31 dicembre 2010

Ordine dei nomi (e cognomi), di nuovo

Anche ad Apollonio, nella sua vita secolare, accade talvolta di sedere a tavola con gente importante e di livello. Non molti anni fa, a cena, il ministro italiano dell'istruzione a cavaliere tra i due millenni intrattiene, come sa, i commensali. Narra dell'impressione che gli hanno fatto, percorrendo, nella sua nuova funzione, il Sancta Sanctorum dell'augusto palazzo, i ritratti dei suoi predecessori che l'adornano: su ciascuno una targhetta, a declinare le generalità del raffigurato secondo l'ordine anagrafico cognome-nome.
E qui la memoria di Apollonio, oggi, si confonde. Ricorda vagamente di un riferito raccapriccio del ministro. Del racconto d'una sua disposizione per un rinnovamento delle targhette e per l'instaurazione dell'ordine nome-cognome, meno grigio, meno burocratico-militaresco. Disposizione, disse quella sera il ministro, giunta felicemente al bersaglio? Fallita? Oggi, Apollonio non può darne affidabile testimonianza.
Prima d'arrivare a quel punto, infatti, egli s'era già colpevolmente distratto. I suoi pensieri avevano cominciato ad esercitarsi con una litania interiore di nomi, recitati proprio nell'ordine che dispiaceva al ministro, da sempre, del resto, meritevole alfiere di progresso, nell'istruzione.
Berlinguer Luigi... Malfatti Franco Maria... Falcucci Franca... Gui Luigi... e (fuori del sostegno di consapevoli personali esperienze) Moro Aldo... Bottai Giuseppe... De Ruggiero Guido... Omodeo Adolfo... Gonnella Guido... Sella Quintino... Croce Benedetto... Amari Michele... Bonghi Ruggiero... De Sanctis Francesco...
Fu tuttavia come un mantra. O forse fu colpa del vino (di pessima qualità: di questo è più che certo). Certo, bevendo e compitando tacitamente la sua litania, parve così ad Apollonio che gli si illuminasse improvvisa la ratio profonda di quell'ordine cognome-nome che il ministro raccontava di avere messo a repentaglio, dalla sua prospettiva generosa e politicamente corretta.
Gli parve di capire che le vecchie targhette miravano ad ammonire la massima e transeunte autorità dell'istruzione italiana, a spasso in quel luogo di potere. Un giorno, tale autorità lo sapeva, sarebbe stata onorata di un ritratto lì, sui muri del ministero. Le targhette la informavano però che, negli anni a venire, per la severa impassibilità dell'istituzione, il suo nome, quanto si voglia illustre e personale, non sarebbe stato declinato diversamente da come esso un dì aveva risuonato all'appello mattutino del maestro della sua prima classe elementare, nel primo suo incontro pubblico, da bambino, con la maestà dell'istruzione: "Amari Michele", "Presente", "Bonghi Ruggiero", "Presente", "Bottai Giuseppe", "Presente", "Croce Benedetto", "Presente", "De Mauro Tullio", "Presente".
Ma Apollonio si peritò di dirlo di fronte a tutta quella gente importante e di interrompere il flusso delle parole dispensate nell'occasione dalla brillante autorevolezza del ministro. E se oggi, fine dell'anno, lo svela qui è solo per far sorridere i suoi due lettori di una delle tante sciocchezze che gli son passate e continuano a passargli per il capo e per dire loro di fare attenzione ai vini cattivi.

29 dicembre 2010

Je n'accuse pas

"«Sentimenti sovversivi», dietro lo j'accuse c'è una storia d'amore": un articolo con questo titolo inaugura la collaborazione al Corriere del Veneto d'un recente vincitore del Premio Strega. Bel battesimo.
Da oltre cento anni,
l'espressione francese j'accuse, a séguito di un celebre editoriale di Émile Zola che la portava come titolo, è diventata un sostantivo ed è perciò combinabile con un articolo.
P
er il titolista del Corriere del Veneto (in ricca compagnia: basta una veloce ricerca nel Web per accertarsene), a tale sostantivo, per via della consonante che l'apre, tocca lo quale appropriata forma di articolo determinativo. Naturalmente, c'è chi la pensa e si comporta in modo diverso: "Il j'accuse di Julian Assange / «Negli USA sarei ucciso come Oswald»".
A chi, osservandoli, fa la storia dei variabili usi linguistici (e ortografici) italiani, impassibile come ha da essere, spetta solo il compito di prenderne opportuna nota.
Apollonio (che ha i suoi gusti, naturalmente, e le sue preferenze) gli segnala il minuscolo caso, sperando gli serva per arricchire la sua documentazione.
Vindici e risentiti restauratori di presunte norme, così come entusiasti lodatori delle libertà dell'uso, sono caldamente pregati di astenersi.

L'uno e l'altro

21 dicembre 2010

Bolle d'alea (12): Diderot

Il 13 ottobre 1759, Denis Diderot scrive a Louise-Henriette, detta Sophie, Volland: "Avec vous je sens, j'aime, j'écoute, je regarde, je caresse. J'ai une sorte d'existence que je préfère à toute autre. Si vous me serrez dans vos bras, je jouis d'un bonheur au-delà duquel je n'en conçois point. Il y a quatre ans que vous me parûtes belle, aujourd'hui je vous trouve plus belle encore. C'est la magie de la constance, la plus difficile et la plus rare de nos vertus".
Sentire, amare, ascoltare, guardare, carezzare, essere stretto tra le sue braccia: chiunque sia stata Louise-Henriette per Denis (e si sa bene chi fu), per chi legge quelle parole, Sophie, nome tanto pudicamente loquace, è allegoria della vita, quando questa diviene saggia.
La si trova bella, nel momento in cui la si conosce. Trovarla ancora più bella, anno dopo anno e quando gli anni cominciano a crescere da soli e, con essi, la chiara percezione che fuori di un tempo ormai divenuto nemico non c'è più tempo se non per il desiderio morboso che presto giunga un non-tempo, trovarla ancora più bella, Sophie come la vita, è effetto di una virtù: la costanza. La costanza di vivere.
Il momento è ciclicamente propizio ai voti. Ed ecco l'augurio che Apollonio fa ai suoi due costanti lettori e a se stesso: nutrire la forte virtù che consente di mettere a tacere la voglia di concedersi al non-tempo. E di trovare ancora bella, anzi ancora più bella, Sophie, la vita.

20 dicembre 2010

Upside-down

Noam Chomsky ha di recente concesso una lunga intervista alla Rete 2 della Radio della Svizzera Italiana: su temi politici. Perché anche questa modesta tribuna? Perché "il metodo nell’analisi linguistica e nel decriptaggio della politica e della propaganda è in sostanza lo stesso".
Ilare e al tempo stesso sconsolato, Apollonio non sa dire se, più che adontarsene, dovrebbe preoccuparsene chiunque abbia un po' di sale in zucca: come incessantemente si ripete, si tratta infatti, oggi, del "più celebre degli intellettuali a livello mondiale".
Sarebbe ad ogni modo il caso che se ne preoccupasse chi fa il linguista: ammesso e non concesso che tale professione sia compatibile col sale in zucca (come si è ricordato in un post di qualche mese fa, Antoine Meillet, per es., si pronunciò per l'incompatibilità).
All'andazzo della disciplina (e del mondo accademico in cui la disciplina vivacchia), Chomsky si è rivelato ben adeguato: lo si sa bene ormai da un cinquantennio. Non sarà però perché, come ogni altro essere umano ma attingendo personalmente il sublime, per dote innata egli è ricorsivamente ed infinitamente scemo?

L'intervista (e l'immagine).

28 novembre 2010

Concordanze

"[...] anche lui «scenderà» in politica e la sua non sarà un «ingresso» ma una «discesa»": così a p. 16 di un librino ancora caldo di tipografia, dal titolo Sulla lingua del tempo presente, preso al volo dagli scaffali d'una libreria di aeroporto (ohibò!) sul farsi del giorno e prima che Apollonio si rendesse conto, ad apertura del quotidiano che teneva sotto il braccio, che esso era tempestivamente già segnalato da opportuna recensione elogiativa.
Per gli amatori della lingua, come si suppone siano i due affezionati lettori di Apollonio, l'inusuale modulo d'accordo per genere è l'aspetto di maggiore interesse delle complessive cinquantotto pagine. Lo si offre qui a un'eventuale modesta riflessione stilistica e grammaticale, come semplice dato.

