31 dicembre 2011

Trucioli di critica linguistica (5): Martini

Metà degli anni Novanta del secolo scorso: una festa sfarzosa e notturna. Il Teatro Olimpico del Palladio (o Apollonio si sbaglia?) le fa da scenario. È un tempio della ragionevolezza classica e inquieta della civiltà dell'Occidente, in uno dei momenti più alti della sua premoderna maturità.
Un giovane uomo dai tratti marcatamente mediterranei s'avanza nel tripudio, tra coetanee e coetanei. Corre a impugnare, come trasparente simbolo, una bottiglia di spumante, apertamente disposta alla bisogna. Con gesto enfatico, ne fa saltare il tappo e spillare il liquore.
Il tappo monta su verso il cielo, allontanandosi da un panorama di monumenti del Vecchio continente. Prende a viaggiare veloce da Est verso Ovest, tra nuvole illuminate dalla luna. L'inquadratura in fantastica soggettiva è quella che sofisticati prodotti della grande industria capitalistica dello spettacolo e del consenso hanno prestato ai missili balistici intercontinentali sovietici diretti verso ignare ed inermi città americane. L'immaginario collettivo dei tempi del terrore nucleare, insomma, messo in berlina dopo la caduta del Muro.
Il tappo si dirige del resto verso la città americana per eccellenza. Si dirige proprio verso un suo emblema edilizio: un grattacielo. Vi penetra. È l'anticipazione di una realtà non ancora imminente ma certo prossima. La fornisce una futile fantasia pubblicitaria. E, col senno del poi, lascia di stucco.
A ricevere il tappo nell'ombelico, opportunamente esposto, è però nella circostanza una donna di colore, quasi posta sopra un piedistallo come una venere antica, in un ambiente animato ma scarno. Personaggio della moda, si tratta di celebrata bellezza dalla fama globale.
La donna stacca il tappo dal suo ombelico. Ne rileva l'iscrizione. Sul fondamento dell'osservazione sperimentale, si lancia in un tipico modulo della razionalità occidentale: un'inferenza. Tale inferenza fa appunto da payoff della campagna pubblicitaria: "Martini? There's a party".  Ecco, per la memoria e per verifica dei lettori, il comunicato commerciale:



Passa un anno e si replica. Le variazioni sono modeste ma vale la pena notarle. Investono la testimonial, lo scenario verso cui il tappo muove e quello da cui esso si muove.
La prima è adesso una star hollywoodiana dai piccanti trascorsi interpretativi. Spingendosi ancora più verso Ovest, il tappo che viene dall'Est la raggiunge, ma senza contatto fisico diretto e imbustandosi (segno di un eros corretto da tempi calamitosi?). Lo dice una ripresa televisiva che duplica la realtà per farla più reale (ma non per questo vera) e proietta il singolare evento sopra uno schermo gigante, nel momento topico di una cerimonia emblematica della cultura della costa occidentale americana.
Durante una festa d'uomini e di donne e secondo la già nota modalità, il proiettile è stato scagliato di nuovo da un giovane dai tratti italiani, stavolta senza enfasi sulla mediterraneità. 
Come quadro, la festa pare avere scorci della Mantova ducale. Se di ciò si tratta, si tratta allora di nuovo del luogo simbolico di uno sfarzo e di uno spirito al tempo stesso inquieti e sereni, volatili e immortali, come furono quelli del Rinascimento.
Il payoff non muta nella sostanza. Lascia l'interrogazione retorica, ormai ridondante, per la semplice asseverazione che satura una sospensione. Ripete poi il modo ragionevole dell'inferenza su base sperimentale:



Il secolo rapidamente declina. Declinano fasti e speranze indotti dalla  caduta del Muro. Declina anche, simbolicamente, il millennio. E nel simbolico declino di un millennio ecco che il giubilo si trasforma, paradossale augurio, in premonizione della catastrofe d'una civiltà.
La festa notturna, adesso, è solo di donne. Gazebo, bordi di una piscina: in uno spazio aperto che non c'è dettaglio che non qualifichi come posto in alto e, soprattutto, come non-luogo.
Stilizzate sullo sfondo, però, e a fare "Oriente", una piramide e un parallelepipedo cui sta in cima una sorta di cupoletta sferica: tre, due, uno. Forse, allora, è il paradiso di un martire di un Islam post-moderno, traboccante, a detta del Corano, di splendide uri dagli occhi neri e di una bevanda fresca e chiara.
Percorre un diritto corridoio il prototipo di un uomo (tale è il testimonial stavolta, con prospettiva rovesciata): si intuisce che desidera essere ammesso alla festa. Va da un chiuso verso l'aperto. Bussa così a una porta topologicamente paradossale. Riconosciuto nel suo valore dallo spioncino, la porta gli viene aperta.
Per l'ammissione all'Eden il suo valore e la sua fama non bastano tuttavia. Un attributo è decisivamente richiesto: bisogna che, opportunamente dotato, faccia saltare un tappo, molti tappi, forse, che facciano "boom". Dall'uri portiera (l'abito dal rigore monacale, scura d'occhi e di capelli) viene di conseguenza l'espressione di un'esclusione per via d'un principio normativo, cui soggiace un'aperta modalità deontica: "No Martini. No party". È, coerente coi tempi, il nuovo e fortunato payoff della campagna commerciale.
Non più il piacere ipotetico-descrittivo, tutto occidentale, dell'inferenza di una ragionevolezza laica e quasi scientifica. Non più il (pur pericoloso) contagio di un'ideologia umana o dell'umanissimo spasso libertino, da un Occidente a un altro ed estremo Occidente.
Adesso, movendo ad Oriente, la prospettiva prescrittiva d'una religione: il piacere è promessa metafisica che segue la prova estrema e ultra-umana di un passaggio da un dentro opprimente verso un ignoto fuori. È un piacere che domanda la preliminare soddisfazione di un dovere, l'assolvimento del quale è forse però un annichilimento:



La premonizione si fa profezia. La profezia si compie da se stessa. Alcuni tappi esplosivi, opportunamente orientati da uomini che contano con certezza sulle uri promesse, hanno centrato le altissime ma periclitanti certezze della civiltà dell'Occidente. Resta aperta, a quel punto, solo una strada: una glossa in cui, facendo dell'ironia sull'ironia, si finisce per dire, papale papale, ciò che, visto che è accaduto, doveva ineluttabilmente accadere.
Forse solo torbidamente sognata, la festa che ha celebrato la fine del Secolo breve è essa stessa rapidamente finita e di recuperare le fonti di una lieta ragionevolezza non si è più (o, ottimisticamente, ancora) capaci:


Oggi (sono già passati alcuni anni) lo si può avere per certo. Lo ha dimostrato il decennio dei piccoli numeri e delle cifre sempre più spropositate e ormai non solo ingovernabili ma forse incalcolabili. Il decennio dei ridicoli nani.

27 dicembre 2011

A frusto a frusto (3)





Quando al tuo sogno pare indispensabile un noi, capita tu sia pronto a realizzare un incubo.

26 dicembre 2011

Lingua loro (26): "Cronista"

Cronista è approssimativo sinonimo di giornalista, dal punto di vista denotativo, se non suo iponimo, quando indica colui che scrive variamente sui fatti diversi del giorno,  di cui rendono conto le pagine dette appunto di cronaca.
Nella lingua specialistica dei giornalisti, cronista è però nobilitante litote che affiora ormai quasi esclusivamente in riferimento a un collega da poco defunto e peraltro oggetto di lodi iperboliche.
Come predicato e in combinazione con forme verbali copulative perfettive e riferite al passato ("fu" o "è stato"), esso è in tal caso accompagnato da articolo indeterminativo e opportuno attributo ("un grande cronista", "un cronista attento", "uno scrupoloso cronista") o, per effetto antonomastico, da articolo determinativo ("il cronista del mutamento antropologico italiano"). 
Cronista fa parte insomma del lessico stereotipico cui attingono i "coccodrilli", insieme, per esempio, con testimone, eventualmente controverso o partecipe, quando il trapassando o trapassato è un uomo di cultura, e con statista, quando morto o in predicato di morire è invece un personaggio politico.
Cronista, come altre parole d'elezione di tale lessico, prende così un valore connotativo marcatamente iettatorio e c'è da supporre che non ci sia gazzettiere che non compia gesti apotropaici qui, per decenza, non riferibili al solo pensiero che un collega, tempista, si prepari a scriverlo o l'abbia già scritto di lui.
Apollonio suggerisce pertanto che la relativa voce delle opere lessicografiche registri l'uso in questione: "Si qualifica come cronista un giornalista che ha di recente tirato le cuoia".

24 dicembre 2011

Parlare della lingua

"Ein jeder, weil er spricht, glaubt, auch über die Sprache sprechen zu können". Ogni volta che inciampa in questa espressione di Goethe, Apollonio non può fare a meno di pensarla appropriata al presente blog e, dunque, al suo caso, esemplare di chi, "siccome parla, crede di poter parlare anche della lingua". 
Non può nemmeno fare a meno di pensarla però in una versione sottilmente diversa e che, come können permette, in italiano suonerebbe "...siccome parla, crede di saper parlare anche della lingua".
La capacità di parlare (o di straparlare) della lingua, con piena naturalezza, è infatti concessione mirabile che la lingua fa a tutti coloro che la parlano. Una concessione che, in linea di principio, rende tutti i parlanti eguali, a prescindere da differenze d'indole, d'ingegno, di dottrina. 
C'è poi però chi approfitta di tanta munificenza. Usucapito l'effetto della concessione, ne millanta proprietà legittima ed esclusiva e, sdottoreggiando, parla della lingua, supponendo non tanto di poterlo quanto di saperlo fare. 
E non risparmierebbe allora Apollonio la tentazione, sacrilega, di inscrivere anche Goethe nel partito degli idioti speciali che, pretendendo di saper parlare della lingua, irridono e spregiano gli idioti ordinari che, come Apollonio, pensano solo di poterlo fare perché parlano. Interviene però  a frenarlo la sentenza successiva di quel megalomane, insopportabile ma geniale Besserwisser. Suona "Man darf nur alt werden, um milder zu sein; ich sehe keinen Fehler begehen, den ich nicht auch begangen hätte": "Si può solo diventar vecchi per addolcirsi; non vedo compiere nessun errore che non abbia commesso anch'io".

