeroporto italiano intitolato a uno che, come Gaio Valerio Catullo, con la sua voglia di vivere, pare non si facesse mancare frequentazioni moralmente discutibili, tanto politiche, quanto erotiche. Colpe evidentemente già passate in paradossale giudicato: "Catullo - si dirà certamente la stragrande maggioranza dei viaggiatori e delle viaggiatrici che transitano per Verona -, chi era costui?". Un antenato dell'oggi più noto (Aldo) Cazzullo? 
E Apollonio deve il migliore commento alla vicenda onomastica di cui è stato postumo protagonista l'ex-Cavaliere alla pertinente arguzia linguistica di un suo stimato sodale svizzero. Tra le migliaia, è la sola osservazione che faccia al tempo stesso sorridere e riflettere, come sempre si dovrebbe. 
Con il suo amichevole permesso, la condivide qui con i suoi due lettori, sapidamente racchiusa, com'è, nel motto del Nobilissimo Ordine della Giarrettiera: Honi soit qui mal y pense.

8 luglio 2024

7 luglio 2024

Presi al volo (1): Oggetto con preposizione, passivo (e) impersonale

 

[Una nuova rubrica, di interesse esclusivamente specialistico, che offre dati o, appunto e meglio, presi a chi eventualmente vuole e sa farne oggetto di riflessione funzionale.]   

 

6 luglio 2024

Linguistica candida (69): Riflettere

Non pare ad Apollonio sia mai stato attribuito negli studi il valore che invece meriterebbe l'osservazione oltremodo banale che lo sviluppo linguistico è correlato a un parallelo sviluppo della capacità di tacere e dunque alla distinzione tra cosa della propria esperienza linguistica interiore si manifesta e cosa no. O meglio, tra cosa, nell'espressione interiore, cioè nel linguisticamente concepito, ascolta solo chi l'ha concepito e cosa invece, perlomeno nell'intenzione, è espressione non esclusivamente riflessiva. Senza un'espressione manifesta, com'è facile affermare, la vita degli esseri umani sarebbe certamente impossibile, ma, si badi bene, lo sarebbe altrettanto senza la mirabile libertà individuale e la soddisfazione che procura la lingua nel suo stato tacito.  

27 giugno 2024

Linguistica candida (68): Un vettore del mutamento di norma negletto

Perché una tendenza linguistica (soltanto linguistica?) prevalga, che sia cretina è pressoché indispensabile. La cretineria è assicurazione di successo nella società dei parlanti (solo dei parlanti?).
Non si creda però che la cretineria non prevalga anche individualmente in chiunque parli. Ciò accade non solo perché, fuori del tempo, essa è dote personale universalmente umana, ma anche perché, se è intelligente o, meglio, se tale si giudica, non c'è essere umano che non tenga non tanto a mettersi linguisticamente al pari con la società, quanto a farle addirittura da avanguardia. 
Il moderno ceto intellettuale è in proposito esemplare. Da esso emanano appunto le innovazioni: per fare solo un esempio, nelle sue chiacchiere, raccontare dilaga e sommerge il modesto e referenziale dire, lo specifico e diversamente impegnativo spiegare e altre eventuali scelte. 
È così che, con il mutamento linguistico, a quel (raramente simpatico) pasticcione che è appunto l'essere umano e che, sine ira et studio, sarebbe forse da definire un quasi perfetto cretino, non manca mai l'occasione per un rinnovato esercizio della sua principale dote, sulla via indefinita della sua storia. Infinita, la storia, non la si può certo dire: come ogni individuo che ne fa parte, un giorno anche la specie perirà. Dove andrà allora la lingua, nessuno lo sa. Come la vita, tornerà donde è venuta?
E, per concludere un frustolo che (inutile pensare di nasconderlo) è esso stesso prova della fondatezza del suo argomento, è così che il mutamento linguistico (solo il linguistico?) va guardato come ineluttabile: con animo compassionevole e, al tempo stesso, ammirato. Mai con lo spocchioso timore che porti verso il peggio, come fanno non tanto i conservatori, quanto i reazionari, mai con la violenta illusione che porti verso il meglio, come fanno i progressisti entusiasti. 
Che poi tale criterio valga soltanto per la lingua e i suoi mutamenti, come si è visto, qui non lo si giura.