16 novembre 2010

Trucioli di critica linguistica (1): "Io sono Giulietta"



Da un enorme manifesto, in aeroporto, Uma Thurman guarda intensa chi passa: sullo sfondo ma al centro, un'auto italiana, d'una marca tradizionalmente sportiva. Tutto il resto sta sullo scuro: un'assenza di colori da lutto. L'attrice è però immagine di un candore perverso (come ognuno sa) e l'auto è bianca. Le luci posteriori sono vivamente rosse come le labbra in primo piano, rosse d'un sangue vivo e pronte ad aprirsi per dire, a grossi caratteri: "Io sono Giulietta e sono fatta della stessa materia di cui sono fatti i sogni".
Il riferimento è corrivo e, a partire dalla metà del Novecento, consolidato nella cultura popolare italiana. Del resto, la marca automobilistica ha Romeo come parte del suo nome. Quasi sessanta anni fa, apparve dunque Giulietta, come nome di un fortunato modello, che risuona esplosivo nella memoria degli Italiani, però, non solo per il menzionato carattere sportivo e perché fu un'auto simbolo del cosiddetto boom economico.
Capitava infatti fosse l'auto d'elezione, al Nord, di caserecce, ma non per questo meno sanguinarie, bande di gangster. Ricorreva di conseguenza nella cronaca nera, in appassionanti racconti di inseguimenti e conflitti a fuoco. Imbottita di tritolo, poi, un'auto con quel nome fu, al Sud, lo strumento di un subdolo e sanguinoso attentato: il primo del genere di matrice mafiosa (come poi si sarebbe preso a dire). Un'auto, insomma, con molte storie da raccontare, anche tragiche e intrise di rosso.
Con naturalezza, di conseguenza, può trovarsi impersonata da una testimonial che ha avuto ruoli in pellicole paradigmaticamente sanguinolente. Anglosassone, certo, ma nel caso specifico apparente interprete, in quanto Giulietta, di una favola di ambiente veronese e, per eccellenza, italiano: sostanziata, proprio in quanto italiana, di apparenza.
Per straniante contatto, del resto, la dichiarazione di identità s'intreccia con la celebre sortita di un personaggio che fa Prospero di nome ma sta nella tempesta e sopra un'isola fantastica, tra i poli italiani di Napoli e Milano. Di fatto e non di nome, non s'immagina forse così il potenziale acquirente di quell'auto sportiva? Titolare di una tempestosa prosperità, nel caso marcato e vagamente malavitoso, o di una prosperità nella tempesta, nel caso non-marcato di un'evasione benpensante.
Non s'indigni a questo punto il lettore del volgare saccheggio, a scopi mercantili (e qui, parassiticamente, di commento), da uno dei più preziosi tesori dell'ingegno. Non c'è perla di tale ingegno che la stupidità non possa far sua in un attimo. La colpa è sempre dell'ingegno, che si picca di proferire pubblico verbo. Lo fa perché si affida all'idiozia che, evidentemente, lo rode dal di dentro come un tarlo. Concessosi l'ingegno alla sua propria idiozia contrastiva, non c'è da stupirsi se dentro le sue mura, a quel punto inutilmente turrite, cominci inarrestabile a montare l'idiozia del mondo, per il principio dei vasi detti (non a caso) comunicanti.
Ma qui, appunto, di ciò, che importa? Importa invece che il pretesto di quel testo (e del presente), il topico in funzione del quale essi si ordinano, sia appunto quell'auto italiana. Essa è simbolo paradigmatico della commedia dell'apparire sociale, certo, ma anche, in quanto italiana, di dubbia affidabilità e di precario funzionamento meccanico. La temperie (o la tempesta) vuole, poi, che abbia a farsi strada, per opposizione, in un segmento del mercato internazionale saldamente presidiato da auto sportive tedesche. Anche queste convogliano valori di apparenza, naturalmente. Per etica protestante, li scontano tutti, però, col prevalente stigma di una meccanica solidità, della promessa di una persistenza non ultra-umana ma disumana.
Su tale campo, l'auto sportiva italiana non può competere, quanto almeno all'immaginario (per il resto, chi lo sa?). Come pregi, ha però dalla sua i suoi difetti. È transeunte? E non è transeunte il fascino? È effimera? E non è forse tanto più oltracotante quanto più effimera la bellezza?
Come la carne umana, che è apparenza fatta dei sogni di chi l'accarezza, l'auto italiana è destinata velocemente a decadere, a sfasciarsi. Il disumano rigore di un'etica protestante è nitore negli annunci pubblicitari delle auto tedesche concorrenti. Ma quel nitore è agghiacciante. A esso si oppone l'eccitante e incerto chiaroscuro (e più scuro che chiaro) di un'attitudine morale controriformisticamente post-moderna.
Meglio, ci dice quel manifesto, il sangue e la perdizione; meglio il gusto dolciastro o amarognolo di dubbie moralità che si riscattano nella consapevolezza dell'essere sogni, ombre pronte a svanire. Meglio restare, irriverenti ma modesti, nel sacro recinto del limite. Ebbri di piacere per una meccanica, come l'umana, imprecisa e precaria, meglio ascoltare l'ammonimento morale che ne sortisce: un'auto che sia anche un memento mori.
"Senza cuore" - conclude del resto perentorio il manifesto: ed è una macchina che parla - "saremmo solo macchine". Non immortali, come dicono di sé (e sono autentiche venditrici di fumo morale) le auto tedesche. Ancora meno che umani, invece, perché "senza cuore" nel culto della finitura: privi soprattutto del riscatto che assicurano la finitezza e la morte.

14 novembre 2010

Dans le miroir

"Nul autre romancier de langue espagnole - écrit Ignacio Ramonet de Mario Vargas Llosa, à qui il consacre un article dans le numéro de novembre 2010 du Monde diplomatique - ne possède comme lui l'art de captiver le lecteur, de le ferrer dès les premières lignes et de le plonger dans des trames haletantes où les intrigues se succèdent, pleines de passions, d'humour, de cruauté et d'érotisme". À coté, il y a la carrière d'intellectuel engagé dans la politique du prix Nobel 2010. Jusqu'à la fin des années Soixante et en tant que membre d'"une géneration de talentueux jeunes écrivains - Gabriel García Marquez, Julio Cortázar, Carlos Fuentes... tous de gauche", comme le rappelle Ramonet avec obstination, Vargas Llosa milita à gauche; mieux, à l'extrême gauche, à l'appui des guérillas latino-américaines et de leur lutte armée. Puis, soudainement, il fit une conversion vers la droite, devenant un "agitateur ultralibéral", qui récemment, par exemple, "a légitimé l'invasion de l'Irak en 2003 et justifié le coup d'État de juin 2009 en Honduras".
La clôture de l'article de Ramonet est savoureuse. Elle reporte verbatim des propos émis par l'écrivain péruvien au sujet de Louis-Ferdinand Céline. Parmi d'autres "personnages peu estimables qui sont cependant d'extraordinaires écrivains", d'après Vargas Llosa, l'auteur de Voyage au bout de la nuit fut "un extraordinaire romancier" mais aussi "un personnage répugnant".
Le problème reste, toutefois, et la trouvaille conclusive de Ramonet n'aide pas à le résoudre. Au contraire, elle le pose encore une fois de façon aiguë. Que l'on trouve répugnant qui nous est semblable quand il a changé de camp, finalement, c'est très facile. Ce qui est difficile, c'est de comprendre que, par ce changement, il n'est devenu qu'un miroir révélateur. Ce qui est difficile, c'est d'admettre qu'on aurait déjà dû le trouver répugnant quand il était carrément comme nous-mêmes, quand il était des nôtres et professait les mêmes idées que nous. Ce qui est difficile, c'est de se trouver, en lui, répugnant.

26 ottobre 2010

Miliardo

Circa dieci anni fa, nell'espressione pubblica italiana, miliardo quasi sparì dall'uso. Per convenzione sociale, naturalmente. Era l'epoca dell'adesione dell'Italia all'euro. Non è trascorso gran tempo: i due lettori di Apollonio, qui chiamati a testimoni, non possono essersene già scordati. Tutti quelli che fino a pochi giorni prima, in lire, parlavano di miliardi, eccoli lì compunti a computare solo milioni. Per garbo, certo. Non per la ragione che, in euro, non si potesse ancora e sempre arrivare a miliardi. Ma miliardo era, appunto, uscito dall'uso linguistico pubblico costumato. Miliardo c'era sempre ed era concepibile anche in funzione dell'euro, ma non faceva fine dirlo. Si sarebbe data l'impressione che nulla era mutato e non era quella l'impressione che si voleva dare, appunto.
Oggi miliardo è tornato in gran pompa: ne siano di nuovo testimoni gli affezionati lettori. Sono bastati dieci anni e, come moderatore degli usi linguistici, l'euro si è già slabbrato e consunto. Li vedi, adesso, quelli che dicono miliardi, come arrotano le lingue quando calcolano in euro, senza più freni né pudori.
Di economia, Apollonio non capisce un'acca ma teme non si tratti di buon segno. Il ritorno di miliardo nell'espressione pubblica italiana, gli pare, non revoca certo in dubbio che la faccenda dell'euro sia stato un buon affare ma induce ancora di più a chiedersi per chi.

Vuotare il mare dell'espressione

A un'ora e in una luce incerta, sul treno verso un aeroporto. A giro di sguardo, siamo in cinque nella carrozza, tre uomini, due donne. Nessuno giovane, nessuno vecchio. Fradici: fuori piove a dirotto e arrivare in stazione non è stato facile. Accanto al proprio piccolo bagaglio d'ordinanza, ciascuno sta chiuso nel suo cappotto e nei suoi pensieri, che, si vede e quasi si sente, non devono essere lieti. Pensieri che sono ovviamente lingua. Interiore. Ma, per il linguista e per la sua presunta esperienza euristica, cos'avrebbe di meno dell'esteriore l'interiore che ininterrotta fluisce nella carrozza di questo treno come, in questo momento e da tempo immemorabile, ovunque nel mondo ci sia o ci sia stato un essere umano?
Che americanata l'idea (ma tale la si può definire? O fola e imbroglio?) di un'astratta infinitezza, se confrontata col mare reale dell'umana espressione: concreto, finito (come potrebbe essere altrimenti? Umano, s'è detto). E pure, a immaginare di afferrarlo in un pensiero, interminato.
Che insensato e infantile programma ha da millenni chi dice di occuparsi della lingua, se pretende neppure soltanto di capire tale mare ma addirittura di spiegarlo. Se si illude, per far ciò, di riuscire a vuotarlo coi paiolini bucati di un'arcigna dottrina filologica e di un risibile armamentario grammaticale.