23 dicembre 2011

Bolle d'alea (16): Humboldt



"I dubbi sono tormentosi solo per colui che crede, mai per colui che si limita a rimanere fedele alla sua indagine". Sono parole di Wilhelm von Humboldt. Col dubbio che non siano troppo appropriate alla circostanza ma nell'ipotesi che lo siano molto alla temperie in cui anche la circostanza si scioglie, Apollonio le fa sue e ne fa dono e oggetto d'augurio a chi legge i suoi frustoli. Comunque la pensi, che tragga profitto dal dubbio e che goda della fedeltà alla sua indagine come gode eventualmente d'una fede.

21 dicembre 2011

Bolle d'alea (15): Tomasi di Lampedusa

"La verità è sempre la peggiore delle ipotesi possibili". Lo diceva Giuseppe Tomasi di Lampedusa, beffardo anzitutto con se medesimo e col proprio destino.
Apollonio lo cita a memoria (con un dubbio: interpretazioni invece di ipotesi? Nel caso, poco male. C'è interpretazione che non sia un'ipotesi?). Citandolo forse imperfettamente, l'immagina sardonicamente sorridente nel dirlo, come  prova a esserlo lui mentre, stasera e nell'attesa di diventare più mite per il canonico augurio, lo ripete, sulle sue orme, a se stesso.

19 dicembre 2011

Glossa

"Ma il fine inganno pone fine all’inganno?”. Così un giocoso lettore ha commentato il frustolo che precede. Il commento invita Apollonio a una glossa che spazia, in realtà, sui tre precedenti e torna, forse, anche un po' più indietro. 
C'è chi pensa, dell'inganno, che sia fine, che sia divino e che il suo fine sia di non avere fine. La sua fine cozzerebbe infatti col suo fine che per definizione, non avrebbe fine. D'altra parte c'è perfino chi ipotizza che, dell'inganno fine, importi non il primo ma un celato, diabolico, secondo fine: una fine senza fine. 
Così, l'inganno sarebbe forse più fine ma, infine, veramente fine? 
Primo o secondo che s'immagini il fine dell'inganno, specula talvolta Apollonio, sono fantasie finite di chi ha fine. Avere un fine? “Umano, troppo umano”: almeno quanto avere fine. Essere umano: chi, fine o non fine, ha sempre un fine e ha sempre fine.
Ne segue che, se ha un fine chi ha fine, l'inganno fine e senza fine si può pensarlo fuori della definizione di un fine. Così l'eros. Così la lingua. Fine. Senza un fine. Senza fine.
Sfiniti? Prima che altri lo faccia, Apollonio commenta se stesso con un "Finiscila!". Ma, appena lo ha fatto, torna, ancora più stupido, a chiedersi: "La? Cos'è mai quel la?".

16 dicembre 2011

Trucioli di critica linguistica (4): Campari


Una campagna televisiva che pare una glossa lessicografica e, al tempo stesso, un trattato di critica storica (e, sullo sfondo, un'allegoria della vita). 
Cos'è in fondo un aperitivo se non un promettente preliminare? E cosa fu il Settecento se non l'aperitivo del pasto della Modernità? Il pasto fu poi molto indigesto e nettamente al di sotto delle attese. 
Oggi restano tavole malamente coperte da tovaglie ormai penzolanti e macchiate, con resti di pietanze mozzicate a metà, bottiglie vuote, piatti unti, posate usate e come disposte da un uragano, bicchieri rovesciati con tracce di rossetto, bicchieri mezzi pieni in cui galleggiano cicche di sigarette, e poi scorze, ossa e lische di pesce, schizzi del vomito di molti commensali, tozzi di pane, ditate di panna sui braccioli delle sedie, per terra tovaglioli sporchi e accartocciati.
Oggi. Ma come sorrideva allora la Modernità e ruffiana si lasciava sfiorare, lasciva, tra baci e carezze, procrastinava il compimento dell'amplesso, si concedeva all'infinita variazione morale, alle fantasie estenuanti dei preliminari materiali.
Oggi. Non resta che sognare che quel principio sia ancora qui, quando si è già varcata da un pezzo la soglia della fine. Non resta che bere ancora un aperitivo rosso, con in testa "l'idea di un finale diverso".

Terminologia

Tutte per fortuna prive di gravi conseguenze, le sciocchezze che chi fa professione d'essere linguista può perpetrare sono innumeri e questo medesimo blog ne fornisce campioni. Poche sono però più diffuse e meno vistose di quelle cui è indotto chi istituisce l'universo dei fenomeni ai quali consacra la sua attenzione e ne cerca la ratio profonda lasciandosi ispirare dalla terminologia della disciplina. 
In altre parole e per fare un esempio, sono  di norma sciocchezze quelle  di cui si pasce chi, considerato che qualcosa nella lingua è stato per tradizione chiamato "possessivo", decide di studiarlo convinto che qualche speculazione sull'idea di possesso sia la chiave di volta per comprendere funzioni e forme linguistiche dei cosidetti possessivi. Si comporta insomma come se la terminologia, con buona pace di Ferdinand de Saussure, non solo fosse "motivata" ma addirittura fosse lei a "motivare" la lingua.
La terminologia può essere ovviamente oggetto di seri studi filologici. Come storia della cultura (linguistica) e come contributo a un'antropologia non soltanto diacronica, ha senso chiedersi e cercare di capire come e perché a qualcuno venga o sia un giorno venuto in mente, come sua interpretazione di un fenomeno linguistico, di chiamare qualcosa "possessivo" o "dativo" o "passivo" o "persona" o "genere" o "caso". 
Fare però della terminologia o (peggio) di qualche suo irrelato spezzone la fonte della determinazione scientifica del funzionamento di qualche aspetto della lingua è solo una prassi cieca, perché inconsapevolmente ideologica, e onanistica, perché, fondando i suoi ragionamenti sulla sua terminologia, la linguistica pretende così di studiare la lingua e invece studia solo se stessa, trovando conferma dei propri deliri per tale via facilissima. Il possesso s'esprime nel possessivo che (come potrebbe diversamente?) riguarda appunto il possesso. 
Il fatto che la prassi sia oggi comune (tra gli epigoni del formalismo non meno che tra quelli del sedicente funzionalismo) non deve impedire, a chi ha un po' di sale in zucca, di considerarla bizzarra e dilettantesca. Tra l'altro, essa ha il difetto di confermare chi se ne lascia facilmente sedurre nell'irriflesso pregiudizio che una terminologia (e quindi una qualche linguistica, una "grammatica") fondi e spieghi la lingua quando, naturalmente, il minore sta nel maggiore e la linguistica (che è solo lingua autoconsapevole) sarà nata soltanto nel momento in cui essa, la sua terminologia e la "grammatica", riconosciute come arbitrarie, saranno fondate e spiegate dal funzionamento della lingua.    

L'eccellente mediocrità

Tra le incongruenze di un tempo che ha anche preso lo stucchevole vezzo di chiamare eufemisticamente ossimori le contraddizioni prodotte dal disordine pratico e ideale in cui versa non mancano le tragiche ma nemmeno le comiche. 
Tra le seconde, quelle che riguardano l'università. 
A proposito dell'università, è oggi tutto un chiacchierare di qualità, di eccellenza, di classifiche dei migliori e delle migliori e di soggiacenti valutazioni. 
Nei fatti, per produrre tali presunti risultati, gli addetti ai lavori, nell'universo mondo, sono sempre più invitati (se non costretti, ma si tratta poi sempre di vittime consenzienti) a trascorrere gran parte del loro tempo (limitato, perché umano) nella reciproca compagnia imposta da commissioni, riunioni di organi collegiali che proliferano come funghi, briefing, tavoli di concertazione, convegni, contatti con ogni sorta di organismo amministrativo e burocratico, gruppo di pressione e confraternita, allo scopo di "confrontarsi", di mettere a punto progetti, di prospettare sviluppi, di consolidare istituzioni, di rivedere statuti, di calcolare compatibilità, di interagire col territorio o col globo e così via. 
Sono in altre parole invitati a stare in forzosa compagnia della folla di mediocri mezze calzette (una delle quali Apollonio conosce meglio di chiunque altro ed è il suo alter ego) che popola quel mondo di fantasmi. 
Sempre meno viene concesso loro (ed essi stessi si concedono) di intrattenersi con le sole compagnie che varrebbe la pena coltivare, anche nella prospettiva di una ricerca del meglio. Tanto per fare qualche corrivo esempio e restando al dominio delle discipline morali, di stare in compagnia di Kant, di Montaigne, di Ariosto, di Lope de Vega, di Plutarco, di Tacito, di Diderot, di Musil, di Leopardi, di Primo Levi, insomma di quegli esseri umani la cui frequentazione ha valore per se medesima e ha (eventualmente) il pregio di insegnare a tollerare amorevolmente, con se stessi, tutti quei compagni nella disgrazia o nella fortuna d'essere vivi che capita di incrociare.
Sempre meno viene concesso loro (e essi stessi si concedono) di restare da soli a meditare, dopo avere fatto tali incontri, per prepararsi eventualmente a riconoscere, tra i casuali incroci, ancora un Dante, un Platone, un Dostojevski, un Saussure. Di riconoscere qualcuno destinato ad alimentare la scelta pattuglia. Oltre che a meditare su ciò che, considerato il già detto, valesse eventualmente la pena di aggiungere.
In poche parole: una mediocrità parossisticamente spinta all'eccellenza, una mediocrità eccellente è ciò che il tempo presente chiede imperativamente alle sue università. Imperativamente, perché pretende che esse, coerenti con la sua lacerante contraddizione, non possano testimoniare una diversità e insegnare così ai giovani a riconoscere quella contraddizione come effetto di una ridicola follia. 

12 dicembre 2011

A proposito di conti




Uno su ventisette non è certo il rapporto che passa tra l'intelligenza e l'idiozia ma non c'è dubbio che, ahimè, gli si approssima più di ventisei su ventisette.