19 giugno 2024

"Colorless green ideas sleep furiously"

Non mancherà ai due lettori di Apollonio la conoscenza di quanto, nella comunicazione globale, è successo ieri. Sono accidenti che, di norma, non portano male al soggetto che ne viene investito e, al contrario, capita diventino auguri di permanenza in vita. 
Noam Chomsky non ha forse al momento la lucidità di spirito per reagire come fece Mark Twain quando qualificò come esagerata la notizia della sua morte, in un telegramma inviato all'agenzia giornalistica che l'aveva diffusa.
Frattanto, le reti sociali hanno prodotto un numero imprecisato di perle. Una è particolarmente gustosa, se riferita a colui che coniò, per suo uso e consumo, la proverbiale espressione menzionata del titolo del frustolo. Eccola: "Morto all'età di 95 anni Noam Chomsky, il maggior linguista vivente..."

10 giugno 2024

Sommessi commenti sull'Ultra-Moderno (5): Adeguare la lingua

Il sole sorge
, il sole tramonta anche dopo Copernico. E, come formula, Dio non voglia continua ad affiorare sulle labbra di mortali ben convinti e convinte dell'ormai plurisecolare morte di Dio. Di Dio nessuno si è ancora azzardato a precisare d'altra parte se è proprio morto o solo clinicamente morto, che, come si sa, significa in realtà che qualcuno è ancora sufficientemente vivo da potere donare un organo. E di farlo (farlo? Anche qui, qualche dubbio sarà lecito) senza essere in grado di proferire un fatidico Prendi il mio cuore: è tutto tuo. Aspetti dell'ideologia, della vita e di qualche suo correlato non di poco momento, come si comprende.
Invece, "la lingua ha da adeguarsi alla nuova realtà", si sente dire. Da qualche secolo, appunto, c'è sempre una voce, pronta a ispirare un coro, che si alza ad affermarlo con fare (spesso inutilmente e rabbiosamente) impositivo. 
Gente che, poverina, crede che le proprie piccole convinzioni, con il corredo di norme linguistiche all'uopo artificialmente e localmente cogitate, siano la realtà: la realtà che conta!
La voce di costoro ha un suono stridulo e sinistro e conviene non prestarle orecchio. Da qualsiasi fonte provenga: destra, manca, sopra, sotto, davanti, dietro. Dovunque essa echeggi: tribuna, aula, pulpito, cattedra, piazza, assemblea. Di qualsivoglia lingua si tratti: quotidiana, letteraria, locale, nazionale, pubblica, privata. E qualunque sia la realtà di cui proclama la novità: materiale, spirituale, personale, sociale, etica, teoretica.  
I conti con la realtà, la lingua li fa, li ha sempre fatti da sé e, nel mutare delle epoche, delle credenze, delle ideologie, i programmi umani che pretendono di determinare tali conti non ne producono la conformità, suo tratto necessario e permanente. Ne producono invece un transeunte conformismo, talvolta drammatico, sempre ridicolo.