20 ottobre 2010

Da Lc. 9, 60

Come i suoi due affezionati lettori sanno, ormai da qualche anno Apollonio ha eletto a dimora, sempre più esclusiva, una Citera interiore ma per nulla solitaria. Tiene lontano da essa, come può ma con cura, il suo povero affaccendarsi medesimo, oltre che l'altrui, la cui eco gli giunge fievole ma non tanto da non rendergli palese che, non solo nella sua disciplina ma nell'insieme di fenomeni sociali e culturali che riguarda la lingua (e l'italiano in particolare), c'è un rinnovato agitarsi.
Accade periodicamente: un tempo l'agitarsi che aveva a pretesto la lingua (e l'italiano in particolare) aveva cadenze che superavano la brevità di una normale vita umana. Nell'epoca presente, quella che gli piace definire modernità putrefatta, succede a ritmi più serrati, tanto che, nell'arco di sua vita fin qui trascorso, Apollonio ha potuto farne più di un'esperienza: sono anche effetti collaterali del prolungarsi (quanto di valore?) di un sempre più largo e generale permanere delle esistenze, tra le quali la sua medesima.
Gente pensosa ha ricominciato ad agitarsi intorno alla lingua, dunque, ed è tutto un fiorire di iniziative, in cui c'è chi dice come, con la lingua, dovrebbe andare e invece, a suo parere, non va; c'è chi va a caccia di cariatidi disciplinari eleggendole a feticci di presunte restaurazioni di antichi valori; c'è chi continua a fare l'insignificante nulla che ha sempre fatto, verniciandolo (con l'aiuto di interessati complici) della qualificazione di nuovo (o novo, come per memoria ascoliana verrebbe fatto di scrivere), certo del potere di ulteriore inebetimento che l'evocazione di tale disgraziato aggettivo ha sempre esercitato sulle menti già sciocche.
Un formicolare che, Apollonio non sa perché, nella sua laica memoria risveglia il ricordo di catechismi infantili, con quella tremenda sentenza, di cui già allora si chiedeva ragione e di cui solo adesso, rovesciandola, ha l'impressione di intuire (ma solo appena) il valore, pacificandosi con il mondo se non con se stesso: "Lascia i morti disseppellire i loro morti".

13 ottobre 2010

À la mode de Bouvard et Pécuchet

Syntaxe: Studia come le parole si combinano fra loro quando si uniscono per produrre testi, orali e scritti. Moyenne, diathèse: Mancante in italiano [...]. Attraverso la forma media è [...] possibile, all'interno della coniugazione verbale, indicare una più intensa partecipazione del soggetto all'azione. Finales, propositions: Indicano con quale fine viene compiuta o verso quale obiettivo tende l'azione espressa nella proposizione reggente.
Il s'agit de quelques passages tirés de grammaires italiennes réputées et très répandues. À l'instar de Gustave Flaubert, on les a simplement mis sous la forme qu'ils auraient en tant qu'entrées exemplaires d'un dictionnaire des idées linguistiques reçues, sans les changer d'une virgule et comme échantillon d'un travail qui mériterait bien d'être mené jusqu'au bout.
Les références ne sont pas importantes, ici. L'une grammaire vaut l'autre et même le choix de l'italien, ce n'est qu'un prétexte. Il n'est pas même dit qu'il soit le prétexte le meilleur. Dans les grammaires, toutefois, l'accent ne tombe pas sur la langue mais sur la métalangue. N'importe quelle langue, même l'italien, si déjà soumise au traitement des grammairiens, et l'italien l'a largement été, est donc appropriée à la besogne. En effet, peut-on imaginer une grammaire d'une langue quelconque où une proposition appelée finale n'indique pas con quale fine viene compiuta o verso quale obiettivo tende l'azione espressa nella proposizione reggente?
D'ailleurs, on n'a pas cité ces exemples typiques d'une prose grammaticale pour les censurer ni pour dire, par rapport à la langue qui leur donne l'occasion d'exister, qu'il s'agit d'affirmations incorrectes ou bien fautives. La grammaire est le missel d'un rite qui se réalise en soi même. Elle n'est pas soumise à la preuve. Sa Stimmung dépasse toute question de correction car, à vrai dire, elle fonde la correction même. Elle est la source de toute pensée grammatically correct.
Vox populi, vox Dei est l'une des deux épigraphes qui introduisent le Dictionnaire des idées reçues et, parmi les voix par lesquelles la civilisation occidentale s'exprime, celles des grammaires et des grammairiens ne manquent pas de "popularité" et, donc, de "divinité". D'où l'hypothèse que, comme on l'a toujours conçue et comme on ne peut que la concevoir, la grammaire n'est à vrai dire qu'un dictionnaire déguisé: un dictionnaire d'idées reçues. L'hypothèse pourrait peut-être contribuer à éclaircir quelques aspects d'un mystère véritable: l'inefficacité de la linguistique. Contre la grammaire, fatras d'indéracinables idées reçues, les efforts de toute intelligence raisonnable sont vains. Deux siècles de linguistique prétendue scientifique le démontrent de manière irréfutable et, d'ailleurs, Ferdinand de Saussure l'avait bien prévu.
À l'Université de Montpellier, début 2011, avec toute la gravité nécessaire, un synédrion de grammairiens francophones va se poser la question "comment peut-on écrire une grammaire?" "Mais à la mode de Bouvard et Pécuchet - c'est la réponse que Apollonio, d'un esprit solidaire et fraternel, veut leur proposer, en tant que modeste suggestion -. Sous des formes toujours variées, ne l'avez-vous pas fait jusqu'à présent? Soyez tranquilles, chers et aimables collègues: vous continuerez à le faire".

10 ottobre 2010

Futuro

Il passato è svanito. Averne consapevolezza è sempre stato faticoso, del resto.
Il presente è disgustoso. Le sue prassi sono certo più facili di quelle imposte dalla consapevolezza del passato. Sono però tutt'altro che esenti da rischi e responsabilità.
Agli uomini pubblici non rimane dunque che il futuro. Parlarne, facendo sembiante di frequentarlo come fosse il cortile di casa, è agevolissimo, non comporta responsabilità di sorta ed è privo di controindicazioni, se non per l'intelligenza propria e di chi ascolta. Ma di quella, com'è noto, e grazie al cielo, non importa niente a nessuno: ciò è garanzia, nei rarissimi attimi in cui balugina, della sua autenticità.
I due lettori di Apollonio l'hanno di certo già notato: futuro è la parola del momento. Il futuro ha insomma un grande presente e, tra le ragioni del suo presente successo, c'è anche, in chi lo nomina (il numero fa ormai legione), il desiderio di obliterare così il ricordo di passati imbarazzanti e neanche troppo remoti.
Ora, le grammatiche scrivono che il futuro è un tempo e i loro propalatori, creduloni, come tale l'impartiscono alle anime innocenti che sono loro affidate, quando ci riescono (ormai sempre più di rado).
Invece, nella lingua, prima di essere un tempo, il futuro è un modo. Se gli capita (come gli capita) di fare il tempo, glielo consente appunto la sua natura di modo.
Così non fosse, non sarebbe possibile allontanarsi dalle frotte di ciarlatani che oggi e sempre abusano di futuro e del futuro con il solo breve commento che, accompagnato da una scrollata di spalle, meritano i loro vuoti discorsi: "Sarà...".

11 settembre 2010

"Carnalivaru o cu ci va appressu"?

"Il mondo in balia di un idiota" è il titolo dell'articolo di spalla che oggi, 11 settembre 2010, compare sulla prima pagina di un importante quotidiano italiano. Lo firma il direttore. L'idiota (è appena il caso di dirlo) è quel religioso americano amante, a suo dire, dei roghi.
A margine delle dichiarazioni di intenti del pastore, dell'articolo dell'illuminato direttore e di tutto l'assordante e caotico rumore che intorno a quelle dichiarazioni è stato fatto, nessun commento è migliore, a parere di Apollonio, di quello fornito dalla saggezza popolare espressa in un tradizionale detto siciliano: "Cu è chiù fissa, Carnalivaru o cu ci va appressu?" [Chi è più stupido, Carnevale o chi gli va dietro?].
Il mondo in balia di un idiota? Quando mai! Come sempre, il mondo in balia degli innumerevoli stupidi che stanno nel codazzo di un idiota, anche solo per atteggiarsi facilmente a critici, e che amplificano con le proprie idiozie l'eco delle sue, altrimenti insignificanti, sovente per calcolo sconsiderato di interessi meschini.

3 settembre 2010

Frammento di un breviario d'osservanza

Quanto alla conoscenza, il limite destinerebbe l'uomo a una sola, negativa certezza: quella dell'ignoranza e dell'errore.
In ogni àmbito sperimentale, all'apparire di uno spirito orientato alla scepsi può seguire il formarsi, teoretico e metodologico, di una scienza. Si sta naturalmente dicendo di una vera scienza, non delle parodie, tanto più grottesche quanto più benavventurate, che ne usurpano il nome, in ogni campo dell'umana esperienza.
Lo spirito zetetico della scienza ha come bersaglio ogni assoluto, anche l'estremo: la certezza dell'ignoranza e dell'errore. Teorie e metodi della scienza mettono alla frusta, aleatoriamente (di più non si potrebbe), tale certezza.
Ne segue che, in funzione della conoscenza, con la scienza l'uomo aspira a privarsi anche della sua ultima giustificazione morale, del sicuro riparo procuratogli dalla sua naturale destinazione all'ignoranza e all'errore. Più si riduce l'ombra pietosa di tale riparo, più cresce la luce della responsabilità: cresce, in principio, verso l'infinito. E la luce, cruda e impietosa, svela che a portare la responsabilità è un essere che ha nel limite il suo stigma e, se di salute si tratta, forse la sua sola salute.
Il paradosso è lancinante ed è la condizione d'esistenza di una conoscenza saggia e, per quanto si può, cosciente: fuori della violenza ipocrita e dell'efficace imbroglio che si impadroniscono sovente di intraprese che si dicono scientifiche, rendendole false sin dai loro primi vagiti.
Una scienza che vende certezze, colpevolmente priva della consapevolezza d'essere invece chiamata a incalzare la certezza fino al suo estremo ridotto, una scienza reticente quanto al paradosso da cui prende origine e che inflessibilmente la determina, una scienza imbonitrice e consolatoria è impostura, lo si sappia. Gonfiandosi e insuperbendo, l'impostura diventa troppo umana. Può muovere perciò chi la smaschera a una sdegnosa rabbia.
Se le accade di diventare troppo umana, tuttavia, è perché l'impostura è semplicemente umana, in fondo. È faccetta inalienabile e rivelatrice di ciò che è proprio dell'uomo: la povertà di spirito che gli impone d'affaccendarsi, senza requie. A chi la scorge (e oggi non ne mancano occasioni), la scienza come impostura può solo ispirare, dunque, la riflessiva e amara simpatia, la compassione solidale ma non complice che si destina al ciurmatore colto sul fatto.
Un esempio recente, che sfiora pericolosamente la linguistica, e la sua momentanea conclusione.