11 dicembre 2011

Sommessi commenti sul Moderno (3)

Non c'è una volta che, alla fine, il male non soccomba e il bene non prevalga. Ci mancherebbe! Prevale, perdìo. Insinuare che non si tratti del bene sarebbe perlomeno insolente.

9 dicembre 2011

8 dicembre 2011

Toujours, jamais

C'était la fin des années Soixante-dix du siècle passé. C'était déjà et largement l'époque des théories linguistiques universelles bâties à partir d'une dizaine d'exemples: une époque qui n'a pas encore terminé de vivre ses fastes. La seule différence, c'est que maintenant la dizaine d'exemples qui fonde la construction des théories universelles est tirée, au moins, d'une dizaine de langues différentes. Et il s'agit d'une dégénérescence ultérieure. 
C'était la fin des années Soixante-dix. Au jeune chercheur qui était allé chez Maurice Gross s'informer directement sur ses recherches et, le cas échéant, y participer, il pouvait arriver de l'entendre à peu près affirmer : "Toujours, jamais sont des mots qui ne devraient ni apparaître dans l'expression scientifique d'un linguiste sérieux ni faire partie de sa forma mentis". 
Le jeune chercheur de jadis est devenu entre temps le vieil Apollonio et il n'a aucune difficulté à dire n'avoir jamais entendu un linguiste faire une profession de foi plus profonde et absolue: Maurice Gross, véritable Prométhée de la linguistique de la deuxième moitié du siècle passé. Recueillir des milliers de données, les examiner dans leur innombrables facettes, les classer en fonction d’une riche batterie de propriétés, aucune par soi-même définitoire, aucune dépourvue d'exceptions irréductibles. Un travail empirique gigantesque. Une entreprise héroïque et désespérée, qui n'a pas survécu, il faut le dire, à la disparition, parfois soudaine, de ses géniaux dévots et, il y a exactement dix ans, à l'arrêt tragique de son moteur. 
Il est possible que Maurice se trompait. Il est possible que son rappel sévère à l'innombrable variété des signifiés et des signifiants de chaque langue, contenait lui-même, par paradoxe, un jamais, un toujours. Le jeune chercheur en avait silencieusement l'impression déjà à l'époque. Le vieil Apollonio y songe encore souvent et, derrière la figure d'un Prométhée, il voit surgir celle de Sisyphe. Rage, tendresse, nostalgie se mêlent alors indissolublement dans son esprit.

3 dicembre 2011

Intolleranze (4): Sdoganare

Chi ha violato le operose sedi delle aziende di import-export per impadronirsi con dolo di sdoganare? Chi ha poi traviato quel povero verbo? Chi lo ha strappato, incolpevole, dalla vita tranquilla e riservata che gli assicurava l'appartenenza a un lessico specialistico? Chi s'è fatto untore di questo ennesimo metaforico mal francese? Chi ha messo sdoganare sulla bocca di tutta questa gente di mondo che, sempre per nobilissimi motivi e con l'aria bacchettona di chi vuole fare a tutti i costi l'originale, condisce con parolacce le arringhe agli scolaretti, rivisita deliri ideologici, pratica funeste riesumazioni assistite, amoreggia coi tiranni più sanguinari e coi più sanguinari dei loro assassini, sorseggia vini rossi sul pesce, esibisce mutande, elogia prose stomachevoli sulle gazzette, fomenta le volgarità politicamente corrette di guitte cimiteriali, stordisce gli avventori con chiacchiere molecolari, esalta sfregi paesaggistici e dissemina infestanti lauree honoris causa?
Insomma, chi ha sdoganato sdoganare?

29 novembre 2011

Lingua loro (25): "la Squadra"

Il "Governo"? Che anticaglia! Ormai e ufficialmente "la Squadra". Nella sua Citera, giunge notizia ad Apollonio che il Mister, pardon!, il Commissario "tecnico", oops!, il Presidente del Consiglio dei ministri, insomma, il signor Mario Monti (e che fine ha fatto il buon Ferruccio Valcareggi?) ha comunicato ieri alla stampa la lista completa dei convocati: Albertosi, Anastasi, Anquilletti, Bercellino, Burgnich, Bulgarelli, Castano, De Sisti, Domenghini, Facchetti, Ferrini, Guarneri, Juliano, Lodetti, Mazzola, Prati, Riva, Rivera, Rosato, Salvadore, Vieri, Zoff.
Gli Euro(pei), stavolta, son nostri (inclusivo o non-inclusivo?).

[Era il fatale '68. E non dicano i cinque lettori di Apollonio che lui, sonnolento, non se ne era già accorto, che tira un'aria di rigore].

"...a farci male sulle ripartenze"

"Noi dobbiamo essere bravi a non fare leggerezze sul loro pressing. Loro hanno giocatori bravi a farci male sulle ripartenze".
Tra parallelismi e differenze, metafore e tecnicismi, secondo l'insegnamento di Jakobson, l'iterazione fonda, nella parola, la poesia e, anche quando si tratta delle più piatte corrività, fa del cattivo gusto una delizia.
La supponenza guasta ogni cosa. Ogni cosa sublima la naturalezza.

28 novembre 2011

Della traduzione automatica

Tra la gente di gusto, è d'uso irridere (se non deplorare) il meccanico modo di condursi dei programmi di traduzione automatica, molti dei quali disponibili in rete. 
All'alter ego di Apollonio è accaduto di osservare, per iscritto, che i maldestri tentativi dei pionieri del volo non apparvero meno ridicoli e deplorevoli. Oggi, qualsiasi stupido indossa le ali di un "aeromobile", come capita di sentire dire negli annunci aeroportuali, e (senza che nessuno rida o deplori) si trova in men che non si dica in capo al mondo. Che non sia il volare di Dedalo ed Icaro è inconfutabilmente vero. Altrettanto vero è però che si tratta di un modo di volare. Meccanico, ma di volare. 
Ragionevolmente, la stessa cosa succederà (se non ha già cominciato a succedere) con gli automi consacrati alla traduzione. Come sempre, gli ingegneri hanno ragione ad insistere e torto i poeti a scoraggiarli. Anche lì la meccanica conquisterà gli spazi pratici e di diletto garantiti dall'esistenza di un'utenza banale e sterminata. Non si tratterà delle nobili e discusse traduzioni da Dante di Pound ma di traduzioni si tratterà, in ogni caso. E non sarà questa tra le minori dimostrazioni del fatto che lo spirito avventuriero della specie umana ha sprezzo del pericolo ed è incoercibile. Vedrà chi ci sarà, naturalmente, fino a che limite e, soprattutto, fino a quando.
Fa già del resto impressione e un pizzico di umana tenerezza vedere l'esito indubitabile di un programma elementare di traduzione automatica che fa da oggetto di un tentativo di phishing trovato oggi, tra la sua posta elettronica, da Apollonio. Recita: "Noi scoprimmo l'attività irregolare sul Suo conto".
Dicano i lettori se, in italiano, non è già quasi funzione poetica: con l'enfasi pronominale, il raro passato remoto, l'arcana determinatezza dell'articolo che introduce l'oggetto diretto, l'ambiguità sintattica dello scoprire, sul conto di qualcuno, un'attività irregolare. Roba tutta meritevole, da un lato, di un'acuta incursione strutturalista alla Jakobson, dall'altro, di una fine analisi stilistica alla Spitzer.
E vien quasi voglia di fare il mecenate, pagando almeno un obolo, per un simile aereo risultato. Viene la tentazione di rispondere con le informazioni tanto maldestramente e tanto poeticamente richieste. 
Poi, interessata e bottegaia, sul gusto per la poesia della traduzione automatica prevale la prosaica ragionevolezza di chi alle traduzioni chiede d'essere, anzitutto, umane e, quindi (chissà perché, se di cosa umana si tratta), credibili. 

"La maggior parte di noi"

"Probabilmente la maggior parte di noi non ha un'idea molto chiara di che cosa sia la 'linguistica', e questa parola suona abbastanza strana, confinata all'uso di pochi specialisti". La citazione viene da un manuale italiano molto fortunato. E meritevolmente fortunato, in funzione del panorama dell'odierna offerta editoriale. Ad essere precisi, sono le parole che vi fungono da incipit (l'enfasi è stata aggiunta da Apollonio).
Anche i libri di linguistica però sono testi linguistici, com'è capitato di scrivere qui, in un frustolo di qualche tempo fa. Quando ad Apollonio succede così di dovere illustrare la differenza che, sovente implicita nelle forme grammaticali di una lingua, corre tra noi inclusivo e noi non-inclusivo, l'esempio fornitogli da quelle parole gli si presenta sempre allo spirito tra i più lampanti, oltre che come uno dei più involontariamente comici e rivelatori della natura della disciplina che pretende di professare. Sarà utile a questo punto, forse, un grossolano chiarimento terminologico. 
Si dice inclusivo un noi in cui chi lo proferisce include appunto il suo interlocutore: [Rivolta a Pinocchio che le ha appena raccontato sue disavventure] "- Si può sentir di peggio? - disse la Volpe. - In che mondo siamo condannati a vivere? Dove troveremmo un rifugio sicuro noi altri galantuomini?". 
Si dice non-inclusivo, invece, ogni altro noi e, in particolare, quello proferito escludendo particolarmente chi ascolta e talvolta indicato, per questa ragione, come esclusivo: [Rivolto al minaccioso Carlo VIII, Pier Capponi:] "Se voi suonerete le vostre trombe, noi faremo suonare le nostre campane".
Si torni adesso alle menzionate parole in apertura di un'opera che si propone di presentare a principianti la materia di cui tratta. Secondo l'attitudine espressiva sopra esemplificata, "la maggior parte di noi" è certamente scritto per includere, come interlocutori, i lettori del libro.
Vuole essere così un atto comunicativo accattivante. Sono tali in genere quelli in cui ricorre un noi inclusivo: talvolta anche troppo. Piacioni, dunque, se non peggio. Lo si è appena visto. Dietro un noi inclusivo, capita ci siano (e spesso) il Gatto e la Volpe. 
C'è del resto da chiedersi quanto sia ben educato cominciare un'opera dando obliquamente dell'ignorante a chi si prende la pena di leggerla. Magari è la verità ma proprio per questo potrebbe non essere simpatico sentirsela dire, così, ad apertura di libro. All'ingresso di un istituto di bellezza, poniamo, non la si prenderebbe certo bene se ci si accogliesse dicendo "Siamo proprio bruttini, eh?".
C'è un modo però di trovare umano e non "caporalesco" (né peloso) quel noi e di solidarizzare con esso. Profittando della povertà grammaticale e della conseguente ambiguità dell'italiano (che, lingua da imbroglioni, non ha forme diverse per i due diversi noi), il modo consiste nel fare finta di non capire, nel rifiutare (magari solo per scherzo) la scontata convenzione discorsiva secondo la quale, quando un chierico dice a un catecumeno "Ma quanto siamo ignoranti!", è ben lungi dal volergli confessare di partecipare d'una comune mancanza. 
Insomma, si tratta di prendere il noi di quel "la maggior parte di noi" come un noi non-inclusivo, come un noi che, senza volere dire nulla di chi lo legge, parla esclusivamente di chi lo sta proferendo. Gli autori del fortunato manuale (e meritevolmente fortunato, si ribadisce) sono peraltro due. Il noi che lì ricorre sarebbe quindi anche pienamente giustificato dal banale punto di vista del riferimento.
Sorridendo affettuosamente solidale e aritmeticamente turbato, il lettore potrà chiedersi a questo punto: tra i due autori, quale sarà mai "la maggior parte" della quale, fosse anche solo per ipotetico lapsus, si sta ammettendo sul principio di un libro didattico che "non ha un'idea molto chiara di che cosa sia la 'linguistica'"?
È ciò che Apollonio fa appunto ogni volta che quel passo gli capita sotto gli occhi, riflettendo sugli scherzi che gioca sempre la lingua. Meglio, riflettendosi in quegli scherzi. Cioè guardandosi senza verecondia nello specchio dell'espressione, lui linguista immaginario.

