30 dicembre 2014

Trucioli di critica linguistica (16): Brigadieri e caporali

"Il sottoscritto essendosi recato nelle prime ore antimeridiane nei locali dello scantinato per eseguire l'avviamento dell'impianto termico, dichiara d'essere casualmente incorso nel rinvenimento di un quantitativo di prodotti vinicoli, situati in posizione retrostante al recipiente adibito al contenimento del combustibile, e di aver effettuato l'asportazione di uno dei detti articoli nell'intento di consumarlo durante il pasto pomeridiano, non essendo a conoscenza dell'avvenuta effrazione dell'esercizio soprastante". 
È Italo Calvino con indosso, per divertente parodia, la divisa stilistica d'un brigadiere. Mette su carta in tal modo ciò che lo stesso Calvino, vestito da uomo comune, ha appena raccontato così al Calvino brigadiere che lo interroga: "Stamattina presto andavo in cantina ad accendere la stufa e ho trovato tutti quei fiaschi di vino dietro la cassa del carbone. Ne ho preso uno per bermelo a cena. Non ne sapevo niente che la bottiglieria di sopra era stata scassinata". Or sono cinquanta anni, l'invenzione narrativa del contrasto servì allo scrittore per aprire ad effetto un contributo giornalistico dal titolo "L'antilingua".
Il tempo è passato e non invano. Da questa distanza, è possibile osservare come il pezzo del Calvino brigadiere abbia più valore, si direbbe, civile, del piatto racconto del Calvino che s'atteggia a uomo comune. E, contestualmente, le chiose che lo scrittore fece seguire al contrasto esemplificativo suonano in modo diverso.
Può non piacere, la prosa brigadieresca. La si può persino odiare. Tacciarla di "antilingua inesistente" svela però un'attitudine intellettuale infantile, tipica del Moderno: negare l'esistenza di ciò che non piace o risulta odioso. E negarla non tanto in atto (come si potrebbe, se ciò che non piace lo si può mettere addirittura in parodia?), quanto, per paradosso, in potenza. Meglio, in progetto: come esito di un programma di annichilimento. Un programma volto al miglioramento del mondo, certo. Ma quale programma di annichilimento di qualcosa - negli ultimi secoli - non si è detto, da parte di chi lo proponeva, orientato alle migliori sorti di classi, nazioni, umanità e altre umane, troppo umane astrattezze?
Come a tutto il resto che fa varia l'espressione (anche sotto questi rispetti, magari non commendevoli), all'esistenza delle prose brigadieresche è invece forse il caso di rassegnarsi. Come è il caso di rassegnarsi all'esistenza delle ministeriali. E persino delle professorali, delle intellettuali e delle giornalistiche. Tutte, le si può punzecchiare, quando si gonfiano (e capita spesso). Si deve sorriderne ogni volta che si può. E vale la pena di provare a scansarsi dai loro effetti quando - capita anche questo - hanno l'aria d'essere proprio nefasti. Se non ce la si fa, pazienza. 
Pretendere che un brigadiere, nell'esercizio delle sue funzioni, s'esprima come piace a uno scrittore, a un professore di filologia o, peggio, al loro ideale di persona comune è invece bamboleggiare. Ed è spiritualmente da caporale pensare che ci sia qualcuno in diritto di intimargli di farlo, per decisione d'autorità.

27 dicembre 2014

Cronache dal demo di Colono (28): Declino e caduta della cucina italiana

Le condizioni correlative e le circostanze concomitanti del collasso dell'Impero romano furono numerose, come è noto. Una ebbe natura sociologico-militare: un esercito di mercenari difficilmente assolve il compito morale (peraltro, nel caso di un esercito, di moralità sovente più che dubbia) cui sarebbe chiamato; fa altro, se l'occasione si dà e un'occasione si dà sempre.
Il balzo parrà ardito ai cinque lettori di Apollonio ma una situazione comparabile egli intravede oggi per la cucina italiana (se così si può chiamare quella composita congerie di cucine locali che occupa, come le varietà linguistiche, l'area dell'Italia come ultra-nazione: ci si guardi bene dal dirle cucine regionali, al massimo diocesane e quindi, eventualmente, provinciali: ma di ciò un'altra volta).
Come legione, un esercito compatto di composte massaie, ai diversi livelli di pertinenza sociale e quindi di possibilità alimentari, animava gastronomicamente un impero di varietà innumerevoli, costruito in secoli di storia. Non lo faceva per soldi né per la fama. Per la fame, piuttosto, di consanguinei e affini. Uno scopo di lampante praticità, beneficamente sommerso, come capita alle cose umane che valgono, da un'etica e da un'estetica: da un bene e da un buono, superlativi, quando l'occasione lo domandava e lo rendeva possibile.
L'esercito popolare della cucina italiana è in via di dissolvimento (se non si è già dissolto): non è qui il caso di dire come e perché. Scarseggiano peraltro le risorse con cui la cucina si fa: le decisive, che sono le qualitative, ovviamente, e non le quantitative. Le seconde non sono mai state abbondanti come oggi - si vedrà per quanto ancora.
Della cura della cucina italiana sono stati così socialmente incaricati dei prezzolati professionisti: in una parola, dei mercenari. Una pletora di mercenari, tra i quali solo a pochissimi, naturalmente, la grazia concede di potere dire di esercitare nobilmente il mestiere dei tegami, come a pochissimi capitani di ventura spettava d'incarnare il nobile mestiere delle armi. Il resto è, come deve essere, masnada, cui interessano il soldo e il saccheggio: legittimamente.
Per altre condizioni correlative e circostanze concomitanti, declino e caduta della cucina italiana sembrano così ineluttabili. E Apollonio teme che annunciati e prossimi fasti lo sanciranno. La storia è crudele. La sua ironia palese.   

24 dicembre 2014

Bolle d'alea (19): Grossman

"Il bene non risiede nella natura, non sta neppure nella predicazione dei missionari e dei profeti, non sta negli insegnamenti dei grandi sociologi e dei capi popolo, non nell'etica dei filosofi... Sono gli uomini comuni che portano nei loro cuori l'amore per quanto vive, naturalmente e spontaneamente umano e hanno cura della vita, si rallegrano del caldo del focolare dopo una faticosa giornata di lavoro, non accendono falò e roghi sulle piazze.
Ed ecco, a fianco del minaccioso, grande bene, esiste una bontà quotidiana. È la bontà della vecchia che porta un pezzo di pane a un prigioniero, del soldato che dà da bere dalla sua borraccia al nemico ferito, della gioventù che ha pietà della vecchiaia, è la bontà del contadino che nasconde nel fienile il vecchio ebreo. È la bontà dei guardiani che mettendo in pericolo la loro stessa libertà, consegnano le lettere dei prigionieri, non ai propri compagni di fede, ma alle madri e alle mogli. Questa bontà privata di un singolo individuo nei confronti del suo simile è senza testimoni, una piccola bontà senza ideologia. La si può chiamare bontà insensata. La bontà degli uomini fuori del bene religioso o sociale".
È Vasilij Grossman (tradotto da Cristina Bongiorno), nel cuore del suo Vita e destino: un cuore insensato, come la bontà di cui parla, e oltremodo ottimista. Ma come diversamente, considerata la temperie?  