27 maggio 2024

Vocabol'aria (21): Overtourism


È overtourism alla fonte, come dichiara l'immagine; nell'espressione e nella comunicazione del Bel paese, oltre a essere rimasto tale e quale, circola anche, adattato, come iperturismo e come sovraturismo. Ma non si fa qui questione del prefisso. O meglio: si fa questione del prefisso, ma non per sentenziare quale sia eventualmente da preferire, nella resa italiana del termine. 
Già. Perché overtourism nasce come termine, cioè come elemento di una terminologia specialistica a designare un fenomeno, una sorta di nuovo morbo del mondo come oggi va, e a designarlo in maniera univoca, perlomeno in linea di massima: ci sono città, siti, aree che ne soffrono. 
Se finisce nei turbini dell'odierna comunicazione, un termine ci mette però un attimo a diventare una parola qualsiasi. A trovarsi insomma nel lessico d'ogni dì, con la sua vaghezza, in compagnia di vecchie parole, come bellezza, si metta, o di altri ex-termini decaduti: psicosi, epidemia... 
Sia esso over-, iper- sovra-, nell'attuale circolazione della parola, il prefisso fa come da manico a turismo, per dirla con una figura: quanto serve a impugnarla, discorsivamente. E l'impressione è che, sul fondamento di un cliché, il marcio sia nel manico: in quell'over-, iper-, sovra-. Turismo, vox media e dalle eventuali connotazioni positive, passa in altre parole al negativo per via del prefisso. 
Un esempio comparabile? Attivo si dice eventualmente di un pargolo che fa la gioia di mamma; si passa a iperattivo (un tempo, più banalmente, irrequieto) e la gioia finisce. A sua volta, turismo va bene. Gli si aggiunge il prefisso e smette di andare bene. Non ci vuole molto a intendere a questo punto la prospettiva che si realizza nel processo segnico. È solo una variante di un altro, stagionato cliché: il troppo stroppia. E over-, iper-, sovra- sono appunto quel troppo.
A tale prospettiva, soggiace tuttavia un'ideologia implicitamente consolatoria: neutro, se non buono, il turismo, è solo il suo presente eccesso a essere cattivo. E se così non fosse? 
Il turismo è in effetti una delle principali manifestazioni dello spirito moderno. E ci sono manifestazioni dello spirito moderno, non si vuole dire morbi, la cui natura ha potuto rimanere dubbia o persino essere parsa positiva fino a quando la loro diffusione le ha tenute, per dire così, non solo sotto la soglia dell'osservabilità, ma anche sotto la protezione delle correlate ideologie. 
I dubbi avrebbero dovuto smettere di esistere da quando esse si sono dispiegate in tutta la loro virulenza. Ciò che uno sguardo poco avvertito e, appunto, consolatorio segnala come un troppo è in realtà il raggiunto stato della loro maturazione. È il caso del turismo moderno e a poco vale invocare in proposito tra i suoi mitici archegeti Montaigne o Goethe. Ai geni solitari, come ai pionieri, non si rimprovererà d'essere stati non solo di tanto in tanto genialmente stupidi (e, come tali, non solo tendenzialmente violenti).  
Sotto questa e forse più corretta prospettiva, il cosiddetto overtourism (o iperturismo o sovraturismo) è solo il turismo nel suo stato compiuto. Uno stato, ci si intenda, che, dopo la maturazione, tende ovviamente verso la putrefazione e forse l'ha già raggiunta. 
E, se mai ce ne sarà il tempo, bisognerà un autentico cambio di paradigma morale (prima ancora che economico) perché non tanto sopra l'overtourism, ma sopra il turismo tout court, come sopra molti altri "-ismi" di questo evo a volte tragicamente, a volte comicamente privo di grazia, cominci a pesare un opportuno anatema e riempia chiunque di vergogna il solo pensiero di passare per turista.



18 maggio 2024

Giuseppe Tomasi di Lampedusa... scrittore

A spasso per il  Cimitero dei Cappuccini di Palermo, dopo una visita alle celebri Catacombe, capita ci si imbatta in un modesto avello, quasi al livello del suolo, sigillato dalla lapide qui di séguito esposta: 