26 novembre 2011

Intolleranze (3): Solare

È venuto di moda da qualche anno tra i giovani l'aggettivo solare, coi valori metaforici che prende quando è associato a designazioni d'esseri umani o a qualificare loro attitudini o comportamenti. 
Non c'è ragazzina che non si dichiari "solare" quanto a indole, soprattutto se opportunamente sollecitata nei contesti pubblici. Non c'è metà d'una coppia d'innamorati che non magnifichi il carattere "solare" dell'altra e la conseguente qualità "solare" del rapporto. 
Apollonio non esclude si trovino ricche attestazioni di usi comparabili nella corrente narrativa di cassetta. Ne ha sottomano una (in predicato d'essere ironica?): "alla vista della solare marinaretta che sbarcava saettante dal motoscafo Riva". È tratta dal romanzo di esordio di un giovane e ormai affermato scrittore romano, capace di mettere all'opera tutte le veneri della retorica, come si evince già dal modestissimo lacerto. Non mette conto di farne esplicitamente il nome. La citazione è resa trasparente dalla menzione di un natante di marca, che equivale, in funzione dell'autore, all'apposizione di un sigillo, a una sphragìs. Un motoscafo Riva compare infatti sulla copertina dell'edizione del romanzo da cui Apollonio cita. Necessitano altre prove della topicità del passo in cui solare fa la sua comparsa?
Certo è che, col successo popolare, è venuto al solare in questione un qual inequivocabile tanfo di cattivo gusto. Non è un caso d'altra parte che, correlativamente, anche il motoscafo Riva facesse già qualche anno fa da elemento di contorno di un comunicato commerciale teletrasmesso che vedeva il suo fuoco nella vicenda d'un dettaglio anatomico progressivamente scoperto dallo smagliarsi di un già ridottissimo abitino (qualcuno dei cinque lettori di Apollonio ne serberà magari grata memoria).
Al degrado prima verso il finto lusso di massa, infine verso una piatta e corriva pretenziosità, forse l'aggettivo solare era destinato, poi, se è vero che (a credere ai lessici specializzati) esso ebbe già qualche fasto sotto la penna dannunziana e in prose d'arte correlabili.
Se non si tratta, invece, di un tanfo cimiteriale e cadaverico. Perché inquieta apprendere di una "epidemia dell'aggettivo sonnig (solare)" già in quella che Viktor Klemperer definì, col titolo del suo celebre libro, LTI: Lingua Tertii Imperii, cioè la lingua del Terzo Reich. E inquieta sapere che, secondo la testimonianza del filologo, qualunque ne fosse stata la scaturigine, "a quel tempo solare imperversava negli annunci mortuari" con cui famiglie devote al credo hitleriano annunciavano al mondo il sacrificio, in guerra, dei loro giovani rampolli, definiti appunto sempre, una volta morti, di indole "solare". 
Che tutti i solare di oggi ricorrano in realtà come decorazioni dei cippi funerari verbali, di discutibile fattura, sotto cui giacciono giovani morti inconsapevoli? Che siano malcelate autonecrologie le parole di coloro che li proferiscono per qualificarsi moralmente?
Comunque sia, anche quanto a solare, è dato verificare come dica il vero l'incipit di un famoso opuscolo di Marx, secondo il quale ci sono vicende storiche che, presentandosi una prima volta, s'illuminano dei lampi corruschi della tragedia e, presentandosi una seconda, brillano delle ridicole luminarie della farsa.

22 novembre 2011

Tira un'aria di rigore

"Il confronto a tutto campo tra i diversi schieramenti riprenderà appena la parola tornerà ai cittadini per l'elezione di un nuovo Parlamento". Sono (pare, verbatim) espressioni che vengono da chi oggi copre la più alta carica istituzionale della Repubblica italiana. 
In questo frustolo (di post, Apollonio dichiara di averne abbastanza) non ricorrono in virtù della loro portata politica. Essa è certo molto rilevante ma, sul tema, chi scrive non saprebbe proprio cosa dire, visto che non sa neppure cosa pensare. 
A colpire la fantasia di Apollonio, sono invece due dettagli linguistici. Il primo è l'uso, in funzione attributiva, dell'aggettivo composto a tutto campo. Hai voglia d'esecrare, come s'era soliti fare tra politici raffinati e intellettuali di supporto, la volgarità di una celebre "discesa in campo" di qualche anno fa! A frequentare lo zoppo, s'impara a zoppicare? Forse. Più ragionevolmente, c'è da ipotizzare che lo zoppo sia stato solo colui che, prima di altri, aveva intuito quale fosse l'andazzo. E l'andazzo inclinava verso lo zoppicare.  Comunque sia andata, la metafora sportiva del "campo" s'è evidentemente banalizzata. La figura è già catacresi. La sua volgarità "è tra noi", ormai. E compare pacificamente nelle dichiarazioni e nei comunicati ufficiali, stilisticamente accreditata (o, come si dice adesso, "sdoganata") da una fonte che non potrebbe essere più autorevole.
C'è poi quel riprenderà, in collegamento predicativo, appunto, con "il confronto a tutto campo". In un frustolo come il presente, sarebbe ozioso diffondersi sul concetto di presupposizione. Basterà osservare che la sospensione del "confronto a tutto campo" è semplicemente presupposta da chi dice riprenderà in quel contesto. Nulla potrà mai riprendere ad esistere, infatti, che non si trovi soggetto a una sospensione d'esistenza. 
Qui giunto, Apollonio ha però il sospetto di avere forse oltrepassato le linee dello sterrato campetto di periferia in cui passa oziosamente il suo tempo a palleggiare con le parole. Prega di conseguenza i suoi cinque lettori di non sollecitarlo in proposito con commenti (che, rivolti a lui, sarebbero a sproposito). Consiglia loro di rivolgersi ai dotti delle discipline morali (ivi comprese le politiche). 
Da essi potranno essere illuminati sui significati, nella teoria e nella prassi della democrazia, se non di eventuali sospensioni del confronto politico, di sue limitazioni a zone del "campo" che escludano (ohibò!) l'area di rigore, con le decisioni sul relativo tiro.

16 novembre 2011

Antonomasie e riciclaggio

"Solo ministri tecnici per il Professore", "E Pier Luigi avverte il Professore...", "Nei giorni della Grande Crisi...": tra le antonomasie che compaiono in questi giorni nella comunicazione pubblica alcune sono fresche, come, messo lì a giganteggiare, "lo Spread". Altre sono riciclate. In esordio, se ne sono menzionate un paio, tratte dalla stampa quotidiana.
Il Professore, pochi anni fa, era un altro. L'Italia è sempre stata piena di professori, del resto, e i candidati alla relativa antonomasia son legioni. D'altra parte, dopo la Grande Crisi, la Grande Crisi è sempre, come della guerra diceva il Greco della Tregua (la memoria tradisce Apollonio?). 
Gli ambientalisti della parola saranno felici: mai gettare tra i rifiuti un'antonomasia. Alcune si degradano lentamente e restano molto inquinanti, talvolta per millenni (ma non sarà questo il caso di quelle qui in questione, per fortuna). Ripulita, un'antonomasia già usata si presta ancora ottimamente ai suoi scopi.
Ecco dunque i primi effetti delle annunciate misure di risparmio. Della fantasia e dell'intelligenza.

13 novembre 2011

Sordidi ignoti e solidi noti

Ma "la solida borghesia" delle cui lodi sono piene in questi giorni le gazzette e cui sembra tocchi salvare adesso l'Italia dal flagello dei cosiddetti mercati non sarà per caso la solita borghesia fattasi solida a spese altrui? 
In breve, col pretesto di sordidi ignoti, i solidi noti.

[Modesti materiali per un'elementare esercitazione di fonologia. Se ne sconsiglia l'uso in altri contesti discorsivi].

