28 febbraio 2024

Lingua loro (46): "Peer Review a doppio cieco"

Il nesso Double-Blind Peer Review designa una pratica fattasi norma cogente, nel corso dell'ultimo cinquantennio. Essa prevede che chi procura un giudizio sopra uno scritto scientifico proposto per la pubblicazione o per la presentazione a un congresso ignori chi ne è l'autore e che, reciprocamente, l'autore ignori l'identità del revisore. Niente nomi propri, per carità: i nomi propri sono settici.
Qui si sospende il giudizio sopra la pratica. Che possa essere calamitosa è ipotesi che ha cominciato a serpeggiare non da ieri, negli ambienti scientifici. E la teoretica, cui essa pretende di essere al servizio, non tiene evidentemente troppo conto (anche se fa sembiante di farlo) di una correlata etica. Per tradizione, si ritiene per esempio che l'anonimato di una comunicazione non sia in effetti etico emblema di probità.
Come s'è detto, questo frustolo non si impegna tuttavia in temi tanto importanti: ogni temperie ha l'etica e la teoretica che merita e guai a toccargliele, se non si vuole buscarne in contraccambio botte da orbi (wow). 
Ci si limita così a considerare brevemente la parziale resa in italiano della designazione della pratica. La si legge nel titolo e la si incontra regolarmente, frequentando i circuiti nazionali della Scienza (con articolo determinativo e iniziale maiuscola, come ormai è d'obbligo) e della sua amministrazione (in questo documento, un esempio). 
Una resa siffatta ha certamente visto la luce in ambienti che all'inflessibile serietà degli studi, al grande valore scientifico e alla cura maniacale per la considerazione sociale, uniscono una naturale disposizione al comico e alla (auto)parodia, soprattutto quando ammiccano a una varietà linguistica di prestigio. A essi va la gratitudine per il buonumore che ne deriva.
Leggere o udire a doppio cieco (e non a doppio non vedente, si osservi sorridendo) invita inoltre a volgere per analogia il pensiero a un'opera d'arte che, di ciechi, ne mette in scena addirittura tre volte due, forse come illustrazione del modo con cui, proprio sulla sua soglia, si stava presentando l'evo moderno:

26 febbraio 2024

Linguistica candida (67): Sapienza della lingua

La facoltà umana che è uso chiamare lingua (e che, sempre per metonimia, sarebbe più allusivo della sua realtà chiamare orecchio) è un sistema incessantemente processuale e un processo costantemente sistematico, in ogni momento e in ogni suo aspetto. 
Si illude o millanta chi proclama di avere, già adesso o in prospettiva, il modo di farne l'oggetto di una descrizione compiuta, ancor peggio, di una comprensione integrale. 
Al contrario, è realistico e adeguato mettersi nella disposizione d'animo e nella condizione, se ci si riesce, di cogliere, per via di pertinenza, ciò che non varia nella varietà e ciò che varia nell'invarianza del quasi nulla della lingua di cui si ha la ventura di fare esperienza diretta o per via di studio. 
Ecco perché, senza una filologia, non questa o quella filologia, ma inderogabilmente una filologia, l'attenzione rivolta alla lingua diventa un'attività ben che vada spassosa, pur nelle sue complicazioni, ma vana, in termini di conoscenza. Parimenti vana, fuori di un gioco di erudizione, è tuttavia la medesima attenzione quando, invocando specularmente la storia come principio, essa finisce per fare da servile complemento a una filologia, riducendosi a una filologia d'accatto.
Esperienza di un quasi nulla, s'è detto. Di qualsiasi strumento di raccolta si disponga, i cosiddetti dati non saranno infatti mai più di un quasi nulla, se, anche al di là della loro qualità, il loro numero è messo a confronto con la quantità indefinita non solo di ciò che della lingua è patente, ma anche di ciò che non lo è e che è la stragrande maggioranza delle sue evenienze, convenzionalmente dette pensiero. 
Non è curioso in effetti ed è indiscutibile che la facoltà espressiva umana destini alla latenza la quasi totalità delle sue realizzazioni. A ben vedere, sarebbe infatti una troppo atroce condanna, per gli esseri umani, vivere nel rumore perenne che deriverebbe dalla manifestazione dell'indefinito numero dei loro pensieri. 
È d'altra parte ovvio che si parli di quantità indefinita, quando è in gioco la lingua. Si tratta, come s'è detto in esordio, di una facoltà umana e del relativo comportamento. Evitando in proposito di montarsi la testa, è dunque opportuno, oltre che sobrio ed elegante, lasciare la qualificazione di infinito eventualmente a chi o a quanto ne fosse adeguatamente descritto. Di una cosa si può essere sufficientemente certi: infinito non è niente di ciò che è al tempo stesso umano, lingua inclusa, in ogni suo aspetto.
In funzione di un'indefinita finitezza e del correlato quasi nulla dell'esperienza che se ne può fare, cogliere quanto non varia nella varietà e quanto varia nell'invarianza è in effetti ciò che, per naturale disposizione e sensibilità, fa con la lingua ogni essere umano. Lo fa con accanita dedizione nei primi anni della sua vita e, via via con più scarsa capacità e minore interesse, nel prosieguo, ma caso mai avendone qui e là barlumi di consapevolezza.
Scienza o, forse meglio, sapienza della facoltà espressiva umana convenzionalmente detta lingua è provare a conservare, nei suoi confronti, disposizione, sensibilità e dedizione infantili, con l'obiettivo di rendere meno effimera e precaria la luce che sopra essa getta, come può, una consapevole maturità. 

15 febbraio 2024

Buoni e cattivi

A parziale fondamento intellettuale, e si vorrebbe dire anche morale, di una civiltà in cui si pretende ancora d'essere iscritti (chissà con  quanta ragione, c'è da chiedersi), sta l'Iliade. 
Non è rappresentazione poetica di stati umani e sovra-umani di concordia, è appena il caso di ricordare. Forse vale però la pena di osservare come il dissidio messo in scena dal poema non oppone buoni e cattivi. E ciò vale tanto per gli umani, per i quali la contesa è ovviamente mortale, quanto per i sovra-umani, per i quali essa non lo è. 
Se il poema aspirava a suscitare stati d'animo in chi un dì lontano lo ascoltava, in chi poi lo ha letto e in chi ancora lo legge, non ne fomenta nessuno che si appoggi basilarmente sopra la distinzione tra buoni e cattivi. Rabbia, pietà, orrore, ammirazione, sdegno, commiserazione, ribrezzo, scherno: in linea di principio, erga omnes. E, con i medesimi bersagli, uno per uno, i sentimenti conversi.
Immaturità di un pensiero e di un'epoca che, certamente per un errore di prospettiva, vengono considerati aurorali e, a ben vedere, erano invece pienamente e luminosamente diurni? 
Decrepito tramonto di una rimbambita temperie, piuttosto, in cui, non da ieri, chi ha pretese intellettuali emette giudizi e divide il mondo in buoni e cattivi.

9 febbraio 2024

Indirizzi di metodo, per giovani che non ne necessitano (37): Il quid e il come




Sciogliere un inconoscibile quid nell'umile prassi di un come, senza lasciarne residui, è il superbo orizzonte dell'esperienza umana.