2 agosto 2010

Lubrificare il mutamento



Con un po' d'olio, il meccanismo del mutamento (linguistico) si muove meglio, sarebbe il caso di commentare. E si sta movendo all'unisono chi guarda, ascolta e legge questo annuncio (che passa oggi in televisione) e, giustamente, non ci trova nulla di strano: la pubblicità asseconda le tendenze, quelle linguistiche prima di tutte le altre e chi la guarda si guarda allo specchio. Chi, invece, nota qualcosa non s'impanchi a censore, per carità, ma goda del piccolo spettacolo, condita sineddoche (con altra facile associazione figurata) del grandioso e inesausto movimento della lingua.

12 luglio 2010

Lingua nel pallone (3): Scolio ai Mondiali 2010

Terzino (destro o sinistro), centromediano (metodista) e poi stopper e libero, ala (destra o sinistra), mezzala (destra o sinistra), centroavanti: amati ruoli del gioco del calcio dei tempi della giovinezza di Apollonio, dove siete finiti mai? Quale erebo alberga oggi le vostre misere spoglie linguistiche, rivelatesi mortali? Sopravvissuto alla catastrofe è solo portiere e sarà soltanto per l'opera benemerita di uno scoliaste, se domani resterà ancora interpretabile "Una vita da mediano".

10 luglio 2010

Scomparire

"È scomparso improvvisamente questa notte nella sua abitazione di Pisa Francesco Orlando": così il blog del Maggio musicale fiorentino, lo scorso 22 giugno. Ma (vien fatto di chiedere) siete sicuri? E avete provato a guardare dentro l'armadio o sotto il divano?
Si badi bene: la morte di Orlando ha molto colpito Apollonio e, quando sarà passata l'emozione, di lui (comparso nel mondo e andato via come un personaggio letterario) gli accadrà forse di parlare ancora. Del resto, per un morto, c'è mai stato nulla di più onorevole di un funerale che lo rivela e scioglie così in una risata la tragicità della vita?
La lingua ha poi le sue ragioni che quelle del cuore non possono oscurare. Con la puntigliosa determinazione locale, l'espressione dell'anonimo autore del "coccodrillo" ha messo a nudo il carattere di corrivo eufemismo di scomparire. Lo si sa: tra le persone a modo e di livello, morire è cosa che non si fa e quando a qualcuno magari sfugge inopinatamente di morire, per mascherare l'atto inelegante, benevoli sodali non gli attribuiscono una morte ma una scomparsa. Così, a proposito di Orlando, si sarebbero appunto espressi l'ambasciatore Tancredi Falconeri e la di lui consorte, Angelica.

16 giugno 2010

Copy? Quel diavolo di Denis!

Dal finestrino di un autobus, un manifesto fa l'occhiolino a Apollonio, che, catturato, ne cattura al volo il messaggio: "Se il mio Breil potesse parlare". È questione, a quanto pare, del bijou della splendida ragazza nella foto: un bijou indiscret o che, a credere all'annuncio, amerebbe diventarlo.
Vecchio impenitente libertino di un Denis Diderot! C'è sovente il tuo riconoscibile zampino nelle imprese moralmente più dubbie. Oggi che di Encyclopédie non vuol più saperne nessuno e che, tra il plauso dei peggiori bigotti, i più imbiancati sepolcri si spacciano per illuministi, sono felice di vedere che, freelance, sbarchi il lunario come copywriter e ti fai pagare per raccontare storielle inventate quasi trecento anni fa.

12 giugno 2010

Laudator temporis acti

"Multa senem circumveniunt incommoda, vel quod / quaerit et inventis miser abstinet ac timet uti, / vel quod res omnis timide gelideque ministrat, / dilator, spe longus, iners, avidusque futuri, / difficilis, querulus, laudator temporis acti / se puero, castigator censorque minorum" (Molti incomodi assediano il vecchio: cerca qualcosa ma, meschino, si astiene da ciò che trova e teme di farne uso, fa ogni cosa timidamente e freddamente, rimanda, spera lungamente, sta inerte, è avido di futuro, difficile, lamentoso, loda il tempo andato, quando era un fanciullo, fustiga e censura i giovani).
È (di nuovo) Orazio e un celebre passaggio dell'Ars poetica. Apollonio se lo ripete, come tacita e laica orazione, appena gli vien voglia di pensare (e, il Cielo non voglia, anche solo di accennare) alla decadenza del presente (e, siccome è vecchio, la voglia gli viene spesso).
Usa Orazio per scacciare la tentazione di imboccare la scorciatoia che la vita apre alla pigrizia dei vecchi: e lui pigro è sempre stato, vecchio, appunto, quando meno se l'aspettava, è diventato. E sta lì, sempre in procinto di prendere la via che conduce al baratro della rinuncia a capire. Non a condannare e a indignarsi né a giustificare e ad approvare: a tali attitudini ha volentieri rinunciato da gran tempo, non appena ha capito che sono quelle tipiche dei pigri di tutte le età. Chi non vuole fare lo sforzo di capire, condanna, s'indigna o, conversamente, approva e giustifica. Provare a capire è del resto la cosa che, al mondo, richiede la fatica maggiore e rende di meno: roba che si può fare solo per diletto, giammai per mestiere. Si passerebbe giustamente per matti. Bisogna quindi essere comprensivi con chi condanna e s'indigna, giustifica e approva: è gente che, come sa e può, cioè pigramente e cercando di scansare la fatica, lavora. E bisogna capire i vecchi, allora, quando, comprensibilmente, se mai l'hanno fatto, smettono di provare a capire e, in rapporto al presente, cominciano a condannare e a indignarsi. E a lodare il tempo che fu.
Cosa che Apollonio tenta di non fare (e che Orazio, come diceva, l'aiuta a non fare) anche perché lasciarsi andare alla lode del tempo andato e al correlativo dispregio per il presente finirebbe per confliggere con qualche sua personale e radicata convinzione sulla decadenza.
Egli è fortemente convinto infatti che la decadenza sia tra le poche cose al mondo che non decadono mai. Essa è permanente. C'è sempre stata. La pensa così non tanto perché Shakespeare non sapeva il greco e Omero non sapeva l'inglese, come ricordava Ennio Flaiano a chi gli faceva notare i guasti culturali e l'ignoranza del suo tempo: lo stesso che, essendo andato, oggi si sente lodare spesso. Quanto perché essere è niente di più e niente di meno di decadere. Sei? Pensa Apollonio. Allora non ci son santi: decadi.
Ne segue (sempre a parere di Apollonio) che non c'è tempo andato che non sia decaduto esattamente come decade il presente.
Questa è la premessa di fatto. Si venga adesso all'effetto percettivo. I giovani d'ogni epoca non s'accorgono in genere della decadenza del loro tempo. Perché? Perché essi decadono alla sua stessa velocità e al suo stesso modo. Si tratta insomma di puro effetto relativistico. Essi stanno sul vettore del loro tempo, ne fanno pienamente parte, quindi fanno parte della sua decadenza, del suo essere.
Rispetto al tempo, i vecchi, invece, perdono velocità, provano a inseguirlo, arrancano, cadono, si rialzano ma quello se n'è già andato. In loro, nasce quindi la percezione soggettiva del decadimento del tempo che vivono, in funzione della memoria di quello che hanno vissuto, col quale, da giovani, decadevano ovviamente in perfetta sintonia e della cui decadenza, quindi, non hanno serbato alcuna memoria. Non c'è mai stato, non c'è, mai ci sarà quindi un presente che non sia decadimento per i vecchi che lo vivono e che, semplicemente, non capiscono di esser stati loro medesimi, festosamente inconsapevoli, ad avere accompagnato il mondo sulla soglia di quel baratro che vedono improvvisamente spalarcarsi davanti ai suoi piedi, davanti ai loro medesimi piedi.
Tutto là. Del resto, è naturale che sia così. La perdita di velocità del vecchio è anticipo del suo definitivo fermarsi, del suo uscire dalla decadenza e dall'essere: un'uscita che mette fine a quella disarmonia, a quella cacofonia e la sposta verso altri lamenti, verso altre querimonie: in eterno.