11 novembre 2011

Lingua loro (24): "i mercati"

"I mercati non credono all'efficacia delle misure adottate dal governo", "I mercati giudicano insufficiente il piano del ministro", "La situazione politica italiana preoccupa i mercati", "I mercati vogliono che a guidare il Paese sia un tecnico" e così via: un'alluvione, un torrente che si è ingrossato e ha straripato e che, come nelle immagini televisive che qualche giorno fa documentavano i guasti subiti dalla città di Giuseppe Mazzini e di Fabrizio De André, si porta via tutto, scorrendo impetuoso e, soprattutto, lercio ben oltre ogni dire.
Sono tutte espressioni sotto le quali stanno soccombendo le ultime e sparute parvenze del sogno moderno della democrazia. Fa da sarcastico scenario alla vicenda proprio quell'Europa che fu la culla in cui celebrati dormienti si fecero propalatori di quel sogno, parendo perciò i più svegli alla luce della ragione, quando in realtà si trattava solo di sonnambuli e, come tali, irresponsabili. 
E sono tutte espressioni che dovrebbero suonare inaccettabili. Linguisticamente inaccettabili, qui si intende, se la lingua non fosse tale da sopportare, meglio, non fosse tale da incoraggiare l'evenienza non solo di ossimori (come "incolori idee verdi") ma anche di altre, numerose e rivelatrici figure. Nel caso specifico, di una metonimia.
Ci si rifletta un momento, sottraendosi ai vorticosi turbini della corrente comunicativa che, in questi giorni, trascina tutto e tutti. Verbi come credere, giudicare, volere, nella loro qualità funzionale di predicati, impongono ai loro soggetti una condizione. La medesima che, a sua volta, impone preoccupare ai suoi oggetti diretti. Coloro che vedono la cosa in termini referenziali dicono che tanto i soggetti dei primi quanto gli oggetti diretti del secondo devono designare esseri umani o altro che, agli esseri umani, sia assimilabile. Mettendola poi dal punto di vista del significato, affermano che tali designazioni devono essere di conseguenza caratterizzate dal tratto semantico 'umano'. 
Cosa valga tale tratto è poi forse difficile da definire. "Considerate se questo è un uomo..." scrisse Primo Levi, che ebbe modo di verificare quanto la questione di cosa fosse 'umano' fosse appunto divenuta indecidibile proprio in quel Moderno che di uomo, umano e umanità aveva sin da subito fatto scialo. 
Espressioni come Il tegame sporco non crede alla perizia dello sguattero, La padella surriscaldata giudica nondimeno il cuoco in buona fede, Il colabrodo vuole che Maria prepari il bollito e Lo stato del sugo preoccupa vivamente la bottiglia producono tuttavia un certo straniamento in chi qui si trova a leggerle e ciò assicura grossolanamente che nella constatazione della restrizione combinatoria di quei verbi qualcosa di solido c'è. Magari non perfettamente espresso da un tratto referenziale e semantico che avrebbe fatto arrabbiare o, piuttosto, sorridere Nietzsche. Ma la linguistica, lo si sa, è quella che è. Come dimostra questo medesimo blog, non è certo disciplina da gente fine o acuta e, di conseguenza, fa come può.
Ciò detto, accade di osservare che, nella comunicazione quotidiana e senza che nessuno se ne dica linguisticamente disturbato, oggi "i mercati credono o non credono", "giudicano bene o male", "vogliono o non vogliono". Capita pure che "i mercati", poverini, "si preoccupino" e poi, sconsolati, "tirino il fiato".  Rilevarlo non è certo fare chissà quale scoperta. La banalità dell'osservazione non deve però farsi pretesto di inconsapevolezza. E la consapevolezza linguistica vuole che da espressioni come le menzionate si concluda univocamente che anche a "i mercati" tocca il tratto referenziale e semantico 'umano'.  Si tratta dello stesso tratto che si attribuisce a la sala quando, appunto per metonimia, si dice che La sala applaude l'oratore, espressione che nessuno prende alla lettera e che, al tempo stesso, nessuno trova straniante.  La sala vale ovviamente per gli esseri umani che essa contiene.  Allo stesso modo, "i mercati" valgono precisamente per gli esseri umani che vi operano. 
Quando li si trova evocati nella comunicazione pubblica, invece, "i mercati" fanno figura d'essere una forza cieca e ineluttabile della natura. In alternativa, e secondo le preferenze dell'enunciatore, d'essere manifestazione dell'onnipotenza di un dio crudele e corrucciato. 
Cumulativamente designata per metonimia, in realtà, "i mercati" sono solo la massa (come tutte le masse, stupida e incontrollabile) di esseri umani presuntamente attenti soprattutto al loro tornaconto. Sono magari esseri umani che manovrano finanze sterminate. Restano tuttavia mortali, soggetti a sbagliarsi, piccoli e miserabili, tanto nel loro insieme, quanto presi uno ad uno. Non diversamente del resto da chi sta scrivendo questo post. E non diversamente dagli esseri umani mortali, soggetti a sbagliarsi, piccoli e miserabili che, sempre per il loro tornaconto, stanno rosicando gli ultimi resti del debito pubblico dei paesi dell'Europa mediterranea e che, magari, sperano di avere di che campare, a spese dei propri figli, dopo qualche decennio passato a prestare la loro opera (eventualmente, a fingere di prestare la loro opera).
Malgrado gli orpelli della rappresentazione, ciò che sta capitando e al cui proposito si tirano costantemente in ballo "i mercati" è 'umano', insomma. Anzi, proprio per gli orpelli della rappresentazione, 'troppo umano'. Di quell'umanità dolente e meschina che una frusta metonimia si incarica malamente di celare, di nobilitare, di concettualizzare. 
Ma cosa altro attendersi da un Moderno nato pieno di slancio e di idee e ormai putrefatto? Già ai tempi del suo ideologico splendore, la metonimia è stata il suo stigma. Da uomo a stato, da opinione pubblica a partito, da borghesia a proletariato, da razza a classe, da società ad azienda, da politica a economia, da reazione a progresso, da bambino a donna, da stampa a televisione, da cultura a rete, da lavoro a rendita, da popolo a gente, a bene comune e, oggi nel caso specifico, a mercati, di quanti fantocci sovente metonimici la metonimia del Moderno ha riempito i suoi discorsi e, con essi, le tappe del suo metaforico cammino di progresso? Per ipocrita decenza? Forse. Più decisivamente, però, perché, in un mondo in apparenza pieno di nomi e dove tutti paiono aspirare ad avere o a farsi un nome, tutto è anonimo e plurale, come "i mercati", e, ad avere veramente un nome menzionabile e che lo dica singolare, nei "mercati" e fuori, non è più rimasto proprio nessuno.

9 novembre 2011

Vive la différence!

"I don't think that cultures have tried systematically or methodically to differentiate themselves from each other. The fact is that for hundreds of thousands of years mankind was not very numerous on the earth; small groups were living in isolation, so that it was only natural that they developed characteristics of their own and became different from each other. It was not something aimed at. Rather, it is the simple result of the conditions which have been prevailing for an extremely long time.
Now, I would not like you to think that this in itself is harmful or that these differences should be overcome. As a matter of fact, differences are extremely fecund. It is only through difference that progress has been made. What threatens us right now is probably what we may call overcommunication - that is, the tendency to know exactly in one point of the world what is going on in all other parts of the world. In order for a culture to be really itself and to produce something, the culture and its members must be convinced of their originality and even, to some extent, of their superiority over the others; it is only under conditions of undercommunication that it can produce anything. We are now threatened with the prospect of our being only consumers, able to consume anything from any point in the world and from every culture, but of losing all originality".
Era il 1978. Ed era Claude Lévi-Strauss (Myth and Meaning).

31 ottobre 2011

Ossimoro, tempi e panini

Oggi che la più aggressiva economia capitalista del mondo è retta da un partito che si dichiara comunista, c'è poco da stupirsi: l'ossimoro è proprio pane quotidiano. Apollonio e i suoi cinque lettori l'hanno già annusato da un po'. Ne capita adesso, sotto l'occhio (e il palato) della mente, un caso che si dirà pure linguisticamente gustoso. 
La declinazione italiana della più nota catena mondiale di alimentazione veloce e di massa, lo spregiato mostro il cui nome si pronuncia con disdegno intorno a ogni desco bennato, lancia in questi giorni una linea "di alta cucina". E già questo, se ne converrà, sa di contraddittorio. 
All'operazione si presta un cuoco celebrato dall'informazione e non nuovo a comportamenti stravaganti. Ne viene fuori per primo un paninazzo non male, battezzato Vivace dagli esperti di comunicazione del gruppo.
L'antifona è chiara. Anche visivamente il nuovo prodotto è presentato con caratteri che sembrano usciti fuori da uno spartito musicale settecentesco (vi si simula persino un inchiostro color seppia, come rincalzo dell'isotopia alimentare). Denominativamente, si proseguirà, pensa subito Apollonio, con qualche altra eterna perla dell'italiano della musica.
Ed è proprio quello che succede. A Vivace fa seguito Adagio. Il che, per la cosa che ci si trova sotto i denti nell'antro in cui si celebrano i riti feroci del fast food per antonomasia, è una felice trovata stilistica e scatena, in implicito, il corto circuito di un autentico ossimoro: "Nel fast food, si mangia Adagio". Si vuol mettere, poi, lo sberleffo ai quei supponenti tartufi (ohibò!) del sedicente slow food e al loro becero affarismo parassitico?
Il gioco (con i suoi vantaggi, per chi lo conduce) continua e si vedrà quali saranno i suoi prossimi esiti onomastici. Difficile che si ricorra a Presto o, ancora peggio, ad Andante (con moto o con brio non basteranno a riscattarlo). Ma c'è da attendersi forse un Allegro e, per chiudere, magari un Fortissimo.

[A parere di Apollonio, Adagio, il panino, s'intende, è peggio riuscito di Vivace: se i cinque lettori si diranno interessati, seguiranno rapide recensioni degli attesi polloni (niente scandalo: sempre meglio che parlare di libri, di questi tempi)].