26 novembre 2014

Trucioli di critica linguistica (15): Scuola e consumi culturali di massa

Nei consumi culturali del Moderno putrefatto, come in ogni altro genere di consumo di massa, un ruolo di grande rilievo, per ragioni economiche, hanno i nomi di marca. 
Un brand è infatti un valore da mettere a frutto. Firenze o Venezia sono brands, come lo sono Leonardo da Vinci, Ferrari e Pavarotti. E sono osservazioni così ovvie che Apollonio quasi si vergogna di ricordarlo ai suoi cinque pazienti lettori.
Un'estensione della logica economica del brand e una novità sono tuttavia sotto gli occhi di tutti, in questi giorni. 
C'era il canone letterario: opere e autori riconosciuti canonicamente come rilevanti, per la società in cui il canone s'era elaborato. 
Tra gli effetti del canone, non irrilevante, anche per la perpetuazione del canone, una correlata pratica didattica. È così per ogni istituzione educativa: comunque determinato, segue un canone. Di conseguenza, autori di cui sapere qualcosa, opere da leggere, per brani, e da "studiare". 
Per generazioni, milioni di persone, scolarizzate, si sono così trovate esposte a flussi di informazioni che, trattenute o meno in modo efficace e sistematico, si sono sedimentate e si sedimentano in nomi propri, con tutto il bagaglio di luoghi comuni che ogni nome proprio, di necessità, porta con sé. 
"Nomi propri, luoghi comuni", per ricordare la trouvaille, peraltro facile, che l'alter ego di Apollonio ha spacciato nel titolo di un suo articoletto, sul tema linguistico della natura cosiddetta propria dei nomi.
La logica economica ha giustamente visto in questo stato culturale un'opportunità, peraltro da sfruttare a costo zero. Nessuna fatica a imporre brands, con il correlato discorso e il correlato costo di produzione e di diffusione di tale discorso. Brands già belli e pronti, costruiti gratuitamente per giunta da un'istituzione pubblica, l'istruzione di massa, nata ingenua, come idea, agli albori del Moderno e messa a punto, come valore in sé, come marchio di una civiltà, dal Moderno maturo.
L'istituzione scolastica sopravvive d'altra parte ingenua nella modernità putrefatta, anche nella coscienza della maggioranza dei suoi praticanti. Per paradosso, costoro - l'alter ego di Apollonio ne è un modesto campione - si credono ingenuamente la parte più avvertita e consapevole della società.
Sottoposta a criteri eteronomi, spacciati come ineludibili e quindi, nella sostanza, totalitari, la scuola funge oggi invece da ingranaggio, non sempre fluido, di processi che la trascendono e la sollecitano, rudemente, a rendersi utile. A cosa? A processi economici, appunto. 
Un modo per rendere utile la scuola, che essa lo voglia o no, a un qualche ordine economico lo si è allora trovato. Certo, un modo marginale, ma cosa si vuol trarre di meglio da un arnese tanto mal concepito per i tempi che corrono e così fuori delle loro logiche? Tra docenti e discenti, tiene impegnate per ore persone a milioni, ogni giorno. Quanto basta per farne un interessante bacino di consumatori. 
Così, già da qualche tempo, il nome Dante, per esempio, è diventato apertamente un brand, sul quale un importante gruppo editoriale italiano ha investito, col ragionevole progetto di averne un legittimo ritorno economico. Ritorno economico benedetto, peraltro, perché circondato, a differenza di quelli ricavati in altre aree del mercato, dall'aura purificatrice delle operazioni moralmente indiscutibili: fatte per il bene e per l'edificazione morale e materiale dell'umanità (o di una sua porzione variamente determinata). 
Nella serie dei "grandi" filosofi, "grandi" scienziati, "grandi" non-importa-cosa, che popolano i sogni d'una candida umanità, un brand di veloce consumo si sta oggi provando a fare allora di Giacomo Leopardi: una sorta di momentaneo Chanel N° 5. Poche gocce bastano infatti per sognare e per trovarsi, nudi e inermi, già nel mondo della favola. 
Di Leopardi, del resto, in giro non se ne sa troppo ma se ne sa abbastanza, si direbbe, proprio il giusto, per rinfocolarci intorno la favola che ogni brand, anche effimero, deve appunto portare con sé. 
Il Cielo guardi Apollonio e i suoi cinque lettori dal menarne scandalo (che fortuna, però, ha avuto il feroce Sebastiano Timpanaro a congedarsi per tempo). 
Con tutto ciò che possiede, con l'intero bagaglio della sua cultura - ivi compresa l'antropologica - ogni epoca fa lo specchio di se stessa. E il Leopardi di Tommaseo o di Croce dice di Tommaseo o di Croce esattamente come dice di la Repubblica il Leopardi di la Repubblica
Indignarsi, in proposito, è sintomo di pochezza di spirito. O del perseguimento di concorrenti e complementari interessi.
Osservare, invece, si deve, per provare a capire. A capire anche i dettagli espressivi che sostanziano i fenomeni culturali, nella loro natura sistematica. 
Al brand Giacomo Leopardi il titolo di un recente film - di cui qualche giorno fa ha fatto menzione Apollonio, in un discorso diverso e ancora meno serio del presente - ha fornito l'opportuna tag-line: Giacomo Leopardi. Il giovane favoloso
Ed è di gran spasso osservare allora come, mediatrice una prestigiosa istituzione culturale, con un'ovvia onda di ritorno, l'espressione del brand, con il mutamento di valore sociale e culturale che ne consegue, capita colpisca adesso la scuola:


La scuola: quel modesto e inconsapevole laboratorio d'ingenuità donde, innocente, ciò che sarebbe diventato l'attuale monstrum è sortito. Non come brand, naturalmente, tanto aggressivo quanto effimero. Col passo incerto, piuttosto, e l'andatura circospetta di chi s'illude di durare nel tempo e con ginocchia che, per tale ragione, facevano certamente "giacomo giacomo".

20 novembre 2014

Linguistica candida (21): Dati





Quanti equivoci scongiurati e quanti imbrogli sventati, se li si chiamasse presi invece di chiamarli dati.

17 novembre 2014

Linguistica da strapazzo (34): Riflessioni sull'età. Riflessiva

È sera. Con un bicchiere in mano, Apollonio sta, come deve, in un crocchio di persone, eufemisticamente, mature che chiacchierano (c'è bisogno di dirlo?) dei tempi andati.
"Ho la tua età", dice, sollecitato a esprimersi in proposito, uno dei conversatori. "Se hai la mia età" - commenta il destinatario - "Lucio Battisti non ti può essere indifferente...".
In ispirito, Apollonio è già volato via. In fuga. Via da "Voglio Anna..." e da "Dieci ragazze per me...", che pure parlano ancora al suo cuore. Ha cominciato a compitare, nel suo foro interiore, un paradigma quotidiano e, al tempo stesso, strano: quello degli aggettivi detti possessivi in combinazione con età.
È la sua pena, la pena del linguista da strapazzo: capita, d'improvviso, cominci a fare giochi di segmentazione e sostituzione con ciò che sente o gli passa per la testa.
Ognuno ha la sua, di età, ci mancherebbe, pensa. Come ognuno ha i suoi acciacchi. Può avere tuttavia anche l'età di un altro o di un'altra. Ho la tua, la sua età vale allora 'ho la stessa età che hai tu, che ha lui o lei'. E fin qui, nulla di strano: storia che sentiva ripetere, a proposito di casi simili, declinati in parecchie lingue, più di sette lustri or sono, affacciato a una finestra della torre centrale di Jussieu, col Panthéon come protagonista del panorama.
Non appena aggettivo e soggetto condividono però, nel costrutto, la persona grammaticale, ecco succedere il cortocircuito. Ne viene fuori un divertente effetto. Non ci aveva mai prima prestato attenzione, sebbene si può star certi che l'espressione gli sia entrata nelle orecchie, nel corso della sua vita, un numero difficilmente calcolabile di volte, e comparsa sulle labbra, negli ultimi anni, di tanto in tanto: Ho la mia età...
E non per dire un'ovvietà alla Max Catalano (tra i suoi cinque lettori, ci sarà qualcuno che sa a cosa si riferisce Apollonio: gli altri si rivolgano a Wikipedia). Per dire, invece, più o meno, 'ho un'età (ormai) avanzata, sono vecchio (o quasi)': Se continui con questo passo, scordati che io ti tenga dietro: ho la mia età
Tra sé e sé e tra il serio e il faceto (del resto, è linguistica da strapazzo), Apollonio decide allora di chiamare il fenomeno 'età riflessiva'. Gli piace il gioco di parole: quando l'età che si ha è dichiarata come propria, è un''età riflessiva'. Bello, no?
Naturalmente, 'età riflessiva' non riguarda solo la prima persona. Non di persona per sé si tratta ma della relazione sintattica in cui entra la persona, appunto. Casi di "età riflessiva" sono disponibili per tutte le persone.
Hai la tua età: poco carino da dire a chiunque e da evitare rigorosamente rivolgendosi a una signora; Avete la vostra età: condizioni d'uso poco diverse dalle sopra indicate, e solo per lo stemperamento del plurale; Abbiamo la nostra età: d'uso solidale, si tratti di quarta persona autentica, si tratti di uno di quei casi in cui il 'noi' è posticcio e sta per quel 'tu' effettivo, che pone automaticamente il destinatario sopra un gradino più basso del locutore: Caro il mio nonnino, abbiamo la nostra età. Pensa sia il caso di sgattaiolare così dopo cena per rincorrere ancora le gonnelle? 
Alla terza persona - che non a caso il buon Benveniste diceva essere una non-persona - le cose si fanno ovviamente più complicate. O, meglio, soltanto ambigue. Ambigue in astratto, come è (quasi) sempre il caso con la lingua: nella concretezza dei discorsi, delle ambiguità, di norma, nessuno si accorge.
E allora, con Ha la sua età, Hanno la loro età tutto dipende dalla relazione tra il soggetto e l'aggettivo: insomma dipende da chi sta dietro quel sua e quel loro. Se si tratta di terza persona diversa della terza persona che fa da soggetto (secondo il modello che vige, per es., in La pettina), si sta parlando di un'età qualsiasi, giovane o meno poco importa, condivisa dalle due diverse terze persone. Se invece la terza persona in ballo è un'unica terza persona (secondo il modello che vige, per es. in Si pettina), riappare appunto 'età riflessiva'. E con 'età riflessiva' c'è poco da fare, anche fosse solo per ischerzo, si tratta di un'età matura: Ha la sua età, poverino: è rimasto a Jakobson. Cosa vuoi ne capisca, di scienze cognitive... 
Prendere consapevolezza di 'età riflessiva' risveglia nella coscienza di Apollonio altri modi ellittici (e a loro modo idiomatici) per evocare, nei discorsi, l'età matura. Modi che stanno anche loro nella regione dei (pietosi o pelosi) eufemismi. Del resto, da sempre, l'età, quando cresce, diventa tema "sensibile", come s'usa dire adesso.
Ecco allora il banale Ho, hai, ha, abbiamo, avete, hanno una certa età: certo, certa, orientati da litote, sono infatti d'uso largo, anche fuori del caso qui in discussione: Ho un certo appetito. 
Ecco il meno banale, perché ancora più secco e perentorio Ho, hai, ha, abbiamo, avete, hanno un'età. Pronto, come tutte le espressioni simili, per gli usi (auto)ironici, Non mi potete chiedere adesso di gettare alle ortiche il Programma minimalista. Santo Cielo!  M'ero abituato. E ormai ho un'età.
Tutti, pensa Apollonio, sorseggiando il suo vino, hanno un'età: la differenza consiste allora nel fatto che solo di alcuni, e a partire da una certa età, lo si dice. Non se ne dice l'età; basta dire semplicemente Ha un'età, per farlo secco o farla secca: Ha un'età ma va ancora in giro conciato come sai. 
Lungi, allora, dall'essere ciò che sembra, l'articolo indeterminativo di Ha un'età. Incommutabile con altro che passi per determinatore. Circostanza che rende chiaro il fatto che avere un'età (c'è bisogno di dirlo?) non è come avere una macchina, un(')amante, una casa, un conto in banca e così via. 
Del resto - il bicchiere è quasi vuoto e Apollonio filosofeggia - avere un'età, avere la propria età forse corrisponde ad avviarsi a vivere l'esperienza contraddittoria di chi prova quanto sia importante avere, con un'età, tutto il resto, intuendo che importante, se mai lo è veramente stato, forse non lo è più.
"Mi sono informato, c'è un treno che parte alle sette e quaranta...".