9 giugno 2010

Dogmi

Un'amica lettrice richiama l'attenzione di Apollonio sopra un articolo di Angelo Panebianco, comparso sul Corriere della Sera di un paio di giorni fa. I pericoli che "scienza" e "scienziati" corrono nella temperie presente e quelli, congiunti, che fanno correre al prossimo (che si tratti di altri "scienziati" o no) vi sono pacatamente discussi, nelle loro ragioni tanto contingenti quanto permanenti.
Tra le contingenti e tipiche della modernità marcia, il contatto con un'opinione pubblica che, ormai orfana di Dio e dei preti anche quando va alla messa ogni domenica, è sempre alla spasmodica caccia di predicatori consolatori o apocalittici (tra i quali, in prima fila da qualche tempo gli studiosi del clima).
Tra le permanenti, il dogmatismo (cui è dedicata l'enfasi del titolo) di chi, tra gli "scienziati", si comporta come se avesse ragione per principio, stando sull'onda dell'andazzo, che, padrone della società, non risparmia certo laboratori e biblioteche: anzi.
La conclusione del pezzo è divertente, poi, con la vicenda delle mucillagini adriatiche di tempo fa e dell'unico esperto, tra i molti intervistati in tv e subito pronti a tromboneggiarne spiegazioni, che risponde: "Non so. Il fenomeno è complesso. Devo studiarlo". Per tale risposta, egli si merita oggi la lode di affidabile e saggio studioso da parte di Panebianco e non diversamente l'avrebbe pensata Leonardo Sciascia. Non tutti avranno ancora memoria del fatto che, chiamato a dire la sua, come grande esperto di cose siciliane, su una delle peggiori stagioni palermitane di crude mattanze, quella degli inizi degli anni Ottanta, Sciascia rispose: "Non si capisce", lasciando tutti di stucco.
Grazie perciò all'amica lettrice della segnalazione: tutto condivisibile. Facilmente. Troppo facilmente?
Nel fondo dolceamaro dello spirito di Apollonio, a lettura conchiusa, resta infatti un'insoddisfazione. La sua legnosa testa è rósa da uno di quei tarli che egli trova (ma forse si illude) salutari per una anche minima circolazione interna di pensieri diversi dai soliti.
Ma sì, che lo si dica apertamente. Malgrado paia che critichi duramente e faccia il burbero, Panebianco, con la "scienza" è fin troppo benevolo; è fin troppo condiscendente. Verso essa ha l'attitudine tipica del chierico di una moderna religione. Un'attitudine intelligente, certo, ma su cui pende sempre un'implacabile condanna: quella di abbassare il capo, di sospendere, a un certo punto, la critica e di sottomettersi speranzosi alla fede nelle sorti magnifiche e progressive, delle quali alla "scienza" (ora che tutto il resto è crollato e non solo i sogni moderni ma anche i presunti rimedi a tali sogni si sono rivelati incubi) è rimasta la massima e messianica parte. La condanna ha poi un'aggravante. Fede e speranza non si possono perdere, tanto meno pubblicamente: "Però l'errore dogmatico è, col tempo, rimediabile. Data la natura antidogmatica della scienza, il dogmatismo che talora pervade scuole e settori scientifici resta fondamentalmente un corpo estraneo. Non dipende dalla scienza ma dalle debolezze umane degli scienziati. Prima o poi, è l'attività scientifica stessa, nel suo procedere, a sviluppare gli anticorpi e a sconfiggere il dogmatismo...": con un altro dogmatismo, visto che, come ogni altra prassi umana, ne produce di continuo? O è blasfemo chiederlo, perché la "scienza" è per principio l'eccezione e va, per ciò stesso, santificata? E ciò che Panebianco ci racconta, consolante, della differenza tra "scienza" e "debolezze umane degli scienziati", ciò che, come esperto, ci dice delle mucillagini del dogmatismo, che resterebbe in ogni caso "estraneo" alla "scienza", priva (per grazia di chi?) dei miserabili difetti umani, non lo si è mille volte sentito raccontare, pari pari, da un pulpito? Basta sostituire "peccato" a "dogmatismo", "religiosi" a "scienziati" e "chiesa" a "scienza" e si vedrà che Panebianco, da buon chierico, sta in sostanza facendo il solito fervorino edificante: il vostro "scienziato" (come il vostro parroco) è solo un pover'uomo vanesio e conformista, quindi dogmatico alla bisogna, ma la "scienza" che egli serve sublima queste miserie, corregge i suoi umani errori: la "scienza" è la "Scienza".
No. Diversamente dall'uomo saggio e pensoso che dice di avere ammirato (e che solo per caso, di professione, fa lo "scienziato"), con questo scritto Panebianco non ci ha detto: "Bah! non so. Il caso della scienza e del dogmatismo è complesso. Devo studiarlo". E mille e più di mille, cara amica lettrice, sono i travestimenti sotto cui viaggiano i pensieri dogmatici.

3 giugno 2010

Pace (e guerra)

Questa foto circola in rete. "Pacifisti, di ritorno a Istanbul": è più o meno la glossa che le riservano i mezzi di informazione che la pubblicano. Il riferimento è ai tragici fatti accaduti un paio di giorni fa, nelle acque di Gaza, che hanno visto morire una decina di esseri umani. Valeva evidentemente la pena morissero perché, ridendo, si alzassero due dita aperte in segno di vittoria. Vittoria su cosa?
Niente di nuovo, naturalmente. Pace e guerra (come amore, odio, solidarietà etc.) sono tra le parole che si prestano meglio a ogni mistificazione e non c'è stata epoca in cui a qualcuno non è venuto in mente di mettere in guardia gli esseri umani da tale loro capacità trasformistica (che dell'espressione umana è risorsa e bellezza). Mettere in guardia inutilmente: è ovvio. Talvolta vestiti da agnelli, talaltra da lupi, gli esseri umani sono ciò che sono: la loro espressione, i loro ghigni, i loro gesti ne celano la natura. Celandola, ne rivelano sempre però il turpe celamento.

25 maggio 2010

Transgender

"Cambridge: imbarazzo per l'errore ortografico sulla porta dell'ateneo": è il titolo di un pezzo che compare nell'edizione in rete del solito grande quotidiano nazionale. Vi si racconta di un'epigrafe greca in cui inopinatamente compare una lettera dell'alfabeto latino (sopra è riprodotto il dettaglio).
La prosa fa naturalmente della spiritosa ironia sull'incidente occorso alla nobile istituzione culturale e nel sommario si legge "Gaffe Cambridge: storpiato Aristotele... Sulla porta dell'ateneo l'errore in una frase del filosofo: anziché la sigma greca la esse latina".
L'epoca è propizia alle mutevolezze di genere, se non proprio alle sue indeterminatezze, come ognun sa. Sigma era neutro in greco ed è arrivato come maschile in italiano. Se il grande quotidiano nazionale, come del resto Wikipedia, sotto la spinta profonda di un implicito "lettera", l'assegna al femminile, il sigma deve esser frattanto passato da Casablanca. Sarà stato per rendersi più accetto ai tempi.
Incertezze quanto al genere, peraltro, deve averne tradizionalmente suscitate. Alla voce sigma, per es., il Battaglia annota: "sm. e f.". Tutte le attestazioni che dà, tuttavia, paiono maschili. Per maschile, del resto, lo trattano le buone vecchie grammatiche greche, se la memoria dei suoi tremendi anni ginnasiali non tradisce Apollonio, che (come sanno i suoi due lettori) è sempre ben disposto alle innovazioni ma, ancora come allora, inguaribilmente affezionato al delta.

Ultimissime: Alle 20 la pagina risulta ritirata dal sito del grande quotidiano nazionale: eccesso di zelo? Ipercorrettismo? Gli amatori ne trovano trasparente traccia, però, grazie al motore di ricerca ivi messo a disposizione, cercando "sigma".

18 aprile 2010

Oggetto con preposizione

Nell'orale dei colti, l'oggetto con preposizione è comune non da oggi. Nello scritto, ad Apollonio, non era invece mai accaduto di registrarne una ricorrenza come quella che sta oggi a p. 49 del supplemento culturale del Sole 24 Ore, sotto la penna di Carla Moreni: "A noi oggi spaventa il titolo, ostico. Ai nazisti, negli anni Trenta, il contenuto, l'originalità della scrittura, l'indipendenza dell'autore rispetto al regime. Di fatto Die Gezeichneten (si pronuncia ghe-zaich-ne-ten) del viennese Franz Schreker, messa al bando come musica 'degenerata' (si pronuncia 'follia-degli-umani') arriva solo oggi in Italia, in prima esecuzione al coraggioso Teatro Massimo di Palermo".
C'è naturalmente, in questa ricorrenza, tutto quello che si trova, di norma, in altre e che funge da condizione adiuvante: il predicato psicologico (spaventare), il pronome personale (noi), su cui s'addensa l'enfasi dell'apertura del nesso. Di specifico, c'è il fatto che il modulo ha la forza di proiettarsi, per ellissi, nel nesso successivo, producendo ai Nazisti: pollone nominale di un rizoma sintattico, che esorbita dal consueto e apre un fronte di crescita per l'oggetto con preposizione in un registro di lingua che più corrivamente snob sarebbe difficile immaginare e che, per questa ragione, registra meglio di ogni altro la tendenza. Tutto avviene fuori dell'influenza di varietà centro-meridionali che invece produce nel sub-standard fenomeni solo in apparenza eguali.
Ad usum di storici della lingua del futuro (se la lingua avrà storici, nel futuro).

12 aprile 2010

"Tutti altoatesini"

Nel momento in cui Apollonio scrive questo post, l'edizione on-line del maggiore quotidiano italiano porta, come principale, il seguente titolo: "Merano, frana sul treno dei pendolari. Nove morti, tutti altoatesini". Fosse successo nei pressi di Tradate (il Cielo ne scampi i tradatesi, naturalmente, come ogni altro essere umano), il Corriere avrebbe sentito il dovere di precisare: "Tutti lombardi?" E se nei pressi di Fara in Sabina, "Tutti laziali?"
Per implicito riferimento, l'infelicissima espressione ricorda la formula in uso in occasione di tragedie foreste: "...tra le vittime non si contano italiani". Ci si commuova, nei tinelli nazionali dove risuonano lingua e dialetti del sì, con un sospiro di sollievo: gli italiani stavolta ci sono ma "tutti altoatesini".

Ultimissime: alle 23.10, "tutti altoatesini" è scomparso dal titolo, come c'era da augurarsi facesse, per carità di patria.