25 ottobre 2011

Una legge fondamentale della stupidità

Una gazzetta culturale scrive con enfasi di un libro di cui, periodicamente, passano sulle stampe pubbliche lodi. Il libro enuncia cinque leggi fondamentali della stupidità umana. Libro e leggi sono ritenuti universalmente di sopraffina acutezza. Sulla scorta dell'encomio del libro e del suo autore, la gazzetta invita i suoi lettori (come usa adesso per "fidelizzarli" e farli sentire "partecipi") a proporre anche loro qualche legge della stupidità umana ("stupidità umana", s'osservi, è già un pleonasmo). 
Dalla sua Citera ahimè baudelairiana e per sollevarsi lo spirito, Apollonio partecipa idealmente all'iniziativa, con gioia. Riflessivamente, propone di conseguenza la seguente

Legge fondamentale della stupidità:
È stupido chiunque enunci una legge fondamentale della stupidità (Corollario: Ci si figuri chi ne enuncia cinque).

[In proposito e a chiarimento, è forse opportuno il rinvio al post musiliano che Kublai Kan, nel blog accanto, ha pubblicato il 23 giugno 2009: Apollonio ne raccomanda la consultazione all'esigua schiera dei suoi lettori].


23 ottobre 2011

L'imbroglio di Orwell

Il 1984 è passato da più di un quarto di secolo e ciò che Orwell profetizzava scrivendo il suo libro nell'anno con le ultime due cifre invertite non s'è verificato. Anzi, nel 1984, solo un lustro di vita rimaneva a una delle realizzazioni storiche, tutte molto fragili e contingenti, del suo ideale Big Brother. Dunque Orwell si sbagliava. 
O si sono sbagliati gli interpreti, che, incoraggiati da una certa grossolanità intellettuale dell'autore, dai modi superficiali dell'opera e dal suo titolo infelice, hanno corrivamente preso come profezia la semplice constatazione, sotto forma narrativa, del baco che guasta la vita sociale umana: il conformismo. 
Il guasto del conformismo è permanente e non riparabile. Con esso bisogna semplicemente essere pronti a convivere, augurandosi di essere tanto fortunati da non doverne pagare personalmente un intollerabile prezzo in termini di sofferenze e di dignità, prima di morire lasciandolo a chi, vittima o carnefice, se non vittima e carnefice, seguirà. 
Se, quanto a 1984 e a Orwell, non è vera l'ipotesi che egli medesimo obbedisse in realtà alle regole eternamente imposte dal Newspeak. Proiettava così nel tempo e nella storia e rendeva parodisticamente come contrasto tra new e old ciò che invece c'è sempre stato, c'è e ci sarà: la guerra mossa dal conformismo, con esiti sempre vittoriosi, alla marcatezza della sparuta intelligenza umana. Questa è sempre individuale e capita talvolta che diventi perciò un valore universale, senza farsi mai però norma sociale.
Insomma, possono cambiare i modi e le armi di tale guerra, possono essere più o meno crudeli le sue procedure, può essere più o meno gonfia la folla che s'incarica di combatterla maramaldeggiando, ma 1984 è sempre. 
Non bisognava allora attenderlo per la data fatidica, come il Big Brother conformista ha voluto che si facesse dettando a Orwell il titolo del suo scritto. Sarebbe sciocco credere oggi, quando il conformismo si realizza in modo parossistico e quasi al limite dell'autolesionismo, che, già presa Berlino, passato il 1984 e poi caduti tutti i muri, la si sia scampata bella.

22 ottobre 2011

Linguistica generale e grammatica universale

La linguistica è una bizzarra disciplina sperimentale. Tra le sue stranezze, una delle maggiori consiste nel fatto che il suo discorso si sovrappone al suo oggetto di ricerca e, condividendone la natura,  finisce per esserne parte. Non ci si pensa mai, in effetti, ma più cresce il discorso della linguistica, che è esso stesso lingua, più cresce la base di dati che fanno da oggetto di ricerca della linguistica.
Non va così nel caso di altre discipline sperimentali. Riflettere da biologo sul mondo della vita, scrivere da astronomo su stelle e pianeti sono attività conoscitive che, quando si tratta di scoperte, possono anche avere, come conseguenze, ciò che si può considerare come una crescita nella biosfera o quanto al numero degli astri. Ciò che si sta dicendo del rapporto tra la linguistica e il suo oggetto sottolinea però una circostanza completamente diversa. Ogni volta che qualcuno pensa alla lingua, a una lingua in qualsiasi lingua, ogni volta che qualcuno ne scrive, che scopra o no qualcosa che prima era ignoto, l'universo sperimentale cui il suo studio si consacra cresce proporzionalmente. Infatti egli pensa alla lingua, ne scrive, ne parla con la lingua e producendo testi linguistici.
Da una considerazione del genere discendono parecchie conseguenze, cui accadrà magari di tornare in altre occasioni. Qui piace ad Apollonio sottolinearne solo una, di cui fu cosciente Zellig Harris. Essa è stata celata dallo scientismo di maniera di suoi epigoni e oggi (c'è da pensare con fondamento) è completamente ignorata da praticanti di una scienza immaginaria, che, come diceva Saussure, bisognerebbe anzitutto sapessero ciò che fanno.
La linguistica è un'interiore secrezione della lingua. Tutta insieme e comunque si sviluppi, anche impetuosamente, essa ne è e ne sarà sempre niente di più che un modesto sotto-insieme. Tale sotto-insieme trova però la sua nobiltà e la sua ratio in un prometeico sforzo di autoconsapevolezza.
Insomma, linguistica (quando è veramente linguistica) è solo quella lingua che, provando a divenire appena un po' consapevole, riflette sperimentalmente su se stessa. 
È questa la semplice ragione per cui il sogno humboldtiano (cioè moderno, utopico e egualitario) che la vera linguistica insegue è che ogni forma di espressione umana secerna la sua linguistica, la sua autoconsapevolezza. E che dal concerto delle innumerevoli linguistiche delle lingue, professate da parlanti fattisi linguisti perché divenuti almeno un po' coscienti di competenze altrimenti solo nativamente intuitive, nasca un giorno, per comparazione, una linguistica generale, con l'infinita pazienza e il doveroso scetticismo sempre necessari alla crescita di una conoscenza umana autentica.
La linguistica generale di tale utopia della ponderazione, dell'eguaglianza e del rispetto, se mai ci sarà, sarà ben diversa da tutto ciò che oggi viene prematuramente spacciato, con fretta e grossolanità, come grammatica universale e che non riguarda la lingua degli esseri umani ma, ammesso che la cosa abbia un interesse, il presunto cervello di quell'automa radicalmente scemo concepito, come feticcio d'umanità, dalla limitata fantasia dei suoi inventori.

21 ottobre 2011

La zavorra dell'italiano

Per le scienze italiane, che rischiano di affondare nell'oceano tempestoso delle valutazioni e delle verifiche bibliometriche, l'italiano è una zavorra. Dopo il caso delle scienze esatte e naturali, si apprende da voci autorevoli, ciò vale adesso anche per le morali. Per riuscire a galleggiare come possono, prima lo buttano a mare, l'italiano, e meglio è. 
Resta un modesto problema. Gettata via l'espressione italiana, di una cultura (o di una civiltà), di cui le scienze (non solo le morali) sono forse una non piccola parte, come si farà a dire che è cultura (o civiltà) italiana? 
Lo si dirà forse a partire dall'indirizzo di casa o d'ufficio dei suoi praticanti. O dal loro luogo di nascita. Meglio ancora: dal fatto che, andando a far spese al mercato, chiedono al pizzicagnolo un etto di lonza e che, a sera, gettandosi in poltrona, si lasciano inebetire dai dibattiti dei talk show: in italiano.
Certo, il teatro musicale è arte e, a differenza della scienza, l'arte, lo si sa, è roba poco seria e da perdigiorno. Non c'è del resto espressione più universale della musica. Ci si chieda, però: senza l'italiano ci sarebbe un teatro musicale italiano? Ci sarebbe una delle maggiori glorie nazionali divenute mondiali?
Che, senza una sua propria espressione, una cultura (o una civiltà) non esiste (più) è una di quelle banalità che sarebbe difficile immaginare di dover rammentare a scienziati morali. Eppure pare si debba. Chiamati al capezzale di un malato, quando consigliano di abbandonare l'italiano, costoro svelano di non essere medici e d'essere invece becchini. Da buoni becchini, dichiarano il caso disperato e propongono di risolverlo nel modo più spiccio: seppellendo l'ammalato, tra le chiacchiere dal pizzicagnolo e quelle da talk show. 
Seguendo il facile andazzo, quasi tutti si finge del resto di ignorare che, anche fuori d'Italia e dell'italiano, la vera questione in ballo nelle attuali scienze globali (soprattutto nelle morali) non è la lingua ma la scarsa qualità dei loro praticanti e quella pessima dei loro dozzinali prodotti. Si finge di ignorare poi che le sole cose autenticamente globali sono le sciocchezze. In qualunque lingua siano espresse, infatti, esse restano tali. Meno locale è la loro espressione, però, maggiori sono i guasti che esse producono: irresponsabilmente. E ciò spiega alla perfezione, almeno nelle scienze morali, gli indici altissimi di cui godono nelle valutazioni fondate su criteri bibliometrici. Ineluttabili e incontestabili, ritiene Apollonio, come i rilevamenti sull'ascolto dei talk show, sul numero di visite ai blog e sulle vendite globali delle bevande gassate.

19 ottobre 2011

Ready-made

Presto al mattino, in aeroporto. Arrivatovi chissà come, chissà da dove, un piccione si aggira ballonzolando tra le sale e i gates. Veste grigio e modesto, come molti degli esseri umani che gli corrono attorno. Il gioco costerà forse ad Apollonio la piccola buona considerazione di cui godeva presso qualche raffinato amatore della parola, ma come trattenersi dal rivelare l'affiorare del nativo pensiero che si tratti appunto di un piccione viaggiatore?

15 ottobre 2011

Sommessi commenti sul Moderno (2)





Si cominciò mozzando la testa a qualcuno. Fu presto chiaro che si sarebbe finito col perderla tutti.