Vi si legge Giuseppe Tomasi | Principe di Lampedusa | Morto a Roma il 26 luglio 1957. E sotto: Alessandra Wolff Stommersee | Principessa di Lampedusa | Morta a Palermo il 22 giugno 1982. Al visitatore, alla visitatrice, i nomi delle persone lì sepolte possono essere ignoti. Ma se li conosce, fa così modesta esperienza di un dettaglio autentico, di un briciolo di verità in una vicenda umana. 
Morto a Roma nel luglio del 1957, Giuseppe Tomasi di Lampedusa, non fu sepolto tra le pompe e gli agi evocati dal titolo e dal predicato. E soprattutto, in quei giorni e ancora per un anno, era circostanza nota a poche persone che quel nobile male in arnese avesse lasciato il manoscritto di un romanzo. Quanto accadde in séguito è noto e fa parte della montagna di luoghi comuni sotto la quale Il Gattopardo giacque, sin dal suo apparire, e ha continuato a giacere. 
Venticinque anni dopo, testimonia la lapide, raggiunse il coniuge nel medesimo luogo Alessandra Wolff Stomersee, persona di gran valore: Licy, per gli intimi. Ed è sapida la svista, se di svista di tratta, del lapicida: Stommersee. Causata da una commissione soltanto orale del manufatto o da un'errata precedente documentazione anagrafica? Apollonio non sa cosa pensarne: sarebbero necessarie le ricerche di qualche erudito. Ma è curioso che, per decenni, l'erede (di recente scomparso) non pensò mai di rimediarvi. Avrà avuto le sue ragioni.
Il mondo va avanti per accidenti e in tal modo finisce per mettere in piedi ironie che gli esseri umani sono lungi dall'immaginare e dal prevedere. Chi non ha letto solo il romanzo di Lampedusa sa quanto egli, sardonicamente sconsolato, si beffasse dell'approssimazione siciliana. Del modo isolano di raffazzonare, abborracciare, fare alla meno peggio. Ne è caduto vittima anche il nome della moglie sulla tomba? Se così fosse, ben gli starebbe! Persino, anzi soprattutto senza volerlo, Palermo è infatti vendicativa e non perdona chi, al suo proposito, non mente. 
La tomba di cui si sta dicendo non alberga più però i resti mortali di Lampedusa. Ora è qualche mese, essi sono stati portati via. Non si inquieti chi, lontano dall'attualità culturale palermitana, a questo punto immagina in proposito una profanazione. Proprio il contrario: è l'effetto di un omaggio, di un riconoscimento, di un tributo.
Un passo indietro: la città dove Lampedusa nacque e visse la maggioranza dei suoi giorni si fregia di un pantheon, tenuto dai Domenicani. Chi vuole può passarvi in rassegna i sepolcri di cittadini che Palermo ha così consacrato come illustri. Lampedusa non era nel novero. 
Facile capire perché: egli era morto appunto prima di diventare illustre. E non si creda che bastasse il titolo a farlo illustre. Di principi, in Sicilia e a Palermo, ce ne sono sempre stati parecchi. Deve avere inoltre avuto una maligna e spagnolesca fantasia umoristica chi decretò, secoli or sono, che divenisse un principato la desolata isoletta mediterranea, all'epoca disabitata, e l'attribuì come un'onorificenza ai duchi di Palma, cui l'essere duchi, a un certo punto, non parve sufficiente... 
L'assenza di Lampedusa dal pantheon palermitano rimase pertanto a lungo inavvertita. Passò poi forse tra le giustificate, a loro modo: a Palermo (e non solo a Palermo) di Lampedusa grand'uomo e meritevole di un simile onore c'era chi dubitava. Testimone autorevole, Leonardo Sciascia, fin quando non gli riuscì di proferire in proposito una palinodia a mezza voce. 
Ma i tempi cambiano. Le resistenze cedono. Meglio: della faccenda, è ormai difficile qualcuno abbia memoria o consapevolezza. Restano, reboanti, il nome e il romanzo, ambedue come cliché. E il secondo sta addirittura per fornire materia a una serie televisiva di prossima uscita. Meglio non farsi cogliere impreparati all'arrivo del correlato "turismo culturale".
Nel pantheon, si sarebbe potuto rimediare con un cenotafio. Si parva licet..., di cenotafio, per esempio, in Santa Croce a Firenze ce n'è uno di Dante, cittadino con rapporti ben più complessi, e pubblici, con la sua città di quanto Lampedusa, nel suo privato, pare ne abbia avuti con Palermo. Ma l'idea non deve essere parsa percorribile: in effetti, a che serve fari scrusciu e battaria se non ne vengono effettivamente turbati il silenzio, la pace, la semplicità di ciò che è?
Dalla tomba riservatagli dalla vita, i resti di Lampedusa sono stati così traslati al pantheon palermitano. E con gran pompa (o, meglio, con quella resa possibile da un budget da evidenti tempi grami), sono stati posti in questo parallelepipedo marmoreo appoggiato sul pavimento e stretto a una colonna:


Orbato della verità della sua morte privata (se non oscura), Lampedusa lo è stato così anche della compagnia della sua Licy: coniugio non banale, testimoniato com'era für ewig dalla tomba. Nel trasloco, egli ha anche perso l'esplicita menzione del titolo. In cambio e a mo' di targa stradale, si è ritenuto che lo celebri la qualificazione, quanto insanabilmente piccolo-borghese, di scrittore... 

12 maggio 2024

Lingua loro (47): "Venti ventiquattro"


In italiano, calcolo e denominazione degli anni dell'Era cristiana si facevano e ancora capita si facciano con l'uso di un numerale cardinale che vede menzionate, nell'ordine, le migliaia (ove presenti), le centinaia (ove presenti), le decine (ove presenti) e le unità. Per es., duemila ventiquattro, per dire dell'anno in corso, cioè due migliaia, zero centinaia, due decine e quattro unità. Con la lettura dell'orologio, modo appreso da generazioni alla scuola primaria. 
Fino a qualche anno fa, tale uso vigeva incontrastato, se non unico. Ma gli usi linguistici cambiano, anche quelli che nessuno si aspetta lo facciano. Oggi, a dire che l'anno prossimo sarà il duemila venticinque, e non il venti venticinque, in certi ambienti si rischia di essere tenuti per retrogradi (cosa che è un bel paradosso, a pensarci bene). L'uso che si è illustrato è ormai antiquato. 
Apollonio non pretende di dire cosa nuova a chi legge: è impossibile non abbia già notato che un uso diverso è venuto a fare concorrenza al vecchio. Qui, per esempio, una pertinente consulenza dell'Accademia della Crusca, con opportuni rinvii ai percorsi che esso ha probabilmente compiuto.
Secondo il nuovo uso, il numero va allora scorporato in due blocchi di due cifre. A ciascun blocco, come se esso fosse indipendente, assegna poi il relativo numerale cardinale. Ne sortisce una sequenza che denomina, una prima volta, decine e le unità, per poi farlo una seconda volta. Duemila ventiquattro diventa in tal modo venti (due decine, zero unità) ventiquattro (due decine, quattro unità). Nel nuovo uso vanno al diavolo migliaia e centinaia, nel computo e nella denominazione degli anni.
Dire donde venga l'uso e l'innovazione è ridondante: viene donde vengono ormai da un bel po' tante innovazioni linguistiche e culturali. Da quanti anni l'umile Va bene ha dovuto cedere il passo all'invadente e ormai onnipresente okey. Lagnarsene sarebbe da stupidi. 
E del resto chi non ha un blue jeans nel suo guardaroba? Chi non ha una T-shirt? Possibile che, da qui a qualche tempo, il modello di venti ventiquattro diventerà la norma e quando in un documento come questo si troverà scritto duemila ventiquattro lo si terrà come indizio di una lingua del passato. Ma oggi vale forse la pena di dire cosa la novità lascia trasparire, al di là dell'ovvio e dell'erudito. 
Lo scorporo del numero a quattro cifre nella composizione di un numero di due blocchi di due cifre ha l'aria di iscriversi nella tendenza a rendere tutto smart: venti ventiquattro suona indubbiamente più svelto e quindi più alla moda del suo vecchio concorrente. 
Ma anche nella fonte linguistica da cui l'uso è sgorgato, al di là degli accidenti della parole e dal punto di vista del sistema, esso s'è forse imposto per la cruda necessità espressiva di una semplificazione concettuale e di una riduzione del carico mnemonico: meno sintagmatica e meno paradigmatica, insomma. Ha quindi l'aria di essere, in altre parole, elemento di un pidgin. Non il solo indizio (questo, al tempo stesso, minuscolo e macroscopico) di un avanzato e globale processo di pidginizzazione culturale.
Che poi, a dirla tutta e a metterla crudamente sul referenziale, duemila ventiquattro sono gli anni che oggi ci dividono dalla nascita di Cristo; qualsiasi cosa ciascuno pensi dell'avvenimento, non una cosa da nulla nella considerazione di una civiltà: l'elemento che ne dà la misura sull'asse del tempo. 
Venti ventiquattro, santo Cielo, cosa sono? I numeri, le misure, le dimensioni, le taglie di cosa?