11 aprile 2010

"Quando c'è la nebbia, non si vede"

La particella italiana generalmente detta riflessiva (e, quando non riflessiva, impersonale) è emblema di una sorta di Malström fenomenico. Il gorgo ingoia costruzioni differenti, tutte "colpevoli" però d'essere passate da un collasso funzionale, modularmente diverso, di soggetto e oggetto diretto. Dopo averle ingoiate, sputa in superficie un ambiguo e sparuto relitto: si o, nel caso di soggetto grammaticale diverso dalla terza persona, singolare o plurale, mi, ti, ci, vi, prefissi del verbo, variabili esattamente come le sue desinenze personali. Meglio di come mai potrebbe Apollonio (fioco per lungo silenzio: ma di ciò, forse, un'altra volta), lo illustrano Antonio e Peppino Caponi, in un famoso gag tratto da Totò, Peppino... e la malafemmina, film di Camillo Mastrocinque del 1956:

2 marzo 2010

Traditore. Traduttore?

Nel 1963 Nicolas Ruwet cura in Francia la pubblicazione d'una raccolta di scritti di Roman Jakobson: sono i famosi Essais de linguistique générale, destinati a diventare, con pochi altri, libro di riferimento di un'importante stagione della linguistica moderna (l'ultima, fino a questo momento).
Jakobson si trova a vivere e a insegnare da un ventennio negli Stati Uniti: li ha avventurosamente raggiunti negli anni Quaranta, fuggendo a più riprese e con diverse tappe la marea del totalitarismo politico, dell'antisemitismo, della guerra che sommerge l'Europa. Così, parecchi (forse tutti) gli articoli compresi nella raccolta sono originalmente comparsi in inglese: l'allora giovane curatore belga li traduce in francese.
Tra i saggi tradotti, c'è On linguistic aspects of translation, apparso nel 1959 in un volume miscellaneo consacrato alla traduzione. In originale, ecco la sua conclusione: "If we were to translate into English the traditional formula Traduttore, traditore as 'the translator is a betrayer', we would deprive the Italian rhyming epigram of all its paronomastic value. Hence a cognitive attitude would compel us to change this aphorism into a more explicit statement and to answer the questions: translator of what messages? betrayer of what values?".
Ruwet adatta la conclusione al francese: "S'il nous fallait traduire en français la formule traditionnelle Traduttore, traditore, par 'le traducteur est un traître', nous priverions l'épigramme italienne de sa valeur paronomastique. D'où une attitude cognitive qui nous obligerait à changer cet aphorisme en une proposition plus explicite, et à répondre aux questions: traducteur de quels messages? traître à quelles valeurs?".
Tre anni dopo la pubblicazione francese, gli Essais di Jakobson escono in edizione italiana. È la stagione in cui l'Italia si apre, con entusiasmo ma non senza resistenze, alle novità del movimento battezzato sommariamente strutturalismo, di cui Jakobson è ritenuto un campione. Le traduzioni di linguisti e semiologi spesseggiano. Nei Saggi di linguistica generale, curati da Luigi Heilmann (alle traduzioni collabora Letizia Grassi), non c'è ovviamente ragione che la traduzione assegnata per ipotesi da Jakobson al detto Traduttore, traditore appaia nell'adattamento francese di Ruwet. Del resto, dichiarano esplicitamente curatore e sua collaboratrice, l'edizione italiana è condotta sugli "originali inglesi". La conclusione del saggio sulla traduzione si presenta però come segue: "Se si dovesse tradurre in inglese il detto italiano tradizionale: traduttore, traditore, con 'the translator is a traitor', si toglierebbe all'epigramma il suo valore paronomastico. Di qui un'attitudine conoscitiva che ci obbligherebbe a svolgere questo aforisma in una proposizione più esplicita, e a rispondere a queste domande: traduttore di quali messaggi? traditore di quali valori?".
Apollonio non è naturalmente in grado di escludere che esista una versione inglese del saggio di Jakobson diversa da quella oggi nota e più volte pubblicata dal 1959. Da tale ipotetica versione il curatore italiano e la sua collaboratrice potrebbero avere tratto quel discordante (e peraltro innocuo) traitor.
Non si può tuttavia evitare di pensare, in concorrenza, a una sottile e gustosa ironia del destino. Nella traduzione di un saggio di Jakobson sulla traduzione, evocatore dell'inevitabile tradimento del traduttore, l'infedeltà si spinge fin dove non ci si attenderebbe di trovarla, perché a essere fedeli sarebbe stato per una volta sufficiente (e necessario?) attenersi semplicemente all'originale. Ammesso naturalmente che lo si avesse veramente presente e non lo si stesse ricostruendo a partire dalla traduzione francese.
Jakobson ebbe certamente tra le mani l'edizione italiana dei suoi Saggi. Mai gli sarà caduto l'occhio sulla discordanza di ritorno, innocente per lui ma non per i suoi traduttori italiani? La circostanza l'avrà divertito e ne avrà solleticato lo spirito impagabilmente perverso.

PS. I due lettori di Apollonio non avranno mancato di notare che nel 1966 l'inglese (e francese) cognitive era (ancora) l'italiano conoscitiva. Naturalmente, l'aggettivo cognitivo, in italiano, c'era già da molti secoli ma, tra i "filosofi", non era di moda (notava Tommaseo). Oggi, tra i "filosofi", è invece in auge, sull'onda dell'inglese: lo è tanto da avere oscurato, a sua volta, conoscitivo e da essere divenuto emblema di un andazzo.

22 febbraio 2010

L'italiano al telefono

Più di 20000 pagine di trascrizioni di conversazioni telefoniche: a Citera giunge la notizia. Che si aggiungono al numero imprecisato, ma certo astronomico, di quelle raccolte negli ultimi decenni. Un corpus sterminato, un'impresa titanica di accertamento linguistico cui si è consacrata una parte importante dell'apparato dello stato, peraltro (e qui sta l'aspetto delizioso) senza intenzione. Le vie della Provvidenza sono veramente infinite. Lo dice un grande nume nazionale: lassù c'è certamente qualcuno che si occupa dei miseri e quindi delle discipline miserelle, come appunto la linguistica (italiana), che mai avrebbe avuto addetti e strumenti adeguati alla bisogna.
Apollonio non sa quanto tale corpus serva alla ricerca delle verità processuali (c'è chi dice moltissimo e chi l'esatto opposto, pare, sostenendo che servono soprattutto ai giornali). Per lo sviluppo della ricerca di una lingua al telefono, esso è risorsa che è difficile pensare abbia pari al mondo. Nell'ancora favolosa Cina, forse, potrebbe esserci qualcosa di comparabile: lì tutto, pare, sia sotto controllo, anche la rete: ma trascritto?
Ammesso naturalmente che ci sia qualcuno capace di gestirlo scientificamente, il dono grazioso e provvidenziale di quelle pagine, e non ci anneghi, sommerso dalla sovrabbondanza. In ogni caso, le premesse perché l'italiano diventi, almeno in qualcosa, la prima lingua al mondo ci sono tutte. Sarebbe un peccato sciuparle: orsù, linguisti italiani, con solerzia, è l'ora di produrre al competente ministero le adeguate richieste di finanziamento, spiegando che, in condizioni come quelle del ricercatore (e del ricercato) italiano, oggi, non c'è nessuno.