12 ottobre 2011

Vocabol'aria (2): "opinionista"

"Oltre a giocare a calcio, io non so fare altro. Mi metto a fare l'opinionista?  Non so parlare, non so dire niente. Ogni tanto dico una stronzata...". Fino a ieri, il calciatore Antonio Cassano non era una figura pubblica per la quale Apollonio stravedesse. Non per via delle "cassanate" ma a causa dell'aria truce e da bullo che si metteva per farle e che, diversamente da come ritenevano i soloni che lo criticavano e che ne criticavano il comportamento per presunto eccesso di naturalezza, lo rendeva invece soprattutto inautentico. 
Si vedeva del resto ch'era cresciuto in un ambiente in cui l'inautenticità signoreggia. Un ambiente in cui tra il "farci" e l'"esserci" non c'è proprio partita. Dove o "ci fai" o, in sostanza, non ci sei, non esisti. Proprio come nell'accademia o tra gli intellettuali, varianti ripulite (e sovente malamente ripulite) della cosiddetta "Bari vecchia" (i cui abitanti spera Apollonio non si tengano troppo offesi dal paragone).
Antonio Cassano deve essere pian piano maturato, però. Annunciando ieri al mondo che, nel giro di un triennio, si ritirerà dai campi di gioco, all'intervistatore che gli chiedeva se, appese al chiodo le scarpette, l'addio avrebbe riguardato l'intero mondo che ruota intorno al pallone, ha risposto più o meno come qui in incipit si è provato a ripetere, fidando nella memoria.
Come la palla che Cassano ha sempre bravamente preso a calci, facendo l'unica cosa che dichiara con ragione di saper fare, la verità è rotonda. Lo sosteneva Parmenide di Elea. Opposta alla verità, diceva, c'è la doxa: l'opinione. E con l'opinione, i professionisti dell'opinione: gli opinionisti. 
A lui che ha naturali e ingenui commerci con la verità nelle sue sferiche forme, afferma Cassano, l'opinione proprio non si addice e non gli si addice, di conseguenza, la professione che prende origine dall'opinione.
 Per le vie misteriosissime della civiltà (che sono lungi dal coincidere con quelle di una sedicente cultura), lo spirito dell'antica Grecia d'Occidente, italiota o siceliota che essa fosse, si riverbera con splendore nei modi calcistici e concettuali del calciatore, anche se il mare su cui si riflettono è diverso. Era il Tirreno per Parmenide e Zenone. Per Cassano è l'Adriatico. 
Vedranno però, i cinque lettori di Apollonio. I diabolici mestatori della pubblica opinione l'avranno vinta anche questa volta. Riusciranno a guastare anche lo spirito eleate di Antonio Cassano di Bari. E da calciatore vero e, qualcuno dice, geniale e da uomo consapevole di dire "stronzate", ne faranno uno di quegli aspiranti caporali che di "stronzate" vivono: un povero e falso opinionista.

11 ottobre 2011

Bolle d'alea (14): Flaubert



Apollonio tape de temps en temps sur le clavier de son ordinateur et Gustave Flaubert, d'un sourire sardonique, ne manque jamais de lui chuchoter dans l'oreille: "Est-ce que le bon Dieu l'a jamais dite, son opinion?".

8 ottobre 2011

La servitù volontaria

Sotto il sole, veramente niente di nuovo. Passano i secoli e, come già altre volte, il Discours sur la servitude volontaire torna in circolo per opera e ad uso di fanatici. È il destino paradossale dell'intelligenza. Quando per avventura la si vede, non si dice prevalere, ma anche solo diffondersi, si tratta sempre d'una illusione. Esattamente in quel momento, infatti, s'apre sotto i suoi piedi il baratro della più cocente e autolesionistica sconfitta. 
Nelle parole di Étienne de la Boétie, con l'incoscienza del gioco, l'intelligenza si manifestò. Così facendo, essa si consegnò inerme nelle mani della più cruda stupidità, la sola e vera tirannide che tiene il mondo in pugno, da sempre. Secolo dopo secolo, questa ha dunque potuto usare il Discours e ancora oggi prova a usarlo, per armare, con pretesa di brillantezza, i suoi servi volontari. 
Il sorriso amaro e preoccupato di Michel de Montaigne l'aveva ben previsto, dell'opera del giovane amico. Essendosi espresso, questi finì però per attirare anche Montaigne, come si sa, nel gorgo dell'espressione. 
Esprimersi è un vizio assurdo. Lo si contrae più facilmente frequentando, anche per semplice lettura, le cattive compagnie. Ed è certo la peggiore delle sciocchezze. Se non bisogna concludere, con un sorriso altrettanto amaro ma ancora più compassionevole, che un'intelligenza che si esprime è solo la seducente e ingannevole maschera che indossa, per far meglio le sue vittime, la più laida stupidità.

7 ottobre 2011

Undici e, per giunta, straniere

Colta al volo, in una libreria aeroportuale. Explicit del fervorino al lettore che, come nota biografica, occupa un'aletta della sopraccoperta del libro di un autore che va oggi per la maggiore ed è pubblicato da un editore di livello: "...i suoi libri sono tradotti in undici lingue straniere".

Del fine dicitore

"Quella di Tranströmer è una poesia potente e dotata di viva complessità, ma anche decisamente comunicativa". Il modulo stilistico è tipico della prosa critica contemporanea. Ne è anzi una sorta di riconoscibile birignao. 
Il pronome, che funge da soggetto, fa da catafora del nome del predicato, di modo che la comprensione resta sospesa ("quella di Tranströmer... cosa?") e, quando giunge finalmente lo scioglimento ("...è una poesia... Ah!"), il calcolo funzionale ha da ingranare la retromarcia ("la poesia di Tranströmer, allora") per riprendere dal principio. 
È questione di millesimi di secondo, naturalmente, ma il risultato è un va' e vieni che, come inutile orpello, ingarbuglia forme e funzioni lungo la linea del tempo.
A paragone si metta la semplice ed elegante linearità di "La poesia di Tranströmer è potente e dotata di viva complessità...". Così si sarebbe egualmente detto tutto ciò che (a quanto pare) si voleva dire, col vantaggio di non esibire un'enfasi che ha il poeta svedese recentemente laureato come pretesto e, come tema autentico, lo stile del fine dicitore che oggi ne tesse l'elogio.

26 settembre 2011

"Il nostro maggiore filologo"...

...non importa proprio chi sia.  Un feticcio. Come dice l'immagine, un'anonima figurina rossa che, come stereotipa rappresentazione di giubilo, sta più in alto di altre anonime figurine grigie.
Importa però, come dato linguistico, che, un paio di giorni fa, qualcuno venisse così definito nella pagina d'un medium destinato al consumo culturale. 
Del superlativo relativo, si è già detto. Non accade mai che a un giornalista capiti di incontrare un filologo qualsiasi. Non si vuol dire uno che se la sfanga come può, che è diventato professore, come si diceva un dì, ope legis, ma anche solo uno che, onestamente, fa il suo lavoro, senza infamia e senza lode. Un filologo di mezza classifica che gioca, pardon!, insegna in un'università provinciale e ha scritto libri che stanno a prendere polvere in qualche biblioteca minore. Un filologo non da zona retrocessione ma neppure da scudetto o da Champions League. Giammai. Sempre il primo. Sempre il maggiore.
Si è detto, in qualche maniera e tra le righe, anche del pronome personale che soggiace all'aggettivo possessivo. S'immagini però ancora una piccola interlocuzione ideale con chi ha concepito quel "nostro" e l'ha poi scritto.

Scusi, ha detto "nostro"? "Noi" chi? "Nostro" nel senso inclusivo 'di voi, che leggete, e di noi, cioè dell'io che scrive'? E, mi perdoni, chi l'ha autorizzato a emettere un giudizio del genere a nome di chi legge? Non sta per caso volgarmente approfittando del suo momentaneo possesso della parola per arrogarsi il diritto di parlare anche a nome di chi la legge? E le pare opportuno, oltre che educato? O intende invece "nostro" nel senso non-inclusivo di 'noi, cioè dell'io che scrive, ma non chi legge'? E, mi perdoni di nuovo, suppone che, a chi legge, un "nostro" del genere importi? Non c'è una certa improntitudine nel suo modo di condursi per iscritto? Se il "nostro" è il suo, perché non se lo tiene per sé, come decenza vorrebbe? Perché, incontinente, me lo schizza addosso?

Insomma, "il nostro maggiore filologo" è a suo modo un bel concentrato espressivo dell'andazzo intellettuale, il cui emblema è la graduatoria, anzi, come si dice adesso, il ranking. Il ranking "de noantri". "Noantri", si badi bene, è infatti il valore globale del momento: "We...". Ma di ciò, eventualmente, un'altra volta.
Se questo post esiste, del resto, non è per ribadire cose già dette o per lamentare piccoli e ineluttabili malanni. È invece per testimoniare come la lingua sia sempre meravigliosa e come capiti che anche le quattro stupide parole in intestazione possano parlare al cuore di chi le legge, se sa leggerle, dicendo cose diverse da quelle che forse intendeva dire la povera anima che le ha scritte.
Basta giocare un po' con le parti del discorso e quindi con la sintassi del gruppo nominale. "Maggiore" può essere un nome, come "tenente" o "capitano". E "filologo", a quel punto, può fungere da apposizione del nome "maggiore". "Il nostro maggiore filologo" cambia completamente di fisionomia e, deponendo i modi imbonitori e stucchevoli, diventa espressione seria e onesta, da prendere come una pacifica constatazione di fatto. Non di un feticcio (come, a ben vedere, sono sempre "i nostri maggiori qualsiasicosa") ma di un fatto. Di quale fatto?
Durante la Grande guerra, nell'esercito austriaco, Leo Spitzer, giovane talento della romanistica di lingua tedesca, comandava uno dei gruppi incaricati di sottoporre a censura le lettere che ai prigionieri italiani, internati nei campi, era consentito di inviare a casa, per dare notizie di sé e per richiedere, come soccorso, piccoli beni di conforto: guerre orribili, come tutte le guerre, eppure, anche qui, guerre d'altri tempi.
Dall'esperienza, Spitzer trasse materiali e conoscenze che, negli anni del dopoguerra, gli permisero di scrivere libri di linguistica italiana importanti e tremendi. Libri che combinano mirabilmente dottrina e ironia e che gli avrebbero assicurato fama imperitura, presso chi ama l'espressione umana e, in particolare, l'espressione umana quando si veste delle forme italiane. Di forme italiane di qualsiasi genere.
Apollonio ricorda male forse, ma, come ufficiale a capo di uno dei gruppi di censura, Spitzer doveva coprire il grado di maggiore. Eccolo dunque apparire l'amabile fantasma del "maggiore filologo" o (perché proprio non importa) del "capitano filologo" o del "tenente filologo" cui Apollonio, con timida deferenza, potrebbe volere dire che è il suo. O "il nostro", ma naturalmente solo dopo aver chiesto il permesso ai suoi cinque lettori.