16 novembre 2014

Linguistica candida (20): Significato e semantica






Il significato è faccenda troppo seria e spassosa perché la si lasci in cura a chi dice di occuparsene perché fa semantica.

15 novembre 2014

"Le Rondinelle" e "i Felsinei"



In radio, stasera, la partita tra il Bologna e il Brescia. Mai una volta, se Apollonio non s'è distratto, il delizioso appellativo figurato "le Rondinelle" per la seconda squadra, mai una volta "i Felsinei", gustosamente dotto, per la prima. In radio, bei tempi andati di Enrico Ameri.

Trucioli di critica linguistica (14): "la buona SCUOLA"...

è un brand, una sorta di nome proprio. Come nome di marca non è fatto male ed è anche corrivo al punto giusto. 
Un nome di marca aspira sempre a essere corrivo: deve esserlo, a qualsiasi livello esso si ponga. La sua corrività è un valore correlativo: può trovarsi molto in alto, ma a qualsiasi altezza si trovi, un brand ha da essere corrivo. Un brand non corrivo è infatti un brand fallito.
La corrività di la buona SCUOLA non è, ovviamente, triviale né ecumenica: dalla sua portata, qualcuno è tenuto fuori, tanto in basso, quanto in alto. È insomma una corrività media, come appunto deve essere, si direbbe, per destinazione sociale e per indirizzo politico. Ma Apollonio, di politica, non s'intende e quindi si asterrà dall'aggiungere altro. 
Se non la nota, antropologica più che politica, che - come tutte le corrività medie - quella di la buona SCUOLA è a tendenza omologatrice. Si tratta della variante, nella Modernità putrefatta, di ciò che, nella Modernità tardo-matura, poteva essere qualificato come tendenza totalitaria. Ma niente paura, per carità: molti pericoli hanno smesso d'essere incombenti sulle società occidentali, da allora. La ragione è che essi si sono semplicemente realizzati e, come si è potuto constatare, fin che dura, ci si vive anche comodi. Quindi vale la pena di accogliere tutto con un sorriso. 
Nel Belpaese, poi, con un sorriso ancora più aperto: si sa infatti che l'attitudine nazionale più qualificante è la capacità di stare sempre in equilibrio sul filo che fa da discriminante non all'alternativa tragica tra l'essere e l'apparire, ma a quella comica tra l'"esserci" e il "farci".
Tenendo presente quindi questo preciso carattere nazionale, che invita appunto all'allegria, nel marchio la buona SCUOLA si osservi come suona bene, per iterazione, il doppio uo, ovviamente tonico. E si noti come esso si combina in chiasmo con il doppio la che apre e chiude l'espressione. 
Cinque sillabe: l'atona centrale na, preceduta e seguita, rispettivamente, dalle sillabe toniche buo e scuo, a loro volta, l'una preceduta, l'altra seguita da un la. Tutte aperte: la-buo-na-scuo-la
Le tre dispari (dispari in numero dispari) con una a come apice sillabico; le due pari (pari in numero pari) con dittongo e vocale media posteriore aperta come apice sillabico. 
Non una i né una e: avrebbero stonato e la buona SCUOLA, come si vede, tende a tollerare poco ciò che non rientra nel suo facile equilibrio e non è a tono. Per ragioni che - è ovvio dirlo - sono anzitutto estetiche (cioè della qualità della relazione tra significato e significante), la buona SCUOLA è perciò molto distante da "la bella scola": quella alla quale, con gran faccia tosta, Dante favoleggia gli fu consentito d'accodarsi, "sesto tra cotanto senno".
Per passare a una nota sintattica (e, per tale via, semantica: ma di semantica Apollonio capisce ancora meno che di politica; integrino di conseguenza, come vogliono, i suoi cinque lettori), sono ragioni convergenti, se non proprio le stesse ragioni, a determinare la posizione dell'attributo. Con buona preposto al nome, la buona SCUOLA non equivale a la SCUOLA buona. L'attributo posposto sarebbe uno sconcio intollerabile per il brand. Esso se ne troverebbe completamente sfigurato, soprattutto nella capacità di fare l'occhiolino alla fascia alta del suo target. Quel ceto mandarino, o aspirante tale, che di sé pretende d'essere per principio "di buona scuola" e al quale che la scuola sia buona, nei vari valori che qui può prendere il predicato, importa infine poco o niente. 
Tra la buona SCUOLA e la SCUOLA buona c'è insomma l'invalicabile fossato che divide, in certe circostanze, l'attributo anteposto da quello posposto e, correlativamente nel caso specifico, il privilegio dall'assenza di privilegio.
Né va meglio, per venire dalla sintagmatica alla paradigmatica, con l'esito di un'eventuale commutazione dell'articolo: una buona SCUOLA sarebbe altra e misera cosa, messa a confronto con la buona SCUOLA. La prima lascerebbe infatti pensare a un'implicita molteplicità e quindi a una possibilità di scelta tra buone scuole possibili: se non una, l'altra o l'altra ancora. 
Ciò è proprio quanto specificamente confligge con lo spirito del brand. In esso, l'articolo determinativo definisce come unica la buona SCUOLA, come unico è d'altra parte, per principio, il referente designato da un nome proprio. Non c'è scelta, insomma: pare del resto che, da qualche tempo, scelta non ce ne sia in molti altri àmbiti della vita associata. È l'esito grottesco e paradossale cui sono giunte, putrefatte, le cosiddette società libere, che si sono trovate a potere essere libere solo in un modo e quell'unico modo, per giunta, eteronomamente determinato.
Come è ormai regola nell'universo della comunicazione pubblica, al marchio la buona SCUOLA s'accompagna una tag-lineAdidas? Impossible is nothing. Renault? Drive the change. Nutella? Che mondo sarebbe senza Nutella? La tag-line di la buona Scuola suona Facciamo crescere il paese. Vi compare la quarta persona grammaticale: l'invito è comunitario ma la comunità invitata ha da stare tutta, come si è visto e come dichiara apertamente la grafica, sotto il tetto dell'unicità definita e definitoria di la buona SCUOLA. Guai a uscirne.
E qui Apollonio si ferma. Finirebbe infatti per pestare i piedi al suo alter ego. Poveraccio, questi si troverà a dire quel poco che può e sa di quarta persona grammaticale, in un quarto d'ora graziosamente concessogli dagli organizzatori di un convegnone che ha per tema la lingua della politica. A Napoli, tra meno di una settimana. E lo farà, lo sconsiderato, senza capire neanche lui un'acca di politica. Che la caritatevole Euglotta lo protegga.

A frusto a frusto (89)



Una parte di te è in ostaggio. È una parte di te: troverà prima o poi il modo di liberarsi.