19 febbraio 2010

"L'italiano una lingua in coma": un punto di vista

Un giorno, a Ginevra, Ferdinand scrisse un appunto che diceva quanto segue. Per uscire dal circolo vizioso in cui si trovano da sempre i discorsi sulla lingua (nessuno escluso), è indispensabile sostituire, una volta per tutte, la discussione dei «fatti» (scrisse proprio così, usando le virgolette) con quella dei punti di vista, perché "non c'è la minima traccia di fatto linguistico, la minima possibilità di cogliere o di determinare un fatto linguistico fuori dell'adozione preliminare di un punto di vista".
L'articolo di Paola Mastrocola "L'italiano una lingua in coma", oggi sulla Stampa (nel giornale in edicola, pare, addirittura in prima pagina), parla di lingua. Di professione insegnante e scrittrice, l'autrice vi illustra il lamentevole stato in cui versa la didattica linguistica nelle istituzioni scolastiche italiane: come darle torto? Del resto, geremiadi di tenore comparabile sono comuni in ogni epoca. Diventano ancora più comuni in quelle critiche (la presente pare tale) e soprattutto sotto la penna dei titolari di matita rossa e blu, cui spetta d'elezione additare la decadenza dei costumi (linguistici). Il pezzo propone del resto anche misure per fare fronte allo stato della calamità culturale che descrive e, anche lì, poco da dire: chi non approverebbe una scuola che volesse insegnare di più, anche più grammatica, a chi la frequenta appunto per imparare?
Un dubbio, a dire il vero, qui resterebbe. Di insegnare più grammatica fuori delle ore canoniche di lezione, secondo la Mastrocola, si dovrebbero far carico "i giovani precari disponibili". Ora accade che, nei loro studi superiori, la grammatica non è stata insegnata neanche a costoro (né alla stragrande maggioranza dei loro colleghi con posto fisso). C'è da chiedersi se tanti di loro passerebbero il test linguistico di ingresso che la Mastrocola propone per gli studenti che s'iscrivono alle superiori. Per carità di patria e per tenersi al tono edificante (e in fondo corporativo) dello scritto, tale dubbio può però essere qui messo a tacere.
Quando la Mastrocola, in un passaggio decisivo, scrive però "vorrei timidamente avvertire che ci sarebbe un problemino da risolvere con urgenza: il fatto che i ragazzi hanno di fatto perduto la conoscenza della lingua italiana" (i corsivi sono di Apollonio), la questione del rapporto tra "fatto" e punto di vista si presenta in tutta la sua evidenza.
Come sanno i suoi due lettori, Apollonio vive nella sua Citera e del mondo poco sa. Dal poco che sa, però, il fatto non gli risulta. Non gli risulta che i giovani italiani siano diventati d'improvviso alloglotti e che, invece della lingua neolatina che sta in bocca ai loro genitori, parlino e scrivano inglese o cantonese, poniamo. Tanto meno gli risulta che siano tornati all'espressione dialettale dei loro bisnonni (magari fosse così! Si potrebbe snobisticamente dire, per certi aspetti).
Cosa significa allora che la Mastrocola dica che è un fatto che di fatto i ragazzi hanno perduto la conoscenza della lingua italiana? Significa che si esprimono in un italiano scolasticamente inadeguato, in un italiano che non è tale dal suo punto di vista di professoressa. L'articolo non sta parlando di un fatto, dunque, tanto meno lo sta descrivendo. Sta parlando di un punto di vista (da cui l'esistenza del presunto fatto dipende) e lo sta illustrando con l'appoggio di un'evidenza spacciata per assoluta, perché non ne è reso chiaro l'implicito punto di vista.
Ci si occupi della prassi e non delle prediche. Non condividono il punto di vista della professoressa attori sociali numerosi e rilevanti: tutti i mezzi di comunicazione di massa, per es., che per rivolgersi ai giovani si esprimono ovviamente in italiano (non in cantonese né in dialetto; qualche volta, è vero, in inglese) e in un italiano che è condiviso, per necessario presupposto comunicativo. Si pensi alla pubblicità (e di conseguenza a giornali, televisioni ecc., che ne sono semplici emanazioni): chi getterebbe tanti soldi, per non farsi capire? Sarebbe allora interessante sapere se, per la Mastrocola, di fatto, non sia italiana neanche l'espressione dei media e di tutto il complesso sociale ed economico che i media rappresentano, quando si rivolgono ai "ragazzi".
Un esempio: ad Apollonio viene sovente fatto di pensare che chi scrive sulla Stampa di Torino non conosce l'italiano e sogna di suggerire, conseguentemente, corsi di recupero linguistico per redattori e collaboratori. La consapevolezza che si tratta di un punto di vista tuttavia lo trattiene dallo scrivere una tale grossolanità, moderandola nell'affermazione di gusto personale che, sulla Stampa, non si scrive in italiano come lui amerebbe si scrivesse, cioè seguendo quel costume e quelle norme di comportamento che egli ritiene adeguate a una scrittura giornalistica di qualità.
E così appare d'improvviso che la questione del rapporto tra "fatto" e punto di vista conduce a domande di una certa rilevanza non solo teoretica, ma anche operativa, anche morale. La Mastrocola vende il suo punto di vista come fatto; lo rende così assoluto, da poter concludere che bisogna "restituire ai giovani l'ancora prezioso e insostituibile dono della parola", quasi che i giovani italiani fossero d'improvviso divenuti tutti afasici (non sarà per caso la scuola a esser divenuta sorda?). Fa ciò certamente per il bene di tutti: i professori fan sempre tutto per il bene di tutti. È sicura però, e con lei si è tutti sicuri che l'italiano che lei immagina tale sia quello che garantisce non si abbiano difficoltà non tanto all'università (che sempre scuola è) ma "nella vita tout court..."?
A parte il fatto che a leggere articoli di notisti di grido del suo stesso giornale non parrebbe (i due lettori di Apollonio ne avranno memoria), non bisogna dimenticare che i "ragazzi" non conosceranno l'italiano (come vuole la Mastrocola) ma scemi non sono. Sentono parlare i loro insegnanti e i loro genitori, sentono la TV e (talvolta) leggono i (loro) giornali. Insomma, come "i bambini" del film di Vittorio De Sica, "ci guardano": per imitazione o per contrasto, fanno ciò che vedono fare, anche linguisticamente. I "ragazzi" sono diagnosi e prognosi della società adulta: le dicono da subito ciò che essa è e, in anticipo, ciò che essa sarà sul fondamento di ciò che è.
E d'altra parte, ammesso e non concesso che l'italiano cui pensa la Mastrocola sia indispensabile per avere successo nella vita, è sicura lei, si è tutti sicuri che, anche per insegnare l'italiano che a lei piace (che non è forse lo stesso che piace ad Apollonio), non sia anzitutto pedagogicamente necessario considerare, ascoltare e conoscere (con l'amorevolezza che richiede la passione per lo studio) non solo l'esplicito punto di vista di una professoressa che scrive articoli sui giornali ma anche, e per democrazia, quello implicito dei "ragazzi"?
Forse, costoro considerano italiano, il loro italiano, ciò che hanno sulla bocca e chissà come considerano ("una lingua in coma"?) la lingua che (di tanto in tanto) insegnano i loro professori, visto che la società che sta loro intorno parla la loro, di lingua, e parla poco o per nulla quella che la scuola pretende o si ricorda talvolta di avere.
Insegnare la grammatica, dice poi la Mastrocola. Ma quale? Quell'incomprensibile e astruso miscuglio di tautologie che neanche chi insegna capisce, tanto meno ama, con le quali si pretenderebbe di surrogare la pratica delle buone letture, delle buone conversazioni, della riflessione interiore sulla propria espressione? E poi, qualunque grammatica si voglia insegnare, per saperlo fare, bisogna anzitutto avere compreso che la grammatica è sempre comparativa: contiene sempre punti di vista da confrontare. Ciò varrebbe forse la pena d'insegnare, se lo si sapesse fare, per capire, prima di impancarsi a professori, la propria, di grammatica, e quella dei "ragazzi": perché anche l'espressione dei "ragazzi" ha una rigorosissima grammatica. Molti insegnanti lo ignorano, dal momento che non hanno mai studiato veramente grammatica né sanno cosa sia.
Non lo scopre certo Apollonio: insegnare è mestiere difficilissimo, ma non per le ragioni che normalmente adducono i sindacati degli insegnanti. Lo è perché mette continuamente chi lo pratica a repentaglio, incoraggiandolo, col possesso della matita rossa e blu, a diventare un ridicolo trombone, a prestare fede ai palloni che gli si gonfiano in capo, a credere di conseguenza all'esistenza dei "fatti", a prendere facili scorciatoie normative.
All'inizio del secolo scorso, Ferdinand era un professore di linguistica in un'università di provincia, teneva i suoi corsi e prendeva le sue note segrete (quella da cui si è partiti, la si conosce solo da pochi anni). Niente "fatti" senza punto di vista, pensava. Estremo degrado del relativismo culturale? Infelice e nichilista paradosso di un uomo fallito professionalmente e personalmente? No. Modesta misura di buon senso, spillo che fa esplodere i palloni pieni d'aria di cui la testa di tutti è incessantemente riempita, quella dei colti e competenti non meno (Apollonio direbbe di più) di quella degli incolti e incompetenti.
Mai trascurare i matti e i falliti. Anche della vita pulsante e quotidiana della società, oltre che dell'altro mondo, vedono cose che i savi di successo non vedono.

PS. Nel "compitino" in classe della Mastrocola, sotto la ripetizione di fatto lo stupido e arcigno Aristarco che, ingabbiato e impotente, ruggisce mal represso in Apollonio avrebbe messo due segni rossi.

5 febbraio 2010

Quinto Orazio Flacco e l'inviato speciale

"U frat d'Carmela". "Se ne devono andare, se non siete in grado voi, lassate fare a nui". "Menamooo!". "Porta un niro". "Tutta l'Africa 'sta cca'". "Vulimm' ca spariscono". "Noi siamo monnezza, mo basta". "Spingimm! Spingimm!". "Nun vulimm chiacchiere". "Risolvete la situazione in due ore o li lassat ind'e mani nostr".
Piccoli lacerti espressivi pseudo-dialettali: un mese fa, facevano effetto di verità e colore locale nel servizio dell'inviato speciale d'uno dei maggiori giornali nazionali, in occasione della fiammata xenofoba di Rosarno, centro agricolo della Calabria meridionale.
Piccoli, ma già così pieni di luoghi comuni: non quanto al significato, come si pensa di norma accada coi luoghi comuni, ma quanto al significante, che (lo capì Ferdinand de Saussure - e pochi altri dopo di lui) è anch'esso pensiero, né più né meno del significato. Ne viene fuori un'immagine linguistica che con Rosarno ha poco da spartire: un meridionalese generico, con grossolani tratti apulo-campani come marche prevalenti.
La dialettologia non è disciplina che si studia sui quotidiani, naturalmente, ma i quotidiani pretendono d'essere specchi fedeli della realtà e sono sempre i dettagli a rivelare inconfutabilmente l'autenticità di una persona o di un'istituzione, perché la verità, come ognuno sa, sta nel dettaglio. Il falso dialetto rende dunque fondato il sospetto che l'intero servizio abbia poco da spartire con Rosarno e con gli incresciosi fatti che vi si sono svolti; che, insomma, a Rosarno, l'inviato non ci sia mai stato. Ciò non significa naturalmente che, a spese del suo giornale, egli non vi abbia eventualmente riscaldato il letto di un albergo per una notte e non vi abbia consumato a colazione un cappuccino e una brioche, dettando poi al suo giornale un pezzo intriso dei luoghi comuni che il suo occhio e il suo orecchio lo hanno abilitato rapidamente a percepire.
Coelum non animum mutant qui trans mare currunt ammoniva saggiamente Orazio, del resto, e l'antica massima pare trovare ancora piena applicazione alla vicenda tutta moderna e tutta culturale dell'inviato speciale.

31 gennaio 2010

Il glottologo e l'antropologia comparata

"Mentre in Toscana l'ostentazione delle proprie ricchezze e del proprio stato sociale elevato è considerata un valore negativo e guardata persino con sospetto, in Sicilia è un comportamento legittimo e naturale ed ha una valutazione positiva: la diversità del costume si manifesta come diversità di significato [di mafia, nelle due aree linguistiche]" (Alberto Nocentini, Camorra e ma(f)fia, Archivio Glottologico Italiano (2009), 1, p. 86).