[Sono giusto passate due settimane che, dopo "il nostro maggiore filologo", capita di incontrare  sulle medesime pagine anche "il nostro maggiore poeta". "Oh Captain! My Captain! Our fearful trip...".] 

25 settembre 2011

Bollettino ortografico (1): "leggittimato"

"Chi è più leggittimato a raccontarci la verità del cinema?"

Il Sole 24 Ore Domenica - 25 settembre 2011, n. 262, p. 27, come sottotitolo redazionale di un pezzo dal titolo "Fenomenologia del critico",  qualificato come "Elzeviro" (cioè "articolo di fondo della pagina letteraria di un giornale, generalmente di argomento culturale, di critica, di saggistica, o anche con prose d’arte...").  Argomento per un bel dibattito, sul medesimo giornale: un elzeviro con un sottotitolo del genere va considerato un segno dell'ineluttabile declino italiano? O, con un po' più di impegno e  ritardando il pensionamento di qualche correttore di bozze, ce la si può ancora fare, considerate le risorse italiane di grande nazione industriale?

[Una nuova rubrica? Chi lo sa. Piuttosto l'ipotesi d'un modesto periodico omaggio a una perduta figura professionale (o a una vocazione) che già i tempi presenti ci dicono quanto fosse importante come depositaria dell'autentico valore di un'intera civiltà dello scrivere: il correttore di bozze. Apollonio ha da raccontare, in proposito, una piccola vicenda occorsa al suo alter ego secolare. L'ha già narrata? Forse sì. Se è così, lo perdonino i più fedeli dei suoi cinque lettori. È vecchio e un po' svanito. Ma se di ripetizione si tratta, sarà di giovamento. In breve, la storia è questa. Per simpatica offerta di un premuroso sodale, capitò che, anni fa, appunto l'alter ego di Apollonio pubblicasse un libro con una casa editrice, piccola ma allora volenterosamente rampante, che (lo scoprì quando il volume era già nelle librerie) come misura di risparmio non prevedeva una revisione professionale delle bozze di stampa. La precauzione finanziaria non impedì naturalmente alla casa editrice di fallire lo stesso in meno di un decennio, lasciando dietro di sé quella sottile bava di minuscole nefandezze che con poca spesa avrebbe potuto, esse sì, risparmiare all'umanità. Tra le quali, appunto la seguente. Nel file destinato alla stampa, quel testone dell'autore aveva improvvidamente depositato, insieme con molti altri, il mostro ortografico "un'intento normativo". Con Apollonio, egli ammette senza pudore che cose del genere non gli capitano di rado: i suoi manoscritti sono pieni di oltraggi alla buona educazione. Ma tra gli spropositi ortografici, il genere appena menzionato è il suo, involontariamente, preferito. L'evenienza del caso si presentava poi gustosissima, con quell'attributo "normativo" a sottolineare la castroneria, come sarcastico sberleffo. Ebbene, del fatto si accorse quando, esattamente a pagina 19 del libro stampato,  il mostro, se lo ritrovò intatto davanti, sua fedele immagine allo specchio che l'intervento salvifico di nessun correttore di bozze aveva, con un rapido ed elegante tocco di penna, mascherato. E dunque se de te fabula..., sapere chi veramente giochi qui e altrove da seconda persona resta questione aperta].

23 settembre 2011

La soglia dell'insuperabile

Si viene a sapere, e lo si viene a sapere dubitativamente (come si deve tra persone serie), che ci sarebbe qualcosa (se di qualcosa si tratta: pare di sì) che, a stare alle rilevazioni di cui si è capaci, viaggerebbe più veloce della luce. 
Ottima occasione per sbattere la scienza (anzi la Scienza) in prima pagina: "Superata la velocità della luce". 
Nella costruzione participiale di una formulazione del genere prospera rigogliosa la compiuta perfettività d'un passivo e di conseguenza, implicito, un soggetto. Il neutrino, certo. Ma nel non-detto chi non ode riecheggiare, parassitico, il trionfalismo dei presunti successi umani, quello esemplificato appunto un dì da "Superata la velocità del suono"? Dietro il neutrino, dalla massa incerta, l'uomo, insomma. Anzi, l'Uomo.
Umano, troppo umano: ecco la soglia dell'insuperabile.

22 settembre 2011

Scherza coi santi...(1): De vulgari eloquentia

"Per isfogar la mente" (se non proprio per ischerzo), si provi a utilizzare schemi procedurali di una linguistica che opera per relazioni e differenze ai fini d'una lettura ingenua e sommaria del De vulgari eloquentia, l'incompiuta operina dantesca che ha apertamente un tema linguistico. La sua struttura di base apparirà subito come composta da due rapporti oppositivi, organizzati in maniera gerarchica.
"Volgare" in opposizione a "grammatica", per adoperare i termini danteschi, è la prima articolazione contrastiva. Essa è al tempo stesso concettuale (i due termini sono idealmente definiti in modo diverso) e sperimentale (si verifica osservativamente che i due termini sono cose diverse). Sotto il primo termine dell'opposizione, si colloca poi un'opposizione ulteriore, di natura stavolta esclusivamente sperimentale. Per ciò che specificamente concerne il trattato e per farla breve, quanto a tale opposizione seconda, da un lato, c'è la marcatezza del termine costituito dalla lingua del "sì", che è appunto il fuoco della trattazione dantesca. Dall'altro, c'è la non-marcatezza del termine costituito cumulativamente dalle lingue d'"oc" e d'"oïl".
Ne segue che la lingua del "sì" è perfettamente delimitata dalla combinazione delle due opposizioni appena esposte. Questo fondamento spiega come mai essa sia vista, al tempo stesso, come oggetto tanto unitario quanto variabile, senza che fra i due aspetti vi sia conflitto. Dante si impegna a esemplificare concretamente le variabili espressioni degli "Ytali, qui sì dicunt". Sotto il segno di una doppia marcatezza, esse sono però variazioni in quanto appunto riconducibili a un'unità definita concettualmente e rilevata sperimentalmente.
L'"odorosa pantera" in cui si realizza l'anima ordinatrice e sistematica di tale varietà sta celata nelle selve intricate delle differenti espressioni, che sono mille e più di mille, a volerle elencare tutte. Dante non lo fa, limitandosi a una rappresentazione di massima della pertinenza culturale: gli interessa (dove si è manifestata) la langue e non la serie infinita delle evenienze della parole.
Per capire l'Italia linguistica e (a dire il vero) non solo la linguistica, e non solo quella di sette secoli fa ma ancora quella di oggi, serve allora veramente poco altro. Dante ne ha fornito quadro e chiave di lettura: für ewig. Una varietà dall'apparente disordine che, per via di un principio ordinatore plastico e processuale con cui interagisce di continuo, è in realtà altamente definita nella complessità dei suoi innumerevoli dettagli. Dante abbandonò la composizione del suo trattato linguistico e l'esposizione della sua ricognizione teorico-sperimentale quando decise di mettere in pratica la sua riflessione nella Commedia
Da lì egli si mosse per la costituzione di un'espressione nazionale: "illustre", "cardinale", "aulica" e "curiale". E in effetti da lì ci si è mossi, come Italiani, tutte le volte che una lingua di qualità, sulle labbra o sotto le penne più diverse, ha avuto modo di proporsi.
Il De vulgari eloquentia ha poco da spartire, di conseguenza, con la plurisecolare e arci-italiana questione della lingua. Ciò non vuol dire che l'opera dantesca non vi sia stata trascinata dentro, come pretesto. Come Antonio Gramsci scrisse con la candida precisione dettatagli dalla sua dichiarata faziosità, la questione della lingua è (stata) principalmente (se non esclusivamente) una contesa politica, in ambiti socio-culturali sovente asfittici. Nelle fasi di tale contesa, diverse fazioni o aspiranti fazioni di un ceto intellettuale collocato ai margini dell'esercizio del potere e sempre in condizione servile si sono disputate una parvenza di egemonia (linguistica). 
Sulla situazione linguistica dell'Italia, così bene definita e descritta nei suoi sommi capi da Dante, i campioni della questione della lingua (da Machiavelli a Pasolini) hanno avuto sempre molto poco da dire. E quel poco che hanno detto, lo hanno detto soprattutto in maniera indiretta. Riportata almeno in parte ai suoi termini linguistici autentici da Graziadio Ascoli, la questione della lingua è stata infatti essenzialmente testimonianza di un disagio nel rapporto tra i ceti intellettuali italiani e la loro nazione e dell'inclinazione di tali ceti a privilegiare, sul tema della lingua, un'attitudine normativa, rabbiosa e sovente, nei fatti, velleitaria e impotente.
Dante osservò il mondo e, con amara simpatia, la sua nazione medesima. Pensò di avere qualcosa da dire, in proposito, ritenendo (magari per errore o per illusione) di avere capito l'uno e l'altra. Non si astenne certo dal giudicarne, a quel punto, e anche con molta durezza. Ma mentre l'attitudine al giudizio e alla durezza non ha mai fatto difetto ai ceti intellettuali italiani, a differenza di Dante, essi hanno sempre trovato la preliminare, modesta e amorevole osservazione del mondo e della loro nazione meno attraente e vantaggiosa del prescrivere direttamente come l'uno e l'altra dovrebbero presentarsi al loro cospetto per guadagnarsi il premio d'uno sdegnoso gradimento.