13 novembre 2014

Cronache dal demo di Colono (27): Il giovane favoloso

Uso accorto di mezzi tecnici e di ripresa, rigida e inclemente autodisciplina dell'interprete principale (costretto, per esigenze del ruolo, a muoversi sulle ginocchia, come se lo facesse sui piedi), scenografia e costumi da Oscar, gran lavoro di regia, senza giungere per questo a essere un capolavoro: è Moulin Rouge, un film di John Huston del 1952. Vi si narra di Henri de Toulouse-Lautrec e la pellicola, di produzione britannica, vanta anche un ruolo minuscolo e di riflesso nella storia della cultura letteraria italiana. 
Fu dopo aver visto Moulin Rouge in una sala cinematografica palermitana, appunto nei primi anni Cinquanta del secolo scorso, che a un non meglio precisato professore d'università, impressionato dalla vicenda umana del protagonista e stupefatto dalla relativa narrazione per immagini, venne fatto di chiedere a Giuseppe Tomasi di Lampedusa, incontrando il principe al caffè, se, "lui che sapeva tutto", poteva risolvere il dubbio che gli si era formato nello spirito: un pittore francese come quello che il film presentava era mai realmente esistito o non si trattava piuttosto di un personaggio di pura fantasia?
L'aneddoto meritò d'essere riferito anni dopo da un testimone, il giovane Francesco Orlando, per la sua inopinata e sardonica conclusione. Scrive appunto Orlando che, alla richiesta del professore, Lampedusa replicò imprevedibilmente che, incapace di rispondere su due piedi, avrebbe fatto opportune ricerche, a casa, nella sua fornita biblioteca, promettendo di sciogliere il dubbio del suo interlocutore il giorno seguente. Il giorno seguente lo sciolse, in effetti, ma in modo ancora più inatteso: il film, disse il principe al professore, aveva per protagonista un personaggio fantastico; d'un pittore francese con quel nome e con quei caratteri, fisici e morali, nei suoi libri non aveva infatti trovato traccia. E alla domanda di una spiegazione della sbalorditiva risposta fattagli dai suoi giovani amici presenti aveva in séguito e privatamente opposto la sua massima forse più ferocemente gattopardesca: "Bisogna sempre lasciare gli altri nei propri errori".
Qualche giorno fa, Apollonio è andato a vedere Il giovane favoloso, pellicola recente con cui il regista napoletano Mario Martone ha raccontato la vita di un tal Giacomo Leopardi, che nell'opera figura, "giovane favoloso", appunto, come scrittore e poeta italiano dell'Ottocento. 
Dalla sala, Apollonio è uscito divertito: molto spasso gli ha fornito, tra l'altro, la quasi costante espressione da "impunito" del bel ragazzo che vi fa da primattore, quale essa è peraltro testimoniata dall'immagine affiancata. Il film ostenta toni gravi e risentiti, ovviamente. Qui e lì, addirittura, pedanteggia: pare sia destinato, d'altra parte, alle scolaresche, che sono appunto condotte alle sue proiezioni da solerti docenti. Si capisce rapidamente tuttavia che, come parecchia altra produzione nazionale del momento, si tratta di roba messa su alla bell'e meglio, facendo economie non solo sui mezzi materiali (e ciò, naturalmente, è esente da biasimo) ma anche e soprattutto su quelli morali, un dì tradizionalmente larghi nella produzione cinematografica italiana. 
Conclusione: nello spirito di Apollonio, dietro il divertimento per lo spettacolo gioiosamente pedestre, è nato un dubbio. Questo tal ed implausibile Giacomo Leopardi, scrittore e poeta di Recanati, di cui narra il film di Martone, è realmente esistito o si tratta d'una figura che, come pare ammettere il titolo dell'opera, è solo di favolistica e forse non ben controllata fantasia? 
Apollonio non ha però a disposizione, nei caffè che frequenta, un principe che "sappia tutto" cui rivolgere richiesta d'opportuna illuminazione. L'indirizza così ai suoi cinque lettori, conoscendoli benevoli nei suoi confronti e clementi con le sue manchevolezze. Chissà che non ci sia tra loro un principe o una principessa che, senza saper tutto, ma sapendo certamente abbastanza, possano aiutarlo a sciogliere il dilemma.  

12 novembre 2014

Scherza coi santi... (4): Lesto Fante

Minuscola mostruosa creatura: non un ele-Fante. 
Doveva peraltro apparire. Si vivono infatti i fasti di un tree-on-Fante fast, diverso dalla rapidità auspicata da Italo Calvino per l'allora atteso nuovo millennio. 
Sortita editoriale in-Fante o for-Fante, ci si chiede. Importa saperlo? Non è un Oli-Fante, ma lapsus o no, parla: pleonastico I-ero-Fante (leggasi: ahi...). 
E del resto, i mutamenti, prima o poi, producono i loro emblemi, che sono come fichi maturi.
Insomma, sic! O Fante.

[Piccola chiosa del giorno dopo: del fatto cui allude il frustolo si trova qui notizia: dalla sua Citera, Apollonio l'ha ieri supposto noto ai suoi cinque lettori; si fosse sbagliato, ne chiede venia.]  

4 novembre 2014

A frusto a frusto (88)






Ci sono epoche, come forse è la presente, che chiedono a chi scrive una prova d'amore paradossale: dare quanto a esse la sparuta testimonianza che non tutti vi si sono bevuti il cervello. 

29 ottobre 2014

Linguistica candida (19): "Système" e "Erlebnis"

Poco meno di tre minuti: ecco quanto tempo Apollonio concede qui alla viva parola del suo alter ego. Lo fa perché vi si tratteggia la combinazione d'un punto di vista e d'una disposizione di spirito che gli stanno a cuore. Non sa da quando egli faccia pratica e goda del loro connubio. Direbbe da quando ha cominciato, esprimendosi, a pensare all'espressione. La consapevolezza gli si è maturata lentamente, tuttavia. O forse anche questa è solo un'impressione: lì è sempre stato e, per giunta, consapevole, nei rari momenti in cui non sonnecchiava; ciò che gli ha fatto, gli fa e gli farà difetto è magari solo la memoria e il processo (e l'apparente progresso) è solo un risveglio periodico e immemore delle veglie precedenti.
L'occasione o, forse, il pretesto di esprimersi in proposito, per l'alter ego, un convegno, a Siena qualche giorno fa. Le vie del piacere umano non sono certo infinite (del resto, non lo sono nemmeno quelle dell'umana espressione) ma possono aprirsi inattese, soggette, come quelle del dolore, all'inflessibile tirannide del caso. 

19 ottobre 2014

Linguistica candida (18): Chomsky, ricorsivamente



Un Nobel per la linguistica non c'è e, quanto a quello per la medicina, si dovrebbe attendere ancora l'esito di qualche TAC. C'è il rischio che si faccia tardi. Di chimica e di fisica, non è il caso di parlare: lì, come si può, si pretende di fare sul serio, mentre il cosiddetto Nobel per l'economia è, come si sa, un'autentica patacca. 
Restano il Nobel per la letteratura e quello per la pace. Il giovanotto, cui - ed è grande qualità - le ambizioni non hanno mai fatto difetto, com'è suo costume, sta alacremente lavorando al secondo, inconsapevole di essere già meritevole del primo.   

18 ottobre 2014

Lingua nostra (6): "serpeggiare"

Serpeggiare, dichiara uno sbarbatello o una pupetta, a séguito d'opportuna domanda, significa 'spettegolare, parlare male di qualcuno alle sue spalle'. Commovente.
Invece, la testimonianza dell'exploit, accolta tra l'indignazione e l'irrisione, completerebbe il quadro d'una desolazione, per chi la riferisce. Scenario, la grande sala in cui si svolge un convegno sulla didattica dell'italiano. Al fondo, l'alter ego di Apollonio ha fin lì sonnecchiato: gli si perdonerà l'incertezza sul dettaglio del genere. 
Del resto, sono le tre del pomeriggio. Solite geremiadi e soliti numeri percentuali: per una relazione pomeridiana, roba contro la quale s'infrange inane l'onda d'urto di qualsiasi caffè. 
Il poveruomo ne sente poi dire da quaranta anni: era acerbo, è maturato e sta adesso avvizzendo. È progressivamente cambiata solo la luce sotto la quale il canovaccio va in scena. Una luce radente. Un dì, era il sole dell'avvenire. Oggi sono i raggi di un tramonto. E nel tramonto, ciò che poteva parere, or sono numerosi decenni, un ordito progressista prende i riflessi sinistri della lagna reazionaria: tutto va appunto in sfacelo.
No, narra ad Apollonio di aver pensato l'alter ego, riscosso da quel serpeggiare. C'è vita, nella lingua. E una vita vivace di lunghissima durata. L'-izo dei tempi lontani di Tucidide e di Demostene, trapiantato or sono due millenni nell'espressione di chi parlava latino (senza farlo, ovviamente, come scriveva il latino Cicerone), ha messo radici nella testa di quello sbarbatello o di quella pupetta con iPhone e getta polloni nell'italiano del ventunesimo secolo. 
Polloni abusivi, si dirà. Appunto: quindi ancora più apprezzabili e gustosi, non foss'altro perché scandalizzano sul principio quei benparlanti che, la cosa avesse successo, correrebbero subito a sposarne l'indiscutibile fondatezza.
Se, dunque, chi si comporta da birbone birboneggia, chi da bambino bambineggia, chi, per figura, da asino asineggia, perché mai oggi chi si comporta, di nuovo per figura, da serpe non dovrebbe serpeggiare
E, si dica il vero, non è comportarsi da serpe andare in giro a spettegolare della compagnuccia di scuola, tagliandole addosso i panni, magari profittando dell'immorale vantaggio di essere stato o stata partecipe dei suoi piccoli segreti? Se ciò non è serpeggiare, cosa lo sarà meglio mai?
Il serpeggiare che c'è già? Primo, tanto antico non è: cinque secoli. Troppo poco per accampare diritti di esclusività. Secondo, anch'esso è foggiato per figura: sui modi fisici della serpe. Il nuovo estende la figura a una figura dello spirito: se non è poesia, insomma, poco ci manca. E anche quando sembra che tutto vada in sfacelo, il o la parlante più scavezzacollo che ci sia, con le sue sortite, è buona compagnia per il linguista: gli tiene caldo il cuore, viva la testa, lo spirito lieto.