30 gennaio 2010

Funzione poetica

La serata è già andata troppo per le lunghe: il libro è interessante ma coloro cui se n'è affidata la presentazione sono stati prolissi. Apollonio tra loro: ha detto inoltre cose piatte e colme di ovvietà. Scrutate dalla cattedra, le facce degli intervenuti al rito sono quelle di chi, passate due ore, è pur sempre disposto al martirio: eroico esercizio della pazienza cui accostuma l'accademia? Torna ancora la parola ad Apollonio e rischia, a detta di chi la elargisce, di non essere la conclusiva: altre, più conclusive, si riservano di procrastinare la conclusione, minacciose. "Buon Cielo, aiutami tu", pensa Apollonio mentre gli si consegna l'incombenza. "Fa' ch'io trovi un modo di porre fine al piccolo strazio di questa brava gente". Dal principio dell'incontro tra giuristi e linguisti (tra i secondi, lui), gli frulla insistente per il capo il verso "Dal dì che nozze e tribunali ed are..." e non sa il perché dell'affiorare lì, dal naufragio delle sue letture liceali, di tale relitto: forse il perché è troppo evidente? Comunque sia, gli si aggrappa per non affondare. Per farne cosa, però? Buono per giuristi e religiosi: ma i linguisti? A nozze, nel verso, per valori formali si può fare equivalere lingue, tuttavia. Proviamo, si dice. "Dal dì che lingue e tribunali ed are...: basta questo verso del Foscolo...". Nessuno fa una piega. Forse per la stanchezza. O forse per pietà, solidarietà, gratitudine. Non importa se consapevole o inconsapevole. "Miglior conclusione..." gli fa da eco. Missione compiuta: contenti i linguisti, e più contenti i giuristi. La paracitazione consente a tutti, esausti, di abbandonare l'aula: "Vero è ben, Pindemonte! Anche la Speme, ultima dea, fugge i simposi".

24 gennaio 2010

"Me Tarzan you Jane"?

A spasso per librerie aeroportuali:
"Che cosa fa di un uomo un "vero" uomo?"
Vito Mancuso, La vita autentica

15 gennaio 2010

Parole che parlano (3): Stimare

Dal Web: "Haiti: almeno 50.000 vittime stimate". Da parte di chi la gestisce e solo adesso, benevolo, la elargisce, per far cassetta con lo scalpore, la stima giunge ancora una volta troppo tardi per gli abitanti di Haiti in questione, a quanto pare.

Che tempo fa?

Il tempo: un dì, tema di conversazione futile e inconcludente per eccellenza, il più neutro che ci fosse, da evocare quando si voleva esser sicuri di non urtare la suscettibilità di nessuno: in molte lingue, le descrizioni dei suoi eventi non sono appunto sintatticamente impersonali? Questione da mettere sul tappeto perciò, quando si intendeva intrattenersi con chicchessia, parlando in realtà proprio di nulla e mettendo solo a frutto così la funzione che Roman Jakobson chiamò fàtica.
Ebbene, ci avranno fatto già caso i due vigili lettori di Apollonio, il tempo è divenuto negli ultimi decenni (e oggi fragorosamente) uno dei soggetti più vivi e presenti nella comunicazione, e non solo in quella che si svolge sugli ascensori condominiali. Nugoli di scienziati l'hanno eletto a centro dei propri interessi. Uomini politici di rilievo mondiale costruiscono le loro fortune e ricevono premi cospicui e attestati di stima universale mostrando di preoccuparsene molto. Conferenze internazionali gli sono continuamente dedicate, con contenziosi sterminati e contestate firme di trattati, poi sottoposti all'approvazione di assemblee politiche nazionali e sceverati, in tutte le loro pieghe, dagli organi di stampa e dall'opinione pubblica più avvertita, che nel frattempo si tiene al corrente senza distrazioni su bollettini meteo che, più di quelli di guerra nei tempi delle guerre, lanciano allarmi a ripetizione e turbano i sogni già agitati della fetta grassa dell'umanità. Pioverà? Non pioverà? E se nevicherà, sarà troppo o mai abbastanza? Quanto estremo sarà il fenomeno atmosferico? Da quanto tempo, in luglio, non faceva tanto caldo? E quante migliaia di vittime si dovranno attribuire a tale picco? O alla violenza degli elementi?
Il tempo: insomma, uno dei temi più presenti del presente, e dei più caldi, anche nella vita quotidiana. Ad affrontarlo a cuor leggero si rischia di ferire, come con la religione, risentite suscettibilità, convinzioni radicate, credo profondi. Apollonio non esagera: gli è accaduto qualche tempo fa di essere in proposito giustamente ripreso da una studentessa, per un esempio linguistico costruito con improvvida e scherzosa spensieratezza a partire dai fiocchi di neve che si vedevano scendere di là dai vetri della finestra dell'aula. E ha chiesto scusa, perché il tempo è appunto adesso marca del presente, tema sensibile, su cui si sono addensati (dire perché sarebbe facile ed è quindi inutile) i nembi tempestosi dei sensi di colpa umani più ancestrali, come di quelli più estemporanei: con l'incombenza dell'ineluttabile punizione. Tanto più tremenda perché appunto, attraverso il tempo e come dice la sintassi delle lingue, impersonale: cielo senza dei, cieco boia, con una saetta, di un autolesionismo umano che continua a gonfiarsi smisuratamente e sembra perciò sempre più prossimo ad esplodere.
Apollonio pregusta perciò già il giorno (non lontano, c'è da pensare) in cui lascerà questo mondo, trasferendo la sua anima sui Campi Elisi, mai turbati da tempeste, nell'eterna ed immutabile mitezza del clima: lì, che egli senta discutere del tempo è improbabile. Ma non è solo ciò a rendergli desiderabile quel giorno. A caccia di autografi sui libri che, nell'ora di quel passaggio, l'accompagneranno moralmente, pregusta ancora di più l'incontro con anime grandi dei tempi che furono e con qualche buon sodale frettoloso e già prematuramente trasmigrato. È certo: curiosi ma supponenti, molti gli chiederanno: "E dicci, stupida recluta dal numero alto, qual è oggi la principale ambascia del mondo? Quali pensieri agitano il consorzio umano da cui vieni? Di cosa mai si discute lassù, tra i momentaneamente vivi?". "Del tempo", risponderà allora Apollonio a quegli spiriti accarezzati dai freschi zefiri elisei: e sogghignerà, sicuro di lasciarli, lui, quel dì, stupefatti.

13 gennaio 2010

Eccellenti insegnamenti

Un giovane finanziere cinese dona 8.888.888 dollari americani alla Yale School of Management. In quella istituzione accademica statunitense, arrivato pochi anni prima dalla patria Università del Popolo, egli ha conseguito due master nel 2002. Tre anni più tardi ha dato avvio al fondo Hillhouse Capital Management, che oggi dirige e gestisce e i cui profitti gli hanno permesso, in breve tempo, di fare quella donazione da Paperone.
Notizie che Apollonio trova sulla stampa. Dagli articoli che ne riferiscono deborda l'ammirazione tanto per il gesto munifico quanto per il sistema accademico ed educativo in cui è esso maturato e che lo ha reso possibile. Al suo modello, le istituzioni che provvedono all'istruzione superiore in tutto il mondo dovrebbero ispirarsi. Negli stessi scritti infatti s'alza la complementare riprovazione per quei sistemi che renderebbero impossibili tali miracolose evenienze, non perseguendo (come farebbe invece l'università americana) l'eccellenza e il merito: ovvio e non implicito, in proposito, il riferimento alla derelitta università italiana, da redimere quasi per intero.
Apollonio è solo un autodidatta. Non sa cosa si insegna nelle scuole di eccellenza. Dubita tuttavia che vi si insegni ciò che gli ammirati articoli che egli ha letto pare vogliano lasciare credere: cioè che il danaro cresca spontaneamente sui rami degli alberi e che quindi il grande merito di chi ne fa tanto sia di sapere in quale Eden ciò si verifica.
A credere alla stampa, del resto, sembra non si debbano al fortunato giovanotto invenzioni, scoperte, avanzamenti della conoscenza tali da far pensare che la tanta ricchezza che ha sì velocemente accumulata e che gli ha consentito l'obolo sesquipedale, se è arrivata alle sue tasche, non sia venuta via, come di norma accade, da quelle di altri. Anzi, come sempre succede quando il denaro è veramente tanto, dalle povere tasche di molti altri: con ogni probabilità, e per vie neppure troppo indirette, messi a lavorare proprio in Cina per lui e per i profitti del suo fondo.
Il dono alla Yale School of Management è quindi riconoscimento e grata ricompensa per l'istituzione che gli ha insegnato i mezzi più efficaci ad operare simili trasferimenti, per designare i quali il lessico comune delle modeste lingue umane dispone di crude parole, già certamente affacciatesi allo spirito acuto dei due lettori di Apollonio.
Insomma, ne sortisce una vicenda da autentico anti-Robin Hood, perfetta illustrazione della Neolingua, che chiama dono ciò che è ben altro e che cantori del mondo che verrà, illuminati (o forse solo abbagliati dal sinistro riverbero dell'oro?), vorrebbero stesse a fondamento espressivo (quindi teoretico, oltre che morale) della più alta istituzione educativa dell'erigenda società globale.

12 gennaio 2010

Ah! le bricoleur du dimanche...

"Todo el mundo conoce la figura de De Saussure en su faceta de creador del estructuralismo lingüístico. Pero son muchos menos los que saben que él fue de profesión indoeuropeísta, disciplina a la que hizo aportaciones de trascendencia. Hombre no demasiado prolífico, no demasiado constante, fue más propenso a abrir caminos nuevos que a recorrerlos hasta el final" (Francisco Villar, Los indoeuropeos y los orígenes de Europa, Editorial Gredos, Madrid 1996, p. 200).