[L'immagine da https://www.cdt.ch/opinioni/commenti/benvenuto-sanremo-venti-ventiquattro-341580].

9 maggio 2024

Antonomasie quotidiane (1): "Il Pianeta"


Apollonio non è così vecchio da avere memoria diretta dei tempi in cui un poeta poteva scrivere "...guardai in alto e vidi le sue spalle | vestite già de' raggi del pianeta | che mena dritto altrui per ogni calle", senza che nessuno s'azzardasse a dirgli che il sole non è un pianeta. Tolomeo sbagliava, si sa, e con lui sbagliava Dante, ma si vuole mettere la serenità e la poesia che discendevano dal vivere e dallo scrivere nei tempi millenari del loro splendido errore?
Ma è abbastanza vecchio, Apollonio, da avere fatto esperienza, in evo copernicano, di una temperie in cui pianeta, nome comune (o non-proprio, come vanamente vuole quel pignolo del suo alter ego: qui il riferimento bibliografico), aveva di preferenza ricorrenze da nome comune e, nei casi opportuni, veniva qualificato da un nome proprio: "il pianeta Terra" (oltre che, ovviamente, "il pianeta Venere", "... Giove", "... Saturno" ecc.), cioè 'il pianeta [chiamato] Terra' o 'la [chiamata] Terra'.
Nel discorso pubblico odierno, pianeta ricorre invece, non si vuole dire nella maggioranza dei casi, ma certo in quelli più significativi, in un'antonomasia: "il Pianeta", cioè 'il [chiamato] pianeta' tout court
La Terra è diventata il pianeta per antonomasia e c'è poco da stupirsene: una banalità. Cosa si vuole pensi una specie che, chissà come, si è trovata a farci casa. 
Ma la banalità cela (o rivela a chi sa vederlo) un interessante dato culturale. Lungi dall'essere stato battuto in breccia, l'antropocentrismo, tratto specifico dell'ideologia che soggiaceva alla prospettiva tolemaica e che fu detta molto criticabile anche per questo, è ancora ben presente e, quatto quatto, orienta il modo con cui si pensa e ci si esprime. In altri termini, l'antropocentrismo ha solo subito una metamorfosi, che lo ha opportunamente camuffato. Si è adattato al nuovo ambiente, in cui non c'è ideologia che non circoli in maschera, e c'è da dubitare l'adattamento l'abbia ideologicamente indebolito. 
A sentire evocare tanto frequentemente e con tanta enfasi l'antonomasia "il Pianeta" (con le migliori intenzioni, ci si intenda, ma fosse con le peggiori poco cambierebbe), c'è quasi la certezza che l'antropocentrismo, se era un morbo del pensiero, si sia aggravato: una tabe dai sintomi non più facilmente riconoscibili.

24 aprile 2024

Minuzie (1): Moretti in "C'è ancora domani"

 

La "Gelateria Moretti", nel fotogramma: un fermo-immagine che precede di un attimo il passaggio narrativo nel quale viene distrutta da una esplosione, in C'è ancora domani, il film di Paola Cortellesi (e, con lei, degli sceneggiatori Furio Andreotti e Giulia Calenda). Apollonio non ha trovato in rete un'immagine in cui l'insegna si veda meglio. Essa ha in effetti il suo fugace risalto nella scena che segue il pranzo di fidanzamento tra Marcella Santucci e, appunto, Giulio Moretti. Non, si ponga, Angelucci, Ceccarelli, Mancini, come sarebbe stato possibile per verosimiglianza geolinguistica. Moretti.
A proposito di onomastica nelle opere di fantasia, chissà se, tra le moltitudini che hanno visto la pellicola e tra le numerosissime penne che l'hanno commentata, c'è chi ha fatto caso alla scelta del nome. Nella Roma cinematografica, una scelta marcata (à suivre).
Qui il trailer dal quale è tratto il fotogramma:
 