15 ottobre 2014

Cronache dal demo di Colono (26), Lingua loro (33), Lingua nostra (5): "Bomba d'acqua" e "torrente"

Dal Grande dizionario della lingua italiana, alle relative voci.
Torrente. "Corso d'acqua, in part. montano, caratterizzato da portata irregolare con alternanza di periodi di secca e di piene violente in relazione alle precipitazioni atmosferiche; scorre a forte pendenza, in genere incassato strettamente fra gole e interrotto talora da salti e cascate".
Torrentizio. "...Traboccante, irruente...".
Torrentóso. "Letter. Irruente, impulsivo".
Torrenziale. "Che cade copiosamente e impetuosamente".
Torrenzialmente. "Con grande impeto e violenza".
E Riccardo Bacchelli: "Mio padre... vedeva da quei laghi imbrigliate, corrette, regolate le acque pazze e torrentizie e perniciose dell'Appennino". E, sotto cieli diversi, anche Apollonio riceveva dal padre - certo in tempi più recenti ma sempre lontani, ormai - ammonimenti a essere guardingo coi torrenti e, non appena si faceva autunno, a tenersene lontano durante le passeggiate, a non credere alla loro invitante e facile percorribilità. Lui, che di etimologia non sapeva un'acca, dal momento che non sapeva nemmeno cosa fosse un etimo, invitava insomma il bambino, per via di una Erlebnis dagli evidenti riflessi linguistici, a tenere presente che un torrente, da 'corso d'acqua che si dissecca', può evolversi verso 'corso d'acqua impetuoso'. E può farlo senza preavviso.  
Apollonio si chiede di conseguenza se il pretesto fornito dal neologismo bomba d'acqua, oggidì d'uso torrenziale, non stia contribuendo a erodere quanto ancora resta di una consapevolezza un tempo diffusa e testimoniata, come si vede, dal lessico. 
Se ne va così anche il ricordo d'una millenaria cautela negli insediamenti, imposta da un territorio morfologicamente complesso e quindi, se umanizzato (come è, in effetti, e intensamente), bisognoso delle cure di molti (se non di ciascuno). Un territorio reso più complesso, oggi, dall'ineluttabile abbandono di chi vuol giustamente vivere tra gli agi urbani ma pretende che le alture cui ha volto le spalle, lasciate a se medesime, non lo seguano e non vengano giù, per un qualsivoglia, violento capriccio meteorologico, secondo un identico percorso torrentizio.
Sono insomma le terre e le acque ripudiate dagli Italiani che, di tanto in tanto, si presentano a chiedere loro conto del tradimento (linguistico).  

11 ottobre 2014

Sommessi commenti sul Moderno (13): Intellettuali e fenomeni culturali di massa



E viene sempre il momento in cui l'intellettuale storna sulla moltitudine nei cui comportamenti vede riflessa, per fedele parodia, la sua immagine lo spregio inconfessato che non può non nutrire per se stesso.  

10 ottobre 2014

Scherza coi santi... (3): Italo e Galileo

"Il più grande scrittore della letteratura italiana d'ogni secolo": era il 1967. Italo se ne uscì così, a proposito di Galileo, la vigilia di Natale sul Corriere della Sera. Lo pensava, certo, ma come non pensare che pensasse di fare rumore, con la sortita.
E fece rumore, tanto che quasi subito gli fu chiesto (come certo s'attendeva) di tornarci su, per spiegarsi, rispondendo alle osservazioni. Lo fece con larghezza di argomenti. Del resto, testimonianza della sua predilezione per Galileo si trova, come si sa, fino alle sue carte estreme.
Se Apollonio non s'inganna, non ci fu nessuno però che obiettasse a Italo che il guasto della sua affermazione stava nel metodo più che nel merito. Galileo non è il più grande scrittore della letteratura italiana d'ogni secolo. E non lo è non perché non sia un grande, un grandissimo scrittore, ma perché il più grande scrittore, non solo della letteratura italiana ma di qualsiasi letteratura, semplicemente non c'è. E se pare esserci, c'è, tutte le volte che appare, come un feticcio: il feticcio linguistico "il più grande...". Ci si rende quindi colpevoli d'un imbroglio a mettere in giro tale feticcio. Bene che vada, ci si comporta da comizianti o da imbonitori.
Per Italo, insomma, sempre così attento con le parole, un vero e proprio lapsus. Rivelatore della circostanza che, puoi anche chiamarti un giorno Qfwfq o Palomar, puoi volteggiare leggero tra città invisibili, castelli dei destini incrociati e infiniti incassi di intrecci narrativi, ma la nebulosa pesantezza della propaganda in cui t'è capitato di emettere i primi vagiti intellettuali, basta tu perda per un attimo il controllo della lingua, che è ciò che dà forma ai tuoi pensieri e quindi dà a essi espressione, succede che torni.

[Sul tema, nel gennaio del 2011 e nel settembre dello stesso anno.]

8 ottobre 2014

Come cambiano le lingue (9): "A me preoccupa..."

"A me preoccupa la disoccupazione, non l'opposizione": per l'ormai stagionata innovazione sintattica, cresciuta sul principio sottotraccia e ormai giunta, come si osservava qualche mese fa, ai vertici dell'espressione scritta italiana, stasera una nuova consacrazione. 
Portata a Citera e alle orecchie di Apollonio da onde radiofoniche, conteneva la frase qui posta in esordio una dichiarazione (con forte incidenza della funzione poetica, avrebbe detto Roman Jakobson) del giovane Presidente del Consiglio dei ministri italiano, ineccepibile cavaliere degli andazzi, a quanto pare, anche in questo dettaglio irrisorio ("tout se tient"). 
Ghiotta materia tuttavia per cruscheggiare, con accenti estremistici o moderati, che i cruscheggiatori di professione, per interesse o per diletto, non dovrebbero lasciarsi sfuggire (Apollonio l'affida infatti alle loro cure) e che, da parte dell'opposizione - altrimenti a rischio di disoccupazione -, meriterebbe almeno un'interrogazione parlamentare da rivolgere al Ministro dell'Istruzione e volta a fare definitivamente chiarire dall'autorevole esponente del Governo (per fortunata coincidenza, nell'occasione una glottologa) se, alla luce delle vigenti norme grammaticali, un'espressione del genere vada ritenuta corretta nelle sedi ufficiali ed istituzionali o se per essa sia da prevedere una deroga.

6 ottobre 2014

Lingua nel pallone (5): "Dormita"

Nel mondo, quasi tutto è apparenza e, se c'è una cosa che appare, è appunto un gol. Alla visione del gol, spesso iterata e proposta da ogni angolazione fino al disgusto, si riduce ormai il godimento effimero, si direbbe aoristico più che perfettivo, dei cosiddetti appassionati del gioco del calcio. La durata, l'aspetto imperfettivo dell'attività agonistica - trasparente per chi si interroga criticamente sul valore di gioco e del prestito sport - non è roba per il presente, dove tutto è un accadimento frammentario, misurato in centimetri (o in caratteri) e privo d'una coerenza narrativa: collocato - eventualmente - nelle prospettive fantastiche, al meglio immaginarie ma forse ridicolmente e solo oniriche, delle storie interminabili, delle predestinazioni, dei complotti. 
Fu, sotto altro clima, Gianni Brera a teorizzare - se Apollonio non s'inganna - che il gioco del calcio avesse come prova di una partita ben giocata, se non perfetta, uno zero a zero: valesse insomma più per il gustoso e lento percorso che per i suoi eventuali esiti. E fu di nuovo Brera ad affermare che, a fondamento della realizzazione di un gol, eventualmente propiziato da una prodezza, ci fosse sempre un errore. 
Prospettiva umanissima, a pensarci bene, e che oggi si dovrebbe correre ad abbracciare, se i presenti fossero tempi di vera ed esperiente pratica di quanto a ogni angolo si predica: moderazione, rispetto, minimo impatto e così via. 
Non altro merito infatti è da tenere nel conto degli umani, fatta la tara della fortuna, del provare a non demeritare troppo di esserci: sul campo, naturalmente.
Nell'espressione di chi raccontava il calcio o di chi, a qualsiasi titolo, ne parlava, provvido o improvvido che sia, l'errore che genera l'exploit aveva un dì parecchie designazioni: lo si diceva distrazione, disattenzione, sbadataggine, svista, sbaglio, abbaglio, topica, toppata, granchio e così via. 
Oggi, su tutte, prevale dormita, un'innovazione, come designazione ovviamente figurata: il chiasso è tale, sugli spalti, da escludere ogni valore letterale all'espressione, quanto ai protagonisti in campo. Apollonio confessa invece che di dormite - quando assiste, da lontano, a una partita - gli è capitato di farne qualcuna (ed è forse la circostanza cui va messo in conto questo frustolo). 
Il dormita specialistico entrato nel lessico sportivo (ipotizza Apollonio, nell'ultimo lustro: ancora una volta e opportunamente, nessuna registrazione lessicografica) prende ragionevolmente origine da discorsi condotti su registri bassi e colloquiali: quelli nei quali si può apostrofare con un "Che fai, dormi?" un qualche sottoposto (in casi come questi, come si sa, di correttezza politica, quanto al genere, si può fare a meno) giudicato colpevole di uno sbaglio, nell'applicazione di una procedura. 
Se capita così che un attaccante faccia un gol, è perché un difensore "s'è fatto una dormita". E "la dormita" - che succede sia "gigantesca", oltre che "inspiegabile" - può riguardare, se è il caso, un intero reparto: naturalmente, quello delegato alla "fase difensiva".
Del resto, sempre più la figura di chi gioca a calcio è associata a quella di un addetto a procedure standardizzate che hanno appunto "fasi"; ma, di ciò, anche per l'interesse sintattico della questione, Apollonio parlerà forse un'altra volta. 
Gli basta, qui, d'avere scovato tra le pieghe di espressioni correnti alimento sistematico a una scusa (improbabile) per non ammettere che, delle sue già menzionate dormite, responsabile è soprattutto - e tristemente - l'età.

4 ottobre 2014

Cose (1): Bottiglie a suzione



Bere per suzione da una bottiglia, come fosse un capezzolo: segno lampante, per spiriti e corpi, di un'epoca d'infantilismi persistenti, di precocissimi rimbambimenti.

2 ottobre 2014

Linguistica da strapazzo (33): "La corazzata non decolla"

"...la corazzata non decolla" occhieggia da una pagina di un giornale squadernato una fila più in là. Apollonio attende il suo aereo, come del resto chi sta leggendo quel quotidiano di provincia. È il mattino d'un lunedì: il titolo marca un articolo che ha per tema un incontro calcistico delle serie minori. Insomma, cronaca così minuta, contesto così locale, argomento così futile che ci vuole la faccia tosta di Apollonio (o la sua stordita fatuità) per proporlo ai suoi lettori (frattanto tornati due) come esemplare, sotto qualsivoglia rispetto. Eppure...
Quando ricorre nel discorso italiano d'oggidì, corazzata lo fa in virtù di codificata metafora. Della nave da guerra che fu simbolo dell'epoca in cui l'Europa si fece letteralmente d'acciaio e scorrazzò per il mondo, con la sua ambiguità sovente nefanda e prima di rivolgere la sua rabbia verso se medesima, parlano forse solo i libri di storia e i documentari televisivi. Certo, non lo fanno i giornali: nelle pagine dedicate allo sport, poi. Infatti, una corazzata è oggi, d'elezione, una squadra di atleti messa insieme, di norma con larghezza di mezzi economici, per raggiungere i massimi risultati nelle competizioni sportive, inaffondabile e funesta per gli avversari come si presumeva lo fosse, nella guerra per mare, una corazzata. C'è bisogno d'altro indizio per intendere quanto quell'Europa d'acciaio si sia frattanto fatta molle? C'è chi dice appunto "liquida".
Del valore ludico-sportivo di corazzata (ragionevolmente, il prevalente nell'uso), i dizionari non registrano ancora l'esistenza, neanche i più spregiudicati e aperti. Del resto, cosa ci si vuol fare? In un dizionario, non c'è parola che non indossi la marsina e la marsina di corazzata è, a quanto pare, solo quella lisa e, nell'uso, quasi perenta che l'incasella nel lessico bellico marinaro.
Certo che, a partire da lì, (navecorazzata di acque deve averne percorse, allontanandosi dal bacino in cui, come parola, fu varata. Acque che devono averne spento il fuoco metaforico che, gonfiatala come un pallone, l'ha fatta volare verso la prosa ornata dei cronisti sportivi. 
Oggi, in barba a ogni "restrizione di selezione" a un titolista di provincia viene infatti spontaneamente in mente di associare sintagmaticamente corazzata, nome di un processo più che di una cosa, a decolla, predicato con un valore a sua volta metaforico. Roba da poeti laureati o da fini accademici: su quattro parole, spente o accese, due metafore, ma solo due solo perché le altre sono la e non.
A essere precisi, peraltro, con decolla s'è ancora più avanti. S'è in effetti al livello della metafora d'una metafora. La basica fu acquisita all'italiano per via di prestito dal francese (decollare, l'italiano, ne aveva già un altro; per chiarimenti, chiedere di Salome). 
'Scollare', dunque, per 'staccarsi da terra' (come fase incoativa dello stato cui è destinato un velivolo, certo, non un natante), passato, come si sa, al valore universale di 'avviarsi verso un felice sviluppo'. Ha decollato, questo frustolo? C'è da dubitarne. Del resto non è nemmeno una corazzata. Quindi, cosa importa? 
L'importante è che, oggi, per l'occasione, "la corazzata non decolla": oggettivamente. E che, soggettivamente, per la medesima occasione, seduto sulla ferrea poltroncina d'un aeroporto, in attesa di un decollo, un anziano buonuomo - sguardo ilare e perso nel vuoto - sorride. Di se stesso.  

30 settembre 2014

20 settembre 2014

Scherza coi santi... (2): Giacomo e Alessandro




Giacomo voleva essere preso sul serio e non lo fu. Alessandro voleva essere preso sul serio e lo fu. Ad ambedue mancò lo spirito per capire che si trattava, rispettivamente, di buona e di cattiva sorte. Limite condiviso e forse tratto culturale profondo: un tale spirito continua infatti a mancare, con poche eccezioni, ai dotti della nazione nella cui lingua Giacomo e Alessandro opinarono, con diverse fortune, di farsi prendere sul serio. 

19 settembre 2014

Come cambiano le lingue (8): "usiamola, la parola abusata"

"...ma sì, usiamola, la parola abusata. Questa trasmissione è la metafora dell'Italia, è la metafora di noi stessi...": se si ha la pazienza di attendere un paio di minuti (annuncio pubblicitario incluso: Apollonio se ne scusa; gli è mancata la voglia di armeggiare per fornire ai suoi lettori solo il succo) negli ultimi secondi di questo breve video, un parlante cólto (e, sullo specifico tema, qui già còlto sul fatto) mostra di avere consapevolezza di lasciarsi andare a un abuso.
È questa la condizione, paradossalmente permanente, del mutamento linguistico, almeno (ma forse non solo) nella sua fattispecie lessicale: alle parole, quando le si fa muovere, si fa ineluttabilmente violenza e la lingua che cambia, comunque ci si voglia atteggiare quando se ne cavalca o se ne segue il cambiamento, "non è un pranzo di gala".  

26 agosto 2014

Sommessi commenti sul Moderno (12): Ideologie




Inventare, per via d'ideologia, false eguaglianze tra gli esseri umani fu tragica parodia dei valori universali quanto lo è oggi di quelli individuali giustificare, sempre per via d'ideologia, diseguaglianze vere.

Caratteri (18)




Condannò la sua vita alla più piatta falsità, incapace di reggere, sotto pretesa di verità, lo stato di grazia dell'intrecciarsi, strambo e ineludibile, del falso e del vero.

"Si sceccu"...

dice un ragazzo a un suo coetaneo, con altri in capannello. Apollonio si trova a passare per caso da lì e l'espressione giunge al suo orecchio. Non la sentiva da anni e - complice un'età ormai pericolosa per i sentimenti (ma non solo) - s'intenerisce. 
Era il più comune insulto nella comunità linguistica della sua infanzia. E l'asino, del resto, era nella medesima comunità tra gli animali più comuni. 
Vi circolavano più asini che cani, infatti. E nel dilagare progressivo e ormai incontrollabile del cane, tra le bestie di cui si circondano gli umani, e nella prima lenta e adesso verticale scomparsa dell'asino, c'è forse più d'un dato socio-economico, peraltro banale e trasparente. Ci sono, riconoscibili a chi ha occhi per vedere, i tratti d'una antropologia e d'una deriva culturale, che ha tra i suoi caratteri un innalzamento del livello generale dell'arroganza e di una stupidità supponente.
"Si sceccu" era e resta insulto affettuoso: un'alterità, quella dello sceccu, al tempo stesso irriducibile e solidale, quando trasferita, per figura, a un umano. Una non-umanità umanissima, del resto, come è appunto la stupidità che Musil avrebbe definito "luminosa": quella di tutti, la condivisa, l'egualitaria, che meglio si manifesta in purezza, tuttavia, nei destinati dal tocco del dio.

21 agosto 2014

Vocabol'aria (12): "Col cappello in mano"

Posto com'è in posizione preminente, il cappello, nel caso specifico, maschile, era un dì un capo d'abbigliamento cui s'affidava un'immediata segnalazione di molte differenze umane, tra cui, certo, le sociali e, eventualmente, la loro ironica parodia. A differenza di quella della lingua, la sintassi del vestirsi muta tuttavia con una certa rapidità, almeno nei suoi aspetti superficiali, e basta l'ideale confronto dell'istantanea che segue con la panoramica d'una folla odierna comparabile per intendere come la fortuna di cui gode oggi il cappello è molto modesta se paragonata a quella di cui godeva in tale non troppo lontano passato.

Fuori di strette esigenze o di costrizioni, andare a capo scoperto è oggi la norma come lo era, fino a non molti decenni or sono, indossare un cappello, mettendo di conseguenza in atto tutte le procedure codificate che tale condizione portava con sé, prima fra tutte, nei casi opportuni, lo scappellarsi.
La scarsa fortuna del cappello in quanto oggetto del mondo non incide troppo tuttavia su quella delle espressioni che lo designano. Perdoneranno Apollonio i suoi amichevoli lettori se insiste sul futile tema, ma è il suo proprio e il ripetersi è tipico di chi, come lui, ha passato da un pezzo l'età sinodale.
I nomi delle cose, anche di cose materiali come un cappello, son cose molto diverse dalle cose che designano e l'universo in cui i nomi prosperano è fatto a modo suo né, in proposito, l'eventuale conoscenza del mondo delle cose ci dice tutto (e forse neppure molto; e il poco che ci dice, ce lo dice per giunta male). 
Quell'universo - che è poi la lingua - può parere bizzarro ma è l'umano per eccellenza, solo che, come esseri umani gettati e persi, da sempre, tra le cose, se ne è quasi ignari. E certo deve esser meglio così se, con la consapevolezza della lingua, è da tempo immemorabile che va come va né ci son segni di miglioramento. 
Niente va meglio, infatti, di ciò che, malgrado ci si sforzi, non migliora.
Capita così che, quando è raro si veda qualcuno scappellarsi, presentarsi  (o non presentarsi) da qualcuno col cappello in mano sia divenuta espressione corrente d'una lingua speciale, quella della politica e della relativa comunicazione, che - oggi molto più di ieri, almeno a detta degli specialisti - ha dalla sua l'immediatezza espressiva e la popolare trasparenza delle figure. 
Vale come accusa agli avversari politici, nell'uso positivo, perché, in faccia a un interlocutore, terrebbero un remissivo atteggiamento di sottomissione. Vale più spesso come autoelogio, nell'uso negativo, per l'esibito rifiuto, rispetto a quell'interlocutore, di una condizione di subalternità.
Poi, però, succede che chi così si elogia dica, a implicita conferma di un rapporto ineluttabilmente diseguale, che è l'aver fatto i compiti a casa ad autorizzarne l'attitudine di fierezza. La svela così come soltanto immaginaria (se non presunta) e, magari senza volerlo, lascia intendere che se, in faccia a quell'interlocutore, è appunto andato senza il cappello in mano è solo perché un dignitoso cappello, uno qualsivoglia, anche da monello o da comico omino fuori delle regole, non lo possiede. 