29 marzo 2024

A frusto a frusto (137)

 




Ogni temperie ha i suoi personaggi pubblici. Grandi, piccoli o minimi che siano, sono, di norma, i loquaci sintomi dei morbi che l'affliggono.

8 marzo 2024

Lingua loro (46bis): "...a doppio cieco"

 

Apollonio non sa dire se a proposito delle procedure ormai di rigore per le pubblicazioni scientifiche (probabilmente no), ma a commentare il "doppio cieco" ci aveva già pensato Altan (à suivre). 


28 febbraio 2024

Lingua loro (46): "Peer Review a doppio cieco"

Il nesso Double-Blind Peer Review designa una pratica fattasi norma cogente, nel corso dell'ultimo cinquantennio. Essa prevede che chi procura un giudizio sopra uno scritto scientifico proposto per la pubblicazione o per la presentazione a un congresso ignori chi ne è l'autore e che, reciprocamente, l'autore ignori l'identità del revisore. Niente nomi propri, per carità: i nomi propri sono settici.
Qui si sospende il giudizio sopra la pratica. Che possa essere calamitosa è ipotesi che ha cominciato a serpeggiare non da ieri, negli ambienti scientifici. E la teoretica, cui essa pretende di essere al servizio, non tiene evidentemente troppo conto (anche se fa sembiante di farlo) di una correlata etica. Per tradizione, si ritiene per esempio che l'anonimato di una comunicazione non sia in effetti etico emblema di probità.
Come s'è detto, questo frustolo non si impegna tuttavia in temi tanto importanti: ogni temperie ha l'etica e la teoretica che merita e guai a toccargliele, se non si vuole buscarne in contraccambio botte da orbi (wow). 
Ci si limita così a considerare brevemente la parziale resa in italiano della designazione della pratica. La si legge nel titolo e la si incontra regolarmente, frequentando i circuiti nazionali della Scienza (con articolo determinativo e iniziale maiuscola, come ormai è d'obbligo) e della sua amministrazione (in questo documento, un esempio). 
Una resa siffatta ha certamente visto la luce in ambienti che all'inflessibile serietà degli studi, al grande valore scientifico e alla cura maniacale per la considerazione sociale, uniscono una naturale disposizione al comico e alla (auto)parodia, soprattutto quando ammiccano a una varietà linguistica di prestigio. A essi va la gratitudine per il buonumore che ne deriva.
Leggere o udire a doppio cieco (e non a doppio non vedente, si osservi sorridendo) invita inoltre a volgere per analogia il pensiero a un'opera d'arte che, di ciechi, ne mette in scena addirittura tre volte due, forse come illustrazione del modo con cui, proprio sulla sua soglia, si stava presentando l'evo moderno:

26 febbraio 2024

Linguistica candida (67): Sapienza della lingua

La facoltà umana che è uso chiamare lingua (e che, sempre per metonimia, sarebbe più allusivo della sua realtà chiamare orecchio) è un sistema incessantemente processuale e un processo costantemente sistematico, in ogni momento e in ogni suo aspetto. 
Si illude o millanta chi proclama di avere, già adesso o in prospettiva, il modo di farne l'oggetto di una descrizione compiuta, ancor peggio, di una comprensione integrale. 
Al contrario, è realistico e adeguato mettersi nella disposizione d'animo e nella condizione, se ci si riesce, di cogliere, per via di pertinenza, ciò che non varia nella varietà e ciò che varia nell'invarianza del quasi nulla della lingua di cui si ha la ventura di fare esperienza diretta o per via di studio. 
Ecco perché, senza una filologia, non questa o quella filologia, ma inderogabilmente una filologia, l'attenzione rivolta alla lingua diventa un'attività ben che vada spassosa, pur nelle sue complicazioni, ma vana, in termini di conoscenza. Parimenti vana, fuori di un gioco di erudizione, è tuttavia la medesima attenzione quando, invocando specularmente la storia come principio, essa finisce per fare da servile complemento a una filologia, riducendosi a una filologia d'accatto.
Esperienza di un quasi nulla, s'è detto. Di qualsiasi strumento di raccolta si disponga, i cosiddetti dati non saranno infatti mai più di un quasi nulla, se, anche al di là della loro qualità, il loro numero è messo a confronto con la quantità indefinita non solo di ciò che della lingua è patente, ma anche di ciò che non lo è e che è la stragrande maggioranza delle sue evenienze, convenzionalmente dette pensiero. 
Non è curioso in effetti ed è indiscutibile che la facoltà espressiva umana destini alla latenza la quasi totalità delle sue realizzazioni. A ben vedere, sarebbe infatti una troppo atroce condanna, per gli esseri umani, vivere nel rumore perenne che deriverebbe dalla manifestazione dell'indefinito numero dei loro pensieri. 
È d'altra parte ovvio che si parli di quantità indefinita, quando è in gioco la lingua. Si tratta, come s'è detto in esordio, di una facoltà umana e del relativo comportamento. Evitando in proposito di montarsi la testa, è dunque opportuno, oltre che sobrio ed elegante, lasciare la qualificazione di infinito eventualmente a chi o a quanto ne fosse adeguatamente descritto. Di una cosa si può essere sufficientemente certi: infinito non è niente di ciò che è al tempo stesso umano, lingua inclusa, in ogni suo aspetto.
In funzione di un'indefinita finitezza e del correlato quasi nulla dell'esperienza che se ne può fare, cogliere quanto non varia nella varietà e quanto varia nell'invarianza è in effetti ciò che, per naturale disposizione e sensibilità, fa con la lingua ogni essere umano. Lo fa con accanita dedizione nei primi anni della sua vita e, via via con più scarsa capacità e minore interesse, nel prosieguo, ma caso mai avendone qui e là barlumi di consapevolezza.
Scienza o, forse meglio, sapienza della facoltà espressiva umana convenzionalmente detta lingua è provare a conservare, nei suoi confronti, disposizione, sensibilità e dedizione infantili, con l'obiettivo di rendere meno effimera e precaria la luce che sopra essa getta, come può, una consapevole maturità. 

15 febbraio 2024

Buoni e cattivi

A parziale fondamento intellettuale, e si vorrebbe dire anche morale, di una civiltà in cui si pretende ancora d'essere iscritti (chissà con  quanta ragione, c'è da chiedersi), sta l'Iliade. 
Non è rappresentazione poetica di stati umani e sovra-umani di concordia, è appena il caso di ricordare. Forse vale però la pena di osservare come il dissidio messo in scena dal poema non oppone buoni e cattivi. E ciò vale tanto per gli umani, per i quali la contesa è ovviamente mortale, quanto per i sovra-umani, per i quali essa non lo è. 
Se il poema aspirava a suscitare stati d'animo in chi un dì lontano lo ascoltava, in chi poi lo ha letto e in chi ancora lo legge, non ne fomenta nessuno che si appoggi basilarmente sopra la distinzione tra buoni e cattivi. Rabbia, pietà, orrore, ammirazione, sdegno, commiserazione, ribrezzo, scherno: in linea di principio, erga omnes. E, con i medesimi bersagli, uno per uno, i sentimenti conversi.
Immaturità di un pensiero e di un'epoca che, certamente per un errore di prospettiva, vengono considerati aurorali e, a ben vedere, erano invece pienamente e luminosamente diurni? 
Decrepito tramonto di una rimbambita temperie, piuttosto, in cui, non da ieri, chi ha pretese intellettuali emette giudizi e divide il mondo in buoni e cattivi.