12 agosto 2014

Trucioli di critica linguistica (13): "...come un tradimento"

Tra gli internati del campo di Fossoli, "il mattino del 21 [febbraio 1944] si seppe che l'indomani gli ebrei sarebbero partiti. Tutti: nessuna eccezione". In Se questo è un uomo, è implacabilmente cadenzato da passati remoti il racconto delle ultime ore che precedettero quella partenza. Lo è del resto anche il successivo racconto del viaggio che destinò al Lager Primo Levi, in compagnia di altri seicentocinquanta "pezzi".
Nel resoconto di quel 21 febbraio e delle prime ore del giorno successivo, i piloni che reggono l'impianto del testo sono i passati remoti. Tra essi si distendono brevi arcate narrative di forme imperfettive e arcate morali, altrettanto brevi, di un presente atemporale. Eccone un'esemplificazione di massima: "l'annuncio della deportazione trovò gli animi impreparati [...] Soltanto una minoranza di ingenui e di illusi si ostinò nella speranza [...] Nei riguardi dei condannati a morte, la tradizione prescrive un austero cerimoniale, atto a mettere in evidenza come ogni passione e ogni collera siano ormai spente [...] Si evita perciò al condannato ogni cura estranea [...] Ma a noi questo non fu concesso [...] Il commissario italiano dispose dunque che tutti i servizi continuassero a funzionare [...] Ma ai bambini quella sera non fu assegnato compito [...] E venne la notte, e fu una notte tale, che si conobbe che occhi umani non avrebbero dovuto assistervi e sopravvivere. Tutti sentirono questo: nessuno dei guardiani [...] ebbe animo di venire a vedere [...] Ognuno si congedò dalla vita nel modo che più gli si addiceva. Alcuni pregarono, altri bevvero oltre misura, altri si inebriarono di nefanda ultima passione. Ma le madri vegliarono a preparare con dolce cura il cibo per il viaggio, e lavarono i bambini, e fecero i bagagli [...] Nella baracca 6 abitava il vecchio Gattegno, con la moglie e i molti figli e i nipoti e i generi e le nuore operose [...] Noi sostammo numerosi davanti alla loro porta, e ci discese nell'anima, nuovo per noi, il dolore antico del popolo che non ha terra [...] L'alba ci colse come un tradimento; come se il nuovo sole si associasse agli uomini nella deliberazione di distruggerci". 
"Come un tradimento": alle tre parole si è accordata un'enfasi (che, naturalmente, è assente nel romanzo) perché esse si presentano superficialmente identiche in un lacerto manzoniano e la circostanza non è sfuggita a chi, pensando di penetrare così nel quid dell'espressione letteraria, va a caccia delle perline di supposti rapporti intertestuali e s'incanta, abbagliato, quando gli capita di trovarsene davanti una che luccica.
Dove ricorre "come un tradimento" nei Promessi sposi? L'innominato si prepara a ricevere nel suo castello Lucia, che ha fatto rapire dai suoi bravi. È già preda d'una qualche imprecisata agitazione, come prodromo narrativo di una vicenda che avrà dopo poco il suo provvidenziale scioglimento, come si sa. Infatti, "Da un'alta finestra del suo castellaccio guatava egli da qualche tempo verso uno sbocco della valle; ed ecco la carrozza apparire, e venire innanzi lentamente [...] - Vi sarà ella? - pensò tosto: e continuava a dire tra sé: - che noia mi dà costei! Liberiamcene.
E si disponeva a domandare uno scherano, e a spedirlo subito incontro alla carrozza, ad ordinare al Nibbio che desse di volta, e conducesse colei al palazzo di don Rodrigo. Ma un no imperioso che risonò di subito nella sua mente, fece svanire quel disegno. Vessato però dal bisogno di ordinar qualcosa, riuscendogli intollerabile l'aspettare oziosamente quella carrozza che veniva innanzi a passo a passo, come un tradimento, che so io?, come un castigo, fece chiamare una sua vecchia".
Manzoni in Levi, è stato detto allora da chi, specialista, s'è fatto un merito della scoperta. Sarà certamente così e Apollonio non s'azzarda a metterlo in dubbio. Come sanno i suoi fedeli lettori, più che ai valori assoluti delle forme (e delle forme delle parole, in particolare), egli presta però fede ai valori funzionali: ogni espressione - ritiene - li riceve, precisi, nel sistema in cui ricorre e che contribuisce a creare. E - Apollonio non può trattenersi dal dirlo - la coincidenza di Levi con Manzoni, a proposito di quel "come un tradimento", gli pare puramente formale: un superficiale accidente. Per l'espressione in questione, infatti, non si potrebbero immaginare due contesti più diversi, quanto a dipendenze sistematiche, che sono poi quelle che determinano il senso di ciò che si scrive (e si dice).
Anzitutto e dal punto di vista tematico, in Manzoni è il vessatore che, per figura, prospetta qualcosa, nel suo animo, come un tradimento: il lento avanzare della carrozza. Come un tradimento o, si premura di precisare il narratore, "come un castigo". Il tradimento è del resto nel contesto di un misfatto che egli ha compiuto e che si prepara a perfezionare. Tutto ciò, inoltre, in rapporto a un esperiente - l'innominato, appunto - di numero (e non soltanto di numero) singolare: un singolare intimo, risentito, personale. 
Nel testo di Levi, sono invece gli innocenti a sentirsi traditi dall'alba e il tradimento non è per figura. L'alba è infatti quel trascorrere dalla notte al giorno che è comunemente associato a un auspicio fausto e a una speranza. In ciò essa tradisce. E a tale sentire non spetta un esperiente singolare. Si sentono e sono traditi dall'alba del giorno della deportazione, tutti insieme, gli ebrei del campo, senza eccezione alcuna: agnelli che in gregge non vanno al castigo ma, senza spiegazione, verso il mattatoio.
Poi, ben più in profondo di qualsiasi fatto tematico, a fare differenze di sistema, tra i due testi, sono le cadenze e i ritmi delle loro composizioni. 
Il "tradimento" cui, nella prosa manzoniana, pensa l'innominato avanza lento e in una prospettiva imperfettiva. Passo dopo passo, come la carrozza che porta e nasconde Lucia. L'innominato lo osserva da lontano. E in modo vago e imprecisato esso si insinua - come un sentimento - nell'animo del personaggio, il cui travaglio si prepara. 
Tra gli internati di Fossoli destinati al viaggio e impreparati al loro destino, il sentimento del "tradimento" esplode invece in modo puntuale, come è puntuale il sorgere del sole nell'alba. E il "tradimento" dell'alba è chiaro come la luce. Determinatissimo. Marcato, come si è detto, dall'ineluttabilità del passato remoto: tra le forme verbali, la massimamente definita, dal punto di vista aspettuale.
Parole eguali per forma, in sistemi correlativi diversi, sono parole diverse. Diversamente, le narrazioni e la loro bella libertà (pronta a divenire imbroglio, come si sa) andrebbero a remengo. E così non è. Né nel caso di Manzoni né in quello di Levi, cui sarà forse capitato di avere nell'orecchio le tre parole di Manzoni (appunto, sarà!) ma senza che ciò voglia dire altro.

7 agosto 2014

Lingua loro (32): "mozzafiato"

La relativa voce del Grande dizionario della lingua italiana non ne contiene attestazioni. Siamo nel 1981 - anno d'uscita del volume che la contiene -  ed è un modo per dire che la parola esiste ma che, in linea di principio, nello sterminato corpus letterario sul quale la redazione ha lavorato essa non compare.
Il recente Grande dizionario italiano dell'uso, che non è un tesauro ma si lancia regolarmente nelle datazioni (per la gioia dei retrodatatori, curiosa ma simpatica specie di amatori del lessico), dice 1963.
Apollonio non ha voglia di far controlli. La data è del resto sospetta e loquace. La si trova spesso nei dizionari, quando si tratta di parole un dì nuove: nuove, insomma, quando Apollonio era un moccioso. 
Con un'indicazione del genere e senza l'indicazione d'una attestazione, c'è da scommettere che il genitore lessicografico di mozzafiato sia il solito Bruno Migliorini, nella sua appendice alla decima edizione, del 1963 appunto, del glorioso Dizionario moderno di Alfredo Panzini. 
Erano gli anni della prima crisi del Centrosinistra e dell'appannarsi del cosiddetto Boom (quando l'Italia giocava a far la Corea, del Sud, naturalmente, pur albergando nel suo cuore una Corea del Nord: il miracolo italiano, in altre parole).
Mozzafiato, ricorda Apollonio, che c'era, era "una pellicola". Fuor di ciò, praticamente niente altro. Lessico da Vice, l'ubiquo, precario critico cinematografico che percorreva, a sera, le sale secondarie dell'intera nazione (con che mezzi, non si sa) perché capace di pubblicare in contemporanea i suoi pezzi, e pezzi diversi per film diversi, si badi bene, tanto sull'"Eco di Bergamo" quanto sulla "Sicilia" di Catania.
Glielo avessero detto, al buon Vice, che mozzafiato sarebbe diventato ciò che frattanto è diventato, non ci avrebbe creduto. Lui, la mezzacalzetta, incidere sull'italiano più di un Alberto Moravia!
Non c'è serata festosa infatti che oggi non lo sia, mozzafiato. Ragazzi/e e panorami, lo stesso. Non si dica delle pietanze che arrivano sul tavolo di qualsivoglia pizzeria o dei viaggi in comitiva. In libreria, poi, dotata di scaffali o virtuale che essa sia, un libro su due lo è. E a chi si diletta a contare le parole che circolano per la rete e/o per il mondo (i linguisti che vanno di corpora, insomma), ci vorrà poco per attestare (una volta che si sia approntato l'opportuno tag) che, come aggettivo, mozzafiato sta in alto nelle graduatorie di frequenza: perlomeno all'altezza di rompiscatole e delle sue varianti (per restare nello stesso tipo di composto). E ciò qualcosa vorrà pur dire.

3 agosto 2014

Cronache dal demo di Colono (25): Il "Gattopardo"? In conto al Conte



"In questi tempi bui che stiamo attraversando gli eventi si moltiplicano a ritmo serrato, ogni giorno ne accadono decine che si accavallano l'un l'altro, si contraddicono, cambiano il panorama nel costume, nella politica, nell'economia, nella cultura. Oppure i mutamenti sono soltanto apparenze e tutto resta sostanzialmente immutato? Va di moda rievocare il Gattopardo di Luchino Visconti e forse è proprio quella la situazione in cui ci troviamo?"
Il fondo odierno del fondatore del giornale italiano più venduto regala ad Apollonio, per qualche momento fuori della sua Citera, questa gigioneria deliziosa ed eloquente.

Caratteri (17)




Mascherare le proprie avventatezze col pretesto d'un cattivo carattere è smascherarsi mancante d'un carattere qualsivoglia.

15 luglio 2014

Linguistica da strapazzo (32): "Messi non è Maradona"

"Messi non è Maradona": quasi un coro. E, aggiungerebbe volentieri Apollonio, Schweinsteiger non è Beckenbauer né Neymar è Pelé (ragionevolmente, non è nemmeno Zico).
"Un coniglio bagnato" disse l'Avvocato - cui non mancava nell'espressione un'ironica poesia - del Codino, peraltro suo dipendente. Commentò così non brillanti prestazioni del giocatore in momenti topici: le occasioni in cui, come si dice corrivamente, il gioco si fa duro e i duri cominciano a giocare. Della Pulce, in questi giorni, si potrebbe dir peggio, incoraggiati dalla metafora sottesa all'antonomasia, ma se ne taccia. Del resto, un Mondiale da autentiche mezze calzette: partite appassionanti come incontri tra funzionari della WTO o della BCE. Questo passa il convento globale. E la caciara comunicativa della kermesse non basta a coprire, per chi ha un po' di gusto, le invereconde nudità dell'attuale gioco del pallone.
Basta allora "Messi non è Maradona". Che è già tanto, se ci si pensa da linguisti da strapazzo. Perché mai, se i nomi propri fossero ciò che dicono logici e grammatici, Messi dovrebbe essere Maradona? Perché, anni fa, nessuno trovò sciocco, sulla prima pagina di un quotidiano nazionale, il titolo (se la memoria non tradisce Apollonio) "Palermo non è Beirut"? Se stava lì, era una (rilevante) informazione. E che diavolo di informazione sarebbe mai un'espressione del genere se la si prendesse, per dir così, grossolanamente alla lettera? "Messi non è Maradona" e "Palermo non è Beirut", embè?
Non di lettera e di figura, del resto, principalmente si tratta. Si tratta di uno di quei processi funzionali (che vuol dire compositivi, niente altro che compositivi) che soggiacciono, talvolta, a ciò che i retori antichi classificarono come tropi e che non sono cose linguistiche fatte - come di norma vengono ritenuti - ma appunto farsi delle cose della lingua, che è sempre e rigosamente in movimento.
In "Messi non è Maradona", Maradona è un predicato e, come predicato, non solo ha un significato (con buona pace di chi dice che carattere dei nomi propri è appunto d'esserne privi) ma è disponibile (a condizioni variabili, certo, e non sempre in modo neutro: ma non si sta qui a sottilizzare) a combinarsi con una vasta gamma di determinatori e di modificatori: Messi non è un Maradona, non è il Maradona che ci si attendeva, non è né il Maradona del 1986 né quello, già un Maradona minore, a dire il vero, del 1990 e così via.
Chiacchiere da Bar dello Sport, luogo ideale che può essere migliore, quanto a qualità, spirito e intelligenza di chi lo frequenta, di molti rinomati e altrettanto ideali istituti di - soporifera - ricerca linguistica. E contesto socio-culturale appropriato a verificare come gli umani si producano espressivamente in antonomasie (dette da chi se ne intende) vossianiche con la stessa sciolta naturalezza con cui bevono un buon caffè o con cui, per via di un'inesplicabile grazia, Maradona si bevve appunto un imprecisato numero di giocatori inglesi, in occasione di una realizzazione memorabile (anche per Apollonio, al cui cuore meglio ha sempre parlato il razionale piede di Platini) del suo talento intermittente e disordinato:

Indirizzi di metodo, per giovani che non ne necessitano (14)

Tutto, agli esseri umani, non è dato. Si sta così al qualcosa. È dono o condanna questo frammento, posto peraltro sotto l'inflessibile dominio del caso? Per colmo d'ironia, capita persino ci si trovi a scegliere. E, nella scelta, baluginano sistema e pertinenza. Dolce, paradossale, preziosa libertà da reclusi: la sola, fragile, di cui si disponga nell'accidentale spezzone esperito da un punto di vista. Ci si guardi dall'avvelenarla, facendone feticcio d'una sostanza e ridicola parodia dell'assoluto.

14 luglio 2014

Linguistica da strapazzo (31): Antonomasie sfacciatamente metalinguistiche

"La Mannschaft", "la Seleção", "la Selección": sono antonomasie e da qualche settimana sono state sparse con larghezza in un discorso pubblico italiano per nulla sofisticato, fatto al contrario di lingua popolare e con appello a processi figurati trasparenti: il discorso sportivo.
Le antonomasie sostituiscono opportunamente i nomi propri. Per esempio, "il Codino" non suona formalmente come "(Roberto) Baggio", ma quando si tratta di imbastire un (celere) discorso sul celebre attaccante italiano che fallì un decisivo rigore nel 1994 (e questa è una descrizione definita), l'antonomasia (quella in questione, peraltro, su base metonimica) e il nome proprio fanno egregiamente lo stesso lavoro. Aiutano inoltre alla realizzazione di quella variatio che funge forse da principale musa ispiratrice dell'espressione italiana di chi si vuol dare comunque uno stile.
Appunto, nel recente discorso sportivo italiano, "la Mannschaft", "la Seleção", "la Selección", come antonomasie, sono strumenti di evocativa variatio ma si segnalano, rispetto alle molte altre, per una loro particolarità.
Per un italiano o un'italiana davanti a un apparecchio televisivo, "la Mannschaft" vale quanto vale "la Germania", ovviamente intesa, questa, come rappresentanza sportiva nazionale (santo Cielo, come sono complicate, a volerle rendere esplicite, le chiacchiere più semplici). E vale "la Germania" in virtù del fatto formale che il suo cuore è una parola tedesca (sia o non sia tale parola trasparente, nel suo significato. Piuttosto: col genere, qui, come la si mette?).
"La Mannschaft" è, in altre parole, un'antonomasia-prestito e identifica i rappresentanti calcistici degli elargitori del prestito per via del loro codice d'espressione.
Si astengano a questo punto i cinque (maligni) lettori dal delirante pensiero che, se in questione è un prestito agli Italiani, tali elargitori, presane coscienza, pretendano presto di avere indietro l'antonomasia e col noto differenziale d'interesse.
Lo stesso del resto, mutatis mutandis, si può dire per "la Seleção" e per "la Selección", ma con l'aggiunta, nel caso della seconda, di qualche distinguo, qui negletto, perché Apollonio l'ha già fatta troppo lunga. Vuol solo precisare che il distinguo non riguarda, come di nuovo stanno certo pensando i soliti cinque, la prospettiva economica del prestito, anche qui delicata, ma per ragioni inverse alle sopra alluse.
Per essere efficaci quanto lo sono i nomi propri che esse sostituiscono, per riferirsi nel discorso italiano in modo univoco a ciò che designano, come appunto fanno, "la Mannschaft", "la Seleção", "la Selección" innescano insomma una sorta di cortocircuito sfacciatamente metalinguistico: 'per antonomasia, la squadra sportiva che rappresenta coloro che, quando vogliono designarla, nella loro lingua la dicono per antonomasia...'.
A ogni ricorrenza di tali antonomasie, il linguista da strapazzo ha gongolato. Del resto, a dire il vero, lo spettacolo non è mai stato un granché. Gli ha lasciato il tempo di farsi attraversare la mente da ogni sorta di corbelleria, oltre che da un grato pensiero per l'anima cara di Roman Jakobson. L'aveva detto: codice su codice. Sante parole.